28.07.06

I Sempregiovani

di Mauro Baldrati

Donna_con_strappo_rid.gif
Quando il tempo passa, e il corpo umano prosegue nel suo spietato declino fisico, perché non sappiamo in quale altro modo chiamare l’invecchiamento delle cellule e dei tessuti, vi sono persone che provano un grande disagio, forse un vero e proprio terrore, nel verificare questo processo su se stessi. Si soffre a invecchiare, non si accetta questo destino che unisce ricchi e poveri, carnefici e vittime.
Il Sempregiovane non si rassegna. Non riesce a vivere “dentro" la macchina seriale, sente il tempo che passa e il tempo è “contro" di lui; lotta per porsi al di fuori dal meccanismo del divenire e così raggiunge una sorta di doloroso distacco dal tempo, che si separa dallo spazio, e dal corpo; così combatte a muso duro, cerca di opporsi con tutte le sue forze a questa implacabile procedura.

Quale procedura? Durante il ciclo vitale il corpo, l’aspetto fisico, e spesso la mentalità entrano in fasi di sviluppo diverse, procedono per tappe nel loro cammino di crescita, sviluppo e declino. Quando si diventa “grandi" ci si veste da grandi, si parla da grandi, si agisce da grandi. Ma i Sempregiovani intristiscono quando si rendono conto di essere grandi, o quanto meno che dovrebbero esserlo. Si deprimono, si sentono perduti, condannati. Eccoli quindi, a quarantacinque, cinquant’anni, che frequentano i negozi di abbigliamento per ragazzi, comprano pantaloni militari, da rapper, da skateboardista, jeans stracciati e camicie col collo alto, a righe sgargianti; inforcano occhiali scuri avvolgenti, all’ultima moda, e non è raro che si facciano tatuare simboli tribali o un filo spinato su un bicipite. Per la verità si sentono un po’ a disagio attorniati da ragazzini, si sentono fuori posto, ma si sentirebbero peggio a entrare nei negozi per babbioni a comprare pantaloni con la riga, e la giacchetta grigia, e la camicia azzurrastra. Più il tempo passa, e il processus si fa evidente, più loro si accaniscono nelle scelte giovaniliste. Il Sempregiovane cerca anche di mantenere il proprio corpo in forma fisica perfetta, con lunghe corse nei parchi, spesso con due pesi in mano, o in cintura - soffrendo come un cane, ma soddisfatto, in fondo, perché il rallentamento del tempo va pagato caro - e una frequentazione più o meno regolare di palestre e centri estetici. In questo è seguito dalla Sempregiovane, che deve lottare ancora più duramente contro l’invecchiamento e il terrificante rilassamento dei tessuti. Perché, ovviamente, vi è anche la versione femminile: ho conosciuto di persona alcune Sempregiovani quando mi capitava di frequentare le agenzie di pubbliche relazioni, moda e pubblicità. Erano soprannominate “le tigri", per gli atteggiamenti aggressivi. La pelle era brunita, seccata dalle lampade, e sul torace scarno, con le ossa in evidenza, perché erano mezze morte di fame per le diete crudeli, non mancavano mai lussuose e sfarzose collane; il trucco, benché raffinato, era sempre eccessivo se quei volti scavati, e le labbra scarlatte sembravano ferite sanguinanti. Indossavano giacche di tessuto maculato, scarpe con tacco alto rosse, o viola, o blu, o gialle, o a scacchi stile anni Sessanta.

I Sempregiovani hanno difficoltà talvolta dolorose in famiglia. Lui, se è accasato, e spesso lo è, si sente oppresso, e tende a rinchiudersi in uno spazio tutto suo, uno studio, dove naviga per ore in Internet; oppure cerca di fuggire fuori casa, con gli amici, al bar. Quando deve occuparsi della famiglia, quando è costretto a uscire con loro, per una cena al ristorante, o per fare acquisti, si sente raddoppiare di peso, diventa cupo. Vorrebbe fuggire via, ritrovare la libertà della giovinezza, frequentare gente libera, come lui, perché è libero, nell’abisso dell’animo. Lei è spaventata dalla famiglia, perché è attratta dai ragazzi: dai loro corpi maschili in tiro, scattanti, dai loro ritmi veloci; l’uomo che secondo le regole non scritte della società sarebbe adatto a lei, l’uomo maturo, che ha superato i cinquanta e si avvia ai sessanta, con la pancia, le guance che iniziano a cadere, i capelli radi, o grigi, e il tono muscolare in fase calante, le ispira una sorta di repulsione, o di tristezza. Talvolta ci pensa, una voce estranea e sgradevole le dice che dovrebbe rivolgersi a un uomo adatto a lei, alla sua età; ma questo è un pensiero straziante, che lei scaccia subito, con un guizzo repentino dell’animo.

Uno dei Sempregiovani più famosi della letteratura è certamente Gustav von Aschenbach che, ne La Morte a Venezia, si invaghisce fino alla follia, fino alla morte, del giovanissimo Tadzio. Quando si imbelletta in maniera laida, perché “come qualsiasi innamorato desiderava di piacere e si amareggiava di non riuscirci... Di fronte all’amabile gioventù che lo aveva incantato sentiva quanto fosse ripugnante il suo corpo senile", non vuole forse essere lui, Tadzio, il suo fantasma, il suo demone, assumerne le sembianze?

Un altro Sempregiovane letterario, più vicino ai nostri tempi, è il Graziano Biglia di Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti: “un uomo grande e grosso con una lunga chioma bionda, occhiali da mosca e giacca di pelle marrone con un’aquila apache di perline ricamata sulla schiena". A quarantaquattro anni, dopo una lunga carriera di conquiste, feste, happy hours e Margaritas, conduce “una vita al massimo", e “risiedeva in un monolocale al centro di Riccione da giugno a fine agosto, a settembre si spostava a Ibiza e a novembre se ne andava in Giamaica a svernare".

Gilgamesh.gif
Invece il Sempregiovane più antico, l’eroe del primo romanzo scritto dall’uomo giunto fino a noi, vecchio di quattromila anni, è il grande guerriero Gilgamesh. Le sue avventure sono narrate in 12 tavolette ritrovate nella biblioteca del re assiro Assurbanipal, a Ninive, in scrittura cuneiforme. Gilgamesh, il più potente guerriero d’Oriente, dopo avere vinto tutte le battaglie, scopre di essere ossessionato dalla morte e si mette in viaggio alla ricerca dell’immortalità. Il suo viaggio è lungo, pericoloso, combatte contro mostri mezzi uomini e mezzi scorpioni, resiste alle lusinghe del giardino delle delizie, attraversa le acque della morte, ascolta il racconto del diluvio universale e dell’arca (circa mille anni prima della Bibbia), cerca di impossessarsi della pianta della giovinezza, ma la perde. Così, “rassegnato infine al destino di tutta l’umanità, fece ritorno alla città di Erech, al paese da dove era venuto".

I Sempregiovani rifiutano il destino di tutta l’umanità, non si adeguano, cercano di mandare in frantumi i ruoli che pretendono di imprigionarli e di rovinarli: quei ruoli che esaltano attraverso i media la bellezza giovanile, e relegano chi è fuori, chi ha perduto per sempre la giovane età, nella folta, grigia, triste, claudicante truppa dei brutti, dei vecchi, delle persone di serie B escluse dallo sfavillante mondo della televisione, della pubblicità. I Sempregiovani si ribellano, ma la loro è una ribellione anomala, è implosiva: inseguono una deterritorializzazione della persona, cercano di spezzare la gabbia degli schemi conformisti, ma finiscono per riterritorializzarsi crudelmente assumendo su di sé proprio gli imperativi di quei ruoli, il conformismo della giovinezza, della moda giovanile propagandata dai media spinta ai limiti estremi; restano abbarbicati in eterno alla procedura, con caparbietà, sopportando disagi e umiliazioni, perché non riescono ad accettare, una volta per tutte, che la procedura, prima o poi, deve trasformarsi in procedimento; che l’enunciazione deve compiersi nell’enunciato.

Per questo, per questa sofferenza senza uscita, per questa contraddizione che si avvita su se stessa, i Sempregiovani sono persone fragili, sole, vulnerabili, e meritano tutto il nostro rispetto e la nostra solidarietà.

Posted by Mauro Baldrati at 09:34 | Comments (8)

21.07.06

Abbiamo vent'anni, decidiamo noi!

[Due lettere in elzeviro sul numero 2 della rivista "Ore Piccole". Due lettere che sembrano quasi un manifesto al tempo della qualità letteraria dettata dalle vendite di un autore o di un libro. Due lettere accorate: Gabriele Dadati, Alcide Pierantozzi. Entrambi esordienti, entrambi animatori culturali, entrambi della generazione nata negli anni ottanta. C'è spazio per l'approfondimento e l'argomentazione in un tempo devastato e vile? (D.B.)]

Di Gabriele Dadati e Alcide Pierantozzi

[...] Noi vogliamo parlare di urgenza di democrazia, di condanna al dominio e di pace, di attualità e di schiaffo al disimpegno e soprattutto a chi ha pensato che scrivere è raccontare al mondo i fatti propri. Parlare vuol dire essere in grado di parlare in pubblico di ciò che si è scritto: ai giovani, alle scuole, agli ecclesiastici. Basta con gli scrittori che non sanno spiccicare una parola. Noi vogliamo mediare tutto questo in una lingua nostra, densa. La terza generazione è densa. Densa di quella cosa che parte dalla terra, dalle falde o dai fiumi o dagli appennini, e con talento riconoscibile ai più raggiunge i meandri di un dolore cosciente e tradizionale.
Abbiamo vent’anni, Gabriele. Decidiamo noi.[...]

Gabriele Dadati - Alcìde Pierantozzi

DUE LETTERE


Caro Alcìde,
tu mi hai fatto venire in mente due cose, di cui la prima è l’appennino raggrumato in verticale sull’Italia. Immagino che l’appennino che tu conosci sia un posto molto più catastrofico di quello che conosco io, immagino che nasconda delle trappole, delle ramificazioni, delle zone in cui è pericoloso inoltrarsi. Non c’è abbastanza spazio attorno per diluire la violenza incontaminata che fa da febbre costante a questo tuo appennino che io immagino, mentre il mio ha così tanta pianura ai piedi che il dolore scivola via, si distende e diventa trasparente, così che c’è questa atmosfera da fine della festa costante, un’euforia triste che non passa, non cupa ma nemmeno luminosa.
La seconda cosa che mi hai fatto venire in mente sono i serpenti nelle cassette buttati giù dagli elicotteri. Succede anche sul mio appennino: i lanci servono a riportare in equilibrio l’ecosistema laddove il numero dei serpenti sia calato troppo e i roditori siano a loro volta aumentati spropositatamente. A volte le cassette non si rompono con l’impatto e i serpenti ci muoiono dentro aggrovigliati, immagino di fame: e non è la più bella morte che si possa immaginare.
Queste due cose che mi hai fatto venire in mente mi sembrano eccellenti per quei discorsi che ci facevamo. Perché vorrei dirti questo: ho l’impressione che questa Italia in cui ci troviamo a vivere sia diventata tutta come il tuo appennino (e forse non solo l’Italia). Mi sembra che ci sia questa atmosfera tetra da alto medioevo, dove la demenza degli anni
Ottanta ha lasciato il passo a un dolore permanente e ottuso. La serie delle cause a cui bisogna pensare non riguarda la contingenza di un governo o di una moda, ma una più generale apocalisse umana, sociale, morale. Amo così fortemente questa terra in cui sono nato e amo così profondamente le persone che mi circondano che questa cosa mi taglia in due. Poi sull’appennino allargato calano le cassette dei serpenti, che siamo noi, che sono tutti quelli che sono immessi in questa realtà e all’inizio sono ancora fuori dai giochi e vedono tutto con gli occhi nuovi e rettili, e possono amare, organizzarsi, combattere con un’iniziale spinta che viene dall’estraneità. Alcune cassette contengono i politici, altre i giornalisti, altre ancora gli intellettuali e chiunque sia nella posizione di prendersi una responsabilità. A noi tocca stare in una cassetta con l’etichetta di narratori. Una cassettina smilza come ogni tanto ne vengono buttate.
Ora: io so che c’è una cosa che vedo bene: altre cassettine con su scritto “narratori" ultimamente non si sono spaccate al suolo. Quelli che sono atterrati non si misurano così con l’appennino. La cassetta è dorata e chi c’è rimasto dentro non esce perché sta bene lì. Ma a cosa servono i serpenti se stanno nella cassetta dorata? Non strisciano, non s’insinuano, non mordono nessuno, non ammazzano. Non servono a niente. Io ti scrivo per chiedere, a te e a tutti, di uscire fuori. Di scegliere l’impegno guardando alla realtà di questo appennino cupo piuttosto che rifugiandosi nella bellezza della prosa. Ma perché negli ultimi anni scrivono tutti così bene? Dov’è l’errore, la sgradevolezza, il graffio, il morso, la caduta clamorosa nel fango? Non ne ho voglia di fare il giovane narratore, se devo stendere delle pagine ben fatte e combinatorie mi sento infelice. A me piace il cuore di Buzzati: il cui impegno è morale (abbasso Calvino) e che più di una volta cade in prose imperfette. A te piace l’ultimo Pasolini: il cui impegno civile affonda le mani nella sgradevolezza, e ben venga. Non so, forse esagero, ma capirai bene in che senso c’entra la mia emotività e il mio amore per l’essere qui, ora. Gli scrittori oggi sono completamente liberi: poiché c’è un interesse fievole al loro lavoro, lo spazio non subisce limitazioni. A volte mi viene in mente che l’uomo forse non ama la sua libertà, come si dice, e il resto son frottole. Parto dal presupposto
che non sia così per poter andare avanti.
Ti abbraccio,
Gabriele.


Caro Gabriele,
«La responsabilità - diceva Lévinas - è ciò che mi incombe in modo esclusivo e che, umanamente, io non posso rifiutare: questa è la mia inalienabile identità di soggetto».
La responsabilità, Gabriele, credo sia il punto da cui dobbiamo partire, la sintesi spirituale della nostra scrittura: prima ancora di chiederci come scrivere, quando e perché.
Ognuno di noi ha le proprie responsabilità, i suoi obblighi. Ognuno di noi risponde a essi in base a quelle che sono le proprie possibilità di esprimersi. Ecco, la mia responsabilità è questa: poter dire “io", oltrepassare la modernità, la Storia della modernità («A chi sa fare strage della Storia con il mio sostegno»), superare Kant e Husserl e la morale del soggetto e della soggezione all’altro.
Soggezione è la parola chiave. I miei personaggi sono saturi di soggezione: scrutano, s’intimidiscono, sembrano agire come le bestie che hanno paura e come certi serpenti che attaccano. Abbandonare la soggezione? Dunque lasciarla cadere in termini umanistico-letterari? No: recuperarla. E questo è il primo passo. In che senso?
Quand’ero piccolo leggevo Dostoevskij e la Morante (giusto per fare due nomi a casaccio), e avevo soggezione, ero spaventato, sentivo il divario che correva tra la mia fatica nel cercare le parole che componessero la pagina e i loro testi densi e grandissimi. L’uomo è un serbatoio, l’uomo è uno scroto che contiene il divino - lo stesso divino che, innaturale, non vedo, da agnostico - e ha bisogno di espellerlo. Cosa intendo, ti starai chiedendo. Dove voglio arrivare? Un passo alla volta.
Irrazionale intuito. Il poeta non è mai tale per scienza o per conoscenza, ma soltanto per irrazionale intuito. Il poeta non sa dar ragione di ciò che fa, né sa dire qualcosa agli altri: imita le cose sensibili che sono l’imitazione di qualcosa che non conosciamo. Imitazione dell’imitazione, la polaroid di una fotografia, qualcosa di lontano e trascurabile. Dunque abbasso la poesia fine a se stessa: c’è, oggi, un estremo bisogno di conoscenza. C’è stata una letteratura, in Italia, negli ultimi vent’anni, che ha risposto alla concezione platonica dell’arte come allontanamento dall’essere e dalla verità. Un’arte che non conosce e che si rivolge alle facoltà a-razionali dell’uomo, che sono la parte inferiore dell’individuo.
C’è stata una letteratura espressionista (locuzionista) che, da poco, ha iniziato ad avere pretese sociali e sociologiche, menzognera e corruttiva perché ignorante e lontana dalla scrittura concreta. Il mio primo bisogno è quello di combattere contro questo linguaggio invasato che vorrebbe essere il portavoce di una verità meschina e minimale figlia di passioni politiche, musicali e cinematografiche.
Starai pensando che sono un bacchettone, Gabriele, un ragazzino che condanna per il mero gusto di dire qualcosa di diverso. Ma ti chiedo di non fare questo errore, lo chiedo a te perché ho letto il tuo libro e ho capito che viaggiamo - possiamo viaggiare - sulla stessa lunghezza d’onda. Perché il tuo libro è questo: ricerca, coscienza, responsabilità, eteronomia umana, rispetto e tolleranza. Qualcosa che inizia sul versante del limite e retrocede fino al nocciolo della questione.
Perché non sono un bacchettone, allora?
Perché voglio essere libero, perché il soggetto esiste nella misura in cui esiste la libertà, una libertà figlia della nostra autonomia, una libertà che è l’unico valore da dover raggiungere attraverso la scrittura: mica una scrittura pulita, buonista, morale. Una scrittura rabbiosa, politica, estrema, ma che sappia rispondere al nemico utilizzando la sua stessa lingua. Perché il nemico è alto, è colto, e ascolta solo chi è in grado di parlarci. Dunque basta, basta con qualcosa. Che cosa?
Basta con la letteratura degli anni ‘90: non ci interessa, siamo i figli di questo secolo, vogliamo parlare di Chiesa, di guerra, di aborto, di amore, del senso profondo dell’arte. Basta con gli stilemi rock, con la pseudorabbia sessantottina, col clandestino metropolitan-provinciale. Basta col consumismo e con l’immagine alla Bret Easton Ellis: non importa quali magliette indossiamo o come sono i nostri capelli o quanti piercing abbiamo, è un altro problema di superficie. Basta con Stephen King, basta col fare gli
epigoni di un’America che non conosciamo, basta dire “fottuto" se siamo nati a Canicattì e abbiamo fatto il liceo a Montalto Marche.
Coerenza, anzitutto verso noi stessi e le nostre origini. Basta con le confusioni stilistiche tra sregolatezza e decadentismo spicciolo, con il senso di grottesco che annacqua l’orrore vero, ancestrale, che, come l’olio, pretende di venire a galla.
Basta con la letteratura milanese. Basta con la letteratura gay. Basta con il noir quotidiano, con l’ossessione del corpo, con l’ossessione del sesso: non ci interessa, ogni interpretazione è inflazionata. Basta coi romanzetti carillon, con le ripetizioni che servono solo a riempire le pagine, con gli sfoghi diaristici, con le sciocchezze dell’editoria di regime, con la leggerezza calviniana, con le profezie storico-apocalittiche, con l’insipienza filosofico-
scientifica, con l’appoggio dei bacchettoni militanti che ripensano a Joyce quando mancano le virgole solamente per sentirsi ancora giovani. Basta con la famiglia, basta con la routine quotidiana, col minimalismo delle docce e degli psicofarmaci. Dov’è il precipizio assoluto del dolore assoluto? Dov’è, Gabriele, quel sentimento che ti devasta, quella pagina che ti cambia la vita?
Cosa vogliamo?
Noi vogliamo. Noi vogliamo quella identità di soggetto, a partire dall’altro, pur potendo (dovendo!) dire “io". Vogliamo dover rispondere a un comando etico e civile, un comando che non sorge nell’alveo dell’autonomia soggettiva ma che inventa una legge estranea e imperativa: cioè non più anarchia - nemmeno artistica, poetica - non più anarchia di superficie, semmai una sorta di indipendenza nella possibilità di manipolare le leggi morali e culturali della Storia, dunque anche nel distruggerle, senza ledere il prossimo. La legge è sempre esterna: se l’arte non ha leggi
perde la prerogativa della sua esclusività. Noi dunque vogliamo una letteratura che ci comandi. La nostra libertà sarà una risposta a questa antica legge umanistica della Regola Del Privilegio. Perché scrivere, diamine, è un privilegio. Noi dunque vogliamo scrivere bene, e senza essere patinati. Vogliamo leggere Ricoeur e Fromm e Dante, vogliamo scavare in quel pertugio dei sentimenti umani, essere filosofi che raccontano una storia.
Noi vogliamo parlare di urgenza di democrazia, di condanna al dominio e di pace, di attualità e di schiaffo al disimpegno e soprattutto a chi ha pensato che scrivere è raccontare al mondo i fatti propri. Parlare vuol dire essere in grado di parlare in pubblico di ciò che si è scritto: ai giovani, alle scuole, agli ecclesiastici. Basta con gli scrittori che non sanno spiccicare una parola. Noi vogliamo mediare tutto questo in una lingua nostra, densa. La terza generazione è densa. Densa di quella cosa che parte dalla terra, dalle falde o dai fiumi o dagli appennini, e con talento riconoscibile ai più raggiunge i meandri di un dolore cosciente e tradizionale.
Abbiamo vent’anni, Gabriele. Decidiamo noi.
Ti abbraccio,
Alcìde.

Posted by Davide Bregola at 13:29 | Comments (3)

02.07.06

La sindrome di Gastone

di Mauro Baldrati

gastone1.jpgQuando io e il vecchio Loris, il mio grande amico del 1970, partimmo in autostop verso Amsterdam, non potevamo immaginare ciò che sarebbe successo. Eravamo non solo amici, ma anche soci: soci nel condividere la scelta culturale di quel periodo, una scelta freak, underground-letteraria, una scelta di rifiuto radicale del Sistema. Io ero kerouchiano, lui ginsberghiano; io ero per una scrittura classica, una scrittura narrativa, lui un surrealista poetico; ci univa l’adorazione per Jimi Hendrix (io poi lo imitavo anche nell’aspetto, e il mio soprannome tra gli amici era proprio Jimi), l’amore per la libertà, per l’apertura delle coscienze.

Quando uscimmo dall’Italia, dopo una settimana (ma facemmo una sosta a Milano per visitare un centro autogestito fondato sul modello degli hipsters americani, i Diggers, o del BIT Information Service inglese) ed entrammo in Svizzera (a quei tempi l’autostop non era un problema, le auto si fermavano per caricare due sbarbatelli con enormi zaini), scattò qualcosa. Iniziammo a beccarci, a colpirci. Noi, i due grandi amici, i due fratelli, non la smettevamo più di scagliarci a vicenda frecciatine velenose. L’accusa più devastante era di essere “sculacciato", cioè di godere di una fortuna sfacciata. “Prova tu a autostoppare va là, sei così sculacciato che qualcuno si ferma di sicuro". E se l’auto si fermava l’accusatore godeva, perché era la conferma che l’altro era davvero un fottuto baciato dalla fortuna. Perché era un’accusa infamante: essere fortunato voleva dire godere dei benefici del Sistema, essere un privilegiato; era una negazione della nostra essenza di ribelli, di eroi epici che rifiutavano il mondo imputridito degli adulti, dei vecchi politicanti signori della guerra, dei padri, dei gendarmi, dei giudici. Insomma, era la negazione del nostro stato di eroi perdenti.

Ci logorammo i nervi per due settimane, fino all’arrivo ad Amsterdam, dove il trionfo psichedelico (che non si era ancora spento, quello forse fu l’ultimo anno in cui migliaia di giovani come noi provenienti da tutto il mondo si davano appuntamento nel Vondel Park) ci liberò finalmente da quell’intossicazione negativa. Dimenticammo l’ossessione dello sculacciato e andammo avanti con le nostre scoperte. E tornammo i due amici-fratelli di sempre.

Questa parola è riemersa con prepotenza dalla mia memoria guardando le partite della Nazionale di calcio. E’ arrivata in semifinale senza avere incontrato una sola delle squadre maggiori, che si sono eliminate tra loro. E la partita contro l'Australia l’ha vinta grazie a un rigore che non c’era, durante l’ultimo minuto di recupero. Ma come si fa a essere così sculacciati? D’altro canto si dice che Lippi, il coach, sia un famoso sculacciato, e quando durante l’ultima, trionfale conferenza stampa, qualcuno gliel’ha fatto notare, lui si è lanciato in una filippica in cui ha negato, tra battute sarcastiche, quest’infamia: lui non è affatto fortunato (“ah sì" ha detto, “abbiamo proprio un bel culo"), perché sono partiti male, con Totti reduce da un infortunio ecc. Quindi, trentasei anni dopo, ha confermato la nostra avversione verso questo imbarazzante status sociale-esistenziale. Guai ad ammettere di avere fortuna, è un insulto. Ma Lippi non sarà stato anche lui un fricchettino, non è che nel 1970 era nel Vondel Park con noi, coi capelli lunghi e lo sguardo meravigliato perso tra i sadhu coi capelli lunghi e la barba che sedevano a gambe incrociate a meditare tra le anitre dei laghetti?

Posted by Mauro Baldrati at 18:04 | Comments (2)