02.05.07
La coda lunga
di Chris Anderson
[E' stato pubblicato anche in Italia il libro di Chris Anderson (direttore di Wired) The Long Tail, La coda lunga. Il libro mi è sembrato utile e istruttivo. Nel novembre del 2005, grazie a una traduzione gentilmente fornita da Paolo Gravellini, avevo pubblicato in vibrisse la traduzione dell'articolo nel quale Anderson per la prima volta - se non m'inganno - metteva a fuoco il problema. Mi pare utile riproporlo. Da vedere anche il blog nel quale Anderson, come in un cantiere a cielo aperto, ha raccontato e racconta la sua ricerca: The Long Tail. gm]
Nel 1988 Joe Simpson, uno scalatore inglese, scrisse un libro intitolato Touching the void, uno straziante racconto di un’esperienza sulle Ande durante la quale aveva rischiato di morire. Ricevette delle buone recensioni ma riscosse solo un modesto successo, e fu presto dimenticato. Dieci anni dopo, Jon Krauker scrisse Into thin air, un’altro libro su una tragedia della montagna, che però diventò un best seller.
Impovvisamente, Touching the void ricominciò a vendere.
La casa editrice si affrettò a stampare una nuova edizione per soddisfare le richieste. I librai iniziarono a promuoverlo accanto a Into thin air e il successo aumentò. Ad oggi, Touching the void ha venduto il doppio di Into thin air.
A cosa fu dovuto tutto questo? In breve, alle raccomandazioni e alle recensioni dei lettori su Amazon.com. Il software della libreria on line memorizza i “profili" di acquisto dei clienti e li trasforma in suggerimenti: chi ha acquistato Into thin air ha acquistato anche Touching the void, suggerisce Amazon in questo caso. La gente seguì il suggerimento, scrisse recensioni appassionate. Aumento delle vendite, crescita di raccomandazioni generate dal software e il circolo virtuoso decollò.
Da notare che quando Into thin air arrivò sugli scaffali, Touching the void era già quasi fuori stampa. Anni fa, i lettori di Into thin air non avrebbero mai potuto sapere che esisteva Touching the void, e anche se lo avessero saputo, non avrebbero avuto la possibilità di reperirlo. Amazon ha cambiato tutto questo. Ha creato il fenomeno Touching the void, combinando uno scaffale virtuale con uno spazio infinito e informazioni sui trend di vendita e opinioni dei lettori disponibili in tempo reale. Il risultato: aumento della domanda per un libro misconosciuto.
Questa non è una caratteristica solo del mercato dei libri: è solo un esempio di un nuovo modello economico per i media e l’industria dell’intrattenimento, che sta solo iniziando a dispiegare le sue potenzialità. Una scelta illimitata sta rivelando cosa i clienti veramente vogliono, dai DVD a Yahoo Launch, da iTunes Music Store a Rhapsody. E più i clienti trovano titoli misconosciuti, più queste scoperte piacciono. Nella loro ricerca lontano dai soliti tracciati scoprono che i loro gusti non sono così standardizzati.
Molte delle nostre convinzioni circa il gusto popolare sono in effetti delle aberrazioni dovute al pessimo allineamento tra domanda e offerta. Il risultato di una distribuzione inefficiente. Il problema principale è che viviamo in un mondo fisico, e questo impone due grossi limiti al nostro consumo di intrattenimento.
Il primo è la necessità di trovare una audience locale. Una sala cinematografica media non programma una pellicola a meno che non sia ragionevole aspettarsi 1500 spettatori nell’arco di due settimane. Un negozio di CD deve vendere almeno due copie all’anno per ogni CD per rendere proficuo averlo in negozio: quello è il prezzo di un centimetro di scaffale.
Ma il rivenditore può contare solo su un bacino di clienti locale – forse un raggio di dieci miglia per un cinema, ancora meno per un negozio di dischi o per una libreria, e meno ancora per un noleggio video (dati americani, n.d.t.). Non è sufficiente per un grande documentario avere una audience potenziale di mezzo milione di persone a livello nazionale; quello che conta sono quanti potenziali clienti esistono a Rockville o Walnut Creek, California. Un esempio illuminante è il destino dei Bollywood movies negli USA. A fronte di un pubblico potenziale di 1,7 milioni di indiani, il film che ha avuto più successo è apparso solo in due sale negli USA. Nell’era della tirannia dello spazio fisico, una audience troppo diffusa sul territorio è come non avere audience.
Il secondo limite riguarda la fisica. Lo spettro radio permette di trasmettere solo un limitato numero di stazioni radio, così pure per la TV. Anche in questi casi è necessario concentrare geograficamente un pubblico numeroso, a cui offrire solo un limitato numero di contenuti.
L’intrattenimento del secolo passato ha offerto una facile soluzione per superare questi limiti. best sellers e hits, che riempiono i teatri, gli scaffali. Non c’è niente di male in tutto ciò: conformismo e passaparola aiutano.
Ma molti di noi voglio di più. I gusti di ognuno divergono dal mainstream da qualche punto in poi, e più esploriamo alternative, più siamo spinti a farlo.
L’Economia del best seller è la creatura di un’epoca in cui mancava lo spazio per offrire di tutto a tutti. Scaffali insufficienti, pochi schermi, pochi canali TV, troppo poche onde radio, poco tempo durante la giornata per godere di tutta l’offerta.
Questo è un mondo di scarsità. Ora, con la distribuzione e vendita online, stiamo entrando in un mondo di abbondanza. E la differenza è profonda.
Per capire meglio, incontriamo Robbie Vann-Adibè, Amministratore Delegato di Ecast, un juke-box digitale online che offre più di 150.000 brani, e scopriamo alcune statistiche incredibili. Ci chiede: - Secondo voi, quale percentuale dei primi 10.000 titoli in un generico rivenditore online (iTunes, Amazon, ecc.) vende almeno una copia al mese?
La risposta standard è 20%. Ad esempio, solo il 20% dei film prodotti dalle majors è un hit, ancora meno, circa il 10%, se si parla di CD. Ma la risposta giusta – dice Vann-Aibè – è il 99%. Praticamente esiste una domanda per tutti i 10.000 titoli, e lo sperimenta nel suo juke-box; ogni mese la gente spende soldi per scaricare brani che nessuno conosce, introvabili.
Comunemente si pensa che se qualcosa non è un hit non farà abbastanza soldi per coprire i costi. Solo gli hit meritano di esistere. Ma Vann-Adibè e gli altri boss a Amazon e simili hanno scoperto che si fanno soldi anche con tutti gli altri titoli.
Senza il dovere di pagare lo spazio sugli scaffali e, nel caso di servizi puramente digitali come iTunes, senza costi di produzione e pochissimi di distribuzione, una vendita di uno “sconosciuto" è semplicemente un’altra vendita in più, con lo stesso margine di guadagno di un hit. Improvvisamente, la popolarità non ha più il monopolio della profittabilità.
La seconda ragione delle risposte sbagliate alla domanda di Vann-Adibè deriva dalla poca sensibilità dell’industria rispetto a quello che la gente vuole. Solitamente pensiamo che ci sia poca domanda per prodotti che non sono disponibili da Wal-Mart (all’Esselunga, n.d.t.): se la gente li desiderasse, sarebbero in vendita. Equipariamo spesso un mercato di massa con qualità e domanda, quando in effetti si tratta solo di famigliarità con la marca, pubblicità e limiti di distribuzione.
Per avere un assaggio dei veri gusti del pubblico, non filtrato dall’Economia della Scarsità, prendiamo in esame Rhapsody, un servizio di streaming musicale su abbonamento, che ad oggi offre più di 735.000 brani. La curva della domanda per questi titoli assomiglia molto a quella di un normale negozio di dischi, con dei picchi di vendita per i titoli più popolari. Ma una cosa interessante avviene analizzando le vendite dei brani oltre i primi 40.000 (che è la dimensione tipica dell’inventario di un negozio “reale").
In questo territorio il mondo Wal-Mart non offre niente. Rhapsody invece funziona. Non solo oguno dei primi 100.000 brani di Rhapsody viene scaricato almeno una volta al mese, lo stesso accade se estendiamo il campione a 200.00, 300.000 o 400.000 titoli. Non appena Rhapsody aggiunge un brano alla sua lista, trova qualcuno che lo scarica, anche solo poche persone al mese.
Questa è la Coda Lunga della distribuzione delle vendite.
Si può trovare qualsiasi cosa nella Coda Lunga. Bootlegs, B-sides, remix, ci sono migliaia di generi (musicali o letterari) e sottogeneri e sotto-sottogeneri.
Quello che è sbalorditivo della Coda Lunga è la sua dimensione. In media, i titoli disponibili da Barnes&Noble (una catena di librerie americana, n.d.t.) sono 130.000. Su Amazon, più della metà delle vendite riguarda titoli che non sono nei primi 130.000. Questo ci può suggerire che il mercato per i libri che non sono disponibili nelle librerie tradizionali è ancora più grande di quello dei titoli disponibili. In altre parole, il mercato editoriale potrebbe essere grande il doppio di quello che è attualmente se solo riuscissimo a superare i limiti dell’Economia della Scarsità. The biggest money is in the small sales. Ancora, Rhapsody realizza di più delle vendite dei brani al di fuori dei primi 10.000 rispetto alle vendite dei primi 10.000.
Le imprese che hanno avuto più successo su Internet fanno tutte lo stesso lavoro: aggregano la Coda Lunga, in un modo o nell’altro. Google, per esempio, guadagna la maggior parte dei soldi da piccole inserzioni pubblicitarie, così come e-Bay. Superando i limiti di geografici e dimensionali, proprio come Amazon e Rhapsody, Google e e-Bay hanno scoperto nuovi mercati e allargato quelli esistenti.
Le società all’avanguardia in tutto ciò stanno aprendo la strada attraverso definendo le tre regole d’oro della nuova economia dell’intrattenimento.
Regola 1. Rendi disponibile tutto.
Se ami i documentari, Blockbusters non fa per te. Né qualunque altro negozio di vendita/noleggio video. Si producono troppi documentari e vendono troppo poco per giustificare l’esposizione di più di una decina di essi sugli scaffali dei negozi. Però per gli appassionati esiste Netflix (sito da cui puoi scaricare DVD a pagamento, n.d.t.), che offre più di mille documentari online. Questa disponibilità sta dando una spinta incredibile a questo mercato: i clienti sono negli USA decine di migliaia, un mercato che fino a poco tempo fa non esisteva. In sostanza Netflix ha creato un mercato redditizio aggregando potenziali clienti altrimenti troppo dispersi sul territorio. Ha spezzato la tirannia dello spazio fisico.
Naturalmente tutto questo è applicabile anche al mercato librario. Ormai la linea che divide un libro in stampa e fuori stampa si sta dissolvendo, e Amazon e altre librerie online offrono libri usati: in futuro non sarà più difficile trovare un libro usato fuori stampa rispetto ad un libro appena uscito. I bambini di oggi cresceranno senza sapere il senso delle parole “fuori stampa".
Regola 2. Non abbassare il prezzo, dimezzalo!
Grazie ad iTunes, oggi possiamo sapere qual è il prezzo standard di un brano musicale: 99 cents. Ma è il prezzo giusto? Provate a chiederlo alle grandi case discografiche, e vi risponderanno che è troppo basso. E’ vero, questo è il prezzo medio di una canzone se compri un intero CD. Ma i clienti di iTunes solitamente comprano solo un brano o due per ogni CD, e le case discografiche sostengono che il cliente deve pagare di più per compensarle del mancato acquisto dell’intero CD. Dovrebbero pagare di più per avere il privilegio di scegliere à là carte.
Chedete ai clienti, e vi diranno che 99 cents è troppo alto. Primo, è molto di più che zero, ovvero il prezzo dello scarico su Kazaa (un software peer-to-peer, n.d.t.). Ma pirateria a parte, se per una casa discografica costa molto meno vendere una brano online (senza costi di packaging, distribuzione, spazio sullo scaffale del negozio, fabbricazione), perchè anche il prezzo non si abbassa? (99 cents infatti è il prezzo medio di un brano dato il costo di un CD fisicamente acquistato).
Chiaramente le case discografiche difendono lo status quo, loro e dei negozi di dischi. Ma cosa succederebbe se non fosse così? Se giocassero attaccando?
L’elasticità della domanda in questo campo sembra essere straordinariamente alta. Rhapsody ha fatto un esperimento. Per un periodo ha offerto brani a 99 cents (costo standard), ma anche a 79 cents e 49 cents. Sebbene 49 cents sia la metà del prezzo standard, le vendite di quella fascia di titoli sono triplicate.
Regola 3. Aiuta il cliente a trovare quello che vuole.
Il successo degli Amazon e dei Netflix sta nel fatto che offrono tutta la curva di prodotti, non solo le code. L’immensa disponibilità di titoli inusuali e non popolari li rende differenti, ma i best sellers sono necessari per attirare i clienti in prima battuta. Si potranno poi indirizzare ed attirare gli “avventori" in territori nuovi.
Per esempio, nella home page di Rhapsody spesso appare Britney Spears. A fianco della lista dei suoi brani c’è un box chiamato “Artisti simili". Tra di loro ci sono i Pink. Se si clicca su questo link, e ci piace quello che ascoltiamo, si può fare lo stesso con gli “Artisti simili" dei Pink, dove possiamo trovare i No Doubt. E nella pagina dei No Doubt la lista comprende alcuni nomi di “Followers" a “Influencers", che include i Selecters, una band ska degli anni ‘80 da Covington, Inghilterra. Con soli tre clicks Rhapsody ha portato un fan di Britney Spears a conoscere un album che sarebbe quasi impossibile trovare in un negozio di dischi.
Amazon fa lo stesso attraverso le raccomandazioni dei lettori, un metodo di marketing incredibilmente efficiente soprattutto per opere e generi meno noti.
L’epoca della scarsità della distribuzione sta per finire, portando con sé la tirannia del best seller.
[Questo articolo di Chris Anderson è apparso in Wired n. 10 del 12 ottobre 2004 (testo originale). La traduzione che pubblico qui è stata gentilmente fornita da Paolo Gravellini. gm]
Posted by giuliomozzi at 15:11 | Comments (1)
24.03.07
Trasmissione sull'esordire e sull'editing a Rai Utile il 23/03/2007
Già che non mi capita spesso di essere chiamato da qualche parte per dir la mia, notifico qui che , ieri, Leonardo Colombati, Paolo di Paolo, l'agente letterario Fontana e io siamo stati a Rai Utile per un'ora di trasmissione sul tema dell'esordire e del rapporto dell'autore con l'editing. Nella trasmissione, guarda un po', sono stati letti spezzoni dal mio backstage su La mania per l'alfabeto. A proposito, ho trovato Leonardo Colombati in forma checché ne dicano i critici letterari. (Ma che frase ho appena scritto?! Ma... non è nemmeno insensata! Ma... Dove... Com'è possibile che non sia insensata? Che sta succedendo a certi giornali?!).
Posted by Marco Candida at 20:51
02.03.07
Circuito chiuso
di giuliomozzi
Prendo qualche campione dalla discussione in calce alla segnalazione di alcuni articoli sull'editing che ho pubblicata ieri qui in vibrisse:
- "Ci sono editing che livellano l'opera per darla in pasto a canoni di normalizzazione" (Giuseppe Iannozzi).
- "Da dove viene l'appiattimento dei titoli pubblicati se non dall'editing?" (Gianluca Minotti).
- "Questa uniformità richiesta dal mercato non c'è, ci sono molti mediocri scrittori che si uniformano o si lasciano uniformare" (Girolamo De Michele).
- "C'è un livellamento delle opere in sé nonché delle tematiche trattate, soprattutto da parte degli esordienti" (Giuseppe Iannozzi).
Ecco. Queste quattro affermazioni mi sembrano dei "luoghi comuni": cioè affermazioni che più o meno chiunque, credo, potrebbe condividere. Non mi metto qui a discutere se questi "luoghi comuni" corrispondano all'esperienza che ho io del lavoro editoriale, del mercato editoriale e della scrittura (ossia: non mi metto qui a discutere se mi sembrino veri o no).
Vorrei solo far notare che la discussione dalla quale ho estratti questi "luoghi comuni", presa nel suo complesso, mi sembra produrre un'immagine "circolare".
L'editore vuole libri che siano "una certa cosa". L'editor, che lavora per l'editore, lavora per trasformare i testi da pubblicare nella cosa più simile a quella "certa cosa". L'autore, specie se è in una posizione debole (l'autore non ancora pubblicato, ad esempio, o quello di mediocre talento) tenta a sua volta di proporre all'editore dei testi che siano già il più prossimi possibile a quella "certa cosa".
Sembra quindi, se si dà credito a questi "luoghi comuni", che l'influenza del lavoro editoriale (non solo dell'editing: perché l'editing, che ne è una fase) si estenda fin nella mente dell'autore. Colui che desidera essere pubblicato domanda e si domanda: "Che cosa devo scrivere per essere pubblicato?". E l'editore, in linea di massima, risponde: "Devi scrivere una 'certa cosa', scelta tra il campionario che ora ti mostro" (dico "scelta tra il campionario" perché presumo che ci siano diverse specie di "certe cose" che possano soddisfare le esigenze dell'editore).
Teniamo conto che la "certa cosa" può avere diverse nature. Può essere la "certa cosa" che assicura (che secondo l'editore assicura) una certa redditività (e sarà il caso dell'editore industriale, ad esempio), o può essere la "certa cosa" che soddisfa un "certo gusto" dell'editore (è il caso, si è suggerito nella citata discussione, di un editore come minimum fax).
[Un fatto personale. Io non saprei dire quale sia la "certa cosa" della quale vado in cerca quando, in Sironi, mi siedo al tavolo della sala riunioni e comincio a "passare" i dattiloscritti. Non voglio dire che io non cerchi una "certa cosa"; dico che non saprei dire quale è. Ho ben presenti le esigenze dell'editore (esigenze economiche, organizzative, culturali, sociali), ne conosco e comprendo le ragioni, e credo di non dover sottostare a tali esigenze. Ovvero: se un testo mi pare da pubblicare, lo propongo indipendentemente dal fatto che molto probabilmente l'editore non lo pubblicherà. In un paio di casi ho avuto dall'editore degli imprevisti "Sì"; per lo più ho avuto dei prevedibili "No". A volte testi che mi sembravano soddisfare in pieno le esigenze dell'editore sono stati da lui respinti. Ciò che Sironi pubblica è il risultato di una dialettica tra me e l'editore (dialettica nella quale entra il gruppo di redazione, l'ufficio stampa - rarissimamente il commerciale). Non so se è per questo che, diversamente da quanto si nota nella produzione di altri editori, i libri pubblicati da Sironi mi sembrano tante monadi. Io, peraltro, faccio il possibile, mentre leggo, per comportarmi come se non avessi nessun "gusto" specifico. Quando decisi di lanciare la proposta di vibrisselibri, ero spinto dalla disperazione: vedevo opere letterarie assai degne non trovare, per ragioni che mi venivano presentate come ragioni di tipo economico, la via della pubblicazione.]
Ora, che un editore voglia pubblicare e pubblichi quello che gli pare mi sembra, in una società di libero mercato, ineccepibile. Ma nel momento in cui il giovane che aspira a pubblicare mi domanda: "Che cosa devo scrivere per essere pubblicato?", ho l'impressione di non essere più in una società di libero mercato, ma in una società di padroni e di servi. Già mi pare assurdo il desiderio (o l'intenzione)di pubblicare slegato dal desiderio (dall'intenzione) di pubblicare una certa cosa. Il giovane che aspira a pubblicare vuole forse solo e soltanto essere pubblicato, reso pubblico, e a questo scopo rinuncia preliminarmente a esercitare un controllo su ciò che col suo nome in copertina sarà pubblicato? Il nome in copertina è forse l'unica cosa che importa? Il famoso "quarto d'ora di celebrità"?
L'editore sa quello che vuole: una "certa cosa". Il giovane che aspira a essere pubblicato vuole essere pubblicato, e si rende disponibile alla "certa cosa" che l'editore vuole. Credo di poter immaginare che che se l'editore dirà: "Voglio un'opera letteraria bella", il giovane che aspira a essere pubblicato se ne andrà scrollando le spalle: e cercherà un editore capace di dirgli qualcosa di più preciso.
Ora: il difetto di tutto questo discorso che vado facendo è che è generico. Secondo me la discussione in calce alla segnalazione di tre articoli sul cosiddetto editing aveva presa una piega interessante quando era stata posta una domanda precisa, che così riassumo: "E' vero o non è vero che le opere narrative italiane pubblicate da minimum fax si assomigliano tutte? E di preciso, su quale piano si somigliano (stilistico, contenutistico...). E questa somiglianza, posto che ci sia, deriva dall'esistenza di fatto (autonomamente dall'attività di minimum fax) di un certo gusto sia di lettura sia di scrittura; oppure dal lavoro di editing condotto sui testi pubblicati da minimum fax; oppure dal fatto che, avendo pubblicato minimum fax determinati testi, corrispondenti a un certo gusto, si sono presentati degli autori che autonomamente aderivano a quel gusto; oppure la capacità di minimum fax di "fare tendenza" ha stimolato diversi autori a produrre opere letterarie corrispondenti a quel certo gusto, in modo da aumentare le probabilità di essere pubblicati?".
Questa domanda, secondo me, è interessante. Potrebbe essere posta per altri editori. (Se qualcuno la ponesse per l'editore per il quale lavoro, e magari riuscisse anche a rispondere, ovviamente sarei molto incuriosito e interessato).
Posted by giuliomozzi at 10:13 | Comments (60)
18.02.07
La letteratura non esiste
Mario Maccherini intervista Carla Benedetti
[In Il primo amore è apparso un altro stralcio dal libro intervista di Mario Maccherini a Carla Benedetti, pubblicato dall'editore Coniglio. gm] [un altro stralcio pubblicato qualche giorno fa]
Mario Maccherini: Secondo Valéry una pagina di letteratura è una pagina di letteratura. Secondo te questa è una buona regola per valutare un testo? Insomma i critici dovrebbero capire a occhio nudo ciò che vale pena o no di considerare letteratura.
Carla Benedetti: Sì, però io non ne farei una questione di cosa è o non è letteratura, piuttosto di cosa è vivo e di cosa è morto nella scrittura e nel pensiero... Altrimenti sembra solo una piccola battaglia categoriale, quando invece sono in gioco cose più grosse, di vitale importanza, forse addirittura il futuro della specie umana sul pianeta. La letteratura è una classe astratta, e come tale non riesco ad associarvi nulla di esaltante. Posso esaltarmi per dei singoli libri, per singoli autori, per voci individuali che mi arrivano attraverso quella particolare forma, escogitata per trasmettere quella certa cosa, quella singolare esperienza e da esse inseparabile. La lettura del resto è fatta così. Si incontra un'individualità e con essa si dialoga. Non si incontra mai la Letteratura. [...]
Continua a leggere in Il primo amore.
Posted by giuliomozzi at 11:49 | Comments (11)
02.02.07
Invenzione e clonazione
(Esce in questi giorni presso Coniglio editore un libro-intervista a Carla Benedetti di Mario Maccherini. Se ne può leggere uno stralcio in Il primo amore). [un altro stralcio, pubblicato successivamente]
Mario Maccherini: Spiegami meglio. Cosa c'entra la clonazione?
Carla Benedetti: La clonazione non riguarda solo le cellule e gli organismi, ma anche le idee e le forme. La clonazione è la riproduzione senza fecondazione, cioè senza l'incontro con l'altro, e senza l'azzardo e il rischio di un nuovo inizio. Senza l'invenzione che è insita in ogni nascita. E anche nei fatti della cultura trovi oggi come una pretesa di cancellare l'alterità, decretando l'impossibilità di fecondazioni e di nuovi inizi. Ci sono oggi forze che agiscono in questa direzione, con effetti ovviamente repressivi nei confronti della vita e del pensiero. (continua...)
Posted by giuliomozzi at 10:53 | Comments (58)
29.01.07
Dodici anni fa
[Lo stato dell'editoria e della narrativa è tema caro a Vibrisse. Ho trovato per caso uno stralcio del “Giornale" del 2 giugno 1995 con questa intervista di Enzo Magrì a Giampaolo Rugarli, che s'inserisce bene in questo discorso e credo possa essere interessante. Tra l'altro, in Vibrisse, Bartolomeo di Monaco ha trattato L'infinito, forse - muovendo a Rugarli le stesse critiche che Rugarli muove agli autori italiani in questo articolo. ep]
[...] Il romanzo versa in uno stato di crisi perché è in crisi la spiritualità dell’uomo. Il romanzo attiene a un episodio della metafisica. Io azzardo del romanzo questa definizione: è metafisica in miniatura. Ora nel momento in cui va in crisi la metafisica con tutto ciò che comporta, cristianizzazione, crisi della religione e così via, tutte le prospettive fortemente spirituali hanno ceduto. Il romanzo presuppone che uno elabori un sistema metafisico, un qualcosa che è al di fuori di noi. Ma la defaillance del mondo della spiritualità s’è riflessa anche nel romanzo. La colpa della televisione è inferiore a quanto si pensi. È il sistema di vita che è cambiato. [...]
Perché il libro italiano non è mai un best seller all’estero, al contrario di quanto accade per i libri stranieri che raggiungono primati in Italia?
Le case editrici hanno responsabilità pesantissime. Negli ultimi vent’anni hanno proposto una quantità di robaccia sia per la saggistica sia per la narrativa. Il lettore non è stupido. Il lettore sa scegliere. Se alcuni vanno in libreria e comprano un libro di autori non italiani una ragione ci dev’essere.
Qual è questa ragione?
Che gli autori italiani molto spesso fanno chiacchiere. Chiacchiere belle e nobili dimenticando che un romanzo è prima di tutto una storia con personaggi che devono restare impressi, una vicenda che avvinca l’attenzione, che tenga il lettore con il cuore in gola.[...]
Ecco: gli italiani continuano a non leggere libri. La colpa di chi è? Di quelli che li scrivono, di quelli che li pubblicano oppure di quelli che non li leggono?
Quelli che non li leggono sono innocenti. Hanno ragione di non leggere. La colpa è di quelli che li scrivono e di quelli che li stampano. Se prendiamo saggi usciti dieci o cinque anni addietro che hanno avuto un successo travolgente e li ripassiamo col senno di adesso troviamo un’accozzaglia di banalità e di sciocchezze.
Facciamo un esempio.
Pier Paolo Pasolini, uomo probabilmente sopravvalutato, certamente di grande ingegno, viene tuttora ricordato con emozione per quel famoso saggio in cui lanciava un grido d’allarme per la scomparsa delle lucciole. Messa in guardia che è da considerare la fesseria del secolo. Grazie al cielo le lucciole non sono scomparse. Io vivo in campagna dove ci sono lucciole da tutte le arti, se Dio vuole.[...] Noi non abbiamo grandi scrittori che possano avere la stazza di Bulgakov, ma ne abbiamo avuti di dignitosi: Sciascia, Calvino, Gadda. Il bilancio diventa inquietante adesso, momento in cui non si vedono che mezze figure. Probabilmente con me in testa. Questo è un problema centrale con il quale dobbiamo fare i conti in previsione del prossimo millennio. La colpa è da attribuire al costume di volare basso. Questo fenomeno lo si capisce osservando il mondo delle lettere e del romanzo. Ancor meglio guardando il mondo del cinema. Si vola basso. C’è la paura di volare alto. Le faccio una confidenza. Da giovane...
Qualche decennio addietro...
Appunto, inviai un tentativo di romanzo a una importante casa editrice. Mi venne respinto con una serie di motivazioni valide. Ma si diceva anche: lei vuole volare alto. Il libro si surdetermina. Ecco sono anni che il libro vola a bassa quota. C’è quasi la paura di affrontare i grandi temi.Se uno propone: voglio fare un romanzo parlando di Dio. La risposta è: ma lascia stare, per piacere. Scrivi una storia dove c’entra l’aborto, parla di una ragazza che è stata violentata e che si trova dinanzi al dilemma: abortisco o no? Fai una cosa di questo genere. Ecco forse è giunto il momento di salire di quota.
Rugarli,l’esordio del comunismo in Russia ebbe un grande aedo in John Reed. Perché la sua fine ha voluto solo buoni cronisti?
Perché la fine del comunismo è qualcosa di terribilmente imbarazzante. Il comunismo è stato una sorta di souflé che tirato fuori dal forno sul più bello s’è sgonfiato, ha fatto splaff. Questo imbarazzo del fallimento s’è avvertito soprattutto in Italia, in particolare nel mondo editoriale che c’era dentro fino al collo e che almeno per l’ottanta per cento era legato al marxismo. Quello che mi dà fastidio è la rapidità e la prontezza con le quali cultura e società editoriali, legati a filo doppio con quell’ideologia, si sono dissociate da essa.
Non ci sono grandi stroncature dela critica. C’è oggi una sorta di consociativismo tra critici, autori, editori all’insegna "cche sa da fa ppé magnà."
Perché non vi è critico che non abbia un manoscritto nel cassetto. Fare lo stroncatore di professione può anche essere controproducente. Parlare di stroncature fini a se stesse poi non ha senso. Sarebbe bellissimo solo se si facesse un discorso onesto.(...) Purtroppo, il nostro Paese ha un’antica tradizione di servaggio e di cortigianeria. Lo scrittore, il letterato, tendono a non uscire allo scoperto. [...]
Posted by Emanuele Pettener at 17:15 | Comments (2)
23.01.07
Le premesse non sono note (articolo troppo sbrigativo)
di giuliomozzi
[in dialogo con l'articolo di Gabriele Pedullà Le premesse sono note apparso in Alias e in Nazione indiana]
Non sono d'accordo con la frase ("Le premesse sono note") che apre l'articolo di Gabriele Pedullà pubblicato sabato scorso in Alias, supplemento del quotidiano il manifesto, e subito ripreso in Nazione indiana (nonché linkato da me qui sotto). Non sono d'accordo perché, secondo me, le premesse non sono per niente note. Le informazioni che Pedullà fornisce nell'articolo (e che costituiscono, appunto, le "premesse") sono, per quel che ne so, corrette; e sono informazioni, in effetti, ampiamente note, che Pedullà riassume egregiamente. Sostenendo che "le premesse non sono note" non intendo dire che Pedullà abbia fatta cattiva informazione, né intendo dire che le sue "premesse" non sono vere. E non voglio neanche fare un esercizio di benaltrismo.
Fattostà che, secondo me, credere che "le premesse siano note" è altamente ingannevole. Provo a dire perché.
Negli ultimi due anni sono stati fatti (anche da me, e per vostro sollazzo ne elenco alcuni nelle note) molti discorsi su quello che Pedullà chiama il "sistema delle lettere" (e che si potrebbe chiamare "spazio letterario", "campo letterario" eccetera, a seconda della disciplina o della scuola di pensiero: ma che si tratti sempre e comunque di un discorso sul "complesso", mi pare chiaro). Pressoché tutti questi discorsi, secondo me, sono difettati. O sono discorsi parziali, nel senso che prendono in considerazione solo un pezzo del "sistema delle lettere", considerandolo però come un "pezzo autonomo" (e quindi non parlando delle "lettere" come di un "sistema", in realtà). Oppure sono tentativi di fare un discorso generale sul "sistema delle lettere", ma tendono a realizzarsi come discorsi generici, o scarsamente informati (magari informatissimi su alcune questioni, e disinformati su altre), o sbrigativamente ideologici.
Ad esempio. Io lavoro nell'editoria di ricerca e potrei intrattenervi per ore e ore sui problemi di distribuzione e di promozione che sono la croce dell'editoria di ricerca [1]. Sono anche (o almeno sono stato) un cosiddetto scrittore, che in quanto tale legge ciò che viene scritto dai critici, e potrei intrattenervi per altre ore e ore sui discorsi attorno all'esistenza o inesistenza della narrativa italiana (o sull'esistenza o inesistenza di una crisi della narrativa italiana) [2]. Potrei addirttura inoltrarmi nella discussione su che cosa devono (o dovrebbero) fare gli scrittori e su che cosa devono (o dovrebbero) fare i critici [3]. Ma tutti questi discorsi, il più delle volte, per quanto possa stimare (eticamente, scientificamente ecc.) chi li fa, mi appaiono come discorsi parziali, o peggio: come discorsi la cui parzialità non genera che sconfitta [4].
Altro esempio. La famosa discussione sul testo di Antonio Moresco La Restaurazione, pubblicato in Nazione indiana, fu una discussione su pressoché tutto - fuorché sul "sistema delle lettere". Eppure, come mi pare sia evidente, l'oggetto del discorso doveva essere nient'altro che quello. (Si potrebbe dire che la discussione fu un bell'esempio di "sistema delle lettere in azione"; ma questo è un altro discorso). Il problema era che l'intervento di Moresco [5], il cui scopo doveva essere, in teoria, quello di avviare una discussione pubblica, in realtà la chiudeva: perché proponeva una interpretazione generale (condensata nella parola "restaurazione", appunto) senza alcuna argomentazione (con molta e splendida retorica, con grande mozione degli affetti: ma questo, almeno a me, non basta) e con furibondo manicheismo (tant'è che poi Nazione indiana si spaccò). Da quella discussione, dalle ulteriori discussioni che seguirono, eccetera, non mi risulta che siano venute fuori descrizioni del "sistema delle lettere" utili allo scopo di [a] conoscere il sistema, [b] intervenirvi.
Non è vero che "le premesse sono note". In un'intervista concessa a Marco D'Eramo (la leggevo qualche giorno fa, non ce l'ho qui sottomano), Pierre Bourdieu [7] se ne uscì con una frase che suona più o meno: "Il problema del discorso sugli intellettuali è che è monopolio degli intellettuali". La battuta è buona, e formulerei la mia domanda in questo modo: "Di chi è monopolio oggi il discorso sul sistema delle lettere?". Un'altra formulazione potrebbe essere: "A chi è stato sottratto il discorso sul sistema delle lettere?".
Proviamo a vedere che cosa significa un'espressione "sistema delle lettere". Chi c'è dentro questo sistema? Ci sono gli scrittori e i lettori (va bene), ci sono gli editori e i critici letterari e i giornalisti di cultura (va bene), ci sono le aziende di distribuzione e di vendita al dettaglio e di vendita per corrispondenza (va bene), ci sono i rotocalchi e le televisioni e le radio e le pubblicazioni in rete (va bene), ci sono le aziende tipografiche e le agenzie di pubblicità e gli organizzatori di eventi e le amministrazioni centrali e locali (va bene), ci sono le università e le varie istituzioni culturali locali nazionali sovranazionali (va bene), e chi altro c'è? Aspetto aggiunte alla lista.
Ora, quali sono i soggetti che, quando parlano, riescono a dare l'illusione di parlare "a nome di", o "riguardo a" tutto il "sistema delle lettere"? La risposta è, secondo me: gli editori industriali. Il critico può parlare (Gabriele Pedullà ha appena parlato), ma il suo punto di vista è "il punto di vista del critico", naturalmente, e bastano poche mosse retoriche per inchiodare il critico alla sua incompetenza a parlare del "sistema" (caro critico, ma tu lo sai quanto costa la carta? lo sai come funziona il mass-market? ecc.). Lo scrittore può parlare, ma è peggio che andar di notte: ben che vada lo scrittore è un idealista, un narcisista, un esibizionista, se è italiano ovviamente "guarda solo il suo ombelico", e nessuno meno di lui è titolato a parlare del "sistema delle lettere" in generale. Il giornalista di cultura, be', lui sì ha una visione un pochettino più generale, glielo si può concedere: ma un giornalista è un giornalista, tutto ciò che dice è superficiale, improvvisato, parla oggi di "sistema delle lettere" e domani di quanto sia bello farsi l'hit parade personale nell'iPod. Gli accademici sono accademici e polverosi, lontani dalla vita reale; gli organizzatori di eventi sono interessati solo a riempire le sale e a buscare i finanziamenti degli enti pubblici; e via, via, via: ogni soggetto che pensi di prendere la parola, oggi, sul "sistema delle lettere", è facilmente respinto nell'insignificanza. Tranne l'editore industriale.
Il punto è che se l'editore industriale ha il monopolio dei discorsi sul "sistema delle lettere" (non nel senso che solo lui li fa, ma nel senso che quelli fatti da tutti gli altri sono irrilevanti o vengono facilmente cacciati nell'irrilevanza), questo avviene perché è vero che solo l'editore industriale ha una visione panoramica del "sistema delle lettere", e quindi solo l'editore industriale conosce e agisce in base alle sue conoscenze in maniera strategica.
Io non mi arrischierei a dire che "le premesse sono note". Abbiamo informazioni, certo. Non siamo nati ieri. Riusciamo a intravedere (che lo chiamiamo o no "Restaurazione") il processo in atto. Ma secondo me gli "intellettuali" del "sistema delle lettere" (cioè gli "scrittori" e i "critici") non possono continuare a fare discorsi sul "sistema delle lettere" nell'illusione di averne il monopolio (dei discorsi) o almeno di dominarli. Io sono qui da anni che mi rigiro nel magico mondo del "sistema delle lettere", e alla fin fine ho un enorme bisogno di sapere che cosa è questo "sistema", come funziona, come vi agiscono gli attori che ci stanno dentro, eccetera. (Tra parentesi: ho fin qui usata l'espressione che ha usata Gabriele Pedullà: io preferirei parlare di "campo letterario" [8]).
Faccio un esempio apparentemente sciocco (dico che è apparentemente sciocco perché più volte mi sono sentito dire che è un esempio sciocco; ma secondo me non lo è). Ci sono ragazzi che mi domandano, ingenuamente: "Come si diventa scrittori?". Ecco: se solo prendessimo questa domanda come una seria domanda di sociologia della cultura, già cominceremmo a conoscere meglio il campo letterario...
[tornerò sull'argomento]
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[1] L'ho fatto ad esempio in tre articoli sulla questione della distribuzione (Come funziona la distribuzione, Il diritto di resa, Come è fatto il prezzo di un libro) e in un appunto su Quando un libro si venderà? (tutti articoli ai quali sono seguite interessantissime discussioni).
[2] Anche questo l'ho fatto. Se volete dilettarvi con la questione, potete partire dall'articolo La letteratura non esiste; non esiste quindi la narrativa italiana; non esistendo, la narrativa italiana non può essere in crisi; dunque, la narrativa ialiana non è in crisi e da lì risalire a tutti i passaggi della discussione.
[3] E pure questo l'ho fatto: vedi l'articolo Che cosa chiedo alla critica letteraria e, magari, anche l'interessante risposta di Giacomo Sartori: Che cosa chiedo ai critici dei critici.
[4] Credo che quanto ho raccolto, giusto un anno fa, nel libro Best Off 2006 (pubblicato da minimum fax), esemplifichi bene una situazione di stallo del discorso.
[5] Che ovviamente non parlava solo per sé, ma era ragionevolmente convinto di parlare a nome del gruppo.
[6] Presi allora posizione con un articolo (sempre in Nazione indiana) intitolato Preterizione.
[7] Sociologo francese. Il suo libro importante, per il discorso che qui si fa, è La distinzione (pubblicato in italia da il Mulino). L'intervista di cui parlo è nel libro Campo del potere e campo intellettuale (manifestolibri).
[8] Pierre Bourdieu, Le regole dell'arte. Genesi e struttura del campo letterario, Il Saggiatore.
Posted by giuliomozzi at 11:38 | Comments (48)
"Le premesse sono note"
di Gabriele Pedullà
[Questo articolo di Gabriele Pedullà è apparso in Alias, supplemento settimanale del quotidiano il manifesto, sabato 20 gennaio 2007. Io lo riprendo da Nazione indiana, dove lo si può leggere integralmente e discutere. gm] [un mio articolo in dialogo con questo articolo]
Le premesse sono note. Lo strapotere della distribuzione nel determinare l’offerta culturale; il riorientarsi delle librerie Feltrinelli verso il mass market, con un taglio del 30% dei titoli prima normalmente disponibili così da ridurre i costi di gestione (meglio vendere dieci copie del solito, ecumenico Ammanniti che quindici di altrettanti autori diversi); la sempre più rapida senescenza dei nuovi libri che ormai hanno una vita sugli scaffali di meno di tre mesi; insomma la crisi, forse irreversibile, della “bibliodiversità"… E ancora (questa volta dal punto di vista delle case editrici): l’imperativo di guadagnare su ogni singolo libro, rinunciando a compensare le perdite o anche solo i modesti profitti dei titoli più difficili con i titoli di maggior successo commerciale; le costrizioni dei bilanci preventivi, che obbligano i management delle imprese a replicare risultati eccezionalmente buoni, trasformando l’eccezione in norma, con conseguente riduzione dei margini di manovra e degli spazi per i volumi meno accessibili al grande pubblico…
Leggi e discuti in Nazione indiana l'articolo di Gabriele Pedullà.
Posted by giuliomozzi at 10:35
22.01.07
"Scrittore offresi, editore cercasi. Ma non si trovano"
di Silvio Bernelli
[Questo articolo di Silvio Bernelli è apparso nel quotidiano L'Unità il 20 gennaio 2007 ed è una cronaca della prima giornata di Esor-dire. gm] [un altro articolo relativo alla stessa manifestazione]
Il Circolo dei Lettori di Torino ha aperto i battenti nell’ottobre scorso. Obiettivo: diventare un irrinunciabile punto d’incontro tra scrittori e appassionati di letteratura. L’inizio in effetti fu memorabile, ma non per le ragioni che i patrocinatori del neonato circolo – Regione Piemonte in primis - speravano. L’evento d’inaugurazione fu affidato a una micidiale serie di letture ad alta voce di passi scelti di libri fatta da vari VIP torinesi, la cui monotonia avrebbe ucciso la pazienza di un bufalo. Il momento più esilarante della giornata fu lo show di un signore gentile e azzimato che declamò al microfono una poesia dal tono ottocentesco, scritta di suo pugno. Per di più, alzatosi di scatto verso il microfono che forse aveva bramato da una vita, era rimasto con i pantaloni pizzicati nei calzini color panna. Gli orli penzolavano a mezzo stinco nella tipica situazione acqua-in-casa.
Confesso che anche oggi, appena varcata la soglia del sontuoso Palazzo Graneri della Roccia, il fantasma del lettore che recita la sua volenterosa opera con caviglie e mocassini in bella vista – involontaria icona del frequentatore medio del Circolo dei Lettori – sembra occhieggiare dietro ogni angolo. Basta però l’immagine che mi ritrovo davanti per fare tabula rasa di ogni ricordo.
Al grande tavolo del salone centrale siedono schierati i rappresentanti di molti editori italiani, quasi una replica dell’Ultima cena di Leonardo. Sono qui per fare il punto sulla situazione degli esordienti in letteratura. Si intitola infatti Esor-dire il convegno organizzato dalla Scuola Holden di Torino e dal Circolo dei Lettori il 18 e 19 gennaio, in concomitanza con le manifestazioni culturali legate alle Universiadi, di scena nel capoluogo piemontese proprio in questi giorni.
Foltissimo il pubblico. Quasi un centinaio di persone, per la stragrande maggioranza giovani. La smania di pubblicare ciascuno il proprio manoscritto s’indovina dalla concentrazione assoluta con cui ascoltano chi, per mestiere, i loro lavori dovrebbe pubblicare. Dico dovrebbe perché, dato per scontato il talento, fin dalle prime battute della discussione salta fuori il problema della linea editoriale, sintetizzato da Marco Vicentini di Meridiano Zero. “Un esordiente deve rendersi conto che se vuole presentare il suo manoscritto a un editore, questo manoscritto deve essere congeniale al tipo di libri che quell’editore pubblica. Non pubblicherei il nuovo Ulisse di James Joyce, sempre che ce ne fosse uno, perché sarebbe fuori dalla nostra linea editoriale."
Inutile sottoporre un horror a una casa editrice che pubblica solo storie d’amore, insomma, ma in realtà il concetto di linea editoriale è ormai sinonimo di strategia di marketing. Lo spiega bene lo scrittore Giulio Mozzi, presente all’incontro nella duplice veste di consulente editoriale Sironi e di editore digitale in proprio con la neonata Vibrisselibri: “Le case editrici cercano spesso qualcosa che sia nei loro canoni, testi che abbiano delle caratteristiche di “prodotto" simili a quelle dei libri che già vendono. Gli esordienti sembrano ben consci di ciò. E così, ogni successo editoriale si tira dietro uno stuolo di imitatori. Ho ricevuto almeno sette libri firmati Alessia B. o Brigitta D., un paio persino scritti da uomini, che volevano imitare Melissa P. dei Cento colpi di spazzola...". Ancora più esplicito dello scrittore padovano è Michele Rossi di Rizzoli. “Non dobbiamo scandalizzarci che il libro venga trattato come un prodotto, soprattutto dalle case editrice “generaliste" come la nostra. Il fatturato è fondamentale. Detto questo, noi in Rizzoli abbiamo una persona che di mestiere legge esclusivamente i testi che ci vengono sottoposti dagli esordienti. Quest’anno ne abbiamo vagliati 428, anche se non ne abbiamo pubblicato neanche uno. Non abbiamo trovato l’autore, la voce, che stavamo cercando."
Anche un grande editore come Rizzoli, che per forza di cose è obbligato a tenere d’occhio cifre e conti, riconosce dunque l’importanza dell’esistenza dell’esordiente come attore principale del lavoro editoriale. Lo afferma a chiare lettere anche Giulio Milani di Transeuropa: “I giovani scrittori sono la forza rigeneratrice di una casa editrice, dovrebbero essere rispettati per questo. Di più, l’editore dovrebbe tenere in conto il contributo che l’esordiente dà alla linea editoriale." Sulla stessa linea Rosaria Carpinelli di Fandango Libri, che riporta la discussione sull’obiettivo ultimo dell’editore: “È fondamentale per un editore trovare il nuovo autore con una nuova storia, e non importa se questo nasce in tv o sul web, come è successo con Pulsatilla e la sua Ballata delle prugne secche."
Il web è secondo molti dei partecipanti al convegno qualcosa di più di una palestra dove uno scrittore in erba può esercitarsi. Chi scrive un blog infatti è già diventato un autore con un pubblico, per quanto piccolo. Pare insomma che per esordire ora non sia necessario pubblicare il primo libro in carta e ossa. Ne è un buon esempio il vendutissimo e apprezzato Saviano di Gomorra, già autore, già firma sulle pagine dell’Espresso prima che per i tipi di Mondadori [questa è una svista di Bernelli: Saviano ha cominciato a scrivere per l'Espresso solo dopo la pubblicazione di Gomorra. gm].
Per quanto riguarda il tipo di scrittura, le case editrici chiedono agli esordienti una lingua fresca e soprattutto, idee. Alessandra Sabatini, Coniglio Editore: “Cerchiamo una scrittura che si avvicina alla realtà, meglio ancora se attraverso un soggetto geniale." Sembra questa maggior apertura al nuovo che verrà la posizione degli editori più piccoli, impossibilitati a gareggiare con le grandi case editrici per acquistare costosi best seller stranieri e quindi costretti giocoforza a costruirsi una squadra di autori da zero. Lo conferma Gianluca Barbera, titolare dell’omonima e giovanissima casa editrice, che riporta il dibattito al punto di partenza. “Se c’è il talento, automaticamente anche la linea editoriale diventa meno rigida. Il nuovo Joyce, se ci fosse, lo pubblicherei. E se non avessi la collana dove metterlo, gliene ne creerei una apposta."
Conclusa la discussione, mi allontano attraversando i saloni del Circolo dei Lettori. Consegnato ormai alla storia il fantasma del poeta con i pantaloni pizzicati nei calzini, ne sbuca fuori un altro. Giovane, volenteroso e con un manoscritto sottobraccio. Sarà il nuovo Joyce?
Posted by giuliomozzi at 10:31 | Comments (17)
15.01.07
L'élite
qualche riga di Guido Mazzoni scelta da giuliomozzi
[...] Fin quando i gruppi ristretti che decidono del patrimonio culturale mantengono la propria posizione egemone, un'arte può conservare il suo prestigio anche se esprime la visione del mondo di una minoranza esigua, come dimostra il fatto che, negli ultimi centocinquant'anni, gli artisti maledetti e antiborghesi, o semplicemente incomprensibili ai più, sono regolarmente entrati a far parte dei musei statali, o dei programmi scolastici destinati ai figli di coloro che quegli stessi artisti avevano insultato o disprezzato. Del resto, l'élite che finora ha fissato i canoni ufficiali dei paesi democratici non ha quasi mai ricevuto un'esplicita investitura democratica. [...]
Da: Guido Mazzoni, Sulla poesia moderna, il Mulino 2005, p. 227.
Posted by giuliomozzi at 14:56 | Comments (14)
14.12.06
Tortona: sono aperte le iscrizioni alla ragioneria, una scuola da preservare

Se a qualcuno può interessare, ragioneria a Tortona sta conoscendo una piccola fase di decremento degli iscritti.
Posted by Marco Candida at 12:47 | Comments (0)
26.11.06
E ora, che ne sarà di vibrisse?
di giuliomozzi
Penso che sia utile una discussione tra i collaboratori e i lettori di vibrisse. Che cosa vogliamo che sia, questa "cosa" che abbiamo? Va bene così com'è? La vogliamo diversa? Che cosa vogliamo? Che cosa desideriamo? Siamo contenti? Non lo siamo? Si tratta di fare dei cambiamenti? Si tratta di interrompere e rifondare? Quali sono le domande giuste? E' il momento di farsi delle domande? Quali sono le condizioni migliori per farsi delle domande?
Posted by giuliomozzi at 12:34 | Comments (73)
Perché sono uscito da Nazione indiana
di giuliomozzi
Come si può leggere in questo articolo pubblicato in Nazione indiana il 20 novembre scorso, ho deciso di uscire dal gruppo di Nazione indiana. Avevo comunicata la cosa al gruppo il 14 novembre precedente, attraverso la lista di discussione interna, senza fornire alcuna motivazione della mia decisione e resistendo alla richiesta di fornirne. Mi rendo conto che questo comportamento può essere risultato sgradevole. La mia opinione è che quando si prendono decisioni di questo tipo (stare dentro / stare fuori) bisogna fare in modo che siano indiscutibili e irrevocabili. Poi, dopo che le decisioni sono diventate realtà, possono essere discusse (e magari revocate).
Nei giorni successivi ho scritto privatamente ad alcune persone di NI spiegando in questo modo la mia dimissione:
A un certo punto ho cominciato a percepire NI come un'attività senza progetto. Non intendo dire che sia così. Intendo dire che a un certo punto ho cominciato a percepire la cosa in questo modo. Posso sbagliarmi.
A un certo punto ho cominciato a percepire NI come nient'altro che una pubblicazione. Non intendo dire che sia così. Intendo dire che a un certo punto ho cominciato a percepire la cosa in questo modo. Posso sbagliarmi.
A un certo punto mi sono reso conto che continuavo a percepire NI come un oggetto privo di relazioni con gli altri oggetti similari di cui è pieno il mondo. Non intendo dire che sia così. Intendo dire che a un certo punto mi sono reso conto che continuavo a percepire la cosa in questo modo. Posso sbagliarmi.
Spiegavo poi che il "certo punto" poteva essere identificato all'incirca con una lunghissima discussione, svoltasi qualche mese fa nella lista di discussione interna di NI, attorno al modo di gestire i commenti. Agli amici di Ni non ho spiegata nel dettaglio la cosa. Qui ci provo. Non è che per me sia un problema se in una pubblicazione in rete si discute se moderare o non moderare i commenti, se imporre procedure d'accesso, eccetera. Il fatto è che discutere della gestione dei commenti significa anche discutere, sia pure attraverso un caso particolare, della relazione con i lettori.
Ora: l'insieme dei lettori di una pubblicazione in rete non coincide con l'insieme dei commentatori. I commentatori sono generalmente un piccolo gruppo. Questo piccolo gruppo non può in nessun modo essere considerato rappresentativo dell'insieme dei lettori. Tra i commentatori si trovano persone d'ogni specie: dagli interlocutori più istruttivi agli spaccacazzi più micidiali. Dagli scambi di corrispondenza che ho con lettori di vibrisse che non commentano pubblicamente (la mia maggiore esperienza è questa; quindi da qui attingo) ma preferiscono discutere in forma privata, mi sono fatto l'idea che la grande maggioranza dei lettori delle pubblicazioni in rete appartenga alla specie dei potenziali "interlocutori più istruttivi": mentre gli spaccacazzi sono pochissimi. Naturalmente, poiché l'insieme dei lettori di vibrisse non coincide nemmeno con l'insieme di coloro che avviano una discussione in forma privata, questa idea che mi son fatto è una semplice ipotesi. Poiché non saprei come verificarla o falsificarla (qualcuno ha proposte?), me la tengo.
Questo per dire che discutere della gestione dei commenti, come si è fatto lungamente nella lista di discussione interna di NI, è cosa possibile solo nel quadro di un'idea, di un progetto di relazione con i lettori: con tutti i lettori. Invece in NI si discuteva, sostanzialmente, di come difendersi (e, senz'altro, di come difendere i lettori di buon senso) dagli spaccacazzi. E, confesso, se ne discuteva a volte con una punta di isteria. Come se questi benedetti spaccacazzi fossero così importanti. Come se le persone che dall'anonimato lanciano insulti e sberleffi fossero da prendere in considerazione. Come se questi interventi così noiosi e ripetitivi (perché gli spaccacazzi dicono sempre le stesse cose: siete una combriccola, ve la fate e ve la contate, vi circondate di leccaculi, vi tenete il bordone a vicenda, e cosè via) fossero davvero da prendere in considerazione. Per carità, ci si può giocare ogni tanto. Li si può mandare a quel paese, se càpita. Ma perché dedicarci più di cinque minuti al mese?
(Mi sono permesso qui di riferire qui il mio vissuto di una discussione interna. Ho due ragioni: la prima, che senza riferire di questo non saprei come fare a spiegarmi; la seconda, che la faccenda dei commenti è apparsa più volte anche pubblicamente in Ni: vedi il caso più recente. Sia chiaro che qui riferisco il mio vissuto di una discussione interna. Posso anche non averci capito nulla, e sbagliarmi di brutto).
Allora: quando all'interno di un gruppo diventa così importante l'autodifesa, e per di più l'autodifesa da persone dalle quali non c'è nessun bisogno di difendersi, vuol dire che qualcosa non va. Vuol dire, in genere, che la sussistenza del gruppo in quanto tale sta diventando importante, molto importante. Un gruppo non esiste per sussistere in quanto tale, ma per fare delle cose.
Questo, ripeto e ribadisco, è il mio vissuto della cosa.
La distanza di tempo tra il "certo punto" nel quale cominciai a pensare che sarei potuto uscire da NI e il momento effettivo della dimissione è dovuta unicamente alla prudenza. Un giorno decisi tra me e me che, visto che mi sembrava sensato dimettermi, non l'avrei fatto prima del centesimo giorno successivo. Mi davo cento giorni per pensarci su. E il centunesimo giorno successivo, poiché mi sentivo ancora dello stesso avviso, ho inviata alla lista di discussione interna di NI un'email intitolata "Un indiano di meno", nella quale dicevo semplicemente: "Vi saluto". Alle richieste di spiegazione, agli inviti a restare ho risposto chiedendo di essere escluso dalla lista.
Mi si può certamente dire: "Se NI ti pareva un'attività senza progetto, esistente nient'altro che come una pubblicazione, priva di relazioni con gli oggetti similari, perché non ti sei sbattuto lì dentro per costruire o ricostruire un progetto, per fare qualcosa d'altro che uno stimatissimo blog, per instaurare relazioni con altri soggetti?". Rispondo: perché avevo la sensazione che non ci fosse spazio, non ci fosse luogo per una ridiscussione di tutto questo. Posso sbagliarmi, e la mia difficoltà a spiegare e illustrare questa sensazione non depone a mio favore. Quella terribile discussione sulla faccenda dei commenti (nella quale sono intervenuto più volte per scrivendo: "Possiamo smettere di parlarne?") mi ha data la sensazione di un accantonamento definitivo della progettualità. La connessione tra le due cose potrà apparire bizzarra, e anche questo non depone a mio favore.
Credo che tutte le imprese abbiano il loro ciclo, e che passare da un ciclo a un altro non sia semplice. Anche un'impresa come vibrisse, per dire, ha avuti i suoi cicli, legati non solo al cambiamento di mezzo (prima bollettino inviato via email, poi blog) ma anche, e soprattutto, a dinamiche interne che, lo confesso, mi risultano spesso misteriose. In questo preciso momento, per dire, ho la sensazione che vibrisse sia del tutto inutile (mentre, sempre per dire, nella primavera-estate del 2005 mi sembrava utilissimo) e che un cambio di ciclo sia imminente, o forse già in atto. L'avvio di vibrisselibri non è strettamente correlato con questa sensazione.
La mia sensazione (continuo a usare questa parola: ma non ho niente di più che sensazioni) è che forse oggi per NI è giunto il momento di interrompere la pubblicazione in rete. Non perché la pubblicazione in rete sottragga energie che potrebbero essere meglio impiegate altrove (questo è un mero problema organizzativo, personale e del gruppo). Ma per creare un vuoto, e in quel vuoto ricominciare a progettare. Un'interruzione positiva, fiduciosa e speranzosa, nel corso della quale accogliere anche il contributo di proposta dei lettori, dei promotori e curatori di altre iniziative (non solo di altri lit-blog, eh!), eccetera. Un lavoro di progettazione che definisca pochi, dichiarati, raggiungibili obiettivi.
Mi si può dire: "Non è elegante, che tu aspetti di essere fuori per dire queste cose". Sono d'accordo. Ma, come ho già detto, da "dentro", queste cose non riuscivo a dirle. Nemmeno questo depone a mio favore.
Agli amici e alle amiche di Nazione indiana, tutta la mia gratitudine.
Posted by giuliomozzi at 12:30 | Comments (120)
03.10.06
Pasolini, Calvino e il ruolo degli intellettuali. Ancora sull'industria culturale
[Questo articolo è uscito in L'asino che vola. L'ho letto grazie a una segnalazione di Georgia. gm]
Torna, puntualmente, il dibattito sulla mancanza oggi dei grandi intellettuali-guida presenti in Italia fino a trent’anni fa. Anche i nomi suggeriti tornano con una certa regolarità: Pasolini, Volponi, Calvino e pochi altri. Altrettanto puntualmente si confrontano al riguardo sostanzialmente due tesi contrapposte. Da una parte chi lamenta il degrado del dibattito culturale attuale lasciando credere che manchino oggi gli uomini per quell’agone: che non ci siano cioè intellettuali sufficientemente colti, sufficientemente coraggiosi e che insomma ormai tutto sarebbe irrimediabilmente perduto. Dall’altra parte alcuni scrittori –in particolare quelli che fanno riferimento a riviste letterarie on-line come Nazione indiana o Il primo amore- reagiscono a questo spirito da damnatio temporum, dal sapore effettivamente un po’ reazionario, utilizzando argomenti altrettanto discutibili, negando cioè, nella sostanza, l’impoverimento della cultura e denunciando l’ostilità dei mezzi di comunicazione di massa e delle grandi case editrici.
Leggi tutto l'articolo in L'asino vola.
Articoli correlati: giuliomozzi in Nazione indiana, Christian Raimo in Nazione indiana, Marco Rovelli in Lager italiani, una discussione nel formum di OzBlogOz.
Posted by giuliomozzi at 15:18 | Comments (29)
10.09.06
Ufficio scrittori
In questi giorni di lavoro intenso mi rendo conto che il sospetto se uno scrittore lavori oppure no, che cosa faccia uno scrittore tutto il giorno, che cosa combini, come viva, cosa significhi l'affermazione: "ho scritto questo romanzo in due anni", che cosa significhi l'affermazione: "Io non sforno un romanzo all'anno" (e allora: che cosa fai? non "come campi?", non "come te la sfanghi?", ma proprio: "che cosa fai tutto il giorno?"), potrebbe venir meno se si decidesse di istituire un Ufficio Scrittori.
Tra le tante cose che farei se aprissi una casa editrice c'è anche questa: affittare un appartamento, fare di questo appartamento un open-space o un loft, e metterlo a disposizione di tutti i miei scrittori sotto contratto. L'orario di lavoro sarebbe dalle 8.00 alle 18.00 con la pausa del pranzo, la pausa del caffé (metterei le macchinette, magari un cucinino). Ci sarebbe anche il tempo per qualche straordinario, nel caso qualche scrittore sia preso da qualche diavolo proprio nell'orario di chiusura. Trattandosi di un Ufficio Scrittori, credo che la flessibilità sarebbe il primo e più sensato tra i comandamenti.
Leggi il séguito di "Ufficio scrittori" nel blog di Marco Candida.
Posted by giuliomozzi at 10:24
20.08.06
Una cattiva notizia spacciata per buona
di giuliomozzi
[Ho pubblicato questo pezzo, qualche minuto fa, in Nazione indiana]
Nel supplemento del venerdì del quotidiano "La Repubblica" distribuito il 18 agosto c’è, alle pagine 86-89, un articolo di Emanuele Coen intitolato: «Nuovi talenti? Gli editori li pescano con la Rete». Nelle due pagine d’apertura, foto belle grandi di Roberto Saviano e di Valeria di Napoli alias Pulsatilla, e un po’ più piccole di Andrea Bajani e di Marco Rovelli; nella pagina a seguire, una foto di Julie Powers (blogger newyorchese che ha pubblicato un libro di un certo successo) e un banner – praticamente una piccola inserzione pubblicitaria – del blog di Beppe Grillo.
Attenzione: questo non è il solito articolo nel quale si dice che i giornalisti della carta stampata non capiscono niente della rete. No. Qui riassumo un po' l'articolo, poi cerco di esporre una questione, e di passaggio faccio notare un furto. Il pezzo è un po' tirato via, sto scrivendo in un internet point con una tastiera impossibile.
Continua a leggere (e commenta, se vuoi) questo articolo in Nazione indiana.
Posted by giuliomozzi at 00:21
09.08.06
This summer open a book
Epica (Europe's premier creative awards), edizione 2005, finalisti nella sezione: Media.
Posted by giuliomozzi at 09:26 | Comments (1)
01.08.06
"Io non voglio orpelli sopra e sotto e accanto alla mia opera"
di Aldo Busi
30.7.2006 Montichiari. Aldo Busi per Luca Niccolini, rif.: mia partecipazione al 'festivaletteratura' di Mantova, vale a dire alla pubblicità di un outlet in loco; e p. c. all'Ansa, alla "Gazzetta di Mantova" e al mio avv. Danilo Zucchiatti, Mi.
Mi fa arrabbiare oltre ogni umano scoglionamento il vedere che la mia presenza il 10 settembre è annunciata in rete con uno sponsor di cui ignoro tutto, tanto più che, secondo gli accordi telefonici, sarei venuto a titolo gratuito, che non ho disposto per un pernottamento a Vs carico - e nemmeno per una cena - e che avrei potuto spostarmi con la mia auto pagandomi pure il parcheggio. Io non voglio orpelli sopra e sotto e accanto alla mia opera, nel caso contrario non mi sarebbero certo mancate ben da tempo offerte economiche folli e quasi adeguate. No, Niccolini, così non si fa, io non sono uno di quei pezzenti tipici in listino che pur di apparire e scroccare un viagggetto e una pedanina non possono permettersi di scendere in dettagli, queste cose con me vanno chiarite e concordate prima, il Vs procedimento è ai miei occhi davvero ambiguo, per non dire criminoso, perché dimostra una totale mancanza di rispetto, anzi, un disprezzo sostanziale verso di me e le più elementari forme dicortesia in fatto di "ospitalità". Pertanto ritiro il mio nome, visto l'uso indebito che già siete riusciti a farne.
La invito a togliermi immediatamente dal Vs programma e dal Vs sito e a scindere il mio riverito, onorato, ambitissimo e normalmente salatissimo nome dal Vs evento cartaceo.
Posted by giuliomozzi at 14:30 | Comments (53)
25.06.06
Io contro tutti
di giuliomozzi
[altri articoli su questo argomento]
Se volete ricuperare i pezzi della lite, cominciate dall'articolo di Wu Ming 1 (non quello di Wu Ming 3 che lo precede); leggete attentamente l'articolo-lettera di Tiziano Scarpa che Wu Ming 1 linka senza nominarlo; quindi leggete l'articolo di Tiziano Scarpa e Carla Benedetti e l'ulteriore precisazione di Tiziano Scarpa; infine, potete aggiungere al dossier gli articoli di Giuseppe Genna, Loredana Lipperini, Babsi Jones, e altri articoli che saranno usciti nel frattempo di qua o di là, concludendo con l'appello a, per così dire, "parlare di Gomorra quando parliamo di Gomorra" pubblicato in Nazione indiana.
Di questa lite in quanto lite, non m'importa nulla.
Dirò solo che nel suo articolo-lettera non mi pare proprio che Tiziano Scarpa abbia voluto garantirsi un padrinaggio su Roberto Saviano, e anzi mi pare proprio che dica l'esatto contrario. Scrive Tiziano Scarpa, rivolgendosi a Roberto Saviano e commentando il successo finora riscosso da Gomorra:
Il merito è tutto tuo. Ma, per una volta, anche la cosiddetta "società letteraria" (ammesso che esista), l'"intelligencija italiana", ha fatto la sua parte.
In questi anni, scrittori, intellettuali, siti, riviste, giornali, redattori, piccoli editori, organizzatori di convegni ti hanno dato credito ospitando tuoi scritti e interventi, valorizzandoli come meritavano, fin da quando eri un ventiquattrenne sconosciuto; gradualmente, tutto questo ha portato alla pubblicazione presso un grande editore che potrà tutelarti meglio di una piccola casa editrice; giornalisti e recensori hanno parlato del tuo libro, e ultimamente c'è pure chi si è speso sfruttando i suoi contatti per segnalarti ad alcune trasmissioni televisive, che a loro volta ti hanno chiamato a presentare Gomorra sugli schermi.
Non faccio nomi, perché qui non si tratta di distribuire medagliette.
Semplicemente, sono soddisfatto che nel tuo caso ci sia stato un concorso di forze, una collaborazione spontanea, non orchestrata, da parte di molti in Italia, anche persone che su altri temi sono divise e polemizzano spesso.
La morale qual è?
Un'altra cultura è possibile? Possiamo ritrovarci d'accordo e darci una mano nel promuovere cose buone? Non siamo alla mercè soltanto dei book jockey, i frivoli cronisti di novità librarie, e dei presentatori televisivi? Il tuo caso felice me lo fa sperare.
La frase dell'articolo di Wu Ming 1 nella quale si rinvia senza nominarlo (il link è sotto le parole "fiera delle vanità") a questo articolo-lettera è:
Adesso c'è la gara a chi per primo intuì il talento, e chissà dove saresti a quest'ora se io non, e va riconosciuto che c'è un gruppo di persone che. Solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio.
Se qualcuno vuol pensare che questo passaggio dell'articolo di Wu Ming 1 sia un'accettabile sintesi delle parole di Tiziano Scarpa che ho riportate sopra, faccia pure. Io non lo penso.
Saltando a piè pari la lite, provo a venire a un qualche sodo. Nelle sue parti più interessanti, l'articolo di Wu Ming 1 dice (mi permetto di spezzettare perché tanto l'articolo è là, e potete leggerlo con calma per intero):
Un'ipotesi: l'io narrante di Gomorra è l'autore, ma non soltanto e non sempre. L'autore, per dirla con la colonna romana del vecchio Luther Blissett Project, ha esercitato la libertà di "dare dell'io a qualcun altro", di collocarsi dietro gli occhi di diversi "io" che raccontano storie di camorra. Non "io è un altro" ("je est un autre", come scrisse Rimbaud), bensì "anche un altro è io" ("un autre aussi est je"). [...] "Roberto Saviano" è una sintesi, flusso immaginativo che rimbalza da un cervello all'altro, prende in prestito il punto di vista di un molteplice. [...] "Io" raccoglie e fonde le parole e i sentimenti di una comunità, tante persone hanno plasmato - da campi opposti, nel bene e nel male - la materia narrata. [...] Le recensioni che pongono l'accento unicamente sulla testimonianza civile - e letteraria - individuale non colgono la natura di epopea collettiva del suo libro.
Wu Ming 1 racconta poi di aver telefonato (per la prima volta della sua vita) a Roberto Saviano e di avergli "spiegato la sua teoria sull'io narrante". E che Saviano "gli ha confermato che è vera, aggiungendo esempi". (Vabbè: io sarei scettico su un'ipotesi che diventa in poche righe una teoria immediatamente dichiarata vera). Segue un breve elenco di "oggetti narrativi" che secondo Wu Ming "vivono nello stesso posto" di Gomorra: Romanzo criminale di De Cataldo, Dies irae di Giuseppe Genna, Asce di guerra di Vitagliano Ravagli / Wu Ming (con l'avvertenza che "quest'ultimo è il meno riuscito dei quattro").
Allora: che cosa fa Wu Ming 1 con questo articolo? Fa, evidentemente, un'operazione ideologica: descrive un oggetto - il libro Gomorra di Roberto Saviano - in modo che quell'oggetto diventi una conferma vivente della propria visione del mondo (cioè della propria ideologia). E, nella visione del mondo di Wu Ming 1 (nonché, presumo, dei suoi quattro colleghi), la scrittura collettiva ha una certa qual importanza. Pesco una sua dichiarazione tra le tante, semplicemente quella che ho più sottomano:
La narrazione è collettiva, lo è sempre stata, lo è anche quando l'attribuzione è individuale, per motivi che abbiamo sviscerato risalendo all'alba dei miti dell'umanità (creazioni comunitarie par excellence), per poi passare al poema epico ("sintesi" di diversi episodi e leggende plasmate e rifinite per secoli), alle chansons des gestes e ballate medievali (idem), al teatro elisabettiano (in cui l'autorialità singolare era "stemperata" in diverse fasi in cui tutti mettevano mano a tutto, dalla stesura alle prove alla prima), all'interazione fra scrittore e lettori nel feuilleton e nei romanzi seriali (il pubblico dava espliciti suggerimenti e faceva proposte su come dovesse proseguire la storia), al gioco di ruolo etc. La forma-romanzo (o il genere-romanzo, as you like it) non esisterebbe nemmeno senza questa dimensione collettiva del narrare che ha caratterizzato i suoi antenati.
Semplificando brutalmente, e adottando un linguaggio nel quale mi trovo più a mio agio: ho l'impressione che per Wu Ming 1 "collettivo" sia pressoché sinonimo di "epico"; se il narratore epico (ce lo insegnavano a scuola) è un narratore che non c'è - un narratore che non dice "io" - è proprio perché non è un "io" ma è piuttosto un "tutti": non si definisce come "singolarità", ma come "appartenente a una comunità". Ed è la comunità il verso soggetto, la comunità che dura, che continua nel tempo, che produce la verità in quanto fa la storia.
Ora, senz'altro si può descrivere questa operazione ideologica di Wu Ming come un "tentativo di appropriazione" del libro Gomorra di Roberto Saviano. Mi si dica, peraltro, se c'è un modo di fare un lavoro interpretativo su un qualunque oggetto senza includerlo nella propria visione del mondo, ossia nella propria ideologia. Se un oggetto non è ideologizzabile, si potrebbe dire, nemmeno mi accorgo della sua esistenza.
Si può fare un lavoro critico, piuttosto, cercando di capire se l'operazione ideologica in questione sia benfatta o malfatta: se l'assunzione del libro Gomorra di Roberto Saviano come prova vivente, in quanto testo esemplare, dell'idea di letteratura e mondo che ha Wu Ming avvenga facilmente e con evidenza, oppure abbia l'aria della forzatura. (E, ovviamente, la conferma che Wu Ming ha ottenuta al telefono da Roberto Saviano non vale, da questo punto di vista, assolutamente nulla).
Vorrei avere sottomano, ma non me lo ritrovo, un articolo di Tiziano Scarpa (se qualcuno sa inviarmi un link, grazie; vado a memoria e spero di non stravolgere il senso) nel quale si diceva in sostanza: lo scrittore è una singolarità; parla solo a nome di sé stesso; è proprio perché sceglie di parlare solo a nome di sé stesso, che lo scrittore è lo scrittore.
Nell'articolo scritto da Tiziano con Carla Benedetti si legge:
L'io nel libro di Saviano è coinvolgimento profondo, totale, è strumento di conoscenza, è assunzione di responsabilità delle proprie parole, è motivazione autobiografica che spinge a indagare e capire. È storia personale non interscambiabile con quella di nessun altro. È persino esibizione fiera della propria faccia in quarta di copertina, a muso duro, gesto simbolico e politico che incarna il testimone, disposto a difendere le proprie parole con tutta la persona. L'io in Gomorra è l'istanza irriducibile della testimonianza, che è fatto e parola, è esperienza vissuta e non solo talento narrativo astratto. Il valore semplice e potente della testimonianza, sulla quale tanto insisteva Primo Levi. L'umile, e inflessibile, e eversiva arma dell'io.
Anche questa di Tiziano Scarpa e Carla Benedetti è un'operazione ideologica: il libro Gomorra di Roberto Saviano viene assunto, come prova vivente e testo esemplare, dentro una visione della letteratura e del mondo completamente diversa da quella dichiarata da Wu Ming.
Ma questo libro si presta davvero ad essere assunto come prova vivente e testo esemplare dentro visioni della letteratura e del mondo completamente diverse, addirittura rivali?
Ecco: secondo me, volendo parlare di qualcosa che non sia il libro Gomorra di Roberto Saviano, si potrebbe parlare di questo: non di fiction e faction (se volete tirare il fiato, e leggere un bell'articolo sorridente sulla questione, leggete questo di Luca Tassinari); non di chi abbia rischiato di più, nella propria persona, scrivendo ciò che ha scritto e pubblicando ciò che ha pubblicato (vedi ciò che riferisce Giuseppe Genna, a questo proposito, nel suo articolo sopra citato); non di chi abbia più aiutato Roberto Saviano in questi anni e il suo libro Gomorra in questi mesi; non della scalata al potere editoriale in corso da parte della cricca Scarpa-Moresco-Benedetti o - secondo la parte dalla quale si sceglie di stare - da parte della cricca Genna-Wu Ming-Lipperini-Evangelisti (e/o altri, a scelta). Tutto questo non mi interessa e mi annoia; sono incapace di concepire complottisticamente il mondo; eccetera eccetera.
Quando facevo il ginnasio, l'insegnante di Italiano ci leggeva i Promessi sposi in classe. Li leggeva, li spiegava letteralmente, li interpretava: il tutto molto all'antica (d'altra parte, era sull'orlo della pensione). Una delle frasi che ripeteva più spesso era: "Il Manzoni, nei Promessi sposi, ha dato voce agli umili". Questo è un luogo comune, che in quanto tale è necessariamente falso e dialetticamente vero; ma è un luogo comune che, da allora, mi sento ripetere almeno tre volte al giorno, a proposito di romanzi, racconti, film, teatro, narrazioni d'ogni genere e specie. Con Altri libertini e Boccalone Tondelli e Palandri hanno dato voce a una generazione, con Se questo è un uomo Primo Levi ha dato voce a tutti coloro che l'hanno perduta insieme con la vita; e così via.
Che l'autore di un libro, e in particolare di un romanzo, parli non solo a nome di sé stesso, ma (anche) a nome di altri, è appunto un luogo comune ben consolidato. Non per niente si parla di letteratura generazionale, ad esempio, o di letteratura industriale, eccetera eccetera. Da questo luogo comune discende, se si vuole, l'invocazione della responsabilità dello scrittore: che dovrebbe in un modo o nell'altro rappresentare i nostri tempi o, se non i tempi, almeno rappresentare un ceto, una classe, un ambiente, un milieu, uno stile di vita, e chi più ne ha più ne metta. E questo luogo comune è fortissimo: se ci pensate, potrete osservare come più o meno tutti i libri dei quali si parla (nei grandi giornali, in televisione) sono libri che possono (indipendentemente da ciò che sono) essere letti come libri in cui lo scrittore, responsabilmente, dà voce a qualcuno o qualcosa, rappresenta un tempo o una generazione o quantomeno, in questi tempi difficili, una moda.
Ora, possiamo essere contenti di questa riduzione della letteratura a sociologia?.
Una persona che fa quadri o sculture o musiche, è un artista. Allo scrittore, invece, si fa fatica ad attribuire il titolo di artista. L'artista è, per luogo comune, una persona asociale, egocentrica, bizzarra, un po' pazza: in altre parole, l'artista è uno che se ne frega delle regole al punto tale che se ne frega anche del fregarsene di violare o rispettare le regole. Perché, allora, si fa così fatica a chiamare "artista" uno scrittore? Semplicemente perché le opere dell'artista-scrittore, in quanto composte di parole, sono più facilmente assimilabili al discorso, al continuo chiacchiericcio del mondo.
Ora: possiamo provare a pensare lo scrittore come artista?
L'ideologia di Wu Ming non è semplicemente una versione aggiornata e marxiana (e pertanto, nonostante l'aggiornamento, già fuori moda) del luogo comune di cui sopra. Wu Ming non dà voce, perché Wu Ming non compie nessun gesto artistico, non si toglie dalla comunità, ma ci è ben dentro. Wu Ming non rappresenta una verità storica, sociale eccetera; Wu Ming piuttosto produce verità storica sociale eccetera. Il libro non è opera, ma azione. Il libro non è il culmine della faccenda, il libro (oggetto stampato, distribuito, venduto) è uno dei pezzi, uno degli strumenti di tutta l'operazione. Il vero soggetto agente è la comunità, rispetto alla quale lo scrittore è una sorta di tecnico addetto alle narrazioni. (Peraltro bisognerebbe ragionare su una domanda: il narratore produce la comunità o la comunità produce il narratore? O è giusto pensare la faccenda come un circolo - come un lavoro dialettico?).
Ora: possiamo provare a pensare lo scrittore come strumento della comunità?
"Sono scelte ideologiche", mi diceva ieri un amico con il quale parlavo della cosa. Sì, credo che siano scelte ideologiche. Al solito, non dei nostri giudizi dovremmo discutere, ma dei nostri pregiudizi (l'ideologia è un pre-giudizio sul mondo).
Questo articolo, spero non troppo confuso, s'intitola: "Io contro tutti". Ho cercato di cavare l'utile possibile da una lite che non mi piace. "Io" sta per l'idea di scrittore proposta da una parte, "tutti" per l'idea di scrittore proposta dall'altra parte.
Chiunque abbia voglia di intervenire nei commenti per scrivere sciocchezze è invitato a non farlo.
Posted by giuliomozzi at 09:01 | Comments (33)
15.06.06
La scommessa di Zandegù
di Ernesto Milanesi
[Questo articolo di Ernesto Milanesi è apparso nel quotidiano il manifesto di giovedì 9 giugno 2006. gm]
Passione pura, cieca, lucida. E l'inconsapevolezza dell'età. Un amore a prima vista per i libri. E il gusto della scommessa apparentemente impossibile.
E' così che, a 22 anni, Marianna Martino diventa editore. Salvo smentite, la più giovane d'Italia (e, forse, perfino d'Europa). Ma lei quando ha deciso non pensava certo al Guinness dei primati. Piuttosto si era ostinatamente votata a scrivere la pagina del suo destino. Così: «Settembre 2004, Torino. Cosa fare se non rispondono ai curriculum? Porto il lavoro a me, direttamente. E con l'appoggio preziosissimo dei miei genitori, Carla e Gianfranco, mi lancio e decido di aprire una casa editrice».
E' così che partorisce Zandegù.
Una vera follia, a dar retta alla ragione. Un totale azzardo, secondo i criteri dell'impresa economica. Eppure, la cosa giusta. L'unica. Quella vera, la perfetta sintonia di cuore e cervello, l'insopprimibile vocazione, il lavoro che diventa senso della vita. Marianna lo sente. Dunque, non vede ostacoli. E pensa solo ed esclusivamente a come dar corpo all'idea.
«Finire gli studi richiede, il più delle volte, un periodo di inattività. E io odio stare con le mani in mano. In più, ero la candidata perfetta per rientrare di diritto nel mondo degli stage non pagati. Così, d'accordo con i miei genitori ho deciso che se non arrivavo al lavoro, come minimo il lavoro doveva arrivare a me. E siccome, la mia passione sono sempre stati i libri...».
Sceglie il nome («Zandegù, perché quando mia mamma era incinta e i miei genitori non sapevano se ero maschio o femmina si rivolgevano al pancione chiamandomi Zandegù.»). Trova la sede («90 metri quadri, ma niente paura: non sono megalomane. E' casa mia»). Decide il logo, sbriga le pratiche burocratiche, studia come si fa l'editore, contatta lo staff essenziale, si rimbocca le maniche e gioca le sue carte.
«Ovviamente, non volevo che fosse come tutte le altre case editrici: mi piaceva l'idea di poter tentare di stravolgere gli schemi, di proporre qualcosa di diverso. Racconti e romanzi divertenti e irriverenti che facessero compagnia nei momenti di svago, dopo ore di lavoro. Scritti leggeri nei modi ma ricchi nei messaggi e nei significati. Ma soprattutto volevo che tutti gli scritti fossero folli, assurdi ed esagerati. Dovevano ricalcare il quotidiano sì, ma con il piede sull'acceleratore. L'idea è quella, probabilmente utopistica, di incuriosire anche i giovani lettori e far tornare loro il piacere per la lettura, nella speranza che smettano di trovare i libri noiosi e poco di "moda"...» spiega Marianna.
Per un anno intero, Zandegù resta una casa editrice virtuale. Cullata, svezzata, messa su due piedi. Ma senza il catalogo, senza libri stampati, senza autori da presentare, senza bolle di accompagnamento. Marianna si consola con l'Isbn e lavora sempre a testa bassa. Apre un blog (www.zandegu.splinder.com) e racconta in presa diretta la sua avventura di giovane editore, che garantisce la lettura di tutti i manoscritti con le caratteristiche «da Zandegù». Giulio Mozzi è fra i primi a far rimbalzare in rete la notizia. Segue il tam tam dei giovani narratori italiani. Marianna, che ha scommesso su se stessa, adesso è chiamata a scommettere sugli altri.
«A Zandegù siamo in tre. Oltre a me che sono il tuttofare, ci sono Antonio Stissi, il grafico e Marco Alfieri che si occupa dei contratti e della lettura dei testi che arrivano in casa editrice. Insieme abbiamo progettato la grafica, scelto i testi e superato gli ostacoli grandi e piccoli. Così a marzo abbiamo potuto festeggiare la prima uscita in libreria» racconta, quasi accarezzando le copertine dei due titoli che hanno inaugurato il catalogo Zandegù.
Sono raccolte di racconti: l'antologia Hollywood Party e Cosa faccio quando vengo scaricato di Simone Marcuzzi. «La prima reinterpreta e stravolge nove film americani. Partendo, ognuno da un film, i nove autori, per lo più esordienti, hanno creato storie allucinate, divertenti, a volte simili al loro originale cinematografico, altre completamente diverse. La raccolta è accompagnata da tre pareri dell'esperto (Marco Ponti, Steve Della Casa e Bruno Fornara) che si concentrano proprio sui film. Il secondo libro è di Marcuzzi, giovane talento di Pordenone. Ha messo insieme storie d'amore adolescente, sboccato, cattivo, ironico, incredibilmente vero. Sono racconti di ragazzi alla scoperta del sesso, del vero amore, della solitudine, delle noie che comporta la vita di coppia, scritti in modo mai banale, pungente e divertente. Conta sulla prefazione di Gian Mario Villalta» argomenta.
Zandegù è decollata. E Marianna si è anche potuta affacciare al Salone del libro. Giovane editore in tutti i sensi: deve accontentarsi, perché lo stand resta ancora un miraggio. Intanto, si fa conoscere e rimpolpa le proposte. Zandegù avrà sette titoli in libreria entro l'anno.
«Il primo romanzo è I sassi vanno matti per le sasse di Roberto Tossani: la storia di Bonifacio Quaresima, un uomo che ha bel po' di problemi dermatologici e ancor più con le donne. Di giorno fa volare i palloncini, perché questo è il suo lavoro. Di notte legge i sassi, perché è lì che vanno a finire i ricordi dimenticati da tutti. Un romanzo delicato, totalmente surreale, divertente e poetico. Dopo l'estate, invece, pubblichiamo altri tre romanzi più un'altra raccolta di racconti» anticipa Marianna.
Zandegù, ormai, «pedala» forte. La giovane editrice conta di invecchiare fra i libri. I suoi. Titoli di merito. Pagine da sfogliare in futuro. Per pura passione.
Posted by giuliomozzi at 14:27 | Comments (3)
02.06.06
Perché a sfondare devono essere sempre Moccia, Melissa P. & compagnia bella?
L’articolo del critico Franz Haas pubblicato il 10 maggio su Neue Zürcher Zeitung e ripubblicato su Nazione Indiana il 14 col titolo Dicono di noi pone una serie di problemi dolorosi, resi ancora più sgradevoli dal fatto che sia uno straniero a dirci quanto siamo sottosviluppati, quanto becera, vile e opportunista sia la nostra cosiddetta critica letteraria nazionale. Il libro di Melissa P., registra Haas, vende oltre un milione di copie e il circo letterario nostrano civetta in maniera vomitevole con questa “innocua porcheria". Intanto emerge una nuova star, Federico Moccia, con Tre metri sopra il cielo (incensato da Antonio D’Orrico, “che proclama , una settimana sì e una settimana no, l’uscita di un capolavoro"), romanzo giovanilista che oltrepassa, di nuovo, il milione di copie. Il vaso è colmo con Ci vediamo al Bar Biturico di Paolo Doni (in realtà uno pseudonimo), che viene addirittura paragonato a Lolita dal solito, famigerato D’Orrico: “non uno degli illustri critici ha tirato le orecchie al collega del principale quotidiano italiano" scrive Haas; non solo, vi è addirittura la complicità di un critico serioso del Sole 24 Ore come Giovanni Pacchiano, che lo definisce “arguto e spassoso". “Tale allegra brigata è vergognosa, ma altrettanto penosa è la carenza di coraggio critico da parte dei recensori di altre testate" conclude, lapidario, Haas.
Haas ha ragione, ovviamente. Tuttavia non ha molto senso stupirsi, indignarsi, o lanciarsi in invettive al vetriolo che, se fotografano impietosamente la nostra realtà, a nulla servono per cambiarla, o superarla. L’unico risultato è di farci voltolare nella rabbia e/o nella depressione, perché confermano che la critica letteraria è ammalata come il calcio, come la politica, dove vincono sempre e solo i più forti, i più furbi. Esemplare è, a questo proposito, il pezzo di Tiziano Scarpa uscito il 15 maggio su Primo Amore col titolo In difesa di Luciano Moggi. Un testo tagliente, pervaso da un furore freddo, scritto a denti stretti e che noi leggiamo con una sorta di ringhio interiore.
La “quistione", direbbe Antonio Gramsci, è: perché testi di questa qualità letteraria diventano dei best sellers? Per colpa dei critici leggeri, giornalisti letterari salottieri e mondani, che ingannano la coscienza popolare?
Non solo. Sono certamente importanti i torrenziali servizi dei giornali che contano, le comparsate in televisione; ma, si dice, molto influisce il passaparola, che talvolta è “altro" dal giornalismo letterario, se non addirittura estraneo. Quindi questi libri che sfondano clamorosamente devono avere qualità proprie, requisiti cogenti che ben rispondono a un’esigenza dei milioni di lettori, giovani, ma non solo, che li comprano.
Questa esigenza, a mio avviso, è una domanda antica, mai pienamente soddisfatta, di letteratura popolare. Gramsci, in quella raccolta di appunti, saggi, riflessioni che sono i Quaderni, porta avanti un’analisi talvolta impietosa, ben più articolata e profonda del saggio di Haas, dove rileva che il nostro paese ha sempre avuto difficoltà a dotarsi di un’autentica letteratura popolare di qualità. Ha sempre subito l’influenza esterofila, in particolare francese: “se non si studia la cultura italiana fino al 1900 come un fenomeno di provincialismo francese, se ne comprende ben poco" (Q.I). Questo perché “ogni popolo ha la sua letteratura, ma essa può venirgli da un altro popolo, cioè il popolo in parola può essere subordinato all’egemonia intellettuale e morale di altri popoli" (Q.VI). Intuizione quanto mai attuale, vista la nostra subordinazione all’egemonia americana, nel cinema, nella musica, nella politica estera, e, in parte, in letteratura (soprattutto in quella cosiddetta di genere).
Ma quali sono i contenuti e le qualità di una letteratura popolare di qualità? “La bellezza non basta: ci vuole un determinato contenuto intellettuale e morale che sia l’espressione elaborata e compiuta delle aspirazioni più profonde di un determinato pubblico, cioè della nazione-popolo in una certa fase del suo sviluppo storico. La letteratura deve essere nello stesso tempo elemento attuale di civiltà e opera d’arte: altrimenti, alla letteratura d’arte viene preferita la letteratura d’appendice che, a modo suo, è un elemento attuale di cultura, di una cultura degradata quanto si vuole, ma sentita vivamente" (Q.XVII).
Oggi, queste aspirazioni profonde di un determinato pubblico, vengono soddisfatte dai libri di Moccia, di Fabio Volo, di Melissa P., che, non essendo letteratura d’arte, svolgono le funzioni di letteratura d’appendice. In questi testi, spesso “ripassati" su richiesta degli editori, per renderli più commerciali, vi sono segnali, richiami civetta che risucchiano il lettore nel flusso narrativo banalizzante-accattivante: in Tre metri sopra il cielo, nella sola prima pagina, sono nominate ben 12 griffe di occhiali, scarpe, sigarette, auto. Molti lettori giovani vi ritrovano la loro ossessione per gli oggetti firmati, i gadget ecc. Il resto lo fanno le immagini forti, rapide, da spot pubblicitario, e la scrittura composta da periodi brevi, con frequenti a capo, rimandi agli sms e così via.
E la letteratura d’arte allora non esiste? E se esiste, perché non sfonda?
A questo proposito non prenderei alla leggera quanto scritto da Christian Raimo il 28 aprile su Nazione Indiana, dove parla di “romanzi illeggibili fino in fondo, fieri oltre ogni limite del proprio compiacimento fonico e lessicale. Talmente refrattari a ogni forma di convivenza con codici narrativi di genere, di editabilità, di comprensibilità, di realismo, di articolazione, da cercare sempre il fuori, lo sfondamento, il disastro. Sono linguaggi privati". Ora, il riferimento a una scrittura refrattaria a ogni forma di convivenza con codici narrativi di genere ecc. mi sembra pertinente. Più in là Raimo precisa, nei commenti: “non ce la faccio più di sentirmi dire che c’è un flusso carsico, clandestino, carbonaro di resistenza nei confronti del mondo pubblicato che ha come padri appunto gli indiscutibili, Beckett e Kafka e Cervantes, e come militanti romanzi che per me sfidano il lettore soprattutto per la loro osticità (...) benvenuti Parente e Colombati e Zizzi, ma benvenuti non per ripetere sempre a ogni giro che il resto è merda, che c’è la restaurazione, le cricche di scrittori moderati, che Moresco è dio in terra".
A me questo sembra un punto importante: di fianco al moderno romanzo d’appendice, che sembra scaturire dai nuovi linguaggi televisivi del reality, della pubblicità, vi è per così dire un movimento di scrittori d’élite che lanciano una sfida al lettore, con una scrittura talvolta ostica, a tratti autoreferenziale, che sembra dire: “tu, lettore, adeguati a me scrittore, oppure fatti da parte e vatti a leggere il tuo Moccia e la tua Melissa". Questa sfida non viene raccolta, per l’appunto, e masse imponenti di lettori vanno a leggersi Moccia, Fabio Volo, Melissa P. e le altre.
Dunque una nuova letteratura popolare in grado di sottrarre spazio al neo romanzo d’appendice deve essere progettata, inventata? E con quali regole, quali contenuti, quali stili?
Non credo sia questo il punto. Con questa premessa si creerebbe, con tutta probabilità, un ennesimo romanzo d’appendice. Forse quello di cui c’è bisogno è una rifondazione della scrittura e del rapporto scrittore-lettore. Di nuovo ascoltiamo la nostra guida di ottant’anni fa: “l’immediata presa di contatto tra lettore e scrittore avviene quando nel lettore l’unità di contenuto e forma ha la premessa di unità del mondo poetico e sentimentale: altrimenti il lettore deve incominciare a tradurre la ‘lingua’ del contenuto nella sua propria lingua" (Q.VI).
Credo ci sia bisogno di una nuova semplicità, di forma e di contenuto, che si può ottenere solo da un mettersi in gioco dello scrittore, del suo mettere in circolo i suoi sentimenti, le sue ossessioni, senza porsi su piedistalli, senza atteggiarsi a dio in terra; “l’artista non scrive o dipinge, ecc., cioè non ‘segna’ esteriormente i suoi fantasmi solo per ‘un suo ricordo’, per poter rivivere l’istante della creazione, ma è artista solo in quanto segna esteriormente, oggettivizza, storicizza i suoi fantasmi (...); battere l’accento sulla disciplina, sulla socialità, e tuttavia pretendere sincerità, spontaneità, originalità, personalità: ecco ciò che è veramente difficile e arduo" (Q.I).
Una letteratura popolare di qualità (che sembra essere invocata anche dallo scrittore Antonio Scurati in una intervista pubblicata il 18 maggio su La Repubblicae ripresa in Lipperatura), artisticamente valida “quanto più il suo contenuto morale, culturale, sentimentale è aderente alla moralità, alla cultura, ai sentimenti nazionali, e non intesi con qualcosa di statico, ma come un’attività in continuo sviluppo" (Q.VI), contiene l’élite, l’avanguardia, che esplorano nuovi territori, nuove scritture; senza, l’élite diventa sterile, vive una sua esistenza un po’ sussiegosa, un po’ frustrata. Intanto gran parte della torta, quasi tutta, continuano a papparsela i furbastri del quartierino.
Posted by Mauro Baldrati at 15:28 | Comments (64)
26.05.06
"Su questo terreno non mi interessa stare"
Antonio Moresco a colloquio con Massimiliano Parente
Massimiliano Parente. Tu sei stato tra i fondatori di "Nazione indiana", hai cercato di usare la rete per aprire uno spazio autonomo di confronto dove confluissero più energie. Poi ne sei uscito, proprio in coincidenza con il discorso sulla Restaurazione. Com'è stata per te questa esperienza, e quali i suoi limiti?
Antonio Moresco. Per me è stata un'esperienza molto utile e che non considero conclusa. Perché anche lì si possono incontrare tutta una serie di possibilità, di vivacità che si sviluppano nelle persone, e però anche delle paure, delle doppiezze, gelosie, piccole invidie, una mancanza di coraggio nell'essere completamente radicali e diretti. Insomma, le solite cose… C'è chi si sente poco sicuro o ha paura di tagliarsi dei ponti, dei ponticelli che ritiene di avere alle spalle. C'è chi si è attaccato alla canna del gas e ha paura che gli tolgano persino quella. Sarà che io, avendo pubblicato così tardi, l'idea, l'illusione di poter coltivare una mia carrierina come scrittore l'ho completamente bruciata, per me sono passati in altro modo gli anni durante i quali queste cose possono allettare di più, sembrare importanti. Non mi sono mai neppure posto il problema di dover cambiare qualcosa in me per riuscire a entrare dentro queste logiche di appartenenza, di carriera. Non escludo che possa esserci un modo intelligente, non per forza meschino, di muoversi all'interno del mondo culturale, dell'editoria ecc., ma si vede che, in ultima analisi, questo non mi interessa, non sono mai riuscito a metterlo al primo posto. Se è su quel terreno lì che si decide qualcosa, allora cosa me ne importa, su questo terreno non mi interessa stare.
Posted by giuliomozzi at 09:42 | Comments (51)
12.05.06
Il Premio Strega, i candidati
reporter: Mauro Baldrati
Sui premi letterari importanti, si sa, circolano malignità, sarcasmo: non rappresenterebbero la vera narrativa italiana, ma solo quella istituzionale, decisa dagli editori che contano; che sono gli stessi editori a decidere i vincitori, con pressioni, manovre sotterranee e una sorta di “manuale Cencelli" dell’editoria; le premiazioni, poi, avvengono in scenari che ricordano le sfilate d’alta moda, presentate da azzimati imbonitori televisivi.
Il Premio Strega, però, è particolare. Se non altro per la sua storia: è stato fondato da una grande scrittrice, Maria Bellonci, autrice di magnifici romanzi storici come Lucrezia Borgia, Rinascimento Privato; lei e il marito Corrado lo inventarono sessant’anni fa, nella loro casa romana, e la Bellonci vi ha dedicato anni di lavoro e di sacrifici.
Hanno vinto il Premio Strega, tra gli altri: Ennio Flaiano, Cesare Pavese, Elsa Morante, Dino Buzzati, Tomasi di Lampedusa, Paolo Volponi (2 volte, nel 1965 e nel 1991), Guido Piovene, Tommaso Landolfi, Primo Levi, Umberto Eco, Goffredo Parise, la stessa Maria Bellonci (dopo la morte). Insomma, il meglio del Novecento.
Quest’anno la presentazione dei candidati è avvenuta a Bologna, giovedi 11 maggio, nella sontuosa sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio. Sono undici, provengono da varie città d’Italia e sono pubblicati da grandi, medi e piccoli editori. Eccoli:
Massimo Cacciapuoti, di Napoli, infermiere, con L’abito da Sposa (Garzanti); di lui Segio Campailla, uno dei due proponenti al Premio, ha detto: “dei fardelli antichi, che pesano sulle spalle, alla fine si scaricano, esprimendosi".
Sergio De Santis, di Napoli, giornalista, con Cronache dalla città dei crolli (Avagliano); Raffaele la Capria ha detto: “c’è la caverna primordiale, e gli uomini della caverna. Solo che la caverna è Napoli".
Francesco Fontana, di Mestre, metereologo, con L’Imitatore di corvi (Feltrinelli); Maurizio Maggiani ha detto: “è la storia di un circo che gira la Germania portando carrozzoni di mostruose meraviglie, è la storia di una reclusione forzata che ridà allo spirito libero e sensuale di Fritz una dimensione inattesa".
Pietro Grossi, di Milano, con Pugni (Sellerio); Salvatore Nigro ha detto: “uno stile scuro e inconfondibile. I racconti i Pugni ritagliano storie di intima vita quotidiana, e le distruggono là dove tutto incalza e costringe a misurarsi con le incertezze".
Lucrezia Lerro, poetessa, con Certi giorni sono felice (peQuod); Vivian Lamarque ha detto: “Un lupo dentro la pancia di Cappuccetto Rosso. Un lupo vivo e tra i più affamati e spaventevoli che un lettore abbia mai incontrato".
Giuseppe Manfridi, di Roma, drammaturgo, con Cronache del paesaggio (Gremese); Alberto Bevilacqua ha detto: “C’è una aspirazione alla totalità di impronta musiliana".
Massimiliano Palmese, di Roma, autore teatrale, con L’Amante proibita (Newton Compon); Renato Minore ha detto: “mi ha convinto"; e Arnaldo Colasanti: “un libro semplicemente vero. Ne siamo entusiasti".
Claudia Patuzzi, di Roma, insegnante, con La stanza di Garibaldi (Manni); Vincenzo Consolo ha detto: “è scritto bene, in modo chiaro ed essenziale, comprensibile e mai banale, cosa rara ai nostri giorni".
Wilson Saba, di Roma e Bologna, attore, con Sole & Baleno (Il Foglio); Paolo Terni ha detto: “Il testo è abitato da un vero e proprio atto di fede, davvero furibondo e appassionato, una testualità forte, significativa, non autoreferenziale, processiva e necessaria".
Sandro Veronesi, di Firenze, scrittore, con Caos Calmo (Bompiani); Tullio de Mauro ha detto: “Dalla prima pagina del ‘surf’, di pagina in pagina, come tanti, sono stato trascinato dalla corrente del racconto; coglie, mi pare, il correre inutile, vuoto, che ci affligge".
Rossana Rossanda, giornalista, scrittrice, con La ragazza del secolo scorso (Einaudi); Dacia Maraini ha detto: “si scopre una persona tenerissima, anche fragile, ma capace di una amara e divertita ironia nel racconto dei propri abbagli e di quelli di tutta la sinistra, pur non rinnegando le ragioni di quelle scelte".
La presentazione è toccata a Maurizio Maggiani, il vincitore della passata edizione (che fu presentata nientemeno che da Gigi Marzullo). Di fronte a un pubblico delle grandi occasioni, col sindaco Cofferati, l’Assessore Guglielmi, il regista Maselli, Romano Montroni (e chissà quanti altri degni di essere citati, ma che il reporter outsider non conosce), coi suoi modi lenti, apparentemente distratti, a voce bassa (ed è stato subito ripreso dalla temibile Anna Maria Rimoaldi, la Signora del Premio, che è stata l’assistente di Maria Bellonci), ha rivolto ad ogni autore una breve domanda, basata su una parola che ha estratto da ogni libro. Alcuni hanno risposto in maniera pertinente, altri non ci sono riusciti (qualcuno era anche piuttosto emozionato) e si sono avventurati in una autorecensione del libro. Per esempio, ha chiesto a Claudia Patuzzi: “che cos’è una famiglia?" la quale ha risposto: “è una goccia che cade e tu ci stai dentro. Un bel giorno ti ritrovi a vivere una vita che non è la tua, che ti è stata imposta dalla famiglia, e nella goccia sono scivolati via i tuoi sogni". E a Sergio De Santis: “dov’è il disfacimento?" e lui: “nella città dei crolli, che sono crolli veri, materiali, di case e palazzi, e non metaforici, perché il cemento armato è un materiale deperibile, se non viene curato si deteriora, non è come il tufo, o la pietra".
Rossana Rossanda, purtroppo, era assente. Per lui ha parlato Ernesto Franco, il direttore editoriale di Einaudi, che ha detto del suo libro (che, si dice nei corridoi, se la vedrà nella finale con Caos Calmo – ma sarà così?): “Rossana viaggia con la sua ‘memoria reumatica’ lungo uno strettissimo sentiero che attraversa territori formati da ricordi, sogni, racconti, materiali parlanti".
E quando è toccato a Sandro Veronesi la domanda è stata: “che cos’è un dolore?" e lui: “una forma di ignoto. E’ un avversario terribile. Per definirlo, per capirlo, bisogna attraversarlo, e viverlo. Allora si scopre che il dolore è anche una paura che bisogna superare, perché ogni dolore nasconde un dolce domani".
All’uscita una simpatica sorpresa: era stato allestito un banchetto, con pile dei libri in concorso. Tutti a sfogliarli, e a chiedersi: ma dove si pagano? E poi saranno scontati? Macché scontati: erano gratis. Ognuno prendeva quelli che voleva. Ho visto braccia molto cariche. Io ho scelto La ragazza del secolo scorso, Caos Calmo, Certi giorni sono felice, L’imitatore di corvi, L’amante proibita, Pugni.
(Nella foto: Maurizio Maggiani presenta il libro di Sandro Veronesi)
Posted by Mauro Baldrati at 00:29 | Comments (24)
28.04.06
Romanzo del XXI secolo / 64
di Rosalba Casetti
[...] Un bel romanzo deve essere scritto bene, con un bel linguaggio ricco, ma non professorale; che abbia una bella storia ben ancorata alla realtà; che abbia almeno un’illuminazione, una luce sulla “vita", qualcosa di nuovo, qualcosa che dia origine a un nuovo pensiero, una nuova riflessione, che mi faccia esclamare “ecco, proprio così". [...]
Leggi il séguito su: La cultura enciclopedica dell'autodidatta
Posted by Davide Bregola at 13:08 | Comments (1)
08.04.06
Per un nuovo Parco degli Orchi! Viva la lista Romarcobaleno!
[L'articolo di cui parla qui Angela è ora disponibile in vibrisse, qui. gm, 09.04.06]
Quante volte ho detto che immaginarsi come un intellettuale libero e raffinato - magari a la Oscar Wilde! - e praticare scrittura su un giornale di merda produce disgraziati? Oggi vi dimostro che è proprio così. Sul Domenicale di Marcello dell'Utri ci scrivono poveracci (perché), persone che pensano solo ai propri interessi e che starebbero bene solo in un romanzo di Evelyn Waugh. Bene. Uno di questi personaggi da Evelyn Waugh, qualche giorno fa deve aver ricaricato male (perché dickensianamente malpagato, forse?)la sua memoria e ripetuto per la quarta volta una cosa già detta, una cosa cui nessuno, forse neanche io che sono l'accusata aveva risposto.
Si è messo a raccontare il simpatico personaggino, sul giornale fascista di Marcello Dell'Utri (nel numero appena uscito, quello dell'8 aprile) che vibrisse sarebbe un giornalino eccezionale (cosa su cui siamo tutti d'accordo) "se non incorporasse casalinghe dalla scrittura mancata come Angela Scarparo, alla quale più che un computer per farla scrivere avrebbero dovuto dare un barboncino o un vibratore per farla tacere". Ora ripeto, il problema non è che io abbia provveduto o meno sia al barboncino che a tutto ciò che riguarda l'altro punto in questione, quanto piuttosto che io, alla stessa persona, ho sentito dire la stessa cosa, in almeno due altre occasioni, ripeto. Qundi, la domanda è: che capacità di elaborazione hanno questi intellettuali da Giardino dei Giardinieri? Che capacità di memoria hanno? Il Giardiniere dei Giardinieri li rifornisce o no di floppy disk, visto che hanno bisogno di un catetere intellettuale e non ce la fanno da soli? Perché questi Nanetti da Giardino delle Meraviglie (che speriamo di vedere presto trasformato in Parco de

