04.05.07

Dopo Carosello - La tv che bolla

di Mauro Mongarli

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Portate pazienza. Ora che Luttazzi è tornato in qualche modo in tv e che pure il Papa fa le sanatorie forse è tempo di tornare ad indignarsi per quelle piccole cose che sommate le une alle altre poi fanno un festival di Sanremo per farcele dimenticare.

Vi indirizzo quindi sul blog di uno dei migliori fotoreporter al mondo, Sergio Ramazzotti, invitandovi a leggere il post "That's the tv, baby", di cui qui riporto l'inizio.

La settimana scorsa sono stato in un posto chiamato Tuvalu. Dove diavolo è, direte: è la stessa cosa che mi sono chiesto io quando mi hanno incaricato di andarci. Magari qualcuno di voi l’ha scoperto guardando la garrula trasmissione del sabato sera condotta da Gianfranco Funari, rientrato trionfante a RaiUno come Cristo a Gerusalemme, soltanto senza sventolii di foglie di palma. È appunto per conto di quella trasmissione, Apocalypse Show, che sono stato a Tuvalu. Lo show racconta ai telespettatori, o almeno ci prova, che l’Apocalisse è alle porte, e Tuvalu è la dimostrazione che è vero...[come dicevo, proseguite la lettura qui. mm]

Posted by Mauro Mongarli at 21:40 | Comments (2)

11.04.07

Dopo Carosello – Saper leggere

di Mauro Mongarli

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"Non mi rendo ancora conto di cio' che ho fatto: lo capiro' quando leggero' i titoli dei giornali".

Alessandro Ballan, dopo aver vinto il Giro delle Fiandre, gara classica del ciclismo internazionale che vale una carriera.

Posted by Mauro Mongarli at 12:15 | Comments (10)

02.04.07

Dopo Carosello - Il lettore immaginario

di Massimo Mantellini

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Da anni ormai "rubo" dal blog di Luisa Carrada e dal suo sito web Il mestiere di scrivere informazioni interessanti sulla scrittura ai tempi del web. Così qualche giorno fa un post di Luisa mi ha incuriosito più del solito. Il Poynter Institute ha appena pubblicato Eyetrack07, uno studio molto approfondito sulle abitudini di lettura dei cittadini di quattro differenti città americane, comparando la lettura di quotidiani e settimanali sul web a quella su carta e traendone alcune indicazioni interessanti. Il dato più importante fra quelli ottenuti incrina una convinzione che in molti abbiamo mantenuto e contribuito a diffondere nel tempo: l'idea secondo la quale i testi lunghi e complicati siano poco adatti alla lettura online e siano meglio fruibili sul supporto cartaceo. Da questa convinzione, vecchia ormai di un decennio, sono poi discese tutte le teorie secondo le quali sul web occorra scrivere testi brevi e sintetici se non si vuole correre il rischio di essere completamente ignorati dal nuovo velocissimo e frenetico lettore-internet.

Ebbene oggi Poynter ci dice che questo lettore immaginario proprio non esiste.

[il seguito, qui. mm]

Posted by Mauro Mongarli at 08:23 | Comments (1)

19.03.07

Dopo Carosello – Chi di voi ha tempo?

di Mauro Mongarli

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http://zonezero.com/magazine/essays/diegotime/time.html

Posted by Mauro Mongarli at 16:14 | Comments (3)

02.03.07

Dopo Carosello - Perché Sanremo è Sanremo?

di Mauro Mongarli

Clicca qui per leggere tutte le puntate della rubrica Dopo CaroselloEcco giusto un paio di risposte alla domanda del titolo, alle quali si può aggiungere l'evidente complotto del mondo editoriale per far passare sotto silenzio le nuove, maravigliose uscite di vibrisselibri.

Da "il Manifesto" di ieri:

«La Cia non si processa». Il dipartimento di Stato Usa: «Non concederemo mai l'estradizione agli agenti indagati per il sequestro Abu Omar». E a Washington c'è chi chiede di incriminare i magistrati italiani. C. L.

Roma. Washington non permetterà a nessuno di processare i propri agenti segreti, anche se questi si sono resi protagonisti di azioni illegali come il sequestro di persona in paesi che pure sono considerati alleati.

A dirlo chiaro e tondo, mettendo fine alle speranze della procura di Milano di poter processare i 26 agenti della Cia coinvolti nel rapimento dell'ex imam Abu Omar, è stato ieri John Bellinger, consulente legale del segretario di Stato Condoleeza Rice. «Non abbiamo ricevuto nessuna richiesta di estradizione dall'Italia - ha detto Bellinger parlando a Bruxelles - ma anche se dovessimo riceverla non accorderemo l'estradizione in Italia per i nostri funzionari». [...]

Per il rapimento dell'ex imam di Milano, prelevato il 17 febbraio del 2002 da un commando mentre camminava per le strade di Milano, sono già stati rinviati a giudizio l'ex direttore del Sismi Niccolò Pollari, il suo braccio destro Marco Mancini e altri quattro funzionari del servizio segreto militare. Ma l'inchiesta condotta dai due pm milanesi ha anche portato alla luce il ruolo svolto nel sequestro da un nutrito gruppo di agenti della Cia, a partire dall'ex capocentro del servizio americano a Milano, Robert Seldon Lady, e del responsabile della Cia in Italia Jeff Castelli. In tutto 26 agenti rinviati a giudizio lo scorso 16 febbraio dal Gup di Milano Antonella Interlandi e che la procura milanese vorrebbe tanto interrogare in un'aula di tribunale. Tanto da aver inutilmente e più volte sollecitato sia il precedente governo Berlusconi, che l'attuale esecutivo guidato da Romano Prodi, a chiederne l'estradizione. [...]

Intanto sia Pomarici che Spataro (i due pm da cui è partito tutto, nda) rischiano di ritrovarsi a loro volta sul banco degli imputati. In un articolo pubblicato ieri dal Washington Post, David Rivkin e Lee Casey, due legali che in passato hanno lavorato per la Casa Bianca, hanno proposto al Congresso Usa di varare una legge che permetta di incriminare chi, come i due magistrati milanesi, indaga sui funzionari americani.

Breve approfondimento: il testo della pagina del sito della CIA (home page: cia.gov, pagina interna non linkabile direttamente) dove si presentano le possibilità di carriera interne:

Life at the CIA. The CIA offers exciting career opportunities and a dynamic environment. We're on the forefront of world-altering events — as they happen. So working here isn't just a job, it's a mindset and a lifestyle.
You'll find a supportive environment to help you grow and excel both professionally and personally. And a culture that expects you to do your personal best every day.

Explore our world and imagine yourself working for the nation, in the center of intelligence.

La seconda risposta possibile alla domanda del titolo mi vede coinvolto emotivamente, quindi mi limiterò a dare un paio di link.

Il portale del turismo italiano che il mondo non invidia: italia.it.

I commenti più gentili a detto portale: ministerodellagrafica.org.

Chi vincerà il festival?

Posted by Mauro Mongarli at 10:51 | Comments (1)

28.01.07

Dopo Carosello – Narrazione, pubblicità e un triste pensiero alla politica italiana.

carosello_3.jpegdi Mauro Mongarli


All'altro capo di questo link troverete, se l'avete perduto o non frequentate il bel sito di RaiNews24, una panoramica generale su quel che succede oggi nel mondo quando si tratta di comunicazione politica. In Italia, fa scalpore Pannella che tiene acceso il telefonino quando non dovrebbe, mentre le apparizioni del ministro Di Pietro su YouTube più di tanto non colpiscono: già ai tempi di Mani Pulite scandalizzò certi ambienti perché in aula utilizzava il computer (ricordi certi commenti dell'epoca: sì, usi il computev finché vuole, ma impavi l'italiano!)

Un Dopo Carosello di aggiornamento, via.

Posted by Mauro Mongarli at 14:02 | Comments (0)

23.01.07

Dopo Carosello – L’artista creatore e la vecchia usanza della faticaccia

carosello_3.jpegdi Roland Topor

[qui una breve biografia di Topor tratta dalla presentazione di una vecchia mostra. mm]

Manifesto della Scuola Autogena

Il mio ABC: ABCD ecc.
Se mi rivolgo a me stesso basta l’ABCD. L’ecc. è per gli altri. Se annoto su un pezzetto di carta le idee per un romanzo, mi capisco. L’intenzione di per sè è fissata. Per fare in modo che ne risulti un romanzo basta solamente scriverlo, basta solamente elaborarlo. Quindi, se un giorno avrò bisogno di soldi mi applicherò. Per il momento mi basta l’idea. Ma un’idea è difficile da vendere. Quello che comprano i clienti è il lavoro.

Cosa raccontano i vecchi ciarloni ai giovani ciarloni che chiedono loro consiglio? “Un per cento genio, novantanove per cento lavoro". Dunque dato che io detesto il lavoro, affermo che si fa molta più arte in otto ore di sonno che non in sedici ore di attività produttiva.

Produzione, superproduzione, consumo, disoccupazione... puah a che scopo lavorare?
Per ottenere la forma, per raggiungere la perfezione, per ottenere un superprodotto finito, pulito, immacolato con un rapporto ottimale qualità-prezzo che risponde alle esigenze di una clientela, che si può imporre sul mercato adattandosi alla media degli amatori d’arte contemporanei ecc. E’ sicuramente sconcertante questo gergo, ma è chiaro: qui non si tratta d’arte. La forma di comunicazione preferita dalla forma “artistica" è il denaro, non l’arte. Il lavoro della forma diventa un bene culturale decadente, vale a dire sprovvisto di ogni energia creativa, come se si vendesse la Coca Cola in una bottiglia riccamente decorata ma aperta. Coca Cola o Champagne o acqua tonica, a seconda delle preferenze. Ma non è questo il problema. No, il vero dramma è la banalità, la depressione, la noia.

Basta con la vecchia usanza della faticaccia!
In poche parole, a mio parere, c’è molta più energia creativa, più poesia, più arte in una bozza che non in un’opera redatta, realizzata in considerazione della sua utilizzazione commerciale, vale a dire tradotta a vantaggio degli altri.

Da un lato un linguaggio codificato, messaggi segreti che invio a me stesso col passare del tempo, schizzi su pezzetti di carta, tovaglioli, numeri di telefono che stanno in equilibrio su progetti per lavori di teatro, film, monumenti, affreschi; un poema epico riassunto in poche parole scritte con abbreviazioni ed errori di ortografia su carta macchiata d’unto.
Dall’altra una elaborazione faticosa, un ammasso di documentazioni, informazioni, giorni e notti trascorsi per dare forma e ingrassare un tema che si poteva far stare su un pezzetto di busta. Facciate di edifici coperte di dipinti la cui essenza trova facilmente spazio nelle dimensioni di un francobollo.
Al lavoro si aggiunge la mancanza di spazio. Bisogna far valere ciò che si vende agli altri. Libri grossi, volumi pesanti, album che pesano chili, film di cinque ore, gigantismo, megalomania, romanzi senza fine, Tours de la Défense.

Sicuramente l’arte non si arricchisce attraverso le trascrizioni, al contrario l’artista sì.

In primo luogo conquista una posizione sociale, anche se non sempre invidiabile. In ogni caso è il “to know how" (sapere come) che viene apprezzato dal pubblico, non l’intenzione. Lo stile, ah già, lo stile! Che lavoro!

Dopo tutto la semplice idea aveva già preso in me forma, stile. Non c’è niente su questa terra che non passi attraverso un’incarnazione. Certamente era insignificante, modesta, disegnata male, con errori di grammatica e di ortografia: con proporzioni sbagliate, era illeggibile, ma era pronta. In ogni caso a me bastava. Non era arte destinata alla vendita. Non era arte legata al lavoro. Era creazione, il lampo di genio del momento, e il lavoro per dopo. A parte il fatto che l’iniziativa non è sempre questione di testa. A volte è la mano che dà l’inizio alla danza. E gli scarabocchi con i quali riempio, soprapensiero, la pagina della rubrica telefonica, sono assai più significativi, più stimolanti, più intensi dei dieci decimi del famoso un per cento che l’arte ottiene attraverso l’elaborazione.

Titoli, notizie, scarabocchi,
numeri di telefono, imbrattati e umidi,
fogli spiegazzati, tovaglie decorate di macchie, mani
sporche, dita macchiate e espressioni retoriche,
impronte di sporcizia sul collo, ai piedi,
liste di cose che devono essere comperate,
agende, registri, progetti di lavoro,
bigini,
fazzoletti annodati, trucchi per ricordare, trucchi per
addormentarsi, per passare il tempo, per distrarsi,
notizie in libri, quaderni, brani sottolineati, sogni,
carte d’identità, locali schizzati per il trasloco, foto di
famiglia, istantanee con la Polaroid, foto per tessere,
lettere, deleghe, moduli di assicurazione sociale,
pianta stradale disegnata in fretta e furia
da un passante frettoloso, francobolli diritti, capovolti, incollati a lato,
firme (punteggiate, sottolineate, sciupate),
dischi segnati, rotti,
foto sfigurate di illustrazioni,
disegni di un frustrato sui vetri appannati

Posted by Mauro Mongarli at 08:33 | Comments (3)

21.10.06

Dopo Carosello in trasferta

carosello_3.jpegdi Mauro Mongarli

Dopo Carosello va in trasferta nel senso che pubblica un pezzo della serie non qui ma su di un blog letterario-sportivo che nel contempo segnala oltre la cricca dei soliti noti. Il pezzo si intitola: Battere il razzismo negli stadi? Chiamiamo Bruce Lee. Lo potete leggere e commentare lì (se preferite: lee) seguendo il link del titolo (altrimenti che trasferta sarebbe). Il blog invece è il primo blog della Gazzetta dello Sport, porta il nome di Quasirete ed è curato da Carlo Annese. Molte belle firme, calcio come vorremmo fosse narrato più spesso, racconti e segnalazioni, un bel garbo nel raccogliere e proporre le narrazioni dello/sullo sport quando superano (o se ne fregano proprio) il "genere".

Posted by Mauro Mongarli at 11:57

16.10.06

Dopo Carosello – Paesi civili

carosello_3.jpegdi Mauro Mongarli

[Non ho tradotto le ultime tre parole di questo lancio dell'agenzia Reuters perché, sinceramente, non sapevo come fare. Qualche idea? mm]

13 ottobre 2006, Pechino (Reuters)– Pechino ha bandito le pubblicità televisive per il trattamento di disturbi anali e intestinali nei mezzi pubblici durante l'ora di punta mattutina, preoccupata di togliere appetito, o peggio, ai cittadini diretti al lavoro.

Gli annunci, che presentavano “esperti" e “persone sofferenti in modo esagerato che garantiscono i benefici dei trattamenti" erano di pubblico interesse, ha insistito la tv della capitale, ma hanno causato numerose proteste che hanno condotto ad una reazione pubblica – così ha riportato il Beijing News.

“Questi spot sui trasporti pubblici durante l'ora di colazione hanno portato molte persone ad avere problemi digestivi", prosegue il giornale, citando le autorità televisive.

“Nell'interesse di quegli utenti che sono abituati a far colazione giusto prima di salire a bordo, e per evitare di influire sull'appetito di tutti i passeggeri, quegli spot non saranno trasmessi sui mezzi dalle ore 7 alle ore 9 del mattino".

Detti spot saranno sostituiti da “altri programmi di interesse pubblico" e pubblicità sulle prossime Olimpiadi, in linea con le richieste, da parte degli utilizzatori di Internet, di godere di more civilized material".

Posted by Mauro Mongarli at 11:35 | Comments (7)

26.09.06

Dopo Carosello - Duplice funzione

di Gaja Cenciarelli

ilmeridiano.jpg

Quando mi è stato chiesto di scrivere per Dopo Carosello un articolo a proposito di un quotidiano che sta per esordire sul territorio nazionale, ho sentito di dover puntualizzare (invero, in preda al panico): «Ma io non so nulla di questo giornale». «Nessuno sa nulla. Io stesso conosco solo il nome: Il meridiano» ha replicato il mio crudele interlocutore.
«E non so niente nemmeno di pubblicità», ho proseguito, sperando di ricondurlo alla ragione, mentre la mia mi abbandonava, in modo lento ma inesorabile. La sua risposta è stata: «Sii te stessa».
Garibaldinamente obbedisco.
(Anche se il mio raziocinio, ridotto a una pallina da tennis, continua a rimbalzarmi nella mente e a urlare: «Ma come accidenti si fa a parlare di qualcosa che ancora non esiste?»).
Dunque. Tutto ciò che conosco di questo quotidiano, come dicevo poc'anzi, è il nome. E la pubblicità di indubbia raffinatezza che tappezza Milano e che tutti potete vedere, incombente, accanto al mio articolo. Una pubblicità che senza dubbio stimola l'acquisto del prodotto.


Tornando alla faccenda dell'essere se stessi: avrei intenzione, per rimaner fedele alla parola data al crudele interlocutore, di parlare di traduzione. Perché il mio lavoro – quello retribuito, intendo – è tradurre libri. Romanzi, saggi. Affascinante artigianato la cui rilevanza sugli organi d'informazione è pari all'importanza che nell'emisfero boreale si dà al graffio su un didgeridoo aborigeno. Professione la cui bellezza è inversamente proporzionale al guadagno.
Com'è ovvio, anche le immagini veicolano significati, sono la traduzione visiva di concetti, di un messaggio. Sono, in qualche maniera, il significato stesso che intendono comunicare. E se è vero che le immagini traducono concetti, resta da vedere se le traduzioni in questione siano fedeli, eleganti o sciatte. Quindi parlerò anche di immagini e di ciò che mi comunicano. E di ciò che dovrebbero comunicare al pubblico dei potenziali acquirenti.
Resta il fatto che, per scrivere questo pezzo, ho a disposizione solo il nome del prodotto e l'immagine pubblicitaria che lo presenta.
Parto dall'interpretazione dell'immagine (tentando di tradurre in parole il concetto che intende comunicare), rimanendo sulla scia della sua ineffabile raffinatezza: il giornale dovrebbe separare le sostanze nutritive dalle scorie inutili per la mente. Dovrebbe liberarla da queste ultime, senza emettere vapori venefici che la obnubilino. Nobilissimo proposito. Ammesso che l'attenzione dell'immagine fosse stata focalizzata sulla mente. Che, però, si sa, è un concetto astratto, molto intellettuale, assai poco "visualizzabile", la cui consistenza al tatto e fragranza all'odorato è pressoché (anzi, completamente) nulla. Ci voleva un'esperienza fisica condivisa da tutti, qualcosa davanti alla quale non si potesse storcere il naso per il disappunto e l'incapacità di comprendere. Suppongo che i pubblicitari volessero esattamente questo: toccare delle corde comuni a tutti – sia pure dure da esplicitare -, innescare una sorta di reazione a catena che tiri la volata al giornale. La metafora della funzione corporale, dello sgravamento inodore tende, infatti, a scatenare la logorrea anche dei più verbalmente stitici. Solo un medium cartaceo può riuscire in questa duplice impresa: alleggerire dai pesi interiori che la vita quotidiana ci impone (senza però scatenare esalazioni sgradevoli) e far piazza pulita del superfluo.
E, dopo l'interpretazione dell'immagine (che dovrebbe presentare in maniera stimolante il prodotto, se non altro giocando su un'efficace associazione di idee), proseguo con un'analisi - e, di conseguenza, con una traduzione del significato - del nome: «Meridiano» mi fa venire in mente una linea aerea, i meridiani Mondadori, il meriggiar pallido e assorto, una meridiana, l'ora di pranzo. Per estensione: il cibo. Che, una volta ingerito, si traduce in sostanze nutritive e sostanze inutili, espulse dal nostro organismo. In tema di aspettative – e a giudicare anche dalla campagna pubblicitaria -, dovrei dedurre che questo quotidiano segni una linea di confine tra due zone. La prima, che chiamerò "preprandiale" è quella in cui il mondo ci appare in tutta la sua costipazione (da co-stipare, mettere insieme, stipare insieme), in tutta la sua abbondanza e, perché no, anche in tutta la sua confusione. Nella seconda, da me definita "postprandiale", le cose cominiciano ad avere una sorta di motilità, si inizia a percepire qualche cambiamento, si sente che alcuni elementi si distaccano dalla massa e vanno per la propria strada.
La lettura del «Meridiano» si porrebbe, dunque, come spartiacque tra la zona pre- e quella postprandiale, aiutando a sciogliere certi nodi e a espellere la confusione e la pesantezza che regnavano prima del suo avvento.
E, proprio perché il termine «meridiano» suggerisce l'idea dello stare al «centro» (il mezzogiorno, inteso come orario, è il "centro del giorno"), associo a questo nome anche il semantema dell'equilibrio, riconquistato grazie alla sua azione purificatrice.
Inoltre, per riprendere il filo rimasto in sospeso e rappresentato dall'audace dichiarazione secondo cui la comunicazione tutta sarebbe una forma di traduzione (ho quasi esaurito anche gli "one", grazie al cielo), mi picco di essere me stessa fino alla fine e di sperare che «Il meridiano» riesca a impaginare una traduzione fedele ed elegante della realtà dei fatti, immergendosi – come facciamo noi, artigiani delle parole altrui – nel significato più profondo e più vero comunicato dagli eventi e restituendolo intatto a chi non sa decifrare ciò che accade perché, forse, ha difficoltà a parlare la lingua dell'attualità. Da parte mia, ho tentato di porgere l'occhio e l'orecchio a quanto l'immagine pubblicitaria e il nome del quotidiano mi è parso volessero dire, cosa che faccio sempre quando mi pongo davanti a un testo letterario, lasciando che le parole dell'autore riecheggino dentro di me, mentre io le metabolizzo. Ho provato anche a tradurre il "messaggio" che entrambi mi hanno suggerito. Ma, come ho detto al mio crudele interlocutore, io non sono una copywriter e non so nulla di pubblicità.
Le mie capacità si limitano alla scrittura (forse) e alle traduzioni. E in questo caso, non so quanto la mia traduzione sia stata elegante. Di certo, è stata fedele.

Posted by Mauro Mongarli at 08:29 | Comments (28)

04.09.06

Dopo Carosello - Differenze tra propaganda e pubblicità (era: La propaganda non ha religione)

Clicca qui per leggere tutti i Dopo Carosellodi Mauro Mongarli

Mi ricollego all'ultimo Dopo Carosello, dal titolo La propaganda non ha religione e alla discussione che ne è seguita. E vi faccio vedere questa pubblicità.

E' una maxiaffissione del whisky Johnny Walker, che mostra il noto omino camminatore e il motto "Keep walking" (continua a camminare) che distingue la campagna internazionale del prodotto.

Clicca su questa immagine per ingrandirlaNon vi sarà sfuggito che l'omino cammina imperterrito su di un ponte interrotto. Un particolare importante, visto che l'affissione si erge a Nahr El Mot, zona centralissima di Beirut, Libano.
In tempi in cui tutti i grandi investitori internazionali cercano di unificare il messaggio, c'è qualcuno che cerca di renderlo "locale" in modo sensato: in effetti blog e giornali locali stanno parlando molto bene di questa campagna (che pare funzioni bene anche per chi l'ha lanciata).

Qui un articolo, in inglese, che parla della campagna spiegando com'è nata.

Posted by giuliomozzi at 14:30 | Comments (3)

27.08.06

Dopo Carosello - La propaganda non ha religione

carosello_3.jpegdi Mauro Mongarli

In un recente articolo su vibrisse, questo, Giulio Mozzi mette al centro dell’attenzione la figura dell’editore (principalmente di giornali) e del suo ruolo. In Dopo Carosello si parla in senso lato di pubblicità, e di norma un editore la pubblicità la pubblica o non la pubblica secondo vari principi economici e/o morali. La pubblicità quindi non ha un suo editore ma un committente che, fra le varie voci di spesa, paga l’editore del media che gli interessa per poter pubblicare la sua comunicazione.

Ci sono dei casi, però, dove il committente è un po’ editore, cioè quelli come la Pubblicità Progresso o l’equivalente statunitense PSA (Public Service Announcement). Non credo servano spiegazioni: organizzazioni pubbliche e private di varia natura la utilizzano, con risultati alterni, per parlare di temi legati alla salute, all’ambiente, alla società e ai suoi problemi.

Di recente, questo genere ha visto un caso di grande interesse. Non credo sia il primo di questo tipo, ma penso crei ugualmente un precedente.
Sulla tv irachena quest’estate è andato in onda questo spot, pensato per scoraggiare gli attentati suicidi.

E’ stato realizzato a Los Angeles con il lavoro congiunto di una casa di produzione statunitense e di una omologa libanese.
La scritta finale è tratta da una sura del Corano (5, 32), e dice: chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l'umanità. Il terrorismo non ha religione.

In questo articolo di NewsWeek, uscito alla fine del giugno scorso quando lo spot era in lavorazione, troviamo in merito molti spunti interessanti e tutti i tipici discorsi da “dietro le quinte" che accompagnano uno spot importante: il costo (oltre un milione di dollari) e le dichiarazioni di un responsabile (non so se sia il regista) come: “Useremo delle macchine da presa come quelle usate nel film Matrix per dare l’effetto del tempo che si ferma. Invece di mostrare le ambulanze dopo il lampo dell’esplosione, mosteremo la strada prima, durante e dopo l’attacco. Questo comunicherà l’orrore, la strage, il prezzo in vite umane che questi attacchi fanno pagare a civili innocenti."

Una domanda sorge spontanea. Chi ha commissionato questo spot? Chi può pianificare sulla tv irachena (e probabilmente nel resto del mondo arabo anche se non ho conferme dirette) senza problemi un messaggio di questo tipo?
La risposta mi inquieta: non si sa. Segreto. “Donatori" che preferiscono mantenere l’anonimato, riporta Newsweek, che hanno prodotto questo spot ma anche campagne stampa collegate a questo sito, che porta il motto finale dello spot: il terrorismo non ha religione.

La mia inquietudine nasce dal fatto che questo tipo di comunicazione trae buona parte della sua forza proprio dal fatto di venire da un committente noto, che dà contesto e credibilità a quanto presentato: qualunque annuncio di Amnesty International o di Greenpeace di quelli belli e tosti perderebbe molta della sua efficacia se a firmarlo non fossero loro (triste, magari, ma è così).
Leggendo il sito, si intuisce che dietro Terrorism has no religion ci possano essere dei musulmani che interpretano il Corano in modo opposto ai terroristi, per farla semplice e corta. Persone impegnate a diffondere quelli che secondo loro sono i veri dettami dell’Islam, visto come religione tollerante e non come base teorica per giustificare spargimenti di sangue.

Ma è forse troppo semplice per non arrivare a pensare anche ad un possibile tipo di propaganda più complesso e orchestrato, di cui possiamo intuire solo le parti che ci riguardano. Un tipo di propaganda di quelli che non metterebbero, in questo caso, come primo obbiettivo il parlare a una persona che considera l’ipotesi di diventare un attentatore suicida (in Iraq, oggi, la tv e internet sono dei lussi, e una campagna stampa da sola potrebbe essere insufficiente anche solo per farsi vedere, con quel clima che c'è), ma quello di distrarre, di alzare polveroni, magari di mostrare un volto di tolleranza in Occidente e di avere scopi diversi nel mondo arabo.
Il tutto con lo stesso spot, dove tutto sembra quadrare, ben organizzato, da ogni parte lo si guardi, guardacaso: dal punto di vista del buon musulmano, da quello dell’occidentale preoccupato con sensi di colpa più o meno latenti, da quello dell’israeliano esasperato, del palestinese senza speranze, del libanese profugo, dell’iracheno disperato ma anche dalla parte del reclutatore di kamikaze che non avrà difficoltà ad usare pro domo sua il passo del Corano utilizzato e da chi vede in una fine del genere... Evidentemente c’è sempre qualcosa da vedere in più, e di terribilmente convincente, se ti fa indossare e poi usare in pubblico una cintura imbottita di esplosivo.

Insomma propaganda che, a volte (speriamo non in questo caso, più o meno organizzato che sia), rimesta nel torbido, per dirla gentilmente.
In ogni caso, che questo spot porti a riflettere anche un solo aspirante attentatore suicida è auspicabile, anche se non lo sapremo mai e anche se, è fin troppo ovvio, questo spot non fermerà questo terribile fenomeno.
Sarà mica per questo, allora, che chi lo ha commissionato non si fa riconoscere?
E allora perché farlo realizzare e diffondere?
Qui può nascere un loop di domande infinito, volendo.
Credo valga la pena di approfondire in noi stessi questi dubbi piuttosto che pensare che meno male, qualcuno fa qualcosa (quando non si sa chi è questo qualcuno e perché fa questo qualcosa).

Posted by Mauro Mongarli at 16:38 | Comments (16)

16.07.06

Dopo Carosello - Corpacciòn dermoestetico

carosello_3.jpegdi Daniela Ceglie

[Dopo Carosello ospita un intervento di Daniela Ceglie, copywriter, transcreator* e cittadina del mondo al momento di base a Roma. mm]

* Che non significa operare dei makeover più o meno radicali e trasformare robusti omaccioni in voluttuose fanciulle, ma adattare per la lingua, la cultura e il mercato italiano materiali originariamente redatti in lingua inglese – Daniela


Lo devo dire: gli spot della Corporación Dermoestética sono brutti e irritanti come pochi.
Intanto sarebbe anche ora di finirla con questa ossessione per la perfezione fisica che ci vorrebbe tutte del manichini levigatissimi, sodissime dai talloni sin nelle gengive, depilatissime, sgrassate a mano come si fa con una fetta di crudo di Parma quando si è a dieta (appunto), tutte tarate sullo stesso amount di curve standard.
Curve chiaramente quasi mai naturali: le "bellezze" che sconsideratamente servono da modello sono praticamente dei mucchietti d'ossa chioccolanti con tutte le sporgenze morbide naturali annullate e ricostruite in plastica - praticamente delle Real Dolls.

Già che le ho nominate, pensate che paradosso allucinante: ci sono uomini che comprano a migliaia di dollari bambole che vantano una somiglianza impressionante con le donne reali (reali?), mentre le donne reali fanno la cresta sulla spesa pur di comprarsi a migliaia di dollari una somiglianza fittizia a bambole di plastica.

Tutta questa manutenzione, infatti, con questi tranci di pelle e silicone imbullonati al corpo, alla fine tutto lascia fuorché un risultato dall'aspetto "naturale", quindi già solo per questo gli spot della Corporaciòn dovrebbero essere multati per pubblicità ingannevole, visto che mostrano ragazze (a loro dire passate per il bisturi e/o trattamenti di vario tipo) carine e ben fatte, ma dall'aspetto ancora umano e soprattutto visibilmente già belle "di base".
Che, insomma, se vuoi dimostrarmi quanto strafiga posso diventare con l'aiuto della Corporaciòn, come minimo devi prendermi a testimonial Stefania Nobile e trasformarmela sotto gli occhi in Gisele Bundchen.
Che poi, strafiga fino a un certo punto: personalmente ho già in partenza dei seri dubbi sulle reali possibilità di imbellimento ottenibili con interventi di chirurgia estetica (men che meno con la semplice "dermoestetica"): basta farsi un giro ad esempio su awfulplasticsurgery.com per rabbrividire sui risultati ottenuti da moltissime star.
E se persino loro, con tutti i miliardi che possono investire nel tagliando, sono riuscite a farsi trasformare in ridicole caricature di sé stesse, cosa potremmo mai sperare di ottenere noi con le poche migliaia di euro messe faticosamente da parte nel barattolo dei biscotti?
Cominci a vent'anni a farti liposuggere qui e pompare là e arrivi ai settanta che come minimo hai le palpebre sulla cima del cranio tipo sogliola, le labbra a becco d'anatra e le areole e i capezzoli ridotte a dei patetici chewingum masticati da un tirannosauro.
Già ora si vedono in giro signore agée chiaramente passate più volte a fil di bisturi nel corso degli anni, trasformate in poveri mostricini con le tette gonfie e lucide, il viso teso a tamburo... ma il collo tragicamente in pelle di coccodrillo e le mani da fattucchiera ricoperte di grinze e macchie (due zone, non a caso, su cui ancora nulla possono né la chirurgia né la dermoestetica contro il passare del tempo).
Intravedo un futuro di cadaveri non biodegradabili da smaltire nella campana della plastica, e mi fa sinceramente orrore.

Tornando a bomba, leggo sull'ignobile marchettone uscito su TgCom qualche giorno fa (ma l'Istituto di Autodisciplina che fa, dorme? Dov'è la scritta "pubbliredazionale", sinonimo politically correct di "marchettone" e obbligatoria per le pubblicità mascherate da articoli di giornale?) che in realtà esistono due Corporación (cito paro paro dall'articolo): "Corporación Dermoestética, [che] offre trattamenti di estetica avanzata e distribuisce una linea cosmetica esclusiva; e Corporación Médico-estética, specializzata in trattamenti di medicina estetica ed interventi di chirurgia estetica, cuore dell'attività del Gruppo."

La legge italiana in materia ancora non permette di pubblicizzare interventi chirurgici, perciò gli spot sono in apparenza incentrati sulla più blanda Dermoestetica. Che così, a naso, sembrerebbe niente di diverso da un qualsiasi centro estetico dove farsi fare cerette, pedicure, pulizie del viso e quant'altro (non so bene che se fa in sti posti, dato che non ci sono mai entrata in vita mia).
La pubblicità in onda, però, suggerisce miglioramenti ben più radicali di una semplice ceretta.
Quando lo speaker vagamente spagnoleggiante percorre insieme alla telecamera il corpo di una modella esclamando semiarrapato Che viso! Che seno! Che fianchi! Che gambe! non vorrà mica darmi a bere che tanto ben di dio è stato ottenuto con qualche peeling all'acido ialuronico.
No, è ovvio che sta alludendo a interventi più seri e invasivi, in grado di rimodellare la silhouette non certo a colpi di creme e lozioni.
Complimenti ancora una volta allo IAP che lascia correre.

Stendiamo una pietosa lastra di cemento armato sul doppiaggio a dir poco penoso: quando la strafiga di turno dice "Per se-nn-tt-irrrrrr-ti meglio" a me vien voglia di schiattarle i seni rifatti come fossero le bollicine di quei fogli di plastica da imballaggio.
"Per sentirti meglio", già.
Cioè, prima fanno degli spot mirati a farti sentire un cesso, una che "per sentirsi meglio" ha bisogno di andare a farsi esaminare a tranci come una vacca da fiera e farsi scolpire in punta di bisturi i punti critici, poi hanno il coraggio di affermare che no, loro quelle affette da dismorfofobia le mandano a casa senza tante storie, perché (vedi l'articolo già citato) la scelta di sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica deve essere una cosa lunga e ponderata sotto appoggio psicologico, mica un ticchio da farsi saltare in testa così ad minchiam... chessò, ad esempio dopo aver visto uno spot pubblicitario.
Non a caso infatti gran parte della loro clientela è sotto i 50 anni (a partire dai 18, ma accettano pure minorenni purché abbiano il consenso dei genitori...) e cioè formata da ragazze e donne che in teoria non sono ancora entrate -per questioni anagrafiche- in quella stagione della vita in cui effettivamente qualche ritocchino sarebbe giustificabile.
Loro le dismorfofobiche non le fanno nemmeno entrare, nooooo-oooooo.
Dismorfofobia (vedi definizione), ovvero una vera e propria malattia dell'anima innestata sull'errata percezione del proprio corpo da un punto di vista estetico, una malattia su cui sopravvivono e anzi prosperano centinaia di aziende e di marchi e che può arrivare a livelli di follia a dir poco ridicoli, come i trattamenti per schiarire la pelle intorno all'ano. No, non è un'invenzione mia: questo trattamento (che pare sia già molto in voga fra star di vario calibro...) esiste davvero e si chiama anal bleaching. Pazzesco.
Chissà se c'è anche questo nel menù della Corporaciòn.

Meno male che anche in pubblicità forse qualcosa comincia a cambiare, e che in perfetta controtendenza c'è ad esempio la Unilever, che per la linea Dove ha già da qualche anno scelto di scaricare le manichine a favore di donne vere, molto più vicine a ciascuna di noi.
Una furbata, senz'altro, ché il marketing non è mai beneficienza, e non immune da vizi perché (vedi sito) anche qui sotto sotto pompare l'autostima di una donna nonostante le imperfezioni fisiche significa ancora in qualche modo considerare tali imperfezioni (rispetto a quale standard, poi?) un altro da sé con cui imparare a convivere anziché dettagli che ci rendono uniche, ma a mio parere comunque un passo avanti e una strategia da lodare, sperando che stabilisca un precedente e inauguri un nuovo trend più sano di pubblicità più a misura di donna.

Posted by Mauro Mongarli at 10:23 | Comments (19)

06.07.06

Dopo Carosello – Pubblicità e arte: che palle.

carosello_3.jpegdi Mauro Mongarli

[Nota: le palle del titolo sono le mie, soggette ad orchite quando mi chiedono se la pubblicità può diventare arte, se l'unica forma d'arte oggi sia ormai la pubblicità e altre, appunto, palle. Nulla di male, in fondo, non ce l'ho con nessuno. Il pezzo con intervista che segue non dà spiegazioni utili in tal senso, ma credo possa contribuire a spiegare perché tali domande hanno poco senso. mm]

Essere parte del territorio è una condizione a cui non si può rinunciare: lo si è in quanto si esiste e ci si muove in un determinato contesto.

Essere una parte attiva del proprio tessuto sociale significa però cucirsi quest’ultimo bene addosso, renderlo parte attiva, e positiva, del proprio muoversi e del proprio agire.
Se per un individuo essere attivi e curiosi è la base di ciò, per una collettività gli stimoli non sono mai abbastanza.
Verso questo stimolo all’interazione tra contesto e creatività si dirige un agire artistico di recente ideazione, chiamato arte relazionale, o anche community based-public art.

La sostanza delle “opere" in questa forma d’arte è l’offrire un processo creativo collettivo, dove non esiste più il triangolo artista-opera-spettatore ma semplicemente il suggerimento di un’azione che stimola punti di vista e rapporti nuovi, ridefinisce situazioni, aumenta le possibilità di espressione, conoscenza e consapevolezza di tutti. Il tutto senza barriere, senza concetti “artistici" da difendere o spiegare: tutto va verso quella che è stata definita una “trasformazione sociale responsabile".


I campi di applicazione non hanno limiti. Qualche esempio lo possiamo trarre dall’attività di Artway of Thinking, un’associazione culturale veneta che si occupa appunto di community based-public art. Su loro iniziativa, alla Biennale d’Arte di Venezia di qualche anno fa 40 persone hanno dato un assaggio d’arte relazionale semplicemente salutando e dando il benvenuto ai visitatori dell’esposizione.
In un’altra occasione “l’opera" è consistita nell’organizzare un servizio gratuito di taxi tra il paese di Montescaglioso (Matera) e la sua distante spiaggia: il tassista era un artista locale e ogni corsa comprendeva una discussione sull’arte.
Altre volte ci si può spostare su piani più simbolici ma non per questo di minore impatto, come l’aver acquistato a prezzo simbolico uno spazio pubblicitario su di una rivista d’arte che non ospita mai pubblicità per dare maggior risalto ad una campagna contro la pena di morte, quella che qualche tempo fa fece Benetton.

Aziende come quest’ultima hanno anche capito anche che presentarsi in questo modo concreto e vivace non è semplicemente “alternativo", ma può far arrivare il loro messaggio dove altrimenti troverebbe solo preconcetti, o peggio.
Utilizzare mezzi come l’arte relazionale può permettere di andare al di là della semplice sponsorizzazione di un restauro o di un abbinamento ad un’attività sportiva perché permette di evidenziare il proprio carattere agendo direttamente sulla collettività, dando a questa qualcosa di interessante, mostrandosi parte vera del tessuto sociale: quanti imprenditori acquistano il pulmino della squadra pulcini di calcio del paese e poi se lo riprendono se il figlio non ci gioca più?

Ma torniamo ad Artway of Thinking, al secolo Stefania Mantovani e Federica Thiene. Abbiamo posto loro qualche domanda per capire meglio lo spirito dell’arte relazionale e le sue applicazioni pratiche.

L'arte relazionale è un modo di comunicare che lascia molto spesso sorpresi, perché ci si ritrova toccati da un comunicare che non ha l'invasività della pubblicità o di tutti quei media che siamo ormai abituati a considerare come messaggio in sè e per sè. Qual è la differenza nei meccanismi e nelle tecniche usate?

La proposizione “L’arte relazionale è un modo di comunicare" non è in generale un’affermazione così scontata, anche se per noi indubbiamente vera. Se in generale affermiamo che “l’Arte è un modo di comunicare", è meglio spendersi un po’ in chiarimenti.
L’arte contemporanea parla con linguaggio specifico; comunica principalmente con gli “esperti di settore", siano essi artisti, curatori, critici, collezionisti, galleristi, direttori di museo, appassionati amanti e troppe volte lascia attonito lo spettatore comune: nella realtà dei fatti, “che cosa l’arte comunica" non è così comprensibile, nemmeno nei percorsi proposti dalle Grandi Mostre, costruiti da curatori che dovrebbero per professione tradurne il senso, se non la semantica.

Per capirci, nell’unire Arte e Comunicazione si potrebbe immaginare un’ipotetica linea temporale partendo da quando l’Arte sola, nelle sue molteplici forme (visive e performative) parlava a tutti, traduceva e interpretava l’invisibile, prima della tipografia, della fotografia, del cinema (straordinarie creazioni), della televisione, della pubblicità, del marketing… fino a raggiungere tutti quei media che siamo ormai abituati a considerare come messaggio in sè e per sé.
Tutto ciò non succede a caso, le ragioni sono note e spesso misconosciute: al tempo dell’arte moderna e della nascita del “mercato dell’arte" si è formata una frattura, facendo dell’Arte “un’attività specifica". Bisogna attendere gli anni Ottanta, quando Jean Baudrillard teorizza la “sparizione dell’arte come attività specifica"; qui si inseriscono le forme d’arte comunitaria e relazionale che si dirigono e credono ad una “intesa" tra arte e società, in termini di linguaggio e funzione.

E' una questione di onestà intellettuale o, semplicemente, di obbiettivi diversi?

Certamente rispetto ad altre pratiche artistiche l’obiettivo è dissimile, l’onestà si misura nel modo in cui viene raggiunto.
L’obiettivo dell’arte relazionale (o perlomeno quello del nostro continuo sperimentare metodologico) è creare “nuove relazioni"; relazioni che prima non s’immaginavano; relazioni consapevoli dei preconcetti e dei luoghi comuni che sempre si interpongono tra individui e tra collettività; relazioni paritarie, poste su un piano orizzontale, piuttosto che gerarchico; relazioni interdisciplinari, multiculturali.
Creare relazioni è funzionale a cambiare i punti di vista - individuali prima, collettivi poi - sulla realtà, facendo leva sulla naturale funzione/capacità creativa insita in ognuno di noi.

Nicolas Bourriaud parla dell'arte relazionale come di "un'economia nella quale l'artista crea relazioni tra persone e cose, relazioni che sfuggono ai circuiti istituzionali della comunicazione". Se è vero, questo è un limite, una possibilità o un vero e proprio sistema economico-culturale alternativo all'attuale?

In questo orizzonte, l'arte relazionale è un modo di comunicare attraverso le relazioni, TRA persone principalmente, tra persone e contesto (fisico e sociale) poi, infine tra persone (collettivi, comunità) e “cose".
Ciò che è di primaria attenzione è il “processo creativo collettivo" che si offre come opportunità di espressione e guida il gruppo (persone in relazione) nella creazione di “prodotti e azioni", che nascono dalla messa in gioco delle potenzialità creative di ognuno, dalle potenzialità archetipe dei contesti considerati.
Tutto ciò che è contestuale, vero nel momento, è “materia" (creta e colore) nella prassi dell’arte relazionale: le personalità, i sentimenti, le passioni, i sogni, i bisogni, le motivazioni, i valori, l’etica, l’attività degli individui; nonché le risorse economiche, gli aspetti fisici e urbani, le vocazioni produttive, la socialità del contesto considerato.

Le imprese, oggi, devono comunicare se stesse in modo positivo e sincero per essere viste come solide e affrontare meglio la tempesta che i tempi propongono. L'arte relazionale secondo voi sarebbe uno strumento utile per loro?

Punti di vista alternativi (nuovi) creano nuove forme di prodotti, di comportamento, nuove direzioni, creano innovazione “sincera e positiva". L’Arte (e in essa quella relazionale) è soprattutto un modo di CREARE.

Quale prodotto? Quale target? Quale mercato?
In sintesi, per l’arte relazionale:
Prodotto = un nuovo punto di vista (collettivo) sul reale, che porta con sé un concreto cambiamento (materiale, intellettuale, temporaneo, permanente, locale, globale).
Target = il principale è il gruppo di lavoro coinvolto nel processo creativo, la collettività contestuale all’obiettivo che ci si pone.
Mercato = quella parte di società che vuole trasformazione, innovazione e si affida alla creatività, come cuore delle arti.

Quale comunicazione?
Qui ci piace riscrivere la proposizione principale che ci ha diretto nella progettazione di un Master di Primo livello sulla “Comunicazione di Carattere Sociale" commissionatoci dall’ IPU / Istituto Universitario Progetto Uomo di Viterbo: “la comunicazione è un bisogno, un gesto naturale", non farlo (non saperlo/poterlo fare) crea disagio.
Forse è possibile parlare di comunicazione senza parlare di relazione?
La necessità di relazionarsi è alla base di qualsiasi atto di comunicazione “sincera e positiva" o distorta e manipolativa che sia.

La differenza tra essere attore di una "trasformazione sociale responsabile" e il semplice sponsorizzare una mostra si può vedere abbastanza facilmente, dalla parte dello spettatore/pubblico. Ma entrare nelle logiche dell'arte relazionale come può cambiare/migliorare lo sguardo dell'impresa sul territorio e sul suo pubblico/clientela?

L’arte relazionale è una prassi strumentale a:
far emergere valori, motivazioni, bisogni, passioni, talenti, sogni dell’individuo (imprenditore e consumatore), archetipi, potenziale inespresso, vocazioni e direzioni del contesto (mercato e target);
agevolare il lavoro di gruppo in ottica interdisciplinare (azienda), il confronto, scambio, le collaborazioni e cooperazioni (affiliazioni e networking);
creare innovazione TRA prassi e strumenti, tra prodotti e valore (processo produttivo ed economico sostenibile)

Tale atteggiamento nel mondo produttivo – dice Roberta, una nostra collaboratrice esperta di comunicazione d’impresa (Illy Caffè) – porterebbe a rivalutare (o forse per la prima volta valutare) il “made in italy" per quello che è nella sua essenza: “un prodotto creato e fatto in Italia che parla da sé" > e allora un divano è un divano dove piacevolmente ci si sdraia con un panino e un pezzo di formaggio, non solo con una tartina al caviale e un elegante alano al fianco.

L’arte relazionale può entrare in un’azienda per lavorare sui valori, partendo dall’individuo, su sostenibilità, qualità, innovazione, benessere, convivenza e cooperazione, piuttosto che sulla vendita del prodotto o servizio; quella viene da sé, nel distinguo tra informazione, comunicazione, brand, prodotto “sincero e positivo".

Entrare dentro tutto ciò ci identifica come artisti, come persone di cultura o come comunisti coi bimbi nella pentola?
In altre parole: l'identità delle persone come viene trattata, se artista, opera stessa e pubblico cambiano forma e significato, a volte scambiandosi i ruoli, altre volte sparendo addirittura?

Quale artista /autore? Quale identità?
Entrare qui dentro (in un processo creativo collettivo definito come arte relazionale) ci identifica (perché ci si scopre) persone consapevoli della propria creatività, forza innata di trasformazione.
Qualsiasi atto creativo incide nella realtà (vedi teoria antropologica delle scimmie dell’isola di Koshima), farlo con etica incide positivamente.


L’arte relazionale propone un modo di parlare con il proprio pubblico da pari a pari, propositivamente, offrendo rapporti e idee frutto di un pensiero approfondito – metodo che non sempre sta dietro un prodotto commerciale o a supportarne la comunicazione.
E’ un modo innovativo di vedere le cose? Può essere un modo di comunicare/scambiare per il futuro?
Per chi avrà il coraggio di mettersi in gioco davvero, anima e cuore sì: forse solo allora entreremo davvero nell'epoca del dopo Carosello.


Posted by Mauro Mongarli at 18:23 | Comments (7)

10.05.06

Dopo Carosello – vibrisse®

carosello_3.jpegdi Mauro Mongarli

Se pensiamo a Nike, Apple, McDonald’s, Ferrari e ad entità simili pensiamo, per l’appunto, ad “entità". L’effettiva fisicità di persone, prodotti, commerci di ognuno di questi “nomi" rimane sfuggente ai più, pur avendo ben chiaro cosa fanno essendone magari clienti o investendo tempo libero nel fantasticarsi tali.

Questi nomi sono dei “marchi", e fanno qualcosa di più che “voler dire fiducia" come faceva Galbani qualche decennio fa qui in Italia. Non garantiscono qualità o affidabilità, ma appartenenza, discrimine, riferimento. L’acquisto di prodotti di questi marchi è parte (spesso minore di quel che si crede) di questo intendere, una specie di biglietto d’ingresso in una nuova parte di te stesso.
Questi marchi sono il motivo per cui molti prodotti esistono, il motivo per cui si creano determinati modi di pensare e per cui si creano bisogni indotti che fatturano da soli come la Polonia.

Esempio polacco escluso, tutto il resto vale anche per vibrisse.

Per questo vorrei dire che prima di qualsiasi approccio al mondo delle riviste di carta sarà bene aver chiaro che vibrisse è innanzitutto un solido marchio.
Come ogni marchio ben fatto è fondamentalmente una casa vuota: ci si proietta quel che si ha dentro e si ottiene un ritorno di un certo tipo. Se il ritorno ci piace, il marchio fa per noi, altrimenti no. Una volta che si capisce che quel benedetto ritorno siamo al 98% sempre noi un pochino frullati, magari genericamente modificati, si capisce che sogni e bisogni hanno rapporti tra di loro che non ci aspettavamo mica così bislacchi, ma magari si continua a seguire quel marchio lì, come prima.
Sogni e bisogni proiettati in un marchio solido: è soprattutto per questa ricchezza che è in ognuno di noi lettori e collaboratori che mi permetto di suggerire a tutti coloro che hanno a cuore vibrisse, bollettino di letture e scritture a cura di giulio mozzi, di considerarlo (ORRORE!) un marchio per meglio leggere e trarre quanto di buono si può trarre da ogni opinione e proposta. Ci aiuterà a farne una casa splendidamente vuota, di quel vuoto che nelle antiche poesie sufi è pieno il cuore del fedele, affinché possa riempirsi dell’amore del dio.

(la butto sull’elevato perché in realtà dovremo essere tutti uniti per litigare con Mozzi, la sera, dopo Carosello)

Posted by Mauro Mongarli at 17:26 | Comments (8)

25.04.06

Dopo Carosello - La propaganda non è una scienza esatta.

carosello_3.jpegdi Mauro Mongarli

“Qualunque forzatura da parte della sinistra si tradurrebbe in una mancanza di rispetto per quell'ampia metà degli italiani che ha votato per la Cdl."

(Nota firmata oggi dai dirigenti di Forza Italia Sandro Bondi Paolo Bonaiuti, Fabrizio Cicchitto, Renato Schifani e Elio Vito in merito alla necessità di rispettare un "preciso percorso istituzionale" prima di affidare l’incarico per la formazione di un nuovo governo).

Posted by Mauro Mongarli at 18:02 | Comments (6)

31.03.06

Dopo Carosello – Ascolta, si fa nera / 2

carosello_3.jpgdi Mauro Mongarli

Qualche tempo fa ero a Roma, in Piazza del Popolo, e sono stato fermato da una gentile signorina munita di cameramen che mi ha chiesto: “Secondo lei il Papa ha il diritto di dire la sua sulle questione politiche italiane?". Roma esercita su di me tutto il suo fascino, quindi ho evitato di far polemiche e ho risposto: “Come capo di stato estero, sì". La signorina si è incupita, io cominciavo a caricare la molla di un pistolotto sull’apostasìa ma non se ne è più fatto nulla.

La tv in questi casi è un mezzo eccellente: una selezione seria di interviste per la strada può cogliere gesti ed espressioni che valgono più di mille parole, e aiutare un approfondimento personale in modo leggero e praticabile da tutti (un po’ di teoria non fa male, visto il livello della tv “di strada" di oggi).

La pubblicità a volte riesce a sintetizzare un pensiero in modo preciso ed inequivocabile, a renderlo chiaro senza dover andare al prendere o lasciare, al con me o contro di me, e ai tanti senza se e senza ma che ci ammorbano da tempo.
Una sintesi ben costruita riesce a stimolare le sfumature, in altre parole.

Ripensando alla gentile signorina, ora la spedirei qui a vedere questo spot, che uscirà nelle tv statunitensi il 3 aprile prossimo. E’ uno spot della United Church of Christ, si rivolge a chi si sente rifiutato dalla sua religione (qualunque religione) e lo invita a condividere con loro la sua storia. Ciò è possibile tramite un blog e ovviamente presso le loro chiese.

Quest’altro loro spot lo vedo anche più adatto al nostro sentire europeo.

Il loro motto è “God is still speaking," cioè “Dio sta ancora parlando,".

Lei ascolta Dio, signorina? Ah, dopo Carosello,

Posted by Mauro Mongarli at 13:55 | Comments (0)

16.03.06

Dopo Carosello – Up with 7 Up (parte prima)

carosello_3.jpgdi Louise Charlotte Denise Des Mots-Croisées coniugata DesBauche

[Questo articolo uscirà in tre puntate, e sarà via via visibile anche su Bandazhevsky, il nuovo spazio dei Testi Mongarli, con foto ed altro materiale aggiuntivo. mm]

Michael Apted, regista inglese (fra le innumerevoli regie e produzioni sia cinematografiche che tv anche Gorki Park e Gorilla nella nebbia) nel 1964 ha partecipato a un progetto che poi ha continuato e sviluppato negli anni, il più straordinario documentario antropologico e sociale mai realizzato, il primo, vero e genuino reality della storia della cinematografia documentaristica.

7 Up è il primo di sette film in cui un gruppo di 14 bambini inglesi scelti in regioni e strati sociali drammaticamente diversi, veniva intervistato con cadenza settennale, chiedendo le loro aspirazioni, i loro progetti e la loro visione sui temi più disparati della vita, dalla religione alla politica al razzismo, dall’amore al matrimonio e la famiglia. Seguendo così la tabellina del sette in ogni fase della loro vita, si arriva ai giorni nostri, al 2005, al 49 Up, in cui i protagonisti sono ormai più che adulti.

Più reale dei reality e più reality della vita reale, 7 Up nasce ufficialmente per dare uno sguardo alla Gran Bretagna del 2000, ma nella verità cerca di scoprire quanto le caste sociali britanniche siano invalicabili e siano responsabili di un destino già segnato nel bene e nel male.

Generalmente i bambini di classe socio-culturale alta, avevano già dall’età di sette anni un piano di studi molto preciso che li avrebbe portati dalle scuole private che frequentavano attraverso i migliori licei, fino alle migliori università, per poi intraprendere carriere o in grandi aziende o come legali, mentre quelli di classe sociale bassa, non avevano idea di che destino li avrebbe attesi, evidentemente replicando una filosofia di vivere alla giornata che assorbivano da casa.

I tre cosiddetti “Wise men" John, Andrew e Charles a sette anni sono piccoli snob, che affermano di leggere il giornale per tenere d’occhio l’andamento delle proprie azioni e che giustamente nelle scuole private si paga, altrimenti, ci sarebbero troppi bambini, presumibilmente poveri che vorrebbero tutti venire a scuola e questo originerebbe il caos.

John è l’antipatico del trio, sempre polemico nei confronti della trasmissione, che a suo vedere non darebbe al pubblico un ritratto fedele dei partecipanti. La piega polemica del suo sorriso lo caratterizza attraverso gli anni, fino alla maturità che lo trova però più addolcito e più propenso ad accettare che le sue origini lo abbiano privilegiato nella riuscita della sua vita. John diventa avvocato e insieme a sua moglie dai 35 anni si occupa di una fondazione a sostegno dei bambini in Bulgaria, paese di origine dei suoi antenati. Appare in maniera discontinua nel programma, e quando vi ha partecipato lo ha fatto per poter dare risalto alla sua organizzazione di beneficenza.

Andrew è un personaggio più opaco, senza caratteristiche che lo possano far risultare nè odioso, nè particolarmente amabile. E’ prima un bambino normale, un ragazzo normale e un uomo normale, che tende però senza vergogna ad ammettere che le migliori opportunità di partenza che ha avuto nella vita hanno favorito la sua riuscita.

Charles, che fino ai 14 anni era decisamente inquadrato nell’ambiente borghese di appartenenza, si presenta all’intervista dei 21 anni con capelli lunghi e vestito casual, in netto contrasto con i cravattati John ed Andrew. Si percepisce chiaramente che sta deviando dal percorso predisposto per lui dalla sua classe sociale e quando gli viene chiesto dei suoi piani futuri, Charles afferma che vorrebbe scrivere, anche se questo volesse significare farlo in un sottoscala. 21 up è l’ultima partecipazione al programma di Charles, che in seguito è diventato giornalista e producer di documentari.


Tony, che non lo nascondo è uno dei miei preferiti, a 7 anni è uno scugnizzetto dell’east end londinese, parla con un marcato accento popolano, è vivace, irrequieto e spontaneo. Non gli piacciono i bambini ricchi, perché secondo lui hanno la puzza sotto il naso e bisognerebbe riempirli di botte. Quando a 14 anni gli chiedono cosa farà da grande, risponde: il fantino. E poi continua: se non dovessi riuscirci, farò il tassista.
A 21 anni Tony dopo aver lasciato gli studi e lavorato come stalliere, ha già iniziato e concluso in sole tre gare la sua carriera di fantino e sta già preparandosi a superare gli esami per la licenza da tassista. Mostra con orgoglio le foto delle sue gare a cavallo e quando ne parla gli si illuminano gli occhi, anno dopo anno. Ma molto saggiamente ammette che non era abbastanza bravo per continuare a gareggiare e conclude: Meglio essere un “sono stato" che un “mai fui". Tony ha principi semplici e saldi e nonostante la sua vicinanza ad ambienti degradati, riuscirà, anche contro le aspettative stesse del regista a mantenersi onesto e a riuscire nella vita.
A 28 anni ha il suo taxi nero londinese, ha una moglie con la quale ha rinunciato ad usare tutte le 4 s del suo codice di comportamento con le femmine: scovale, sfamale, sc... scordale – la terza si immagina facilmente (testuale da Tony). Ma Tony non riesce a scordarla, tant’è vero che la sposa e rimarrà con lei, fra alti e bassi del matrimonio fino a diventare nonno. Nel frattempo Tony fa anche comparsate in film e telefilm, gioca a golf, continua a calvalcare e progetta di aprire un pub. A 35 anni l’avventura del pub è già fallita, Tony ammette davanti alle telecamere di avere tradito la moglie, con la quale condivide anche a turni la guida del taxi e passano alcuni momenti di crisi coniugale. Li ritroviamo ancora insieme anche nell’ultimo episodio della serie, 49 Up. Hanno comprato una casa in un’isola della Spagna dove trascorrono molto del loro tempo con figli e nipotini. Tony finalmente ammette che avrebbe potuto avere un destino diverso se avesse studiato, ma considerate le opportunità che ha avuto, la sua è comunque stata una vita di successo.

L’aspetto straordinario di 7 Up e dei suoi sei seguiti è seguire la vita vera di persone vere. Quanto davvero siamo frutto dell’ambiente e quanto dei geni? Quanto si cambia e quanto ci cambiano le esperienze nel corso della vita? “Datemi un bambino di sette anni e vi darò l’uomo" è il motto della serie: è bello sapere di esser già noi stessi a sette anni o è una condanna all’immutabilità? Sapere di avere ogni sette anni un appuntamento con il mondo per fare il resoconto della propria vita in quel lasso di tempo, quanto può aver condizionato la vita dei protagonisti? La popolarità che inevitabilmente hanno ottenuto in Inghilterra per tutta la loro vita ha cambiato le loro scelte?

Le risposte a queste domande e la storia degli altri 10 ragazzini nelle prossime puntate.

[Madame Des Mots mi ha assicurato che le prossime due puntate non usciranno fra sette e quattordici anni. Al massimo dopo Carosello. mm]

Posted by Mauro Mongarli at 16:35 | Comments (1)

03.03.06

Dopo Carosello – Un lavoro ben fatto

carosello_3.jpgdi Stanislao Porzio

[Stanislao Porzio è copywriter e titolare dell’agenzia Amphibia. Questo articolo è stato pubblicato nel numero 9 de “Il Latore della Presente" libero periodico dell’Art Directors Club Italiano. Se volete leggere l'intero numero lo trovate qui. mm]

Giusto un anno fa, mi trovai casualmente in una libreria durante la presentazione de Lo stato dell’unione, di Tullio Avoledo. È un autore di fantapolitica (L’elenco telefonico di Atlantide, Mare di Bering, Tre sono le cose misteriose). Narrativa di anticipazione, più che vera fantascienza: racconta cose che potrebbero accadere domani o nei prossimi vent’anni. Incuriosito dalla descrizione della trama, rimasi. Il protagonista del libro è un pubblicitario. In un periodo di magra riceve dal presidente di un’ipotetica amministrazione locale del Nord-Est italiano una ghiotta proposta: realizzare una campagna per convincere tutti i cittadini della regione che discendono dai Celti. Il protagonista, che non ci crede per nulla, accetta comunque l’incarico.

Raccontato l’inizio della trama, il presentatore chiese all’autore se il suo personaggio avesse fatto questa scelta per denaro. Sì, rispose Avoledo, anche per denaro. Ma soprattutto per il piacere della sfida tecnica. I tecnici, sosteneva lo scrittore, tendono inesorabilmente ad annullarsi nel loro lavoro, puntando al massimo risultato possibile, a prescindere dalle sue conseguenze.

A questo proposito, aggiunse Avoledo, è interessante leggere come i progettisti delle camere a gas e dei forni crematori dei lager nazisti si fossero appassionati al loro lavoro. I tecnici hanno l’orgoglio professionale al posto della morale, perciò sono molto pericolosi.

Questa fu la sua conclusione. Proprio quel giorno mi ero dedicato a una monografia per un’industria chimica. Essendomi stato richiesto un capitolo dedicato all’aspetto ambientale, mi ci impegnai a fondo, cercando di “dimostrare" come l’azienda fosse impossibilitata a produrre danni all’ecosistema, perché sarebbero stati incompatibili con la sua missione: creare benessere per gli utenti finali. Voglio sottolineareche nessuno mi aveva chiesto di affrontare in questo modo l’argomento, venne in mente a me come espediente retorico.
La mattina dopo la presentazione del libro modificai il testo, prevedendo di inserirvi solo i provvedimenti concreti dell’azienda per prevenire l’inquinamento. Dati di fatto, valutabili per quello che erano, non belle parole che intortano. Un recente spot tv per una carta di credito mi ha fatto tornare in mente questo episodio, anche se – sono il primo a riconoscerlo – l’accostamento alle camere a gas, assolutamente sproporzionato, riguarda solo questioni di principio. La tesi che il 30 secondi sembra sostenere è “pagamento con carta = regalo".

La trovata con cui viene suggerita l’idea è ingegnosa – ogni oggetto acquistato, anche il più quotidiano, è avvolto in carta da regalo – e la realizzazione è impeccabile. Quello che non è chiaro è chi fa il dono. Qualche ingenuo potrebbe pensare persino che sia la carta a regalare qualcosa ai suoi proprietari. Sono convinto che questa ambiguità non sia premeditata. Per me è andata così: i creativi hanno avuto una bella idea; era un peccato rinunciarvi o starla ad appesantire con spiegazioni didascaliche, che avrebbero rovinato il risultato. «Massì, la gente capirà…». E così, ancora una volta l’orgoglio del tecnico ha prevalso sul senso di responsabilità del comunicatore.

A proposito, esiste davvero un senso di responsabilità del comunicatore nei confronti dei suoi destinatari? O il comunicatore si sente di dover rispondere solo ai suoi committenti e alla sua professionalità? Si fa tanto parlare di responsabilità sociale delle aziende – ne sappiamo qualcosa, visto che ne siamo noi la voce – ma quello sulla responsabilità del comunicatore è un discorso poco popolare, soprattutto in tempi di economia stagnante e di clienti difficili da trovare come un ago in un pagliaio.

Eppure, ci sono poche cose che incidono sulla realtà come il nostro mestiere.

Un’azienda che commissiona una campagna, infatti, non lo fa per hobby, ma per trarne notorietà, prestigio, credibilità, fatturato. Per esempio, la Banca Popolare Italiana (ex Banca Popolare di Lodi) ha guadagnato ulteriore affidabilità e magari altri correntisti grazie alla campagna dell’anno scorso; affidabilità che, con il senno di poi, era meglio non tributarle.

Lungi da me il sospettare che gli autori della campagna sapessero che cosa bolliva nella pentola di Fiorani: nessuno di noi ha la palla di vetro, né legge nel pensiero.

Voglio solo attrarre l’attenzione sul fatto che utilizziamo ogni giorno uno strumento molto potente, e lo manovriamo talvolta con eccessiva disinvoltura. Talora accade che, anche quando potremmo, non sottilizziamo troppo né sulle richieste dei clienti, né sui nostri metodi per raggiungere l’efficacia. Crediamo davvero che gli effetti collaterali dei nostri messaggi siano da attribuire solo a chi li firma? Noi obbediamo solo agli ordini?

Posted by Mauro Mongarli at 16:16 | Comments (3)

27.02.06

Dopo Carosello – Branca branca branca, leon leon leon (fì! BUM!)

carosello_3.jpgdi Mauro Mongarli

"Non credo che oggi la gente di talento sia artisticamente meno dotata di chi li ha preceduti. I tempi sono esauriti: le storie nascono da strutture di idee, di etica, di convinzioni, dall’attualità. I nostri tempi sono esauriti - non i nostri artisti". (Francis Ford Coppola)

Giuseppe Caliceti, in un suo post in vibrisse, questo, dice che non lo convince “l’idea di vedere separati forma e contenuto, lingua e contenuto. E non vederli come un tutt'uno. Come se la lingua non fosse il contenuto numero uno di un testo, ma un semplice mezzo; e come tale, un mezzo "neutro". Come se l'uso - a volte anche programmatico - di una lingua invece di un'altra, non condizionasse, di fatto, lo stesso contenuto di un testo: o è un caso che quando si parla di lavoro, oggi come ieri, tanto per fare un esempio, spesso, per la maggior parte dei fruitori di un libro, sembra quasi abbassarsi il livello letterario di un testo? [...] Come se oggi uno scrittore fosse - o dovesse essere, quasi necessariamente - prima ancora di uno scrittore, un pubblicista, un giornalista, un copywriter, un editore, un libraio, un commerciante di libri."

Per uno scrittore penso la questione sia molto importante, ma per un copywriter come me è questione quasi di vita o di morte.

Scegliere correttamente la lingua da usare nel mio lavoro è tutto. Per un copy è come se esistessero molte più lingue che per uno scrittore, non foss’altro perché le deve mimare o affiancare, mai copiare o citare (pena annuncio sballato proprio perché scimmiotta una lingua e non la parla) – e ogni cliente ha la sua lingua, prima che il suo tono di voce.
Questo però molti clienti non lo sanno.
Se ad un certo tipo di cliente io NON propongo una lingua uguale a quella della concorrenza, questo si sorprende e mi dice: guardi che non stiamo qui a giocare: se parlo così ai miei clienti questi non mi riconoscono. Al che io dico: mi scusi, ma non è che facendo così, invece, rischia di farsi riconoscere proprio come copia del suo concorrente? Scarpate in testa, me tapino.

Se un altro tipo di cliente mi chiede estro e creatività, mi preparo a grandi delusioni perché in genere si arriva a: ma perché non facciamo un bell’annuncio come quelli Nike, che hanno tanto significato? A nulla vale dire: significheranno tutto quello che vuole, ma lei produce rondelle per apparecchiature di sala operatoria. Lei conosce perfettamente i suoi clienti e i loro bisogni, li conosce per nome, spesso ci va a cena insieme. Ha così tanti quattrini da buttare? No, ma io intendevo mettiamo una bella ragazza vestita sportiva, no? Cosa aveva capito, Mongarli?
Questi sono i nostri tempi, i tempi di cui parla Coppola.
Tempi dove il raccontare ormai non è neanche più mercificato. E' un costo tagliabile.

“Lingua della concorrenza" e “estro e creatività" non sono lingue, ovviamente.
Sono alcuni dei termini con cui la complessità, la ricchezza, l’utilità e la duttilità della lingua, che può avere massima dignità anche quando usata per i più beceri scopi commerciali, vengono declassate e umiliate da molti committenti di pubblicità.
Per loro l’ignoranza supposta dei loro clienti, riflesso della loro (reale), regna sovrana su tutto, e il mio lavoro, secondo loro, è scrivere agli ignoranti senza far notare disprezzo e in italiano corretto, che non ci si rida dietro, veh.

armata_brancaleone.JPGLa faccio corta: quando in vibrisse leggo le disavventure della stagista in casa editrice io mi sento a casa: è la stessa ignoranza. Quando leggo recensioni in giro o deliranti commenti di blog che ambiscono diventare un genere a se stante scuoto la testa: è la stessa ignoranza. Quando sento anatemi lanciati contro chi legge solo i libri di Zelig penso a come l’ignoranza, debitamente classificata e distribuita, sia una notevole risorsa economica.

Ma la lingua vive di tutto questo, no? Per un copy lingua e lotta sono pressoché sinonimi, per questo vedo tutto ciò come fatto in fondo positivo. La lingua è più forte di qualunque sua riduzione idiota come: uè, 22 pagine di programma politico contro 281!
Nonostante pensi ciò, mi sento vicino (leggi: con le mani ugualmente sporche) a chi si parla addosso sull’argomento, menando fendenti come Gassman e Volonté in Brancaleone alle Crociate quando duellano con pesantissimi spadoni medioevali. Se ricordate, i due finiscono sfiniti dallo sforzo, nessuno vince ma il campo di grano teatro della loro tenzone alla fine è completamente mietuto: tanta fatica non era stata vana, fatta salva vacuità delle intenzioni. Certo, se si fossero parlati in una lingua non inventata...

Posted by Mauro Mongarli at 15:33 | Comments (3)

16.01.06

Dopo Carosello / Forti in Europa, rispettati nel mondo

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Annuncio vincitore, nella sezione Trasporti e Turismo, del prestigioso premio Epica Awards (www.epica-awards.com) per il 2005. Il cliente è Kilroy Travels, tour operator danese. Il titolo recita: Andate, prima che sia troppo tardi. Gli altri soggetti della campagna, qui.

[Tutte le puntate di "Dopo Carosello", la rubrica di Mauro Mongarli]

Posted by giuliomozzi at 15:27

21.12.05

Dopo Carosello / Buon Caos e Felici Emozioni

carosello_3.jpgdi Mauro Mongarli

Fra le email di auguri per le feste me ne è arrivata una con scritto: ecco i miei auguri di Natale... un gesto semplice e spontaneo di una bimba...

In allegato, un file video (lo potete vedere qui, pesa circa 1,4 megabyte) dove si vede una bambina che, toccandosi i capelli e notando che qualcuno sta arrivando a casa, ha un’idea. Va alla ricerca di un paio di forbici e, con attenzione mista ad un velo di dispiacere, comincia a tagliarsi i capelli.
Suonano alla porta: la bimba apre l'uscio a due adulti e ad un bambino, probabilmente i genitori e il fratello – quest’ultimo con un berretto enorme per la sua testa. I tre appena vedono la bimba con i capelli corti e spennacchiati si stupiscono grandemente, anche perché nell’abito, all’altezza del grembo, tiene tutti i capelli tagliati. La bimba ne offre una manciata al bambino, che le sorride, si toglie il berretto e glielo mette. Il bambino è completamente calvo, si intuisce che è sotto chemioterapia e che la bimba gli ha voluto fare un regalo.

Ora: che questo possa essere un gesto semplice e spontaneo di una bimba ci può stare. E’ commovente e personalmente non ci trovo nessun buonismo o melassa di fine anno.
Ma questo, cara amica che mi hai spedito il file, è uno spot pubblicitario dell’associazione spagnola Ninos con Càncer, come da cartello finale. Non è nè semplice nè spontaneo per sua natura. E’ uno spot riuscito, e fa il suo dovere.

Non ti sto accusando di nulla, sia chiaro. Anzi: per Natale mi regali l’occasione di sottolineare con un esempio pratico come la pubblicità possa cessare di essere uno strumento quando ne siamo coinvolti emotivamente o per altra convenienza. La cosa diventa pericolosa, colpevole confusione, solo in certi casi, quando ci sono di mezzo ideologie da difendere anche dal buon senso, o quando si decide di essere più realisti del re.
La confusione in sè non è mai una buona cosa, perché è solo un'imitazione scarsa del Caos, che in teoria non ha secondi fini.
Quindi auguri, E. Ma non confondere la pubblicità con l’emozione, sennò cosa farai dopo Carosello?

[Tutte le puntate di Dopo Carosello]

Posted by Mauro Mongarli at 12:02

23.11.05

Dopo Carosello – Riàliti, ficscion, publìsity, narrèscion.

carosello_3.jpgdi Mauro Mongarli

Che i reality show abbiano degli autori non credo sorprenda nessuno, ma “autore di reality show" resta sempre un discreto ossimoro. Il fatto è che, almeno negli USA, questi ossimori di recente si sono fatti sentire.

In estrema sintesi, il 15 novembre scorso il Writers Guild of America e lo Screen Actors Guild, sindacati che negli USA difendono i diritti di sceneggiatori e attori, hanno chiesto a televisioni e network nazionali un codice di condotta per regolamentare la pubblicità mascherata da qualcos’altro (stealth -come il bombardiere invisibile- advertising), il cosiddetto product placement(quando un prodotto viene messo in bella vista durante un film) e soprattutto l’inserimento di prodotti all’interno di dialoghi o snodi cruciali della narrazione.

Secondo un comunicato delle organizzazioni: “queste integrazioni ingannano il pubblico e forzano autori ed attori a fare un lavoro per il quale non sono stati assunti" (qui trovate altri dettagli e una traccia del codice di condotta proposto).

In un ulteriore documento del sindacato degli autori si approfondisce così: “Ci viene chiesto di scrivere le battute che vendono i prodotti, e di camuffare tutto ciò con una storia. Ai nostri autori viene chiesto di fare la funzione di copywriter, ma di mascherare ciò con una narrazione (traduco liberamente così l’originale storytelling)".

In pratica, si chiede una maggiore chiarezza nei confronti del pubblico (quella che in Italia si è schifosamente risolta con i “messaggi promozionali" e i loro siparietti dementi) e un maggior rispetto di ruoli e funzioni professionali.
Il presidente del Writers Guild of America, Patric M. Verrone, afferma che la cosa è ovviamente sempre esistita ma è peggiorata notevolmente con l’avvento dei cosiddetti reality show: “Prima si è cominciato con i reality show, dove gli autori non hanno contratti e protezioni sindacali per farsi valere. Ma ormai quest’uso sta arrivando anche negli show di prima serata, e come sindacato di autori non lo possiamo accettare".

Lascio a voi le considerazioni su diritti e rivendicazioni che devono avere una qualche camicia per esistere (ol de uorld is cauntri), e vi invito a considerare gli effetti che possono avere sulla narrazione pur senza grandi pretese di un reality il dover mettere una bibita dietetica come centro del dialogo fra due che stanno litigando a morte (prodotto: bibita Dr. Pepper, reality show "American Dream Derby", network GSN – uno degli esempi citati da un autore).

Comincia ad intravedersi il momento in cui la distorsione di realtà, finzione, pubblicità e narrazione arriveranno ad un punto di non ritorno. Dal mio punto di vista di pubblicitario è il punto in cui le merci diventeranno le uniche storie, che non saranno più accolte perché non gireranno più.

Sarebbe la vittoria del Dito sulla Luna.

[Tutte le puntate di Dopo Carosello]

Posted by Mauro Mongarli at 08:08

30.10.05

Dopo Carosello - Come capire la pubblicità del nostro domani odierno

carosello_3.jpgdi Mauro Mongarli

La pubblicità non inventa nulla. Nè, tantomeno, lancia tendenze e mode. La pubblicità amplifica mode e tendenze quando queste smettono di essere tali, e le rende note ad un pubblico più vasto per scopi commerciali (con i numeri dei trend ci campano in pochi, anche se molto bene). Che il tempo tra la fine di una tendenza in quanto tale e la sua diffusione su ampia scala sia sempre più breve, va da sè: siamo nell’epoca del tempo reale. Ma non ancora in quella del tempo zero, dove un prodotto nasce già come successo su vasta scala.

In realtà l’impressione è dell’esatto contrario, ma solo perché viviamo in un mondo dell’informazione che dà in gran parte informazione finta e senza memoria di se stessa.
Non mi riferisco ai sempiterni servizi di Natale e Ferragosto dei telegiornali RAI, sempre rifatti uguali da decenni, nè alla fuffa sotto vuoto spinto propinata da TG2 Costume e Società e dai suoi vari emuli.
Mi riferisco al fatto che un prodotto/evento commerciale, per preparare il terreno alla pubblicità, se vuol fare le cose per benino (il malandrino) deve cambiare le carte in tavola, cioè la percezione dei fatti nelle nostre teste.

Chi si ricorda, ad esempio, che l'iPod di Apple, che ora detiene una posizione di quasi monopolio nei lettori di musica digitale portatili, è arrivato per ultimo nel suo mercato? Ha sbancato, certo, ma tutto quel che è successo prima nel settore non se lo ricorda più nessuno. Una mia personale indagine ha riportato che la quasi totalità dei possessori di un iPod pensa che Apple abbia inventato i lettori mp3, un buon 30% che abbia sconfitto Napster (per chi non se intende è come dire che Cofferati era un capo partigiano).

In certi settori merceologici, chi mena per primo mena due volte, comunque. Non c’è dubbio.
In altri, chi grida per ultimo si fa sentire di più. Ed esempi come quello dell’iPod mostrano come una legge in fondo sempre esistita ora si trova spinta verso conseguenze che possono rivelarsi inedite – almeno in certi effetti.
Un altro esempio?
"Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa" (beh, forse anche questo è un esempio di vecchio stampo. Facciamo che vi metto in guardia e vi delego la responsabilità di fare attenzione nel presente, oltre che nel domani odierno, va bene?

Il nostro domani odierno (Elio e le Storie Tese mi perdonino per il ripetuto vilipendio), nella pubblicità, nell’informazione come nella comunicazione tutta, è sempre più dipendente dal nostro livello di vigilanza. In fondo è semplice, non bisogna aver studiato per stare attenti: basta saper fare due più due e non pretendere che faccia sempre quattro, perché è quello che ci verrà sempre ammannito.
Mai come domani sarà sempre più importante non spegnere il cervello, dopo Carosello.

[Tutte le puntate di Dopo Carosello]

Posted by Mauro Mongarli at 14:51 | Comments (6)

02.10.05

Dopo Carosello – Quando un annuncio è bandito?

carosello_3.jpgdi Mauro Mongarli

Prendetelo pure come un proseguimento del Dopo Carosello scorso, dove si parlava dello spot Make poverty history, bandito nel Regno Unito in quanto messaggio volto ad influenzare la politica dei governi occidentali.
Qui propongo alla vostra attenzione un annuncio che parla degli elicotteri militari Osprey V-22 prodotti dalla Bell, una compagnia che gravita intorno al ben noto gruppo Boeing, quello che produce i jet di linea.

L’annuncio lo trovate qui. Il titolo dice: “Scende dai cieli. Ironicamente libera l’inferno". La traduzione non rende le sfumature: heavens si può ben intendere come paradiso, così come unleash identifica un liberare insito, visto il contesto, in moltissimi aspetti della retorica che sostiene la guerra in Iraq.
La foto mostra l’elicottero mentre fa scendere dei soldati sul tetto di una moschea presumibilmente appena attaccata. Il testo sotto invita a considerare l’elicottero come “un dono dall’alto".

Secondo il Seattle Times da dove ho tratto la notizia, la Bell ha affermato che chi ha autorizzato l’annuncio non aveva l’autorità per farlo. Alla Boeing trovano l’annuncio “offensivo, siamo dispiaciuti della sua pubblicazione e ci scusiamo con chi, come noi, rimane costernato davanti al suo contenuto".

Sempre il Seattle Times riferisce che questo annuncio è comunque uscito due volte sul National Journal e sull’Armed Forces Journal prima di essere bloccato. Viste le riviste, che si rivolgono ad ufficiali del Pentagono, contractors e lobbisti delle armi, una sovraesposizione di scuse potrebbe avere qualche positivo effetto sui nascenti rapporti commerciali fra la Boeing e alcune nazioni islamiche - ma questa è farina del mio sacco, supportata dagli stucchevoli scaricabarile sul "cosa il cliente ha chiesto all'agenzia" leggibili sempre nell'articolo del Seattle Times.

Per approfondire la cosa sono andato a vedere il sito dell’ agenzia che ha pensato l’annuncio in questione. Non ho trovato quest’ultimo ma i suoi "compagni" usciti più a lungo (sezione “work"), che parlano degli elicotteri decantando le loro caratteristiche in modo più tradizionale. Nella sezione news dell’agenzia di tutto ciò non si parla, e anche questo mi fa pensare che tutta l'operazione di uscite e smentite sia un’ennesima variante tecnica di campagna virale, ovvero qualcosa di mezzo fra il passaparola e il buon vecchio “l’importante è che se ne parli".

Quando suscito scandalo in alcuni dicendo che, rispetto alla pubblicità, letteratura e giornalismo possono arrancare nel dare una lettura dell’esistente di qualche utilità pratica o morale, mi riferisco a fatti come questo. Se parliamo di grandi numeri, infatti, cose simili vengono più spesso trattate, appunto, dalla pubblicità o dalla peggiore Hollywood che dalle case editrici o dalle redazioni delle testate.

Forse il termine fiction si dirige verso nuovi significati e/o luoghi? Belli i tempi quando la fiction arrivava sempre dopo Carosello.

Posted by Mauro Mongarli at 16:45 | Comments (11)

17.09.05

Dopo Carosello – Make Poverty Politics

carosello_3.jpgdi Mauro Mongarli

Dall’agenzia Amisnet traggo questa notizia:

Make Poverty History: Londra cancella lo spot
amisla, 14/09/2005

Proprio nei giorni in cui l’attenzione mondiale si concentra sul futuro ruolo, anche umanitario, delle Nazioni Unite, l'autorità britannica sulla pubblicità mette al bando lo spot della campagna mondiale contro la povertà.

L’impegno dei movimenti internazionali contro la povertà deve ora fare i conti anche con le autorità britanniche. Infatti a Londra, lo spot dove le celebrità schioccano le dita per denunciare che ogni tre secondi una persona muore per povertà (qui la versione canadese, nda), è stato messo al bando dall'autorità britannica sulla pubblicità perché ritenuto «troppo politico». In altri paesi, Italia compresa, viene invece trasmessa regolarmente.
Ofcom, questo il nome dell'authority, ha deciso il bando perché la campagna pubblicitaria «mira a cambiamenti importanti nelle politiche del governo e in quelle di altri governi occidentali» e quindi viola le regole della pubblicità in tv, che dagli anni Cinquanta può essere solo partitica, come in caso di elezioni, ma non può veicolare messaggi politici.

L'associazione Make Poverty History ha reagito con sdegno: «Siamo molto delusi da questa decisione. Abbiamo fatto di tutto per far sì che lo spot rispettasse le regole della pubblicità. La campagna semplicemente sottolineava che ogni tre secondi muore un bambino per cause curabili, a causa della povertà. I milioni di persone che portano al polso il braccialetto di Make Poverty History non lo vedono come una causa partitica. Lo vedono come un tema morale del nostro tempo».

Sono un povero ingenuo o anche un’elezione democratica “mira a cambiamenti importanti nelle politiche del governo"? Ho perso qualche passaggio? Forse non devo più andare a letto subito dopo Carosello?


Posted by Mauro Mongarli at 09:44 | Comments (8)

31.08.05

Dopo Carosello / Storia di alcuni libri e di una collaborazione

di Giovanna Zoboli

carosello_3.jpg[Analizzare i rapporti alla base della comunicazione e della narrazione è compito difficile, e se tutto parte dalla comunicazione commerciale le cose si complicano ulteriormente. Di rado capita di leggerne con chiarezza e di esserne coinvolti: è successo a me leggendo questo pezzo, nato per vibrisse, di Giovanna Zoboli. L'autrice è titolare con Paolo Canton dello studio milanese Calamus, che si occupa di comunicazione editoriale e d'impresa, ed è anche l'anima della casa editrice di libri illustrati per bambini e ragazzi Topipittori. Guido Scarabottolo, di cui si parla nel pezzo, è uno dei massimi illustratori italiani. La mostra di Udine Una vita si chiude il 10 settembre, e di essa trovate ogni informazione qui. M.M.]

index_riga_03_dx.jpegDa alcuni anni, insieme a Guido Scarabottolo produco una collana di libretti non commerciali che si chiama “I libri a naso". Si tratta di piccole pubblicazioni che, in chiusura di un anno di rapporti e scambi professionali, regaliamo ai nostri amici e clienti. Dico “clienti" perché sia il mio studio di comunicazione aziendale sia lo studio di Scarabottolo, che è sia grafico sia illustratore, prevede, fortunatamente, la presenza di una clientela.
I “Libri a naso" sono nati quando con Scarabottolo ci siamo accorti che il risultato dell’interazione fra le sue tavole e le mie didascalie era qualcosa che non ci aspettavamo.
Non so dire esattamente in cosa consistesse, all’inizio, la nostra sorpresa. Penso che principalmente la sensazione fosse che le due cose unite dessero luogo a una terza cosa che non aveva niente a che fare con le prime due.
La circostanza che ci permise di accorgerci di questo, fu un lavoro commissionato dalla rivista Abitare.

Ogni anno, la rivista pubblicava alcuni inserti pubblicitari in cui alle fotografie di alcuni elettrodomestici da incasso Rex si accompagnavano le immagini di alcuni illustratori, liberamente ispirate ai temi del freddo, dell’acqua, del fuoco eccetera.
Nel 1997, Italo Lupi, direttore della rivista, affidò gli inserti a Scarabottolo. Gli disse anche che gli sarebbe piaciuto accompagnare le tavole a dei brevi testi. Per questa ragione, Scarabottolo, che conoscevo molto bene per ragioni non professionali, si rivolse a me.
Guido mi passava le tavole che aveva realizzato e io scrivevo dei micro racconti, due o tre righe in tutto, ispirandomi alle situazioni o alle figure – animali, persone, oggetti - rappresentate. Questo modo di procedere – prima le tavole, poi i testi - ha stabilito un metodo di lavoro che in seguito non abbiamo più abbandonato, fatta eccezione per un libro illustrato per ragazzi, Di notte sulla strada di casa, per il quale ci siamo attenuti alla prassi canonica, cioè prima i testi, poi le illustrazioni.
Quello di Abitare fu un lavoro molto divertente, che lasciò tutti abbastanza sorpresi, perché veramente quei minimali raccontini per immagini sembravano portare molto oltre un forno o un frigo.
A dire la verità, già molti anni prima Scarabottolo mi aveva chiesto di scrivere dei testi: stava allestendo una mostra a Milano dove esponeva delle tavole con caffettiere, a quei tempi oggetti molto presenti nella sua immaginazione, e voleva un testo sul tema in questione da accompagnare alle immagini. Io scrissi delle cose, ma fu subito evidente che non funzionavano. D’altra parte avevo lavorato senza vedere le tavole, ma solo pensando genericamente a situazioni domestiche con caffettiere napoletane sullo sfondo. Con il senno di poi, mi rendo conto che, in questo tipo di collaborazioni, scrivere senza vedere è come battere su una tastiera a occhi bendati [oppure su questa. M.M.]. Una riflessione che all’epoca non feci, forse anche perché avevo poco più di vent’anni e la consapevolezza di quello che facevo, scrivendo, era decisamente scarsa.
I Libri a naso escono dal 1998. Il primo si intitola Storie dell’anno scorso. Si tratta di una serie di illustrazioni di Guido associate a brevi o brevissimi racconti scritti da me sulla base delle illustrazioni.
Non ricordo esattamente come arrivammo all’idea di questo volumetto, nel senso che non fu immediato passare dall’esperienza fatta con Rex all’idea di un libro.
Per ragioni di lavoro e di amicizia mi trovo spessissimo a passare nello studio di Scarabottolo. Questa frequentazione assidua ha creato una lunga consuetudine con le immagini che Guido crea, con la loro genesi, il loro sviluppo. Avere spesso quei disegni sotto gli occhi, ha significato per me poter riflettere con facilità su alcuni problemi che le immagini pongono. Poter mettere a fuoco con esattezza il punto di intersezione fra parola e visione. E più semplicemente, familiarizzare, entrare in relazione con l’immaginario di un illustratore.
Nel caso del primo Libro a naso, credo sia nato dall’essermi portata a casa un fascio di illustrazioni di Guido – quelle che più mi sembravano sollecitare la parola - senza dare troppe spiegazioni e senza sentirmi fare troppe domande. Una delle caratteristiche del rapporto “creativo" fra me e Scarabottolo è che, da sempre, parliamo pochissimo di quello facciamo, praticamente non ne parliamo affatto. Non progettiamo insieme, non ci consultiamo né prima né poi e non interveniamo su quello che fa l’uno o l’altro, se non in misura minima. In questo giocano sicuramente due caratteristiche comuni: una decisa attitudine a creare per sintesi – un’immaginazione, cioè, che lavora preferibilmente in economia di mezzi espressivi - e una abitudine a risolvere il lavoro rapidamente, con il minimo spargimento di tempo e parole. Posso dire, fra l’altro, che Scarabottolo è l’unico illustratore con cui praticamente non parlo, perché, al contrario, con la maggior parte degli illustratori con cui lavoro e ho lavorato c’è uno scambio intenso di idee e pensieri.
I racconti del primo Libro a naso prendevano spunto da alcune situazioni paradossali illustrate da Scarabottolo, tipo un signore con un naso finto seduto in una sala d’aspetto vuota o un grattacielo seduto. Queste illustrazioni non erano state create, come al contrario era accaduto per Abitare, per l’occasione specifica. Si trattava di tavole realizzate per diversi committenti e scopi, in tempi differenti e senza alcun legame l’una con l’altra. Quindi, da un certo punto di vista, si può parlare di un’operazione di recupero, di riciclo, da parte nostra: un’immagine commerciale già utilizzata rientra in circolo attraverso un’elaborazione verbale non prevista dalla sua funzione originale.
<autoritratto_con_scaffale_depresso.jpgCon il tempo, grazie alla conoscenza sempre più approfondita dell’archivio di immagini di Scarabottolo - che lavora solo su computer, senza praticamente mai produrre originali – ho cominciato a individuare nella sua produzione la presenza di un personaggio. Si trattava di uomo privo di tratti riconoscibili e costanti: si potrebbe definire una figura anonima, caratterizzata proprio dalla sua genericità e mutevolezza. Questo tipo sembrava starsene sempre spaesato e a disagio nelle campiture di colore in cui Scarabottolo lo precipitava, o nelle città in cui si aggirava, o negli appartamenti in cui- sciaguratamente, si sarebbe detto – si trovava a passare o ad abitare, circondato di oggetti su cui evidentemente non sarebbe mai riuscito né ad affermare diritti di proprietà né a identificarsi, instaurando gratificanti vincoli affettivi.

Questo tipo non era ancorato a niente, non possedeva un nome, e mi pareva in balia della cronaca, personale e collettiva. Entrava e usciva da posti che non avevano contorni definiti, faceva cose il cui senso sembrava sfuggire prima di tutto a lui stesso e davanti ai propri simili era decisamente paralizzato da un gelo artico.
Mi sono resa conto che molte delle immagini disegnate da Guido per diverse ragioni e destinazioni, raccontavano di questo personaggio senza identità, la cui storia si dipanava incostantemente e accidentalmente, subordinata agli umori dei committenti di Scarabottolo e di Scarabottolo medesimo. Mi sembrava molto coerente che un tipo così soggetto alla casualità, alla frammentazione, allo sbando fosse anche tormentato da un biografo così discontinuo, capriccioso, incosciente, vincolato alle vicissitudini mercenarie del mercato – la famosa mano del mercato, così razionale ed efficiente in alcuni ambiti, in questo, puramente biografico, mostrava una vena di involontaria comicità, confinante con la tragedia. Questa cosa mi ha affascinato molto.
Mettendo insieme le immagini in cui quest’uomo compariva, è nata Vita e passione di B.T., quadro, un Libro a naso dove in una trentina di illustrazioni si racconta la storia di questo tizio sfuggente. Le iniziali che ho dato al personaggio corrispondono a quelle di una persona reale, conosciuta e frequentata all’epoca, che per molti aspetti mi ricordava la creatura di Scarabottolo. La differenza con il precedente libro consiste nel fatto che qui a ogni immagine non corrisponde un singolo racconto, bensì a un insieme di immagini, create senza vincoli reciproci, si riferisce un’unica storia.
A ogni immagine a destra, corrisponde una breve frase a sinistra, nella pagina bianca.
love_a_naso.JPGNel successivo Libro a naso, Love. A romantic novel, il modello è rimasto questo, c’è però una immagine sia nella pagina di destra sia in quella di sinistra. La mia didascalia è situata a piede di pagina.
In Love si racconta una vicenda amorosa di due personaggi che non appaiono mai nelle immagini. L’uomo è sempre B.T., per quanto riguarda le mie intenzioni. Ma questa volta è B.T. da dentro. È lui, infatti, che racconta di sé, smaterializzandosi nella propria voce, in terza persona. Una voce disincarnata che si avvale di un linguaggio modulare, in cui si mescolano celebri massime filosofiche e diffusi luoghi comuni. Le immagini non illustrano la vicenda, bensì la rappresentazione mentale che di essa si fanno i personaggi. Queste rappresentazioni sono passate però attraverso il filtro di un occhio estraneo, un occhio superiore, onnisciente, che dall’alto proietta con precisione sulla carta la forma enigmatica, imprevedibile e sorprendente in cui le cose, i sentimenti, le vicende si manifestano nella mente di chi le vive o le osserva .
Questo è un passaggio molto importante nella comprensione del libro. La vera forza del racconto sta nello scollamento fra la neutralità del linguaggio, che ha subito un processo di normalizzazione così da far coincidere la storia dell’io che racconta con una sorta di cronaca senza nessi con la realtà, prodotta dal linguaggio medesimo - e la profonda e complessa qualità simbolica delle immagini, legata alla realtà del visibile e dell’esperienza, nei confronti della quale, tuttavia, il personaggio non dispone di consapevolezza, come si evince dalla mancata elaborazione verbale di quello che gli accade.
Il risultato di questa interazione è una sorta di fumetto del tutto inusuale, dove la sequenza degli avvenimenti non si dipana attraverso una sequenza di immagini coerenti e di presenze ricorrenti. Ogni pagina, al contrario, in questo libro, potrebbe stare a sé; al punto da essere passibile di lettura autonoma, rispetto alla storia, sebbene spesso fra le due immagini di una doppia pagina vi siano parallelismi, richiami, analogie, ma sempre relativamente a termini formali. Si tratta, in sostanza, di una sequenza di rapide e folgoranti immagini mentali: i vincoli fra l’una e l’altra sono di tipo analogico, associativo, più che logico, sequenziale, come di solito accade nei romanzi e nei fumetti.
In sostanza, il significato di ogni pagina non si evince dal testo o dall’immagine, ma risulta unicamente dal rapporto che le due instaurano. La lettura letterale del testo è del tutto fuorviante rispetto al senso, come lo è la sola visione dell’immagine.
Questo modo di procedere dà luogo a un tipo di lettura inusuale, non sempre facile e immediata. Non di rado la difficoltà incontrata suggerisce a chi legge il libro, in mancanza di altre spiegazioni, che il rapporto fra testo e immagine sia gratuito, puramente ludico, arbitrario, che si tratti di un divertimento il cui fondamentale senso stia nell’attribuire parole in tutta libertà a disegni nati privi di testo. Una sorta di diversivo enigmistico, di prova di abilità. Pensare questo significa equivocare: chi scrive, infatti, lavora esattamente sul senso di necessità che impone l’immagine rispetto al suo possibile significato e alla sua lettura. E la ragione per cui questi libri funzionano, credo, è che chi legge percepisce il vincolo potente fra parola e immagine, anche se questo vincolo è stabilito secondo modalità del tutto differenti rispetto a quelle utilizzate tradizionalmente per raccontare storie.
L’aspetto inedito dell’insieme, tuttavia, la sorpresa che genera - in certi casi, sconcerto - possono indurre a scambiare quello che è un vero e proprio racconto per un esercizio di stile, una sperimentazione, un gioco elegante. L’intenzione mia e di Scarabottolo, al contrario, è quella di raccontare una storia attraverso i mezzi che concede un’idea di scrittura e di illustrazione come comunicazione e relazione con il lettore, più che come spontanea e liberatoria espressione di sé o raffinato esercizio di tecniche verbali e figurative.
Il lavoro fatto negli anni con i Libri a naso, si può dire sia culminato con Una vita. Romanzo metafisico, pubblicato nel giugno di quest’anno da Guanda.

una_vita.JPGAnche in questo caso, si è arrivati al libro in modo facile, naturale. Guido è stato invitato dal Centro Visionario di Udine a pensare un’esposizione monografica di suoi lavori. Riflettendo su come organizzare il catalogo della mostra, gli è venuto in mente che le tavole esposte potevano essere utilizzate per costruire un racconto, proprio come era accaduto nei Libri a naso. In questo modo, il catalogo avrebbe assunto la forma di una storia illustrata, soluzione che gli pareva più interessante di una serie di saggi critici sul proprio lavoro. E qui faccio un breve excursus.
Da alcuni anni Scarabottolo si occupa della grafica delle edizioni Guanda. Cura copertine, cataloghi, riviste e tutto quello che la casa editrice pubblica. Nella duplice veste di grafico e illustratore, Scarabottolo ha svolto per Guanda un lavoro molto importante, riuscendo a costruire intorno al marchio editoriale un’immagine molto forte e riconoscibile. Oggi, infatti, i disegni di Scarabottolo costituiscono il segno caratterizzante della produzione di questa casa editrice. Quando Scarabottolo ha raccontato al direttore editoriale di Guanda, Luigi Brioschi, della mostra di Udine e del modo in cui intendeva realizzare il catalogo, intorno a questa ipotesi di libro è nato subito un grande interesse. L’interesse era dovuto anche al fatto che alla Guanda da tempo si stava pensando a una collana di storie illustrate, o graphic novel, come vengono oggi definite. Fra l’altro sul tipo di libro che sarebbe potuto venire fuori non era difficile farsi un’idea, data la presenza dei Libri a naso. È stato così che, alla fine, un po’ romanzo illustrato, un po’ catalogo di mostra, un po’ Libro a naso evoluto, è nato Una vita.
Una vita. Romanzo metafisico è stato progettato e realizzato nel volgere di pochissimi mesi, in base ai tempi degli organizzatori della mostra e della pianificazione editoriale di Guanda.
Per farlo, abbiamo proceduto secondo la prassi dei Libri a naso. La differenza è consistita principalmente nel fatto che ho dovuto lavorare su un archivio di oltre mille immagini, dovendone selezionare centoquarantatre.
Il momento della selezione delle immagini è centrale, nel processo di costruzione della storia. È in questa fase, infatti, che si mettono a fuoco nei disegni gli elementi e i personaggi che determinano la trama. Nei Libri a naso la storia iniziava e terminava nel volgere di un numero ristretto di pagine, pertanto dovevo selezionare poche immagini, mai più di una quarantina. Questo rende le cose più facili: il corso degli eventi narrati si controlla con molta facilità.
Nel caso di Una vita, invece, la trama si dipana per più di centosessanta pagine: mi si è imposta una trama di romanzo complessa, articolata, con piani temporali e spaziali definiti. Governare un simile processo, continuando a seguire un metodo di costruzione della storia come quello che ho descritto prima, costruito attraverso immagini simboliche, mentali, si è rivelato molto difficile, soprattutto in questa fase di selezione.
Alla fine, a forza di guardare e riguardare l’archivio di Scarabottolo, sono arrivata a memorizzare così bene le immagini, che ho potuto scrivere la storia senza avere materialmente tutte le tavole sotto gli occhi. Ho scritto, cioè, sapendo che per ogni frase ci sarebbe stata l’immagine giusta, ma senza far corrispondere frase a tavola, come avevo fatto nelle precedenti esperienze. Con un numero di pagine così cospicuo e in tempi tanto brevi, non avrei potuto fare altrimenti. Per questo “romanzo metafisico" ho scritto due storie. Poi con Guido abbiamo deciso di usare la seconda, che consentiva di utilizzare solo immagini già realizzate. Per la prima, invece, alcune frasi avrebbero richiesto tavole disegnate ad hoc, e non c’era il tempo materiale per realizzarle.
Il personaggio di Una vita, discende in linea diretta da B.T. e dal personaggio senza nome di Love, che come ho già detto, può coincidere con B.T. Si tratta di una figura sospesa fra l’aldilà e l’aldiqua, eternamente imbarazzata sia come fantasma sia come vivente, resa al regno dell’immateriale dalla scarsa consistenza della biografia a cui appartiene. Una biografia fatta di voci, principalmente, di frasi pronunciate da persone vicine e lontane, nel tempo e nello spazio. Voci e frasi del tutto scollate dall’esperienza del protagonista, che va piuttosto ricercata nella forte ed enigmatica evidenza delle immagini, capaci di registrarne minuziosamente lo stato esistenziale. Un’evidenza omessa, muta, che non ha presa sul linguaggio, sempre ai margini della possibilità di essere verbalizzata, e quindi resa cosciente. Al lettore, infatti, ho cercato di affidare una parte importante: quella di assumere la parte di coscienza mancante del protagonista e delle figure che si aggirano spettrali per le pagine del libro. L’ho fatto esasperando la comica, schizofrenica distanza fra la violenta evidenza delle cose, nella rappresentazione che se ne fanno i personaggi, e l’astrazione, altrettanto violenta, del linguaggio che le commenta, la cui unica funzione sembra essere quella di proteggere e isolare chi parla dalla realtà, falsificando costantemente la verità dell’esperienza.

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- La vera storia dei Topipittori, parte prima e seconda.
- Grazia Deledda e Maria Giacobbe.

Posted by Mauro Mongarli at 08:09 |