30.04.07
Happy birthday Cinecittà
Cinecittà compie 70 anni. Per l'occasione "Vanity Fair" mi ha chiesto di scriverne qualcosa.
Posted by Leonardo Colombati at 08:38
17.03.07
Schizzi di fango
Il 7 marzo è uscito il mio nuovo romanzo, Rio, a proposito del quale, il giorno successivo, il Magazine del Corriere della Sera ha pubblicato un lungo articolo-intervista a cura di Antonio D’Orrico.
Molti critici letterari, si sa, hanno in odio D’Orrico: per i suoi giudizi trancianti sulla narrativa, per le sue idiosincrasie, per i suoi miti, per il taglio spesso polemico dei suoi pezzi e (soprattutto) per il suo successo, e cioè per il fatto che egli sembra aver stabilito un contatto profondo coi suoi lettori.
D’Orrico, per le menti raffinate ed engagée delle terze pagine dei giornali, è visto come un grossolano book-jokey, un elefante in una cristalleria. Ma, a proposito della cristalleria, non mi sembra ci sia molto da rompere se gli articoli son quelli che velocemente qui passo in rassegna.
Inizio con Massimiliano Parente, che su Libero, il 9 marzo, pubblica un articolo in cui mi dà segnatamente dello “stronzo" e chiosa: “Siccome Colombati è amico di Piperno, e Piperno è amico di Saviano, e tutti e tre sono stati lanciati da D’Orrico, (…) qualche maligno potrebbe cominciare a pensare che siano i furbetti du côté de chez Siciliano". Poi continua: “Piperno, Saviano, Colombati. Sono quelli che D’Orrico ha lanciato su Corriere Magazine. I ricchi, la mafia, di nuovo i ricchi. (…) Per fortuna c’è il postpasoliniano Mario Desiati, che lo stesso giorno del Magazine si interessa di precari sul Corriere. Solo che Desiati è amico di Colombati che è amico di Piperno che è amico di Saviano, e è anche amico mio, Desiati, ma non è colpa mia. Nessuno si odia più, neppure gli scrittori ricchisti contro gli scrittori poveristi".
Oggi, sempre su Libero, Parente continua la sua battaglia e già Desiati non è più amico suo ma di noi “snob pseudoimpegnati che bazzicano nella via Sicilia dove c’era Siciliano", altrimenti definiti sempre da Parente “la lobby dei furbetti del quartierino".
È utile chiarire che quando parla di via Sicilia e di Enzo Siciliano, Parente allude a Nuovi Argomenti, la rivista letteraria che annovera Desiati, Piperno, Saviano e il sottoscritto tra i redattori. Allora, è bene che si sappia che Parente su Nuovi Argomenti ha pubblicato articoli e che sulla bandella di copertina del suo libro Parente di nessuno c’è scritto “collaboratore di Nuovi Argomenti". Della serie: Parente – il furbetto pentito del quartierino.
Sempre questa settimana, l’autorevole – si fa per dire – Sole 24 Ore – pubblica un pezzo non firmato che si concentra esclusivamente sui dieci chili di troppo che mostro nelle foto a corredo del pezzo di D’Orrico e ironizza sul fatto che io abbia faticato molto a scrivere il romanzo uscendosene con un giudizio critico degno di Debenedetti e Citati: “Sai che supplizio. Anzi che supplì", per poi immaginare il mio menù ideale fatto di amatriciane, trippe e coratelle.
Il 13 marzo è la volta di Renzo Paris su Liberazione, che si spiega così il pezzo di D’Orrico sul sottoscritto: “C’è una voce che circola nell’ambiente letterario romano. Qualcuno ha chiesto a D’Orrico perché non si è occupato con lo stesso fervore di un altro romanzo uscito anch’esso da Rizzoli in questa stagione. La risposta è stata: ‘Perché non è un pariolino, cioè un borghese!’. Ma vorrei ricordare a Paris che in passato D’Orrico si è occupato di scrittori certamente non pariolini quali Niffoi, Saviano e Biondillo.
Anche Paris, poi, si sofferma sul mio tonnellaggio (dev’essere una nuova categoria della critica: la lipidografia), scrivendo: “Ma dove la vede la borghesia il critico, nella barbetta di Piperno, nella pancia di Colombati che ha dichiarato di essere ingrassato di diversi chili per consegnare in tempo il romanzo?". Per poi concludere che la critica letteraria è finita “nel salotto di Piperno ai Parioli", non sapendo forse che Piperno vive dalle parti di Fiumicino.
Poi c’è Antonio Scurati su Alias del Manifesto di oggi. Ho appena inviato alla redazione del supplemento questa richiesta di rettifica:
Gentile Redazione,
vi scrivo a proposito dell'articolo di Antonio Scurati, "Ma non è la comunità il fronte della battaglia", pubblicato su Alias oggi 17 marzo 2007.
Nel suo articolo, Scurati si dice favorevole a "portare ovunque la critica, la parola letteraria, la comunicazione attorno e attraverso la letteratura, portarla perfino in televisione (...), per raggiungere anche quei tinelli tristi, quegli appartamentini di due stanze e cucina, dove soltanto la televisione arriva, e che oggi un certo tipo di scrittore, figlio degli stessi palazzinari romani che si sono arricchiti costruendoli, ha l'impudenza di disprezzare apertamente (vedi Colombati sul Magazine del Corriere)".
Faccio osservare a Scurati che mio padre non è romano nè un palazzinaro, essendo nato ad Ancona e non avendo mai svolto l'attività di costruttore. Figlio di un palazzinaro romano è invece il protagonista del mio ultimo romanzo. Credo che questa dovrebbe rappresentare una differenza non di poco conto anche per un critico grossolano come Scurati, a meno che egli non voglia convincerci che Dostoevskij e non Smerdjakov fosse un omicida e Nabokov e non Humbert fosse un pedofilo.
Cordialmente
Leonardo Colombati
Questo, quanto all’emerso. Ma c’è pure il sommerso: decine di e-mail, di telefonate e di sms tra il livoroso, il paternalistico e lo sdegnato (c’è stato anche un critico che ha inviato il seguente sms al suo giro di amici: “Colombati pagherà caro, pagherà tutto). Il motivo? Sta nel fatto che io abbia dichiarato a D’Orrico: “Rivendico la grandezza di Berlusconi dal punto di vista professionale: è un personaggio enorme". Nel romanzo, il protagonista chiede agli scrittori radical-chic di Capalbio: ma non vi rendete conto che Berlusconi è l'unico mito che questo paese ci ha regalato negli ultimi vent'anni? Un dono del cielo così come Kennedy e Hoover lo sono stati per la letteratura americana? O forse avete intenzione di scrivere il romanzo definitivo sulle ganascette di Prodi, sulle sciarpe di Scalfaro, sugli origami di D'Alema? Apritevi alla Bellezza di ciò che è Osceno, fateci intendere che ne godete!".
Proprio ieri, un noto scrittore che peraltro stimo (e continuerò a farlo) mi ha “convocato" per chiedermi delucidazioni su questo passo del libro. Gli ho detto, semplicemente, che se dovessi scrivere un romanzo su un politico italiano l’unico candidato sarebbe Berlusconi. Al che, il noto scrittore ha replicato: “E D’Alema?". Non ho saputo cosa dire. Esiste una risposta ad un’obiezione del genere?
Insomma, avendo scritto di un figlio di palazzinaro che vota Berlusconi e tenta di fare – squallidamente – la gran vita, sono diventato un fascista, un “ricchista", e non importa (visto che nessuno dei critici summenzionati si è dato la briga di leggere il libro) che il protagonista finisca male e che l’ambiente altoborghese romano sia descritto piuttosto impietosamente. In Italia, quando si vuole offendere uno scrittore basta dirgli che scrive “romanzi altoborghesi". E infatti lo scrittore avveduto – quest’animale vanitoso e sensibile – fa di tutto per prevenire questa iattura, mettendo in scena i personaggi più disparati, serial killer, registi in crisi, amanti disperati, clochard, tagliaboschi, rivoluzionari, che hanno tutti un comune denominatore: non è dato sapere di cosa vivano. I soldi, si sa, puzzano, ed è così volgare parlarne! E a nulla vale obiettare che servono, eccome, e che di solito sono il movente principale dell’amore e dell’odio, della felicità e del delitto; insomma della commedia e della tragedia. Zac!, bisogna dimenticarsi dell’Avaro, del Mercante di Venezia e dei Buddenbrook.
Ho citato la commedia e la tragedia. Sono due generi letterari che molto spesso (troppo spesso) la narrativa italiana elude e la nostra critica schifa.
Sono proprio sfortunato. Perché si dà il caso che nelle intenzioni Rio dovrebbe essere un romanzo tragicomico.
Omero avrebbe potuto essere il precursore della commedia con il Margite così come l’Iliade e l’Odissea formarono il genere tragico. Purtroppo del Margite sappiamo solo che era un poemetto comico di cui abbiamo solo pochi accenni indiretti. Platone racconta che il protagonista “sapeva tante cose, ma tutte male" e che era un buffone, un ciarlatano e un uomo maldestro. Il dio della letteratura ha deciso che Omero dovesse diventare il padre della tragedia e condannò il riso ad ascendenze più modeste. Trenta secoli dopo, qui da noi in Italia, tutti i libri che puzzano di commedia e che fanno ridere sono guardati con sospetto. Molti dei nostri critici letterari assomigliano al monaco bibliotecario de Il nome della rosa, quel Jorge de Burgos che avvelena le pagine del secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e al riso, perché potrebbe insegnare che “liberarsi della paura del diavolo è sapienza".
In molti, in questi giorni, parlano di me come uno scrittore del disimpegno perché ritengo, ad esempio, che la commedia cinematografica italiana a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta abbia spesso saputo raccontare il nostro paese meglio di tanti romanzetti post-neo-realisti e pseudo-sperimentali. Ricevo quest’osservazione come un insulto: io sono uno SCRITTORE IMPEGNATO, eccheccazzo! M’impegno a scrivere (e, per farlo, a studiare) molto di più di certi signori che tra una presentazione e una cena in terrazza alzano il ditino e mi fanno la morale. Quanto vorrei legarli alfierianamente ad una sedia e costringerli a farsi il culo la metà di quanto me lo sono fatto io!
Mi direte: “Non fare il tragico!". È un buon consiglio. Infatti, se la commedia è da evitare, è comunque consigliabile eludere pure il ricorso alla tragedia. In questo genere letterario due antagonisti si affrontano, ciascuno spinto da una propria verità parziale per la quale è pronto a sacrificare la propria vita e soprattutto a sacrificare quella dell’avversario per vederla trionfare. Nessuno dei due, è dunque colpevole. Liberare i grandi conflitti umani dalla semplicistica interpretazione che li riconduce alla lotta fra il bene e il male è stata un’immensa impresa dello spirito. Ma la vitalità del manicheismo morale è invincibile. Secondo i campioni del politicamente corretto, la storia va vissuta come una lotta tra i giusti e i colpevoli, quindi il consiglio è: state dalla parte dei buoni, oppure, ancor meglio ergetevi ad autorità avide di castigo.
È davvero curioso che l’unica voce che si è levata per difendermi dall’accusa di essere uno spregevole berlusconiano con la camicia unta di sugo sia stato Il Giornale. Ha scritto Caterina Soffici il 13 marzo: “Prendete uno scrittore che è pro Pacs, pro aborto e pro divorzio. È favorevole alla ricerca bioetica purché non sconfini nell’eugenetica, preferisce Croce a Gentile, Gramsci a Evola e tra i suoi autori preferiti ci sono Fellini, Pasolini, Saul Bellow e Garcia Marquez. Scrive dotti articoli su Nuovi Argomenti, ha sempre votato radicale ed è pure tesserato della Roma da quando aveva quattro anni. Domanda: questo scrittore è di destra o di sinistra?".
Io vorrei che si rispondesse: è uno scrittore. Punto.
Ma siamo in Italia, purtroppo.
Posted by Leonardo Colombati at 16:23 | Comments (105)
08.03.07
Bob Dylan & Gregory Peck
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Posted by Leonardo Colombati at 11:34 | Comments (1)
02.03.07
Ruminazioni private in luogo pubblico
Dalle nove di questa mattina ho trascorso il mio tempo nell'attesa che arrivasse un corriere espresso. Finalmente, cinque minuti fa, la busta che aspettavo è planata sulla mia scrivania. Dentro c'è la copia-pilota del mio nuovo romanzo. Un romanzo che finalmente è un libro. Me lo rigiro tra le mani, lo sfoglio, lo richiudo, riprendo a guardarlo. Mi pare un bellissimo oggetto.
Ricordo l'emozione di quando vidi per la prima volta Perceber, la mia "opera prima". Era il 5 maggio 2005. Pensavo che ormai questo momento (il momento in cui la "cosa" prende la sua forma definitiva) non mi avrebbe fatto più la stessa impressione. Sbagliavo. E' come due anni fa.
E' anche un momento triste. Se è vera la frusta metafora che i propri libri sono come dei figli, so che anche questo secondogenito non potrò "frequentarlo". Ho vissuto "incinto" di Rio - per dirla con Henry Miller -, l'ho partorito e devo subito abbandonarlo. Non lo leggerò mai più.
Adesso comincia il momento del Terrore: che diranno? in quanti lo compreranno? chi sarà il primo a dire che mi sono svenduto sull'altare della grande editoria? saprò gestire il successo? e l'insuccesso? mi sarà data una terza opportunità?
Ma soprattutto: sarò in grado di scrivere ancora? Questa è la vera domanda. Perché la verità è che il primo libro, mi ha divertito farlo; era un fatto privato, un dopolavoro. Ma questo no, nessun divertimento - solo tanta fatica, e ansia, e dubbi, e troppe sigarette, troppi malditesta...
Scrive Milan Kundera: "La gloria degli artisti è la più mostruosa di tutte, perché implica l'idea di immortalità. Ed è una trappola diabolica, poiché la pretesa grottescamente megalomane di sopravvivere alla propria morte è indissolubilmente legata alla probità dell'artista. Ogni romanzo creato con vera passione aspira in maniera del tutto naturale al valore estetico duraturo, cioè al valore in grado di sopravvivere al suo autore. Scrivere senza ambizione è puro cinismo. (...) E' la maledizione del romanziere: la sua onestà è legata al palo infame della sua megalomania".
Anche stavolta, così come mi era successo con Perceber, sono notti che non dormo. Sogno ad occhi aperti il più clamoroso dei trionfi oppure il più sonoro dei fiaschi. La vanità - così presente in me, come (credo) in ognuno che esponga una sua opera al pubblico giudizio - la vanità, dicevo, è un vestito così scomodo da indossare! La sua stoffa è fatta anche di invidia, di risentimenti, e di una irrefrenabile paura.
La mia - ricorrente - è quella di essermi perso. Sono ancora la stessa persona di due anni fa? Se rispondo di sì, qualcosa, da qualche parte, inizia a far male - e penso ad esempio a certe vecchie amicizie che ho un po' troppo sacrificato a vantaggio di quelle nuove (più à la page, più "da scrittore"). E poi com'è che non riesco più a leggere un romanzo di un autore italiano contemporaneo? Li trovo tutti orribili, tutti "inferiori"; e quando mi capita di riconoscerne uno buono, lo chiudo subito, per paura di scoprire di non essere io poi tutta 'sta gran cosa.
Scusatemi, davvero, voi che state leggendo e vi domanderete perchè io sia qui ad importunarvi con questa specie di diario privato esposto con superbia al pubblico. Ma vibrisse è anche un po' casa mia, e mi sembra di rivolgermi (oltre che a qualche amico vero) a persone in qualche modo conosciute, anche se in realtà sono solo nomi - e pseudonimi - che ciclicamente ritornano: mi sembrano così familiari...
Ieri passeggiavo in centro, a Roma. Dovevo andare a un appuntamento. All'improvviso mi sono reso conto che tutto ciò che il mio occhio e il mio orecchio stavano registrando veniva immagazzinato da quella parte del cervello in cui le sinapsi fanno andare in corto circuito vanità e creatività: stavo osservando il mondo come se fosse un buon soggetto di cui scrivere.
In futuro, questa strana e fastidiosa mediazione tra l'esterno e l'interno si farà sempre più presente? E' così che succede? Ma io non voglio! Ho bisogno di riposare; di godermi lo spettacolo e non di metterlo incessantemente in scena.
Adesso basta. Chiudo il computer, prendo il cappotto e vado a casa per mostrare a mia moglie quant'è bello il mio secondo libro. Un po' come si fa con un orologio nuovo.
Posted by Leonardo Colombati at 16:02 | Comments (35)
28.02.07
Il Roxy Bar a Cuba
Il 18 gennaio il quotidiano "Il Giornale" pubblicava in prima pagina un mio articolo dal titolo Cuba senza libre, in cui, tra le altre cose, ricordavo come nell'isola caraibica la musica dei Beatles fosse proibita fino al 1978. Cinque giorni dopo, Red Ronnie ha replicato dalle colonne di quello stesso giornale, confutando alcune mie asserzioni. Io ho a mia volta controreplicato e poi la discussione si prolungata sul sito di Red Ronnie. Riporto qui tutti gli articoli - miei e di Red Ronnie - più una conclusione (mia) inedita.
Posted by Leonardo Colombati at 10:08 | Comments (32)
16.02.07
una semplice domanda
[sto scrivendo e ri-scrivendo una *cosa* che alla fine contiene questa domanda. Nella cosa che ho scritto non segue nessuna risposta e al protagonista va bene così. Io invece vorrei provare a sentire qualche risposta. E quindi la metto qui. dp]
Io mi chiedo: voi volete liberare i poveri, ma Gesù ha detto Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli. Se voi togliete i poveri il regno dei cieli non verrà. Se i poveri diventano ricchi, beh diventano qualcosa di peggio, perché il loro guadagno è già in questo mondo. Il Male è necessario perché avvenga la redenzione. Se voi lo togliete che serve dio? Bisogna che il Male rimanga tale, che non venga modificato; bisogna che la gente soffra, s’ammali, muoia, uccida e venga uccisa, proprio perché così è possibile che alla fine dei tempi dio si mostri.
Un esempio: un bambino nasce e sembra normale, poi si scopre che ha una malformazione: è giusto che l’abbia, è normale che l’abbia, perché è segno che questa vita, la mia la sua quella di questo ipotetico bambino, non è per niente salva. Come possiamo amare qualcosa che è già salvo? Come possiamo amare qualcosa che non sia imperfetto, fragile e perduto? Si ama solo ciò che è male, solo ciò che è toccato dal male, nella speranza che quell’amore redima e tolga. E’ una speranza ed è vana, perché ci costringe ad amare qualcosa in continua agonia. Voi invece, ritornando all’esempio, desiderate guarire effettivamente il bambino della sua deformità. Ma se il bambino è sano, è inutile amarlo.
Posted by Demetrio Paolin at 17:12 | Comments (23)
30.01.07
Tasti
Fantastico Tiziano,
che cosa dire allora della tastierizzazione dell’esistenza?
Guardati intorno. Man mano che la tecnologia avanza e ci migliora la vita dispiega davanti alle nostre dita chilometri di tasti da premere. Ti par che esagero? E allora con che cosa sto scrivendo queste parole se non con una tastiera? Ci sono più di cento tasti da battere e ribattere su una tastiera e le miei dita saltellano da un tasto all’altro per minuti, mezz’ore, ore... Quanti chilometri faranno le mie dita al giorno soltanto su una tastiera?
E i telecomandi? A casa mia abbiamo installato Sky. E Sky si tira dietro un nuovo telecomando. E con il telecomando di Sky adesso abbiamo 8 telecomandi. Il telecomando del televisore che ha uno, due, tre, quattro, cinque, sei… trentotto tasti! Il telecomando del secondo televisore in cucina che ha tasti per tutti i gusti (sono di gomma, piacevolissimi al polpastrello) e ci sono tasti che sotto hanno scritte come TV1, TV2, TV3, Sat1, Sat2, VCR1, VCR2, AUX, e questi sono tutti tasti che ogni volta che li schiaccio non succede molto, anzi non succede niente, ma io certe sere sto lì a schiacciarli perché penso (piuttosto autisticamente, vabbè) che se quei tasti ci sono a qualcosa pure dovranno servire e io schiacciando schiacciando prima o dopo lo scoprirò! C’è il telecomando del televisore in camera mia (io non lo volevo, il televisore in camera mia, ma mio padre mi ha minacciato di diseredarmi se non l’avessi inserito tra il resto del mobilio della mia stanza), e, adesso non sono sicuro, ma credo che questo telecomando abbia un tasto che permette di trasformare il telecomando del televisore della mia camera nel telecomando del televisore della cucina o di quello della sala. C’è poi il telecomando del video–registratore WHS e il telecomando del lettore DvD che ha anche dei tasti centrali verdi, gialli e arancione – sembra un giocattolo, e sempre più di frequente mi scopro ad osservarlo. E poi ci sono i telecomandi dell’hi fi nella mia stanza e dell’hi fi nella stanza di mio fratello.
Ci sono poi gli interruttori della luce, gli interruttori del computer e delle televisioni e, come non ricordarlo?, i tasti dei quattro o cinque telefonini – Aladino compreso – che abbiamo in famiglia.
Quanti chilometri percorrono le mie dita al giorno? Fanno più chilometri le mie dita o le mie gambe?
La tastierizzazione dell’esistenza sembra non essere ancora stata sostituita dalla vocalizzazione dell’esistenza. Voglio dire che l’idea di entrare in sala e dire “Televisione", e la televisione si accende, oppure “Tostapane", e le fette di pancarré nelle griglie del tostapane cominciano magicamente ad abbrustolirsi, sembra ancora un’idea incorporata a un visione fantascientifica dell’esistenza quotidiana. E poi, immaginarsi il casino che potrebbe venire fuori con la vocalizzazione dell’esistenza! Io dico “Tostapane" e per un qualche guasto mi si scongela la carne nel congelatore oppure dico “Italia Uno Le Iene" e scatta l’allarme antincendio con docce d’acqua fredda che si aprono per tutta la casa.
Insomma, Tiziano, fantastico Tiziano, che migliori ogni anno di più, quel che voglio dire quando parlo di tastierizzazione dell’esistenza è che per svuotarti il cranio e tirarti scemo e manovrarti meglio i piani alti non escogitano soltanto di controllarti la mente inserendo un televisore nel frigorifero, ma lo fanno anche solo attraverso il supporto che veicola le scemenze televisive. Si potrebbe dire: a contenuti scemi supporti scemi. Pensa anche soltanto ai nuovi frigoriferi con tutti quei tasti e quelle spie! E quante cose sceme contengono i frigoriferi? Quante scemenze che non desideriamo?
Adesso, vado a schiacciare tutto quello che trovo per casa.
Ciao!
Posted by Marco Candida at 19:34 | Comments (10)
18.01.07
La consolazione della letteratura
di Emanuele Pettener
[Tutti gli articoli di Emanuele Pettener in Vibrisse]
Forse il vizio umano più detestabile è l’ipocrisia. E gli ipocriti. Chiedete a chiunque: cosa detesti? L’ipocrisia. E gli ipocriti.
E poiché tutti detestano l’ipocrisia e gli ipocriti, e ciascuno è disposto a riconoscersi tutto tranne che ipocrita, è disposto a riconoscersi mille difetti tranne l’ipocrisia, ne consegue che: o l’ipocrisia in realtà non esiste, oppure molti di noi sono ipocriti senza saperlo.
Perché c’è in realtà un vizio peggiore dell’ipocrisia, ed è l’ipocrisia inconsapevole.
L’ipocrita inconsapevole ci capita sempre sul cammino e talora lo riconosciamo allo specchio: debordante di sentimento, ostenta ciò che non prova e che non sa di non provare, e ostentando riesce a credere di provare realmente ciò che non prova.
Chi ama, ama in silenzio, e dar espressione all’amore rischia di sciuparlo; ma è altresì vero che l’espressione sentimentale, in coloro che non sanno nulla ma credono di sapere tutto, precede il sentimento, ovvero lo crea e gli dà forma. Colui che vi lecca il culo poiché ha bisogno di un favore, dicendovi quanto siete bravi, dopo un po’ si convince che siete bravi davvero, anche perché sennò dovrebbe prendere atto d’essere un leccaculo.
Giornalisti televisivi dallo sguardo sofferente al talk-show di mezzogiorno, aspiranti miss il cui sogno è farsi una famiglia, scrittori sprofondati in poltrone di velluto che piluccano olivette da un vassoio d’argento e picchiettano sui tasti la propria rabbia per la fame nel mondo, politici dallo sguardo austero e altre lavandaie – tutti ci credono a quello che dicono, a quello che scrivono.
C’è però una fuga all’ipocrisia inconsapevole, nostra e degli altri, ed è la letteratura. Per fuggire alla tirannide del sentimentalismo, per cercare ancora la lucidità, bisogna leggersi Cervantes, Shakespeare, Wilde, Proust, Svevo e via dicendo. C’è poco da fare. Non solo perché la bellezza e l’intelligenza sono la suprema consolazione per chi si sente tediato da sorrisi e lacrime inconsapevolmente fasulle, da slogan e da folle in delirio, da rockstar impegnate e da marce per la pace; ma perché la letteratura t’insegna l’umorismo che fa saltare tutto, che mette in gioco tutto, quello definito magistralmente da Pirandello e che non manca in nessun grande autore, sparendo d’incanto in quelli piccoli. Perché se decido d’essere ipocrita o leccaculo, voglio esserne cosciente fino in fondo, non riesco a tollerare l’idea di non rendermi conto che sto mentendo, per Dio, che sono un ipocrita - e non voglio essere ingannato da nessuno.
Posted by Emanuele Pettener at 16:19 | Comments (4)
27.11.06
Ma alla fin fine i libri di Mozzi li avete letti o no? - io sì e da quel dì

Posted by Marco Candida at 09:31 | Comments (37)
25.10.06
Dai Pensieri di Leopardi - 3
"Quello che si dice comunemente, che la vita è una rappresentazione scenica, si verifica soprattutto in questo, che il mondo parla costantissimamente in una maniera, ed opera costantissimamente in un'altra."
Posted by at 12:25 | Comments (5)
24.10.06
DaI Pensieri di Leopardi - 2
"V'è qualche secolo che, per tacere del resto, nelle arti e nelle discipline presume di rifar tutto, perché nulla sa fare."
Posted by at 15:55 | Comments (11)
Dai Pensieri di Leopardi - 1
"L'usanza del secolo è che si stampi molto e che nulla si legga."
Posted by at 12:09 | Comments (1)
07.08.06
Un discorso architettato peggio
di giuliomozzi
Io sono un uomo orientato. Se mi fermate in centro a Milano, di notte, con la pioggia, dopo una serata magari allegra, e mi domandate all’improvviso: “Dov’è il Sud?", io di scatto alzo un braccio e dico: “Di là". Fate un segno per terra, prendete nota, fotografatemi, fate come vi pare, e tornate sul posto la mattina dopo. Controllate, e vedrete che davvero il Sud sta lì, dove dico io.
Io sono un uomo urbano. In campagna, non è certo difficile sapere dov’è il Sud. Basta sapere all’incirca che ora è: e, di solito, noi uomini urbani, sappiamo con precisione che ora è. L’altro giorno viaggiavo in automobile con un’altra persona, in aperta campagna; l’altra persona guidava, io facevo il navigatore. Dovevamo trovare un paesino minuscolo, una frazione. A un certo punto l’altra persona ha detto: “E adesso? Da che parte andiamo?". Era l’una, stavamo procedendo con il sole in faccia. “Prendi la prima strada che va a est", ho detto. L’altra persona ha detto: “Eh?". Io ho detto: “A sinistra". L’altra persona ha detto: “Ah".
[continua a leggere questo articolo in Nazione indiana, dove è possibile commentare. gm]
Posted by giuliomozzi at 09:18
01.08.06
Lettura ontologica di The stars are blind interpretata da Paris Hilton
Era l'una di questa notte e mica riuscivo a dormire, faceva caldo e soprattutto nella testa fiorivano queste frasi musicali:
Even though the gods are crazy
Even though the stars are blind
If you show me real love baby
I'll show you mine
I can make you nice and naughty
Be the devil and angel too
Got a heart and soul and body
Let's see what this love can do
Baby I'm perfect for you
Non ci potevo fare niente. Intorno alla mezzanotte avevo girato su un canale di rotazione musicale e c'era il video di Paris Hilton che cantava.
Non ci ho dato il giusto peso come a molte delle cose che possono sembrare senza importanza, alambicchi del destino, che mica so dove mi portano. Insomma la signorina miliardaria finisce di cantare. Mi basta ancora un veloce zapping nelle bellissime lande della tivù notturna per persuadermi che è meglio addormirmi.
Chiusi gli occhi, nel silenzio perfettissimo della notte, la mia testa incomincia a ronzare: Even though the gods are crazy, Even though the stars are blind et simila...
Paris Hilton mi tormenta la testa: non solo lei e il suo corpicino da bimba, ma proprio il ritornello . Lo canticchio e provo una strana euforia nel farlo.
Mi piace e quando lo dico è come se si accendesse una luce. Le parole suonano giuste sulla musica. La voce è in tono con tutto. In questa notte estiva quella canzone esercita su di me una malia incredibile a confermare l'effetto prepotente, da stregoneria, delle parole e dei suoni su di noi.
Questo pezzo banale, scritto in un inglese che i bambini delle elementari potrebbero capire e tradurre, che si basa su armonie veramente di poco conio, ha l'effetto di non farmi dormire.
E' lo strabiliante potere del nulla, perché non c'è nulla dietro questa canzone. Questa canzone non ha nulla da comunicare se non il suo niente, lo stesso che vedo dietro Paris Hilton: la sua bellezza è nel suo niente. Paris Hilton come la sua canzone si dà al mondo per quello che è: è il niente.
Quella strofa - volete che ve la ricanti? eccola:
Even though the gods are crazy
Even though the stars are blind
If you show me real love baby
I'll show you mine
I can make you nice and naughty
Be the devil and angel too
Got a heart and soul and body
Let's see what this love can do
Baby I'm perfect for you -
suggerisce: non sono degna, non sono una canzone, non sono musica, sono niente e come poi credere che possa essere qualcosa?
Anche la sua interprete sembra dirlo. E tutti questi "non essere" ti entrano nella testa, perforando crani e midolla e arrivano diritti.
Ecco, ora, Paris Hilton mi dice: ego non sum digna.
Sto cercando sempre di dormire, ma non mi riesce e immagino che Paris Hilton finita la canzone mi parli in latino. Lo ripete: ego non sum digna, non sum digna, non sum digna...
Io sento solo: non sum, non sum…
Non sum.
Paris Hilton e la sua canzone "non sono". Questo mi affascina: essere inutili come canzoni d'estate. Essere inutili come dei servi inutili. Anzi, mi dico, né servi né inutili, ma semplicemente non essere. E mentre lo penso canto a mezza voce “Baby I'm perfect for you" ad libitum.
Posted by Demetrio Paolin at 12:17 | Comments (15)
28.07.06
La cultura enciclopedica e il circo acquatico
Di Davide Bregola
SQUALO ASSASSINO
(un'allegoria)
Come lo squalo della Florida. Lungo. Quanto può essere lunga la sua agonia. Pesante. Quanto pesante è la sua presunta ferocia. Ermetico, liquido, in un acquario semovente, chiuso in acquatica fissità. Esposto come il trofeo dell'uomo sull'uomo costretto alla cattività. Privato di dentatura, privato di svolte, condannato ad una orizzontalità senza curve. Visione univoca del mondo ovattato, cieco. Intorno un mondo si muove, arrivano sinistre vibrazioni che si propagano attraverso il brodo marino. Un mare di ricordi quando poteva attaccare, trascinare, lacerare, impaurire. Una libertà che incuteva terrore ed ammirazione. Ora è soltanto un ologramma ingigantito. Reso obeso da sguardi compassionevoli. Il predatore ingannato dalle stesse prede. L'assassino assassinato dalle vittime. Il fuorilegge consegnato alla legge.
Pinna caudale che indica il fondo dell'abisso, pinna dorsale che affonda inesorabilmente. Antico istinto sopraffatto. Dopato in uno spazio stantio; coscienza d'Oceano ridotta a pochi neuroni ansiosi, rigenerazione di molecole che non ha più ragione d'essere in quella che appare essere una piscina di disperazione. Un amorfo oblò sempre più stretto, sempre più selettivo, sempre più appannato. Affacciato sull'oblio.
Leggi il séguito su: "La cultura enciclopedica dell'autodidatta"
Posted by Davide Bregola at 10:19
11.06.06
Il ricordo più bello
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
L’amico Paolo Melissi (melpunk) mi ha chiesto di scrivere sul suo sito qualcosa su quello che per me è il ricordo più bello, e devo essergliene grato, perché mi dà modo di richiamare alla mente un’immagine che ho molto cara. Molti si meraviglieranno, lo so, e mi considereranno un romantico di altri tempi, un ferrovecchio arrugginito che non ha saputo cogliere le belle novità dei giorni nostri. E forse è anche vero, giacché il mio ricordo più bello è l’immagine di mia moglie Raffaella, quando la vidi la prima volta.
Successe nell’estate del 1965, ero sotto le armi e ero tornato a casa, a Lucca, per trascorrervi una licenza. Come in tutte le città, anche nella mia c’è una strada, la più bella e la più importante, dove la gente si reca, non appena si avvicina la sera, a passeggiare. Questo passeggio ha preso il nome, un po’ dovunque, di struscio, perché ci sono sempre due file che si toccano quasi, una che va in una direzione e l’altra in quella contraria. È una consuetudine che rende viva e sempre giovane la città. Forse non finirà mai.
Ebbene, anch’io praticavo lo struscio, ed uno di quei giorni, all’inizio della bella via Fillungo, proprio davanti al negozio di fiori, che ora non c’è più, incorniciata dai suoi profumi e colori, vidi quella che sarebbe diventata mia moglie.
Fui colpito dal suo volto delicato, dalla sua espressione sorridente, dai suoi capelli a treccia che le cadevano sulle spalle, dalla sua figura sottile e slanciata. Fu il colpo di fulmine. Mi domandai se una ragazza così bella potesse mai essere destinata a me, diventare la compagna della mia vita. Il cuore trepidava, colpito da quell’immagine, e la mente era in subbuglio per questa speranza che mi pareva così lontana. Invece il destino aveva già scelto per me, senza che lo sapessi. Infatti, stavo passeggiando in compagnia di una ragazza che viveva nello stesso paese della giovane sconosciuta. Si accorse dello sguardo che le avevo gettato e forse si avvide del sùbito innamoramento. “Si chiama Raffaella" – mi disse – La vorresti conoscere?"
Fu abile e gentile e combinò un appuntamento, che avvenne in piazza San Michele, davanti alla vetrina di un negozio. Avevo messo un maglione giallo, che – mi disse poi Raffaella – l’aveva colpita, e l’avevano colpita le mie spalle e soprattutto il mio sorriso.
Le piacqui subito – mi confessò poi -, ma io me ne ero già accorto quando, vedendomi per la prima volta, la vidi sorridermi. Ci scrivemmo spesso finché non tornai a casa al termine della leva. Ci fidanzammo il Sabato Santo del 1966 e principiò da quel giorno, con un amore mai interrotto, la nostra avventura. Ci sposammo il 5 settembre 1970. Raffaella è ancora – sebbene gli anni comincino a solcarle il viso – la ragazza spensierata, allegra e bella di quel primo incontro. Non potrei vivere senza di lei. Il 13 marzo e il 28 marzo del 1988 le dedicai due poesie: “Tu mi rimproveri" e “Mi giri attorno", che potete trovare qui.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:53 | Comments (4)
02.06.06
Letteratura peccaminosa
L'analogia lettura-onanismo è una di quelle che stuzzicano.
Ci sono almeno tre modi per affrontarla. Il primo: onanismo e lettura hanno in comune la solitudine. E' una strada che si secca subito, non abbiamo neanche il tempo di iniziare a seguirla che già si spengono i lampioni e il nulla ci lecca le connessioni neuroniche. La solitudine abbraccia milioni di altri gesti: ci scaccoliamo da soli, ci togliamo il cerume da soli, siamo un'unica eccezione in un universo fatto di altri: nessuno può vedere lo stesso pezzo di mondo che vediamo noi, quello spazio visivo lo occupano solo i nostri occhi.
Strada senz'uscita, la lasciamo subito.
Secondo approccio: lettura come onanismo, entrambi generatori di piacere. E qua arriva subito Freud e il buon senso. Il piacere arriva quando cessiamo di lustrarci il piffero, lo scarico della tensione accumulata genera quella piccola morte che tanto piace ai francesi.
Non ci siamo, la lettura coincide con il piacere del lettore. Non siamo mai appagati, se il libro ci ha avvinghiato, smettiamo di leggere con una sensazione di incompletezza. E quando capita uno di quei libri dannatamente belli e veri, vivi, vitali chiudiamo l'ultima pagina con un senso di abbandono. Nessun adolescente segaiolo ha mai provato qualcosa del genere, ne sono sicuro.
Forse sono i preparativi che si assomigliano, il giovinetto in compagnia dei suoi brufoli progetta anticipatamente il momento in cui si regalera' quel piccolo piacere. Con aria solenne salira' sul water e prendera' da sopra lo scaldabagno i suoi giornaletti che gli sono costati infiniti padrenostri e almeno il doppio di avemarie. Aspettera' che la casa sia vuota e con fare ieratico iniziera' il suo rito.
Stessa cosa fa il lettore virtuoso: segue alla lettera i consigli che sbucano dalle prime pagine di "Se una notte d'inverno un viaggiatore", sistema luci, stacca il telefono, cuoce un osso al cane (pensa di mettergli un pannolino per evitare di essere disturbato da necessarie espletamenti corporali), pensa di mettersi il suo vecchio vasino scheggiato sotto la sedia per non perdere nemmeno per un secondo la concentrazione necessaria. C'e' un intero universo di luna che lo attende tra la prima e la quarta di copertina. Ama leggere e non vuole essere disturbato, questo lo spinge a soluzioni rozze ma efficaci: si e' tatuato nella memoria a lungo termine una bella frase di Benni e l'ha fatta il suo grido di battaglia. "Meglio un buon libro al cesso che un libro di merda in salotto". Lo sa bene. Marco Candida ha scritto un bel pezzo sulla funzione delle "orecchie" nei libri, il nostro lettore l'ha letto e ha ululato. Come si puo' piegare una pagina spezzando irreparabilmente la continuita' delle fibre della carta? Se esistono i segnalibri ci sara' pure un motivo...
Marco scriveva che un buon libro lo giudica retroattivamente anche dalla frequenza dell'orecchia. Se l'ha fatta troppo spesso, il libro era una fregatura. Un vero libro non ha bisogno di nessun segnale, si inizia e si finisce in un unico amplesso di carta e sospiri.
Ritorna Calvino e la sua bella analogia tra lettura e congresso carnale, la lasciamo sullo sfondo.
Il lettore famelico pure se non ci sono strombazzate o altri segnali si siede sul trono di porcellana e si chiude in bagno e legge, legge, legge in quella totale tranquillita'. Legge sino a quando le gambe sono un grumo di formicolii e crampi multipli. La quantita' di crampi ha la stessa funzione dell'orecchia di Marco, indica l'oggettivo valore del libro.
Ancora il problema e' li', galleggia senza essersi davvero rivelato. Affrontiamolo da un'altra prospettiva: lettura e onanismo, entrambi palestre di vita.
Bingo! Il giovincello brufoloso dopo aver messo mano tante e tante volte sul suo salsicciotto incomincia a desiderare di andare oltre, incomincia ad infilare la sua zucchina in torte fumanti (hollywood docet) e in altre amenita' comprate su internet con la carta di credito dell'ignara e dolce nonnina. Fa quegli esercizi senza temere la sindrome da post allenamento, ripensa al Tantra e a tutte le belle cose imparate sulle versioni illustrate del Kamasutra e si prepara al fatidico momento. Quando arrivera' sara' teso come un elastico ma bastera' ripensare alle follie fatte sulla tazza del cesso o durante l'ora di religione (con un complesso sistema di buchi nelle tasche dei jeans) per scacciare qualsiasi insicurezza.
Per la lettura e' lo stesso. Abbiamo gia' vissuto tutte le nostre esperienze piu' significative negli spazi bianchi tra una sillaba e l'altra. Il resto e' ricordare. Se una pagina c'e' rimasta tra l'amore e il cranio, essa ci accompagnerà in ogni momento della vita. Sara' mischiata al nostro DNA, sguazzera' tra i globuli bianchi e le piastrine. Tutte le belle bugie bucate che svenderemo a madri, padri, sorelle, zie, fidanzatine, ragazze, mogli e amanti le abbiamo gia' lette da qualche parte. La lettura e' stata la nostra stanza d'allenamento, ci siamo piegati come portafogli su divani e poltrone per entrare dentro la psicologia di quei mucchietti di parole e poi ci siamo buttati. La vita era lì, l'avevamo già vista riflessa in quelle pagine bianche e nere. I personaggi ci avevano regalato le loro dritte sul mondo. Erano storie nostre da spingere a fatica nella nostra storia. Lo stiamo ancora facendo. L'allenamento e' quasi finito. Possiamo aprirci all'incontro con l'altro e con l'Assoluto.
Posted by Tonino Pintacuda at 13:05 | Comments (14)
31.05.06
Pentesilea, Von Kleist e la donna come malattia della società
L’industria culturale è un assurdo che si dà la pena di esistere truccato da inganno. L’uomo che viene al mondo nasce innanzitutto come consumatore di idee già servite, vaniloqui ingenui ma efficaci, bestialità millenarie rivestite di tradizione e fasciate col puzzo di una morale buona per i pinzocheri, cioè buona a nulla. Questo è pessimismo, certo, ma è anche un’iperbole e perciò non mi si prenda alla lettera; e chiaramente “industria culturale" è una polirematica recente, ma descrive una fenomenologia sociale che si tramanda intatta, con “la sicurezza infallibile dei sonnambuli", da individuo a individuo, di secolo in secolo. Nulla va perso, e c’è l’ombra di una vittima che attraversa la storia, dal sarcofago alle pantofole: la donna, cioè la malattia della società.
Von Kleist sapeva poco o nulla di tutto ciò e la sua Pentesilea, per gran parte del testo, non è certo l’archetipo di un femminismo ribelle e consapevole (non avrebbe potuto, neppure): Pentesilea non aspirava a un’esistenza diversa, ma nel momento in cui il pensiero si scopre come lusso l’eros ripudia la ragione e l’amazzone divora l’amato Achille. L’abiura, di fatto, si compie ugualmente: la ragione era la ragione dell’uomo, la ragione maschile; il parossismo della passione la sconfessa, ma non come suo surrogato: ne smaschera l’ipocrisia e la sopprime nel sangue.
Non è un filosofo a divorare Achille, non c’è dissenso o misantropia, c’è una crisi del lògos che brilla nel linguaggio. Pentesilea ama e si sazia, la si può giudicare: in maniera del tutto puerile la si può odiare, mentre per il suo gesto la si dovrebbe amare: è un martire che afferma un diritto, un disertore della morale che dimentica il compito di esser donna. Per fortuna. Non uccide nessuno, vivendo da personaggio, ma traduce l’omicidio in linguaggio: “E’ questa la festa delle rose che mi hai promesso?". Pentesilea tace, ha rovesciato i secoli per il possesso di Achille. Il malinconico Cartesio è liquidato con i fatti, e con Cartesio l’Illuminismo. L’uomo, ovvero il maschio, è opaco come una terza persona che ha dominato troppo a lungo, e in maniera ingiusta; la sua virtù, per il breve tempo di una tragedia, si dissolve nello spettacolo di una violenza che non è violenza, ma parola. La speranza contenuta nella furia di Pentesilea si chiama libertà, e il delitto letterario, nella sua purezza, si autogiustifica come sacrificio di una ragione inetta. La trasfigurazione del senso è la predicazione di un oltraggio che non muore certo con Achille, e neppure con Von Kleist; la legge non cade per le mutilazioni di un guerriero se l’uomo umiliato perdona l'insolenza della donna come un’ambiziosa eccezione; i torti continuano, così come la giustizia dell’uomo, che si offre pubblicamente come la caricatura di un diritto pensato per non funzionare, o per funzionare male.
Nel 2006 l'idea della donna come malattia della società è ben più di un’irritante congettura, nonostante la colossale ottusità che, in quanto idea, esige per se stessa. La donna libera è quasi un caso patologico, e senza alcuna ironia si abusa spesso di categorie mediche in risposta alla sua urgenza di umanità. Come per Pentesilea, come per Cassandra, un’isteria definizionista etichetta l’infelicità femminile come malattia e onora la donna come una pustola, con la sanguinaria serietà di chi non comprende che l’umanizzazione della donna si deve ancora compiere.
Posted by Ivan Roquentin at 19:57 | Comments (55)
30.05.06
Ah, la miserabile realtà!
CAMILLE: Ve lo dico io, se non trovano tutto riprodotto in copie rabberciate, disperso in teatri, concerti e mostre d'arte, non hanno né occhi per vedere, né orecchie per sentire. Se uno si intaglia una marionetta da cui si vede pendere il filo che la tira e le cui giunture a ogni passo scricchiolano in versi giambici di cinque piedi, che carattere, che coerenza! Se uno prende un sentimentuccio, una sentenza, un concetto, e gli mette giacca e calzoni, gli fa mani e piedi, gli pittura la faccia e lascia che quell'affare si dimeni per tre atti finchè da ultimo o si sposa o si spara - un ideale! Se uno strimpella un'aria d'opera che riproduce gli alti e bassi dell'animo umano come una pipa di terracotta piena d'acqua e fa il verso all'usignolo - ah, l'arte!
Spostate la gente dal teatro alla strada: ah, la miserabile realtà!
Essi dimenticano il loro Signore per i suoi cattivi copisti. Della creazione che intorno e dentro di loro si rigenera ad ogni istante, ardente, spumeggiante e luminosa, non sentono né vedono nulla. Vanno a teatro, leggono poesie e romanzi, ne imitano le smorfie con le loro facce, e delle creature di Dio dicono, come sono banali!
I Greci sapevano quel che dicevano quando raccontavano che la statua di Pigmalione si era animata ma non aveva avuto figli.
DANTON: E gli artisti trattano la natura come David, il quale in settembre disegnava a sangue freddo gli assassinati mentre venivano buttati dalla prigione alla strada, e diceva: colgo gli ultimi sussulti di vita in questi scellerati. (Danton viene chiamato fuori.)
CAMILLE: Che mi dici, Lucile?
LUCILE: Niente, mi piace tanto vederti parlare.
CAMILLE: Mi senti anche?
LUCILE: Ma certo!
CAMILLE: Ho ragione? Hai capito che cosa ho detto?
LUCILE: No, veramente no. (Rientra Danton.)
Georg Büchner, La morte di Danton in ID., Opere, Mondadori, Milano 1999, p. 40
Posted by Tonino Pintacuda at 18:26 | Comments (2)
25.05.06
La minaccia di non dir nulla
La sterilità insulsa dello scrittore tristemente prono, la finta emancipazione dei finti liberi, la metamorfosi da addolorato in lacché, sono manifestazioni patetiche ma costanti nel mondo letterario, sicché non c’è stata un’epoca in cui la cosiddetta classe intellettuale non sia stata affiancata da una classe di valletti, adulatori e malinconici giullari disposti a tutto pur di far carriera. Questi tragici personaggi vengono spesso tollerati con benevolenza, perché la compassione sarebbe un atteggiamento troppo generoso: vomitano la retorica di cui sono capaci e infine, con puntualità e merito, vengono dimenticati. L’ipòstasi letteraria di se stessi, un’enfasi prolissa e buffonesca, una cecità critica totale sono i sintomi più comuni di chi ha scambiato la suddetta carriera per un’infinita servitù. Ma nessuno nasce in catene: una strada dritta conduce dal coraggio alla genuflessione, è sufficiente evitarla. Che poi il sistema (un termine certamente ambiguo, ma non “vuoto") incoraggi la riproduzione e l’allevamento di una classe intellettuale assimilabile a un mansueto gregge di pecore era una vecchia idea di Adorno: tuttavia, la proliferazione delle stesse pecore, la scadente mistificazione di un impegno civile, l’autocelebrazione dell’inetto, tutti fenomeni derivati, non sono invenzioni di Adorno o della Scuola di Francoforte, e chi li ritiene miracoli demodè di un mondo vile e disilluso, magari citando Chomsky, farebbe bene a leggere Chomsky per scoprire come non la pensi diversamente.
E’ trascorso forse un anno dalla discussione pubblica sulla “restaurazione", protagonisti Carla Benedetti, Antonio Moresco, Tiziano Scarpa (e altri), quanto basta per evitare polemiche inutili e provare ad aggiungere un’opinione. Non credo che le idee di macchina o di sistema siano sufficienti a giustificare la restaurazione (che sia avvenuta o meno, che sia in corso o meno): il sistema stritola chi si lascia stritolare e l’impotenza di un uomo libero è direttamente proporzionale alla libertà a cui egli rinuncia: ma vi rinuncia sempre in prima persona, seppur trovandosi in compagnia di qualche nobile codardo. Il pensiero stesso della libertà non è tale da produrre né alienati né, soprattutto, individui intellettualmente pavidi: serve dell’altro, la meschinità va scelta, come si sceglie di non dire ciò che si pensa o come si sceglie di appartenere a una compagnia di clementi impostori che presuma la mutua infusione di virtù per semplice scambio di pacche. Inaspettatamente, le pecore - come i cani - sono capaci di gesti teatrali: è il grado sociale del personaggio a cui è destinato il gesto che fissa la misura del ridicolo, ed è per un giudizio estetico che si può parlare di orrore senza dissipare energie per il disprezzo. Lo zelo dei cortigiani nel lustrare stivali, tuttavia, non è una legge universale, e l’aspersione di incenso sulle più inutili teste non trasformerà un solo travet dell’arte amanuense in grande scrittore (titolo ambitissimo), e questa è una certezza.
Dal punto di vista della dialettica della libertà credo che l’ottimismo sia inevitabile. Levato il caso di Dostoevskij, la libertà non si avvelena da sola, e non è sufficiente nascere uomo per sprofondare nella condizione di ruminante: l’ho pensato, mi ingannavo.
Resta solo la domanda: "per chi si scrive"? Nel caso in cui si scriva per tutti, la tabula rasa che nell’adulatore selvaggio ha licenziato il pensiero è un pericolo che va combattuto: se Eginardo ha trovato il suo Carlo non si tratta più di una minaccia di penna o di carta: è la minaccia di non dir nulla.
Posted by Ivan Roquentin at 17:33 | Comments (20)
24.05.06
Ologramma
- Il re sogna, adesso. E cosa credi che sogni?
- Nessuno lo può indovinare.
- Ma come, sogna di te. E se smettesse di sognare te, dove credi che saresti tu?
- Dove sono ora, naturalmente.
- Niente affatto. Non saresti in alcun luogo. Perché tu sei soltanto una cosa dentro il suo sogno. Se il re dovesse svegliarsi, tu ti spegneresti... puf... proprio come una candela.
[Nota: Questo testo non è mio]
Posted by at 18:14 | Comments (11)
11.05.06
Brad Pitt for Dummies
di giuliomozzi (che cita spettatrice)
Mi sento in dovere, viste le reazioni seguite all'articolo di Angela Scarparo This is the Story of a Girl, di pubblicare qui una versione adatta a tutti della foto in questione. Quanto alla faccenda - visto che sono stato chiamato in causa - ciò che ne penso è tale e quale ciò che ha scritto, in calce all'articolo di Angela la persona che si firma "spettatrice": "A me la prima cosa che il Brad con pisello ha fatto venire in mente è stata la donnina sottostante. Mi sembrava una specie di contraltare provocatorio, niente di maniacale o di volgare, ma una specie di par condicio pubica. Non so se questo sia il modo migliore di affrontare il discorso sull'"uso2 dei nudi, ma mi sembra che un risultato Angela sia riuscita a raggiungerlo: le persone (forse i maschi etero?) non reagiscono allo stesso modo a un nudo(o a un corpo estremamente discinto e eroticamente caratterizzato) femminile e maschile. Non mi sembra che Colombati abbia ricevuto "osservazioni" per la sua donnina da cabina di camion degli anni'50. Un nudo femminile e "artistico" gratifica qualche senso, un nudo maschile postato da una donna è solo frustrazione non appagata o sintomo di chissà quali cose, ma certo non la stessa cosa di una coniglietta patinata.
Confesso che le reazioni leggermente isteriche mi hanno stupito, mi aspettavo una certa indifferenza.
Non so cosa pensare se non che alcuni maschi provano una specie di rabbiosa frustrazione (la stessa che alle donna da secoli non è estranea) davanti a un corpo che certo non è maggioranza e rappresenta anzi un modello in tantissimi casi irraggiungibile. Ragazzi, rilassatevi, noi donne a partire da simili considerazioni e dai sempre implacabili giudizi maschili ci siamo rese schiave di un'estetica avvilente. State calmi, tenetevi pancette, difettucci, memoria di perdute chiome, e.... Ridete, please. La cosa vale anche per la mia metà del cielo e per le sue celluliti. Suvvia, una sana risata seppellirà queste ossessioni di modelli di plastica, perchè prendersela con la Scarparo?".
Posted by giuliomozzi at 12:54 | Comments (73)
10.05.06
Ecco come potrebbe diventare vibrisse

Ricordi di gioventù
Peccato che non ce n'ho una come mamma mi fece. Volete che rimedi? Attenti, però, l'età non è più la stessa...
Vi piaccio più come sono a destra o come sono a sinistra?
Le votazioni sono aperte.
Chi fa la conta?
Cliccate per andare alla pagina seguente, perché alle ore 18,33 ho messo altre due foto - naturalmente fuori gara - per farmi perdonare:-)

Guardando la terza foto sono il primo a sinistra, l'altro è mio fratello Giuseppe.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 17:19 | Comments (38)
26.04.06
La guerra selvaggia degli allegati
É sempre tempo di raccolte, i quotidiani e i periodici, da troppo tempo, allegano qualsiasi cosa: dvd, cd interattivi, libri, enciclopedie, videocassette, cataloghi d'arte, antologie di fumetti, saggi storici, dossier monotematici, la storia della filosofia dell'Abbagnano, il dizionario di Politica di Bobbio, inedite video-inchieste, etc. etc. perfino gli intoccabili Meridiani che costituivano il desiderio maiuscolo per molti lettori ... quante letterine a Babbo Natale per averli tutti, almeno uno all'anno. Approfittando dello sconto di Dieci Euro che la Mondadori concedeva...
Bene, fa piacere, è sempre cultura. Certo, lontana anni luce dalla cultura spazza-sofferenze che sognavano i baffi di Elio Vittorini sull'editoriale del primo numero del Politecnico, ma le coordinate e le ascisse spazio-temporali mutano gusti e preferenze.
Non basta più il contenuto del giornale a stimolare l'acquisto. E Gianni Riotta può continuare a dire all'infinito che la mano oscura che cerca periodicamente di strizzare il Corriere lo fa perché ancora i giornali e i giornalisti sono percepiti con un senso di rispetto.
Il giornale vacilla, anzi: il quotidiano è diventato quell'entità cartacea che danno come allegato alla videocassetta o alle tette del calendario. Lo usano per avvolgere il volume, come prima facevano le venditrici di uova "a parte di casa". La stessa fine che facevano gli articoli di Alberoni del lunedì del Corriere secondo Michele Serra: finivano ad avvolgere la verdura ancora prima di essere letti... Ora tocca a tutto il quotidiano, pure alle AMACHE del suddetto Serra. Non è servito a nulla la patina di colore della versione FULL COLOR giunta pure in Sicilia (dove ancora per fidelizzare i lettori il Corriere lo danno come allegato alla Gazzetta dello Sport).
Mi è venuto a trovare un ricordo, un piccolo sketch di Gene Gnocchi (che non ho mai capito se mi sta simpatico o no, o proprio la sua schietta antipatia me lo rende simpatico?): Gene era un ciclista dopato e narrava le origini del suo dramma. Era tutta colpa degli inserti e degli allegati dei giornali.
Voleva semplicemente un giornale da mettere nella giacchetta per combattere il vento con quel rimedio che sa di cose antiche e buone ma non aveva fatto i conti con gli allegati. Il quotidiano, il libro, il cd, la videocassetta lo appesantivano così tanto che aveva dovuto ricorrere al doping per riuscire a completare la gara.
La storia si ripete e si amplifica: analizziamo uno dei tanti casi. Che ne so? Io mi ricordo quando Repubblica propose l'enciclopedia Utet in 20 agili volumi. Ma è già preistoria. Faccio un piccolo viaggio nel tempo, che al mio cuginetto di cinque anni gilel'ho detto: tutti possiamo viaggiare nel tempo, bastano i ricordi. Gabriellino ci ha creduto e per due settimane mi ha chiesto se poteva tornare il bravo bambino che era prima di abusare delle parolacce appena imparate. Ecco, mi auguro che la stessa voglia possa venire a noi Lettori di quotidiani.
Dicevo: viaggio nel tempo, mi ricordo quella mattina di settembre del 2003. L'Edicolante (idea Universale che raggruppa tutti gli edicolanti del mondo) aspira sempre a guadagnarsi un aggettivo possessivo: vuole essere il TUO EDICOLANTE. Anzi, di più, vuole essere il Tuo Edicolante Di Fiducia, il tuo edicolante Hi-Fi. Ammiro questa dedizione ma c'è al fondo nero del barattolo un paradosso. Per chi come me ama vagabondare da un'edicola all'altra sulla scia delle emozioni (e soprattutto per non trovarsi di fronte all'imbarazzante situazione di un conto di 75 euro alla tua richiesta del Corriere della Sera [sommando quello che il tuo edicolante gentilmente ti mette da parte]).
E passi pure l'arrembaggio vergognoso che scatenano i volumi gratis dati in pasto alla massa per innestare la fidelizzazione (ho visto cose che voi Lettori non potete neanche immaginare: Giufà qualsiasi scesi dalla campagna alla ricerca del Nome di Rosa con l'Eco [offerta lancio del primo volume della biblioteca del 900 di repubblica] o peggio ancora le orde barbare che reclamavano pane e enciclopedie, tutti volevano il sapere dalla A alla Apra, anche in duplice copia, se possibile. E poi col Caravaggio del Corriere, insomma la storia si ripete ogni ad maledetta nuova raccolta. Con "L'universo" di Repubblica, tutti con in mano i baffi di Hemingway a solo 1 euro...
I lettori con un moto d'orgoglio si sono coalizzati, si contraddistinguono perché i loro libri non hanno nessuna testata sulla costa. Perfino I meridiani a 12,90 esistono in duplice copia, da una parte quelli dati in pasto all'edicola e dall'altra quelli accatastati in libreria. La guerra continua, quale sarà il prossimo allegato?
Posted by Tonino Pintacuda at 19:04 | Comments (8)
18.04.06
Bestie d'Accademia
di Elisabetta Convento
[Elisabetta Convento è docente a contratto di Lingua Inglese presso l’Università di Trento, collabora con l’Università della California a Trento e con lo Study Abroad Program di Florida Atlantic University a Firenze. Ha conseguito un Dottorato in Letterature Comparate dall’Università di Trento e Paris VIII con una tesi dal titolo “Il génie féminin o la disseminazione del sé: Kristeva e Colette". Autrice di diversi saggi, ha recentemente tradotto e curato per Nuovo Melangolo Il rischio del pensare di Julia Kristeva.]
Premessa
È colpa loro, dei modelli, dei maestri (ci hanno spiegato che si debbono sempre citare, facciamolo anche nei momenti di disperazione), di quell’austero professore di latino del liceo che s’infiammava declamando Catullo, dei Leopold Bloom e Stephen Dedalus di cui non si è probabilmente ancora capito un accidente, ma che ci hanno tenuti svegli nel dilatato tempo notturno della giovinezza.
Non ci sono dubbi, quello che spinge alcuni sbandati a gettarsi con accanimento nel mondo accademico e sui libri, accettando soprusi e privazioni, deve essere un morbo, per forza.
Da sempre i dettami del vivere civile hanno sancito l’importanza della cultura il cui climax si raggiungeva con la laurea. Il titolo di “Dottore" è stato a lungo non solo motivo di soddisfazione personale, ma vero e proprio elemento di stabilità sociale: “l’ha detto lui che è Dottore" poneva fine a diatribe e interrogazioni senza fine. La certezza dell’autorità intellettuale di chi era in possesso di laurea ha albergato nella mente di molti adolescenti spingendoli poi a iscriversi all’università. Fine supremo: il bene della collettività.
Eppure bastava la laurea, perché spingersi oltre? Com’era prevedibile, oltre sarebbe stato il caos. Nonostante questo, taluni si sono avventurati addirittura in terra straniera per acquisire esotici master e specializzazioni plurime, ignorando volutamente le profezie degli oracoli che li mettevano in guardia sui rischi del mestiere di collezionista di titoli.
Perché, in effetti, non rimanere in patria, e stare comodamente in graduatoria, in attesa di una supplenza alle scuole, attesa che offre l’occasione per lunghi periodi di riflessione tra un pranzo e l’altro preparato da mammà? È che quando si crede di aver avuto la meglio sulla malattia, questa ha una recrudescenza, così ci si prova, tanto che sarà un concorso per il Dottorato di Ricerca? Si ha la certezza matematica che non lo si supererà mai.
Esordi nel paese delle meraviglie
Avviene che, proprio quando ci si convince che il sistema della baronia universitaria è infallibile, si scopre che la legge di Murphy funziona benissimo e che esistono incrinature anche nelle istituzioni di più lunga durata; basta infatti un concorrente ammalato per finire nella rosa dei primi in graduatoria e si passa il concorso. Iniziano così lunghe attese e peregrinazioni per i corridoi dei dipartimenti di facoltà per la scelta di un progetto di lavoro in nome della libertà della ricerca.
Il gioco di fair play tra dottorando e direttore di tesi prevede che il primo accetti di essere spronato a divenire indipendente e propositivo, ma che non si spinga mai sino ad entrare totalmente nella parte. In effetti, se esporre le proprie idee è tollerato, aspettarsi che vengano addirittura accolte è un atteggiamento sovversivo. In un gioco democratico tutto italiano, infatti, è il docente in causa a stabilire un argomento di ricerca che sia di interesse per lui e anche per il candidato.
Compiuto questo passo, non è così complesso intraprendere un percorso accademico di successo, purchè si faccia proprio un motto fra i più efficaci: visibilità massima. Esserci non è sufficiente, è invece necessario essere notati, per cui conta essere appariscenti, o per come ci si agghinda, o per l’abilità di mettersi in luce ad ogni occasione; non è così fondamentale che gli interventi siano opportuni, purchè offrano l’occasione per parlare, per mettersi in vetrina. Gli acquirenti, attratti o da una gonna aderente, o dalla loquela da venditore, non mancheranno.
Queste norme basilari permettono di essere avvistati nei luoghi in cui la cultura si fa, ad esempio in biblioteca; non importa se ci si è passati rapidamente per raccattare amici con cui andare al bar. N.B. Benchè sembri un po’ faticoso, una volta avvistati si può stare tranquilli a lungo.
Powerpoint è l’oppio degli accademici
Non importa quello che si fa, o quanto e cosa si sa, al disopra di tutto conta come lo si espone. A questo luogo comune, la cui imperitura verità è testimoniata innanzitutto da una folta schiera di politicanti-venditori di fumo di ogni colore che occupano saldamente posizioni di rilievo, si deve aggiungere che la capacità espositiva, un tempo frutto di assiduo esercizio retorico, impiega, negli ultimi tempi, la dimensione ludica della tecnologia.
Non è infrequente, infatti, che anche la costruzione intellettuale più ardita, nel senso di meno solida e dimostrabile, divenga allettante se accompagnata da abile sfoggio di slides che ritraggano di preferenza l’inesprimibile. Si potrebbe malignamente pensare che, non avendo granché da dire, si colmino i vuoti del pensiero con immagini che almeno riescono a intrattenere un pubblico, tuttavia non è semplicemente così, basti pensare all’efficacia di una citazione da Essere e Tempo accompagnata dalla proiezione di un’antica meridiana, o a come le incisioni su una teiera ottomana sappiano condensare i molteplici concetti espressi in Orientalismo di Said.
Powerpoint ha nelle università la stessa funzione e diffusione della pubblicità in televisione: un rassicurante continuum brevemente interrotto da rare, inutili trasmissioni. Disegni animati e squilli di trombe: “Signori e Signore ecco a voi…"; ci siamo trasformati in prestigiatori della domenica del sapere.
Se ingenuamente si pensa che si possano tenere lezioni agli studenti senza utilizzare questo prezioso strumento tecnologico, si sappia che ci si troverà esposti al pubblico ludibrio; peggio ancora se si crede di ingannare qualcuno usandolo solo per proiettare segmenti di testo: così facendo ci si consacra ad incarnare il prototipo del dinosauro accademico.
La conferenza
La prima e più inutile domanda da porsi è perché alle conferenze gli studiosi non vadano mai da soli, ma debbano sempre trascinarci familiari, amici, o un gruppetto di fedelissimi. Forse che il Re non è attorniato dalla sua corte? Altra caratteristica inspiegabile è che tutti conoscono già tutti, ergo, se la statistica non è una disciplina mendace, sono sempre le stesse persone a popolare i templi deputati allo scambio intellettuale.
Fra i più assidui frequentatori spicca quasi sempre un anziano professore con moglie al seguito. La lingua di comunicazione al convegno, come spesso accade, è l’inglese che il gentleman-professore parla con marcato accento romano. Per il contenuto, la sua comunicazione appare farneticante a tratti, ma ciò è di poco conto dal momento che è abile nell’intrattenere il pubblico con gag da avanspettacolo. La domanda che capita di porsi è come mai un personaggio con tale vena creativa non si sia espresso al meglio in una professione a lui più consona, come quella del muratore; quale scenario migliore, infatti, che quello di giovani donne che passeggiano all’aria aperta per le quali comporre originali apprezzamenti da declamare dall’alto di un’impalcatura!
Il gentleman lascia il posto alla speaker del momento, una trentenne che ha abilmente costruito il suo ruolo di professoressina elaborando un look immediatamente identificabile, una sorta di marchio di giovane studiosa promettente. Porta le gonne ma non sa accavallare le gambe in quella posa tutta femminile che da generazioni viene inculcata al gentil sesso, di modo che le calze rosso fuoco svelano gambe ben tornite e cosce generose.
Il vecchio professore ha un motto di approvazione che parrebbe addirittura rivolto all’argomento trattato dalla professoressina, ma l’impulso è di toccarsi e la moglie interviene: è l’ora della pillola per il cuore. Lui si scrolla, si riconcentra, trangugia dell’acqua, inghiotte avidamente la pasticca pensando a chissà che altro, e ritorna alla giovane erudita che, con la gonna fucsia che stride accostata al rosso delle calze, i capelli lisci un po’ unti e la montatura degli occhiali azzurrognola, squadrata e oblunga, è in grado di risvegliare solamente i sogni erotici di un settantenne.
Al di là della barricata, ovvero promozione alla stampante
Durante e in particolare dopo il Dottorato, l’ascesa ai vertici dell’accademia è segnata da due tappe fondamentali: la dimestichezza con la fotocopiatrice e il poter far liberamente uso di una stampante.
La prima fase è la più faticosa, consiste, infatti, in una vera e propria lotta all’ultima fotocopia in cui ci si contende il privilegio di aiutare i vertici del sapere a riprodurre estratti di testi. Si immaginino studi di docenti dove si accampano giovani studiosi attratti dal prestigio dell’occupare gli ultimi gradini del pantheon della conoscenza, pronti a duellare a suon di fogli formato A4 per portare a termine la missione al posto del collega. I corridoi dei dipartimenti sono stati veri e proprie palestre per schiere di ricercatori che, anziché occupare le facoltà per protestare contro un sistema accademico che li spreme ingiustamente, hanno imparato a presidiare la fotocopiatrice.
Dopo anni di applicazione del kamasutra della carta stampata, oramai provetti nella riproduzione di ogni formato nelle posizioni più ardite, fronte, retro e chi più ne ha più ne metta, avviene l’agognata promozione alla stampante. Si capisce immediatamente che questa è il simbolo massimo del potere se si pensa che presuppone l’esistenza di un computer a cui è collegata e, a monte, di uno studio, spesso condiviso con almeno altre 5 persone, ma questo dettaglio non è di rilievo. Si stampa tutto, è meraviglioso; poco importa se buona parte di quel che è rimasto delle foreste tropicali viene distrutto a causa nostra, si ama sguazzare nell’abbondanza di fogli stampati. La stampante rappresenta il vero salto di qualità, la libertà di dare forma e imprimere il nuovo anziché riprodurre il già edito.
Chi, a questo punto, non proverebbe commozione volendo considerare le aspettative della stampante, da anni in trepidante attesa del momento in cui poter fissare sulla carta le intuizioni geniali di un novello Leonardo. Pianto e stridore di denti, quelli per l’appunto della stampante… ecco impresso, invece, l’orario dei treni, i voli aerei low cost per la conferenza a Palermo, pagine di siti internet da cui ricavare rapidamente la lezione del giorno. L’allievo ha di gran lunga superato il maestro, afferrando fin troppo bene in cosa consiste il mestiere dello studioso.
Posted by Emanuele Pettener at 16:57 | Comments (5)
27.03.06
Come leggere l'Artusi e decidere di mettersi a dieta
In www.perceber.com potete trovare un mio saggio sull'Artusi, intitolato Come leggere l'Artusi e decidere di mettersi a dieta, pubblicato nel numero appena uscito di Nuovi Argomenti.
[Per i più curiosi, un sito con praticamente tutto su Pellegrino Artusi, la sua città Forlimpopoli e le feste artusiane gm].
Posted by at 15:34
11.03.06
Pezzo faticoso e altisonante, ma libro da leggere, regalare, sottrarre
[per erre]
Una Persefone-Proserpina che farebbe impallidire l’Agostino del De civitate Dei e in ogni caso non si era mai vista in poesia. Chi sa se forse incarna la poesia per Giuseppe Conte, suo autore, che alla poesia e alla sua difesa, insieme al suo Shelley, sta dedicando tutta una vita.
[(anche questo, ovviamente) per erre]
Verso la metà dell’ultimo novembre, Giuseppe Conte ha compiuto 60 anni, 30 almeno dei quali dedicati per intero all’attività di poeta, scrittore e intellettuale. All’inizio di questo febbraio, esce la sua ottava raccolta poetica, queste Ferite e rifioriture (nello Specchio di Mondadori) che, dalla patente consonanza del titolo, promettono quel che da subito mantengono: cioè, per quanto può dirsi a prima lettura, il controllo completo dello strumento espressivo, un’intonazione non alta di necessità, ma sempre e con coerenza sorvegliata. La tonalità del volume è stabilita dal sonetto caudato, non per nulla stampato in corsivo Addio Yusuf, addio Walt Whitman, ombre (manca però del distico di endecasillabi in clausola e in quanto tale la composizione può considerarsi hapax contiano, anche per la difficoltà di individuare fronte e sirima, fatta salva l’ipotesi che il sonetto sia composto da due fronti, conchiusi da un settenario. Il settenario è uno fra gli istituti metrici prevalenti nella raccolta, insieme al blank verse italiano di cui Conte aveva dato larga prova nelle raccolte precedenti). Il testo era già in apertura dei Nuovi canti, usciti or sono 5 anni a Genova, presso S. Marco dei Giustiniani e riproposti quasi per intero nelle attuali Ferite. In 17 versi a cadenza per lo più endecasillabica, variata però dal gusto della rima preziosa (per tutte: abbastanza / gazal ai vv. 3-4; ma nessuno mancherà di cogliere la forte valenza semantica e fonosimbolica di una sequenza sostantivale come in fiore, il mare, e Amore, ai vv. 15c-16). I temi della poesia di Conte sono raffigurati come in uno schizzo d’autore, diventano tableaux vivants: il vitalismo delle prime raccolte, che suggerì a un lettore cauto come Carlo Bo presenze dannunziane e portò poi il poeta di Imperia a tradurre, in maniera magistrale, le Leaves of grass di Whitman è qui senz’altro superato o rimodellato. Con il grande americano, e anzi prima di lui, compare Yusuf, cioè l’alter ego islamico di Giuseppe, già protagonista nei Canti d’Oriente e d’Occidente. L’addio alla personale cosmogonia poetica dichiarato coll’endecasillabo onomastico d’apertura è però contraddetto già al v. 7: O non addio, siete in me, rimarrete. Nella poesia posta in limine alla raccolta, Conte non teme la contraditio in adiecto, che è anzi una fra le molte anime di una raccolta quant’altre mai versicolore e sfaccettata. Qui si canta l’amore coniugale (Il cellulare lasciato sul copriletto, una fra le dichiarazioni più nette del canzoniere contiano) e la passione dei sensi (Dei baci e del baciarsi, in cui il poeta torna ad esercitarsi sull’endecasillabo mobile, da lui stesso teorizzato or sono più di 10 anni); Pindaro (un sogno d’ombra è l’uomo, che ha però anche ascendenze veterotestamentarie, in Giobbe e nei Salmi almeno), Baudelaire e Czeslaw Milosz (omaggiato in un ilare, ma a ben vedere densissimo Salmo I, il cui explicit ha d’altronde ancora un andamento scritturale: Sono un uomo, né zolla né fiore / creatura che cerca il creatore).
Delle quattro sezioni in cui si divide la raccolta (Nuovi canti, in versione però differente dall’edizione di S. Marco dei Giustiniani del 2001, Canti della vita, Canti del mito, Canti d’occasione) quella di maggior peso quantitativo è senz’altro la seconda. Qui Conte sciorina tutti i suoi temi e li adatta per l’occasione a un verso di inusuale confidenza, per lo più un settenario molto musicale e affatto lirico, che gioca su rime di facilità a volte gioiosamente oltraggiosa (ma sarà vera libertà / non sottomettersi ad Allah?). Il poeta sessantenne canta il suo stesso corpo, l’amore per la moglie già sopra citato, ma anche la poesia civile (torna per esempio l’Irlanda, antico amore di Conte, in un teso omaggio a Pàdraig O’ Snodaigh, traduttore del celebre Canto irlandese), le città (Genova su tutte, in una poesia acaproniana quanto ci si sarebbe aspettato) e la giovinezza (in molte anacreontiche, autentiche o dissimulate, e soprattutto nella leggiadra Un centro, ispirata a una Milano che non c’è più e insieme quasi manifesto della sezione). Mentre i 7 Canti d’occasione sembrano riuniti sotto una titolazione davvero diminutiva del loro schietto valore (i due Salmi e l’epicedio per Allen Ginsberg sono fra le pagine alte dell’ultimo Conte), resta da dire dei 2 complessi Canti del mito. Qui il poeta si confronta con Persefone e Venere, in due veri e propri inni con titoli in qualche modo fuorvianti (Saluto a Persefone e Figlio di Venere). Spicca soprattutto il primo, costruito su un’ardua versificazione insieme quantitativa e sillabica, in cui esapodie dattiliche catalettiche si alternano a novenari e decasillabi salvo un intermezzo in corsivo su base più o meno endecasillabica.
Posted by at 06:10 | Comments (59)
03.03.06
I migliori romanzi americani di tutti i tempi - Concorso
In Perceber, continua il concorso:
I migliori romanzi americani di tutti i tempi.
Posted by at 17:52
27.02.06
Elogio dubitoso di Michelangelo Zizzi
di Livio Romano
Allora io vado in uno di questi convegni che si organizzano a Lecce, mi ci invita il per me sempre ottimo Mauro Marino, quello che anima le cose più interessanti della città, quello che fa le pulci - e sempre con intelligenza e garbo - agli eventi culturali salentini. Insomma vado. C'è Mansueto e c’è Desiati che per la prima volta incontro. C'è Piergiorgio Leaci che pure vedo per la prima volta e che, a dispetto della roba splatterissima che scrive, ha un'indole buonissima, un aspetto da zio che porta a pesca i nipotini. C'è Mauro, yes. Chi altri c'era? Non mi ricordo benissimo. Sicuramente c'era questo Michelangelo Zizzi, a me fino ad allora oscuro personaggio, rivelatosi poi ricercatore e poeta, nonché prodottosi in un intervento del quale non ricordo assolutamente nulla, tranne che un paio di centinaia di «io» associate a «funambolico», «istrionico» e altri polposi aggettivi che Egli riferiva costantemente a sé stesso. Bene. Poi lo rincontro su un treno. Ci salutiamo molto formalmente. Ognuno di noi è preso dalla voglia di ritornarsene alle sue letture e amen.
E ieri sera, nonostante la mia proverbiale smemoratezza in fatto di fisionomie (ah! ricordo un'altra cosa dell'intervento del Zizzi: che gli stavo «fisiognomicamente simpatico nonostante tutto», accettai il complimento di buon grado pur non realizzandone il senso), vado in un altro convegnino, parlo, dico, vado via, lo incoccio, lo abbraccio, ne constato la crescita di zazzera che fa moltissimo aiuto regista di Chabrol. Mi dice senza parafrasi:
«Non sono intervenuto per non metterti in imbarazzo...».
«Ma no, Michelangelo, saresti dovuto intervenire, ma che imbarazzo, avresti dato un tocco di verve alla serata...».
«No. Se intervenivo ti facevo fare una figura di merda».
«E che problema ci sarebbe stato?».
A questo punto, da questi occhi luciferini che mi punta addosso, capisco che non sta affatto scherzando. Che sul serio questo s'era partito da dove s'era partito per venire a far fare una figura di merda a me. Smetto di pizzicottargli fraternamente la faccia.
«Beh, dico io, hai sbagliato. Dovevi intervenire. Comunque sei sempre in tempo per dire quello che pensi. Dimmelo in faccia».
«Avrei detto che sei un coglione, ché, lo saprai ormai, altro non sei, tu, che un coglione...».
«E perché non l'hai detto pubblicamente?».
«Perché l'ultima volta che t'ho detto qualcosa pubblicamente tu non ti raccapezzavi più, iniziasti a balbettare, non ti raccoglievi con le parole, ho voluto risparmiartelo».
«Io non mi raccapezzavo?».
«Tu».
«E cosa mi avresti detto, e quando?».
«Lo scorso anno. Visto che sei un coglione, non hai saputo ribattere».
A questo punto lo mando a cagare con il modo che ho io di mandare a cagare la gente: girando i tacchi e andando via. Ma la cosa assumeva un che di vagamente grottesco poiché il Michelangelo continuava a gridarmi addosso: «Sei un coglione, e sta' tranquillo io lo dimostrerò».
Ora. Uno fa tre passi, poi torna e scatena una rissa. Oppure se ne fotte. Oppure chiama l'insultatore e gli chiede cosa ha fatto per meritarsi sittanta smodata acredine. Ma mi dicono che il tipo è restio a usare aggeggi quali cellulari e computer, e poiché non ho voglia di perder tempo a vergare epistole a mano da spedirgli via posta (né ho tempo tout court per questo genere di spostati che del tutto gratuitamente vengono e ti insultano davanti a una folla di studentesse del liceo giovani e carine e ammirate e agognanti nientemeno che un autografo): mi dico solo che, alla prossima occasione, raduno un po' di energumeni i quali invece ritengano che non mi sia del tutto rincoglionito (ad ognuno di questi ridicoli incontri ce ne sono almeno due o tre, e tutti della cricca di un veneziano amico mio), e andiamo all together a chiedere allo Zizzi di fare il funambolo per noi.
Ma c'è qualcosa che mi ferma. Qualcuno. È un accademico che io stimo moltissimo. Molto amato dagli studenti. Una persona buonissima. Comunista commovente ma anche sapiente navigatore di pelaghi aristocratici - come solo i comunisti commoventi sanno fare. Come può, mi dico. Come può questo Michelangelo essere allievo fedele di cotanto maestro? Ho capito male io? Zizzi era solo ubriaco e voleva fare del teatro? C'è dell'ironia che non percepisco? Le spiegazioni che mi son dato sono molte.
1. Lui è il serissimo e rigoroso studioso (ho dato un'occhiata all'abstract della sua tesi di dottorato: nessun dubbio, serissimo e rigorosissimo). Il detentore del Sapere. Colui che tribola ad ascoltare le sciocchezze che gli scrittorini come me vanno imbastendo durante questi teatrini di provincia. Colui al quale spetta il compito di rimettere a posto i tasselli della Verità sparpagliati dalle stupidaggini pronunciate da noialtri.
No problem. Io non so nulla di letteratura. Dicevo tempo fa a Rossano Astremo che leggo robaccia per sciampiste in quantità industriale e che ambisco a diventare un narratore per commessi di profumeria. Non sono nell'Accademia, e anzi con Essa ho intrattenuto un rapporto molto difficile (esattamente come Gianluca Morozzi che pure ieri sera parlava in quel siparietto, ho studiato per quindici anni legge e, a un esame dalla laurea, l'ho abbandonata). Non so fare discorsi colti perché colto non sono. Non ho letto i classici. Faccio un mestiere umile e romantico (maestro elementare). Passo la maggior parte del mio tempo ad allevare le tre amate figlie. Non ho fatto neppure il classico, e al massimo posso avventurarmi in qualche brocardo latino temendo sempre di sbagliarne gli accenti. Ma non ne faccio mistero. Lo dichiaro sempre.
2. Oppure è che Lui è un poeta, e di quella speciale specie di poeti che danno performance pubbliche. È inammissibile, dunque, che alcuno non declami "interventi" insieme molto pensosi e musicali e istrionici e poetici. È inammissibile che si spacci per scrittura la spazzatura che propala dai nostri pc, e che ci sia anche gente disposta non solo a comprarla, quella spazzatura, ma a venire ad ascoltare l'autore che conciona intorno al nulla. Anche in questo caso Zizzi avrebbe ragione. I nostri raccontini faticosi nulla hanno a che spartire con la Grande Tradizione Letteraria del Bel Paese della quale, leggo, Michelangelo è autorevole esponente.
3. È inoltre inammissibile che uno che ha avuto la faccia di culo di pubblicare un paio di libri non abbia la prontezza di riflessi, l'intelligenza, la brillantezza, la sagacia di rispondere con arguzia disinvolta ai rilievi critici mossi da autorevoli studiosi. Perfettamente d'accordo anche stavolta con Zizzi. Lo confesso. Quando sono in questi simposi spesso mi assento. Vago con la mente. Non sto ad ascoltare le ragionate e dotte dissertazioni dei miei corelatori. Io che al massimo ho potuto citare, durante il mio intervento, una canzone di Sergio Caputo: mentre loro parlano guardo le ragazze. Le loro scarpe. Le loro gambe. Guardo l'architettura. Valuto se mi piace o meno la ristrutturazione apportatavi. Sarà stato per questo che dopo l'intervento di un anno fa del Zizzi cominciai, come dice lui, a «balbettare». Perché avrò perso il filo del discorso. Perché di quel discorso colsi solo «istrionico» e «funambolico» e pensai che erano parole molto adatte alla faccia che le pronunciava con compiacimento e senso dello humour. Dunque anche in questo vengo io stesso incontro al Professore: un bel coglioncello che non apprezza la cultura alta né dimostra buone intenzioni per il futuro. Non c'è niente da dimostrare. La mia svanita vacuità è sotto gli occhi di tutti quelli che mi vengono a sentire nonché marchiata sulle cose che scrivo.
Insomma dopo arrovellamento un po' divertito un po' affannato (ce lo siamo confessato una volta con Elio Paoloni: non siamo veloci, nell'intuire le cose; non riusciamo ad assestare la battuta giusta al momento giusto; dobbiamo pensarci due giorni; magari ne troviamo una che avrebbe fatto ridere mille persone per venti minuti, ma dopo due giorni non serve più a niente; d'altro canto è giusto per questo che siamo grafomani piuttosto che performer): sono giunto alla conclusione che Zizzi aveva ragione e che il suo non essere intervenuto è stato un gran peccato. Le ragazzine del liceo ne avrebbero tratto giovamento e insegnamento. Avrebbero assistito alla lotta della Cultura contro la Cialtroneria. Avrebbero osservato la Cialtroneria estraniarsi durante le volute virtuose della Cultura. Sarebbero tornate a casa rinfrancate nello spirito. Convinte che al mondo la gentaglia vada infilzata per benino e con parole appropriate (non esclusi, ovviamente, taluni epiteti che Michelangelo deve aver mutuato come minimo da Boccaccio, per non dire del resto del Ben Di Dio che io mi sogno solo di notte di leggere e studiare e commentare).
[P.S. Scrissi questo raccontino un paio d’anni fa, la sera stessa del vivace incontro. Poi la leggenda dadaista, appunto, di questo guastatore di professione ha finito per stregare anche me, e, pur non avendolo quasi mai più rivisto, il tipo m’è diventato assai simpatico (tranne che per la sua passione per l’omeopatia, dottrina che massimamente stigmatizzo). Fra l’altro, fuori dal merito delle sue qualità poetiche, che – come detto - non sono in grado di valutare, Egli è curatore di una collana di Besa che ha fatto esorodire una pattuglia di giovanissimi versificatori, fra cui Ilaria Seclì, le cui poesie, al mio orecchio profano, suonano bellissime].
Posted by giuliomozzi at 15:13 | Comments (30)
26.02.06
In Italia si legge poco
di Diego911
[Questo articolo di Diego991 è apparso in Pordenoneleggerebbe? l'11 maggio 2005. gm]
- Ma in Italia si legge poco.
- Ma va?
- Ma sai, proprio poco. Cioè c'è un numero piccolo piccolo di gente che legge tanto per motivi suoi.
- Credo di sì.
- Ma quelli non fanno testo. E' gente che ne fa un mestiere, anche.
- Minchia, certo che si lavora con tutto, no? Ma andassero a lavorare in miniera, 'sti sfaticati!
- Vabbé, 'spe'. Perché poi c'è anche chi legge, come dire, normalmente, il libro in treno o prima di dormire di sera.
- Ecco. E allora quelli sono pochi.
- Già.
- Ma perché?
- Perché le borse delle donne, minchia, ma le vedi, sono troppo piccole, o troppo piene. Quindi non è che hai il libro appresso.
- E gli uomini?
- Non hanno la borsa.
- Alcuni sì, però.
- Capirai, finocchi, ovvio. Sai te che c'hanno dentro.
- Bleah.
- Gli studenti, vabbé, quelli hanno le borse. Coi libri e i quaderni.
- Ma quelli leggono perché sono studenti.
- Appunto.
- Perché studiano e s'imparano.
- Quindi leggendo s'impara?
- Il cugino mio è laureato ma è scemo forte.
- Quale? Quello con la motofalciatrice?
- E chi, se no?
- Scemo forte, sì, hehe.
- Ma allora è colpa della Scuola se uno non legge.
- E colpa anche della tivvù.
- Però anche guardando la tele si impara una cifra.
- Minchia, sì.
- Allora è colpa della famiglia.
- La famiglia, beh, cosa dovrebbero fare? Leggerti i libri?
- No, però se magari uno vede che a casa leggono, boh.
- Gli attaccano la voglia, dici?
- Però cresce sfigato.
- Gli sfigati leggono.
- E cos'altro potrebbero fare? Hahahaha.
- Leggere. Hahahahaha.
- Sfigati!
- Hahahaha.
- Leggere, seeeeeeeeee.
- Hanno capito tutto!
- Hahahahaha.
- Hanno capito proprio tutto della vita.
- Hahahahaha.
- Oh! Ma poi te la sei caricata la ciccetta?
- Ti pare, certo! Non sai che cose!
- Non vedo l'ora che arrivasse l'estate.
- Arriverasse. Minkia.
- Le state.
- Ma come parleresti?
- Ma com parl t!!!!
- Bofonk!
- Grof.
- z.
- .
Posted by giuliomozzi at 09:23 | Comments (3)
20.02.06
J. T. Leroy & Dennis Cooper
Sulla questione J. T. Leroy / Laura Albert, a proposito della quale ho scritto un pezzetto una quindicina di giorni fa, grazie a Emma ho letto un'interessante dichiarazione di Dennis Cooper. [gm]
Posted by giuliomozzi at 16:03 | Comments (14)
Bingo Bongo
Ieri, domenica 19 febbraio, ero allo Stadio Olimpico, come tutte le domeniche in cui la Roma gioca in casa dal 1974. Questo per dirvi che non sono obiettivo.
Alle 15.08 Francesco Totti si rompe una gamba, non sfuggendo – probabilmente – al destino che lo vuole uno dei più grandi calciatori europei di tutti i tempi, ma anche il più grande degli incompiuti a livello di palmares. Giocare nella Roma, certo, non lo aiuta. Ma con la Nazionale avrebbe potuto prendersi delle soddisfazioni. Nel 2000, agli Europei (quelli del suo famoso “cucchiaio" su calcio di rigore), l’Italia si vide soffiare la coppa dai francesi all’ultimo minuto di recupero. Due anni dopo, ai Mondiali coreani, il capitano della Roma arrivò debilitato da un infortunio dopo la sua migliore stagione in assoluto. E agli Europei del 2004, si autoescluse dopo pochi minuti, per via di uno sputo rifilato al danese Poulsen.
Tutto fa pensare – purtroppo – che anche i prossimi Mondiali tedeschi non saranno i mondiali di Totti. Ci sono, ovviamente, tragedie peggiori. Eppure, per chi ama lo sport, è sempre una tristezza assistere agli strani scherzi della fortuna abbattersi su un campione e condizionarne la carriera.
Per chi ama lo sport, ho detto. Il fatto è che molti, lo sport non lo amano. Con buona approssimazione, il sessanta per cento dei giornalisti sportivi, ad esempio.
Prendete il Corriere della Sera del 20 febbraio. Ecco come Stefano Petrucci riporta le parole di Totti appena arrivato nella clinica in cui dovrà essere operato: “Che ciò? Che me ‘so fatto? Me ‘so rotto tutto, no? Diteme la verità. E se se po’ fa, operateme subito".
Adesso, che l’accento di Totti tradisca chiaramente le sue origini capitoline, direi che è un fatto. Ma che bisogno c’è di buttare tutto in macchietta come ha fatto Petrucci (e molti altri cronisti di calcio da dieci anni a questa parte)? Non mi risulta che nel campionato italiano di Serie A militino accademici della Crusca: ma s’è mai visto un simile trattamento, che so, nei confronti del maccheronico italiano di un Vieri, della melodiosa inflessione patavina di un Del Piero, della parlata partenopea di un Cannavaro? Sempre sul Corriere, quello stesso giorno, così veniva riportato uno sfogo del brasiliano Adriano: “Tutte le volte che non vanno bene le cose, si parla sempre di altro, che non c’entra nulla col calcio. Questo mi dà fastidio e mi intristisce". Chi avesse visto il centravanti dell’Inter in televisione, avrebbe ascoltato questo: “Tuta vuota ke cosa nun van ben, sempe se fala de atro, nunca sentra col calgiu".
Domani sarà la Giornata Internazionale della Madrelingua, evento istituito dall’Unesco nel 1999 con lo scopo di proteggere a promuovere la diversità linguistica e l’istruzione plurilingue. Non vorremmo che la celebrazione venisse fraintesa e che si tornasse al famoso “Bingo Bongo stare bene solo in Congo"…
Posted by at 10:19 | Comments (6)
17.02.06
Out of control - Racconto
La voce. Ci manca. La musica è finita, gli amici se ne vanno... come diceva la canzone. Questa mattina, il termometro digitale sul cruscotto dell’auto segnava -0,5 °C, mentre alla radio suonava l’ultimo singolo di Madonna. Mi è venuto in mente quel video di più di venti anni fa in cui una coatta coi lampi di sole passava in gondola sotto il Ponte di Rialto urlando Like a virgin. La odiavo. Adesso, l’amo. In questo sentimento mutato, avverto violentemente il tempo che passa.
Quando avranno tredici-quattordici anni, i miei figli ascolteranno una musica che – se andrà bene – farò finta di capire. La Musica del Tempo Nuovo. Del Tempo cui io non apparterrò. Una Voce avrà il compito di progettare per loro l’algoritmo dei veloci batticuore. Io non saprò ascoltarla. E così sia.
La mia infatuazione per il rock è iniziata negli anni Ottanta...
Scarica tutto il racconto di Leonardo Colombati: Out of control: il racconto di un'estate lunga vent'anni.
Versione in Pdf, con immagini (pesante). Versione in Word, senza immagini (leggera).
Posted by at 14:16 | Comments (8)
10.02.06
Del diritto di celare la propria identità e/o di inventarsene un'altra; nonché delle conseguenze dell'esercizio di questo diritto (appunti)
di giuliomozzi
L'altro giorno, in treno, apro il manifesto e trovo, nelle pagine della cultura, un articolo di Maria Teresa Carbone intitolato: "J. T. Leroy si chiama Laura Albert" [*]. La notizia non mi suona nuova, ma non ho un ricordo preciso. Leggo:
Che un ex coniuge si possa rivelare estremamente pericoloso al momento della separazione, non è una novità: se ne è resa conto in questi giorni la scrittrice statunitense Laura Albert, del tutto ignota negli ambienti letterari con il suo nome, ma invece fin troppo celebre (in incognito, finora) per i libri che ha firmato - Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, editi entrambi in Italia da Fazi - adottando lo pseudonimo e soprattutto la personalità di J. T. Leroy, giovanissimo ex prostituto tossicodipendente. In una intervista telefonica al New York Times Geoffrey Knoop, per sedici anni compagno della scrittrice, ha infatti svelato quello che in molti sospettavano da tempo: J. T. Leroy è un'invenzione, come sono (naturalmente) una invenzione la sua infanzia disastrata, la madre drogata e prostituta, e tutta quella congerie di figure lacrimevoli che hanno costellato i suoi romanzi, suscitando il commosso coinvolgimento di innumerevoli lettori.
Già il mese scorso, in realtà, l'ipotesi di una montatura era emersa, quando ancora il New York Times [**] aveva scritto che la bionda figura efebica acclamata nel corso di manifestazioni letterarie e di pubbliche letture (fra l'altro anche in Italia, al festival di Massenzio a Roma) non corrispondeva all'infelice giovanotto, ma alla sorellastra di Knoop, la venticinquenne Savannah. In quell'occasione erano piovute smentite e professioni di oltraggio - fra gli altri, l'editor di Fazi, Simone Caltabellota, si era dichiarato sicuro dell'identità maschile di «Leroy» («ho visto le sue gambe nude, ha i polpacci di un ragazzo») -, smentite che dovranno adesso confrontarsi con la versione di Knoop. A quanto pare, la nascita del personaggio risale al 1996, quando Laura Albert decise di entrare in contatto con lo scrittore Dennis Cooper, e per attirare la sua attenzione si spacciò per Terminator, un adolescente dal passato difficile. Da Terminator a Jeremy Terminator Leroy a J. T. Leroy, il percorso (con la benedizione di Cooper) era tracciato, e con il passare del tempo la scrittrice si è immedesimata nel suo personaggio, rilasciando interviste telefoniche con la voce in falsetto e l'accento della West Virginia, proprio all'inesistente autore. Ora Knoop, che rivendica anche un ruolo nella creazione di «Leroy» si dichiara pentito. Ma la vicenda non è finita, incombe una causa sui diritti d'autore e già si minaccia la stesura di un libro che ricapitoli tutta la storia.
Nel quotidiano La Repubblica, prestatomi da un compagno di viaggio, c'era un lungo articolo (prima pagina della cultura) che parlava esplicitamente di "truffa". Nel Corriere della sera, consultato poi in casa editrice, c'era una notizia breve. Il sito ufficiale di J. T. Leroy ignora la faccenda.
Questa storia mi ha fatto pensare alcune cose, che metto giù qui in ordine approssimativo.
1. Quando Daniel Defoe pubblicò il libro ora a noi noto come Robinson Crusoe (e che è considerato il capostipite, se non del romanzo moderno, quantomeno del romanzo fondato sulla verosimiglianza), non lo firmò col proprio nome. Il libro s'intitolava The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe, of York, Mariner: Who lived Eight and Twenty Years, all alone in an uninhabited Island on the Coast of America, near the Mouth of the Great River of Oroonoque; Having been cast on Shore by Shipwreck, wherein all the Men perished but himself. With An Account how he was at last as strangely deliver'd by Pyrates (scheda) e appariva in tutto e per tutto come un libro scritto dallo stesso signor Crusoe: una storia vera, in somma. Ciò non fu ininfluente per il successo del libro.
2. Io non ho letti (per nessuna ragione particolare: semplicemente perché non si può legger tutto) i libri scritti dall' "artista finora noto come J. T. Leroy". Diverse persone me ne hanno parlato assai bene. Tutte queste persone, stando a quello che mi dicevano, credevano fermamente alla verità della biografia di J. T. Leroy; e credevano altrettanto fermamente che quanto raccontato nei libri di J. T. Leroy fosse, se non strettamente autobiografico, quantomeno attinto dall'esperienza di vita di J. T. Leroy.
3. Non avendoli letti, non metto in discussione la qualità letteraria dei libri di J. T. Leroy. Ma dico: qui si parrà la tua virtute. Ci sono due possibilità:
[a] Svelata l'inesistenza di una persona reale identificata dal nome "J. T. Leroy" e dotata di una determinata e sostanzialmente nota biografia, i lettori decideranno che quei libri, in quanto non dicono la verità, diventano di colpo privi d'interesse.
[b] Svelata l'inesistenza ecc., i lettori decidono che: "Chi se ne frega, quei libri sono belli e che vengano pubblicati con un nome o con un altro non m'interessa".
I giornali sembrano sposare la possibilità [a]. Ci sarebbe anche la
[c] Un certo numero di lettori non crede all'inesistenza di J. T. Leroy: certo, non si fa vedere nel mondo, ma ora vive in un'isola del Pacifico in compagnia di Jim Morrison, Elvis Presley e lo Zar Nicola II.
4. In Wikipedia, nella scheda relativa al Robinson Crusoe, leggo: "Robinson Crusoe si legge come una cronaca, un diario personale (quasi un blog ante litteram) e così facendo quel mondo che esiste solo all'interno delle pagine sembra saltare fuori dalle pagine" [***]. Paragonare un capolavoro riconosciuto della letteratura mondiale a esperimenti d'invenzione come, ad esempio, il mai troppo compianto blog Massaia, può sembrare buffo. Eppure è molto pertinente.
5. Io mi sono incuriosito dei libri di J. T. Leroy e credo che ora li leggerò. Li leggerò, naturalmente, con atteggiamento completamente diverso da chi li ha letti finora: li leggerò come opere letterarie.
6. Fino a qualche settimana fa i libri di J. T. Leroy potevano essere letti come testimonianze di una condizione umana. Ora non più. Potranno essere letti - come ogni opera letteraria - come testimonianza di stati psichici o culturali: non come testimonianza di degrado umano o sociale, eccetera eccetera. Allo stesso modo il Robinson Crusoe non può (più) essere letto come un "racconto dell'esperienza", ma può benissimo essere letto come documento dell'immaginario inglese del Settecento.
7. Da un libro di J. T. Leroy ha tratto un film Asia Argento. Non so se qualcuno si ricorda i pettegolezzi del momento. "Un'intesa immediata, quella fra l'attrice e lo scrittore. Se ne giovò subito il gossip, con la loro complicità. 'Asia Argento aspetta un figlio da J. T. Leroy' titolarono in molti. 'Sì, lui mi ha dato il seme - disse lei al New York Post - ma non voglio parlarne'. 'Quando siamo insieme si rovesciano i ruoli, io sono la donna, lei l'uomo - disse lui -, speriamo in un bebé sano a due teste'. Di quel figlio, s'intende, non si ebbe più notizia" (cito da Repubblica, 10.05.04). Forse Laura Albert, o comunque le persone partecipi del "segreto di J. T. Leroy", hanno tirata un po' troppo la corda. Ma, lette oggi, le battute attribuite ad Asia Argento e a J. T. Leroy contengono dei divertenti doppi, o tripli sensi.
8. La scelta di celare la propria identità, o di inventarsene un'altra, ha quindi delle conseguenze. Penso ora agli infiniti e inesausti dibattiti in rete su nickname sì / nickname no, e via dicendo. Quella di Laura Albert / J. T. Leroy è stata una truffa? No di certo. E' stato messo in atto uno strategemma letterario vecchi di secoli e, tra parentesi, usatissimo, e, ancora tra parentesi, sul quale nessuno ha mai avuto da ridire (mi pare). Il valore delle parole scritte firmate "J. T. Leroy" viene annullato dallo svelamento della faccenda? No. Ne viene però cambiato il senso. Se fino all'altro giorno potevo leggere un libro di J. T. Leroy, trovarlo brutto, e commentare: "Brutto è brutto, ma mi dà una testimonianza di prima mano su questo e quello", oggi i libri di J. T. Leroy, per conservare una leggibilità, devono essere belli. E Laura Albert, alias J. T. Leroy (e magari alias qualcun altro: chi lo sa?), liberata dalla biografia fittizia di J. T. Leroy, potrà tranquillamente scrivere opere letterarie non fondate su tale biografia fittizia. [****]
9. L'invenzione di J. T. Leroy, è arte? (E quella di Massaia?).
[*] Gli articoli del manifesto restano disponibili in rete per una settimana.
[**] Per leggere l'articolo originale dovete registrarvi e poi pagare 3 dollari e 95 centesimi. L'articolo del New York Times, uscito il 9 gennaio 2006, è stato ripreso in Italia almeno dal quotidiano La stampa, il 10 gennaio.
[***] Wikipedia è un'enciclopedia aperta. Questa scheda potrebbe essere modificata in futuro.
[****] Vedi anche un articolo quasi profetico di Giuseppe Culicchia (La Stampa, 26.03.03): "Anche se gli sponsor di J.T. LeRoy sono artisti come Tom Waits («J.T. è uno scrittore fantastico. In questi anni così poveri e privi di grandi uomini i suoi libri sono fra i pochi che resteranno nel tempo») e Shirley Manson, Suzanne Vega e Madonna, e scrittori come il summenzionato Dennis Cooper e Chuck Palahniuk, il rischio è quello di concentrarsi sull'ibrido tra Ziggy Stardust, i Sigue Sigue Sputnik ed ET, sulle parrucche bionde e gli abiti alla Barbie e il lucidalabbra fucsia, e naturalmente sulle scene «forti» cui si accennava sopra, e di perdere di vista la scrittura. Cosa che lo scrittore J.T. LeRoy, al di là delle sue tragedie personali vere, verosimili o presunte e della sua spesso alquanto inquietante tendenza all'esibizione e allo sfruttamento delle stesse, non merita. Perché, sembrerà scontato ma non lo è per niente, quello che conta in fatto di letteratura sono i libri, non la biografia dei loro autori (un esempio su tutti, Céline: di cui, anni fa, vennero pubblicate alcune lettere inedite nelle quali il geniale dottor Destouches si rallegrava con l'editore per via delle polemiche suscitate sui giornali dal suo antisemitismo, ottimo argomento di vendita). E i libri di J.T. LeRoy hanno saputo finora raccontare con una tenerezza inusitata e allo stesso tempo con una spietatezza fuori dal comune l'infanzia e l'adolescenza spezzate del suo alter-ego letterario. Estremo finché si vuole, certo. Ma questi sono tempi estremi, basta non chiudere gli occhi per rendersene conto. E J.T Leroy, vittima sacrificale, ha scelto di tenere i suoi occhi bene aperti, e di raccontarci che cosa passa loro davanti".
Posted by giuliomozzi at 14:51 | Comments (17)
04.02.06
Essere gli italiani di Marsiglia
di Stefania Nardini
[Con questo articolo Stefania Nardini, giornalista, autrice di Matrioska, inizia la sua collaborazione con vibrisse. gm]
Ci siamo visti per chiacchierare in una giornata eccezionalmente grigia.
Perché, qui a Marsiglia, normalmente c’è la luce.
Una luce provocante.
Ci siamo seduti al tavolo di un caffè, lui con il suo sigaro, io con la mia pipa.
Dalle vetrate abbiamo guardato la gente fuori.
Una folla meticcia in questa città dall’identità caleidoscopica.
Ci siamo posti tanti interrogativi. Le nostre origini italiane, la nostra cultura. Mentre la nostra bella lingua si insinuava come una musica tra l’odore dell’anice e dei caffè.
Bruno Leydet, con quella sua faccia da ragazzino scanzonato che gioca con il tempo, mi ha raccontato di sua nonna. La sua nonna toscana che gli parlava francese. Anche lei con la sua storia di emigrante.
E Bruno, che in uno dei suoi più bei romanzi, Malocchio (ed. l’Ecailler du Sud), si è insinuato nel labirinto dei ricordi per tracciare brandelli di memoria, si è chiesto perché gli italiani che hanno vissuto e vivono in questa città si nascondono.
Io l’ho guardato sorpresa.
Lui era serio.
A un certo punto mi ha fatto notare che perfino i comoriani hanno un segno dedicato alla loro gente. Gli italiani no.
E da storico mi ha ricordato l’entità della nostra presenza. Le navi che arrivavano cariche di speranza, i napoletani, i torinesi, i siciliani, con i loro dialetti inghiottiti dall’argot.
Erano tanti. Con il loro dolore, il loro esilio ai tempi del fascismo, la loro magnifica allegria e il profumo della pasta.
Gli italiani e i loro odori. La loro fatica al porto della Joliette quando li chiamavano “cani da banchina". E l’umiliazione quando, contro di loro, affissero i manifesti. E poi quel sentimento per una bandiera che amavano anche se non gli apparteneva.
Non avevano nulla da perdere gli italiani di Marsiglia.
E Bruno ha tentato una nuova chiave di lettura mentre io azzardavo un altro ragionamento.
La memoria.
Anzi la “scomodità" della memoria. Perché la memoria è l’elaborazione che ti conduce a un’identità, la memoria ti fa guardare il presente con altri occhi, la memoria non aiuta a rimuovere gli incubi.
Bisogna dimenticare.
La nuova parola d’ordine ha il compito di impedire l’affiorare della coscienza.
Punta al naufragio del sentimento e della passione.
Bruno a un certo punto mi ha guardata inseguendo un suo pensiero.
E ha aggiunto un’altra parola.
Paura.
La paura come rifugio.
La paura che contagia, che è il vero male in questo nostro tempo immolato, sacrificato, bruciato, sugli altari delle banalità, dei luoghi comuni, della frustrazione collettiva.
E allora?
Ci siamo detti che abbiamo il dovere di continuare il nostro solitario lavoro di ricucitura tra memoria e realtà.
Che la nostra tenera follia è in quello che scriviamo, è nel ricomporre con le parole un mosaico danneggiato.
La lingua non conta.
Piuttosto è il suono che la memoria emette.
Un suono che non è nostalgia, ma la coscienza di essere. Essere gli italiani di Marsiglia per poi mescolarsi con gli altri, con la gente che passa sulla banchina del Vecchio Porto. Per un prossimo incontro da consacrare alla luce di una città dove l’occasione di esistere è l’occasione per vivere la scommessa di un’utopia.
Posted by giuliomozzi at 10:52 |

