31.07.06
Con queste ultime righe
[... ] Con queste ultime righe chiudo il blog a un anno esatto dall'apertura. Il progetto è finito. [...]
Posted by giuliomozzi at 17:19 | Comments (10)
26.07.06
"L'uomo incerto su tutto"
[Questo articolo di Giuseppe Marchetti è apparso nella Gazzetta di Parma il 7 luglio 2006. gm]
[...] Occupato, disoccupato, scrittore, filosofo, Uomo 1 e Uomo 2, peccatore scettico e non redento, figlio e innamorato di Maura ragazza solida e concreta, convinto aspirante a essere come si deve essere per vivere, per guadagnare e per imporsi al prossimo, Giovanni Costa rappresenta ad un tempo la condizione dell'uomo incerto su tutto, ma anche quella di colui che aspira a spezzare il cerchio più misterioso dell'illogicità contemporanea. «Dove vado?» è la domanda centrale del racconto. La nuova Classe Dirigente tutta per bene elencata in queste pagine è uno strepitoso elenco di persone che non si sa nemmeno se esistano davvero, sono come un romanzo prima di scriverlo, una ipotesi, una speranza, un rischio: quel rischio che Bregola ha affrontato con la baldanza e l'innocenza dell'autodidatta. [...]
Posted by giuliomozzi at 11:43
19.07.06
"Quella capacità degli emiliani di far scendere chiunque dal pero"
di Enrico Palandri
[Questo articolo di Enrico Palandri è apparso nel quotidiano L'Unità il 10 aprile 2006. gm]
Il nuovo libro di Davide Bregola, La cultura enciclopedica dell'autodidatta, prosegue il filo di Racconti felici, pubblicato nel 2003 con lo stesso editore e che includeva La lenta sinfonia del male.
Bregola si è molto impegnato in questi anni nella promozione della lettura nelle scuole e con un paio di inchieste sugli scrittori stranieri che hanno scelto scrivere in italiano. Insomma è uno scrittore che, anche geograficamente, cerca un radicamento che ricorda il dinamismo di Tondelli, che ha sempre inventato situazioni fuori dai suoi libri per promuovere e raccogliere qualcosa che è più intorno ai libri che dentro i libri.
La domanda centrale del personaggio principale di Bregola è la seguente: Cosa pretendo io? Perché il figlio di un operaio diventato impiegato per concorsi interni e di una casalinga, un diplomato che ha tentato fallendo di laurearsi in Giurisprudenza, dovrebbe potersi affrancare dal suo destino?
In questa domanda, nella perplessità disarmante che diffonde in un universo di impieghi occasionali, ci sono due interpretazioni del mondo molto contrastanti: da un lato il mondo è visto in modo molto piatto, sociologico, fino a far diventare la condizione sociale una condizione ontologica, l'essere umano non è altro che il lavoro che fa. Cercare di farsi piacere il lavoro è cercare di farsi piacere la vita, ma la precarietà di quello che si può effettivamente trovare rende impossibile riuscirci.
L'altro piano è quello di un'assenza di destino, una prospettiva vuota, angosciata, che era anche il motivo più convincente della lenta sinfonia del male ma che Bregola scruta senza scegliere.
Il libro di Bregola appartiene a quella che oggi si chiama non-fiction novel, cioè una scrittura che ha stabilito sue regole un po' particolari, fortemente radicata nella nostra letteratura grazie a libri fondamentali scritti da alcuni dei migliori scrittori italiani: Libera nos a Malo, di Luigi Meneghello, oppure molti dei libri di Gianni Celati, Il ritorno di Edoardo Albinati.
Non è semplice tracciare il confine tra narrazioni non fiction e il romanzo. Nella non fiction l’autobiografia (è il caso di Meneghello) è l'unico materiale e la narrazione non si propone o non sente il bisogno di venire traslata su un piano immaginario, metaforico. La non fiction teme il falso, e ha un orecchio finissimo per individuarlo. Il romanzo, come la musica, parla questa lingua dell’invenzione e ha sue regole che ne descrivono il funzionamento e lo mettono in moto. Prima di tutto la perturbazione, come si chiama in narratologia. Dobbiamo avere cioè un evento che disturbi, metta in crisi l’ordine di un mondo. Il dramma è il panorama sociale (anche quello descritto da Bregola) ma aperto, movimentato da qualcosa che costringe i personaggi ad agire e in questo modo indaga ciò che rende universalmente umani: la responsabilità morale, l’atteggiamento di fronte alla morte o l’amore. Ne fa dei personaggi, dei protagonisti.
A questa ipotesi di narrazione reagisce Celati con un racconto sempre corale, proprio per non dover contrapporre protagonisti e comprimari, anche a costo di non mettere mai dunque i suoi personaggi a questioni che li costringerebbero a qualche titanismo.
Dove questa crisi non interviene, siamo nel territorio della non fiction, e Bregola appartiene a questo ambito. Il mondo viene descritto, interrogato, ma non c'è un evento che crei il dramma. La più grande forza di questo genere di scrittura è stilistica e anche Bregola scrive in modo accattivante, restituendo una lingua familiare a chi conosce la pianura padana. Un’epica senza Orlando e senza avventure, fatta soprattutto di una grande qualità terrena degli emiliani, quella capacità di far scendere chiunque dal pero, con una ironia che costeggia i grandi temi della letteratura. Si prova simpatia per gli ambienti che lui descrive e le persone che si incontrano nel libro.
Posted by giuliomozzi at 15:37 | Comments (2)
"No, caro Davide, non ci siamo"
[Stralcio dalla conclusione di un articolo che Andrea Temporelli ha pubblicato oggi nel suo blog, dove è possibile commentarlo. gm]
[...] Bregola si prende terribilmente sul serio quando impone, scopertamente, il ragionamento secondo cui lui (ovvero il suo alter ego Giovanni Costa, ma non può certo giocare a nascondino tra autobiografia e fiction secondo i suoi comodi, specie se il personaggio che ha creato ha così pochi filtri) è un eroe puro e romanticamente dannato, mentre tutti gli altri (tra cui anch’io, citato per nome e cognome) non sono che arrivisti disonesti, che hanno cattive intenzioni. [...] Si impone un giudizio morale pesante su persone che nemmeno si conoscono (pubblicando un libro che è semplicemente uno zibaldone maldestro, che mischia ruffianerie a cattiverie, non riuscendo nemmeno ad essere furbetto fino in fondo perché è terribilmente ingenuo). [...] No, caro Davide, non ci siamo. Per quanto la scrittura talvolta compia il miracolo di trasformare in oro anche le meschinerie dell’autore, giacché scrivendo sono proprio le nostre debolezze a diventare punti di forza, qui non ci siamo. [...]
Posted by giuliomozzi at 15:23
10.07.06
"Davide Bregola sembra un cavaliere Jedi"
di Gattostanco
[Questa cronaca è apparsa ieri nel blog Gattostanco. gm] [Altri articoli sul romanzo di Davide Bregola La cultura enciclopedica dell'autodidatta]
[...] Mozzi con una premurosa introduzione dice di considerare il romanzo una montagna che ha partorito un topolino. Il topolino è un piccolo e semplice e intelligentissimo spunto di ragionamento. Qualcosa che c’è nel romanzo e che ha un importante significato. Dalla ricerca della verità del Costa, dalla narrazione e dalle questioni filosofiche latenti nel libro, il curatore dello stesso avverte nascere qualcosa, il topolino, senza però riuscire ancora ad afferrarlo, ad afferrarne il senso compiuto.
A precisa domanda di Giulio Mozzi, Davide sgrana gli occhi. Senza però scomporsi oltre, l’autore ammette candidamente, come è candido lo stesso Costa, di non sapere quale sia questo topolino inteso da Giulio e che dovrebbe rappresentare una stupefacente piccola, ma semplice, perla di saggezza. [...]
Posted by giuliomozzi at 02:18
27.06.06
"Tutto si tiene, nel romanzo di Bregola, nonostante l'apparente disorganicità, o anzi, forse grazie ad essa"
di Luigi Preziosi
[Questo articolo di Luigi Preziosi è apparso, in una versione scorciata per ragioni di spazio, nel quindicinale Stilos del 20 giugno 2006. Potete leggerlo qui di seguito o, vista la lunghezza, scaricarlo in un comodo pdf. gm] [altri articoli sul romanzo di Davide Bregola]
Con La cultura enciclopedica dell'autodidatta Davide Bregola scandaglia nel profondo, per individuarne materiale grezzo utile per iniziare una nuova ricerca, uno dei paradigmi della contemporaneità che negli ultimi tempi si è più radicato nei rapporti tra individuo e mondo circostante: la precarietà. A quella esistenziale, presenza per altro costante in narrativa e non solo, se ne va da ultimo aggiungendo un'altra, quella per così dire "materiale", relativa ai mezzi di sostentamento, alla mancanza della casa o delle prospettive di crescita sociale e, di riflesso, personale. L'una si accresce dell'altra, o meglio, l'una è in qualche misura rappresentazione pubblica dell'altra, la trasforma da disagio interiore a dato politico, se per tale si intenda una situazione individuale che deriva dall'organizzazione collettiva e che da essa attende soluzioni.
Della somma di entrambe soffrono le generazioni che si affacciano in questi anni a quella soglia che solo qualche decina di anni fa imponeva ai loro padri di assumere un ruolo sociale, e che a volte consentiva loro, una volta addossatisi quell'onere, di provare sollievo, forse apparente, forse illusorio, anche per quell'altro più profondo e a tratti immedicabile senso di precarietà spirituale di cui s'è detto. Della somma di entrambe soffre anche Giovanni Costa, il personaggio che Bregola vuole eponimo di questa generazione di giovani che vive, subendolo, il disancoramento dalla società. Di lui e del suo mondo il lettore è gradatamente posto in condizione di conoscere molto, grazie ad un discorso in prima persona che non solo scava in se stesso, ma assorbe anche impressioni, esitazioni, considerazioni degli altri personaggi e li fa propri con facilità inconsueta, come testimoniano quei dialoghi non virgolettati, immediatamente interiorizzati da Giovanni e rivissuti come esperienza propria. Giovanni è dunque un giovane che, nonostante un brillante curriculum scolastico, smette l'Università al sedicesimo esame di giurisprudenza. Di famiglia modesta, (padre impiegato in pensione dell'Enel, madre casalinga e di quando in quando donna delle pulizie, il fratello camionista), vive di piccoli lavori saltuari. Il quadro delle sue relazioni è completato dalla presenza di Maura, sua fidanzata da anni, e da un gruppo di amici, quasi tutti afflitti dallo stesso senso di provvisorietà, e forzatamente posti a confronto con problemi di sussistenza. Ecco quindi Giuseppe che fa il burattinaio ed organizza rappresentazioni per i bambini dell'asilo, ed Attilio gestore del bar della stazione e Milton da Pesaro, che dopo dieci anni di studi filosofici ad Urbino, sta scrivendo la tesi ed ha tentato, invano, di farsi assumere come commesso in una libreria.
Opprime i personaggi di Bregola (un'oppressione silenziosa, non proclamata, subìta come si subisce lo scivolar via del tempo) la mancanza di prospettive per il futuro, l'immersione in una quotidianità mediocre che non pare offrire motivi di rivalsa, il ritrovarsi costantemente sotto un cielo sempre troppo basso, in cui l'orizzonte è così vicino da sembrare un confine. Differenzia apparentemente Giovanni dai suoi sodali il fatto di aver scritto un libro dal curioso titolo Sonata in bu minore per quattrocento scimmiette urlanti, di averlo pubblicato e di averne ricavato una piccola fama tra parenti e conoscenti. Neanche la pratica della narrativa, però, solleva la sorte del protagonista, per cui l'invasività del senso di provvisorio si trasforma a volte in un consapevole adeguamento alla mediocrità che lo circonda. Diversa, per la sostanza di piccoli o grandi dolori che la perturba, ma non per l'intensità del sottile senso di inanità che comunque la pervade, appare a Giovanni l'esistenza della generazione dei padri. Dei suoi genitori osserva i modi di comportarsi, le piccole manie, capisce le difficoltà del padre a adattarsi alla vita di pensionato, ne percepisce l'ansia per il male contratto in lunghi anni di lavoro, senza poter far nulla per alleviarla (ma anche senza domandarsi se possa fare qualcosa). Fruga nei ricordi, anche per identificare nel passato di se stesso bambino o ragazzino, o dei suoi genitori colti in curve particolari della loro vita, un presagio della sua presente condizione, un'indicazione su come uscirne. Ma le generazioni si sono succedute troppo in fretta, e non c'è esperienza del passato che possa adattarsi all'oggi, il presente ci incalza e ci coglie impreparati, ciò che da bambini abbiamo sognato si avverasse di noi stessi si è rivelato inadeguato già prima che avessimo l'età per progettarlo davvero.
Giovanni si impegna in una disincantata perlustrazione del mondo, fatta di nuovi incontri, a volte sgradevoli, a volte interessanti, mai risolutivi, di piccoli episodi che narrano di una quotidianità fatta di invii di curricula, di confronti impossibili con i giovani rampanti di cui parlano i giornali e di letture di pagine letterarie sugli scrittori più promettenti.Lunghi dialoghi con Maura sui grandi fatti della cronaca degli ultimi mesi (Bregola è bravo a servirsi di essi per consolidare l'andamento diaristico del testo) danno la misura della distanza di questi giovani dai fatti di cui si appassionano, ma di cui si direbbe parlino ripetendo cose dette da altri, come orecchiate da discorsi di una cerchia di adulti a cui non sono ancora ammessi. Ma la precarietà non esaurisce affatto il respiro largo del libro. Ad una tenace curiosità per le cose, Giovanni Costa, infatti, ne affianca un'altra, che si realizza in una attività ben precisa, entusiasmante ed ingenua, tanto generosa quanto inutile: interrogarsi sulla verità. L'una può essere conseguenza necessaria o necessitata dell'altra: in questa indagine non lo raggiunge la mediocrità a cui l'aver metabolizzato il senso del provvisorio potrebbe inchiodarlo, ed investendosi di una responsabilità così alta evita il limbo della deresponsabilizzazione a cui la precarietà lo destina.
Il racconto è quindi intervallato di undici appunti sulla verità, che Giovanni annota come spunti per un suo prossimo libro. Gli apporti sono molteplici: si va dalle definizioni di verità disponibili su Google, a brani tratti da testi di Albinati e di Scarpa, a contributi dell'amico Giuseppe, o di Maura o riflessioni dirette dello stesso Giovanni. L'inchiesta è ad ampio raggio,e così dai lemmi del Dizionario filosofico Utet si passa al binomio letteratura - verità ("la nostra letteratura, in questo periodo storico particolarissimo e delicato... è in grado di dire la letteratura? e se sì cos'è questa verità?"), alle consapevolezze originate da. riflessioni autonome ed "oblique", per cui dalla verità letteraria si passa a quella matematica per approdare a quella etica. La lettura di Sergio Quinzio indirizza Giovanni alla distinzione tra "apprendere la verità" e "fare la verità" (quest'ultima supremo vincolo per lo scrittore), mentre in un altro appunto distingue tra la funzione della letteratura di "vedere" la verità e la felice incompiutezza dell'aspirazione a possederla. È questa ricerca appassionata ed incompiuta per definizione a rendere Giovanni un novello enciclopedista, che aduna gli elementi più disparati che ritiene possano servirgli per avvicinare (non per possedere) la verità.
Testo di particolare complessità (non tragga in inganno la facilità di resa espressiva che Bregola dimostra anche nelle parti saggistiche più ardue) e generosamente ricco di suggestioni, La cultura enciclopedica dell'autodidatta ambisce a scrutare il mondo in maniera da coglierne prospettive, se non mai tentate, certo non usuali. Pervade l'intera narrazione l’impegno di adeguare la scrittura alla realtà che intende rappresentare, e non a caso la ricerca sulla verità, cioè su ciò che più d’ogni altra cosa dovrebbe essere saldo, si compie all’interno dell’esperienza della precarietà: l’ossimoro rende opportunamente conto del nostro modo di vivere, di passaggio, confortato da scarse certezze, e al tempo stesso in costante ricerca di un significato che riscatti il provvisorio. Ne deriva alla narrazione una forte tensione etica, che impronta positivamente di sé non solo la trama o gli aspetti tematici del romanzo, ma anche gli elementi strutturali più sperimentali: tutto si tiene, nel romanzo di Bregola, nonostante l'apparente disorganicità, o anzi, forse grazie ad essa, dal momento che ad appassionare l’autore è proprio l’esplorazione della contemporaneità, per definizione poco decifrabile per chi la vive.
In che modo ritiene si sia evoluto il suo modo di far narrativa, ovvero, La cultura enciclopedica dell'autodidatta, romanzo cui evidentemente connette intenzioni "alte", può considerarsi il risultato di un lavoro che ha attraversato le sue opere precedenti?
Il romanzo è esattamente il tentativo di scrivere, passo passo, un testo il cui lavoro precedente mi ha fatto passare, a tappe, dai racconti brevi al racconto lungo. Quando, dopo molte pagine scritte, ho sentito di avere il fiato necessario per provare la distanza, mi sono impegnato in un progetto più lungo. Il mio modo dalle intenzioni “alte", come lei lo definisce, non è altro che un “palinsesto". Poiché il palinsesto è un’antica pergamena che conteneva scritti diversi di volta in volta raschiati per poter essere sostituiti da altri scritti, ma è anche una sovrapposizione di scritture e quindi racchiude in sé varie stratificazioni di messaggi, La cultura enciclopedica dell'autodidatta è la somma di tutto questo. È parte integrante del tutto e come tale non prescinde dall’opera precedente. Ciò detto è il palinsesto l’opera a cui ambisco.
Che cosa pensa dei giovani narratori italiani, quelli che come lei, sono già in qualche misura oltre il Novecento?
Essere anagraficamente oltre il Novecento non vuol dire essersi affrancati dal secolo. Ci sono ancora troppi retaggi culturali, troppe imposizioni scolastiche, troppo “zeit geist" che pervade ancora in larga misura il modo di procedere dei narratori in questo nuovo secolo. L’idea di “giovani narratori italiani" non è mai rientrata nei miei pensieri, ma l’idea di una letteratura “nascente" sì. Per questa ragione penso che alcuni tra i più dotati scrittori nati alla fine degli anni sessanta e negli anni settanta-ottanta debbano prima di tutto essere ambiziosi, non farsi sfruttare con la formula: “il De Lillo italiano o l’Houellebecq italiano o il Rushdie di Borgo Panigale" ma agire senza avere o farsi appioppare dei prestanome facili per il lettore pigro e per l’editore senza Wit (arguzia, ingegnosità).
Quanto c'è di autobiografico e quanto c'è di autobiografia collettiva di una generazione in La cultura enciclopedica dell'autodidatta?
Il punto centrale a cui tengo molto è proprio questo. Sfruttare l’idea del metodo “induttivo" per partire dal microcosmo e andare nel macrocosmo. Dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande e tentare la dimostrazione. Il romanzo ha un procedere tematico a “satellite". Ripeto tematico, non strutturale della trama, ma tematico. C’è il singolo, poi c’è la famiglia italiana, la società del nostro paese, poi c’è la nazione, ci sono gli eventi internazionali mediati dagli organi d’informazione e infine c’è la “verità". Se si considera che nelle Lettere di San Paolo “leggere" etimologicamente preso dal greco vuol dire “guardare in su", “scrutare in su", io non ho fatto altro che cercare questo a partire dal singolo e via via astrarmi per vedere, distanziandomi, come usano fare coi satelliti che scansionano la realtà a partire dalle cose minute fino ad arrivare allo spazio intorno alla Terra. Ho scrutato in su. L’autobiografia personale c’è nella misura concessa dal genere dell’“autofiction", autobiografia collettiva c’è ed era nelle mie intenzioni ci fosse ma spetta al lettore dire se l’intento è riuscito o meno.
Il suo blog (e non è l'unico) ha ospitato anticipazioni e stralci del romanzo, ed anche una interessante ricerca, basata su contributi di vari autori e critici dal titolo Il grande romanzo del XXI secolo. Quale nesso lega quest'ultimo progetto (i "paralipomeni" al romanzo vero e proprio) a La cultura enciclopedica dell'autodidatta?
La mia idea è che il nuovo secolo entrerà veramente nel vivo solo quando si troverà la formula della condivisione di massa. O sarà così o non sarà. L’uomo a una dimensione è un residuo del passato mentre l’apparente irrazionalità del precariato o dei progetti casuali e senza nessi sono perfettamente allineati alla condizione contemporanea, alle aspettative degli individui e alle sue non-aspettative. Le generazioni più giovani di oggi non sono un aggregato sociale ma una somma di individualismi. Sono una comunità estemporanea e infinitamente mutevole di “file sharing" e la condivisione di massa cui accennavo poco sopra segue più la filosofia del downloading delle idee e degli atteggiamenti che non altri tipi di costrizioni aggregative date dalla stessa classe sociale o da motivazioni sociologiche astruse. A partire da queste considerazioni ho tentato di aggregare su un unico tema, ossia il romanzo, alcuni critici, scrittori, lettori. Ne è risultato un saggio scaricabile da internet in cui oltre a dare una mia idea di come dovrebbe essere il romanzo nel nuovo secolo, ho incluso suggestioni e contributi di altri.
Giovanni Costa si interroga sulla definizione di verità. Un romanzo, originato da ragioni autentiche, è (anche) rivelazione di verità? Si può affidare al romanzo questa funzione?
C’è chi dice che l’arte deve essere in grado di parlarci o farci vedere la verità per il tramite della bellezza. La bellezza che ha a che fare con la “forma" non mi interessa. A me interessa la “bellezza" che scaturisce dalla forza. Un romanzo può essere scritto autenticamente ed essere, allo stesso modo, scadente, per cui è necessaria ma non sufficiente l’autenticità. Autenticità che non deve essere confusa con la sincerità, ma un’autenticità che deriva dall’energia. Mi spiego: la forma affascina quando non si ha la forza di capire o di scrivere cosa sia la forza e di estrapolarla da se stessa. Non sono sicuro che arriveremo mai a capire cosa sia la “forza" ma dovrebbe essere possibile, in questo secolo, tentare di riconoscere il suo posto all’interno della narrativa. Si può affidare al romanzo la funzione di rivelazione? Razionalmente direi di no, ma vorrei invece poter vedere il testo stesso come un sistema di energie e tensioni interne, impulsi, desideri e resistenze. Vorrei che il romanzo avesse delle funzioni e tra queste, in ordine simbolico, anche quella di dire cosa è verità.
L'indagine sulla verità porta Giovanni Costa (e Davide Bregola?) a riflettere sul senso stesso della letteratura. Nell'appunto numero otto scrive: "Quando un autore esprime qualcosa di nuovo, rompe l'equilibrio su cui si fondano scuola, cultura, politica, e la quiete e la perpetuazione cui mirano... c'è una responsabilità dello scrittore "nuovo": non in ambito letterario, ma etico". E nell'appunto n.10 si fanno strada le considerazioni di segno opposto (forse) del critico letterario Cugola, che scrive: "Lo scrittore, nel momento in cui estranea il lettore dalle minute occasioni della cronaca e lo catapulta nella realtà del cuore o della fantasia ha realizzato un atto morale, profondamente etico". Si tratta di due concezioni antitetiche, o piuttosto complementari?
Sono due citazioni complementari. C’è quella parola, ormai dimenticata da tutti, che ha un significante ma alla quale dobbiamo ristabilire un significato più calzante per l’oggi: etica. L’etica a cui mi riferisco non ha nulla a che fare con l’accezione filosofica che a partire da Aristotele è stata codificata in questi secoli. La condotta dell’uomo, il suo aspetto descrittivo, e non normativo, dovrebbe riuscire a dire, raccontare, lo scrittore. Non mi riferisco alla Morale, ma proprio all’Etica. Hegel in questo senso aveva stabilito la grande differenza tra moralità ed eticità. Moralità indica l’aspetto soggettivo della condotta, eticità indica l’insieme dei valori morali effettivamente realizzati nella storia. Qualcuno dirà non sia materia dello scrittore ma della filosofia, del diritto. Io dico invece che è anche materia dello scrittore. Prima asserivo che il secolo nuovo sarà il secolo della condivisione o non sarà e lo ribadisco ora. La transdisciplinarità dovrà essere il metodo per partire.
E se la rivelazione sul rapporto tra verità e letteratura fosse nell'appunto n. undici della fidanzata di Costa, per la quale "La letteratura è il gusto della verità che è dentro la realtà. I gusti sono tanti e non sono tutti buoni... ma sono il primo incontro verso cose essenziali per sopravvivere"?
Nel romanzo si danno tante suggestioni su Verità. Alcune filosofiche, altre poetiche, altre ancora narrative altre di ordine quotidiano. Nelle intrusioni parasaggistiche c’è un’intenzione compilativa. Io, in quanto autore, non so dire se la fidanzata di Costa possegga la verità. Certo è che il protagonista del libro fa esperienze di verità, le racconta, ma non riesce a leggerle in quanto tali. È talmente impegnato nella sua ricerca che, come Bouvard e Pecucet di Flaubert, non si accorge della Grazia che permea la sua vita e la vita di tutti.
Che futuro c'è per i Giovanni Costa?
Ho conosciuto tanti Giovanni Costa che vivono ai margini della società. Persone che per grandi ideali o aspettative sproporzionate nei confronti della vita stessa si sono rovinate. Non sono propriamente degli idealisti, ma sono uomini e donne dotati di una sana caparbietà. Si perdono sulle questioni di principio o si ritrovano proprio nei principi. Non sono dei perdenti o dei disadattati. Sono persone arrivate spesso vicine alla gloria e per scelta o per destino sono andate altrove. Qualcuno li pensa dei geni incompresi, altri li considerano degli esseri pittoreschi, cólti ma dalla naivetè latente o conclamata. Sono persone che finiscono come Giovanni Costa, oppure vanno a finire a coltivare il proprio orto come fa Candido di Voltaire. In fin dei conti Costa è anche un furbo, altre volte è un figlio di buona donna ed altre volte ancora tradisce le aspettative pur di stare per i fatti suoi. Un po’Emilio di Rousseau, nipote di Zeno Cosini, figlio di quell’umperproletariat che è diventata la classe media di vent’anni fa. Tale mutamento mi fa dire che di Giovanni Costa in futuro ce ne saranno sempre più, ma il loro futuro mi è ignoto.
Una sua conversazione con Antonio Spadaro ha dato spunto, all'inizio dell'anno, ad un dibattito sullo stato del romanzo italiano, iniziato su "Avvenire" e proseguito su vari siti letterari. In sintesi, Spadaro scrive: "Ecco cosa mi aspetto dalla nuova narrativa italiana, ecco ciò di cui sono alla ricerca: pagine libere dalla stanchezza del rancore e del fallimento necessario, dal torpore del sentimentalismo, dalla banalità del puro gioco delle forme; pagine che conoscono la perdizione del naufragio, ma anche la grazia della salvezza; pagine che sappiano guardare alla realtà così com'è, senza i rimedi e senza l'airbag della militanza indignata e colta". Ritiene che La cultura enciclopedica dell'autodidatta abbia qualche cosa in comune con questi canoni?
Ho scritto La cultura enciclopedica dell'autodidatta con gli organi della ricezione spalancati nei confronti di tutto ciò che dall’esterno poteva suggestionarmi e aprirmi nuove strade d’interpretazione. Non parlo solo di libri, ma faccio riferimento anche a prassi, a cose pratiche della vita degli uomini. Ho tenuto dialoghi serrati con altri scrittori, anche stranieri, ho provato a confrontarmi con le aspettative degli altri e con le mie. Spadaro ha scritto queste cose quando io già avevo portato a compimento il romanzo, per cui non abbiamo potuto suggestionarci a vicenda. Eppure adotta delle parole condivisibili. Miscuglio di razionalità e emozione. Per me La cultura enciclopedica dell'autodidatta è attualmente l’unica struttura narrativa praticabile. Il criterio, il dogma, il modulo: sta cambiando tutto. Il mio atteggiamento durante la stesura del romanzo è stato guardingo e sono stato attento a camminare per strada guardando intorno a chi si incontra e a che cosa succede di momento in momento. In questo scenario in cui non ci sono né generazioni né movimenti intesi come lo si è sempre fatto, e nel quale i complessi di norme si destrutturano, ho notato una società “adiaforica", che sconnette le scelte dell’etica riconducendole a questioni tecniche, e resta indifferente davanti alle gerarchie di valore, anzi le tratta come una dimensione prossima allo zero. Per La cultura enciclopedica dell'autodidatta sono partito da queste considerazioni e ho iniziato a scriverlo.
Posted by giuliomozzi at 10:30 | Comments (0)
"Non siamo nel campo del romanzo, siamo nel rumore di fondo"
di Alberto Garlini
[Questo articolo di Alberto Garlini è apparso oggi 27 giugno 2006 nel quotidiano Il Giornale. gm] [altri articoli sul romanzo di Davide Bregola]
Esiste un rumore di fondo dell'epoca? Un grigiore che possiamo considerare il grado zero della nostra esistenza? Un'intimità così sfacciatamente esibita, da essere corrosa proprio nel contenuto individuale che vorrebbe mostrare? Un anonimato liquido, pervasivo, irredimibile?
Per riuscire a leggere il nuovo libro di Davide Bregola, La cultura enciclopedica dell'autodidatta (Sironi, pagg. 236, euro 14.50) dovremmo proprio sintonizzarci su questo afono rumore di fondo, inzupparci nel ventre della provincia, tra vite non illustri, antieroiche, banali. Immergerci tra le ceneri di un romanzo e nemmeno forse di un romanzo, ma piuttosto di una fiction televisiva.
Ecco: siamo in una fiction televisiva e togliamo le luci, i sorrisi, i volti belli e sicuri, la pubblicità. Togliamo anche la storia e guardiamo le scenografie dall'interno. Non possiamo permetterci il lusso di seguire una vicenda, di appassionarci per una scelta: dobbiamo invece indugiare sul calderone, la materia prima, il magma da cui la storia nasce. Come dicevo, non siamo nel campo del romanzo, siamo nel rumore di fondo, nel tono dimesso della provincia che urla una sua speciale forma di ribellione. La cultura enciclopedica dell'autodidatta sembra proprio l'accatastamento scomposto del materiale da cui nascono le storie, il racconto senza struttura di una storia che potrebbe esserci, l'accanimento terapeutico su un oggetto (la scrittura romanzesca) col quale, palesemente, non si vuole avere nulla a che fare.
Mentre seguiamo, senza alcun filo riconoscibile la vita del personaggio principale, Giovanni Costa, e della sua fidanzata Maura, e li vediamo arrabattarsi fra i pochi soldi e le umiliazioni, i lavori precari e gli studi abbandonati o allungati a dismisura, i malanni dei genitori e le discussioni filosofiche sul nuovo ordine mondiale, mentre li osserviamo interrogarsi su cosa è la verità, oppure perdersi in dichiarazioni altisonanti ma spesso banali, siamo costretti a trovarci tra le quinte del testo, nello spazio vietato che di solito viene ricostruito dalle abilità dei critici, siamo costretti a guardare un personaggio prima che sia veramente un personaggio.
Giovanni Costa vive in quella fase del lavoro di scrittura in cui tutto è possibile, nulla viene eliminato, non c'è censura e la struttura narrativa non presenta il conto di ciò che è appropriato e di ciò che non lo è. Di ciò che è vero e di ciò che non lo è (nell'unica verità possibile per un romanzo, quella del testo). Siamo, come dicevo, nel campo del materiale grezzo, del rumore di fondo, dell'anonimato.
Allora la domanda è questa: perché scrivere un libro senza sgrezzare la materia, perché mostrarci un personaggio colto sulla soglia della sua esistenza come personaggio? Credo che sia una domanda importante visto che, contemporaneamente all'uscita della Cultura enciclopedica dell'autodidatta, Bregola ha reso disponibile sul suo blog nel sito www.vibrissebollettino.net l'inchiesta da lui condotta sul Grande romanzo italiano del XXI secolo. Il che vuol dire che l'autore da una parte ha un grande interesse per il tema del romanzo, e dall'altra che la sua scrittura in parte nasce anche dall'esperienza diaristica del blog.
La risposta credo che sia questa: perché l'autore, molto semplicemente, non poteva altro. Voleva rappresentare la propria vita, o quella che, per pudore (chi scrive non può mai dire tutto), è ciò che sulla pagina si avvicina di più alla sua vita. E la nostra vita, oggi, è spesso antieroica, è spesso conforme al grigiore, al Bloom (come lo ha definito il gruppo di filosofi denominato Tiqqun) dell'esistenza In un'epoca di moltitudine e di precariato, quello che resta dell'eroe antico è questo affastellarsi di buoni propositi, di banalità quotidiane, di frasi rubate dai media e di ribellioni senza ideologia. La sessualità è asessuata e l'esperienza espropriata. Ciò che è intimo è così diffuso da perdersi nella frequenza, da desoggettivarsi. Se manca il soggetto allora manca il personaggio, e se manca il personaggio allora manca il romanzo. Rimane la cultura enciclopedica, il blog, l'indice alfabetico le ricerche su google e il cumulo di detriti. Rimane la nostra quotidiana lotta per fingere di essere qualcosa.
Posted by giuliomozzi at 09:57 | Comments (0)
21.06.06
La cultura enciclopedica dell'autodidatta / "Acqua calda che va in ebollizione"
di Sergio Pent
[Questo articolo di Sergio Pent è apparso in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La stampa, sabato 17 giugno 2006. gm] [Altri articoli sul romanzo di Davide Bregola La cultura enciclopedica dell'autodidatta]
Messi tutti in fila, i giovani narratori egocentrici in cerca di consensi rappresentano ormai un esercito di postulanti logorroici e agguerriti, colti, ma di una cultura tanto ramificata da risultare effimera, estemporanea. Le rabbie di una società che ha illuso i padri e disincentivato il futuro dei figli si proiettano in una piccola babele di furori esistenziali che sparano a caso su società, cultura e politica: la disorganizzazione a tempo indeterminato dell'ultimo decennio ha confuso gli indirizzi, annebbiato gli orizzonti, stemperato le velleità in tanti modesti vagiti di sopravvivenza primaria. Non esistendo una comunità culturale coagulante - le vanagloriose carrellate sui siti più variegati rappresentano il placebo di troppi modesti aneliti autoreferenziali - i giovani scrittori provinciali di oggi si perdono a congetturare sul come e il quando delle loro legittime aspirazioni. Ma se un autodidatta come Vasco Pratolini poteva un tempo diventare un grande del Novecento, in questa famiglia allargata pseudo-libertaria i posti di successo sono sempre più sfacciatamente ereditati per meriti o prestigi di stirpe. Elio Vittorini, oggi, continuerebbe probabilmente a sfogare i suoi astratti furori alla catena di montaggio, e tornerebbe a conversare in Sicilia durante le ferie estive.
La voglia frustrata di emergere non deve però far dimenticare che esiste un presente con cui confrontarsi, da cui far scoppiare i bubboni del disagio, le conflittualità di una classe politica - ormai a livello europeo - che sta cercando di prendere le misure del futuro lasciando al palo intere generazioni, dai forzati che vedono le pensioni come un miraggio ai trentenni senza indirizzo a cui mancano tutte le occasioni di vita essenziali per costruire qualcosa.
La dimensione del precariato - lavorativo, etico, psicologico - è stata già ampiamente sviscerata da scrittori più o meno giovani, da Nove a Bajani, ma il tentativo di Davide Bregola nel suo esordio romanzesco si colloca - con efficace ironia - su un terreno particolare, quello della ricerca di una verità essenziale sul nostro tempo, che proceda di pari passo con la ricerca di qualche certezza spicciola in grado di non vanificare la propria presenza nel mondo.
L'acqua calda scoperta da Bregola va in ebollizione quando l'autore-protagonista tenta - per sommi capi - un bilancio del suo tempo, attraverso una serie di appunti che mettono a nudo l'ambizione di concentrare in un trattatello morale la dimensione socio-culturale di questi anni: Bregola fa nomi e cognomi, si spende in citazioni che giustificano un'appartenenza epocale, cerca di tracciare un percorso che - se non lo avvicinerà al successo o quantomeno a un lavoro fisso - lo potrebbe forse accompagnare verso una definizione concreta di verità. Ma è piuttosto arduo trovare una verità essenziale in una società in cui si lavora a rate e per pochi spiccioli, e alla soglia dei trent'anni ci si ritrova, come il protagonista Giovanni Costa e la sua ragazza Maura, a fare i conti con alluvioni di richieste sociali che non consentono neanche di ottenere un modesto posto fisso.
L'odissea di Costa - autore di un volumetto di racconti intravisti qua e là da qualche critico - è quella ormai risaputa dei tanti giovani del nostro tempo in cerca di sicurezze. Le sue conflittualità provinciali col padre pensionato e la madre rancorosa fanno parte di un déjà-vu imbarazzante, non tanto per l'autore quanto per una classe generazionale di scrittori che dal loro disagio hanno costruito un repertorio di lamentazioni prive comunque di qualunque volontà sovversiva.
Così è apprezzabile, in questo monologo altalenante, il tentativo di Bregola di elaborare un suo tracciato che sfida - con sincero candore - la società culturale sul suo stesso terreno, alla ricerca di una verità esistenziale che proceda alla pari con la letteratura, per definire le maiuscole incongruenze di questi anni, per trovare un senso alla dis-appartenenza che spinge tanti giovani scrittori a parlare solo di sé fingendo di parlare d'altro. In questa dimensione critica il lavoro di Bregola trova una sua ragione essenziale, là dove una volontà culturale unificante chiede aiuto dalla nebbia di una delle troppe province dimenticate da quanti il futuro lo hanno già in tasca, per sé e per la propria privilegiata figliolanza.
Posted by giuliomozzi at 13:40 | Comments (12)
15.06.06
Una rivolta contro il mondo moderno
di Gian Paolo Serino
[Questo articolo di Gian Paolo Serino è apparso nell'edizione milanese del quotidiano Repubblica mercoledì 14 giugno 2006. gm]
Giovanni Costa è un ragazzo di provincia: suo padre un pensionato Enel, sua madre casalinga, il fratello camionista. Una famiglia modesta che abita nel profondo Nord e che di quella terra mantiene vizi e virtù: valori che a Giovanni Costa stanno stretti. Da giovane Don Chisciotte dei nostri giorni lotta contro i valori della mediocrità che sembrano volerlo condannare ad una vita di eterno precariato. Un’esistenza co.co.co che lo impegna in mille lavori: da venditore di libri porta a porta a scrittore debuttante. Nel frattempo [coltiva] il sogno di scrivere il suo Grande romanzo della verità in cui riversare tutte quegli interrogativi esistenziali che di questi tempi, stretti dalla morsa di una recessione economica e morale, preferiamo dimenticare.
Davide Bregola, giovane scrittore mantovano, ne La cultura enciclopedica dell’autodidatta, consegna al lettore un romanzo che lui stesso definisce di “autofiction": attraverso l’uso di un’ironia davvero tagliente dietro il personaggio di Giovanni Costa, in una sorta di Zibaldone, ci racconta la propria storia. Una vita, si è detto, precaria, ma molto diversa da quelli di altri autori che in questo periodo hanno dato il via ad un vero e proprio boom di libri dedicati al precariato: da Mi chiamo Roberta, ho quarant’anni e lavoro in un call center di Aldo Nove (Einaudi) a Mi spezzo ma non mi impiego [di Andrea Bajani] (Einaudi) sino a Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati (Mondadori).
Il romanzo di Bregola, infatti, è più che altro la testimonianza di chi vive un precariato esistenziale in un mondo che ha trasformato la realtà in fiction (che sia televisiva o letteraria). Quella di Bregola è una provocazione che non manca di centrare le assurdità e le contraddizioni di ciò che ci circonda. Non ci sono diktat, non ci sono indicazioni o soluzioni, ma il suo libro è una sorta di “Rivolta contro il mondo moderno". E’ un viaggio negli ultimi 30 anni di storia italiana: di come la cultura sia diventata “coltura" e poi “cottura": un esercito di colletti nemmeno bianchi la cui vita è incatenata nella produzione, quasi industriale, di curricula. Sottopagati, ma soprattutto sempre meno interessati alla “Verità". Questo è il male di oggi e Bregola riesce a radiografarlo con rara maestria, con una scrittura raffinata ma, caso raro, accessibile a tutti.
Posted by giuliomozzi at 15:43 | Comments (6)
28.05.06
Il blog è morto? Viva il blog?
Francesco Sasso mi segnala un dibattito in corso scaturito dall'ultima pagina del saggio "Il grande romanzo italiano del XXI secolo". Caracaterina di Untitl.ed tra le altre cose scrive:
[...] se siamo d'accordo che il blog è morto (secondo me, in un certo senso, tutto da spiegare, sì). Se sì, dobbiamo dire chi l'ha ucciso. Quindi ribadiamo la nostra differenza dai seppellitori del blog. Quello che gli altri ammazzano noi vogliamo tenerlo in vita, e dobbiamo dirlo ora, perché mi pare che ci sia chi sta facendo un po’ di confusione. [...] [Qui tutto l'articolo]
La pagina incriminata è questa:
Non considero il cartaceo superiore alla pubblicazione in Rete, ma nemmeno considero la Rete una grande possibilità. Nel mio pensiero ho già superato l'idea della "possibilità offerta da Internet". Chi se ne frega di Internet e blog: hanno perso tutta la loro potenza dinamitarda all'incirca a metà 2004 e proprio quando si è iniziato a codificarli e si sono massificati, sono morti. Ora ci saranno decenni di discussioni e di "opportunità", ma la loro azione propulsiva l'hanno fatta dal 1997 al 2004. Se la stampa soppianta il blog mettendo i suoi contenuti su carta o viceversa i testi su carta vengono trasferiti su blog, non significa stia avvenendo un interscambio o ci sia una zona grigia prima di passare a un altro sistema, ma al contrario sta a testimoniare che la Grande Bestia Mediatica si sta nutrendo di carcasse. E' un po’ come quando si parlava di Zone Temporaneamente Autonome (TAZ) e di BBS che precedevano Internet. Lì stava avvenendo qualcosa di importante, lì c'era comunicazione. Qualcuno mi dirà: Era per iniziati. Sì, e proprio quando è diventata "essoterica" è morta trasformandosi in Internet da BBS che era e la mutazione ha portato con sé un grande business. I blog sono morti: per questo "uso" il blog. Per questo l'ho "usato" per produrre un testo argomentativi facendomi aiutare dalla comunità letteraria e semplificandomi la vita attraverso la Rete. Il blog è morto. Viva il blog!
Il testo completo dell'inchiesta Il grande romanzo italiano del XXI secolo è scaricabile qui.
Posted by Davide Bregola at 13:39 | Comments (44)
26.05.06
Tutta l'Enciclopedia dell'autodidatta, tutto il Grande romanzo italiano del XXI secolo, e anche molto altro
di giuliomozzi
Bene. E' da ieri in libreria il romanzo di Davide Bregola La cultura enciclopedica dell'autodidatta. E da ora è disponibile, in rete, il testo completo dell'inchiesta condotta da Davide, a partire dal luglio dell'anno scorso, sul tema del Grande romanzo italiano del XXI secolo, e via via pubblicata nel suo blog. "Il testo è stato rivisto e riscritto in ogni sua parte", spiega Davide. "Quanto alle lettere di autori e di critici, ho fatto una selezione tra quelle più rappresentative e funzionali".
Davide ha sempre parlato di questa inchiesta, e del testo che se ne generava, come di "paralipomeni" al romanzo La cultura enciclopedica dell'autodidatta. "Paralipomeni" (ci affidiamo all'edizione in rete del dizionario di Tullio De Mauro) era il titolo attribuito, nella traduzione greca dei Settanta a due libri dell’Antico Testamento che integravano fatti e vicende non narrate nei libri di Samuele e dei Re (nella traduzione italiana corrente, quella stabilita dalla Conferenza episcopale italiana, quei due libri sono chiamati Cronache). Per estensione, con il nome "paralipomeni" s'intende, spiega ancora De Mauro, "un'opera che continua, completa o integra altri scritti precedenti".
Abbiamo quindi, per così dire, un'opera divisa in due. Anzi: in tre, e fors'anche in quattro o cinque.
Una cosa fatta di tanti pezzi, ma che è una solo se tutti i pezzi ci sono
C'è il libro. Il libro sembra un oggetto finito, stabile. E lo è. Ma alcune parti del libro, anche prima che Davide avesse progettato il libro-in-quanto-libro, erano state pubblicate. In rete: nel blog di Marco Candida. In carta: nella rivista Nuovi Argomenti.
Ma dentro il libro sono finiti anche testi pubblicati da Davide nel suo blog; e anche testi pubblicati da altri (ad esempio nei commenti) nel blog di Davide.
E mentre Davide finiva e rifiniva il libro, iniziava l'avventura della grande inchiesta. E, in un modo o nell'altro, la lavorazione del libro influiva sull'inchiesta, e il progresso dell'inchiesta influiva sul libro...
Alla fin fine, a me pare che l'opera nel suo complesso (la somma di testi fatti apparire in blog o riviste, il blog di Davide, l'inchista, il libro) sia una cosa che riesce a essere una proprio perché è fatta di tutti questi pezzi, e perché ciascuno di questi pezzi sta in piedi per conto suo e insieme s'incastrano l'uno nell'altro.
Quando si parla di opera, s'intende qualcosa di fatto e finito. Questa di Davide è un'opera aperta: ma non solo aperta dalla parte del lettore (nel senso, come dice Eco, che il testo è lì, e il lettore ci fa quello che vuole), bensì anche aperta dalla parte dell'autore.
Siamo, in somma, dentro esperienze del nostro tempo.
Un'avventura ariostesca
Ma questa opera, questa somma di parti, alla fin fine che cos'è? Io dico: è un'avventura ariostesca. Giovanni Costa, protagonista del romanzo-libro, è un cercatore di verità (come i paladini, almeno in teorie - le donne li distraevano un po' - erano cercatori del Graal). I suoi percorsi, i suoi disagi, le sue interrogazioni, i suoi sbigottimenti - tutte le sue avventure, in somma - stanno dentro questa ricerca. Si potrebbero istituire facilmente paragoni tra situazioni del romanzo e situazioni ariostesche: ma anche tra le situazioni reali, dell'autore Davide Bregola, e le situazioni ariostesche. Ad esempio: ogni luogo di scrittura (blog altrui, blog proprio, rivista, libro...) è percepito da Davide come un Castello di Alcina, come un luogo nel quale, dopo un po' che ci si sta, ci si accorge che non si fa altro che girare e girare: un luogo chiuso. E quindi, da ogni luogo di scrittura, prima o poi, bisogna uscire.
Un continuo uscire
Credo che si possa descrivere così, il lavoro di Davide, da un bel po' di anni in qua: un continuo uscire dai luoghi della scrittura, non appena essi si manifestano per quel che sono: luoghi chiusi.
Ma adesso, per piacere
Ma adesso, per piacere, leggetevi un po' questo Grande romanzo italiano del XXI secolo, visto che è gratis. E poi, se vi va, fate un salto in libreria e date un'occhiata al romanzo.
(Se il libraio fosse sprovviso del romanzo, avvisatemi. Grazie.
Posted by giuliomozzi at 12:09 | Comments (7)
19.05.06
La cultura enciclopedica di Davide Bregola
di Carlo Melina
[Carlo Melina ha pubblicato questo articolo sia in Booksblog sia nel suo sito personale. Il romanzo di Davide Bregola La cultura enciclopedica dell'autodidatta sarà in libreria dal 25 maggio 2006. gm]
Giovanni Costa somiglia un po’ a Davide Bregola, autore del romanzo CEDA (La cultura enciclopedica dell'autodidatta), di cui Giovanni Costa è il protagonista. Ci somiglia per esplicita ammissione dello stesso autore, difatti CEDA è “autofiction", miscuglio di finzione narrativa e autobiografia.
Giovanni Costa è un tipo che sta simpatico per forza. Giovanni Costa è figlio di gente per bene, di gente di campagna, operai, gente che lavora. Giovanni Costa e’ un antifighetto; talmente antifighetto che sta con una ragazza che ha la tigna – e ci ride sopra.
Giovanni Costa sa un sacco di cose, ma le cose che sa non gli bastano. Gli manca la verità. Così continua ad interrogarsi, ad interrogare le persone che gli stanno attorno e le loro storie, ma soprattutto continua ad interrogare le tante cose che sa: concetti nozioni e bibliografie. Tutte cose che Giovanni Costa rispetta, utilizza e cede al lettore.
Continua a leggere l'articolo in Booksblog o presso Carlo Melina.
Posted by giuliomozzi at 11:23 | Comments (5)
