30.01.07
Come si leggono i libri: “Ossessivamente
(Con questo articolo termina Come si leggono i libri. Partito il 10 settembre, si conclude oggi dopo aver raggiunto la invidiabile quota di 37 puntate. Ringrazio tutti gli autori che vi hanno partecipato. Oggi stesso trasmetterò il materiale, ordinato per data di pubblicazione, a Giulio perché lo trasformi in un pdf scaricabile. Quando uscirà il pdf, vi prego di controllare che i vostri contributi siano presenti.bdm)
Ossessivamente, sì. E non solo i libri bensì qualsiasi cosa su cui si posassero gli occhi, giornali e riviste, certo ma anche scritte sui muri, volantini pubblicitari, manuali d’istruzione, etichette, scontrini, ricevute fiscali, tutto senza discriminazioni, senza scelta, senza selezione. E ovunque, in qualunque situazione. Non c’erano convenzioni sociali né regole di comune buon senso che potessero trattenermi dal chinarmi a raccogliere un foglio scarabocchiato e lercio per strada schivando il traffico o impedirmi di scivolare in un assorto mutismo per leggere un’insegna stradale nel bel mezzo di una conversazione animata.
Per molto tempo leggere per me è stato questo: un automatismo, un riflesso condizionato che mi spediva dritto dritto nel mondo affascinante delle parole silenziose.
Cosa realmente dicessero quelle parole non era poi così importante, il mistero che tentavo di scoprire era come: come facessero poche parole zitte a portarmi dentro un universo etereo e denso.
Entrarci era facile: bastava che i miei occhi si posassero casualmente su un qualsiasi tipo di segno scritto e la porta si apriva, magicamente. Solo col tempo ho scoperto che avevo facoltà di scegliere, che volendo potevo aprire porte diverse e che il vuoto assente nel quale venivo proiettata poteva animarsi di presenze, paesaggi, umori, sentimenti, persino di suoni ovattati e distanti. Suoni che creavano echi, cerchi concentrici che si dilatavano, immagini che saltavano fuori dal nulla, percezioni che assaporavo.
Quando fui alta abbastanza da raggiungere il primo scaffale della libreria cominciai a tirare fuori volumi colorati per sbirciarvi dentro.
La prima porta che imparai ad aprire fu quella della fantasia: orchi, streghe, nonnine, orfanelle, nani, boschi, castelli, principesse; la seconda quella dell’avventura: isole, pirati, tesori nascosti, giungle, animali selvatici, nomi esotici; la terza fu… come la potrei chiamare? una porta sociale, o comunque molto vicina al reale, dove signorine di buona famiglia crescevano e si facevano donne sotto lo sguardo vigile dei genitori, e finivano per trovare il vero amore o coll’accasarsi con qualche buon partito (va da sé che le due cose spesso coincidevano).
Quando raggiunsi gli scaffali più alti scoprii il mondo delle idee, della pura astrazione: da un libro bianco in edizione economica imparai che essere è meglio di avere, da uno grigio con la copertina dura che i sogni possono essere interpretati, un libro giallo invece mi informò sull’aggressività nel mondo animale, altri volumi mi sorpresero con idee nuove e riflessioni acute sulla realtà che mi circondava. Ogni libro letto, specialmente tra l’infanzia e l’adolescenza, mi ha accudito come una balia amorevole con occhio attento ma discreto.
Da adulta ho affinato quell’intuito che porta ogni lettore a trovare le parole giuste al momento giusto. Leggevo libri tristi quando ero triste, allegri quando ero allegra, spirituali quando avevo bisogno di spiritualità, razionali quando mi sentivo confusa e via di seguito. Che, a dirla così, sembra facile: uno va in libreria, pensa al suo stato d’animo, si fa un giro di scaffali, chiede qualche informazione e trova quello di cui ha bisogno, ma il fatto è che io non ho mai scelto i libri che mi hanno curata sono sempre stati loro a scegliere me.
Adesso però, da qualche tempo, le cose non vanno più così bene e per qualche oscuro motivo non riesco più a finire facilmente il viaggio intorno a una storia. Sul mio comodino ci sono undici volumi che aspettano nel limbo, in attesa di giudizio. Sugli scaffali della libreria si accumulano saggi, racconti, romanzi di cui ho letto pagine, paragrafi, interi capitoli ma di cui non sono curiosa di sapere come va a finire. Credo di avere ancora l’entusiasmo dell’esploratrice: mi tengo informata, mi abbono a riviste, frequento siti, una casa editrice mi manda tutta la sua produzione a prezzi stracciati ma le ultime storie che mi hanno tirato dentro il loro mondo risalgono a uno o due anni fa (per la cronaca: Ovaldè, Lipsyte, Mozzi, De Luca).
A volte penso che sono i libri che leggo a non aprire più porte ma solo, al massimo, qualche spiraglio. Altre invece che sono diventata una lettrice distratta ma se così fosse… qualcuno, per favore, può dirmi come si fa a leggere un libro?
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:56 | Comments (1)
27.01.07
Come si leggono i libri: “Gli imbecilli dicono sempre che stanno rileggendo un libro" (Ennio Flaiano)
di Livio Romano
Trovo molto interessante apprendere il modo in cui la gente legge i romanzi. Mi hanno sempre molto impressionato coloro i quali leggono diverse volte una stessa storia. Conosco un avvocato di settant’anni che legge dal 1960 sempre lo stesso libro: I Promessi sposi. Lo finisce e ricomincia. Sempre la stessa copia. Per non parlare di quelli che prendono nota. Di quelli che trascrivono frasi sui quadernetti. Ora, a me già pare una roba balzana il feticcio dell’oggetto libro.
Quelli che ti restituiscono un romanzo che gli hai prestato e fra le mani hanno la busta oscillante contenente esattamente quel libro. “Cosa te ne fai?", chiedo sempre loro stupefatto. E quelli mi rispondono che “vogliono averlo", che odiano leggere libri in prestito, che una volta apprezzato un romanzo devono possederlo ed esporlo nella libreria. Sono un lettore da biblioteca. Ho letto la maggior parte dei romanzi più importanti prendendoli in prestito dal Centro Servizi Culturali della mia città. Mi piaceva spiare nel talloncino della copertina che talvolta i bibliotecari dimenticavano di estrarre. Mi piaceva vedere quanta gente avesse letto quel libro e come si chiamava.
A casa ho tre grandi librerie che farebbero impazzire chiunque. A fianco a libri di diritto trovi manuali per l’addestramento del gatto e guide per l’insegnamento dell’educazione motoria nella scuola materna. Scott Fitzgerald giace a fianco a lineamenti di politica economica e Tondelli è incastrato fra un atlante e un dizionario di parolacce americane. Stanno lì in attesa d’esser prestati. Del supporto cartaceo delle storie m’importa meno che nulla. Da quando uso il computer, poi, quando devo cercare un libro fra le migliaia che in qualche modo ricordo d’avere, mi scatta un automatismo mentale. Vorrei cliccare “Cerca" e lasciare che il cervello elettronico recuperi da sé il volume. E invece tutte le volte son guai. Tutte le volte, intendo, in cui non posso far andare via qualcuno senza che gli abbia dato quella storia. Ricordo pochissime restituzioni, fra l’altro. Ogni tanto mi capita di rammentare il momento dell’acquisto di un qualche romanzo. Ma il fatto di non averlo mai più incocciato durante i traslochi mi fa supporre che l’abbia affidato a qualcuno (traslochi facili, d’altronde, per l’aspetto libri: prendo gli scatoloni e li riverso nelle librerie senza alcun criterio razionale). Perché leggo i libri una volta soltanto. Li leggo in maniera così minuziosa, pondero talmente ciascuna delle parole che le mie pupille incrociano: che trovo fisicamente intollerabile ritornarci su un’altra volta. Non ho bisogno di appuntare niente. Se una parola, uno stilema, un ritmo, un anacoluto, un aggettivo mi colpiscono, il fenomeno dura per sempre.
Anni fa, mentre conducevo un corso di scrittura creativa, il mio amico che leggeva i passi mi fece strabuzzare. Avevo scelto un pezzo di un libro che avevo letto quindici anni prima. Non faticai a trovarlo. Reperii il volume, lo sfogliai, ricordavo che il brano si trovava nella seconda metà, lo acciuffai in pochi secondi e lo affidai al lettore. Ebbene, mentre lui leggeva sentivo che c’era in quel sound qualcosa di molto familiare. Tornai a casa e aprii la raccolta di racconti con la quale avevo appena esordito. Una roba da sfiorare il plagio. Intere frasi che parevano staccate e incollate sul mio testo, sia per cadenza che per lessico. La cosa incredibile era che il libro imitato io l’avevo letto a quindici anni senza mai più riaprirlo. Era un periodare che talmente mi si doveva essere annidato nelle orecchie che dopo più di dieci anni io l’avevo ripreso pari pari. Se leggo le cose che scrivo posso facilmente rintracciare la fonte, se c’è, del rifacimento. Per esempio (ma non rileggendo le opere altrui ci si figuri quanta fatica faccio a leggere i miei, di raccontini) a un certo punto di una mia storia scritta di recente l’io narrante dice: “Ma, che fare?". Non ho problemi ad ammettere che ho letto quella frase in un libro di Dacia Maraini circa venti anni fa.
E allora ha ragione Gaetano Cappelli. Colui il quale ha la sventura di scrivere le storie, invece di godersele, è uno strano lettore. È un avvoltoio sempre in cerca di fraseggi suggestivi. Un predone che ara la letteratura al fine laido di impossessarsi di un po’ di bellezza altrui. Poi c’è chi prende appunti e chi registra in reconditi files mentali tutto quello che gli interessa. Ma il narratore legge perché scrive. C’è stato un tempo in cui si provava a scribacchiare perché tanto leggeva. Perché attraversava paesaggi mozzafiato come la valle del Chianti e lui non dava neppure uno sguardo fuori dal finestrino, giacché lui semplicemente “non era lì, lui gironzolava per le vie di Chelsea, stranito dentro un romanzo di Jonathan Coe. Poi la situazione si è capovolta. Prima di cominciare a buttare giù l’ultima storia che ho scritto, per dirne una, un anno fa ho letto Delitto e Castigo che a sedici anni avevo lasciato esattamente al punto in cui Raskalnikov ammazza la vecchia. Poi sono passato a quattro libri di storia di un paese straniero. Poi di quel paese ho letto quasi tutte le opere dei più grandi scrittori viventi. Poi, per apprendere una serie di trucchetti che qui sarebbe noiosissimo elencare, mi son fatto una decina di tragedie greche. Indi son passato a tre storie di famiglie americane: la Carol Oates, il sommo Yates, infine Le correzioni di Franzen che avevo cominciato e lasciato perché spaventato dall’assoluta permeabilità di quella grandissima scrittura (e infatti ci sono pezzi del romanzo letteralmente grondanti Franzen, lo dico subito per evitare fra quindici anni di strabuzzare).
Poi, ok: ci sono gli autori-imprinter. Quelli che hai letto da ragazzo e la cui voce ti accompagnerà per sempre come quella del saggio nonno che ti portava a pesca. Perché un narratore è impressionato da un’impostazione e non da un’altra? Perché il ritmo di Tolstoj non ha lasciato traccia nel mio approccio al racconto mentre ogni volta che mi metto alla tastiera mi pare di avere dietro le spalle Sir Charles Dickens col suo cilindro di cartone pressato che, scatarrando e imprecando come durante uno dei suoi ultimi reading, mi detta intere frasi? Giro agli psichiatri lettori di Vibrisse questo dilemma.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 13:47 | Comments (4)
23.01.07
Come si leggono i libri: Una zattera nella tempesta
Una zattera nella tempesta a cui mi aggrappo.
Tocco la copertina.
Poi le pagine, con fiumi di parole stampate. Da rubare, inghiottire. Una ad una. Interi periodi. Poi velocemente. Per capire dove va il pensiero.
E ancora… fin quando tutto si attenua.
Basta!
Eccomi. Adesso ci sono.
Mi sono ritrovata. Ho la testa, l’anima, il corpo immersi nella storia. Nei vocaboli, nei punti esclamativi. Le virgolette.
Tutto si diluisce. E diventa facile da inghiottire. Uno sciroppo al sapore di amarena. Contro il male.
Non permetto a nessuno di leggere il “mio" libro quando sono io che lo sto scoprendo. Sarebbe una violenza.
Un’irruzione nell’intimo. Come strapparmi i vestiti di dosso e ferirmi, calpestarmi.
Perché quel libro è il mio libro.
Ci faccio le pieghe alle pagine. Non sopporto i segnalibri.
Faccio pure segni con la matita. Che non cancellerò mai.
Voglio lasciarci le impronte. Voglio sporcarlo di vita.
All’autore non ci penso. L’autore non esiste. È una voce narrante. Mi racconta, come faceva mia madre quando ero piccola.
Poi dopo, solo dopo, voglio scoprirlo, smascherarlo l‘autore.
Certe volte però non mi riesce. In particolare quando lo conosco. Quando è una persona in carne ed ossa che ho incontrato, intervistato, ci ho chiacchierato. Lo lascio là. Su un piedistallo che domina il titolo. Lo lascio narrante, o lo identifico nel personaggio che ha partorito.
Mio padre quando ero bambina mi mostrava i suoi libri.
Non erano tantissimi.
Lui aveva fatto la quinta elementare e si era guadagnato la vita come aveva potuto. E di tutta la sua esistenza bruciata mi mostrava il meglio: le copertine dei suoi libri. Mi diceva che quelli, i libri, erano le idee, il pensiero. Ciò che era scritto dentro, nessuno poteva cancellarlo. “Perché nessuno potrà mai impossessarsi del sapere".
Nella sua allusione non si risparmiava mai una notazione antifascista condita con un pizzico di anarchia.
Ecco, quando leggo un libro che mi appassiona penso a lui. E penso pure che l’ho “tradito" facendo la giornalista. Quando giovanissima abbandonai le letture per stare dietro ai fatti. Alla cronaca che mi travolgeva l’esistenza. E che mi esaltava.
Forse avevo scelto una scorciatoia.
Mio padre era contento, sì. Contento ma non orgoglioso.
Non lo disse mai. Ma io lo capivo.
Infatti continuò a regalarmi libri.
Libri che ho letto dopo. Di cui mi sono rimpossessata nell’operazione di riappropriazione dell’altra parte di me. E quando mio padre morì piansi sui suoi libri. Macchiai le copertine con le mie lacrime.
Cominciai a leggerli. Tutti. Fin quando quell’esercizio non divenne il pezzo forte della mia esistenza ruvida.
Mi lasciai travolgere da quell’onda anomala e magica.
Ordinai, catalogai, i “miei" libri in una scaffalatura. Fin quando non riempirono buona parte della parete.
Dieci anni così. Senza più cronaca, redazioni, titoli.
Soltanto libri. Da ingurgitare, assimilare, in un contorsionismo interiore che lentamente si andava a collocare in una follia accettabile, lucida.
Mi è rimasto il vizio di accarezzarli i libri.
Di elaborare un lutto quando arrivo all’ultima pagina.
E non vorrei arrivare mai alla fine quando un testo mi piace.
All’inizio vado veloce, poi rallento quando la fine è in agguato.
Sono cosciente che l’emozione attraverserà la mia testa, i miei nervi, fino a provare dolore. Perché devo chiuderlo quel libro! Chiudere quel pezzo di vita che ci lascio dentro.
Lo ripongo. Mi impongo di riporlo.
Lo guardo a distanza.
Lo tradisco con un altro rendendomi conto che, se ne vale la pena, tradimento non è.
E la storia continua.
Mi ci aggrappo, tocco la copertina, e ricomincio.
Consapevole che in quel leggere un libro c’è la mia di storia.
Perché ogni volta ripenso a mio padre.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:59 | Comments (8)
19.01.07
Come si leggono i libri: Abisso in Times New Roman
di Grenar
Come leggo?
Scrivo in uno stato di tensione intollerabile [1]. Volevo rispondere ad un quesito di apparente estrema semplicità, “come leggo?". Ma l’abbaglio della rivelazione mi impediva di scriverne, e la rivelazione era questa: “non sono io a leggere i libri, sono i libri a leggere me!". Seguendo questo lume mi ero spinto sempre più in basso nei meandri del pensiero, e più la luce si faceva fioca più io trovavo desiderio di proseguire: sono i libri a leggere me!, sono i libri a scegliermi come lettore, allora forse i libri vivono in me? Rivelerò in questo scritto le mie atroci conclusioni. Lasciatemi esporre, vi prego, le singole tappe della mia infausta ricerca.
Cosa sono i libri?
La mia ricerca nasceva da una analogia tra libri e creature viventi (quelle più piccole, in particolare). Se i libri vivono, vivono nel mondo fisico o in un meta-mondo a noi inaccessibile? Come possiamo indagare il loro mondo? Quale microscopio può rivelare una verità così non-euclidea? [2]
Nel mio studiolo avevo a disposizione una libreria ben fornita. Presi alcuni volumi a caso, li avvicinai agli occhi: ebbene, ne vedevo il titolo, scomponevo le parole in lettere, e non notavo alcun segno, alcun movimento. Fu qui che il lume si infiammò ancora, bruciando un ragno sulla parete, chiaro segno di malasorte. Il movimento! La nostra fallace percezione deve assorbire le lettere leggendole da sinistra verso destra (o da destra verso sinistra in altre culture, o scompone gli ideogrammi in linee per poterli riconoscere… insomma, è un nostro vincolo strutturale). Ma perché le lettere dovrebbero star ferme e buone, quando sappiamo che né buone né ferme in realtà sono? [3]
Quella maledetta intuizione!
Utilizzai un programma di grafica che da tempo immemore risiedeva sul mio pc. Composi i titoli in Times New Roman, lasciai libere le lettere, e ansioso ne scrutai i movimenti, ed ecco!, esse si muovevano, si disponevano in strutture regolari, si combinavano, si assestavano; mentre io mi limitavo ad ampliarne le tracce. Vidi. Come certi insetti (le formiche, le poetiche farfalle) fotografati con potenti obbiettivi, come l’invisibile (acari della polvere, germi, batteri) scandito al microscopio, così i libri ingranditi da questa procedura mi apparvero orrendi. Mostruosi: era la parola-chiave che descriveva tali libri! Bruchi dentuti mi sorrisero, acari orrendi reclamarono cibo, mostri informi dotati di vibrisse tentarono di intuirmi!
Ecco, ecco cosa mi apparve dal titolo di un libro a me ben noto ma ancora ignoto ai più (e che il Signore onnipotente protegga coloro che lo conosceranno!).
“Toxoplasma organigrammii"
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Creature e creatori
Sconvolto, ma non domo, proseguii la ricerca. Battezzai le creature che man mano scoprivo con nomi più o meno indicativi, ma nulla poteva descrivere la mia vertigine, nulla poteva intrappolare il terrore.
“Stokeria emophila simplex"
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“Albinococcus maleficus ceti"
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“Paolinia canescens prandialis"


“Goncarova ignava putrescentiae"
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“Lateroformis discipulophagus domesticus"
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Scoprii che altri, prima di me, avevano visto [4]. Tuttavia in loro era scattato qualche meccanismo di auto-protezione, le loro menti in difficoltà avevano coperto la rivelazione sotto il manto del gioco, inteso come cosa non vera né seria.
Ma più che queste visioni, a spingermi sull’orlo della follia furono le sue logiche (logiche?) implicazioni. I libri sono vivi. I libri vivono in me. A cosa sono assimilabili? Sono parassiti, virus, creature simbiontiche immateriali? Quelle parole… “Il pensiero umano è così primitivo che viene considerato una malattia infettiva in alcune delle migliori galassie. C’è da esserne fieri, no?" [5]
Quel libro che ci appare straordinariamente brutto, detestabile, esecrabile, ma ad altri appare divino, forse ci è solo indigesto: la sua brama di vivere dentro di noi trova l’ostilità di quei libri che già vivono dentro di noi, e che trovano il nuovo arrivato pericoloso per la comunità (la loro).
Cosa spinge un essere umano a “consigliarmi" un libro? È davvero lui a farlo, o è forse l’infezione che altera il suo comportamento? Ricordo quando ero piccolo e leggevo, leggevo sino a consumare le notti come candele romane gialle… Avevo la febbre e ne ero consapevole. Quello che ho letto ha condizionato la mia vita, non c’è ombra di dubbio, e quindi la mia vita non è mai stata libera da quando ho iniziato a leggere. Huckleberry Finn e il Giornalino di Gian Burrasca hanno cambiato i miei comportamenti nei confronti della società, così come La fattoria degli animali mi ha fatto sospettare del Potere; non riesco a immaginare il mare se non con le parole di Hemingway e di Conrad; e sul mare vedo spesso montagne di neve; sono attratto dall’Irlanda pur non essendoci mai stato; sto alla larga dagli alberghi isolati.
Ma sono poi malvagi questi mostri? L’umanità si è evoluta assieme a molte altre creature, come ad esempio i vermi che ne abitano gli intestini, come i virus che si nascondono nei gangli del sistema nervoso. E se questi mostri fossero tali solo perché finalmente visibili? Se servissero, invece, alla nostra mente così come sono indispensabili i vermi degli intestini alla nostra digestione e altre creature invisibili al nostro benessere in genere? Esistevano, questi enti immateriali, da tempo immemorabile. Si sono evoluti insieme a noi. Sono passati di generazione in generazione, come racconti, e a volte come fantasmi tornano nei sogni. Ma nel libro hanno trovato il loro mezzo riproduttivo e conservativo ideale [6]. La loro popolazione è esplosa dopo l’invenzione del torchio a stampa.
I bestiari medievali: davvero erano finzioni quelle creature mitiche?, o forse l’immaginazione degli scrittori era stata plagiata dalla visione dei mostri?
Cosa è stato davvero l’Index Librorum Prohibitorum? Cosa sono stati in realtà i roghi di libri perpetrati nei secoli? Una lotta intestina per la sopravvivenza? Una battaglia di cui noi umani siamo stati nient’altro che armi inconsapevoli?
Il Capolavoro è quella creatura con un genoma (come altro chiamarlo) più adatto di altri a sopravvivere?
E quei miei tentativi di mettere le lettere su carta, quegli sprechi di inchiostro sul bianco immacolato, chi li ha voluti davvero? Non sarà forse una forma sofisticata di trasmissione dell’epidemia? Una evoluzione del contagio?
“Spazio e tempo non sono illusioni", ho passato notti insonni a ripetere questo mantra, ma nell’intimo sapevo che l’immaginazione è una percezione e l’immaginario è un organo di senso.
Questo è l’abisso. Ora so che le immagini, le idee, le parole, sono vive dentro di me fuori di ogni metafora, e non dormono mai. Ben più che “memi" [7], ben più che creature.
La lettura come vertigine
Pongo per l’ultima volta la questione. I libri sono vivi. I libri vivono in me. Sono parassiti, virus, creature simbiontiche immateriali? O sono (il Signore mi perdoni) i miei creatori? La razza umana fu creata da questi Dèi per fungere da contenitore? Quale idea blasfema! Alterando le grandezze e le connessioni spaziali, ecco che gli dèi si confondono con i demoni.
Ben ricordo quanto scriveva il solitario di Providence: le divinità mostruose sono risvegliate dalle narrazioni, dalle litanie, dalle parole emerse dalla voragine del caos. La lettura è una religione abissale. Non sarò mai più lo stesso. Non sarò mai più, forse già non sono, essi sono me. E vogliono compagnia: quel libro, quello che da mesi su quella libreria (quale summa di orrori mi appare ora!) aspetta il suo turno, il Don Chisciotte che si è fatto comprare mesi fa e contro il quale ora non posso più lottare… Le sue pagine odorose mi chiamano!… Non resisto!… Ma forse ho ancora una scelta, e non è quella finestra aperta sul vuoto, ma un’altra, metaforica. Essi non saranno! Dovranno bruciare all’inferno!, al loro inferno! A me la TV! Il telecomando! Presto, un reality! Che il vuoto sia!
Note
[1] Il solito malpensante, che veda in questo incipit lo stesso di qualche noto racconto di H.P. Lovecraft, magari nella traduzione curata dai Grandi Antichi (Fruttero e Lucentini), ha come al solito ragione. E il solito malpensante lo anticipo: anche l’explicit di questo articolo è ispirato a Dagon, racconto che il solitario di Providence scrisse nel 1917.
[2] La Flatlandia del reverendo Abbott è un notevole esempio di come un essere umano possa immaginare un mondo a due dimensioni… e, per estensione, di come un mondo possa non vedere l’altro benché entrambi occupino lo stesso segmento di spazio.
[3] “Gli uomini di più ampio intelletto sanno che non c’è netta distinzione tra il reale e l’irreale, che le cose appaiono come sembrano solo in virtù dei delicati strumenti fisici e mentali attraverso cui le percepiamo." (H.P. Lovecraft, da La tomba, 1917.)
[4] http://www.logolalia.com/beasties/ mi ha dato l’idea per le immagini di questo articolo.
[6] Tranne consigliare altri metodi di sopravvivenza in situazioni critiche, come in Fahrenheit 451.
[7] Da Wikipedia, l’enciclopedia libera: “Un meme è un’unità di informazione che è in grado di replicarsi da una mente o un supporto simbolico di memoria - per esempio un libro - ad un’altra mente o supporto". http://it.wikipedia.org/wiki/Meme
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:20 | Comments (11)
16.01.07
Come si leggono i libri: Scrittori si nasce, ma lettori…
Torno a casa che sono le tre del pomeriggio. In segreteria sette messaggi. Sette messaggi identici tra loro, nella sostanza: sono arrivate le lastre.
Le lastre in questione sono lastre di pietra per una bara. Una bara che andrà al cimitero. Qualcosa non mi torna. Non ho ordinato nessuna lastra io. Neanche lapidi o urne funerarie. Mentre mi cucino una cotoletta impanata fresca di supermercato, mi stappo una lattina e ripenso a quegli strani messaggi. Avranno sbagliato, concludo. Errore di persona. Scambio di. Poi vengo assalito da un pensiero. È vero o sono solo idiozie quando si dice che nulla accade per caso?
O converrebbe forse tenere conto di ogni piccolo, apparentemente insignificante, episodio che si verifica in nostra presenza. Lascio nel piatto, insieme ai miei dubbi anche la cotoletta che l’appetito m’è passato e mi bevo un’altra lattina. La birra mi ha sempre aiutato in certi momenti. Questo è indubbiamente uno di quelli. Vita e morte, come pane e formaggio o come il poeta che rimane senza parole. Nudo, indifeso. Ridicolo e solo. Inutile, come quelle lastre da cimitero. Morto.
Ma ora basta. Ora vorrei parlare di qualcosa che mi sta a cuore. Vorrei parlare di scrittori. Dei miei scrittori più cari.
I miei beniamini. I miei eroi. I miei semidei.
Ma solo quando in tele non c’è niente di interessante, sia ben chiaro.
Il mio primo libro
Se qualcheduno ci venisse a chiedere qual è stato il primo libro che abbiamo letto, come ci comporteremmo? Riusciremmo a ricordarlo o faticheremmo? Sarebbe come quando abbiamo visto spuntare e poi cadere il primo dente? O la prima notte trascorsa fuori casa, lontano dai genitori? O forse come il primo incontro d’amore? Non credo, davvero. Bisogna essere onesti con noi stessi, almeno qualche volta. Un libro (pur fantasticamente interessante) è senz’altro (mediamente) meno memorabile d’una bella e sana scopata. La prima (scopata) poi, come si fa a dimenticarla? I libri invece.
Dovrò confessare che il primo libro che lessi non me lo ricordo. Potrei dire Topolino, che era un fumetto ma che a quell’età (parlo dell’infanzia) è come se fosse un libro. A pensarci meglio, Gamba di Legno (Pietro Gamba di Legno) e i vari Paperino, Qui Quo Qua e Pippo, sono eroi che appartengono di diritto alla mitologia. Né più né meno di un Achille e di un Edipo. Eta Beta e Archimede Pitagorico erano in sostanza due geni filosofi. Archetipi, allo stesso modo, di saggezza e imprevedibilità. Prendiamo Paperon de’ Paperoni, quello che la sapeva lunga. Chiuso nella sua fortezza, si faceva il bagno tra i dollari. E non dimentichiamocelo, era partito da un nichelino trovato a culo chissà dove. Lo spirito imprenditoriale della nostra attuale classe dirigente, politico/economica/televisiva, dove credete che si sia formato?
A me comunque piaceva la Banda Bassotti (B.B. come Brigitte Bardot). Casinisti come pochi altri. In quanto a sfiga, non li batteva nessuno. Nemmeno a impegnarsi. Forse Paperino. La Banda Bassotti. Sempre in giro con addosso gli stessi vestiti e poi con quelle cavolo di mascherine sugli occhi: ma che, credevano per davvero di non essere riconosciuti? Va bene che erano a Topolinia o dove caspita non me lo ricordo, ma fino a ‘sto punto… Grassi e con la barba sfatta. E soprattutto con idee, a dir poco, di merda. Inesorabile arrivava il commissario Basettoni (un po’ Elvis da vecchio e un po’ Enzo Biagi da giovane – sarà mai stato giovane Biagi?) e li sbatteva dentro. In gattabuia!
Solitamente con l’aiuto di Topolino. Che era, da contratto, il più furbo della compagnia e che ci metteva del suo, in ogni caso. L’intuizione, la parolina giusta al momento più opportuno, la risoluzione dell’enigma: erano immancabilmente, sue prerogative. Lui era il più figo di tutti. Il Tony Manero della situazione. Da farti girare le balle, più d’una volta. Simpatico solo a Topolina, cioè Minny. Si vede che sotto sotto ce l’aveva bello lungo, quel topaccio del cazzo.
Ma parliamo un po’ di letteratura senza nuvolette
Il libro Cuore non l’ho mai letto. L’isola del tesoro l’ho vista solo alla tv. Sandokan e Yanez pure. Salgari, Kipling, Stevenson e Jack London, tanto per dirne quattro, li ho sentiti solo nominare. E da lontano. Ma v’assicuro che a me leggere piace un mondo. E m’è sempre piaciuto. Dai tempi, per l’appunto, di Paperinik e Clarabella.
Ricordo Gianni Rodari e Piero Chiara. Quelli sì, me li ricordo. Chi ha paura del vigile urbano che ferma il tram con una mano e le avventure di Pierino al mercato di Luino.
La poesia l’ho incontrata così. A Luino poi, ci sono stato qualche volta, ma non perché avessi letto il libro. Che posso dirvi, è una città di lago. O per meglio dire lacustre, come ci insegnavano a scuola. Malinconica dalla fine dell’estate all’inizio della primavera. Spesso anche d’estate. Pensa te. Ma dalle cose tristi spesso nascono piccole gemme d’ironia e di leggerezza.
Il mio primo vero libro
Quando Beppe Fenoglio scrisse Una questione privata non avrebbe immaginato che lo avrei letto anch’io, trent’anni dopo. Eppure verso i quattordici, grazie al professore di Lettere, “profe si dice da giovani, ebbi questa folgorazione. La resistenza, l’amore e l’amicizia. Ma io non faccio mica il critico. Quindi mi fermo qui o qua. Non quo, che non si dice. Va detto che, sull’onda emotiva, ho poi affrontato Il partigiano Johnny. Dopo tre pagine ero steso. Al tappeto. Non l’ho più riaperto per anni. Ho riprovato di recente ma il risultato non è cambiato molto. Forse qualche pagina oltre al tre. Non molte. Ma Fenoglio rimane un eroe. Piuttosto sono io a essere pirla. Scusate.
Anni grigi, ma" senza la materia
Dante e Manzoni, l’Epica e i Classici, Omero e l’Iliade. Ma che, scherziamo. Saltati a piè pari. Un bel salto in lungo e vaffanculo. Giusto a scuola, giusto lì che non se ne poteva fare a meno.
Le pagine sportive del Corriere della Sera o del Giorno mi interessavano enormemente di più. Dei fumetti ricordo che guardavo le figure. Cercavo di capire le storie senza leggere nelle nuvolette. Un esercizio quasi dadaista. Le situazioni cambiavano di volta in volta. Pile di Topolini e di Almanacchi Speciali. Mio zio leggeva Corto Maltese, ma quello era troppo intellettuale. Valentina di Crepax invece la trovavo decisamente più interessante. L’amore solitario con lei ne fu una prima conseguenza logica.
Solitudini sud americane
Gabriel Garcia Marquez! Macondo e la dinastia dei Buendià. Cent’anni d’amori e solitudini ai tempi del colera con Erendira, Augusto e gli altri.
Ricordo d’aver incontrato Marquez per caso. Come spesso accade con gli scrittori. Su uno scaffale della libreria dell’università. Per un anno lessi solo lui. Lessi di vento e di miracoli, di utopie fantastiche e d’amori straordinari. M’inchino di fronte a Marquez e alla sua penna geniale. Che poi non abbia mai più aperto (dopo quell’anno) un suo libro, questo è un altro discorso. Lui è un genio e io m’inchino a prescindere. Il Sudamerica letterario, per quel che mi riguarda, è nato e morto con lui. Amen.
Donne con la penna
Piccole donne neppure al cinema. Anche la versione con Winona Rider. Bella gnocca la ragazza, ma non mi sono fatto commuovere.
Sono altre, le donne che mi hanno ammaliato. Poche a dire il vero. Ma non facciamone un dramma.
Virginia Woolf, Marguerite Duras, Agota Kristof, Patricia Highsmith e Banana Yoshimoto.
Ma non crediate che sia un maschilista.
Non venitemi a parlare della Brönte o della Austen.
L’Allende ne ha scritti troppi e poi è sudamericana.
Emily Dickinson sì, ma lei era una poetessa, come la Merini, che ho conosciuto perché vicina di pianerottolo di un mio caro amico e che sta sui Navigli. Lei ancora, lui, il mio amico no, che l’hanno da poco sfrattato.
La Duras per la sua lucida e disperata follia, per quel modo intenso di raccontare l’amore.
Yoshimoto perché è riuscita a commuovermi e a farmi piangere.
La Kristof perché Ieri non smetterei mai di rileggerlo.
La Highsmtih per il senso di tensione, d’inquietudine e pericolo che c’è in ogni pagina.
Virginia Woolf per il nome che porta, Virginia mi piace un sacco. Da quando poi, la Kidman l’ha interpretata in The hours, non faccio altro che pensare a lei. A Nicole, intendo.
Premio Oscar
Wild in inglese significa selvaggio. E selvagge furono le emozioni che mi suscitò Il ritratto di Dorian Gray. Profondamente violento e necessario. Ultime pagine da brivido. Oscar (Wilde, aggiungi solo una congiunzione e vedi che) merita senz’altro un bell’aforisma dei suoi: "La natura ha in odio l’intelletto", capito?
Giallo? No, grazie
Agata Christie sarebbe morta di fame se tutti l’avessero letta come l’ho letta io.
Simenon pure.
Non ho altro da dire.
Ho inteso bene, hai detto Dostoevskij?
Fiodor è proprio un bel nome, quasi quanto Virginia. Al di là di ciò, è con lui che ho intuito i miei grossi limiti. Superate le trecentocinquanta pagine vado in confusione. Detto questo, sono ben conscio di precludermi pagine immortali, ma se c’ho dei limiti non posso farci nulla. Il giocatore, Il sosia e le Memorie dal sottosuolo fortunatamente non superano le duecento. So di essere malridotto, ma vi prego di non infierire.
Altri “russi, in sintesi
Puskin: letto
Gogol’: non letto
Tolstoj: letto
Solženicyn: non letto
Cechov: letto
Bulgakov: non pervenuto
La penna di Pennac
Che gran furbacchione che è Daniel. Con la sua famiglia sgangherata e folle ci ha tenuti per anni inchiodati alle sue parole. Ci ha girato e rigirato come frittatine. Julius il cane epilettico è una specie di Chubecca di Guerre Stellari. Straripante e debordante come Julia e il Piccolo, come Benjamin e Terese. Il resto è saga popolare. Nulla da invidiare a Verga o Manzoni.
Ma quanti amori avrà fatto sbocciare Belleville? Chapeau, Daniel!
La prima rivoluzione bukowskiana
Chinawski è il migliore di tutti. Meglio non scherzare nemmeno con ‘ste cose. Chinawski è Dio. Chinawski è uno degli pseudonimi che utilizzava Bukowski. Charles Bukowski, il più geniale dei geniali geni perdenti. Anche i geni perdono talvolta. Lui meglio di chiunque altro. A lui non fregava niente di perdere. Erano i cavalli su cui puntava che dovevano vincere, semmai. Se penso che ha lavorato trent’anni negli uffici postali mi viene il magone. Tempo sprecato. O magari utile, vai a sapere. Probabile, comunque, che non fosse un impiegato modello. I suoi racconti ce li ho stampati nella testa. Sotto la cute ci sono i titoli e sotto i titoli le parole e le frasi e le virgole e i nomi in minuscolo e i pensieri confusi e pazzoidi. Le scopate squallide e i fiumi di birra. Il vino scadente. L’universo che d’un tratto mi si apre… Eureka!
Bukowski sta a me come Copernico all’umanità.
Lunga vita a entrambi.
La seconda rivoluzione: Arturo Bandini
Se parli di Buk e soprattutto se lo leggi, va a finire che t’innamori d’un uomo. Che poi è l’uomo che anche lui ha amato. Quest’uomo si fa chiamare Arturo Bandini, cattolico osservante di padre muratore e giovane scrittore in cerca di successo, con un debole per le donne che vestono eleganti. Se hanno anche un bel culo non guasta. Un colpo secco, appena sotto al cuore. Ora John Fante staziona esattamente lì, dentro me. Ma non gli faccio pagare nessun tipo d’affitto. Ci mancherebbe.
Viva l’Italia
Che, degli italiani non vogliamo parlarne?
Il compagno di Pavese, illuminante. La luna e i falò lo tengo sul comodino a fianco del letto. Da circa sei mesi. Però lo leggo entro l’anno, ne sono quasi sicuro.
Pirandello e Verga, di sfioro.
Svevo: mi manca.
Di Manzoni ho già detto e non sono il tipo che si ripete facilmente.
D’Annunzio è un esibizionista ed è meglio lasciarlo nel suo brodo. Aerei, volantini, belle donne da esibire, costole mancanti, etc.
Fogazzaro, in un’altra vita.
Calvino, che di Violante e Cosimo su quell’albero ho letto parecchie volte.
Alberto Moravia e P.V. Tondelli, due nomi così, per fare vedere che conosco la materia. Anche se, tra loro, non c’entrano una mazza l’uno con l’altro.
Dei contemporanei mi piaceva De Carlo. Appunto, mi piaceva. Di Baricco ne saprò di più dopo aver letto almeno un libro. Busi lo leggerò domani, lo giuro. Benni è una spanna sopra tutti (limitatamente all’unico suo libro che ho letto, si capisce). Anche Dario Fo non scherza niente. Sulla Tamaro c’ho un blocco, ma forse un giorno mi passa. Tabucchi l’ho regalato a mio padre. Brizzi m’è piaciuto, Ammaniti un po’ di più. Montanari, Scarpa, Pinketts, Lucarelli. Ai cannibali preferisco l’insalata, ma a piccole dosi, anche loro… sarà meglio fermarsi qui.
Illuminazioni zen e altre illuminazioni meno zen
Al tiro con l’arco e alla manutenzione della bicicletta non sono sfuggito neanche io, lo confesso. Riflettere su noi stessi, quel tanto che basta, non provoca danni permanenti. Illuminarsi resta comunque piuttosto difficile ed elitario. Io mai, non so voi.
Con Henry Miller qualche lucina s’era accesa. “Il tropico del cancro me lo sono gustato in un’estate tropicale. Era Milano ma io mi sentivo a Parigi a tutti gli effetti. Da quel giorno bohemien (che non so che vuol dire, ma fa la sua bella figura) anch’io, per scelta filosofica di vita.
Kerouac e Bourroghs, Ginsberg (poeta e qualcosa di più) e Bob Dylan (il tutto!).
La beat generation, come poterla ignorare? Leggi e inizi a volare. Volti pagina e ti ritrovi in viaggio, su un treno merci attraverso l’America dei sogni. Attraverso i sogni dell’America.
Mishima e siamo in Giappone. Uno che si prendeva troppo sul serio ma che almeno sapeva scrivere.
Balzac e Baudelaire, anche se erano francesi.
Rimbaud, anche se era un poeta.
Shakespeare perché invece è inglese, ma non solo per quello a dire il vero.
Hemingway perché andava a Cuba, pescava e beveva il mohito.
Orwell, che la sapeva lunghissima e leggeva nel futuro.
Una riflessione a parte merita Hesse. L’Hermann di “Siddharta. Mito di intere generazioni, parabolico e didattico. Illuminante, per l’appunto. Grazie di esserci stato, vecchio lupo della steppa.
Per Kafka (sono genuflesso) nutro sconfinata ammirazione.
Chandler mi ha conquistato con sole cento pagine. Scritte larghe tra l’altro. Vorrei, almeno per un giorno, essere come Marlowe. Sarebbe eccezionale, ma so che è dura.
Schnitzler è notevole e con quel doppio sogno me ne ha fatti fare molti altri. Metti insieme (come puoi stare lì a dividerli?) Psiche e Amore e il giochino è bell’e che riuscito. E Kubrick (pace all’anima sua, sempre sia lodato), per stare in tema, aveva fatto di meglio. Parlo di film, che dei sogni di Stanley, purtroppo, non ne ho mai saputo molto.
Pentimenti e patimenti suscettibili di cambiamento
Mi pento per: Pasternak, Conrad, Stevenson, Dickens, Victor Hugo, Cervantes, Flaubert, Proust, Elsa Morante, Pasolini, Primo Levi, Gunter Grass, Saramago e… tanto per dirne alcuni. Che l’elenco sarebbe esagerato, se dovessi mettermi d’impegno. Mai letti accidenti, ma prometto di rimediare presto.
Non mi pento per: Carducci, Alfieri, Foscolo, Maraini, Bevilacqua, De Crescenzo, Ligabue, Costanzo, Bruno Vespa, Jovanotti. Tanto per dirne altri. Mai letti, per fortuna. Non prometto nulla.
Altre due enormi, fantastiche, magnifiche, penne
Sarò estremamente sintetico:
Raymond Carver. Fenomenale quest’uomo! Dico, fenomenale!
Lo amo e non ho paura di dirlo a gran voce! Ti amo vecchio Ray!
J.D. Salinger. Mostruoso e fenomenale! Dico, mostruoso e fenomenale!
Per inciso, il vecchio Holden Caulfield, dacché l’ho incontrato, me lo sogno anche la notte.
Doppio inchino con doppio baciamano.
Incompresi, ma… solo da me, credo
Joyce. E non soltanto l’"Ulisse, per esser chiari.
Saul Bellow. Non l’ho proprio capito. Ci ho provato, ve l’assicuro, ma niente daffare.
Raymond Queneau. Troppo avanti per me.
Umberto Eco. Troppe parole.
Ionesco e Beckett. Troppo facili.
Buzzati. Mi fa venire sete.
Thomas Mann. Perché sono un pirla.
Malaparte. Non scherziamo, suvvia.
Camus, che me lo confondo sempre con…
Musil, che invece me lo confondo sempre con quell’altro che…
Settebello, primiera, ori e carte
Quando si vuole andare sul sicuro, che a volte il tempo è prezioso:
Henry James, Céline, Nabokov, Dürrenmatt, Truman Capote, Scott Fitzgerald, J.M. Coetzee.
Tanto per dirne sette.
Dieci folgorazioni recenti
Irvine Welsh e il suo lercio.
Aldo Nove e i suoi lercioni.
David Grossman e il suo bambino a zigzag.
James Ellroy e le sue paranoie psicotiche.
Ethan Coen, che non è solo bravo a fare film.
J.C. Izzo, Chourmo e Montale, non il poeta, ma il poliziotto.
Bret Easton Ellis, Meno di zero, ma più di cento.
H. Kureishi, si può essere Buddha anche in periferia, perché no.
Roddy Doyle, indimenticabile irresistibile insuperabile imprevedibile Paddy… ah, ah, ah!
Michael Chabon, meraviglioso quel ragazzo!
Saluti baci abbracci e cotillon
Mi scuso se ho dimenticato qualcuno (non è vero).
Nulla di personale, credetemi (non è vero).
Finalino scontato
Ho finito. Se la trovo, adesso mi faccio una lattina (per davvero).
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:07 | Comments (13)
12.01.07
Come si leggono i libri: Donne, libri e salsicce
di Mauro Mirci
Come vuoi che si leggano i libri? Apri l’oggetto e ci guardi dentro sperando di capire quello che c’è scritto. Personalmente non sono mai venuto meno a questo metodo di lettura e mi sono sempre trovato bene.
Risposta troppo secca, capisco. Vediamo.
Fino a una certa età mi è toccato leggere lontano dagli occhi dei parenti (escludo mio padre, lettore avido anche lui ma, ahimè, sempre fuori casa). C’era questa credenza, in casa mia, che la lettura facesse male alla vista. Per questo motivo leggere veniva considerato un sacrificio, un immolare il bene preziosissimo della vista sull’altare della conoscenza. Quindi l’unica lettura ammessa e commendevole era considerata quella dei testi scolastici.
La mia povera nonna, buonanima, sacrificò ben tre figlie alle scienze e alle lettere, diplomandole maestre di scuola elementare (no, due di scuola elementare, una d’asilo), con grave turbamento d’animo per aver permesso che gli occhi delle sue beneamate fossero messi, così a lungo, in costante pericolo di forte miopia o, addirittura, cecità. Altre due figlie non vollero invece aver nulla a che fare coi libri e i loro antisalutari effetti. Lavorarono come operaie, sarte, casalinghe, cuoche, mamme e quant’altro. Si adattarono alla vita producendosi in tutte quelle attività che, ove non venissero svolte, impedirebbero a noi inerti lettori di romanzi di campare serenamente e con qualche confort.
Una delle due è mia madre.
Turbata sin dall’adolescenza dalla vista di ben tre sorelle a rischio vista, giurò che, per quanto possibile, avrebbe evitato in futuro ogni frequentazione e promiscuità coi libri. C’è da dire, però, che l’azione lettoria delle sue sorelle (e mie zie), non era quieta e rassicurante. Pare, infatti, che le promettenti studentesse usassero leggere e ripetere le lezioni a voce non alta, ma addirittura lirica. La casa era piccola e queste tre invasate, con le orecchie piene di cotone pressato a mo’ di turacciolo, prima si sparpagliavano per le poche stanze, poi prendevano a recitare pagine e materie con l’energia di un muezzin sul minareto. Il cotone, comunque, non le proteggeva dalla profusione di decibel che, complessivamente, riuscivano a produrre. Spesso, quindi, si accendevano liti furibonde, rese ancora più rumorose dal fatto che dimenticavano di cavarsi il cotone dai condotti uditivi e, non sentendosi, alzavano la voce di conseguenza.
Protestare era inutile. Mia nonna ribatteva a chiunque che le sue figlie stavano facendo le cose della scuola ( i cosi ‘a scola) e basta. Silenzio. Cioè, no, silenzio per modo di dire.
Immaginare il grave turbamento che ciò causò nelle altre due sorelle è fin troppo facile. Da allora non vogliono avere più a che fare coi libri. E c’hanno ragione. Fossi cresciuto vedendo certe scene non ci vorrei più avere a che fare nemmeno io.
La cosa curiosa è che coi libri nemmeno le tre studentesse, ora nonne, hanno più voluto avere a che fare. Posso capirle. Anche io, dopo avere trascorso cinque mesi, durante il corso allievi ufficiali, a svegliarmi alla cinque e correre per dieci chilometro ogni santa mattina, ho cancellato il 5 dalla mia sveglia e provo vertigini e nausea ogni volta che mi cascano gli occhi su un paio di scarpe da ginnastica. Le mie zie, sui libri, ci hanno urlato per anni. Mi meraviglio che non abbiano organizzato addirittura dei falò.
La cosa positiva è che ci vedono tuttora benissimo. Solo un po’ di presbiopia, ma si sa: l’età.
Visti i trascorsi, venivo investito da sguardi riprovazione, quando non espliciti rimproveri, ogni volta che, da bambino, mia madre mi sorprendeva con un fumetto in mano. Più tardi si passò alla riprovazione per la lettura di romanzi. Un po’ meno, perché esteriormente simili ai libri di scuola, ma comunque oggetti misteriosi, degni di diffidenza.
Da bambino, ingenuo, leggevo alla luce del sole, in soggiorno. Leggevo, come dicevo, fumetti, e mia madre mi rimproverava ogni volta che passava. C’era sempre qualcosa da fare, chessò, spolverare, spazzare per terra, rimettere a posto la cameretta, i giocattoli e via discorrendo. Ma io tenevo duro, fino a che il fumetto veniva sequestrato e mi toccava spolverare, spazzare, eccetera.
A scuola era proibito leggere. Se ti beccavano con un fumetto nella cartella c’era il rischio di passare da intellettuale, e nessuno vuole passare da intellettuale in una qualsiasi classe tra la terza elementare e la quinta superiore. Facevano eccezione i fumetti porno. Andava di moda Lando, il Tromba, Corna Vissute e altre pubblicazioni consimili, che qualche compagnetto riusciva a procurarsi rubandole dalla collezione dei fratelli maggiori. Questi fumetti erano tenuti in grande considerazione. Possederne poteva anche fruttare un invito per giocare a pallone. Io purtroppo, arrivai a possederne solo uno (c’era una tizia, brunetta e formosa, che perdeva la gonna in qualsiasi occasione, si chiamava Gey Carioca, mi pare). Mi tennero in considerazione per il tempo necessario a passare il fumetto a tutti i compagni di classe. Mi invitarono a giocare solo una volta. Letto il fumetto non mi invitarono più. Quindi, se oggi non sono granché a calcio la colpa non è mia, ma dei fumetti porno che non ho posseduto.
Libri. Giusto, il titolo è Come si leggono i libri.
Mio padre amava molto gli americani: Steinbeck, Hemingway, Caldwell. Aveva una collezione dei romanzi di Chiara, leggeva Vittorini e Pavese. Eppure, quando si trattò di leggere libri, mi buttai sulla fantascienza. Leggevo Urania. Era uscito da poco Guerre Stellari, la cosa è comprensibile. Le storie che amavo di più contenevano almeno una battaglia spaziale e una principessa da salvare.
Mi sedevo su una sediolina pieghevole di fronte alla portafinestra del balcone, poggiavo l’Urania sulle cosce unite e, mentre leggevo, mangiavo un gran panino con la salsiccia. Gli Urania che mi hanno fatto compagnia in quel periodo sono ancora riconoscibili per le ditate unte agli angoli delle pagine.
La passione per la FS durò sino ai diciotto anni circa. Conobbi un gruppo di ragazzi di liceo (io ho frequentato un istituto tecnico) che mi facevano sentire un ignorante. Voglio dire: fino a Pirandello e Verga ci arrivavo, ma appena attaccavano a parlare di Svevo mi veniva voglia di sprofondare. C’era, poi, una che mi piaceva che ogni volta mi parlava di Svevo. E Svevo di qua, e Svevo di là, insomma, non riuscivo a intavolare un dialogo proficuo. Entrai in ritiro spirituale e in due settimane mi lessi tutto ciò che di Svevo ero riuscito a procurarmi. Lo trovai noiosissimo ma abbiate pazienza: a paragone con le mirabolanti avventure di Han Solo guerriero stellare e Gli uomini nei muri, le vicende di Corsini Zeno erano un tantinello ingessate.
Vabbé.
Incrociai finalmente la tizia a una festa d’amici, un sabato sera. Era fatta di birra, profumava come una distilleria. Riuscii a incastrarla su un divanetto a due posti e cominciai a parlarle di Svevo.
Non ci ho mai saputo fare molto con le donne, io.
Insomma, viene fuori che questa, di Svevo, non aveva voglia di parlare. Attacca invece a dirmi di uno che l’aveva portata lì, quella sera, se l’avevo visto, ecco, quello, bastardo, ma che fa?
Il tizio, che conoscevo di vista, ballava assai stretto con un ricciolina con le gambe secche. Ed era secca tutta, forse tanto che non si reggeva in piedi, e così il cavaliere faceva di tutto per reggerla. Un po’ troppo stretta, se vogliamo, ma la reggeva bene e quella non cascava pure se era troppo secca.
La tizia di Svevo m’è scoppiata a piangere sulla spalla, ecchebbastardo, eccheccarogna. S’è fatta accompagnare fuori, e io pensavo che con tutta la fatica che avevo fatto a leggermi Svevo, almeno un bacetto poteva darmelo. Appena fuori mi s’è appesa al collo, diceva che ero l’unico ragazzo gentile che conosceva. Io pensavo: ochei, ci siamo, e mi ripassavo le fasi del bacio con la lingua, perché non ero tanto pratico.
Invece la tizia si mette a vomitare. Vomitava e piangeva e insultava il tizio tra un conato e l’altro. Tutto insieme. Quando ha smesso di vomitare ha cercato di nuovo di abbracciarmi, ma la voglia di baciarla m’era passata. Per ovvi motivi. Così l’ho riaccompagnata dentro e l’ho mollata là. L’ho vista, più tardi, baciarsi col tizio della ragazza secca. Bacio con lingua. Molto profondo. Mi sono chiesto a lungo se la tizia avesse per caso spazzolino e dentifricio nella borsa o se lui fosse privo di papille gustative. Comunque si impegnavano molto.
Ho imparato molto da quell’esperienza. Primo: è da cretini leggere romanzi per acchiappare una ragazza. È sufficiente ballare con un’altra ragazza, molto stretti possibilmente. Secondo: la svogliata lettura di Svevo mi ha segnato più di quella febbrile degli Urania. Terzo: mai fidarsi della gente che legge romanzi. È gente di cui diffidare, priva di buon senso, slegata dalla realtà. Se non lo fosse non starebbe lì a entusiasmarsi per storie che non sono mai accadute realmente, o almeno non si sono svolte così come è raccontato. Anche quando ti parlano, o scrivono una cosa, non sai mai se quello che senti o leggi sia vero, oppure sia vera una frase sì e l’altra no. Tendono a descrivere ogni cosa come un romanzo, anche le banalità della loro vita. Prendete me, per dire. Certe volte diffido di me stesso.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:35 | Comments (14)
09.01.07
Come si leggono i libri: Mica facile aggiungere qualcosa
Mica facile aggiungere qualcosa dopo tutti questi interventi.
Chi dice che legge con i 140 watt, chi cambia posizione ogni mezzora, chi lo fa in treno, chi in autobus, chi in cameretta, chi su un trespolo, chi sulla tazza, prima, dopo o durante i pasti.
Mi viene in mente quella situazione del liceo, quando il prof di greco, dopo aver letto un frammento di Menandro, alzava la testa a domandare:
- Allora?, cosa ne pensate? -.
Lui era allungato sul davanzale interno del finestrone, la schiena appoggiata al rientro del muro, le gambe distese sulla lastra di marmo, gli scarponazzi da montanaro che si muovevano in sintonia con il ritmo del ditirambo.
- Allora?, che ne pensate? -, ripeteva fissandoci dietro le lenti spesse con uno sguardo che intendeva: avanti, parlate, deficienti che non siete altro.
Poi con un balzo atterrava sulle piastrelle scricchiolanti, si avvicinava al primo della fila e diceva: - Tu, parla -.
E tu? E tu? E tu? Così, fino all’ultimo della seconda fila, cioè il sottoscritto.
Sottoscritto che non sapeva cosa aggiungere, dopo che gli altri quindici avevano già balbettato sull’intimismo del testo, la pregevolezza della metrica, la scoperta dell’anima seicento anni prima di Virgilio, gli incunaboli della cultura classica, gli elegiaci e i giambici.
E tu? Incombeva il prof sopra di me, le mani giunte dietro la schiena. Io mi appiattivo sul banco, pensare che già di mio ero bello piatto, a sedici anni somigliavo a quei tranci secchi di stocafisso che si vendono al mercato del pesce. E mi ricordavo solo dell’attacco: - Pone kai mezuske, Melanippe – (Bevi e ubriacati, Melanippo), null’altro.
Così sproloquiavo delle allegre bevute del sabato sera e del calore dell’amicizia dietro una pinta di Guinness, magari ripetendo quanto avevo letto nel pieghevole pubblicitario di un certo pub. Quattro meno e rimandato a settembre.
Però a quel prof devo qualcosa. Per esempio aver imparato a leggere, o almeno aver capito (forse) cosa significa leggere.
Prima i libri li succhiavo, come piantare una cannuccia perforando la copertina e tirare su d’un fiato. All’inizio erano bevande frizzanti come Salgari, tutto Salgari, Verne, Stevenson e gli altri un tempo bollati quali autori per ragazzi. Seguirono succhi più ribollenti come Hemingway, o sanguinolenti come Poe, ombelichisti come Hesse, e liquidi più amarognoli come Pavese e Deledda, e pure liquami indigeribili che intasavano la cannuccia, come Cassola (ma perché al ginnasio era obbligatorio leggere Il taglio del bosco?).
Comunque aspiravo d’un colpo, facevo un bel rutto mentale ed ero pronto per la ciucciata successiva.
Finché quel prof non ha insegnato a soffermarci sul retrogusto di un testo, se si vuol restare all’analogia con la bevanda, magari con un vino d’annata, meditare su cosa ci ricorda, su quali sapori e profumi può trascinare, sul grado di acidità, sulla struttura.
Ma, prima di tutto, mi piace vedere nella lettura un “otium", un’attività fine a se stessa, anche un piacere da cogliere nei luoghi dove non si dovrebbe. Come nascondere un libro nel cassetto della scrivania del lavoro, e tirarlo fuori quando sei saturo di istogrammi isterici e tabelline frigide.
Oltre la finestra del mio ufficio c’è un capannone con una vetrata quadrettata, sulle lastre colate come di piscio. Sopra il tetto, un camino metallico sbuffa i borbottii della fabbrica. Con questo panorama alle spalle, è obbligatorio estrarre dal cassetto La vita agra, Pausa caffè o L’uomo di marketing e la variante limone, a seconda dell’umore. In certi contesti la lettura di un libro può essere un piccolo gesto di rivolta. Leggere sul posto di lavoro, specie in aziende private, è assai peccaminoso. In tali luoghi più si sale di livello e più la cultura, o perlomeno l’amore per la lettura, si dissolve. Non è polemica, è constatazione.
Il modello di Olivetti o di Falck sembra lontano mille secoli. Tutti i manager che ho conosciuto non solo non sono in grado di scrivere due righe due di una qualsiasi lettera o comunicazione, ma sospetto che, fuori dal lavoro, non leggano altro che la bolletta dell’Enel.
Ciò che mi ha colpito, a proposito di come leggono gli altri, è che si tratta quasi sempre di un’attività solitaria, a parte i divertenti “approcciatori" di Manuela Perrone. Solitamente la lettura è un’abitudine da tana isolata, da cantuccio dove escludere il resto del mondo.
Del resto, il lettore raffigurato nel quadrettino è bello chiuso su se stesso, una mano sulla fronte come a significare non voglio vedere altro che la pagina. E le spalle raccolte in una concentrazione così poderosa che potrebbe tramutarsi in… sonno.
Perché privarsi del piacere di ascoltare un altro che ci legge un libro? Perché, ogni tanto, non farcelo narrare da un’altra persona?
Nel mio caso è un vizio acquisito un paio d’anni fa.
Metti che un’estate finisci in un’isoletta dell’Oceano Indiano (sì, lo so che farebbe più fico dire in un villaggio equo e solidale del Paraguay, ma non è così).
Metti che, in un interminabile pomeriggio da laguna moscia, mentre ti poni la domanda standard del turista italiota all’estero ma perché siamo finiti qui?, e con tutti i posti belli che ci sono in Italia, vicino a te senti un multigriffa esclamare uela, figa, perché qua non apriamo un bel ciringuito?
Allora, in quel momento, l’unica risorsa che ti rimane è supplicare la tua compagna di dire qualcosa, qualunque cosa.
Lei ha preso a leggere ad alta voce questo pezzo: “I miei nonni facevano l’amore in modo piacevolmente monotono. Ogni sera Desdemona si spogliava rimanendo con il corsetto, e Lefty armeggiava con asole e ganci in cerca della combinazione segreta per aprirlo. Il corsetto era l’unico afrodisiaco di cui avevano bisogno, e per mio nonno rimase l’emblema erotico per eccellenza. Il corsetto rendeva Desdemona ogni volta nuova. La trasformava in una creatura irraggiungibile con una corazza e, dentro, una parte morbida che lui doveva andare a scovare. Quando le chiusure scattavano, la corazza si apriva; Lefty saliva su di lei (sbucciandosi le ginocchia) e non avevano nemmeno bisogno di muoversi, ci pensavano le onde."
Amore, è bellissimo, continua, ho detto voltandomi sulla pancia.
Le altre cinquecento pagine di Middlesex sono volate in dieci giorni.
Il corsetto di Desdemona mi porta alla mente una delle considerazioni di Bart che più mi è piaciuta, quando scrive che leggendo dobbiamo liberarci della nostra corazza, per lasciarci possedere dal libro. Giusto. Però, a mio parere, vale anche il contrario. Anche il libro dev’essere disponibile ad aprire la sua corazza, a svelarsi per quel che realmente è. E a farsi possedere da me.
Non parlo qui di comprensione del testo, ma di sincerità del testo. Nel senso che chiedo al libro di rivelare il suo vero volto, di non abbagliarmi con i riflessi di altri libri, di non rispecchiare le mode o le tendenze del momento, di rispondere alla mia domanda primaria: dimmi, hai qualcosa di genuino, di tuo, da comunicarmi?
Quando percepisco che il libro non vuole o non può rispondere a questa domanda, lo chiudo e gli riservo il più triste dei destini. La seconda fila.
Ebbene sì, la mia libreria non ce la fa più. Ho iniziato a disporre i libri, sui ripiani, in due file. Una davanti e una dietro. E nella fila dietro finiscono quei libri di cui sopra. Il problema è che spesso mi pento. Alle spalle di un prima fila vedo spuntare uno spigolo di un certo autore e mi domando: possibile? Proprio lui relegato in fondo? E alle spalle di quell’altro? No, no, invertiamo, invertiamo.
Insomma, è uno stravolgimento continuo. Aiutatemi, se potete. Accetto anche un usato tenuto bene.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:11 | Comments (3)
03.01.07
Come si leggono i libri riapre i termini fino al 14 gennaio
Avendo ricevuto stamani un contributo tardivo, desidero dare anche ad altri l'opportunità di inviare il proprio materiale. Fatelo in fretta e comunque non oltre domenica 14 gennaio.bdm
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:57
22.12.06
Come si leggono i libri: “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core/e destaste la mente che dormia"
[Poichè l'inconveniente che ha colpito vibrisse non sarà risolto prima del 10 gennaio, pubblicherò ugualmente, per non caricarmi di fastidioso arretrato, gli articoli programmati, pregando i lettori di astenersi dal commentare. Mi scuso con gli autori, ai quali prometto, una volta risolti i problemi, di richiamare con un link per ciascuno gli articoli da me pubblicati durante questo periodo particolare.bdm]
[Dopo questa pubblicazione, ci sarà una interruzione e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. CON L'OCCASIONE AUGURO A TUTTI BUONE FESTE. bdm]
Il mio angolo, la lampada, il libro. Disteso in perfetta immobilità, il corpo raccoglie la leggera brezza, inavvertita in posizione eretta. La radio rimane sullo sfondo, in attesa che qualcosa desti un picco d’attenzione e la riporti in primo piano. Presto la musica diventa d’intralcio alla lettura. Parole e note si contendono l’attenzione. Le parole, come la musica, vanno prese goccia a goccia, nota per nota.
Tutta la stanza, le pareti, i mobili sono raccolti e concentrano il loro essere nel favorire la mia lettura.
Da certi libri mi sento scoperto. Il libro parla – a me; sa – di me – cose ch’io ignoro. Avverto come un ronzio: la mia voce e un’altra.
La scrittura cronachistica mi annoia. Ugualmente rifuggo il gusto gratuito per le situazioni estreme, la fisiologia, la patologia, la dittatura dell’azione, l’iperfetazione dell’intreccio.
Come l’arte, non cerco la lettura, la lascio accadere. E’ come respirare, mangiare, bere, dormire, defecare, orinare: così è per me leggere.
Mangiare ha i suoi orari, defecare i suoi luoghi, ma di respirare non smettiamo mai. Ugualmente io di leggere. Non perché legga in continuazione, ma perché la lettura agisce in continuazione. Il contenuto di ciò che leggo si integra con la vita quotidiana e diventa un elemento del vivere: aria, nutrimento, anima.
Anche se a volte i libri restano chiusi; l’immaginazione, inerte.
Leggo sul divano, a letto, in coda al supermercato e alla posta, sul tram e in treno. E soffro l’astinenza come un digiuno forzato.
Poi mi ricordo di Sbarbaro: “Non avverto nessuna parentela con chi in treno, invece d’aver l’occhio al paesaggio, non importa se visto le mille volte, lo tiene su un libro, sia pure la Commedia". Ho grande stima di Sbarbaro, allora chiudo il libro – e guardo: il mondo, le persone. Alberi, erbe, qualche cosa.
Arpino diceva che scriveva in piedi. Bello. Bello anche leggere in piedi. Anche i libri, come i pensieri, hanno bisogno d’aria.
Alcuni libri li leggo così: sfoglio e leggo qualche frase. Ad esempio:
"Seppellisciti nella terra dell'oscurità. Quello che nasce da ciò che non è stato sepolto è immaturo".
O anche:
"Il tuo rinviare le opere al momento del vuoto è una follia dell'anima".
Oppure:
“Come ridere? Come abbandonarsi alla gioia se il mondo è in fiamme? Perché sei avvolto nel buio
non dovresti cercare la luce?".
E penso.
Spesso sono sempre le stesse frasi che mi colpiscono, allora le rileggo. Lo stesso con alcuni libri. Io cresco con loro, loro crescono con me.
Alcuni libri li guardo, quelli d’arte, le riproduzioni delle opere dei pittori più amati.
Altri, quelli di poesia, li leggo ad alta voce, o mormorando.
* * *
Ho imparato a leggere su un tavolo di cucina. Attorno c’erano i gesti sbilenchi, le parole sbagliate, le risposte arcane, la penuria dei pasti, le scarpe strette, i cappotti sui letti, i bicchieri rotti, i calcoli fino all’ultima lira. Però nel libro tutto era bello e a posto. Allora tutto si eclissava, mi eclissavo io stesso, il corpo svaniva. Dentro di me, qualcuno parlava. Stavo con tutti i pori all’erta. Poi il corpo ritornava: le guance ardevano, gli occhi prudevano, la schiena invocava una nuova posizione. Le mani sfogliavano: partiva una nuova avventura.
Ho letto per la prima volta l’Odissea sul terrazzo di casa. Il mare, in lontananza. Il mare visto e il mare raccontato. Le bianche lenzuola, il vento le gonfiava come vele. Si parte. In viaggio, nell’azzurro, nel mare di Ulisse.
Il mio amico Orazio riuscì a suscitare in me un altro interesse: la filosofia.
“Il poeta ama la lettura dei poeti, ma si nutre della lettura dei filosofi" diceva.
Allora le letture dei filosofi presero slancio. Esploravamo la storia della filosofia in un vecchio manuale e poi ci rifornivano di testi alla biblioteca pubblica o in quella del padre di Orazio. Ci addentravamo in ragionamenti che ci portavano a conclusioni insospettate, che ci avvedevamo corrispondere al punto di partenza: allora ci luccicavano gli occhi e coglievamo nel circolo che si chiudeva un segno della nostra intesa. Dall’oscurità traevamo parole che costruivano strade d’incanto e di presunzione; su di esse edificavamo sistemi che tentavano l’assoluto, che il giorno dopo abbattevamo. Così ci pareva di perfezionare il mondo, se non di ricrearlo.
Poi ritornavamo sempre, come al primo amore, alla poesia.
Ogni giorno, nell’ora stabilita per le mie uscite, appena varcata la soglia di casa di Orazio, per me il mondo si faceva meno opprimente, la solitudine svaniva, noia e malinconia perdevano ogni connotazione negativa, anzi esaltavano progetti: di opere e azioni, fughe e rivoluzioni.
Ricordo la Germania dell’emigrazione, la monotonia dei pasti consumati in silenzio, l’eternità dei faccia a faccia che contano i bocconi. Non mi restava che guardare fuori. Dai vetri orlati di vapore, sempre lo stesso tratto di città.
La libertà era un libro aperto.
Ricordo quelle sere d’estate in cui il mondo è in attesa di qualcosa che non arriva e s’invoca la cessazione di tutto. Mi affacciavo alla finestra e guardavo. Tante luci accese, tante ferite nel buio. Era come essere in un sommergibile o in una tenda a ossigeno. Né vivi né morti, sospesi fra due regni, come gli eroi greci morti senza sepoltura.
Come dice Paula Fox, la libertà era una biblioteca pubblica.
Ripenso a tanti libri letti di corsa, pensando: “Ci sarà una seconda volta". Eppure, quando?
Nei primi tempi a Milano. Certe volte mangiavo pane, camminando; furtivo, per non parere affamato. Finito, ne compravo altro. Le panetterie mi erano diventate familiari. Mi inseguivano ricordi letterari: Fame di Hamsun, Il pane dei miei verdi anni di Boell.
Leggevo al buio, sul tram, per strada. Leggevo male, perdevo il segno, ricominciavo daccapo. Famelico.
* * *
Leggo da quando avevo cinque anni, ma ci sono tantissime cose che non ho letto e tante cose che ho dimenticato. A volte mi sembra che dovrei ricominciare a leggere tutto daccapo.
Come ricominciare la storia del mondo, a partire proprio da Assiri e Babilonesi.
Una cosa mi preoccupa: la vista. Prima non arrivava molto lontano, adesso non parte da molto vicino. Fatico a trovare la giusta misura. Mi lavo in continuazione gli occhi, come se la pulizia, o il fresco dell’acqua, dovessero schiarirli. Sarò compensato con una vista a lunghissima distanza, come gli eretici?
Mi vedo leggere a un tavolo, mentre cade la pioggia. L’imposta del balcone è aperta. Posso guardare fuori: un pezzo di cielo e la casa di fronte. Leggo leggo e quando mi fermo avverto brividi di freddo. Mi aggiusto sulla sedia e muovendomi faccio traballare il tavolo. Godo di questa posizione abituale e mi compiaccio di prolungarla. Il letto è sfatto, ma non in disordine, si affonda quanto basta per indicare il mio passaggio. Davanti a me stanno pile di libri. Leggo leggo e di frase in frase aspetto una rivelazione.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:04 | Comments (9)
19.12.06
Come si leggono i libri: Come si leggono i libri? In divieto di sosta ovviamente
[Poichè l'inconveniente che ha colpito vibrisse non sarà risolto prima del 10 gennaio, pubblicherò ugualmente, per non caricarmi di fastidioso arretrato, gli articoli programmati, pregando i lettori di astenersi dal commentare. Mi scuso con gli autori, ai quali prometto, una volta risolti i problemi, di richiamare con un link per ciascuno gli articoli da me pubblicati durante questo periodo particolare. bdm]
[Dopo la pubblicazione del 22 dicembre, ci sarà una interruzione e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. bdm]
Leggere. Leggere. Ancora leggere. Imparai a leggere prima ancora di iniziare la scuola elementare; non chiedetemi come, successe e basta. Libera, la maestra della prima elementare, ne fu stupita. Che sapessi leggere intendo. Il mio stupore invece, non è più passato e da allora ho divorato quintalate di libri di ogni genere.
Divorati, ma con molto, moltissimo rispetto. Non ho mai sopportato i libri scarabocchiati, segnati, sottolineati, orecchiati, spiegazzati, stufati, aromatizzati, etc… etc…
Il libro è un oggetto sacro e non ho mai capito come sia possibile maltrattarlo e seviziarlo. Beh, ognuno è libero di fare quel che vuole, ovviamente, ma ciò non toglie che alcune delle mie peggiori incazzature nacquero da casi di maltrattamenti ripetuti a libri che avevo prestato. Fossero anche i libri di scuola.
Ricordo, al liceo, una lite furibonda con un professore che, dopo essersi fatto prestare il MIO libro per leggere e commentare un passaggio, aveva osato sottolinearlo. Lo presi a male parole, gli strappai il libro dalle mani fiondandomi sulla cattedra e, come al solito, mi ritrovai dal Preside. Incomprensibile: quel pirla del professore aveva maltrattato il MIO libro e il Preside faceva la paternale a me. A me capite? A me che avevo difeso quel povero libro.
Un’altra accesa discussione seguì la restituzione di Dialoghi con Leucò, di Pavese. L’incauto, al quale prestai il libro, ne aveva strappate alcune pagine nel tentativo di tenerle distese sotto il peso di una delle peggiori torture che possano toccare a qualunque libro: la fotocopiatrice!
Anche in questo caso l’arrabbiato avrei dovuto essere io, era MIO il libro torturato, e invece no: mi toccò anche quella volta la parte dello stronzo e non mi rimase altra via, per difendere l’onore perduto, che rifilargli due sani cazzotti. Insomma, ci stavano.
Inutile dire che non mi chiese mai più libri in prestito…
Non preoccupatevi troppo però. Accantonai rapidamente l’animo del gentile che presta libri, il motivo mi pare lapalissiano, e ripresi a leggere, come sempre, e a qualunque ora.
Leggere immergendomi completamente e navigando assieme alle parole. Ricordo un giorno, avevo circa una decina d’anni, e leggevo le “Tigri della Malesia" di Salgari in macchina accompagnando mia Madre. Guidava una vecchia FIAT 1100 bianca. Giunti a Brescia lei, la Madre, scese per i suoi giri raccomandandomi, nel caso in cui fosse arrivato il Vigile, di dirgli che sarebbe tornata subito.
Il seguito già lo immaginate. Il Vigile arrivò, gironzolò intorno alla macchina, mi osservò mentre leggevo, estrasse il blocchetto delle multe, scrisse. Stava infilando la multa sotto il tergicristallo quando comparve mia Madre.
Che dire, lei pagò la multa, io mi giocai la paghetta settimanale per non ricordo quanti mesi.
Anche ora, superati abbondantemente i quaranta, continua a succedere. No, non quello che state pensando, ma cosa avete capito? Non è che la mia passione sia quella di prendere multe dai Vigili mentre leggo in macchina in divieto di sosta; ci mancherebbe, multe riesco a prenderne anche senza leggere in macchina. Dicevo, continua a succedere, quando mi trovo di fronte un libro ben scritto e inizio a leggere, che il mondo intorno scompaia.
Puffffffffffffffff.
Una nuvoletta di polvere e rimaniamo io, il libro e quegli strani segni neri. Mi capita con i libri di Brodskij, con alcuni del Chuck, con Flaiano, con Prevert, con Pavese, con Berto, anche con Busi, non sempre però, e con tanti altri che sarebbero troppi da citare. Però…
Però mi capita sempre meno frequentemente. Cosa? Dai che l’avete capito; non fate finta per non pagare dazio. Va bene, lo dico: mi capita sempre meno frequentemente di incocciare qualche libro da multa in divieto di sosta. L’ultimo è stato Parenti Lontani di Gaetano Cappelli, lo conoscete? Se no, ve lo consiglio. Insomma, torno alla chiosa finale e al mio dubbio: ho disimparato io a leggere da divieto di sosta, oppure c’è in giro meno gente che sa scrivere, da divieto di sosta?
Come sempre Buona giornata. Trespolo.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 11:03 | Comments (1)
18.12.06
Come si leggono i libri: Succede
[Poichè l'inconveniente che ha colpito vibrisse non sarà risolto prima del 10 gennaio, pubblicherò ugualmente, per non caricarmi di fastidioso arretrato, gli articoli programmati, pregando i lettori di astenersi dal commentare. Mi scuso con gli autori, ai quali prometto, una volta risolti i problemi, di richiamare con un link per ciascuno gli articoli da me pubblicati durante questo periodo particolare. bdm]
[Dopo la pubblicazione del 22 dicembre, ci sarà una interruzione e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile.bdm]
Succede. Succede, a volte, più o meno per caso (se poi accade mai qualcosa per caso) che uno prenda un libro, o se lo ritrovi più semplicemente in mano senza quasi sapere perché; magari preso da uno scaffale in una libreria per sbaglio, o forse datogli da qualcuno che poi è andato via dicendo: “Tornerò!", e forse tornerà ma quando, chi sa. Ha anche detto di tenerlo bene perché è molto importante ed è vero è sincero è un segreto o forse non è niente di tutto ciò, o... comunque, succede.
Sì, insomma, ecco, uno ha un libro davanti e lo ha proprio lì, sotto gli occhi, tra le mani, e non può fare a meno di guardarlo. Così prima guarda la costola e c'è scritto il titolo l'autore casa editrice, poi lo volta dalla parte della copertina e le scritte sono quelle già viste, ma c'è anche un'immagine: una foto, un fiore strano, un dipinto di un famoso pittore o di qualcuno che lo conoscono in pochi, una strada una semplice e dritta strada che scompare nel tramonto tra campi di grano, un volto ch'è un volto che ti fa sognare, o magari c'è solo scritto il titolo l'autore casa editrice. Poi lo rigira, e vede che in basso c'è il prezzo: “non è neanche tanto, certo è un bel mattone e chissà quanto tempo per leggerlo tutto". In alto c'è anche un sunto della trama, o recensioni riportate da giornali e/o critici che si presumono essere importanti e autorevoli e tutto. Cose così, insomma.
E uno si chiede perché se a tutte le cose si danno nomi ai libri si danno titoli: se gli autori li considerano come figli perché non li chiamano come tali? E perché allora stampargli il nome del padre o della madre in fronte? Bello sì, se tutti noi andassimo in giro con un tatuaggio fronte-retro, a vista, con i nomi dei nostri genitori e magari le loro foto. O forse i libri sono solo la parte migliore (proprio sicuri?) degli autori concentrati in quelle pagine righe parole.
Comunque, dicevo, succede. Succede, no? Sì, insomma, che uno abbia questo titolo/nome/figlio/a tra le mani, e lo osservi e rigiri senza saperne bene cosa fare. Magari è in una stanza di casa sua, forse l'unica stanza di casa sua o forse no; e può darsi che non sia neppure in casa sua ma in una stanza con un letto un cassettone un armadio uno specchio uno stereo spento, o forse in una stanza con un letto un cassettone un armadio uno specchio uno stereo acceso con una musica dolcissima e bellissima che sfiora gli oggetti intorno e sfiora anche lui con il libro in mano.
Ma no! Non è una stanza! È una cella con le sbarre che dividono in piccoli quadretti le cose dall'altra parte: anche il cielo le nuvole la luce del sole. Allora bisogna andarci vicino, alle sbarre, e mettere gli occhi, tra le sbarre, per vedere l'infinito tutto insieme o immaginare e essere liberamente accecati dalla luminosità del fuori.
Potrebbe però non essere una stanza né una cella, ma un vagone di un treno: perché i treni li hanno inventati per combattere l'analfabetismo e per vendere i libri che sennò gli scrittori morivano tutti di fame poveri e soli o poveri e con qualcuno; anche gli editori morivano o forse loro no ché tanto c'era da stampare, che so, i libri religiosi e quelli che regalano le banche ai dipendenti, e quelli di politica o di politici, magari qualcos’altro. Così i millepiedi d’acciaio all'inizio andavano piano e si leggeva tanto e ora vanno forte e si legge meno. Difatti si vogliono ancora più veloci, e la tartaruga della canzone ci guarda con la sua esperienza. Ma ecco, forse il treno è fermo in una stazione e un sacco di vite si incrociano, solo per un istante, proprio lì proprio adesso e mai più dopo mai più prima; ma il treno è già partito: si distingue ancora il paesaggio di là dal finestrino, poi solo forme che fuggono davanti agli occhi.
E se non fosse una stanza, non una cella, non un vagone, bensì un prato grande che sembra quasi perdersi nel suo stesso verde primaverile? Forse c'è il sole che riscalda, o la nuvola che innaffia, e l'aria è fresca come la vita di un bimbo appena venuto al mondo, il vento scompiglia i capelli, rende leggeri i pensieri (se alzi lo sguardo puoi vederli fluttuare sopra di noi) e porta con sé odori lontani e... comunque, succede.
Succede, no? Sì, insomma, che uno abbia questo libro/titolo/nome/figlio/a in mano, sappia chi l'ha scritto, il titolo, chi l'ha stampato e pure chi l'ha letto o ha scritto di averlo letto. Sa tutte queste cose e decide di aprirlo. Perché? Mmmm, curiosità, probabilmente: titolo intrigante… autore sconosciuto… Ha già iniziato a fantasticare su quelle tot pagine e sul loro contenuto ignoto e stimolante, immaginato di essere in un altrove da quella stanza cella vagone prato in compagnia dei suoi sogni sempre dimenticati al mattino. Spera di trovare conferma alle sue illusioni, ai suoi pensieri, sogni piccoli minuscoli, spera di sorprendersi per emozioni mai provate nella realtà, per situazioni mai vissute, per vite solo desiderate mai pensate neppure lontanamente come possibili e proprie. Spera, anche, di sorprendersi nel continuare a sperare. Spera, inoltre, nella consapevolezza di una speranza.
Così decide di aprire 'sto benedetto o maledetto libro, in questo preciso e peculiare istante. Peculiare! Che bella parola! Sì, ogni tanto un colpo di classe mi viene. Succede. Come il gol di tacco di Mancio su calcio d'angolo battuto da Mihajlovic in una partita del girone d'andata (non mi ricordo l’anno, cavolo!), poi replicato da Maniero nella giornata successiva, mi sembra. Ecco, succede: il libro è aperto. Se te lo metti davanti agli occhi, sembra un uccello che vola dei tuoi disegni da bambino, quelli con la casina e l'albero accanto, il fiume col ponte, le montagne, il sole che vi finisce dentro, il bambino che gioca.
Ehi! Ehi sono qui! Ma dove guardi? Pensavi che avrei lasciato questa storia in sospeso? Succede, sì, è vero. Succede anche questo: che uno non sempre finisca ciò che ha iniziato. Secondo me invece si arriva sempre ad una fine, solo che spesso non è come uno se la immagina; non è detto che le risposte avute siano come ce le aspettavamo, così a volte non le consideriamo. Si arriva ad una fine e non ce ne accorgiamo. Ed a volte sono altri a decidere dove quando come perché mettere la parola
FINE
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:58 | Comments (0)
12.12.06
Come si leggono i libri: Il libro e la ruota della memoria
[Dopo la pubblicazione del 22 dicembre, ci sarà una interruzione e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. bdm]
Non posso dire d’aspettarlo tutto il giorno solo perché darei l’impressione di vivere una vita monotona - in effetti. Ma quando finalmente arriva, be’ allora tiro un sospiro. Allora le stanze della casa si vuotano, le luci una a una si spengono, i rumori spariscono e, in tutto quel silenzio, io se come adesso fa già freddo mi rincantuccio sotto le coperte, o d’estate mi spaparanzo nudo sulle lenzuola di lino irlandese ereditate da una prozia che, fattasi suora brigidina, non ha mai usato il suo corredo, e da lì provo a sporgermi oltre la “soglia magica" di cui parla Bart: inizio a leggermi un libro insomma.
È l’unico momento del giorno in cui non ascolto musica - ho una specie di fobia per il silenzio. Tengo sempre una matita sul comodino. Un comodino cinese antico con intagliati, nel legno di ciliegio porporino, dei pipistrelli e insieme a quegli equivoci signori della notte inizio a volare inseguendo i sogni i desideri le fantasie i pensieri degli scrittori.
Che dispiego di fantasia, mi dico. Che meraviglia di stile, considero. Che ti va a creare l’intelligenza umana, penso ammirato mentre con la matitina metto un puntino lieve qui e un asterisco lì, solo in casi davvero speciali un punto esclamativo. Poi vado al penultimo foglio bianco e ci riporto il mio indice personale con il numero della pagina che contiene quella frase memorabile, la perla rara, l’immagine preziosa, il gioiello sfavillante - una volta quando avevo una buona memoria certe volte qualche piccolo furtarello l’ho anche fatto. Ma anche ci segno sopra le stronzate che pesco: ci sono libri che vanno letti solo per quelle. Anzi già trovarne è qualcosa perché poi, in una buona parte di essi, non trovi nemmeno quelle. Sono semplicemente vuoti.
A volte mentre leggo mi viene in mente un’idea per il romanzo a cui sto lavorando - e può anche non aver nulla a che fare con quello che ho davanti. Allora la scrivo sul libro che sto leggendo in quel momento. Così ogni tanto mi capita di tirar giù dalla libreria un romanzo che ho letto qualche tempo prima e di scoprirci dentro dei pezzi di libri miei. Non dico che la cosa mi commuova ma sì, è strano.
Su un romanzo, non particolarmente memorabile, ho letto questa cosa curiosa e cioè che la madre delle muse è la memoria. In effetti le muse - che va ricordato erano nove - sono figlie di Zeus e Mnemòsine - ricordarsi l’accento, prego - che è la dea appunto della memoria. E questo per uno al quale ogni tanto è capitato d’intrattenersi con qualcuna delle nove muse - le mie predilette: Talia (commedia) e Erato (poesia amorosa) e Euterpe (lirica) e Melpomene (tragedia); tutte insieme e ben mescolate s’intende: che gran trombate che mi sono sono fatto! - la faccenda, dicevo, che la madre di queste signorine un po’ snob e lunatiche ma tutto sommato munificamente puttane, sia la memoria significherà pure qualcosa.
Tutto quello che fai o hai visto fare, che vivi e che pensi è lì come una specie di deposito che si ingrossa al quale attingere per scrivere. E alla fine, tra dozzine di quadernetti che si riempiono giorno dopo giorno di appunti, nastri registrati, file e sotto-file non hai tregua. Sei schiacciato da questa ruota che continua a girare perfino quando leggi. Voglio dire: uno che scrive a sua volta libri, li legge ovviamente in una maniera diversa da chi non ne scrive - a prescindere dalla posizione. E bene o male i libri che ha letto poi finiscono nei libri che ha scritto. Come si dice: dai libri nascono i libri.
Ma adesso per una serie di motivi che ho quasi dimenticato non ho più così tanta memoria e di furti - quelli che se ti scoprono si chiamano “citazioni" - ne faccio sempre meno. Le belle frasi continuo comunque ad appuntarle sui miei indici personali anche se poi non solo non mi ricordo in quale libro stanno ma anche proprio di averle lette. E sentite un po’: ora leggendo le frasi bellissime di certi libri, le vedo alzarsi leggere come bolle dai fogli e scomparire lontano per sempre e mi sento più libero e felice.
Di più aspetto quell’ora tarda quando le parole stampate diventano una specie di marea ondeggiante e mi sembra quasi di entrare nella trama d’inchiostro di ogni singola lettera ed è come avessi la febbre ma senza il mal di testa. Allora mi sembra di entrare in una di quelle bolle opalescenti, e piano piano inizio ad ascoltare una voce che ne legge le parole. Non so di chi sia. È una voce intima, misteriosa - direi quasi “interiore" se non fossi lo scrittore svagato che sono - e mentre l’ascolto, sospeso e isolato dal mondo, entro nella parte più profonda di me stesso. E dormo finalmente. Ah, come dormo!
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 06:40 | Comments (4)
08.12.06
Come si leggono i libri: Come leggo? In lotta con la gatta
di Rosanna Rota
[Con il 30 novembre 2006 è scaduto il termine per l'invio degli articoli. Come già detto, ci sarà una interruzione dopo la pubblicazione del 22 dicembre e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. Mi permetto di anticiparvi che martedì prossimo, 12 dicembre, prima di partire per Milano, posterò l'intervento di Gaetano Cappelli, autore di cui sono ammiratore sfegatato bdm]
Dunque, io ho essenzialmente due modi di leggere. Questi due modi di leggere dipendono dal tipo di libro che sto leggendo e dallo scopo con cui lo leggo.
C’è la lettura per lo studio, in cui me ne sto bella dritta alla scrivania, con intorno tutti i ferri del mestiere: matite, carta e penna, dizionari, manuali, computer e chi più ne ha più ne metta. Se il libro che sto leggendo mi serve per preparare una qualsiasi attività (una lezione, un incontro, un articolo), ho bisogno di prendere appunti, schedare, confrontare con altri libri e con il mio archivio personale di ritagli e di documenti elettronici. La mia scrivania è molto grande ma riesco ugualmente a stiparla di materiali, che si accumulano a strati finché non decido di ripulirla (quando, praticamente, non c’è più posto per lavorare e le carte vanno spalate via a quintali per aprire un varco).
Poi c’è la lettura per il piacere (anche se spesso quello che leggo per piacere mi serve poi di nuovo per lo studio, e allora torno alla modalità-scrivania). Quando leggo per piacere devo per prima cosa sdraiarmi. Ho vari posti dove sdraiarmi per leggere: un divano lungo, uno corto, un lettino prendi-sole con schienale e poggiapiedi regolabili (che tengo stabilmente in salotto perché è uno dei pezzi di arredamento più libidinosi che io conosca), il lettone matrimoniale pieno di cuscini e piumoni. Quando mi sdraio appoggiando la testa, riesco a rilassarmi completamente e allora i miei occhi volano beatamente sulle pagine. Può capitare che i miei familiari mi interrompano per chiedermi cosa c’è da mangiare, ma se il libro mi prende la risposta è “panini" e nessuno riesce a schiodarmi.
Tutto procedeva in questo modo idillico da anni, quando le mie figlie hanno avuto la bella idea di adottare una gatta trovatella e anche un po’ ritardata, ma molto, molto affettuosa. Da quel momento le mie ore di lettura si sono trasformate in ore di lotta silenziosa. Perché la gatta, essendo trovatella, soffre di crisi abbandoniche acutissime, che la costringono a vagare miagolante per casa finché non riesce a piazzarsi sulle ginocchia di qualcuno. Solo allora si quieta e si trasforma in un normale felino ronfante e sonnolento. Ora, spesso la persona che la gatta prende di mira per colmare la propria solitudine sono io. Il che stravolge le mie abitudini di lettrice.
La lettura per lo studio necessita di una potente lampada da scrivania, che mi illumina il centro del tavolo. Peccato che la gatta abbia deciso che il calore emanato dalla lampada debba servirle da stufetta personale, quindi appena mi vede sedere si lancia con versi di giubilo all’assalto delle mie ginocchia, da cui balza sulla scrivania, facendo crollare pile di carte e di libri e decidendo alla fine di acciambellarsi sul mio libro aperto, proprio sotto la lampadina che emana un bel teporino... Ho cercato in tutti i modi di dissuaderla, sono arrivata perfino a sgombrare un prezioso angolo della scrivania per metterci un comodissimo cuscino: niente da fare, dopo aver provato (incuriosita dalla novità), ha deciso che le mancava il calore della lampadina, che ovviamente è posizionata sopra il libro, e quindi ha deciso di tornare ad acciambellarsi sul libro. Ormai, insomma, la mia lettura per lo studio procede a fatica, con me che sono costretta a spostare ora questo, ora quell’arto felino (per non parlar della coda) in modo da scoprire la parte di testo che voglio decifrare.
Anche la lettura per il piacere non è più quel piacere di prima, se vogliamo essere sinceri. La gatta mi si acciambella immediatamente sulla pancia, per un po’ mi illudo di poter leggere, poi però lei si annoia e allora si spinge verso il mio viso e cerca di dimostrarmi tutta la sua gratitudine leccandomi e succhiandomi il naso con la linguetta rasposa. Io cerco di respingerla verso la pancia, utilizzando spesso il libro come scudo improvvisato, ma lei adora mordicchiare le copertine e allora non mi regge il cuore, non sopporto la vista di simili maltrattamenti inflitti ai miei adorati libri: la lascio avanzare. Di solito la lotta finisce con la mia totale capitolazione: costretta all’inattività cerebrale, mi addormento di botto, con la gatta trionfante che, piazzata sul punto più alto del mio corpo nella posizione della sfinge, fa le fusa più forte che può.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:26 | Comments (5)
05.12.06
Come si leggono i libri: Abitudini di una lettrice
[Con il 30 novembre 2006 è scaduto il termine per l'invio degli articoli. Come già detto, ci sarà una interruzione dopo la pubblicazione del 22 dicembre e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. bdm]
Perché leggere? Perché dedicare così tanto tempo ad un’attività essenzialmente solitaria e comunemente considerata noiosa? Per rispondere a questa domanda farò una breve digressione. Dunque, io sono una persona che vive con la tremenda paura di perdere tempo. Ho paura del tempo che passa, ho paura di non riuscire a dare il meglio di me, e di veder scorrere gli anni senza accorgermene, ho paura che vivere la mia vita non sia vivere abbastanza. Perciò leggo, perché la lettura mi fa dimenticare del tempo che passa, mi dà la possibilità di vivere migliaia di vite oltre alla mia, e mi fa avere maggiore fiducia nel mondo. Forse questa risposta, però, è troppo poetica e neanche tanto originale, e voi che leggete starete pensando che io non sia stata completamente sincera. Dimenticate quello che avete letto, allora, e permettetemi di rispondere nuovamente.
Perché leggo? Perché ne sento la necessità, e perché mi piace. Preferite questa? Probabilmente no, probabilmente non nutrite alcun interesse nei confronti del modo di vivere di una persona che non conoscete. La mia risposta, poi, è certamente vaga, e sembra quasi che io pensi che ogni libro sia degno di essere letto. Ovviamente ci sono centinaia di libri che potrebbero essere tranquillamente ignorati. Quali scegliere, allora? Quali sono i libri che vale la pena leggere? È meglio leggere solo i classici o anche le ultime novità, solo narrativa o anche poesie e saggi? Avete ragione, mi accorgo anch’io di stare elencando una serie di domande alle quali non ho alcuna risposta. Cominciamo dall’inizio, allora. Come ho iniziato a leggere?
Avrei voluto cominciare molto presto, divorando libri d’avventura, classici per ragazzi. Invece ogni volta che prendevo in mano un libro e iniziavo a leggerlo mi annoiavo e lo mettevo via. Ero una bambina che si annoiava facilmente. Non mi piaceva guardare la tv, non mi piacevano i videogiochi, non mi piaceva stare seduta a lungo. Preferivo giocare, cantare, pasticciare con la plastilina o con gli acquerelli, nonostante fossi negata nei lavori manuali e totalmente incapace nel disegno. I libri mi piacevano, sfogliavo quelli che c’erano in casa, me ne facevo regalare qualcuno (uno dei primi è stato Israele e Palestina di Eli Barnavi, e ancora non riesco a spiegarmi perché mi attraesse tanto), ma non riuscivo a finirli. Poi, in quinta elementare, a casa mia arrivò Il mondo di Sofia, un bestseller di cui tutti parlavano in quel momento. Lo lessi anch’io, nonostante qualcuno dicesse che non era adatto a una bambina, riuscendo per la prima volta (almeno questo è il ricordo che ho) ad arrivare fino all’ultima pagina. Da allora iniziai a leggere qualunque cosa trovassi: manuali sulle fasi del sonno, libri del Battello a vapore, Tolstoj, Dacia Maraini, Oriana Fallaci, Nicholas Sparks, James Hillmann, Flaubert. Col tempo il mio gusto è cambiato (oggi non riesco neanche ad avvicinarmi alla maggior parte dei libri che ho letto in quel periodo) e sono molto più critica.
È ovvio, un lettore non rimane lo stesso per tutta la vita. Un lettore è come un gourmet, il suo gusto cambia con l’esperienza. Nonostante io sia una “lettrice forte" (ma cosa significherà mai essere una lettrice forte?) da poco più di una decina d’anni, mi accorgo che il mio modo di leggere è molto cambiato. Sto molto più attenta alle traduzioni (purtroppo ho letto pochi libri in lingua originale) mi appassiono nella ricerca di testi poco conosciuti e cerco le prime edizioni dei miei libri preferiti o colleziono vecchie collane, incappando spesso in gigantesche fregature. In particolare, oltre a leggere la storia – vi sarete accorti che sto parlando essenzialmente di narrativa – adesso mi accorgo dei meccanismi che sono stati usati per raccontarla. Leggere mi aiuta quindi anche a capire “come si fa", come possono essere evitati i classici difetti in cui ogni persona inesperta incappa nel momento in cui sente il bisogno di sporcare dei fogli d’inchiostro.
Nonostante questo, mi capita anche di leggere consapevolmente dei brutti libri. Partendo dal presupposto non verificato (e forse non verificabile) che io nel giro di qualche anno sia riuscita a formarmi un certo “gusto" e sia abbastanza capace di capire se un libro è “buono" o “cattivo", potrei dire che a volte mi piace leggere cose “cattive". Insomma, non si può sempre essere “salutisti", non si può sempre “mangiar bene", a volte si possono anche ingurgitare schifezze che il giorno dopo il nostro stomaco, più o meno facilmente, dimenticherà d’aver digerito. Ad ogni modo, poi mi sento un po’ in colpa, perché una cosa è trovarsi di fronte a un piatto, o a un libro, che ci pare buono e che poi scopriamo essere di cattivo gusto, e un’altra è sceglierlo consapevolmente, perdendo delle ore preziose a scorrere delle pagine che sarebbero più utili se usate per accendere il fuoco.
Anche le mie abitudini di lettrice si stanno trasformando: dal primo ottobre 2004, giorno in cui sono andata a vivere in Brianza, tengo un “diario delle letture", nel quale elenco i libri letti durante l’anno. All’inizio pensavo fosse una mia mania, ma poi ho scoperto che è un’abitudine che hanno in tanti. È come tenere un diario. A seconda del tipo, della quantità, della qualità dei libri letti si può capire tanto di una persona, anche solo dello stato d’animo in cui si trovava nel momento in cui leggeva un determinato libro. Leggere, poi, può farci scoprire cose ignote di noi stessi. Qualche mese fa, per esempio, leggendo Orgoglio e pregiudizio, ho scoperto di essere una sciocca ragazzina dell’800 che sogna il suo Darcy. Chi se lo sarebbe mai aspettato?
Mi rendo conto di essere sempre più dipendente dalla lettura. Non riesco a stare più di un paio di giorni senza leggere, nella mia borsa deve sempre esserci un libro e, finitone uno, devo immediatamente iniziarne un altro. Se sono in viaggio, mi porto dietro più libri di quelli che riuscirò a leggere. L’idea di non avere un libro da leggere mi atterrisce. Magari non riuscirò ad aprirne neanche uno, ma non si sa mai.
Leggo in treno, in aereo, sul letto, sul divano, in piedi, seduta alla scrivania. Di solito non leggo in spiaggia (non ci vado quasi mai da sola, e se solo mi azzardo a tirare fuori un libro dalla borsa chi mi accompagna di solito inizia a urlare), in coda alla posta o al supermercato (lì mi piace di più osservare le persone, sperando che non se ne accorgano). Leggo di mattina (anche all’alba, soprattutto quando viaggio), di pomeriggio, di sera. Di solito non leggo di notte, nonostante vada a dormire piuttosto tardi.
Leggo soprattutto narrativa. Non amo molto la letteratura americana (anche se ci sono autori che mi piacciono), mentre impazzisco per i romanzi europei del ‘700 e dell’800. Tra gli italiani, mi piacciono soprattutto Natalia Ginzburg, Calvino e Pavese (ovviamente ce ne sarebbero altri mille da citare, ma non mi sembra il caso di fare un elenco). Leggo anche poesia e saggi, soprattutto di filosofia, politica e letteratura. Adoro i carteggi e i diari.
Ho liste infinite di libri da leggere. Di recente ho stilato una lista di “letture doverose, non procrastinabili, urgenti" e una di “libri che sarebbe bene leggere prima possibile". Più che altro è un divertimento, perché so già che non le rispetterò.
Leggo con la matita se si tratta di saggi o di un carteggio. Sottolineo se il libro è mio, se è preso in prestito in biblioteca ricopio le frasi su un bloc notes o sul computer. Se ci sono tante cose che mi interessano fotocopio le pagine o il libro intero, soprattutto nel caso non sia più in commercio.
Una cosa che mi piace e che mi manda in crisi è la scelta del libro. Leggere è giocare una partita persa in partenza. Scegliere un libro, averlo tra le mani, significa rifiutare tutti gli altri. Vicino ai fogli su cui sto scrivendo in questo momento c’è Gnòsi delle Fànfole di Fosco Maraini, che ho appena preso in prestito in biblioteca. È un libro piccolino, composto da meno di cento pagine. Domani o dopodomani lo avrò finito, non avrà rubato un tempo considerevole alla mia esistenza e se sarò fortunata mi sarà anche piaciuto. Ma cosa potrei fare in quello stesso tempo? Potrei leggere qualcosa di più bello, o addirittura potrei vivere la mia vita fregandomene della poesia meta-semantica. Ad ogni modo, è importante che tra me e il libro che sto iniziando a leggere si crei un’alchimia, che quello sia il libro che devo leggere in quel momento preciso.
La cosa che mi dà più fastidio della mia voracità di lettrice, è che spesso non riesco ad andare lentamente, a lasciare al libro troppo spazio, a dedicargli più di una manciata di giorni. Quando la lettura va lenta leggo contemporaneamente più libri, e magari mi stanco e metto via quello che ostacola la mia velocità. Per esempio, perché non ho ancora letto il Don Chisciotte? Perché vorrei comprarlo e non trovo mai i soldi per prendere l’edizione che mi piace? O forse perché penso che ci metterei troppo tempo a finirlo?
No, non è così, sto mentendo. In realtà leggo anche grossi tomi, anche volumi piuttosto ostici. Però, in effetti, il più delle volte leggo libri con meno di trecento pagine, e mi viene il sospetto che sia colpa di questa mia voracità, della fretta di godere del maggior numero possibile di libri. Forse anche per questo non amo rileggere. Ho riletto pochi libri nella mia vita, più che altro per capire se a distanza di tempo mi sarebbero piaciuti ancora.
Sono una lettrice imperfetta che cerca di migliorarsi! Dopotutto leggo da pochi anni, e questa avidità probabilmente dipende dalla mia età. Magari tra qualche decina d’anni leggerò molto lentamente, rileggerò i libri letti in tutto questo tempo, senza avere la fregola che ho adesso.
Ho parlato troppo? Sì, ho parlato troppo. Allora torno ai miei libri, e lascio voi ai vostri.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:08 | Comments (2)
01.12.06
Come si leggono i libri: Lo Xeres del Corsaro Nero
[Con il 30 novembre 2006 è scaduto il termine per l'invio degli articoli. Come già detto, ci sarà una interruzione dopo la pubblicazione del 22 dicembre e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile.]
Ho letto per la prima volta Il Corsaro Nero di Emilio Salgari nello spazio perfetto di una giornata d’estate. Le ultime ore di lettura le trascorsi seduto su una poltrona rossa, a portata di mano una tazza da latte di colore beige piena d’acqua fresca (che riempivo ogni tanto). A un certo punto, mi ricordo, l’acqua nella tazza si tinse di rosso, come il vino di Xeres bevuto dai pirati della Folgore in una taverna di Maracaibo.
Volendo andare per le spicce, per me questo è leggere. Così leggo un libro. Dovrei (sempre) leggere un libro in questo modo, avendone la possibilità. Mi rendo conto però che, circoscritta in questo modo, la questione del leggere, di come leggo, non può esaurirsi qui. Allora procediamo con ordine.
Leggere implica, per prima cosa, un’azione, un agire corporeo. Implica una postura, una disposizione del corpo in uno spazio. E quindi, per dire come/dove leggo devo distinguere due ambiti di lettura: quello della letteratura e quello dei saggi. Il primo tipo di lettura è assolto in posizione distesa o supina, sul letto o sul divano. Il secondo, che sottintende in modo più marcato uno “studio", è affidato allo spazio della scrivania e della poltrona.
Poi c’è la lettura affidata agli spazi liminari dei mezzi di trasporto: treni, navi, automobili, aerei, metropolitane. È questa lettura liminare, sospesa, che dà spazio sia alla letteratura che ai libri di studio.
Su tutto domina il libro, oggetto sottratto al “memento" della riproducibilità dell’opera d’arte, quindi letto come fosse l’unico supporto di un’unica opera, e per questo inviolabile, inalterabile, difeso da strappi, intagli, svirgole, macchie d’inchiostro, sottolineature, tracce di cibo e di bevande, orecchie segnapagina.
Ma, se la lettura si inscrive nel quadro generale di una fisicità, corpo leggente e luogo della lettura, è anche vero che costituisce una delle migliori occasioni (e a prezzo relativamente contenuto rispetto ad altri strumenti o sostanze) per trascendere quella fisicità di partenza (corpo/luogo). Tutte le letture, almeno al loro avvio, presuppongono la possibilità presentata da quella lettura Big Bang, quella del Corsaro Nero. Ognuna potrebbe presupporre quel piacere “infinito" di essere ALTROVE, a cui, nel tempo, si è aggiunta la necessità che dalla lettura balzino fuori informazioni, scoperte, intuizioni. La lettura, rimanendo fedele, in qualche modo, a quel modello lontano, deve svelare, risvegliare, accrescere, spostare, suscitare, iniziare.
Forse, nella mia “carriera" di lettore ho continuato, anno dopo anno, a desiderare e cercare tra le pagine l’effetto di quella lettura sulla poltrona rossa, la Lettura Perfetta, che apre la strada dell’altrove. Perché, a pensarci bene, quando leggo sto cercando un altro luogo, un’altra idea, un altro punto di vista. E così, dopo Il Corsaro Nero ci sono state molte altre occasioni di altrove (anche narrativi, letterari). Il Memoriale del Convento di José Saramago, Il Buon Soldato Sveik di Hasek, Il libro nero di Orhan Pamuk, Sulla strada di Kerouac, Le città invisibili di Calvino. Ce ne sono stati molti altri di Corsari. Ma sempre accompagnati da una sensazione fastidiosa: stavano diminuendo a vista d’occhio. Un po’ perché ne leggevo tanti. Un po’ perché qualcuno stava smettendo di scriverli.
“Se siamo fortunati, tanto come scrittori che come lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e resteremo poi seduti un momento o due in silenzio."
Raymond Carver
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:43 | Comments (8)
28.11.06
Come si leggono i libri: Come io leggo i libri
[Poiché ogni cosa che comincia ha fine, dobbiamo, anche se con dispiacere, stabilire un termine per l'inoltro del materiale. Esso è fissato nel 30 novembre 2006. Pertanto chi ha intenzione di partecipare si affretti. Le date sono già tutte coperte fino al 16 gennaio 2007 (ci sarà una interruzione dopo la pubblicazione del 22 dicembre e si riprenderà il 9 gennaio 2007). "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. Promessa di Giulio. bdm]
Leggere libri ha a che fare con la vita stessa. Per me, per quanto riguarda la mia vita. C'è stato un momento, intorno al 1995/1996, in cui leggere mi ha salvato da morte sicura. In due anni ho letto 200 libri tra saggi e romanzi. Avevo già 30 anni d'età all'anagrafe, ma mi pareva di aver vissuto inutilmente fino a quel momento. Non avevo una bussola, non avevo una direzione da seguire. Avevo un nome noto a chi mi stava intorno e qualche volta mettevo perfino la firma in calce a qualcosa che avevo fatto, ma non ero io che vivevo. Ero un essere senza forza di volontà che faceva cose quasi sempre eterodirette. Guido Tedoldi era quello che «gli altri» si aspettavano, o meglio era quello che lui pensava che gli altri volessero che lui facesse.
Così ho pianificato di leggere, e mi sono (credo) salvato. Ho assunto libri per imparare a capire chi ero, quello che volevo fare, quali passioni mi muovevano e di quali talenti ero dotato.
Quei 200 libri li ho presi per la maggior parte in prestito nelle biblioteche del mio paese e di quello vicino. Quelle biblioteche per regolamento consentono di prendere solo 4 volumi al mese, allora io ne prendevo 4 nell'una e 4 nell'altra. Quando li avevo finiti integravo con libri della mia biblioteca personale, che compravo a un ritmo superiore rispetto a quello della lettura (cosa che, peraltro, faccio anche adesso, per cui sono sempre in ritardo rispetto alle mie aspirazioni di lettore e questo mi dà un po' di ansia... ma questo è un altro discorso e magari su Vibrisse verrà affrontato in seguito).
Prima di quei 200, ho letto molti altri libri. Dopo di essi, ne ho letti ancora. Ci sono periodi in cui leggo diversi libri in contemporanea, invece in altri periodi ne leggo uno solo alla volta. Tra gli uni e gli altri periodi il punto di svolta è di solito un libro molto lungo.
Da bambino leggevo volumi brevi, uno alla volta. Poi ho scippato la bibbia a mia nonna. L'ho affrontata come fosse un libro unico, non un insieme di 77. E la frustrazione di leggere, leggere, ma rimanere sempre a una marea di pagine dalla fine mi ha indotto a prendere in mano in contemporanea altri libri che riuscivo rapidamente a terminare – con un certo sollievo psicologico. In seguito ho letto la saga de Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, tutta insieme nell'edizione Rizzoli che seguì l'uscita del film a cartoni animati. Ci ho messo tre giorni a terminarlo e a decidere che non avrei più avuto niente a che vedere con il genere fantasy, ma il successo di leggere così velocemente quel tomo mi ha ricondotto sulla via del libro solo per volta. Sono tornato ai più libri in contemporanea durante La nobil casa di James Clavell, un'edizione Club degli editori da 1.300 pagine scritte in piccolo. Ultimamente il pendolo è ritornato verso il libro unico alla volta dopo Infinite Jest di David Forster Wallace, mille e rotte pagine per una storia che non ha una fine (cosa, nel caso specifico, non disprezzabile).
Per me l'atto di leggere si accompagna a quello di prendere appunti. Un libro che mi faccia arrivare alla fine senza niente da segnalare, senza frasi da citare, mi dà l'impressione di essere stato una perdita di tempo. Poi capita che non sia così, e che libri su cui ho preso molti appunti si rivelino ininfluenti per il proseguo della mia vita mentre libri che non mi hanno fatto scrivere niente siano quelli che mi si incidono nell'anima. Per esempio, La notte che bruciammo Chrome, di William Gibson. Non è esattamente un libro, bensì un racconto inserito nella raccolta omonima pubblicata in Italia da Mondadori. Non ci ho mai trovato niente da segnalare, nemmeno nelle diversissime maltraduzioni italiane. Eppure...
Apro una parentesi. Ci sono storie cui torniamo periodicamente per ritrovarci, per avere una misura di quanto ci siamo allontanati dal nostro punto di partenza. Sempre che ci sia stato un allontanamento, perché capita anche di scoprire che si è rimasti lì, nei dintorni, a replicare sempre le stesse squallide vicende. Come mosche che si ostinino a sbattere contro un vetro – là fuori, là fuori c'è la promessa di qualcosa ma noi sempre qua, sempre da questa parte a respirare ogni volta la stessa aria.
Dopo quattro o cinque volte che tornavo a leggere Chrome, ho scoperto che non è una cosa che faccio solo io. Ho un amico che ogni anno, nel periodo natalizio, si regala la rilettura di uno dei libri della saga dei tre moschettieri, di Dumas; quando viene il turno de Il Visconte di Bragelonne, come è successo l'anno scorso, non lo vediamo più per una settimana. Un altro amico legge e rilegge la Lettera al padre di Kafka. Un'amica ripassa le 101 storie zen nell'edizione Adelphi. Siamo una specie di club non costituito, nelle nostre menti sono incisi libri che nessun fuoco a 451 gradi Fahrenheit potrà mai bruciare. Chiusa parentesi.
Gli appunti che prendo leggendo non li segno sul libro stesso, bensì in appositi foglietti che inserisco a mo' di segnalibro. Non ho niente contro chi scrive a margine, o fa le orecchie alle pagine, o torce la copertina all'indietro e lascia quelle crepe trem
