30.01.07
Come si leggono i libri: “Ossessivamente
(Con questo articolo termina Come si leggono i libri. Partito il 10 settembre, si conclude oggi dopo aver raggiunto la invidiabile quota di 37 puntate. Ringrazio tutti gli autori che vi hanno partecipato. Oggi stesso trasmetterò il materiale, ordinato per data di pubblicazione, a Giulio perché lo trasformi in un pdf scaricabile. Quando uscirà il pdf, vi prego di controllare che i vostri contributi siano presenti.bdm)
Ossessivamente, sì. E non solo i libri bensì qualsiasi cosa su cui si posassero gli occhi, giornali e riviste, certo ma anche scritte sui muri, volantini pubblicitari, manuali d’istruzione, etichette, scontrini, ricevute fiscali, tutto senza discriminazioni, senza scelta, senza selezione. E ovunque, in qualunque situazione. Non c’erano convenzioni sociali né regole di comune buon senso che potessero trattenermi dal chinarmi a raccogliere un foglio scarabocchiato e lercio per strada schivando il traffico o impedirmi di scivolare in un assorto mutismo per leggere un’insegna stradale nel bel mezzo di una conversazione animata.
Per molto tempo leggere per me è stato questo: un automatismo, un riflesso condizionato che mi spediva dritto dritto nel mondo affascinante delle parole silenziose.
Cosa realmente dicessero quelle parole non era poi così importante, il mistero che tentavo di scoprire era come: come facessero poche parole zitte a portarmi dentro un universo etereo e denso.
Entrarci era facile: bastava che i miei occhi si posassero casualmente su un qualsiasi tipo di segno scritto e la porta si apriva, magicamente. Solo col tempo ho scoperto che avevo facoltà di scegliere, che volendo potevo aprire porte diverse e che il vuoto assente nel quale venivo proiettata poteva animarsi di presenze, paesaggi, umori, sentimenti, persino di suoni ovattati e distanti. Suoni che creavano echi, cerchi concentrici che si dilatavano, immagini che saltavano fuori dal nulla, percezioni che assaporavo.
Quando fui alta abbastanza da raggiungere il primo scaffale della libreria cominciai a tirare fuori volumi colorati per sbirciarvi dentro.
La prima porta che imparai ad aprire fu quella della fantasia: orchi, streghe, nonnine, orfanelle, nani, boschi, castelli, principesse; la seconda quella dell’avventura: isole, pirati, tesori nascosti, giungle, animali selvatici, nomi esotici; la terza fu… come la potrei chiamare? una porta sociale, o comunque molto vicina al reale, dove signorine di buona famiglia crescevano e si facevano donne sotto lo sguardo vigile dei genitori, e finivano per trovare il vero amore o coll’accasarsi con qualche buon partito (va da sé che le due cose spesso coincidevano).
Quando raggiunsi gli scaffali più alti scoprii il mondo delle idee, della pura astrazione: da un libro bianco in edizione economica imparai che essere è meglio di avere, da uno grigio con la copertina dura che i sogni possono essere interpretati, un libro giallo invece mi informò sull’aggressività nel mondo animale, altri volumi mi sorpresero con idee nuove e riflessioni acute sulla realtà che mi circondava. Ogni libro letto, specialmente tra l’infanzia e l’adolescenza, mi ha accudito come una balia amorevole con occhio attento ma discreto.
Da adulta ho affinato quell’intuito che porta ogni lettore a trovare le parole giuste al momento giusto. Leggevo libri tristi quando ero triste, allegri quando ero allegra, spirituali quando avevo bisogno di spiritualità, razionali quando mi sentivo confusa e via di seguito. Che, a dirla così, sembra facile: uno va in libreria, pensa al suo stato d’animo, si fa un giro di scaffali, chiede qualche informazione e trova quello di cui ha bisogno, ma il fatto è che io non ho mai scelto i libri che mi hanno curata sono sempre stati loro a scegliere me.
Adesso però, da qualche tempo, le cose non vanno più così bene e per qualche oscuro motivo non riesco più a finire facilmente il viaggio intorno a una storia. Sul mio comodino ci sono undici volumi che aspettano nel limbo, in attesa di giudizio. Sugli scaffali della libreria si accumulano saggi, racconti, romanzi di cui ho letto pagine, paragrafi, interi capitoli ma di cui non sono curiosa di sapere come va a finire. Credo di avere ancora l’entusiasmo dell’esploratrice: mi tengo informata, mi abbono a riviste, frequento siti, una casa editrice mi manda tutta la sua produzione a prezzi stracciati ma le ultime storie che mi hanno tirato dentro il loro mondo risalgono a uno o due anni fa (per la cronaca: Ovaldè, Lipsyte, Mozzi, De Luca).
A volte penso che sono i libri che leggo a non aprire più porte ma solo, al massimo, qualche spiraglio. Altre invece che sono diventata una lettrice distratta ma se così fosse… qualcuno, per favore, può dirmi come si fa a leggere un libro?
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:56 | Comments (1)
27.01.07
Come si leggono i libri: “Gli imbecilli dicono sempre che stanno rileggendo un libro" (Ennio Flaiano)
di Livio Romano
Trovo molto interessante apprendere il modo in cui la gente legge i romanzi. Mi hanno sempre molto impressionato coloro i quali leggono diverse volte una stessa storia. Conosco un avvocato di settant’anni che legge dal 1960 sempre lo stesso libro: I Promessi sposi. Lo finisce e ricomincia. Sempre la stessa copia. Per non parlare di quelli che prendono nota. Di quelli che trascrivono frasi sui quadernetti. Ora, a me già pare una roba balzana il feticcio dell’oggetto libro.
Quelli che ti restituiscono un romanzo che gli hai prestato e fra le mani hanno la busta oscillante contenente esattamente quel libro. “Cosa te ne fai?", chiedo sempre loro stupefatto. E quelli mi rispondono che “vogliono averlo", che odiano leggere libri in prestito, che una volta apprezzato un romanzo devono possederlo ed esporlo nella libreria. Sono un lettore da biblioteca. Ho letto la maggior parte dei romanzi più importanti prendendoli in prestito dal Centro Servizi Culturali della mia città. Mi piaceva spiare nel talloncino della copertina che talvolta i bibliotecari dimenticavano di estrarre. Mi piaceva vedere quanta gente avesse letto quel libro e come si chiamava.
A casa ho tre grandi librerie che farebbero impazzire chiunque. A fianco a libri di diritto trovi manuali per l’addestramento del gatto e guide per l’insegnamento dell’educazione motoria nella scuola materna. Scott Fitzgerald giace a fianco a lineamenti di politica economica e Tondelli è incastrato fra un atlante e un dizionario di parolacce americane. Stanno lì in attesa d’esser prestati. Del supporto cartaceo delle storie m’importa meno che nulla. Da quando uso il computer, poi, quando devo cercare un libro fra le migliaia che in qualche modo ricordo d’avere, mi scatta un automatismo mentale. Vorrei cliccare “Cerca" e lasciare che il cervello elettronico recuperi da sé il volume. E invece tutte le volte son guai. Tutte le volte, intendo, in cui non posso far andare via qualcuno senza che gli abbia dato quella storia. Ricordo pochissime restituzioni, fra l’altro. Ogni tanto mi capita di rammentare il momento dell’acquisto di un qualche romanzo. Ma il fatto di non averlo mai più incocciato durante i traslochi mi fa supporre che l’abbia affidato a qualcuno (traslochi facili, d’altronde, per l’aspetto libri: prendo gli scatoloni e li riverso nelle librerie senza alcun criterio razionale). Perché leggo i libri una volta soltanto. Li leggo in maniera così minuziosa, pondero talmente ciascuna delle parole che le mie pupille incrociano: che trovo fisicamente intollerabile ritornarci su un’altra volta. Non ho bisogno di appuntare niente. Se una parola, uno stilema, un ritmo, un anacoluto, un aggettivo mi colpiscono, il fenomeno dura per sempre.
Anni fa, mentre conducevo un corso di scrittura creativa, il mio amico che leggeva i passi mi fece strabuzzare. Avevo scelto un pezzo di un libro che avevo letto quindici anni prima. Non faticai a trovarlo. Reperii il volume, lo sfogliai, ricordavo che il brano si trovava nella seconda metà, lo acciuffai in pochi secondi e lo affidai al lettore. Ebbene, mentre lui leggeva sentivo che c’era in quel sound qualcosa di molto familiare. Tornai a casa e aprii la raccolta di racconti con la quale avevo appena esordito. Una roba da sfiorare il plagio. Intere frasi che parevano staccate e incollate sul mio testo, sia per cadenza che per lessico. La cosa incredibile era che il libro imitato io l’avevo letto a quindici anni senza mai più riaprirlo. Era un periodare che talmente mi si doveva essere annidato nelle orecchie che dopo più di dieci anni io l’avevo ripreso pari pari. Se leggo le cose che scrivo posso facilmente rintracciare la fonte, se c’è, del rifacimento. Per esempio (ma non rileggendo le opere altrui ci si figuri quanta fatica faccio a leggere i miei, di raccontini) a un certo punto di una mia storia scritta di recente l’io narrante dice: “Ma, che fare?". Non ho problemi ad ammettere che ho letto quella frase in un libro di Dacia Maraini circa venti anni fa.
E allora ha ragione Gaetano Cappelli. Colui il quale ha la sventura di scrivere le storie, invece di godersele, è uno strano lettore. È un avvoltoio sempre in cerca di fraseggi suggestivi. Un predone che ara la letteratura al fine laido di impossessarsi di un po’ di bellezza altrui. Poi c’è chi prende appunti e chi registra in reconditi files mentali tutto quello che gli interessa. Ma il narratore legge perché scrive. C’è stato un tempo in cui si provava a scribacchiare perché tanto leggeva. Perché attraversava paesaggi mozzafiato come la valle del Chianti e lui non dava neppure uno sguardo fuori dal finestrino, giacché lui semplicemente “non era lì, lui gironzolava per le vie di Chelsea, stranito dentro un romanzo di Jonathan Coe. Poi la situazione si è capovolta. Prima di cominciare a buttare giù l’ultima storia che ho scritto, per dirne una, un anno fa ho letto Delitto e Castigo che a sedici anni avevo lasciato esattamente al punto in cui Raskalnikov ammazza la vecchia. Poi sono passato a quattro libri di storia di un paese straniero. Poi di quel paese ho letto quasi tutte le opere dei più grandi scrittori viventi. Poi, per apprendere una serie di trucchetti che qui sarebbe noiosissimo elencare, mi son fatto una decina di tragedie greche. Indi son passato a tre storie di famiglie americane: la Carol Oates, il sommo Yates, infine Le correzioni di Franzen che avevo cominciato e lasciato perché spaventato dall’assoluta permeabilità di quella grandissima scrittura (e infatti ci sono pezzi del romanzo letteralmente grondanti Franzen, lo dico subito per evitare fra quindici anni di strabuzzare).
Poi, ok: ci sono gli autori-imprinter. Quelli che hai letto da ragazzo e la cui voce ti accompagnerà per sempre come quella del saggio nonno che ti portava a pesca. Perché un narratore è impressionato da un’impostazione e non da un’altra? Perché il ritmo di Tolstoj non ha lasciato traccia nel mio approccio al racconto mentre ogni volta che mi metto alla tastiera mi pare di avere dietro le spalle Sir Charles Dickens col suo cilindro di cartone pressato che, scatarrando e imprecando come durante uno dei suoi ultimi reading, mi detta intere frasi? Giro agli psichiatri lettori di Vibrisse questo dilemma.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 13:47 | Comments (4)
23.01.07
Come si leggono i libri: Una zattera nella tempesta
Una zattera nella tempesta a cui mi aggrappo.
Tocco la copertina.
Poi le pagine, con fiumi di parole stampate. Da rubare, inghiottire. Una ad una. Interi periodi. Poi velocemente. Per capire dove va il pensiero.
E ancora… fin quando tutto si attenua.
Basta!
Eccomi. Adesso ci sono.
Mi sono ritrovata. Ho la testa, l’anima, il corpo immersi nella storia. Nei vocaboli, nei punti esclamativi. Le virgolette.
Tutto si diluisce. E diventa facile da inghiottire. Uno sciroppo al sapore di amarena. Contro il male.
Non permetto a nessuno di leggere il “mio" libro quando sono io che lo sto scoprendo. Sarebbe una violenza.
Un’irruzione nell’intimo. Come strapparmi i vestiti di dosso e ferirmi, calpestarmi.
Perché quel libro è il mio libro.
Ci faccio le pieghe alle pagine. Non sopporto i segnalibri.
Faccio pure segni con la matita. Che non cancellerò mai.
Voglio lasciarci le impronte. Voglio sporcarlo di vita.
All’autore non ci penso. L’autore non esiste. È una voce narrante. Mi racconta, come faceva mia madre quando ero piccola.
Poi dopo, solo dopo, voglio scoprirlo, smascherarlo l‘autore.
Certe volte però non mi riesce. In particolare quando lo conosco. Quando è una persona in carne ed ossa che ho incontrato, intervistato, ci ho chiacchierato. Lo lascio là. Su un piedistallo che domina il titolo. Lo lascio narrante, o lo identifico nel personaggio che ha partorito.
Mio padre quando ero bambina mi mostrava i suoi libri.
Non erano tantissimi.
Lui aveva fatto la quinta elementare e si era guadagnato la vita come aveva potuto. E di tutta la sua esistenza bruciata mi mostrava il meglio: le copertine dei suoi libri. Mi diceva che quelli, i libri, erano le idee, il pensiero. Ciò che era scritto dentro, nessuno poteva cancellarlo. “Perché nessuno potrà mai impossessarsi del sapere".
Nella sua allusione non si risparmiava mai una notazione antifascista condita con un pizzico di anarchia.
Ecco, quando leggo un libro che mi appassiona penso a lui. E penso pure che l’ho “tradito" facendo la giornalista. Quando giovanissima abbandonai le letture per stare dietro ai fatti. Alla cronaca che mi travolgeva l’esistenza. E che mi esaltava.
Forse avevo scelto una scorciatoia.
Mio padre era contento, sì. Contento ma non orgoglioso.
Non lo disse mai. Ma io lo capivo.
Infatti continuò a regalarmi libri.
Libri che ho letto dopo. Di cui mi sono rimpossessata nell’operazione di riappropriazione dell’altra parte di me. E quando mio padre morì piansi sui suoi libri. Macchiai le copertine con le mie lacrime.
Cominciai a leggerli. Tutti. Fin quando quell’esercizio non divenne il pezzo forte della mia esistenza ruvida.
Mi lasciai travolgere da quell’onda anomala e magica.
Ordinai, catalogai, i “miei" libri in una scaffalatura. Fin quando non riempirono buona parte della parete.
Dieci anni così. Senza più cronaca, redazioni, titoli.
Soltanto libri. Da ingurgitare, assimilare, in un contorsionismo interiore che lentamente si andava a collocare in una follia accettabile, lucida.
Mi è rimasto il vizio di accarezzarli i libri.
Di elaborare un lutto quando arrivo all’ultima pagina.
E non vorrei arrivare mai alla fine quando un testo mi piace.
All’inizio vado veloce, poi rallento quando la fine è in agguato.
Sono cosciente che l’emozione attraverserà la mia testa, i miei nervi, fino a provare dolore. Perché devo chiuderlo quel libro! Chiudere quel pezzo di vita che ci lascio dentro.
Lo ripongo. Mi impongo di riporlo.
Lo guardo a distanza.
Lo tradisco con un altro rendendomi conto che, se ne vale la pena, tradimento non è.
E la storia continua.
Mi ci aggrappo, tocco la copertina, e ricomincio.
Consapevole che in quel leggere un libro c’è la mia di storia.
Perché ogni volta ripenso a mio padre.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:59 | Comments (8)
19.01.07
Come si leggono i libri: Abisso in Times New Roman
di Grenar
Come leggo?
Scrivo in uno stato di tensione intollerabile [1]. Volevo rispondere ad un quesito di apparente estrema semplicità, “come leggo?". Ma l’abbaglio della rivelazione mi impediva di scriverne, e la rivelazione era questa: “non sono io a leggere i libri, sono i libri a leggere me!". Seguendo questo lume mi ero spinto sempre più in basso nei meandri del pensiero, e più la luce si faceva fioca più io trovavo desiderio di proseguire: sono i libri a leggere me!, sono i libri a scegliermi come lettore, allora forse i libri vivono in me? Rivelerò in questo scritto le mie atroci conclusioni. Lasciatemi esporre, vi prego, le singole tappe della mia infausta ricerca.
Cosa sono i libri?
La mia ricerca nasceva da una analogia tra libri e creature viventi (quelle più piccole, in particolare). Se i libri vivono, vivono nel mondo fisico o in un meta-mondo a noi inaccessibile? Come possiamo indagare il loro mondo? Quale microscopio può rivelare una verità così non-euclidea? [2]
Nel mio studiolo avevo a disposizione una libreria ben fornita. Presi alcuni volumi a caso, li avvicinai agli occhi: ebbene, ne vedevo il titolo, scomponevo le parole in lettere, e non notavo alcun segno, alcun movimento. Fu qui che il lume si infiammò ancora, bruciando un ragno sulla parete, chiaro segno di malasorte. Il movimento! La nostra fallace percezione deve assorbire le lettere leggendole da sinistra verso destra (o da destra verso sinistra in altre culture, o scompone gli ideogrammi in linee per poterli riconoscere… insomma, è un nostro vincolo strutturale). Ma perché le lettere dovrebbero star ferme e buone, quando sappiamo che né buone né ferme in realtà sono? [3]
Quella maledetta intuizione!
Utilizzai un programma di grafica che da tempo immemore risiedeva sul mio pc. Composi i titoli in Times New Roman, lasciai libere le lettere, e ansioso ne scrutai i movimenti, ed ecco!, esse si muovevano, si disponevano in strutture regolari, si combinavano, si assestavano; mentre io mi limitavo ad ampliarne le tracce. Vidi. Come certi insetti (le formiche, le poetiche farfalle) fotografati con potenti obbiettivi, come l’invisibile (acari della polvere, germi, batteri) scandito al microscopio, così i libri ingranditi da questa procedura mi apparvero orrendi. Mostruosi: era la parola-chiave che descriveva tali libri! Bruchi dentuti mi sorrisero, acari orrendi reclamarono cibo, mostri informi dotati di vibrisse tentarono di intuirmi!
Ecco, ecco cosa mi apparve dal titolo di un libro a me ben noto ma ancora ignoto ai più (e che il Signore onnipotente protegga coloro che lo conosceranno!).
“Toxoplasma organigrammii"
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Creature e creatori
Sconvolto, ma non domo, proseguii la ricerca. Battezzai le creature che man mano scoprivo con nomi più o meno indicativi, ma nulla poteva descrivere la mia vertigine, nulla poteva intrappolare il terrore.
“Stokeria emophila simplex"
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“Albinococcus maleficus ceti"
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“Paolinia canescens prandialis"


“Goncarova ignava putrescentiae"
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“Lateroformis discipulophagus domesticus"
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Scoprii che altri, prima di me, avevano visto [4]. Tuttavia in loro era scattato qualche meccanismo di auto-protezione, le loro menti in difficoltà avevano coperto la rivelazione sotto il manto del gioco, inteso come cosa non vera né seria.
Ma più che queste visioni, a spingermi sull’orlo della follia furono le sue logiche (logiche?) implicazioni. I libri sono vivi. I libri vivono in me. A cosa sono assimilabili? Sono parassiti, virus, creature simbiontiche immateriali? Quelle parole… “Il pensiero umano è così primitivo che viene considerato una malattia infettiva in alcune delle migliori galassie. C’è da esserne fieri, no?" [5]
Quel libro che ci appare straordinariamente brutto, detestabile, esecrabile, ma ad altri appare divino, forse ci è solo indigesto: la sua brama di vivere dentro di noi trova l’ostilità di quei libri che già vivono dentro di noi, e che trovano il nuovo arrivato pericoloso per la comunità (la loro).
Cosa spinge un essere umano a “consigliarmi" un libro? È davvero lui a farlo, o è forse l’infezione che altera il suo comportamento? Ricordo quando ero piccolo e leggevo, leggevo sino a consumare le notti come candele romane gialle… Avevo la febbre e ne ero consapevole. Quello che ho letto ha condizionato la mia vita, non c’è ombra di dubbio, e quindi la mia vita non è mai stata libera da quando ho iniziato a leggere. Huckleberry Finn e il Giornalino di Gian Burrasca hanno cambiato i miei comportamenti nei confronti della società, così come La fattoria degli animali mi ha fatto sospettare del Potere; non riesco a immaginare il mare se non con le parole di Hemingway e di Conrad; e sul mare vedo spesso montagne di neve; sono attratto dall’Irlanda pur non essendoci mai stato; sto alla larga dagli alberghi isolati.
Ma sono poi malvagi questi mostri? L’umanità si è evoluta assieme a molte altre creature, come ad esempio i vermi che ne abitano gli intestini, come i virus che si nascondono nei gangli del sistema nervoso. E se questi mostri fossero tali solo perché finalmente visibili? Se servissero, invece, alla nostra mente così come sono indispensabili i vermi degli intestini alla nostra digestione e altre creature invisibili al nostro benessere in genere? Esistevano, questi enti immateriali, da tempo immemorabile. Si sono evoluti insieme a noi. Sono passati di generazione in generazione, come racconti, e a volte come fantasmi tornano nei sogni. Ma nel libro hanno trovato il loro mezzo riproduttivo e conservativo ideale [6]. La loro popolazione è esplosa dopo l’invenzione del torchio a stampa.
I bestiari medievali: davvero erano finzioni quelle creature mitiche?, o forse l’immaginazione degli scrittori era stata plagiata dalla visione dei mostri?
Cosa è stato davvero l’Index Librorum Prohibitorum? Cosa sono stati in realtà i roghi di libri perpetrati nei secoli? Una lotta intestina per la sopravvivenza? Una battaglia di cui noi umani siamo stati nient’altro che armi inconsapevoli?
Il Capolavoro è quella creatura con un genoma (come altro chiamarlo) più adatto di altri a sopravvivere?
E quei miei tentativi di mettere le lettere su carta, quegli sprechi di inchiostro sul bianco immacolato, chi li ha voluti davvero? Non sarà forse una forma sofisticata di trasmissione dell’epidemia? Una evoluzione del contagio?
“Spazio e tempo non sono illusioni", ho passato notti insonni a ripetere questo mantra, ma nell’intimo sapevo che l’immaginazione è una percezione e l’immaginario è un organo di senso.
Questo è l’abisso. Ora so che le immagini, le idee, le parole, sono vive dentro di me fuori di ogni metafora, e non dormono mai. Ben più che “memi" [7], ben più che creature.
La lettura come vertigine
Pongo per l’ultima volta la questione. I libri sono vivi. I libri vivono in me. Sono parassiti, virus, creature simbiontiche immateriali? O sono (il Signore mi perdoni) i miei creatori? La razza umana fu creata da questi Dèi per fungere da contenitore? Quale idea blasfema! Alterando le grandezze e le connessioni spaziali, ecco che gli dèi si confondono con i demoni.
Ben ricordo quanto scriveva il solitario di Providence: le divinità mostruose sono risvegliate dalle narrazioni, dalle litanie, dalle parole emerse dalla voragine del caos. La lettura è una religione abissale. Non sarò mai più lo stesso. Non sarò mai più, forse già non sono, essi sono me. E vogliono compagnia: quel libro, quello che da mesi su quella libreria (quale summa di orrori mi appare ora!) aspetta il suo turno, il Don Chisciotte che si è fatto comprare mesi fa e contro il quale ora non posso più lottare… Le sue pagine odorose mi chiamano!… Non resisto!… Ma forse ho ancora una scelta, e non è quella finestra aperta sul vuoto, ma un’altra, metaforica. Essi non saranno! Dovranno bruciare all’inferno!, al loro inferno! A me la TV! Il telecomando! Presto, un reality! Che il vuoto sia!
Note
[1] Il solito malpensante, che veda in questo incipit lo stesso di qualche noto racconto di H.P. Lovecraft, magari nella traduzione curata dai Grandi Antichi (Fruttero e Lucentini), ha come al solito ragione. E il solito malpensante lo anticipo: anche l’explicit di questo articolo è ispirato a Dagon, racconto che il solitario di Providence scrisse nel 1917.
[2] La Flatlandia del reverendo Abbott è un notevole esempio di come un essere umano possa immaginare un mondo a due dimensioni… e, per estensione, di come un mondo possa non vedere l’altro benché entrambi occupino lo stesso segmento di spazio.
[3] “Gli uomini di più ampio intelletto sanno che non c’è netta distinzione tra il reale e l’irreale, che le cose appaiono come sembrano solo in virtù dei delicati strumenti fisici e mentali attraverso cui le percepiamo." (H.P. Lovecraft, da La tomba, 1917.)
[4] http://www.logolalia.com/beasties/ mi ha dato l’idea per le immagini di questo articolo.
[6] Tranne consigliare altri metodi di sopravvivenza in situazioni critiche, come in Fahrenheit 451.
[7] Da Wikipedia, l’enciclopedia libera: “Un meme è un’unità di informazione che è in grado di replicarsi da una mente o un supporto simbolico di memoria - per esempio un libro - ad un’altra mente o supporto". http://it.wikipedia.org/wiki/Meme
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:20 | Comments (11)
16.01.07
Come si leggono i libri: Scrittori si nasce, ma lettori…
Torno a casa che sono le tre del pomeriggio. In segreteria sette messaggi. Sette messaggi identici tra loro, nella sostanza: sono arrivate le lastre.
Le lastre in questione sono lastre di pietra per una bara. Una bara che andrà al cimitero. Qualcosa non mi torna. Non ho ordinato nessuna lastra io. Neanche lapidi o urne funerarie. Mentre mi cucino una cotoletta impanata fresca di supermercato, mi stappo una lattina e ripenso a quegli strani messaggi. Avranno sbagliato, concludo. Errore di persona. Scambio di. Poi vengo assalito da un pensiero. È vero o sono solo idiozie quando si dice che nulla accade per caso?
O converrebbe forse tenere conto di ogni piccolo, apparentemente insignificante, episodio che si verifica in nostra presenza. Lascio nel piatto, insieme ai miei dubbi anche la cotoletta che l’appetito m’è passato e mi bevo un’altra lattina. La birra mi ha sempre aiutato in certi momenti. Questo è indubbiamente uno di quelli. Vita e morte, come pane e formaggio o come il poeta che rimane senza parole. Nudo, indifeso. Ridicolo e solo. Inutile, come quelle lastre da cimitero. Morto.
Ma ora basta. Ora vorrei parlare di qualcosa che mi sta a cuore. Vorrei parlare di scrittori. Dei miei scrittori più cari.
I miei beniamini. I miei eroi. I miei semidei.
Ma solo quando in tele non c’è niente di interessante, sia ben chiaro.
Il mio primo libro
Se qualcheduno ci venisse a chiedere qual è stato il primo libro che abbiamo letto, come ci comporteremmo? Riusciremmo a ricordarlo o faticheremmo? Sarebbe come quando abbiamo visto spuntare e poi cadere il primo dente? O la prima notte trascorsa fuori casa, lontano dai genitori? O forse come il primo incontro d’amore? Non credo, davvero. Bisogna essere onesti con noi stessi, almeno qualche volta. Un libro (pur fantasticamente interessante) è senz’altro (mediamente) meno memorabile d’una bella e sana scopata. La prima (scopata) poi, come si fa a dimenticarla? I libri invece.
Dovrò confessare che il primo libro che lessi non me lo ricordo. Potrei dire Topolino, che era un fumetto ma che a quell’età (parlo dell’infanzia) è come se fosse un libro. A pensarci meglio, Gamba di Legno (Pietro Gamba di Legno) e i vari Paperino, Qui Quo Qua e Pippo, sono eroi che appartengono di diritto alla mitologia. Né più né meno di un Achille e di un Edipo. Eta Beta e Archimede Pitagorico erano in sostanza due geni filosofi. Archetipi, allo stesso modo, di saggezza e imprevedibilità. Prendiamo Paperon de’ Paperoni, quello che la sapeva lunga. Chiuso nella sua fortezza, si faceva il bagno tra i dollari. E non dimentichiamocelo, era partito da un nichelino trovato a culo chissà dove. Lo spirito imprenditoriale della nostra attuale classe dirigente, politico/economica/televisiva, dove credete che si sia formato?
A me comunque piaceva la Banda Bassotti (B.B. come Brigitte Bardot). Casinisti come pochi altri. In quanto a sfiga, non li batteva nessuno. Nemmeno a impegnarsi. Forse Paperino. La Banda Bassotti. Sempre in giro con addosso gli stessi vestiti e poi con quelle cavolo di mascherine sugli occhi: ma che, credevano per davvero di non essere riconosciuti? Va bene che erano a Topolinia o dove caspita non me lo ricordo, ma fino a ‘sto punto… Grassi e con la barba sfatta. E soprattutto con idee, a dir poco, di merda. Inesorabile arrivava il commissario Basettoni (un po’ Elvis da vecchio e un po’ Enzo Biagi da giovane – sarà mai stato giovane Biagi?) e li sbatteva dentro. In gattabuia!
Solitamente con l’aiuto di Topolino. Che era, da contratto, il più furbo della compagnia e che ci metteva del suo, in ogni caso. L’intuizione, la parolina giusta al momento più opportuno, la risoluzione dell’enigma: erano immancabilmente, sue prerogative. Lui era il più figo di tutti. Il Tony Manero della situazione. Da farti girare le balle, più d’una volta. Simpatico solo a Topolina, cioè Minny. Si vede che sotto sotto ce l’aveva bello lungo, quel topaccio del cazzo.
Ma parliamo un po’ di letteratura senza nuvolette
Il libro Cuore non l’ho mai letto. L’isola del tesoro l’ho vista solo alla tv. Sandokan e Yanez pure. Salgari, Kipling, Stevenson e Jack London, tanto per dirne quattro, li ho sentiti solo nominare. E da lontano. Ma v’assicuro che a me leggere piace un mondo. E m’è sempre piaciuto. Dai tempi, per l’appunto, di Paperinik e Clarabella.
Ricordo Gianni Rodari e Piero Chiara. Quelli sì, me li ricordo. Chi ha paura del vigile urbano che ferma il tram con una mano e le avventure di Pierino al mercato di Luino.
La poesia l’ho incontrata così. A Luino poi, ci sono stato qualche volta, ma non perché avessi letto il libro. Che posso dirvi, è una città di lago. O per meglio dire lacustre, come ci insegnavano a scuola. Malinconica dalla fine dell’estate all’inizio della primavera. Spesso anche d’estate. Pensa te. Ma dalle cose tristi spesso nascono piccole gemme d’ironia e di leggerezza.
Il mio primo vero libro
Quando Beppe Fenoglio scrisse Una questione privata non avrebbe immaginato che lo avrei letto anch’io, trent’anni dopo. Eppure verso i quattordici, grazie al professore di Lettere, “profe si dice da giovani, ebbi questa folgorazione. La resistenza, l’amore e l’amicizia. Ma io non faccio mica il critico. Quindi mi fermo qui o qua. Non quo, che non si dice. Va detto che, sull’onda emotiva, ho poi affrontato Il partigiano Johnny. Dopo tre pagine ero steso. Al tappeto. Non l’ho più riaperto per anni. Ho riprovato di recente ma il risultato non è cambiato molto. Forse qualche pagina oltre al tre. Non molte. Ma Fenoglio rimane un eroe. Piuttosto sono io a essere pirla. Scusate.
Anni grigi, ma" senza la materia
Dante e Manzoni, l’Epica e i Classici, Omero e l’Iliade. Ma che, scherziamo. Saltati a piè pari. Un bel salto in lungo e vaffanculo. Giusto a scuola, giusto lì che non se ne poteva fare a meno.
Le pagine sportive del Corriere della Sera o del Giorno mi interessavano enormemente di più. Dei fumetti ricordo che guardavo le figure. Cercavo di capire le storie senza leggere nelle nuvolette. Un esercizio quasi dadaista. Le situazioni cambiavano di volta in volta. Pile di Topolini e di Almanacchi Speciali. Mio zio leggeva Corto Maltese, ma quello era troppo intellettuale. Valentina di Crepax invece la trovavo decisamente più interessante. L’amore solitario con lei ne fu una prima conseguenza logica.
Solitudini sud americane
Gabriel Garcia Marquez! Macondo e la dinastia dei Buendià. Cent’anni d’amori e solitudini ai tempi del colera con Erendira, Augusto e gli altri.
Ricordo d’aver incontrato Marquez per caso. Come spesso accade con gli scrittori. Su uno scaffale della libreria dell’università. Per un anno lessi solo lui. Lessi di vento e di miracoli, di utopie fantastiche e d’amori straordinari. M’inchino di fronte a Marquez e alla sua penna geniale. Che poi non abbia mai più aperto (dopo quell’anno) un suo libro, questo è un altro discorso. Lui è un genio e io m’inchino a prescindere. Il Sudamerica letterario, per quel che mi riguarda, è nato e morto con lui. Amen.
Donne con la penna
Piccole donne neppure al cinema. Anche la versione con Winona Rider. Bella gnocca la ragazza, ma non mi sono fatto commuovere.
Sono altre, le donne che mi hanno ammaliato. Poche a dire il vero. Ma non facciamone un dramma.
Virginia Woolf, Marguerite Duras, Agota Kristof, Patricia Highsmith e Banana Yoshimoto.
Ma non crediate che sia un maschilista.
Non venitemi a parlare della Brönte o della Austen.
L’Allende ne ha scritti troppi e poi è sudamericana.
Emily Dickinson sì, ma lei era una poetessa, come la Merini, che ho conosciuto perché vicina di pianerottolo di un mio caro amico e che sta sui Navigli. Lei ancora, lui, il mio amico no, che l’hanno da poco sfrattato.
La Duras per la sua lucida e disperata follia, per quel modo intenso di raccontare l’amore.
Yoshimoto perché è riuscita a commuovermi e a farmi piangere.
La Kristof perché Ieri non smetterei mai di rileggerlo.
La Highsmtih per il senso di tensione, d’inquietudine e pericolo che c’è in ogni pagina.
Virginia Woolf per il nome che porta, Virginia mi piace un sacco. Da quando poi, la Kidman l’ha interpretata in The hours, non faccio altro che pensare a lei. A Nicole, intendo.
Premio Oscar
Wild in inglese significa selvaggio. E selvagge furono le emozioni che mi suscitò Il ritratto di Dorian Gray. Profondamente violento e necessario. Ultime pagine da brivido. Oscar (Wilde, aggiungi solo una congiunzione e vedi che) merita senz’altro un bell’aforisma dei suoi: "La natura ha in odio l’intelletto", capito?
Giallo? No, grazie
Agata Christie sarebbe morta di fame se tutti l’avessero letta come l’ho letta io.
Simenon pure.
Non ho altro da dire.
Ho inteso bene, hai detto Dostoevskij?
Fiodor è proprio un bel nome, quasi quanto Virginia. Al di là di ciò, è con lui che ho intuito i miei grossi limiti. Superate le trecentocinquanta pagine vado in confusione. Detto questo, sono ben conscio di precludermi pagine immortali, ma se c’ho dei limiti non posso farci nulla. Il giocatore, Il sosia e le Memorie dal sottosuolo fortunatamente non superano le duecento. So di essere malridotto, ma vi prego di non infierire.
Altri “russi, in sintesi
Puskin: letto
Gogol’: non letto
Tolstoj: letto
Solženicyn: non letto
Cechov: letto
Bulgakov: non pervenuto
La penna di Pennac
Che gran furbacchione che è Daniel. Con la sua famiglia sgangherata e folle ci ha tenuti per anni inchiodati alle sue parole. Ci ha girato e rigirato come frittatine. Julius il cane epilettico è una specie di Chubecca di Guerre Stellari. Straripante e debordante come Julia e il Piccolo, come Benjamin e Terese. Il resto è saga popolare. Nulla da invidiare a Verga o Manzoni.
Ma quanti amori avrà fatto sbocciare Belleville? Chapeau, Daniel!
La prima rivoluzione bukowskiana
Chinawski è il migliore di tutti. Meglio non scherzare nemmeno con ‘ste cose. Chinawski è Dio. Chinawski è uno degli pseudonimi che utilizzava Bukowski. Charles Bukowski, il più geniale dei geniali geni perdenti. Anche i geni perdono talvolta. Lui meglio di chiunque altro. A lui non fregava niente di perdere. Erano i cavalli su cui puntava che dovevano vincere, semmai. Se penso che ha lavorato trent’anni negli uffici postali mi viene il magone. Tempo sprecato. O magari utile, vai a sapere. Probabile, comunque, che non fosse un impiegato modello. I suoi racconti ce li ho stampati nella testa. Sotto la cute ci sono i titoli e sotto i titoli le parole e le frasi e le virgole e i nomi in minuscolo e i pensieri confusi e pazzoidi. Le scopate squallide e i fiumi di birra. Il vino scadente. L’universo che d’un tratto mi si apre… Eureka!
Bukowski sta a me come Copernico all’umanità.
Lunga vita a entrambi.
La seconda rivoluzione: Arturo Bandini
Se parli di Buk e soprattutto se lo leggi, va a finire che t’innamori d’un uomo. Che poi è l’uomo che anche lui ha amato. Quest’uomo si fa chiamare Arturo Bandini, cattolico osservante di padre muratore e giovane scrittore in cerca di successo, con un debole per le donne che vestono eleganti. Se hanno anche un bel culo non guasta. Un colpo secco, appena sotto al cuore. Ora John Fante staziona esattamente lì, dentro me. Ma non gli faccio pagare nessun tipo d’affitto. Ci mancherebbe.
Viva l’Italia
Che, degli italiani non vogliamo parlarne?
Il compagno di Pavese, illuminante. La luna e i falò lo tengo sul comodino a fianco del letto. Da circa sei mesi. Però lo leggo entro l’anno, ne sono quasi sicuro.
Pirandello e Verga, di sfioro.
Svevo: mi manca.
Di Manzoni ho già detto e non sono il tipo che si ripete facilmente.
D’Annunzio è un esibizionista ed è meglio lasciarlo nel suo brodo. Aerei, volantini, belle donne da esibire, costole mancanti, etc.
Fogazzaro, in un’altra vita.
Calvino, che di Violante e Cosimo su quell’albero ho letto parecchie volte.
Alberto Moravia e P.V. Tondelli, due nomi così, per fare vedere che conosco la materia. Anche se, tra loro, non c’entrano una mazza l’uno con l’altro.
Dei contemporanei mi piaceva De Carlo. Appunto, mi piaceva. Di Baricco ne saprò di più dopo aver letto almeno un libro. Busi lo leggerò domani, lo giuro. Benni è una spanna sopra tutti (limitatamente all’unico suo libro che ho letto, si capisce). Anche Dario Fo non scherza niente. Sulla Tamaro c’ho un blocco, ma forse un giorno mi passa. Tabucchi l’ho regalato a mio padre. Brizzi m’è piaciuto, Ammaniti un po’ di più. Montanari, Scarpa, Pinketts, Lucarelli. Ai cannibali preferisco l’insalata, ma a piccole dosi, anche loro… sarà meglio fermarsi qui.
Illuminazioni zen e altre illuminazioni meno zen
Al tiro con l’arco e alla manutenzione della bicicletta non sono sfuggito neanche io, lo confesso. Riflettere su noi stessi, quel tanto che basta, non provoca danni permanenti. Illuminarsi resta comunque piuttosto difficile ed elitario. Io mai, non so voi.
Con Henry Miller qualche lucina s’era accesa. “Il tropico del cancro me lo sono gustato in un’estate tropicale. Era Milano ma io mi sentivo a Parigi a tutti gli effetti. Da quel giorno bohemien (che non so che vuol dire, ma fa la sua bella figura) anch’io, per scelta filosofica di vita.
Kerouac e Bourroghs, Ginsberg (poeta e qualcosa di più) e Bob Dylan (il tutto!).
La beat generation, come poterla ignorare? Leggi e inizi a volare. Volti pagina e ti ritrovi in viaggio, su un treno merci attraverso l’America dei sogni. Attraverso i sogni dell’America.
Mishima e siamo in Giappone. Uno che si prendeva troppo sul serio ma che almeno sapeva scrivere.
Balzac e Baudelaire, anche se erano francesi.
Rimbaud, anche se era un poeta.
Shakespeare perché invece è inglese, ma non solo per quello a dire il vero.
Hemingway perché andava a Cuba, pescava e beveva il mohito.
Orwell, che la sapeva lunghissima e leggeva nel futuro.
Una riflessione a parte merita Hesse. L’Hermann di “Siddharta. Mito di intere generazioni, parabolico e didattico. Illuminante, per l’appunto. Grazie di esserci stato, vecchio lupo della steppa.
Per Kafka (sono genuflesso) nutro sconfinata ammirazione.
Chandler mi ha conquistato con sole cento pagine. Scritte larghe tra l’altro. Vorrei, almeno per un giorno, essere come Marlowe. Sarebbe eccezionale, ma so che è dura.
Schnitzler è notevole e con quel doppio sogno me ne ha fatti fare molti altri. Metti insieme (come puoi stare lì a dividerli?) Psiche e Amore e il giochino è bell’e che riuscito. E Kubrick (pace all’anima sua, sempre sia lodato), per stare in tema, aveva fatto di meglio. Parlo di film, che dei sogni di Stanley, purtroppo, non ne ho mai saputo molto.
Pentimenti e patimenti suscettibili di cambiamento
Mi pento per: Pasternak, Conrad, Stevenson, Dickens, Victor Hugo, Cervantes, Flaubert, Proust, Elsa Morante, Pasolini, Primo Levi, Gunter Grass, Saramago e… tanto per dirne alcuni. Che l’elenco sarebbe esagerato, se dovessi mettermi d’impegno. Mai letti accidenti, ma prometto di rimediare presto.
Non mi pento per: Carducci, Alfieri, Foscolo, Maraini, Bevilacqua, De Crescenzo, Ligabue, Costanzo, Bruno Vespa, Jovanotti. Tanto per dirne altri. Mai letti, per fortuna. Non prometto nulla.
Altre due enormi, fantastiche, magnifiche, penne
Sarò estremamente sintetico:
Raymond Carver. Fenomenale quest’uomo! Dico, fenomenale!
Lo amo e non ho paura di dirlo a gran voce! Ti amo vecchio Ray!
J.D. Salinger. Mostruoso e fenomenale! Dico, mostruoso e fenomenale!
Per inciso, il vecchio Holden Caulfield, dacché l’ho incontrato, me lo sogno anche la notte.
Doppio inchino con doppio baciamano.
Incompresi, ma… solo da me, credo
Joyce. E non soltanto l’"Ulisse, per esser chiari.
Saul Bellow. Non l’ho proprio capito. Ci ho provato, ve l’assicuro, ma niente daffare.
Raymond Queneau. Troppo avanti per me.
Umberto Eco. Troppe parole.
Ionesco e Beckett. Troppo facili.
Buzzati. Mi fa venire sete.
Thomas Mann. Perché sono un pirla.
Malaparte. Non scherziamo, suvvia.
Camus, che me lo confondo sempre con…
Musil, che invece me lo confondo sempre con quell’altro che…
Settebello, primiera, ori e carte
Quando si vuole andare sul sicuro, che a volte il tempo è prezioso:
Henry James, Céline, Nabokov, Dürrenmatt, Truman Capote, Scott Fitzgerald, J.M. Coetzee.
Tanto per dirne sette.
Dieci folgorazioni recenti
Irvine Welsh e il suo lercio.
Aldo Nove e i suoi lercioni.
David Grossman e il suo bambino a zigzag.
James Ellroy e le sue paranoie psicotiche.
Ethan Coen, che non è solo bravo a fare film.
J.C. Izzo, Chourmo e Montale, non il poeta, ma il poliziotto.
Bret Easton Ellis, Meno di zero, ma più di cento.
H. Kureishi, si può essere Buddha anche in periferia, perché no.
Roddy Doyle, indimenticabile irresistibile insuperabile imprevedibile Paddy… ah, ah, ah!
Michael Chabon, meraviglioso quel ragazzo!
Saluti baci abbracci e cotillon
Mi scuso se ho dimenticato qualcuno (non è vero).
Nulla di personale, credetemi (non è vero).
Finalino scontato
Ho finito. Se la trovo, adesso mi faccio una lattina (per davvero).
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:07 | Comments (13)
12.01.07
Come si leggono i libri: Donne, libri e salsicce
di Mauro Mirci
Come vuoi che si leggano i libri? Apri l’oggetto e ci guardi dentro sperando di capire quello che c’è scritto. Personalmente non sono mai venuto meno a questo metodo di lettura e mi sono sempre trovato bene.
Risposta troppo secca, capisco. Vediamo.
Fino a una certa età mi è toccato leggere lontano dagli occhi dei parenti (escludo mio padre, lettore avido anche lui ma, ahimè, sempre fuori casa). C’era questa credenza, in casa mia, che la lettura facesse male alla vista. Per questo motivo leggere veniva considerato un sacrificio, un immolare il bene preziosissimo della vista sull’altare della conoscenza. Quindi l’unica lettura ammessa e commendevole era considerata quella dei testi scolastici.
La mia povera nonna, buonanima, sacrificò ben tre figlie alle scienze e alle lettere, diplomandole maestre di scuola elementare (no, due di scuola elementare, una d’asilo), con grave turbamento d’animo per aver permesso che gli occhi delle sue beneamate fossero messi, così a lungo, in costante pericolo di forte miopia o, addirittura, cecità. Altre due figlie non vollero invece aver nulla a che fare coi libri e i loro antisalutari effetti. Lavorarono come operaie, sarte, casalinghe, cuoche, mamme e quant’altro. Si adattarono alla vita producendosi in tutte quelle attività che, ove non venissero svolte, impedirebbero a noi inerti lettori di romanzi di campare serenamente e con qualche confort.
Una delle due è mia madre.
Turbata sin dall’adolescenza dalla vista di ben tre sorelle a rischio vista, giurò che, per quanto possibile, avrebbe evitato in futuro ogni frequentazione e promiscuità coi libri. C’è da dire, però, che l’azione lettoria delle sue sorelle (e mie zie), non era quieta e rassicurante. Pare, infatti, che le promettenti studentesse usassero leggere e ripetere le lezioni a voce non alta, ma addirittura lirica. La casa era piccola e queste tre invasate, con le orecchie piene di cotone pressato a mo’ di turacciolo, prima si sparpagliavano per le poche stanze, poi prendevano a recitare pagine e materie con l’energia di un muezzin sul minareto. Il cotone, comunque, non le proteggeva dalla profusione di decibel che, complessivamente, riuscivano a produrre. Spesso, quindi, si accendevano liti furibonde, rese ancora più rumorose dal fatto che dimenticavano di cavarsi il cotone dai condotti uditivi e, non sentendosi, alzavano la voce di conseguenza.
Protestare era inutile. Mia nonna ribatteva a chiunque che le sue figlie stavano facendo le cose della scuola ( i cosi ‘a scola) e basta. Silenzio. Cioè, no, silenzio per modo di dire.
Immaginare il grave turbamento che ciò causò nelle altre due sorelle è fin troppo facile. Da allora non vogliono avere più a che fare coi libri. E c’hanno ragione. Fossi cresciuto vedendo certe scene non ci vorrei più avere a che fare nemmeno io.
La cosa curiosa è che coi libri nemmeno le tre studentesse, ora nonne, hanno più voluto avere a che fare. Posso capirle. Anche io, dopo avere trascorso cinque mesi, durante il corso allievi ufficiali, a svegliarmi alla cinque e correre per dieci chilometro ogni santa mattina, ho cancellato il 5 dalla mia sveglia e provo vertigini e nausea ogni volta che mi cascano gli occhi su un paio di scarpe da ginnastica. Le mie zie, sui libri, ci hanno urlato per anni. Mi meraviglio che non abbiano organizzato addirittura dei falò.
La cosa positiva è che ci vedono tuttora benissimo. Solo un po’ di presbiopia, ma si sa: l’età.
Visti i trascorsi, venivo investito da sguardi riprovazione, quando non espliciti rimproveri, ogni volta che, da bambino, mia madre mi sorprendeva con un fumetto in mano. Più tardi si passò alla riprovazione per la lettura di romanzi. Un po’ meno, perché esteriormente simili ai libri di scuola, ma comunque oggetti misteriosi, degni di diffidenza.
Da bambino, ingenuo, leggevo alla luce del sole, in soggiorno. Leggevo, come dicevo, fumetti, e mia madre mi rimproverava ogni volta che passava. C’era sempre qualcosa da fare, chessò, spolverare, spazzare per terra, rimettere a posto la cameretta, i giocattoli e via discorrendo. Ma io tenevo duro, fino a che il fumetto veniva sequestrato e mi toccava spolverare, spazzare, eccetera.
A scuola era proibito leggere. Se ti beccavano con un fumetto nella cartella c’era il rischio di passare da intellettuale, e nessuno vuole passare da intellettuale in una qualsiasi classe tra la terza elementare e la quinta superiore. Facevano eccezione i fumetti porno. Andava di moda Lando, il Tromba, Corna Vissute e altre pubblicazioni consimili, che qualche compagnetto riusciva a procurarsi rubandole dalla collezione dei fratelli maggiori. Questi fumetti erano tenuti in grande considerazione. Possederne poteva anche fruttare un invito per giocare a pallone. Io purtroppo, arrivai a possederne solo uno (c’era una tizia, brunetta e formosa, che perdeva la gonna in qualsiasi occasione, si chiamava Gey Carioca, mi pare). Mi tennero in considerazione per il tempo necessario a passare il fumetto a tutti i compagni di classe. Mi invitarono a giocare solo una volta. Letto il fumetto non mi invitarono più. Quindi, se oggi non sono granché a calcio la colpa non è mia, ma dei fumetti porno che non ho posseduto.
Libri. Giusto, il titolo è Come si leggono i libri.
Mio padre amava molto gli americani: Steinbeck, Hemingway, Caldwell. Aveva una collezione dei romanzi di Chiara, leggeva Vittorini e Pavese. Eppure, quando si trattò di leggere libri, mi buttai sulla fantascienza. Leggevo Urania. Era uscito da poco Guerre Stellari, la cosa è comprensibile. Le storie che amavo di più contenevano almeno una battaglia spaziale e una principessa da salvare.
Mi sedevo su una sediolina pieghevole di fronte alla portafinestra del balcone, poggiavo l’Urania sulle cosce unite e, mentre leggevo, mangiavo un gran panino con la salsiccia. Gli Urania che mi hanno fatto compagnia in quel periodo sono ancora riconoscibili per le ditate unte agli angoli delle pagine.
La passione per la FS durò sino ai diciotto anni circa. Conobbi un gruppo di ragazzi di liceo (io ho frequentato un istituto tecnico) che mi facevano sentire un ignorante. Voglio dire: fino a Pirandello e Verga ci arrivavo, ma appena attaccavano a parlare di Svevo mi veniva voglia di sprofondare. C’era, poi, una che mi piaceva che ogni volta mi parlava di Svevo. E Svevo di qua, e Svevo di là, insomma, non riuscivo a intavolare un dialogo proficuo. Entrai in ritiro spirituale e in due settimane mi lessi tutto ciò che di Svevo ero riuscito a procurarmi. Lo trovai noiosissimo ma abbiate pazienza: a paragone con le mirabolanti avventure di Han Solo guerriero stellare e Gli uomini nei muri, le vicende di Corsini Zeno erano un tantinello ingessate.
Vabbé.
Incrociai finalmente la tizia a una festa d’amici, un sabato sera. Era fatta di birra, profumava come una distilleria. Riuscii a incastrarla su un divanetto a due posti e cominciai a parlarle di Svevo.
Non ci ho mai saputo fare molto con le donne, io.
Insomma, viene fuori che questa, di Svevo, non aveva voglia di parlare. Attacca invece a dirmi di uno che l’aveva portata lì, quella sera, se l’avevo visto, ecco, quello, bastardo, ma che fa?
Il tizio, che conoscevo di vista, ballava assai stretto con un ricciolina con le gambe secche. Ed era secca tutta, forse tanto che non si reggeva in piedi, e così il cavaliere faceva di tutto per reggerla. Un po’ troppo stretta, se vogliamo, ma la reggeva bene e quella non cascava pure se era troppo secca.
La tizia di Svevo m’è scoppiata a piangere sulla spalla, ecchebbastardo, eccheccarogna. S’è fatta accompagnare fuori, e io pensavo che con tutta la fatica che avevo fatto a leggermi Svevo, almeno un bacetto poteva darmelo. Appena fuori mi s’è appesa al collo, diceva che ero l’unico ragazzo gentile che conosceva. Io pensavo: ochei, ci siamo, e mi ripassavo le fasi del bacio con la lingua, perché non ero tanto pratico.
Invece la tizia si mette a vomitare. Vomitava e piangeva e insultava il tizio tra un conato e l’altro. Tutto insieme. Quando ha smesso di vomitare ha cercato di nuovo di abbracciarmi, ma la voglia di baciarla m’era passata. Per ovvi motivi. Così l’ho riaccompagnata dentro e l’ho mollata là. L’ho vista, più tardi, baciarsi col tizio della ragazza secca. Bacio con lingua. Molto profondo. Mi sono chiesto a lungo se la tizia avesse per caso spazzolino e dentifricio nella borsa o se lui fosse privo di papille gustative. Comunque si impegnavano molto.
Ho imparato molto da quell’esperienza. Primo: è da cretini leggere romanzi per acchiappare una ragazza. È sufficiente ballare con un’altra ragazza, molto stretti possibilmente. Secondo: la svogliata lettura di Svevo mi ha segnato più di quella febbrile degli Urania. Terzo: mai fidarsi della gente che legge romanzi. È gente di cui diffidare, priva di buon senso, slegata dalla realtà. Se non lo fosse non starebbe lì a entusiasmarsi per storie che non sono mai accadute realmente, o almeno non si sono svolte così come è raccontato. Anche quando ti parlano, o scrivono una cosa, non sai mai se quello che senti o leggi sia vero, oppure sia vera una frase sì e l’altra no. Tendono a descrivere ogni cosa come un romanzo, anche le banalità della loro vita. Prendete me, per dire. Certe volte diffido di me stesso.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:35 | Comments (14)
09.01.07
Come si leggono i libri: Mica facile aggiungere qualcosa
Mica facile aggiungere qualcosa dopo tutti questi interventi.
Chi dice che legge con i 140 watt, chi cambia posizione ogni mezzora, chi lo fa in treno, chi in autobus, chi in cameretta, chi su un trespolo, chi sulla tazza, prima, dopo o durante i pasti.
Mi viene in mente quella situazione del liceo, quando il prof di greco, dopo aver letto un frammento di Menandro, alzava la testa a domandare:
- Allora?, cosa ne pensate? -.
Lui era allungato sul davanzale interno del finestrone, la schiena appoggiata al rientro del muro, le gambe distese sulla lastra di marmo, gli scarponazzi da montanaro che si muovevano in sintonia con il ritmo del ditirambo.
- Allora?, che ne pensate? -, ripeteva fissandoci dietro le lenti spesse con uno sguardo che intendeva: avanti, parlate, deficienti che non siete altro.
Poi con un balzo atterrava sulle piastrelle scricchiolanti, si avvicinava al primo della fila e diceva: - Tu, parla -.
E tu? E tu? E tu? Così, fino all’ultimo della seconda fila, cioè il sottoscritto.
Sottoscritto che non sapeva cosa aggiungere, dopo che gli altri quindici avevano già balbettato sull’intimismo del testo, la pregevolezza della metrica, la scoperta dell’anima seicento anni prima di Virgilio, gli incunaboli della cultura classica, gli elegiaci e i giambici.
E tu? Incombeva il prof sopra di me, le mani giunte dietro la schiena. Io mi appiattivo sul banco, pensare che già di mio ero bello piatto, a sedici anni somigliavo a quei tranci secchi di stocafisso che si vendono al mercato del pesce. E mi ricordavo solo dell’attacco: - Pone kai mezuske, Melanippe – (Bevi e ubriacati, Melanippo), null’altro.
Così sproloquiavo delle allegre bevute del sabato sera e del calore dell’amicizia dietro una pinta di Guinness, magari ripetendo quanto avevo letto nel pieghevole pubblicitario di un certo pub. Quattro meno e rimandato a settembre.
Però a quel prof devo qualcosa. Per esempio aver imparato a leggere, o almeno aver capito (forse) cosa significa leggere.
Prima i libri li succhiavo, come piantare una cannuccia perforando la copertina e tirare su d’un fiato. All’inizio erano bevande frizzanti come Salgari, tutto Salgari, Verne, Stevenson e gli altri un tempo bollati quali autori per ragazzi. Seguirono succhi più ribollenti come Hemingway, o sanguinolenti come Poe, ombelichisti come Hesse, e liquidi più amarognoli come Pavese e Deledda, e pure liquami indigeribili che intasavano la cannuccia, come Cassola (ma perché al ginnasio era obbligatorio leggere Il taglio del bosco?).
Comunque aspiravo d’un colpo, facevo un bel rutto mentale ed ero pronto per la ciucciata successiva.
Finché quel prof non ha insegnato a soffermarci sul retrogusto di un testo, se si vuol restare all’analogia con la bevanda, magari con un vino d’annata, meditare su cosa ci ricorda, su quali sapori e profumi può trascinare, sul grado di acidità, sulla struttura.
Ma, prima di tutto, mi piace vedere nella lettura un “otium", un’attività fine a se stessa, anche un piacere da cogliere nei luoghi dove non si dovrebbe. Come nascondere un libro nel cassetto della scrivania del lavoro, e tirarlo fuori quando sei saturo di istogrammi isterici e tabelline frigide.
Oltre la finestra del mio ufficio c’è un capannone con una vetrata quadrettata, sulle lastre colate come di piscio. Sopra il tetto, un camino metallico sbuffa i borbottii della fabbrica. Con questo panorama alle spalle, è obbligatorio estrarre dal cassetto La vita agra, Pausa caffè o L’uomo di marketing e la variante limone, a seconda dell’umore. In certi contesti la lettura di un libro può essere un piccolo gesto di rivolta. Leggere sul posto di lavoro, specie in aziende private, è assai peccaminoso. In tali luoghi più si sale di livello e più la cultura, o perlomeno l’amore per la lettura, si dissolve. Non è polemica, è constatazione.
Il modello di Olivetti o di Falck sembra lontano mille secoli. Tutti i manager che ho conosciuto non solo non sono in grado di scrivere due righe due di una qualsiasi lettera o comunicazione, ma sospetto che, fuori dal lavoro, non leggano altro che la bolletta dell’Enel.
Ciò che mi ha colpito, a proposito di come leggono gli altri, è che si tratta quasi sempre di un’attività solitaria, a parte i divertenti “approcciatori" di Manuela Perrone. Solitamente la lettura è un’abitudine da tana isolata, da cantuccio dove escludere il resto del mondo.
Del resto, il lettore raffigurato nel quadrettino è bello chiuso su se stesso, una mano sulla fronte come a significare non voglio vedere altro che la pagina. E le spalle raccolte in una concentrazione così poderosa che potrebbe tramutarsi in… sonno.
Perché privarsi del piacere di ascoltare un altro che ci legge un libro? Perché, ogni tanto, non farcelo narrare da un’altra persona?
Nel mio caso è un vizio acquisito un paio d’anni fa.
Metti che un’estate finisci in un’isoletta dell’Oceano Indiano (sì, lo so che farebbe più fico dire in un villaggio equo e solidale del Paraguay, ma non è così).
Metti che, in un interminabile pomeriggio da laguna moscia, mentre ti poni la domanda standard del turista italiota all’estero ma perché siamo finiti qui?, e con tutti i posti belli che ci sono in Italia, vicino a te senti un multigriffa esclamare uela, figa, perché qua non apriamo un bel ciringuito?
Allora, in quel momento, l’unica risorsa che ti rimane è supplicare la tua compagna di dire qualcosa, qualunque cosa.
Lei ha preso a leggere ad alta voce questo pezzo: “I miei nonni facevano l’amore in modo piacevolmente monotono. Ogni sera Desdemona si spogliava rimanendo con il corsetto, e Lefty armeggiava con asole e ganci in cerca della combinazione segreta per aprirlo. Il corsetto era l’unico afrodisiaco di cui avevano bisogno, e per mio nonno rimase l’emblema erotico per eccellenza. Il corsetto rendeva Desdemona ogni volta nuova. La trasformava in una creatura irraggiungibile con una corazza e, dentro, una parte morbida che lui doveva andare a scovare. Quando le chiusure scattavano, la corazza si apriva; Lefty saliva su di lei (sbucciandosi le ginocchia) e non avevano nemmeno bisogno di muoversi, ci pensavano le onde."
Amore, è bellissimo, continua, ho detto voltandomi sulla pancia.
Le altre cinquecento pagine di Middlesex sono volate in dieci giorni.
Il corsetto di Desdemona mi porta alla mente una delle considerazioni di Bart che più mi è piaciuta, quando scrive che leggendo dobbiamo liberarci della nostra corazza, per lasciarci possedere dal libro. Giusto. Però, a mio parere, vale anche il contrario. Anche il libro dev’essere disponibile ad aprire la sua corazza, a svelarsi per quel che realmente è. E a farsi possedere da me.
Non parlo qui di comprensione del testo, ma di sincerità del testo. Nel senso che chiedo al libro di rivelare il suo vero volto, di non abbagliarmi con i riflessi di altri libri, di non rispecchiare le mode o le tendenze del momento, di rispondere alla mia domanda primaria: dimmi, hai qualcosa di genuino, di tuo, da comunicarmi?
Quando percepisco che il libro non vuole o non può rispondere a questa domanda, lo chiudo e gli riservo il più triste dei destini. La seconda fila.
Ebbene sì, la mia libreria non ce la fa più. Ho iniziato a disporre i libri, sui ripiani, in due file. Una davanti e una dietro. E nella fila dietro finiscono quei libri di cui sopra. Il problema è che spesso mi pento. Alle spalle di un prima fila vedo spuntare uno spigolo di un certo autore e mi domando: possibile? Proprio lui relegato in fondo? E alle spalle di quell’altro? No, no, invertiamo, invertiamo.
Insomma, è uno stravolgimento continuo. Aiutatemi, se potete. Accetto anche un usato tenuto bene.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:11 | Comments (3)
03.01.07
Come si leggono i libri riapre i termini fino al 14 gennaio
Avendo ricevuto stamani un contributo tardivo, desidero dare anche ad altri l'opportunità di inviare il proprio materiale. Fatelo in fretta e comunque non oltre domenica 14 gennaio.bdm
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:57
22.12.06
Come si leggono i libri: “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core/e destaste la mente che dormia"
[Poichè l'inconveniente che ha colpito vibrisse non sarà risolto prima del 10 gennaio, pubblicherò ugualmente, per non caricarmi di fastidioso arretrato, gli articoli programmati, pregando i lettori di astenersi dal commentare. Mi scuso con gli autori, ai quali prometto, una volta risolti i problemi, di richiamare con un link per ciascuno gli articoli da me pubblicati durante questo periodo particolare.bdm]
[Dopo questa pubblicazione, ci sarà una interruzione e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. CON L'OCCASIONE AUGURO A TUTTI BUONE FESTE. bdm]
Il mio angolo, la lampada, il libro. Disteso in perfetta immobilità, il corpo raccoglie la leggera brezza, inavvertita in posizione eretta. La radio rimane sullo sfondo, in attesa che qualcosa desti un picco d’attenzione e la riporti in primo piano. Presto la musica diventa d’intralcio alla lettura. Parole e note si contendono l’attenzione. Le parole, come la musica, vanno prese goccia a goccia, nota per nota.
Tutta la stanza, le pareti, i mobili sono raccolti e concentrano il loro essere nel favorire la mia lettura.
Da certi libri mi sento scoperto. Il libro parla – a me; sa – di me – cose ch’io ignoro. Avverto come un ronzio: la mia voce e un’altra.
La scrittura cronachistica mi annoia. Ugualmente rifuggo il gusto gratuito per le situazioni estreme, la fisiologia, la patologia, la dittatura dell’azione, l’iperfetazione dell’intreccio.
Come l’arte, non cerco la lettura, la lascio accadere. E’ come respirare, mangiare, bere, dormire, defecare, orinare: così è per me leggere.
Mangiare ha i suoi orari, defecare i suoi luoghi, ma di respirare non smettiamo mai. Ugualmente io di leggere. Non perché legga in continuazione, ma perché la lettura agisce in continuazione. Il contenuto di ciò che leggo si integra con la vita quotidiana e diventa un elemento del vivere: aria, nutrimento, anima.
Anche se a volte i libri restano chiusi; l’immaginazione, inerte.
Leggo sul divano, a letto, in coda al supermercato e alla posta, sul tram e in treno. E soffro l’astinenza come un digiuno forzato.
Poi mi ricordo di Sbarbaro: “Non avverto nessuna parentela con chi in treno, invece d’aver l’occhio al paesaggio, non importa se visto le mille volte, lo tiene su un libro, sia pure la Commedia". Ho grande stima di Sbarbaro, allora chiudo il libro – e guardo: il mondo, le persone. Alberi, erbe, qualche cosa.
Arpino diceva che scriveva in piedi. Bello. Bello anche leggere in piedi. Anche i libri, come i pensieri, hanno bisogno d’aria.
Alcuni libri li leggo così: sfoglio e leggo qualche frase. Ad esempio:
"Seppellisciti nella terra dell'oscurità. Quello che nasce da ciò che non è stato sepolto è immaturo".
O anche:
"Il tuo rinviare le opere al momento del vuoto è una follia dell'anima".
Oppure:
“Come ridere? Come abbandonarsi alla gioia se il mondo è in fiamme? Perché sei avvolto nel buio
non dovresti cercare la luce?".
E penso.
Spesso sono sempre le stesse frasi che mi colpiscono, allora le rileggo. Lo stesso con alcuni libri. Io cresco con loro, loro crescono con me.
Alcuni libri li guardo, quelli d’arte, le riproduzioni delle opere dei pittori più amati.
Altri, quelli di poesia, li leggo ad alta voce, o mormorando.
* * *
Ho imparato a leggere su un tavolo di cucina. Attorno c’erano i gesti sbilenchi, le parole sbagliate, le risposte arcane, la penuria dei pasti, le scarpe strette, i cappotti sui letti, i bicchieri rotti, i calcoli fino all’ultima lira. Però nel libro tutto era bello e a posto. Allora tutto si eclissava, mi eclissavo io stesso, il corpo svaniva. Dentro di me, qualcuno parlava. Stavo con tutti i pori all’erta. Poi il corpo ritornava: le guance ardevano, gli occhi prudevano, la schiena invocava una nuova posizione. Le mani sfogliavano: partiva una nuova avventura.
Ho letto per la prima volta l’Odissea sul terrazzo di casa. Il mare, in lontananza. Il mare visto e il mare raccontato. Le bianche lenzuola, il vento le gonfiava come vele. Si parte. In viaggio, nell’azzurro, nel mare di Ulisse.
Il mio amico Orazio riuscì a suscitare in me un altro interesse: la filosofia.
“Il poeta ama la lettura dei poeti, ma si nutre della lettura dei filosofi" diceva.
Allora le letture dei filosofi presero slancio. Esploravamo la storia della filosofia in un vecchio manuale e poi ci rifornivano di testi alla biblioteca pubblica o in quella del padre di Orazio. Ci addentravamo in ragionamenti che ci portavano a conclusioni insospettate, che ci avvedevamo corrispondere al punto di partenza: allora ci luccicavano gli occhi e coglievamo nel circolo che si chiudeva un segno della nostra intesa. Dall’oscurità traevamo parole che costruivano strade d’incanto e di presunzione; su di esse edificavamo sistemi che tentavano l’assoluto, che il giorno dopo abbattevamo. Così ci pareva di perfezionare il mondo, se non di ricrearlo.
Poi ritornavamo sempre, come al primo amore, alla poesia.
Ogni giorno, nell’ora stabilita per le mie uscite, appena varcata la soglia di casa di Orazio, per me il mondo si faceva meno opprimente, la solitudine svaniva, noia e malinconia perdevano ogni connotazione negativa, anzi esaltavano progetti: di opere e azioni, fughe e rivoluzioni.
Ricordo la Germania dell’emigrazione, la monotonia dei pasti consumati in silenzio, l’eternità dei faccia a faccia che contano i bocconi. Non mi restava che guardare fuori. Dai vetri orlati di vapore, sempre lo stesso tratto di città.
La libertà era un libro aperto.
Ricordo quelle sere d’estate in cui il mondo è in attesa di qualcosa che non arriva e s’invoca la cessazione di tutto. Mi affacciavo alla finestra e guardavo. Tante luci accese, tante ferite nel buio. Era come essere in un sommergibile o in una tenda a ossigeno. Né vivi né morti, sospesi fra due regni, come gli eroi greci morti senza sepoltura.
Come dice Paula Fox, la libertà era una biblioteca pubblica.
Ripenso a tanti libri letti di corsa, pensando: “Ci sarà una seconda volta". Eppure, quando?
Nei primi tempi a Milano. Certe volte mangiavo pane, camminando; furtivo, per non parere affamato. Finito, ne compravo altro. Le panetterie mi erano diventate familiari. Mi inseguivano ricordi letterari: Fame di Hamsun, Il pane dei miei verdi anni di Boell.
Leggevo al buio, sul tram, per strada. Leggevo male, perdevo il segno, ricominciavo daccapo. Famelico.
* * *
Leggo da quando avevo cinque anni, ma ci sono tantissime cose che non ho letto e tante cose che ho dimenticato. A volte mi sembra che dovrei ricominciare a leggere tutto daccapo.
Come ricominciare la storia del mondo, a partire proprio da Assiri e Babilonesi.
Una cosa mi preoccupa: la vista. Prima non arrivava molto lontano, adesso non parte da molto vicino. Fatico a trovare la giusta misura. Mi lavo in continuazione gli occhi, come se la pulizia, o il fresco dell’acqua, dovessero schiarirli. Sarò compensato con una vista a lunghissima distanza, come gli eretici?
Mi vedo leggere a un tavolo, mentre cade la pioggia. L’imposta del balcone è aperta. Posso guardare fuori: un pezzo di cielo e la casa di fronte. Leggo leggo e quando mi fermo avverto brividi di freddo. Mi aggiusto sulla sedia e muovendomi faccio traballare il tavolo. Godo di questa posizione abituale e mi compiaccio di prolungarla. Il letto è sfatto, ma non in disordine, si affonda quanto basta per indicare il mio passaggio. Davanti a me stanno pile di libri. Leggo leggo e di frase in frase aspetto una rivelazione.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:04 | Comments (9)
19.12.06
Come si leggono i libri: Come si leggono i libri? In divieto di sosta ovviamente
[Poichè l'inconveniente che ha colpito vibrisse non sarà risolto prima del 10 gennaio, pubblicherò ugualmente, per non caricarmi di fastidioso arretrato, gli articoli programmati, pregando i lettori di astenersi dal commentare. Mi scuso con gli autori, ai quali prometto, una volta risolti i problemi, di richiamare con un link per ciascuno gli articoli da me pubblicati durante questo periodo particolare. bdm]
[Dopo la pubblicazione del 22 dicembre, ci sarà una interruzione e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. bdm]
Leggere. Leggere. Ancora leggere. Imparai a leggere prima ancora di iniziare la scuola elementare; non chiedetemi come, successe e basta. Libera, la maestra della prima elementare, ne fu stupita. Che sapessi leggere intendo. Il mio stupore invece, non è più passato e da allora ho divorato quintalate di libri di ogni genere.
Divorati, ma con molto, moltissimo rispetto. Non ho mai sopportato i libri scarabocchiati, segnati, sottolineati, orecchiati, spiegazzati, stufati, aromatizzati, etc… etc…
Il libro è un oggetto sacro e non ho mai capito come sia possibile maltrattarlo e seviziarlo. Beh, ognuno è libero di fare quel che vuole, ovviamente, ma ciò non toglie che alcune delle mie peggiori incazzature nacquero da casi di maltrattamenti ripetuti a libri che avevo prestato. Fossero anche i libri di scuola.
Ricordo, al liceo, una lite furibonda con un professore che, dopo essersi fatto prestare il MIO libro per leggere e commentare un passaggio, aveva osato sottolinearlo. Lo presi a male parole, gli strappai il libro dalle mani fiondandomi sulla cattedra e, come al solito, mi ritrovai dal Preside. Incomprensibile: quel pirla del professore aveva maltrattato il MIO libro e il Preside faceva la paternale a me. A me capite? A me che avevo difeso quel povero libro.
Un’altra accesa discussione seguì la restituzione di Dialoghi con Leucò, di Pavese. L’incauto, al quale prestai il libro, ne aveva strappate alcune pagine nel tentativo di tenerle distese sotto il peso di una delle peggiori torture che possano toccare a qualunque libro: la fotocopiatrice!
Anche in questo caso l’arrabbiato avrei dovuto essere io, era MIO il libro torturato, e invece no: mi toccò anche quella volta la parte dello stronzo e non mi rimase altra via, per difendere l’onore perduto, che rifilargli due sani cazzotti. Insomma, ci stavano.
Inutile dire che non mi chiese mai più libri in prestito…
Non preoccupatevi troppo però. Accantonai rapidamente l’animo del gentile che presta libri, il motivo mi pare lapalissiano, e ripresi a leggere, come sempre, e a qualunque ora.
Leggere immergendomi completamente e navigando assieme alle parole. Ricordo un giorno, avevo circa una decina d’anni, e leggevo le “Tigri della Malesia" di Salgari in macchina accompagnando mia Madre. Guidava una vecchia FIAT 1100 bianca. Giunti a Brescia lei, la Madre, scese per i suoi giri raccomandandomi, nel caso in cui fosse arrivato il Vigile, di dirgli che sarebbe tornata subito.
Il seguito già lo immaginate. Il Vigile arrivò, gironzolò intorno alla macchina, mi osservò mentre leggevo, estrasse il blocchetto delle multe, scrisse. Stava infilando la multa sotto il tergicristallo quando comparve mia Madre.
Che dire, lei pagò la multa, io mi giocai la paghetta settimanale per non ricordo quanti mesi.
Anche ora, superati abbondantemente i quaranta, continua a succedere. No, non quello che state pensando, ma cosa avete capito? Non è che la mia passione sia quella di prendere multe dai Vigili mentre leggo in macchina in divieto di sosta; ci mancherebbe, multe riesco a prenderne anche senza leggere in macchina. Dicevo, continua a succedere, quando mi trovo di fronte un libro ben scritto e inizio a leggere, che il mondo intorno scompaia.
Puffffffffffffffff.
Una nuvoletta di polvere e rimaniamo io, il libro e quegli strani segni neri. Mi capita con i libri di Brodskij, con alcuni del Chuck, con Flaiano, con Prevert, con Pavese, con Berto, anche con Busi, non sempre però, e con tanti altri che sarebbero troppi da citare. Però…
Però mi capita sempre meno frequentemente. Cosa? Dai che l’avete capito; non fate finta per non pagare dazio. Va bene, lo dico: mi capita sempre meno frequentemente di incocciare qualche libro da multa in divieto di sosta. L’ultimo è stato Parenti Lontani di Gaetano Cappelli, lo conoscete? Se no, ve lo consiglio. Insomma, torno alla chiosa finale e al mio dubbio: ho disimparato io a leggere da divieto di sosta, oppure c’è in giro meno gente che sa scrivere, da divieto di sosta?
Come sempre Buona giornata. Trespolo.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 11:03 | Comments (1)
18.12.06
Come si leggono i libri: Succede
[Poichè l'inconveniente che ha colpito vibrisse non sarà risolto prima del 10 gennaio, pubblicherò ugualmente, per non caricarmi di fastidioso arretrato, gli articoli programmati, pregando i lettori di astenersi dal commentare. Mi scuso con gli autori, ai quali prometto, una volta risolti i problemi, di richiamare con un link per ciascuno gli articoli da me pubblicati durante questo periodo particolare. bdm]
[Dopo la pubblicazione del 22 dicembre, ci sarà una interruzione e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile.bdm]
Succede. Succede, a volte, più o meno per caso (se poi accade mai qualcosa per caso) che uno prenda un libro, o se lo ritrovi più semplicemente in mano senza quasi sapere perché; magari preso da uno scaffale in una libreria per sbaglio, o forse datogli da qualcuno che poi è andato via dicendo: “Tornerò!", e forse tornerà ma quando, chi sa. Ha anche detto di tenerlo bene perché è molto importante ed è vero è sincero è un segreto o forse non è niente di tutto ciò, o... comunque, succede.
Sì, insomma, ecco, uno ha un libro davanti e lo ha proprio lì, sotto gli occhi, tra le mani, e non può fare a meno di guardarlo. Così prima guarda la costola e c'è scritto il titolo l'autore casa editrice, poi lo volta dalla parte della copertina e le scritte sono quelle già viste, ma c'è anche un'immagine: una foto, un fiore strano, un dipinto di un famoso pittore o di qualcuno che lo conoscono in pochi, una strada una semplice e dritta strada che scompare nel tramonto tra campi di grano, un volto ch'è un volto che ti fa sognare, o magari c'è solo scritto il titolo l'autore casa editrice. Poi lo rigira, e vede che in basso c'è il prezzo: “non è neanche tanto, certo è un bel mattone e chissà quanto tempo per leggerlo tutto". In alto c'è anche un sunto della trama, o recensioni riportate da giornali e/o critici che si presumono essere importanti e autorevoli e tutto. Cose così, insomma.
E uno si chiede perché se a tutte le cose si danno nomi ai libri si danno titoli: se gli autori li considerano come figli perché non li chiamano come tali? E perché allora stampargli il nome del padre o della madre in fronte? Bello sì, se tutti noi andassimo in giro con un tatuaggio fronte-retro, a vista, con i nomi dei nostri genitori e magari le loro foto. O forse i libri sono solo la parte migliore (proprio sicuri?) degli autori concentrati in quelle pagine righe parole.
Comunque, dicevo, succede. Succede, no? Sì, insomma, che uno abbia questo titolo/nome/figlio/a tra le mani, e lo osservi e rigiri senza saperne bene cosa fare. Magari è in una stanza di casa sua, forse l'unica stanza di casa sua o forse no; e può darsi che non sia neppure in casa sua ma in una stanza con un letto un cassettone un armadio uno specchio uno stereo spento, o forse in una stanza con un letto un cassettone un armadio uno specchio uno stereo acceso con una musica dolcissima e bellissima che sfiora gli oggetti intorno e sfiora anche lui con il libro in mano.
Ma no! Non è una stanza! È una cella con le sbarre che dividono in piccoli quadretti le cose dall'altra parte: anche il cielo le nuvole la luce del sole. Allora bisogna andarci vicino, alle sbarre, e mettere gli occhi, tra le sbarre, per vedere l'infinito tutto insieme o immaginare e essere liberamente accecati dalla luminosità del fuori.
Potrebbe però non essere una stanza né una cella, ma un vagone di un treno: perché i treni li hanno inventati per combattere l'analfabetismo e per vendere i libri che sennò gli scrittori morivano tutti di fame poveri e soli o poveri e con qualcuno; anche gli editori morivano o forse loro no ché tanto c'era da stampare, che so, i libri religiosi e quelli che regalano le banche ai dipendenti, e quelli di politica o di politici, magari qualcos’altro. Così i millepiedi d’acciaio all'inizio andavano piano e si leggeva tanto e ora vanno forte e si legge meno. Difatti si vogliono ancora più veloci, e la tartaruga della canzone ci guarda con la sua esperienza. Ma ecco, forse il treno è fermo in una stazione e un sacco di vite si incrociano, solo per un istante, proprio lì proprio adesso e mai più dopo mai più prima; ma il treno è già partito: si distingue ancora il paesaggio di là dal finestrino, poi solo forme che fuggono davanti agli occhi.
E se non fosse una stanza, non una cella, non un vagone, bensì un prato grande che sembra quasi perdersi nel suo stesso verde primaverile? Forse c'è il sole che riscalda, o la nuvola che innaffia, e l'aria è fresca come la vita di un bimbo appena venuto al mondo, il vento scompiglia i capelli, rende leggeri i pensieri (se alzi lo sguardo puoi vederli fluttuare sopra di noi) e porta con sé odori lontani e... comunque, succede.
Succede, no? Sì, insomma, che uno abbia questo libro/titolo/nome/figlio/a in mano, sappia chi l'ha scritto, il titolo, chi l'ha stampato e pure chi l'ha letto o ha scritto di averlo letto. Sa tutte queste cose e decide di aprirlo. Perché? Mmmm, curiosità, probabilmente: titolo intrigante… autore sconosciuto… Ha già iniziato a fantasticare su quelle tot pagine e sul loro contenuto ignoto e stimolante, immaginato di essere in un altrove da quella stanza cella vagone prato in compagnia dei suoi sogni sempre dimenticati al mattino. Spera di trovare conferma alle sue illusioni, ai suoi pensieri, sogni piccoli minuscoli, spera di sorprendersi per emozioni mai provate nella realtà, per situazioni mai vissute, per vite solo desiderate mai pensate neppure lontanamente come possibili e proprie. Spera, anche, di sorprendersi nel continuare a sperare. Spera, inoltre, nella consapevolezza di una speranza.
Così decide di aprire 'sto benedetto o maledetto libro, in questo preciso e peculiare istante. Peculiare! Che bella parola! Sì, ogni tanto un colpo di classe mi viene. Succede. Come il gol di tacco di Mancio su calcio d'angolo battuto da Mihajlovic in una partita del girone d'andata (non mi ricordo l’anno, cavolo!), poi replicato da Maniero nella giornata successiva, mi sembra. Ecco, succede: il libro è aperto. Se te lo metti davanti agli occhi, sembra un uccello che vola dei tuoi disegni da bambino, quelli con la casina e l'albero accanto, il fiume col ponte, le montagne, il sole che vi finisce dentro, il bambino che gioca.
Ehi! Ehi sono qui! Ma dove guardi? Pensavi che avrei lasciato questa storia in sospeso? Succede, sì, è vero. Succede anche questo: che uno non sempre finisca ciò che ha iniziato. Secondo me invece si arriva sempre ad una fine, solo che spesso non è come uno se la immagina; non è detto che le risposte avute siano come ce le aspettavamo, così a volte non le consideriamo. Si arriva ad una fine e non ce ne accorgiamo. Ed a volte sono altri a decidere dove quando come perché mettere la parola
FINE
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:58 | Comments (0)
12.12.06
Come si leggono i libri: Il libro e la ruota della memoria
[Dopo la pubblicazione del 22 dicembre, ci sarà una interruzione e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. bdm]
Non posso dire d’aspettarlo tutto il giorno solo perché darei l’impressione di vivere una vita monotona - in effetti. Ma quando finalmente arriva, be’ allora tiro un sospiro. Allora le stanze della casa si vuotano, le luci una a una si spengono, i rumori spariscono e, in tutto quel silenzio, io se come adesso fa già freddo mi rincantuccio sotto le coperte, o d’estate mi spaparanzo nudo sulle lenzuola di lino irlandese ereditate da una prozia che, fattasi suora brigidina, non ha mai usato il suo corredo, e da lì provo a sporgermi oltre la “soglia magica" di cui parla Bart: inizio a leggermi un libro insomma.
È l’unico momento del giorno in cui non ascolto musica - ho una specie di fobia per il silenzio. Tengo sempre una matita sul comodino. Un comodino cinese antico con intagliati, nel legno di ciliegio porporino, dei pipistrelli e insieme a quegli equivoci signori della notte inizio a volare inseguendo i sogni i desideri le fantasie i pensieri degli scrittori.
Che dispiego di fantasia, mi dico. Che meraviglia di stile, considero. Che ti va a creare l’intelligenza umana, penso ammirato mentre con la matitina metto un puntino lieve qui e un asterisco lì, solo in casi davvero speciali un punto esclamativo. Poi vado al penultimo foglio bianco e ci riporto il mio indice personale con il numero della pagina che contiene quella frase memorabile, la perla rara, l’immagine preziosa, il gioiello sfavillante - una volta quando avevo una buona memoria certe volte qualche piccolo furtarello l’ho anche fatto. Ma anche ci segno sopra le stronzate che pesco: ci sono libri che vanno letti solo per quelle. Anzi già trovarne è qualcosa perché poi, in una buona parte di essi, non trovi nemmeno quelle. Sono semplicemente vuoti.
A volte mentre leggo mi viene in mente un’idea per il romanzo a cui sto lavorando - e può anche non aver nulla a che fare con quello che ho davanti. Allora la scrivo sul libro che sto leggendo in quel momento. Così ogni tanto mi capita di tirar giù dalla libreria un romanzo che ho letto qualche tempo prima e di scoprirci dentro dei pezzi di libri miei. Non dico che la cosa mi commuova ma sì, è strano.
Su un romanzo, non particolarmente memorabile, ho letto questa cosa curiosa e cioè che la madre delle muse è la memoria. In effetti le muse - che va ricordato erano nove - sono figlie di Zeus e Mnemòsine - ricordarsi l’accento, prego - che è la dea appunto della memoria. E questo per uno al quale ogni tanto è capitato d’intrattenersi con qualcuna delle nove muse - le mie predilette: Talia (commedia) e Erato (poesia amorosa) e Euterpe (lirica) e Melpomene (tragedia); tutte insieme e ben mescolate s’intende: che gran trombate che mi sono sono fatto! - la faccenda, dicevo, che la madre di queste signorine un po’ snob e lunatiche ma tutto sommato munificamente puttane, sia la memoria significherà pure qualcosa.
Tutto quello che fai o hai visto fare, che vivi e che pensi è lì come una specie di deposito che si ingrossa al quale attingere per scrivere. E alla fine, tra dozzine di quadernetti che si riempiono giorno dopo giorno di appunti, nastri registrati, file e sotto-file non hai tregua. Sei schiacciato da questa ruota che continua a girare perfino quando leggi. Voglio dire: uno che scrive a sua volta libri, li legge ovviamente in una maniera diversa da chi non ne scrive - a prescindere dalla posizione. E bene o male i libri che ha letto poi finiscono nei libri che ha scritto. Come si dice: dai libri nascono i libri.
Ma adesso per una serie di motivi che ho quasi dimenticato non ho più così tanta memoria e di furti - quelli che se ti scoprono si chiamano “citazioni" - ne faccio sempre meno. Le belle frasi continuo comunque ad appuntarle sui miei indici personali anche se poi non solo non mi ricordo in quale libro stanno ma anche proprio di averle lette. E sentite un po’: ora leggendo le frasi bellissime di certi libri, le vedo alzarsi leggere come bolle dai fogli e scomparire lontano per sempre e mi sento più libero e felice.
Di più aspetto quell’ora tarda quando le parole stampate diventano una specie di marea ondeggiante e mi sembra quasi di entrare nella trama d’inchiostro di ogni singola lettera ed è come avessi la febbre ma senza il mal di testa. Allora mi sembra di entrare in una di quelle bolle opalescenti, e piano piano inizio ad ascoltare una voce che ne legge le parole. Non so di chi sia. È una voce intima, misteriosa - direi quasi “interiore" se non fossi lo scrittore svagato che sono - e mentre l’ascolto, sospeso e isolato dal mondo, entro nella parte più profonda di me stesso. E dormo finalmente. Ah, come dormo!
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 06:40 | Comments (4)
08.12.06
Come si leggono i libri: Come leggo? In lotta con la gatta
di Rosanna Rota
[Con il 30 novembre 2006 è scaduto il termine per l'invio degli articoli. Come già detto, ci sarà una interruzione dopo la pubblicazione del 22 dicembre e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. Mi permetto di anticiparvi che martedì prossimo, 12 dicembre, prima di partire per Milano, posterò l'intervento di Gaetano Cappelli, autore di cui sono ammiratore sfegatato bdm]
Dunque, io ho essenzialmente due modi di leggere. Questi due modi di leggere dipendono dal tipo di libro che sto leggendo e dallo scopo con cui lo leggo.
C’è la lettura per lo studio, in cui me ne sto bella dritta alla scrivania, con intorno tutti i ferri del mestiere: matite, carta e penna, dizionari, manuali, computer e chi più ne ha più ne metta. Se il libro che sto leggendo mi serve per preparare una qualsiasi attività (una lezione, un incontro, un articolo), ho bisogno di prendere appunti, schedare, confrontare con altri libri e con il mio archivio personale di ritagli e di documenti elettronici. La mia scrivania è molto grande ma riesco ugualmente a stiparla di materiali, che si accumulano a strati finché non decido di ripulirla (quando, praticamente, non c’è più posto per lavorare e le carte vanno spalate via a quintali per aprire un varco).
Poi c’è la lettura per il piacere (anche se spesso quello che leggo per piacere mi serve poi di nuovo per lo studio, e allora torno alla modalità-scrivania). Quando leggo per piacere devo per prima cosa sdraiarmi. Ho vari posti dove sdraiarmi per leggere: un divano lungo, uno corto, un lettino prendi-sole con schienale e poggiapiedi regolabili (che tengo stabilmente in salotto perché è uno dei pezzi di arredamento più libidinosi che io conosca), il lettone matrimoniale pieno di cuscini e piumoni. Quando mi sdraio appoggiando la testa, riesco a rilassarmi completamente e allora i miei occhi volano beatamente sulle pagine. Può capitare che i miei familiari mi interrompano per chiedermi cosa c’è da mangiare, ma se il libro mi prende la risposta è “panini" e nessuno riesce a schiodarmi.
Tutto procedeva in questo modo idillico da anni, quando le mie figlie hanno avuto la bella idea di adottare una gatta trovatella e anche un po’ ritardata, ma molto, molto affettuosa. Da quel momento le mie ore di lettura si sono trasformate in ore di lotta silenziosa. Perché la gatta, essendo trovatella, soffre di crisi abbandoniche acutissime, che la costringono a vagare miagolante per casa finché non riesce a piazzarsi sulle ginocchia di qualcuno. Solo allora si quieta e si trasforma in un normale felino ronfante e sonnolento. Ora, spesso la persona che la gatta prende di mira per colmare la propria solitudine sono io. Il che stravolge le mie abitudini di lettrice.
La lettura per lo studio necessita di una potente lampada da scrivania, che mi illumina il centro del tavolo. Peccato che la gatta abbia deciso che il calore emanato dalla lampada debba servirle da stufetta personale, quindi appena mi vede sedere si lancia con versi di giubilo all’assalto delle mie ginocchia, da cui balza sulla scrivania, facendo crollare pile di carte e di libri e decidendo alla fine di acciambellarsi sul mio libro aperto, proprio sotto la lampadina che emana un bel teporino... Ho cercato in tutti i modi di dissuaderla, sono arrivata perfino a sgombrare un prezioso angolo della scrivania per metterci un comodissimo cuscino: niente da fare, dopo aver provato (incuriosita dalla novità), ha deciso che le mancava il calore della lampadina, che ovviamente è posizionata sopra il libro, e quindi ha deciso di tornare ad acciambellarsi sul libro. Ormai, insomma, la mia lettura per lo studio procede a fatica, con me che sono costretta a spostare ora questo, ora quell’arto felino (per non parlar della coda) in modo da scoprire la parte di testo che voglio decifrare.
Anche la lettura per il piacere non è più quel piacere di prima, se vogliamo essere sinceri. La gatta mi si acciambella immediatamente sulla pancia, per un po’ mi illudo di poter leggere, poi però lei si annoia e allora si spinge verso il mio viso e cerca di dimostrarmi tutta la sua gratitudine leccandomi e succhiandomi il naso con la linguetta rasposa. Io cerco di respingerla verso la pancia, utilizzando spesso il libro come scudo improvvisato, ma lei adora mordicchiare le copertine e allora non mi regge il cuore, non sopporto la vista di simili maltrattamenti inflitti ai miei adorati libri: la lascio avanzare. Di solito la lotta finisce con la mia totale capitolazione: costretta all’inattività cerebrale, mi addormento di botto, con la gatta trionfante che, piazzata sul punto più alto del mio corpo nella posizione della sfinge, fa le fusa più forte che può.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:26 | Comments (5)
05.12.06
Come si leggono i libri: Abitudini di una lettrice
[Con il 30 novembre 2006 è scaduto il termine per l'invio degli articoli. Come già detto, ci sarà una interruzione dopo la pubblicazione del 22 dicembre e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. bdm]
Perché leggere? Perché dedicare così tanto tempo ad un’attività essenzialmente solitaria e comunemente considerata noiosa? Per rispondere a questa domanda farò una breve digressione. Dunque, io sono una persona che vive con la tremenda paura di perdere tempo. Ho paura del tempo che passa, ho paura di non riuscire a dare il meglio di me, e di veder scorrere gli anni senza accorgermene, ho paura che vivere la mia vita non sia vivere abbastanza. Perciò leggo, perché la lettura mi fa dimenticare del tempo che passa, mi dà la possibilità di vivere migliaia di vite oltre alla mia, e mi fa avere maggiore fiducia nel mondo. Forse questa risposta, però, è troppo poetica e neanche tanto originale, e voi che leggete starete pensando che io non sia stata completamente sincera. Dimenticate quello che avete letto, allora, e permettetemi di rispondere nuovamente.
Perché leggo? Perché ne sento la necessità, e perché mi piace. Preferite questa? Probabilmente no, probabilmente non nutrite alcun interesse nei confronti del modo di vivere di una persona che non conoscete. La mia risposta, poi, è certamente vaga, e sembra quasi che io pensi che ogni libro sia degno di essere letto. Ovviamente ci sono centinaia di libri che potrebbero essere tranquillamente ignorati. Quali scegliere, allora? Quali sono i libri che vale la pena leggere? È meglio leggere solo i classici o anche le ultime novità, solo narrativa o anche poesie e saggi? Avete ragione, mi accorgo anch’io di stare elencando una serie di domande alle quali non ho alcuna risposta. Cominciamo dall’inizio, allora. Come ho iniziato a leggere?
Avrei voluto cominciare molto presto, divorando libri d’avventura, classici per ragazzi. Invece ogni volta che prendevo in mano un libro e iniziavo a leggerlo mi annoiavo e lo mettevo via. Ero una bambina che si annoiava facilmente. Non mi piaceva guardare la tv, non mi piacevano i videogiochi, non mi piaceva stare seduta a lungo. Preferivo giocare, cantare, pasticciare con la plastilina o con gli acquerelli, nonostante fossi negata nei lavori manuali e totalmente incapace nel disegno. I libri mi piacevano, sfogliavo quelli che c’erano in casa, me ne facevo regalare qualcuno (uno dei primi è stato Israele e Palestina di Eli Barnavi, e ancora non riesco a spiegarmi perché mi attraesse tanto), ma non riuscivo a finirli. Poi, in quinta elementare, a casa mia arrivò Il mondo di Sofia, un bestseller di cui tutti parlavano in quel momento. Lo lessi anch’io, nonostante qualcuno dicesse che non era adatto a una bambina, riuscendo per la prima volta (almeno questo è il ricordo che ho) ad arrivare fino all’ultima pagina. Da allora iniziai a leggere qualunque cosa trovassi: manuali sulle fasi del sonno, libri del Battello a vapore, Tolstoj, Dacia Maraini, Oriana Fallaci, Nicholas Sparks, James Hillmann, Flaubert. Col tempo il mio gusto è cambiato (oggi non riesco neanche ad avvicinarmi alla maggior parte dei libri che ho letto in quel periodo) e sono molto più critica.
È ovvio, un lettore non rimane lo stesso per tutta la vita. Un lettore è come un gourmet, il suo gusto cambia con l’esperienza. Nonostante io sia una “lettrice forte" (ma cosa significherà mai essere una lettrice forte?) da poco più di una decina d’anni, mi accorgo che il mio modo di leggere è molto cambiato. Sto molto più attenta alle traduzioni (purtroppo ho letto pochi libri in lingua originale) mi appassiono nella ricerca di testi poco conosciuti e cerco le prime edizioni dei miei libri preferiti o colleziono vecchie collane, incappando spesso in gigantesche fregature. In particolare, oltre a leggere la storia – vi sarete accorti che sto parlando essenzialmente di narrativa – adesso mi accorgo dei meccanismi che sono stati usati per raccontarla. Leggere mi aiuta quindi anche a capire “come si fa", come possono essere evitati i classici difetti in cui ogni persona inesperta incappa nel momento in cui sente il bisogno di sporcare dei fogli d’inchiostro.
Nonostante questo, mi capita anche di leggere consapevolmente dei brutti libri. Partendo dal presupposto non verificato (e forse non verificabile) che io nel giro di qualche anno sia riuscita a formarmi un certo “gusto" e sia abbastanza capace di capire se un libro è “buono" o “cattivo", potrei dire che a volte mi piace leggere cose “cattive". Insomma, non si può sempre essere “salutisti", non si può sempre “mangiar bene", a volte si possono anche ingurgitare schifezze che il giorno dopo il nostro stomaco, più o meno facilmente, dimenticherà d’aver digerito. Ad ogni modo, poi mi sento un po’ in colpa, perché una cosa è trovarsi di fronte a un piatto, o a un libro, che ci pare buono e che poi scopriamo essere di cattivo gusto, e un’altra è sceglierlo consapevolmente, perdendo delle ore preziose a scorrere delle pagine che sarebbero più utili se usate per accendere il fuoco.
Anche le mie abitudini di lettrice si stanno trasformando: dal primo ottobre 2004, giorno in cui sono andata a vivere in Brianza, tengo un “diario delle letture", nel quale elenco i libri letti durante l’anno. All’inizio pensavo fosse una mia mania, ma poi ho scoperto che è un’abitudine che hanno in tanti. È come tenere un diario. A seconda del tipo, della quantità, della qualità dei libri letti si può capire tanto di una persona, anche solo dello stato d’animo in cui si trovava nel momento in cui leggeva un determinato libro. Leggere, poi, può farci scoprire cose ignote di noi stessi. Qualche mese fa, per esempio, leggendo Orgoglio e pregiudizio, ho scoperto di essere una sciocca ragazzina dell’800 che sogna il suo Darcy. Chi se lo sarebbe mai aspettato?
Mi rendo conto di essere sempre più dipendente dalla lettura. Non riesco a stare più di un paio di giorni senza leggere, nella mia borsa deve sempre esserci un libro e, finitone uno, devo immediatamente iniziarne un altro. Se sono in viaggio, mi porto dietro più libri di quelli che riuscirò a leggere. L’idea di non avere un libro da leggere mi atterrisce. Magari non riuscirò ad aprirne neanche uno, ma non si sa mai.
Leggo in treno, in aereo, sul letto, sul divano, in piedi, seduta alla scrivania. Di solito non leggo in spiaggia (non ci vado quasi mai da sola, e se solo mi azzardo a tirare fuori un libro dalla borsa chi mi accompagna di solito inizia a urlare), in coda alla posta o al supermercato (lì mi piace di più osservare le persone, sperando che non se ne accorgano). Leggo di mattina (anche all’alba, soprattutto quando viaggio), di pomeriggio, di sera. Di solito non leggo di notte, nonostante vada a dormire piuttosto tardi.
Leggo soprattutto narrativa. Non amo molto la letteratura americana (anche se ci sono autori che mi piacciono), mentre impazzisco per i romanzi europei del ‘700 e dell’800. Tra gli italiani, mi piacciono soprattutto Natalia Ginzburg, Calvino e Pavese (ovviamente ce ne sarebbero altri mille da citare, ma non mi sembra il caso di fare un elenco). Leggo anche poesia e saggi, soprattutto di filosofia, politica e letteratura. Adoro i carteggi e i diari.
Ho liste infinite di libri da leggere. Di recente ho stilato una lista di “letture doverose, non procrastinabili, urgenti" e una di “libri che sarebbe bene leggere prima possibile". Più che altro è un divertimento, perché so già che non le rispetterò.
Leggo con la matita se si tratta di saggi o di un carteggio. Sottolineo se il libro è mio, se è preso in prestito in biblioteca ricopio le frasi su un bloc notes o sul computer. Se ci sono tante cose che mi interessano fotocopio le pagine o il libro intero, soprattutto nel caso non sia più in commercio.
Una cosa che mi piace e che mi manda in crisi è la scelta del libro. Leggere è giocare una partita persa in partenza. Scegliere un libro, averlo tra le mani, significa rifiutare tutti gli altri. Vicino ai fogli su cui sto scrivendo in questo momento c’è Gnòsi delle Fànfole di Fosco Maraini, che ho appena preso in prestito in biblioteca. È un libro piccolino, composto da meno di cento pagine. Domani o dopodomani lo avrò finito, non avrà rubato un tempo considerevole alla mia esistenza e se sarò fortunata mi sarà anche piaciuto. Ma cosa potrei fare in quello stesso tempo? Potrei leggere qualcosa di più bello, o addirittura potrei vivere la mia vita fregandomene della poesia meta-semantica. Ad ogni modo, è importante che tra me e il libro che sto iniziando a leggere si crei un’alchimia, che quello sia il libro che devo leggere in quel momento preciso.
La cosa che mi dà più fastidio della mia voracità di lettrice, è che spesso non riesco ad andare lentamente, a lasciare al libro troppo spazio, a dedicargli più di una manciata di giorni. Quando la lettura va lenta leggo contemporaneamente più libri, e magari mi stanco e metto via quello che ostacola la mia velocità. Per esempio, perché non ho ancora letto il Don Chisciotte? Perché vorrei comprarlo e non trovo mai i soldi per prendere l’edizione che mi piace? O forse perché penso che ci metterei troppo tempo a finirlo?
No, non è così, sto mentendo. In realtà leggo anche grossi tomi, anche volumi piuttosto ostici. Però, in effetti, il più delle volte leggo libri con meno di trecento pagine, e mi viene il sospetto che sia colpa di questa mia voracità, della fretta di godere del maggior numero possibile di libri. Forse anche per questo non amo rileggere. Ho riletto pochi libri nella mia vita, più che altro per capire se a distanza di tempo mi sarebbero piaciuti ancora.
Sono una lettrice imperfetta che cerca di migliorarsi! Dopotutto leggo da pochi anni, e questa avidità probabilmente dipende dalla mia età. Magari tra qualche decina d’anni leggerò molto lentamente, rileggerò i libri letti in tutto questo tempo, senza avere la fregola che ho adesso.
Ho parlato troppo? Sì, ho parlato troppo. Allora torno ai miei libri, e lascio voi ai vostri.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:08 | Comments (2)
01.12.06
Come si leggono i libri: Lo Xeres del Corsaro Nero
[Con il 30 novembre 2006 è scaduto il termine per l'invio degli articoli. Come già detto, ci sarà una interruzione dopo la pubblicazione del 22 dicembre e si riprenderà il 9 gennaio 2007. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile.]
Ho letto per la prima volta Il Corsaro Nero di Emilio Salgari nello spazio perfetto di una giornata d’estate. Le ultime ore di lettura le trascorsi seduto su una poltrona rossa, a portata di mano una tazza da latte di colore beige piena d’acqua fresca (che riempivo ogni tanto). A un certo punto, mi ricordo, l’acqua nella tazza si tinse di rosso, come il vino di Xeres bevuto dai pirati della Folgore in una taverna di Maracaibo.
Volendo andare per le spicce, per me questo è leggere. Così leggo un libro. Dovrei (sempre) leggere un libro in questo modo, avendone la possibilità. Mi rendo conto però che, circoscritta in questo modo, la questione del leggere, di come leggo, non può esaurirsi qui. Allora procediamo con ordine.
Leggere implica, per prima cosa, un’azione, un agire corporeo. Implica una postura, una disposizione del corpo in uno spazio. E quindi, per dire come/dove leggo devo distinguere due ambiti di lettura: quello della letteratura e quello dei saggi. Il primo tipo di lettura è assolto in posizione distesa o supina, sul letto o sul divano. Il secondo, che sottintende in modo più marcato uno “studio", è affidato allo spazio della scrivania e della poltrona.
Poi c’è la lettura affidata agli spazi liminari dei mezzi di trasporto: treni, navi, automobili, aerei, metropolitane. È questa lettura liminare, sospesa, che dà spazio sia alla letteratura che ai libri di studio.
Su tutto domina il libro, oggetto sottratto al “memento" della riproducibilità dell’opera d’arte, quindi letto come fosse l’unico supporto di un’unica opera, e per questo inviolabile, inalterabile, difeso da strappi, intagli, svirgole, macchie d’inchiostro, sottolineature, tracce di cibo e di bevande, orecchie segnapagina.
Ma, se la lettura si inscrive nel quadro generale di una fisicità, corpo leggente e luogo della lettura, è anche vero che costituisce una delle migliori occasioni (e a prezzo relativamente contenuto rispetto ad altri strumenti o sostanze) per trascendere quella fisicità di partenza (corpo/luogo). Tutte le letture, almeno al loro avvio, presuppongono la possibilità presentata da quella lettura Big Bang, quella del Corsaro Nero. Ognuna potrebbe presupporre quel piacere “infinito" di essere ALTROVE, a cui, nel tempo, si è aggiunta la necessità che dalla lettura balzino fuori informazioni, scoperte, intuizioni. La lettura, rimanendo fedele, in qualche modo, a quel modello lontano, deve svelare, risvegliare, accrescere, spostare, suscitare, iniziare.
Forse, nella mia “carriera" di lettore ho continuato, anno dopo anno, a desiderare e cercare tra le pagine l’effetto di quella lettura sulla poltrona rossa, la Lettura Perfetta, che apre la strada dell’altrove. Perché, a pensarci bene, quando leggo sto cercando un altro luogo, un’altra idea, un altro punto di vista. E così, dopo Il Corsaro Nero ci sono state molte altre occasioni di altrove (anche narrativi, letterari). Il Memoriale del Convento di José Saramago, Il Buon Soldato Sveik di Hasek, Il libro nero di Orhan Pamuk, Sulla strada di Kerouac, Le città invisibili di Calvino. Ce ne sono stati molti altri di Corsari. Ma sempre accompagnati da una sensazione fastidiosa: stavano diminuendo a vista d’occhio. Un po’ perché ne leggevo tanti. Un po’ perché qualcuno stava smettendo di scriverli.
“Se siamo fortunati, tanto come scrittori che come lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e resteremo poi seduti un momento o due in silenzio."
Raymond Carver
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:43 | Comments (8)
28.11.06
Come si leggono i libri: Come io leggo i libri
[Poiché ogni cosa che comincia ha fine, dobbiamo, anche se con dispiacere, stabilire un termine per l'inoltro del materiale. Esso è fissato nel 30 novembre 2006. Pertanto chi ha intenzione di partecipare si affretti. Le date sono già tutte coperte fino al 16 gennaio 2007 (ci sarà una interruzione dopo la pubblicazione del 22 dicembre e si riprenderà il 9 gennaio 2007). "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. Promessa di Giulio. bdm]
Leggere libri ha a che fare con la vita stessa. Per me, per quanto riguarda la mia vita. C'è stato un momento, intorno al 1995/1996, in cui leggere mi ha salvato da morte sicura. In due anni ho letto 200 libri tra saggi e romanzi. Avevo già 30 anni d'età all'anagrafe, ma mi pareva di aver vissuto inutilmente fino a quel momento. Non avevo una bussola, non avevo una direzione da seguire. Avevo un nome noto a chi mi stava intorno e qualche volta mettevo perfino la firma in calce a qualcosa che avevo fatto, ma non ero io che vivevo. Ero un essere senza forza di volontà che faceva cose quasi sempre eterodirette. Guido Tedoldi era quello che «gli altri» si aspettavano, o meglio era quello che lui pensava che gli altri volessero che lui facesse.
Così ho pianificato di leggere, e mi sono (credo) salvato. Ho assunto libri per imparare a capire chi ero, quello che volevo fare, quali passioni mi muovevano e di quali talenti ero dotato.
Quei 200 libri li ho presi per la maggior parte in prestito nelle biblioteche del mio paese e di quello vicino. Quelle biblioteche per regolamento consentono di prendere solo 4 volumi al mese, allora io ne prendevo 4 nell'una e 4 nell'altra. Quando li avevo finiti integravo con libri della mia biblioteca personale, che compravo a un ritmo superiore rispetto a quello della lettura (cosa che, peraltro, faccio anche adesso, per cui sono sempre in ritardo rispetto alle mie aspirazioni di lettore e questo mi dà un po' di ansia... ma questo è un altro discorso e magari su Vibrisse verrà affrontato in seguito).
Prima di quei 200, ho letto molti altri libri. Dopo di essi, ne ho letti ancora. Ci sono periodi in cui leggo diversi libri in contemporanea, invece in altri periodi ne leggo uno solo alla volta. Tra gli uni e gli altri periodi il punto di svolta è di solito un libro molto lungo.
Da bambino leggevo volumi brevi, uno alla volta. Poi ho scippato la bibbia a mia nonna. L'ho affrontata come fosse un libro unico, non un insieme di 77. E la frustrazione di leggere, leggere, ma rimanere sempre a una marea di pagine dalla fine mi ha indotto a prendere in mano in contemporanea altri libri che riuscivo rapidamente a terminare – con un certo sollievo psicologico. In seguito ho letto la saga de Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, tutta insieme nell'edizione Rizzoli che seguì l'uscita del film a cartoni animati. Ci ho messo tre giorni a terminarlo e a decidere che non avrei più avuto niente a che vedere con il genere fantasy, ma il successo di leggere così velocemente quel tomo mi ha ricondotto sulla via del libro solo per volta. Sono tornato ai più libri in contemporanea durante La nobil casa di James Clavell, un'edizione Club degli editori da 1.300 pagine scritte in piccolo. Ultimamente il pendolo è ritornato verso il libro unico alla volta dopo Infinite Jest di David Forster Wallace, mille e rotte pagine per una storia che non ha una fine (cosa, nel caso specifico, non disprezzabile).
Per me l'atto di leggere si accompagna a quello di prendere appunti. Un libro che mi faccia arrivare alla fine senza niente da segnalare, senza frasi da citare, mi dà l'impressione di essere stato una perdita di tempo. Poi capita che non sia così, e che libri su cui ho preso molti appunti si rivelino ininfluenti per il proseguo della mia vita mentre libri che non mi hanno fatto scrivere niente siano quelli che mi si incidono nell'anima. Per esempio, La notte che bruciammo Chrome, di William Gibson. Non è esattamente un libro, bensì un racconto inserito nella raccolta omonima pubblicata in Italia da Mondadori. Non ci ho mai trovato niente da segnalare, nemmeno nelle diversissime maltraduzioni italiane. Eppure...
Apro una parentesi. Ci sono storie cui torniamo periodicamente per ritrovarci, per avere una misura di quanto ci siamo allontanati dal nostro punto di partenza. Sempre che ci sia stato un allontanamento, perché capita anche di scoprire che si è rimasti lì, nei dintorni, a replicare sempre le stesse squallide vicende. Come mosche che si ostinino a sbattere contro un vetro – là fuori, là fuori c'è la promessa di qualcosa ma noi sempre qua, sempre da questa parte a respirare ogni volta la stessa aria.
Dopo quattro o cinque volte che tornavo a leggere Chrome, ho scoperto che non è una cosa che faccio solo io. Ho un amico che ogni anno, nel periodo natalizio, si regala la rilettura di uno dei libri della saga dei tre moschettieri, di Dumas; quando viene il turno de Il Visconte di Bragelonne, come è successo l'anno scorso, non lo vediamo più per una settimana. Un altro amico legge e rilegge la Lettera al padre di Kafka. Un'amica ripassa le 101 storie zen nell'edizione Adelphi. Siamo una specie di club non costituito, nelle nostre menti sono incisi libri che nessun fuoco a 451 gradi Fahrenheit potrà mai bruciare. Chiusa parentesi.
Gli appunti che prendo leggendo non li segno sul libro stesso, bensì in appositi foglietti che inserisco a mo' di segnalibro. Non ho niente contro chi scrive a margine, o fa le orecchie alle pagine, o torce la copertina all'indietro e lascia quelle crepe tremende sulla costa. Sono problemi suoi. È una cosa che fa parte del paesaggio, capita. Una volta mi è successo che un libro mi si disfacesse letteralmente sotto le mani mentre lo leggevo. Era un'edizione tascabile Bompiani de Le Notti di Salem di Stephen King, già letto in precedenza da numerosi miei familiari. Quando arrivò il mio turno, la colla era ormai al limite della tenuta e i fogli si staccavano appena giravo pagina. Cominciai a leggere un libro, terminai con in mano una specie di faldone di fogli sparsi. Sono riuscito lo stesso a prestarlo a un mio amico che concorda con me che il libro è il contenuto, non la forma. Non me l'ha più restituito, chissà che fine ha fatto.
Però se il libro è nuovo e se il primo a leggerlo sono io, in pratica non lascio segni. Una volta un conoscente è venuto a casa mia e ha notato la mia libreria. La sua prima domanda è stata la solita che fanno i non lettori: «Ma li hai letti tutti?», alla quale io ho risposto che no, in effetti qualcheduno non l'avevo ancora letto, ma mi ripromettevo di farlo. Dopo un po' di osservazione lui si è però rassicurato: «No, non li hai letti tutti. Questi qui sono nuovi». In effetti quello che indicava era il reparto degli Urania, che invece sono proprio i primi che leggo perché di solito li compro alle edicole delle stazioni ferroviarie se mi devo mettere in viaggio, e non è che si possa lasciare lì un libro dopo che se ne siano lette le prime decine di pagine.
Arrivare al termine di ogni libro che inizio è un impegno che ho preso a 20 anni mentre facevo il militare. Mi capitò in mano Fiesta, di Ernest Hemingway, e lo lessi perché la vita di caserma a volte è una palla mortale. Ma, proprio all'ultima pagina, la rivelazione: un finale sensazionale, meraviglioso. Senza quelle 200 pagine fatte così, quel finale non avrebbe avuto la stessa potenza. E allora, capii: i libri bisogna sempre finirli. La verità può essere alla prossima pagina. Per sapere se una storia è giustamente compatta e necessaria non ci si può fermare prima della fine, perché non si avrebbero in mano tutti gli elementi.
Dicevo che leggo prendendo appunti su foglietti segnalibro. Prendo nota della pagina e di un paio di parole significative. Mi serviranno per compilare la scheda del libro.
Questa delle schede è una cosa che ho cominciato alla fine degli anni ’80, e che ho via via standardizzato. Prima le scrivevo a mano, su fogli in formato A4 che tagliavo in 4 parti per farli stare in una scatola che avevo attrezzato all'uopo. Quindi erano piuttosto corte, e rozze rispetto a quelle che ho prodotto in seguito. Nel 1996 è cominciata la mia carriera di utilizzatore di computer, e non ho più avuto scampo. Oltre che dei libri, faccio schede anche dei fumetti che leggo ma non più dei film che vedo. A un certo punto mi si è posto il problema di che tipo di spettatore fossi, e se non sarebbe stato meglio trascorrere il tempo impiegato a scrivere schede occupandomi di altre faccende magari più remunerative. Mi sono risposto di no. La mia scrittura ha bisogno di un lunghissimo lavoro per diventare fluente, io non sono il Giulio Mozzi che scrive 15 cartelle al giorno e poi sprizza ancora energia. Questo delle schede è un esercizio di costanza che mi è servito e mi serve molto, una specie di autocorso di scrittura creativa.
Ogni scheda comprende i dati essenziali del libro, la trama se è un romanzo, il motivo per cui ho voluto comprare o leggere il libro e un commento finale. E poi le citazioni ed eventualmente i commenti alle citazioni. Mi è venuto da pensare che quando sarò uno scrittore da milioni di copie vendute, e i meccanismi dello star system mi imporranno di pubblicare anche le cose più orrende che scrivevo a 7 anni perché tanto venderanno lo stesso, queste schede potrebbero diventare una specie di testamento spirituale o uno zibaldone dell'evoluzione di un pensiero.
Chissà, forse la pensava così anche Nietzsche relativamente ai suoi Frammenti sparsi, che lui non aveva per niente sistematizzato lasciandoli appunto sparsi in decine di brogliacci di lavoro ma che i suoi discendenti ed esegeti hanno poi raccolto e pubblicato. Per inciso sono stati una delle letture più impegnative della mia carriera, quelli per cui ho scritto la scheda più corposa, pagine pagine e pagine scritte a mano (era ancora il periodo pre-computer) nel diario che avevo all'epoca.
Le schede le scrivo al computer indossando gli occhiali. I libri, invece, cerco di leggerli senza occhiali. Questo a seguito di una cosa che ho letto di William Bates, un medico vissuto nella prima parte del ‘900 che aveva elaborato un metodo di ginnastica oculare per recuperare i difetti visivi senza usare le lenti. Secondo Bates gli occhiali sono da considerarsi alla stregua delle stampelle che utilizzano coloro che hanno infortuni alle gambe; il problema è che mentre le stampelle dopo un po' si abbandonano (perché camminare con le proprie gambe è più comodo) le lenti una volta messe non si tolgono più e così gli occhi si irrigidiscono nel loro difetto, che diventa eterno o addirittura peggiora.
Uno degli esercizi del metodo Bates è la lettura di testi scritti in caratteri molto piccoli – lui consigliava il corpo tipografico 1 o al massimo 2. Per fare un raffronto, i giornali sono scritti in corpo 8 e i libri dipende, ma quasi mai scendono sotto il corpo 12. Io quando scarico dei testi lunghi da internet, invece di leggerli sullo schermo del computer li stampo in corpo 3 o 4, perché la mia stampante a getto d'inchiostro sotto quel livello rende tutto confuso e comunque sono già caratteri molto piccoli.
Tra le persone guarite da Bates c'è stato Aldous Huxley, che della sua esperienza ha scritto un libro sull'arte di vedere pubblicato in Italia da Adelphi. Io leggo senza occhiali da una quindicina d'anni, da quando la vista mi è peggiorata l'ultima volta e l'oculista mi ha pronosticato che, a cadenze regolari di pochi anni o addirittura pochi mesi, avrei perso una diottria alla volta. Invece, da allora, non ho peggiorato più.
Un'altra cosa che cerco di fare è leggere alla luce di una lampadina blu. È un consiglio che mi ha dato tempo fa un bibliotecario, spiegandomene anche i motivi reconditi. Me li sono dimenticati, ma continuo a usare la luce blu perché mi piace.
La storia della mia lettura è la storia della mia vita, la storia della mia vista e anche la storia della mia scrittura. Fin da quando a scuola ho imparato i tondi e le linee ho saputo intimamente che la scrittura era la mia strada.
Poi sono arrivato a 40 anni e ancora non ho pubblicato quasi niente di narrativo. Ma non è quello il problema. Faccio il giornalista e lo farò per molto tempo ancora. Leggo, scrivo, e tanto basta. Il giglio del campo non si domanda perché fa quello che fa: esiste come giglio, e tanto basta. Il giocatore di basket che a 54 anni scende ancora in campo in serie A, non sta lì a farsi problemi: gioca a basket, e tanto basta.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:23 | Comments (9)
24.11.06
Come si leggono i libri: I libri ammalano e guariscono
[Poiché ogni cosa che comincia ha fine, dobbiamo, anche se con dispiacere, stabilire un termine per l'inoltro del materiale. Esso è fissato nel 30 novembre 2006. Pertanto chi ha intenzione di partecipare si affretti. Le date sono già tutte coperte fino al 12 gennaio 2007 (ci sarà una interruzione dopo la pubblicazione del 22 dicembre e si riprenderà il 9 gennaio 2007). "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. Promessa di Giulio. bdm]
I libri sono persone. E quindi non si leggono: si incontrano. Ci parlano e può capitare che ci trovino distratti e quindi incapaci di ascoltarli.
Quindi direi che la prima regola di buona lettura è di assicurarsi di voler sentire.
La seconda domanda che ne deriva è: cosa vorrei sentirmi dire?
Io vi rispondo per me. Io voglio sentire qualcosa di sincero. Per sincero non intendo qualcosa di vero. Intendo qualcosa che non sia stato detto per farmi felice (e quindi che non origini da un calcolo dello scrittore) oppure per scandalizzarmi. Incontrare un libro bello significa incontrare un libro che non abbia dentro di sé un’intenzione palese.
La lettura finisce con l’essere dunque un allenamento. Saper leggere significa sapersi difendere da truffe creative. I libri modellano la nostra abitudine alla sensibilità, e ci costringono – se di buona fattura – ad andare al di là di ciò che è scritto, a confrontarci con quello che nasce dentro di noi.
Come si leggono i libri. I libri si leggono senza paura. Avere paura significa abbandonarsi al presentimento che un testo ci suscita fin dall’inizio. Significa essere razzisti verso un incipit, o verso uno stile, verso dei personaggi. Questo è imperdonabile. Non trovate che sia antipatico chi ci giudica senza conoscerci a fondo? Per leggere un libro bisogna saper aspettare il momento giusto. Per iniziare, per proseguire, per terminare la lettura. Leggere un libro significa essere cronologicamente evoluti, significa conoscere il proprio tempo interno senza escludere il tempo che passa davanti ai nostri occhi.
I libri si leggono con il corpo. Esistono libri capaci di fare male sul serio, di ammalarci gli organi, come parassiti. E quindi una soddisfacente lettura non dipende solo dal nostro fisico, da quanto sia permissivo e meiopragico, ma anche e soprattutto dalla virulenza dell’opera che leggiamo. L’allentamento delle nostre resistenze rappresenta ad ogni modo una condizione necessaria (e non sufficiente).
Imparare a leggere sul serio significa prepararsi alla vita, realizzare uno stato di vulnerabilità simulata. Leggere significa avere il coraggio di odiare o amare qualcosa che non esiste. Significa credere – anche solo transitoriamente – in qualcosa che c’è (in quella precisa forma di immaginazione) solamente in noi. È un’esperienza che nega il materialismo e che quindi aiuta a sviluppare quel sesto senso che alcuni disillusi (della Letteratura?) vorrebbero spacciarci per curiosità. Leggere implica una certa intransigenza. Perché i libri veri, quei pochi in grado di bypassare la ragione, sono irraccontabili.
Come si leggono i libri? I libri si devono leggere sapendo che il sentimento che ne trarrete non sarà mai esprimibile veramente. Non verreste capiti. Saper leggere un libro significa concepire l’idea di un rapporto esclusivo con lo scrittore e quindi amare – per un po’ – persino la solitudine e le incomprensioni.
Il lettore è un sadomasochista. Va alla ricerca di qualcosa da disprezzare, su cui trasferire un umore o delle energie pericolose per la vita reale. È anche una persona che vuole fuggire, ma per farlo ha bisogno di accucciarsi ancora di più dentro di sé, ed è disposto a questa impotenza, pur di galleggiare in un’illusione.
Saper leggere un libro significa, in definitiva, credere a miracoli ripetibili e visibili solamente per noi.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 11:16 | Comments (7)
21.11.06
Come si leggono i libri: Come leggo i libri che devono essere letti
[Poiché ogni cosa che comincia ha fine, dobbiamo, anche se con dispiacere, stabilire un termine per l'inoltro del materiale. Esso è fissato nel 30 novembre 2006. Pertanto chi ha intenzione di partecipare si affretti. Le date sono già tutte coperte fino al 22 dicembre, e almeno due nuovi articoli sono stati annunciati. "Come si leggono i libri" diventerà un pdf scaricabile. Promessa di Giulio. bdm]
Come leggo un libro io? Inizio in modo idillico cercando di tirar fuori la poesia dalla mia controversa indole: la maggior parte della gente, afferma lo scrittore Henry James, considera un romanzo come un budino. Essi lo leggono, lo ingurgitano, e tutto finisce lì. E’ un’ironia che sa di snobismo. Forse James temeva che tutte le sottigliezze dei suoi lavori potessero sfuggire al lettore.
Se i lettori divoratori non esistessero, l’industria editoriale crollerebbe. Prima di pubblicare libri, anche io leggevo libri a velocità strepitosa. Non appena avevo terminato un libro, agguantavo rapidamente il successivo. Che cosa ne ricavavo non so. Non ricordo quasi nulla. Soltanto qualche rara scena mi è rimasta impressa. La madre alcolizzata di Jakob Arling nel lavoro di Frederick Marryat muore tra le fiamme. Libro di mare, per ragazzi. Quel fuoco si erge come un faro nel paesaggio dei miei ricordi. Tuttavia respiravo l’aria dei libri. Per loro tramite la mia vita subì una dilatazione. Essi mi facevano vedere ciò che io non ero in gradi di vedere da solo, e incontrare personaggi che vivevano più intensamente e drammaticamente di quanto facessi io. Erano creature di un mondo diverso e più elevato. Si prendevano cura di me e mi permettevano di stare presso loro e di essere attivo, ricco, povero, buono e malvagio come loro.
Gli addetti ai lavori raccomandano indistintamente una lettura lenta, riflessiva, sempre attenta. Il lettore viene esortato a colloquiare con lo scrittore e ad esaminare criticamente il testo. L’unica eccezione a me nota è costituita dallo scrittore settecentesco Samuel Johnson. Questi afferma di non aver letto un libro sino in fondo, e di non comprendere come la gente possa essere così sciocca da ritenere che sia necessario farlo. Ma forse scherzava!
Quando da giovane leggevo furiosamente non mi passò mai dalla mente di rileggere un libro. Nel ricco paesaggio dei libri c’erano mille strade non ancora battute. Pazzo colui che volesse ripercorrere il medesimo cammino. Ora invece rileggo più volte i libri che riescono ad incantarmi. Le notti bianche l’avrò riletto 20 volte. Morte di un apicoltore altrettante. Ieri l’ho riletto almeno 10 volte, Imitazioni di Cristo non le conto più.
Quando penso a dei libri che desidererei rileggere, è solo per via di certe scene. Guerra e pace culmina per me quando la narrazione raggiunge il campo di battaglia preso Austerlitz e il principe Andrej giace al suolo apparentemente morto e vede le nubi scivolare maestosamente nel cielo. Napoleone, il vincitore, l’eroe segreto di Andrej, compare in sella al proprio destriero ed esclama: - Una bella morte! - Ma la maestà terrena non fa alcuna impressione ad Andrej che vede una vita “superiore" tracciata nelle nuvole. In diversi angoli d’Italia ho incontrato persone che ricordano proprio questo incontro in prossimità della morte. Il parlarne ci ha avvicinati. Per quest’ unica scena vorrei rileggere l’intero romanzo. Ma non l’ho ancora fatto.
Ora però un altro aspetto del mio carattere viene fuori con più forza e dalla idilliaca “poesia" passo ad un realismo meno persuasivo ma più vicino all’invettiva: c’è una vecchia storia che gira e questa storia fa dire pressappoco con ipocrita buonsenso: «Il lettore è sovrano». Oppure: «Bisogna avere rispetto per il lettore». O anche: «Scrivo perché vorrei che qualcuno mi leggesse». Possiamo raccontare questo, chi scrive può dire tutto ciò, banalmente, ma lo scrittore sta mentendo e non ha affatto questa forma di rispetto, questo spirito di servizio o come diavolo lo si vuole chiamare. Gli scrittori hanno un ego talmente smisurato che comunque credono sempre di essere una spanna sopra a tutto il resto del mondo. Se non fosse così, non si azzarderebbero a prendere la parola. In altri casi qualcuno crede davvero che il lettore è sovrano e merita rispetto, e allora è un povero illuso, e quando avrà più esperienza, se l’avrà, si pentirà di ciò che considerava una priorità fondamentale.
Capita d’andare ai festival, invitati a parlare del proprio libro o del libro di qualcun altro, succede di andare ai festival da semplice curioso e la prima cosa che mi viene in mente è l’esatto contrario della prassi corrente. Il lettore mi sta genericamente antipatico, non ne ho rispetto. Non lo sopporto, non voglio che legga i miei libri se è un lettore che si fa affascinare da chi ha la “sindrome del mattatore". Non sopporto il lettore che si fa turlupinare da quegli scrittori “carismatici" di un carisma tutto ritmo e senso del tempo in cui durante la presentazione del loro libro hanno gli ingredienti giusti per la buona riuscita dell’incontro: un po’ d’ironia, due citazioni colte, un aneddoto, un ragionamento ambiguo, un contentino al senso comune, qualche banalità letta o sentita qua e là, ed è fatta. Non riesco a capacitarmi di qualcuno che subisce la fila, fa la coda, per “vedere" il Premio Nobel o la scrittrice di genere. Non lo sopporto quando sono in fila e riesco a sentire ciò che dice. Va a “vedere", non va ad ascoltare. Capite? Va a vedere, capite? «Sono andato a vedere P.D.James. Sono andato a vedere Roberto Saviano. Sono andato a vedere Camilleri. Sono andato a vedere Augias e Vespa che con Moccia ci facevano vedere le foto splatter degli ammazzati di camorra trasmesse su schermo da Saviano in estensione jpeg col suo portatile a pile e ad ogni immagine dice come un mantra “scccpar ‘n uocch. Ma che roba! Sono andato a vedere Davide Bregola e proiettava le foto della Cresima di Giovanni Costa e Giovanni Costa era uguale identico a Davide Bregola e allora a me viene da pensare che Giovanni Costa sia Davide Bregola che fa finta di essere Davide Bregola ma in realtà è Roberto Saviano col suo computer e ci ha proiettato anche le foto dei morti ammazzati di camorra che erano sparatt n facc!» No.
Il pubblico dei festival, i quali oggi sono le manifestazioni culturali più ambite da assessorati, aziende per il turismo, fondazioni, sponsor, case editrici, autori, agenzie per la promozione della cultura, bibliotecarie inferocite, librai, amministrazioni, governi, è un pubblico che va a “vedere". Io allora mi chiedo: ma è per queste persone che voglio scrivere? E’ per farmi “vedere" da loro? Merito questo? Meritano questo loro? Ci è toccato questo in sorte? Io lettore sono all’altezza dell’autore che sto leggendo? L’autore è alla mia portata? Mi merita? Io non vado mai a vedere, semmai vado ad ascoltare e in base a ciò che mi dice l’autore comprerò o non comprerò il suo libro. Fine della premessa.
Necessario questo preambolo perché di solito quando qualcuno mi consiglia un libro io non lo tengo mai in considerazione. Semplicemente, faccio a meno dei consigli di lettura. Ne so già a sufficienza, so dove andare a cercare, so dove trovare. Ho passato sei anni alla Feltrinelli. Ogni giorno ci andavo per almeno 2 ore. Ho passato altri sei anni in biblioteca a consultare libri e rimandi e bibliografie e codici e enciclopedie, nozioni, collegamenti intertestuali. C’è stato persino un momento, nel 1999, in cui Montroni, ex capo Feltrinelli, mi ha voluto fare un colloquio di lavoro e voleva a tutti i costi che entrassi in libreria da dipendente perché il direttore di una Feltrinelli di provincia mi aveva sentito snocciolare titoli, case editrici, autori, contenuti, come se stessi dicendo il rosario. E questo direttore di Feltrinelli di provincia mi ha invitato a pranzo guardandomi come si guarda un fenomeno da baraccone. E mi ha fatto arrivare Montroni in libreria. Ha cercato di volermi ammaestrare come una scimmia: «Ma lo sa che se perde un’occasione del genere non le torna più? Si rende conto?» Mi disse, Montroni, con atteggiamento paternalistico quasi come se mi stesse proponendo il paradiso o al limite la vita eterna. Semplicemente, non mi andava di ascoltare le paturnie dei lettori o le imprecisioni di chi giunge trafelato a chiedere un libro di cui non sa né l’autore né il titolo né la casa editrice, e comunque è sempre un libro che ha “visto" in televisione. E il lettore lo vuole, e tu commesso di libreria quel libro devi conoscerlo. Capito? Perché il lettore l’ha visto in televisione, o l’ha letto su Nazione Indiana o su Carmilla o su Giugenna o su Primo amore e se anche non sa né titolo, né casa editrice né autore, tu comunque, secondo Montroni, devi darglielo il libro. Io non ci vedrei più dalla rabbia e gli spaccherei la Bibbia di Diodati dei Meridiani in cofanetto sul grugno, e sarebbe un bel problema. Incorrerei nel penale. Per cui: lontani da me i lettori che vanno a vedere gli scrittori e non li vanno ad ascoltare e lontani da me i consigli di lettura di chi non può proferir parola e invece lo fa. Qualcuno allora dirà: Sei contro i festival? Risposta: No. Sono contro i lettori superficiali. E comunque alla Feltrinelli a lavorare, anche se avevo passati tutti i test psicoattitudinali e tutti i test logici e tutti i test di intelligenza, non ci sono andato. Avevo altro da fare.
Professore A, lettore di lingua italiana all’università del paese B, legge recensione di critico C che ha promosso il suo amico D e fa un marchettone alla casa editrice E. Professore A che dovrebbe essere un addetto ai lavori crede a C, compra D che sicuramente vince premio F. Professore A fa una manciata di conti e conviene con se stesso che D sia un gran libro, così quando ti vede lo consiglia e dice: Niffoi è un grande scrittore. Ci sono tante E che stanno cercando la formula magica per capire come avvengono i passa parola tra i vari A. È presto detto. A= C+D+E.
Poi però ci sono le variabili indipendenti. Io sono una di queste. Il libro in classifica? lo escludo a priori, il libro recensito troppe volte e quasi in contemporanea da diverse testate? mi insospettisce, il libro in più copie in vetrina nella catena libraria più grande d’Italia? mi fa credere che la casa editrice ha acquistato gli spazi per “estrogenarne" la visibilità. L’autore che esce col libro e il giorno stesso lo trovo in televisione? mi fa capire alcune cose, il dirigente di casa editrice che mi parla bene del suo autore pinco pallo? mi fa dire che può fare a meno di un lettore come me. Il libro che ha la bandella rossa con su scritto: quarta edizione in due settimane? mi consiglia di non farsi avvicinare, il libro che ha la fascetta con qualche frase estrapolata da una recensione scritta prima che il libro stesso uscisse? non ha la necessità di farsi leggere dal sottoscritto. Il libro dell’autore candidato a vari premi letterari e il cui esito si conosce almeno 8 mesi prima? non ha la mia fiducia. I libri recensiti sui blog letterari visitati da almeno 500 persone al giorno? Stiano pure lì in rete a fare “comunità virtuale". Attenzione però: questi sono i libri che non leggo al momento. Magari li leggerò in futuro, perché qualcuno potrebbe obiettare che così facendo non avrei letto Fenoglio, non avrei letto Sciascia, non avrei letto Pasolini, non avrei letto Calvino. No! Io dico solo: al momento sono libri che io lettore ignoro. Li leggerò in futuro? Forse sì, ma devono conquistarmi con mezzi che non siano le recensioni pilotate, le pubblicità a tutta pagina, le bandelle, le sensazionalistiche recensioni dei vari blog letterari, le recensioni in contemporanea su Repubblica, Corriere, TTL, Alias, Panorama, Espresso, La 7, Radio 3 e tutti gli altri mezzi d’informazione che parlano anche solo un po’ di cultura e libri. Non è un giudizio negativo. Si tratta di un dato di fatto ed è bene tenerne conto.
Andiamo con ordine: esiste una qualità che unisce tutti gli scrittori grandi e immortali: non servono scuole o università per tenerli in vita. Toglierli dal programma, metterli nella polvere della biblioteca. Sempre ci sarà un lettore occasionale che, senza esservi indotto, li libererà dall’oblio e li porterà alla luce senza chiedere alcun favore. È un bel sogno, volentieri vorremmo essere uno di quegli scopritori. In realtà, la regola è piuttosto quella di cui parlavo prima: giornali, premi, pubblicità, passa parola tra lettori-festivalieri.
Ed ora un finale di buonsenso in cui credo molto: fra i vari modi di leggere quello a me più congeniale è riconducibile e finalizzato esclusivamente al piacere. Con il passare degli anni è sempre più ridotto e divento sempre più esigente, ma quando trovo un libro scritto con sincera buona fede sono il primo dei lettori che accetta di “cadere nella trappola". Possiamo chiamarlo piacere “sensuale". Questo piacere coinvolge tutti i sensi e mi porta in un mondo immaginario dal quale torno circolarmente alla realtà arricchito dalla benefica esperienza. Sono consapevole che in me lettore deve avvenire questo piacere fondamentale e profondo, per me è necessario provare quel piacere, è necessario che goda della lettura al punto di desiderare e scovare libri a cui chiedere la stessa esperienza. È una esperienza “ingenua", ma la sola su cui riporre speranze in mezzo a tutto ciò che vengo a sapere dai famigerati “gossip" tra addetti ai lavori. L’esperienza “ingenua" è la sola che possa creare in me un atteggiamento positivo nei confronti dei romanzi, dei racconti, dei libri in genere. Diventa per me sempre più difficile scoprire libri “sensuali" ed è sempre più difficile, col passare degli anni, rimanere “ingenuo" e avere speranza. Però sono convinto di voler condividere il mio piacere di leggere soprattutto con i lettori che si fermano a guardare con Andrej, con Tolstoj, le nuvole multiformi in alto nel cielo.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:53 | Comments (13)
17.11.06
Come si leggono i libri: Il mio rapporto con la lettura e con l’oggetto libro
DIETA CULTURALE - USI DI VITA ED ABITUDINI ALIMENTARI
[Poiché ogni cosa che comincia ha fine, dobbiamo, anche se con dispiacere, stabilire un termine per l'inoltro del materiale. Esso è fissato nel 30 novembre 2006. Pertanto chi ha intenzione di partecipare si affretti. Le date sono già tutte coperte fino al 22 dicembre, e almeno due nuovi articoli sono stati annunciati. bdm]
LEGGERE È CIBO PER ME.
E’ un cibo prelibato e gustoso che ha variegati sapori tanti quanti sono i gusti di gelato.
Un libro, è un pasto quotidiano che puoi divorare in un sol boccone o trangugiare a piccoli morsi, assaporando lentamente il bolo di quell’insieme di parole che ogni respiro fa digerire.
Alla domanda: “Cosa mangi normalmente?", rispondo:"Mi nutro di libri".
La mia alimentazione esistenziale è a base di libri (e per libri intendo qualsiasi forma di opera scritta, cartacea, senza nulla togliere all’opera virtuale, l’e-book o i lit-blog, la cui lettura è fatta da una scrivania e un tavolino attraverso un notebook con modem. E sì, quando si tratta di leggere al computer anche la scrivania e la poltrona ne prendono atto e vi partecipano domandandosi quando il mio regale posteriore si alzerà per lasciar loro un poco di privacy e far raffreddare le superfici).
Da quando la lettura è entrata ad essere protagonista della mia vita anche la mia stanza è diventata un libro, un enorme, gigantesco libro: un’enciclopedia dei libri che al suo interno contiene l’elenco di tutta la carta stampata di cui mi sono nutrita e di quella che aspetta di essere assaporata, in piena solitudine, una tranquillità dovutamente ricercata per donare totalmente l’attenzione a quell’altrui mondo raccontato dall’altrui io narrante.
Entrare nella mia stanza significa entrare in una piccola libreria dove copertine di libri di ogni sorta, genere e formato si affacciano dai ripiani e dagli scaffali in maniera irrequieta, ansiogena e disordinata, sfuggenti ad ogni vago tentativo di inventario, vogliosi di essere aperti e di cullarsi nel calore di una mano dalle dita curiose di far scivolare i polpastrelli capoverso dopo capoverso. La mia camera assomiglia molto al gioco delle scatole cinesi. Titoli su titoli, quali già scorsi e quali in attesa di esserlo attraverso il gioco del leggere, le cui regole cambiano di settimana in settimana, a seconda delle esigenze del palato, delle voglie da ghiottona e languorini da soddisfare.
LEGGERE E’ VIAGGIARE. IL VIVERE I LIBRI E’ INTERAZIONE. LEGGERE È DIALOGARE CON lL MONDO.
Quando si inizia a leggere non si ha metodo, o un metodo con il quale elaborare le parole poste nero su bianco. Si legge e basta. È il tempo a far da padrone e con esso la vita e lo sviluppo della personalità dell’individuo. È un processo parallelo e al contempo congiunto. Con il tempo cresce la persona e con essa le sue letture sia dal punto di vista quantitativo che dal punto di vista qualitativo. Da semplici possono diventare più complesse ed elaborate e contemporaneamente anche il processo di critica personale aumenta, si ridimensiona e si struttura. L’esperienza e con essa gli eventi della vita fanno tanto; non è forse questa la prima forma di materia dalla quale gli autori attingono?
Il mio rapporto con la lettura era un rapporto fantasma; leggevo ciò che mi veniva imposto dalla scuola e dagli insegnanti e non lo leggevo con piacere “ma amavo scrivere". La Lettura e la Letteratura per l’adolescente che ero un tempo era una cosa che esisteva, il cui interesse a me era noto ma non ritenevo necessario. Era un oggetto, fondamentalmente scolastico come un righello, un lapis, un temperamatite. Oggi, pur mantenendo l’incipit del ricordo dell’abc scolastico, è un metro di misura anche per la Vita, la propria esistenza e i rapporti con gli altri.
Leggere è un continuo viaggio senza confini e limiti in cui il tempo della mente e la mente nel tempo si immergono e l’anima ne esce reporter.
Il mio leggere viaggia su due canali: la Francesca lettrice e la Francesca giornalista.
Un libro che leggo per lavoro, perché lo devo recensire, delle volte può subire un approccio diverso da quello che la Francesca, mera lettrice, usa, in quanto lettura di piacere, senza impegno, senza quel ‘poi’… che si tramuta in un articolo, in un comunicato o in una recensione che attinge a tutti gli strumenti in mio possesso per la sua valutazione.
- La Francesca giornalista è attenta quanto appassionata ad un approccio con un nuovo testo e pensa alla sua di scrittura, a quella che digiterà al suo portatile per produrne un testo giornalistico-letterario che spieghi quel tale oggetto chiamato libro, rispettando dei tempi stretti, in quanto redazionali e quindi pressanti. Dunque, lavoro unito all’interesse vissuto con piacere.
- La Francesca lettrice, invece, si prende i suoi tempi e le sue voglie nel leggere durante la giornata un libro che sia un testo breve o lungo, un romanzo o una raccolta di racconti, ritagliandosi il gusto del tempo dell’abbandono alle parole di un altro e al vagare nei meandri del suo pensiero, senza sentirsi obbligata o proiettata nella missione di spiegare il ‘nocciolo’ della questione agli altri, ai lettori, in un tempo dilatato e rilassato che permette di gustare più lentamente la materia in oggetto chiamata spesso e volentieri, anche in senso lato, letteratura. Questa Francesca qua, legge molto d’estate, in riva al mare, sulla spiaggia, sul balcone della sua casa in Sicilia o dell’altra in mezzo alle vallate del Cilento, ma di ciò che legge non è detto che ne produca un articolo o un lit-post, avendo il vantaggio di vivere quel suo momento di intimità con quel manoscritto senza ansie o scadenze e di poterne dibattere, magari con più leggerezza e spensieratezza, tra amici dinanzi ad un bicchiere di buon vino e un piatto di carne alla brace.
Quando leggo un libro, qualunque esso sia e indipendentemente dal fatto che sia per piacere o per lavoro, lo leggo ‘in silenzio’ e cioè lontano dal ‘rumore’, ossia il mondo. L’unico rumore o meglio voce che ascolto è quella del/i protagonista/i del testo che ho tra le mani. Se il testo mi appassiona, modifico la scaletta degli impegni giornalieri e potendo lo finisco in una giornata, in un tempo che varia dalle tre alle cinque ore. Se no, le pagine, una dietro l’altra, le consumo con un appetito minore, ma pur sempre fame diluita nell’arco di più giorni, con una tempistica dettata delle volte dai propri impegni e, delle altre, dalla programmazione degli argomenti del giornale.
Il libro è la migliore compagnia di cui ci si possa circondare in viaggio sia esso in treno, nave od aereo. Nella mia borsa ce n’è sempre uno.
Su un prato, magari all’ombra di un albero o in riva al mare al tramonto, leggere, ma anche scrivere, per me è il massimo: l’ho sempre ritenuto uno dei modi e dei momenti migliori per riflettere ed entrare in contatto con se stessi. Se fa freddo, e il tempo è uggioso, un comodo piumone sarà un ottimo, caldo ed avvolgente compagno di avventura per un nuovo tuffo in apnea nella letteratura sia contemporanea che classica.
“Il mio rapporto oggi con la Lettura e la Letteratura è un rapporto concreto, vivo, in possesso di un suo ritmo e un suo respiro". Oggi leggo per piacere e soprattutto con piacere sia ciò che mi viene richiesto, sia ciò che rintraccio tra gli scaffali di una libreria nella mia personale “caccia al tesoro. Il libro è una materia viva" per cui nutro interesse e il cui oggetto di discussione capisco e, se non lo afferro, mi impegno a capire. Un libro, per me, non è più un oggetto che fa parte del corredo scolastico e del programma ministeriale ma è quell’assidua ricerca di spazio e di tempo che si ha con se stessi: “modus vivendi e forma mentis… Io sono in parte ciò che leggo e in parte altre tante cose così come le prospettive che si possono individuare attraverso un caleidoscopio". Insomma, la lettura, le letture, la loro scelta, indicata, suggerita o spontanea, sono una parte della mia personalità e aiutano la crescita e concorrono alla formazione e allo spessore della struttura interiore dell’essere umano.
Non è dunque una stranezza se il libro ai miei sensi risulta pietanza da degustare, il cui odore di cucinato (il profumo della carta e l’odore dell’inchiostro) riempie le mie narici mentre palpeggio la copertina e lo sguardo si posa sui righi e le orecchie si tendono alle voci dei cantastorie.
Quando leggo un libro mi faccio aiutare dai miei occhiali o da un paio di lentine a contatto, un aiuto dovuto alla sofferenza che i tre gradi di miopia e di astigmatismo per occhio producono anche sulla mia capacità d’attenzione. Qualche volta è capitato di leggere anche senza vetri, con quelle diottrie rimanenti. Vedo bene ma sono costretta a non poter mantenere la “distanza di sicurezza", quei trenta centimetri che stanno alla regola base di una buona postura da lettura. Non scarabocchio mai sui libri, ma uso matite per sottolineare i passaggi che ritengo importanti e che meritano divulgazione e citazione nella memoria dei tempi e segnalibri, oppure post-it segna-pagine. Da qualche tempo a questa parte su un quadernetto annoto l’elenco dei libri il cui contenuto scorro e sulla prima pagina di ognuno appunto data d’inizio e fine lettura. Diversamente accadeva con i libri di testo per la preparazione di un esame o di un concorso: dopo qualche giorno, le pagine sfogliate assumono l’aspetto di “vissuto": segni, segnali, foglietti e richiami ad altri testi per ricercare, approfondire, consultare, curiosare. Qualcosa del genere accade ancora oggi, quando si tratta di un testo importante che devo recensire: nel mio “stupro" cartaceo cerco di essere la meno invasiva possibile, la meno violenta e quando uso la matita o incollo qualche fogliettino sulla pagina o magari lo appunto con una graffetta, uso la forza che necessita per una carezza sul viso di un bambino. Una volta acquistato il libro, uguale a migliaia se non milioni di altre copie, per me è dotato di una sua voce e di un’anima che è messaggera, portavoce, postina per l’umanità. Ho rispetto e quando lo poso sul comodino accanto al letto non è mai con un gesto distratto ma sempre accurato e posato perché quel libro è stato per un periodo, seppur breve, compagno di avventura e di merende.
Il libro non è altro che la scrittura di “un qualcosa". Ci sono scritture in cui riconosco i miei pensieri e la mia voce ed altre il cui suono tozza rigorosamente con il ritmo del mio pensiero e del mio modo di scrivere. Quando avviene lo scontro è come se si trattasse di un concerto heavy metal: un grande frastuono che ha bisogno di tempo per disperdere anche l’eco del suo boato, prima di poter ritrovare, in corner, un attimo di pace per la ricerca di un dialogo verso un inchiostro lontano da quello personale per stile e contenuti.
Quando leggo, è importante che vi sia una buona illuminazione sia alogena che naturale. Assume tutt’altro aspetto una lettura a lume di candela. Adoro le candele e la luce delle loro fiammelle così calda ed avvolgente che fanno apparire tutto dorato; anche le pagine bianchissime di un libro assumono quell’aria patinata, così glamour, da apparire raffinate e degne di essere esposte nella vetrina di una gioielleria.
Generalmente leggo a casa, comodamente a casa, di pomeriggio, dopo pranzo, sorseggiando una miscela dolce di caffè, e la sera dopo cena, prima di addormentarmi, dopo aver visto un po’ di tv. D’estate quando l’unico impegno è andare al mare, leggo la mattina, dopo aver fatto colazione, mi rintano nuovamente fra le lenzuola, possibilmente fresche, e inizio la mia dieta letteraria con la prima razione di “cibo".
Ed è così che la mia persona si relaziona a quell’oggetto animato da svariati personaggi, sentiero di viaggi tra storie di cronaca e cronaca inventata, con l’avvertenza: FRAGILE - maneggiare con cura e tenere lontano da fonti di calore e di umidità nonché raptus da lame taglienti.
“La Letteratura è una delle testimonianze che rende l’opera dell’Uomo immortale e con essa, in quanto arte, si afferma il Suo passaggio e la sua esistenza sul pianeta Terra.
‘Leggere apre gli orizzonti della mente e sfonda i pregiudizi e i luoghi comuni.’
E se la scrittura è un'arte che si apprende giocando a scrivere, la lettura è un’arte che si apprende sfogliando pagina dopo pagina, curiosando tra le battute d’inchiostro.
• Conversazione a tu per tu con l’Io narrante
-Oggi pomeriggio che fai?
-Faccio merenda.
-Con cosa?
-Con un libro.
-Cosa?
- Sì, io mangio i libri, non li brucio.
-E come fai?
-Li mastico e poi li ingoio.
-Ma non ti faranno male?
-Li digerisco facilmente e poi faccio anche il ruttino.
-E il tuo nutrizionista che dice?
-Che mi alimento bene.
-Sicura?
-Sì, anche l’ago della bilancia è contento."
23 Settembre 2006
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:52 | Comments (7)
14.11.06
Come si leggono i libri: Un libro di seconda mano
Dedicato all’amico nemico, Sergio Garufi
di effeffe
[Poiché ogni cosa che comincia ha fine, dobbiamo, anche se con dispiacere, stabilire un termine per l'inoltro del materiale. Esso è fissato nel 30 novembre 2006. Pertanto chi ha intenzione di partecipare si affretti. Le date sono già tutte coperte fino al 22 dicembre, e almeno due nuovi articoli sono stati annunciati. bdm]
Ho cominciato con un viaggio. Dalla terra alla luna, e il diktat di una severa professoressa che ci obbligava a leggere, alla prima estate di studente delle medie, dieci libri, a scelta, ovvero rapiti alla polvere della scarna biblioteca famigliare. Non ho mai visto mio padre leggere un romanzo né mia madre altro, che il rotocalco Intimità. Da allora, i periodi di letture intense erano una parentesi felice. Perché più comune, normale ed infelice, era il non leggere. Con il tempo e le prime scritture, al dispiacere provocato da quella triste verità, il fatto di non leggere tanto, ai ritmi dei migliori amici, veri divoratori di carta stampata, si aggiungeva un vero e proprio dolore. Ben inteso non in senso morale, di non rispettare la parola data o di non adempiere a un dovere. Niente di tutto questo. Solo la noia di smarrire qualcosa, di mancare un appuntamento.
La questione è che leggo solo quando posso. Non quando voglio. La scorsa estate, per esempio, ho passato ogni notte in compagnia della prima pagina di un libro di Bolano pubblicato da Christian Bourgois. E non per intero, ma solo il primo paragrafo ed ogni volta era come leggere per la prima volta quel paragrafo che come in un certo cinema italiano del dopoguerra svaniva in una dissolvenza che le palpebre chiuse relegavano al buio. – Se vuoi puoi continuare a leggere, la lampada non mi da fastidio – dicevano - ed io la spegnevo di lì a qualche attimo, appoggiando gli occhi alla schiena calda e di sale, proprio perché, pur volendolo, non potevo continuare a leggere.
Quanti libri ho allora depositato in quella sala d’attesa, generalmente un comodino o un tavolo accanto al letto, con la ripromessa di prestarvi attenzione un giorno? Fino a che quegli stessi libri mi scivolassero dentro, come sangue nelle vene, qualche tempo, a volte anni appresso, attribuendo a quell’attesa lo stesso valore che si assegna a qualcosa che si è desiderato dal principio di possedere ma che, inspiegabilmente ti sfugge. Così Miller (Henry) o Robert Musil.
E quando questo non accadeva, com’era pensabile scrivere? Si può scrivere senza leggere? Non ci sono regole in tal senso. Esiste un elenco lunghissimo di scrittori per niente lettori e per un Charles Bukowski che, intervistato da Bernard Pivot, critico letterario e animatore della leggendaria trasmissione televisiva Apostrophe, ammette candidamente di non sapere nemmeno dell’esistenza di un tale Baudelaire, ci sarà sempre un Borges per cui l’ambizione maggiore era quella di essere un vero lettore. Del resto la stessa parola, letteratura si posiziona dalla parte del lettore più che da quella dello scrittore. Insomma, con l’unica eccezione delle letture commissionate e pagate (spesso nemmeno ma perché richieste da un amico), in vista di critiche e recensioni, al di là di ogni disciplina, per leggere un libro a me non basta volerlo. Deve accadere qualcos’altro, indipendente dalla mia volontà.
Ovviamente la cosa non mi confortava, perché al contrario di quanto detto poc’anzi, anch’io credevo, e lo credo tuttora, che non sia possibile scrivere senza leggere. Fino a quando non ho capito. Che il problema non è tanto la cosa in sé, leggere e l’azione che lo presuppone, in tutte le sue sfumature – fondamentale il posizionamento del cuscino appoggiato al ciglio del letto, in modo da avere la schiena se non dritta almeno inclinata - bensì cosa leggere.
Si può leggere qualcosa di diverso da un libro? Certo ed è una scoperta recentissima. Si può leggere uno sguardo invece di osservarlo, scrutarlo, ammirarlo, e lo stesso vale per una situazione, un dolore, una gioia profonda, un ricordo, un pensiero. In altri termini mi sono reso conto che quando non leggo è perché non solo mi impregno di altro dai libri ma che la modalità attraverso cui avviene è proprio quella della lettura.
Ed allora scrivo, ma solo allora. Quando la vita mi dice che è il momento di trasformare una sensazione, un’esperienza, un’emozione in parole, lettere, vocali e consonanti, segni, elettricità. E scrivo solo di quel che leggo. Perché solo quando leggo, vivo.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:32 | Comments (9)
10.11.06
Come si leggono i libri: Di solito leggo in tre posti
Io vivo con una prozia canuta e con una bertuccia che ha nome Makakita, e di solito leggo in tre posti: in bagno, sulla cyclette e a letto.
Il bagno, si sa, è un luogo deputato alla lettura, almeno da quando – e sono solo pochi decenni - ci possiamo permettere il lusso di non andarla a fare nella stalla. Ma non scendiamo in particolari.
Certe volte in bagno ci sto anche un paio d’ore e poi mi alzo barcollando con le gambe intorpidite; e Makakita si fa un sacco di risate.
Una volta la prozia mi disse “Ma che stai facendo, lì dentro?" E subito - qual era quel biscotto? la Macina? il Pavesino? - mi ricordai di quando mia madre mi poneva la stessa domanda, al tempo perduto della mia brufolosa adolescenza. E mi sovvien il catalogo di Postalmarket, pagina della biancheria intima da acquistare per corrispondenza. Ecco: i giovani di oggi, oltre al bagno, in casa hanno pure Internet, i DVD e la TV satellitare. Maledetti giovani ignoranti: preferiscono mille baci a mille libri.
La cyclette. Da quando ho doppiato la boa dei quaranta, vomitando per il mal di mare, so bene che devo fare esercizio fisico: fa star meglio, tiene in forma, endorfine grassi circolazione eccetera. Ma, nell’intimo della mia ansia, ho il terrore di perdere tempo. Quindi pedalo leggendo e leggendo pedalo. Certe volte ci sto anche un paio d’ore e poi mi vengono i crampi; e Makakita si fa un sacco di risate.
Leggo poi, dicevo, anche a letto. E mentre leggo mi viene in mente
che mi possa capitare, come si legge talvolta nei romanzi, che una Bella Dama, dopo avermi ascoltato parlare di letture, alzata lentamente la ve-letta, voglia concedermi le sue grazie in un vagone-letto: una pancia prominente e tremolante potrebbe rompere l’incanto sull’Orient-Express. Quindi leggo e ogni tanto tonifico gli addominali, almeno credo: faccia in alto, braccia tese a reggere il libro, piego le gambe e le riabbasso, le piego ancora e le abbasso di nuovo.
Avevo cominciato con dieci flessioni; ormai ne faccio trecento.
Ma la Bella Dama non si è ancora vista.
Pazienza, prima o poi arriverà.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:42 | Comments (9)
07.11.06
Come si leggono i libri: Un rito, un’ossessione, una terapia, una dannata consolazione
Leggere è come pregare. Lo faccio appena posso. Leggere, dico. Se sono a casa leggo a letto, preferibilmente. Per questo si chiama letto, secondo me. O per strada (il libro diventa un volante), sulle scale mobili, su una panchina o in un bar nella pausa pranzo, sulla spiaggia, aspettando il mio turno alla usl o alla posta. Mi stupisco sempre quando c’è da aspettare che quasi nessuno si liberi dalla noia leggendo. Posso dirlo con certezza, specie quando la fila la guardo dal mio posto privilegiato di cassiere di banca. Niente. Manco un fumetto, un quotidiano, un magazine, un depliant pubblicitario, un bugiardino, non dico la Bibbia in sanscrito. Son tutti concentrati e tesi a far la fila e a incazzarsi se l’altra va più veloce, che come dice l’implacabile legge di Murphy sulle file: “L’altra è sempre più veloce, anche se la cambi". Beh, peggio per loro...
Ma da un po’, da quando scrivo stroncature per Fernandel, mi tocca leggere con uno stato d’animo (come si diceva nell’ottocento) dico, uno stato d’animo paradossale. Intanto vado in libreria e chiedo consigli su qualche libro veramente brutto che è uscito, che è sempre più difficile da trovare, non dico un libro brutto, ma un libro che abbia una sua particolare bruttezza. Direi, quella bruttezza stimolante, che sia urticante, presuntuosa, grottesca, involontariamente comica. Il libro cioè che sia giusto per attaccarlo senza pentimenti e con un certo humour, sperando ne esca pure un pezzo divertente per il mio affezionato lettore.
Per far questo, a parte che devo individuarlo, acquistarlo. Leggerlo con la giusta attenzione. Fare perfide annotazioni. Vado avanti sperando che dopo un attacco neutro, non mi deluda... che cioè peggiori, non dico di botto, ma almeno lentamente e inesorabilmente. Invece quasi sempre si mantiene in quel grigiore medio-basso, si aggrappa a un minimo di dignità che non dà nessun appiglio alla mia cattiveria.
Mi tocca tornare in libreria, acquistare un altro libro e così via. Ho qualche consigliere, ma la sua idea di bruttezza non sempre (quasi mai) coincide con la mia.
(Meno male che su un Magazine posso scrivere anche di quello che mi è piaciuto che questo dà alle mie letture il giusto equilibrio tra gioia e noia).
Tra le cose che leggo però, la maggior parte resta in quella zona grigia inutilizzabile. Né bella né brutta. E quando si avvicina il giorno della scadenza, mi viene quel panico da pre-esame, mi butto su libri piccoli, o son costretto a fare finte stroncature, dove parlo più dei pregi che dei difetti. Questo per essere onesti. Che quella è la prima condizione sine qua non, come si dice. Il resto è il puro piacere masochistico di farsi dei nemici. Attaccando soprattutto i più forti. Quelli che vincono tutti i premi, che stanno mesi in classifica, a costo di passare per invidioso. Ma si sa che si può invidiare il talento non il successo immeritato.
Ah, ovviamente, se non ho nessuno in fila, davanti a me, leggo qualche rigo anche nel mio box, pagine scaricate da qualche sito letterario, cose brevi, aforismi, poesie, magari ascoltando Fahrenheit dove si sta parlando proprio del romanzo di cui mi sto occupando. Per fortuna leggere, è un gioco che non finisce mai. Infatti ora vado a rileggermi ’sta cosa che ho scritto.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:50 | Comments (16)
06.11.06
Georges Perec e la lettura
[tutti gli articoli su Georges Perec]
Nel 1976 Georges Perec scrisse Leggere: schizzo socio-psicologico sulla rivista Traverses. Nel breve saggio lo scrittore accennava alla necessità di una sociologia della lettura, o una socio-antropologia, inserendo quest’idea nel più ampio compito che l’etnologo Marcel Mauss si era prefissato, quello di sondare aspetti della vita umana che, pur secondari rispetto ad altre sue attività, meritano comunque lo sforzo di uno studio, dal momento che “rinviano alla storia del nostro corpo, alla cultura che ha modellato i nostri gesti e i nostri atteggiamenti, all’educazione che ha formato i nostri atti motorii non meno di quelli mentali".
Perec, con la sua consueta tecnica enumeratoria, passa in rassegna diversi aspetti corporei relativi alla lettura (la voce, le labbra, le mani, le posizioni), oltre a collocarli in ambiti o spazi precisi: il viaggio, le vacanze, lo spazio sociale, i trasporti. Perec sceglie un ambito, e individua in un approccio “socio-antropologico" la possibilità di “pensare" la lettura. Una “tecnica" che avrebbe usato in più di una direzione.
Le pagine che seguono non sono altro che semplici note: un insieme, più intuitivo che organizzato, di fatti sparsi che, solo eccezionalmente, rimandano a discipline costituite; semmai, esse appartengono a quei settori così mal suddivisi che richiamano le terre incolte dell'etnologia descrittiva di cui parla Marcel Mauss nella sua introduzione alle "tecniche del corpo" (cfr. Sociologie et Anthropologie, Paris, P.U.F., 1950, pp.365 e segg.), e che, catalogate sotto la voce "varie", formano zone particolari di cui si sa solamente che non si sa gran che, ma dove si presume che si potrebbero trovare molte cose qualora si decidesse di prestarvi un po' di attenzione: fatti banali, passati sotto silenzio, tenuti in nessun conto data la loro pochezza: eppure ci descrivono, nonostante noi crediamo di poterci dispensare dal descriverli; con molta più acutezza e attualità della maggior parte delle istituzioni e delle ideologie a cui i sociologi ricorrono abitualmente per le loro ricerche, rinviano alla storia del nostro corpo, alla cultura che ha modellato i nostri gesti e i nostri atteggiamenti, all'educazione che ha formato i nostri atti motorii non meno di quelli mentali. E così, precisa Mauss, per la marcia e la danza, la corsa a piedi e il salto, modi di riposare, tecniche di trasporto e di lancio, maniere di stare a tavola e a letto, forme esteriori di rispetto, dell'igiene corporale, ecc. Naturalmente, è così anche per la lettura.
Leggere è un atto. E io vorrei parlare di questo atto, e di questo solo, di ciò che lo costituisce, di ciò che lo circonda, e non di ciò che produce (la lettura, il testo letto), né di ciò che lo precede (la scrittura e le sue scelte, l'editoria e le sue scelte, la stampa e le sue scelte, la distribuzione e le sue scelte, ecc.), qualche cosa, insomma, come una economia della lettura sotto i suoi aspetti ergologici (fisiologia, lavoro muscolare) e socio-ecologici (ambiente spazio-temporale).
Da parecchi decenni ormai, tutta una moderna scuola critica ha posto l'accento proprio sul come della scrittura, sul fare, sul poietico. Non la sacra maieutica, l'ispirazione afferrata per i capelli, ma il nero su bianco, la tessitura del testo, l'iscrizione, la traccia, il piede della lettera, il lavoro minuto, l'organizzazione spaziale della scrittura, i materiali (la penna o il pennello, macchina da scrivere), i supporti (Valmont alla Presidentessa di Tourvel: «La tavola stessa su cui vi scrivo, per la prima volta adibita a tale uso, diventa per me l'altare sacro dell'amore... »), i codici (punteggiatura, capoversi, paragrafi, ecc.), il proprio intorno (lo scrittore che scrive, i suoi luoghi, i suoi ritmi; coloro che scrivono al caffè, quelli che lavorano di notte o all'alba, oppure alla domenica, ecc.).
A me sembra che un lavoro analogo vada fatto sull'aspetto efferente di tale produzione: ossia l'assunzione del testo da parte del lettore. Non si tratta tanto di considerare il messaggio emesso, quanto l'emissione del messaggio al livello elementare, ciò che avviene quando si legge: gli occhi che si posano sulle righe, il loro percorso e tutto ciò che accompagna questo percorso: la lettura ricondotta a ciò che innanzi tutto è: una precisa attività del corpo, il movimento di certi muscoli, le diverse organizzazioni delle posizioni del corpo stesso.
Georges Perec
Pensare/Classificare
Rizzoli
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:23 | Comments (8)
03.11.06
Come si leggono i libri: Il dono delle fate
Il giorno che ho visto per la prima volta la luce di questo splendido mondo, un gruppo di fate (o erano angeli?) cominciò a discutere animatamente su cosa portarmi in dono. E’ consuetudine, infatti, che a ogni bambino, al momento della sua nascita, venga consegnato un dono prezioso che gli resterà appiccicato per tutta la vita. Le fate, o angeli che fossero, discutevano appunto animatamente. Qualcuno propose: diamole la bellezza. Un’occhiata collettiva a quel rospetto urlante laggiù, rosso e arrabbiato, e il dono fu accantonato all’unanimità. Ci fu chi propose la saggezza, chi la fortuna e chi la salute, tutti doni molto discussi che, per errore, finirono perciò per essere concessi in modo discontinuo, un po’ sì, un po’ no. Ma l’accordo generale fu trovato quando una delle fate propose: diamo a questa bimba il dono della lettura, costante e appassionante, che mai l’abbandonerà fino a che vivrà. E fu l’esplosione di consensi.
Ecco perché io leggo.
Nel corso degli anni si sono modificate le circostanze, ma il regalo di quelle fate-angeli non è mai andato perso.
Come legge una bambina?
Io ho cominciato a 5 anni. Rubavo il segreto delle parole a mio fratello, che affrontava i doveri della prima elementare. Per me non era un dovere. Era un piacere quasi fisico. Cominciai a leggere tutto, etichette di detersivi, titoli in tv, fumetti e giornalini di Topolino (finalmente potevo capire cosa avessero da dirsi quei quattro paperi lì!). Misi da parte le scarse bambole, che già m’interessavano poco, e mi dedicai con devozione a questo nuovo gioco.
A sette anni, in seconda elementare, leggevo libri a tutto spiano. E sapete come legge una bambina? Con avidità e ingordigia.
Da sola, rintanata su un vecchio divano, chiudevo una porta ideale sul mondo e ne aprivo centinaia di altre. La lettura era la mia play-station personale, quando ancora quella vera non esisteva, nemmeno nel progetto più fantasioso. I libri erano i miei videogiochi. Le realtà che mi costruivo, pagina dopo pagina, non erano virtuali, ma mondi veri da cui faticavo a uscire quando la mamma mi richiamava. Perfino la maestra dovette intervenire: vedi di giocare un po’ con i tuoi fratelli, o con le bambole, leggi di meno…. Leggi di meno!! Oggi si cerca in tutti i modi di stimolare i bambini alla lettura, che rischia di diventare obsoleta nella realtà dinamica del quotidiano (e i bambini, difatti, al libro preferiscono il computer)… e io invece venivo caldamente invitata a leggere di meno! Certo che cambiano i tempi. Pensare che un giorno a scuola mi sono beccata anche uno schiaffo dalla maestra perché mi ha sorpresa a leggere un fumetto di Diabolik… non potevo resistere, il fumetto era di un compagno, magari non me lo avrebbe mai prestato… La lezione già la sapevo, ma la nuova avventura dell’eroe mascherato no. E tra una rapina e l’altra è arrivata la sberla punitiva. Meritata? Forse. Ma la colpa non era mia. Come avrei potuto spiegare alla maestra che era colpa del dono delle fate? Un dono di cui non ti liberi mai.
Intanto si proseguiva, e il luna park chiamato vita presentava il conto dell’adolescenza.
E come legge un’adolescente?
Innanzi tutto legge cose proibite… Con avidità e ingordigia. Libri con scene di sesso intercalate a storie d’amore folle, in un tempo in cui l’amore lo si sogna e basta. Da ragazzina leggevo facendo finta di studiare. Insomma, non esistevano mica solo i libri di scuola, ma fallo capire agli adulti. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, nel nostro meridione sempre un po’ indietro coi tempi, da una ragazza si pretendeva che aiutasse in casa, che si comportasse da donnina, che non uscisse mai e che allo stesso tempo fosse brava a scuola. Un po’ troppe cose. Sostenendo che volevo essere sempre preparata passavo ore e ore alla scrivania, a testa bassa, nascondendo le letture fra i compiti di scuola, che in realtà avevo già mezzo svolto in classe, e ignorando ogni altro presunto dovere. Al tempo stesso scrivevo. Perché chi legge molto prima o poi cerca anche di scrivere. Chissà per quale motivo. Eppure non è che chi tira un paio di calci ad un pallone in cortile tenti sempre di diventare Maradona. Mistero. Probabilmente è tutto collegato, leggere e scrivere fa sempre parte del gioco delle parole. Fa sempre parte di quel famoso dono. Le fate non lo ammetteranno mai, però... Ecco allora che nascono i primi, ingenui raccontini e poi il diario, il mio caro amico Poldo, che diventerà un’altra lettura e rilettura negli anni a venire, fino a che non morirà per cause di forza maggiore. Cosa c’è di più interessante che rileggere sprazzi della propria vita? Fino a che è vissuto, leggevo e scrivevo a Poldo nel segreto più assoluto (segreto di Pulcinella). Quaderno tra i quaderni, non dava nell’occhio. A volte finiva sotto il cuscino. Un libro sul comodino, il quaderno dei segreti tra cuore e testa. Da rileggere quando la casa dormiva, e solo le zanzare delle troppo bollenti estati potevano venire a spiare.
E quando gli anni sono trascorsi, come legge una giovane donna che sta ancora costruendo il suo futuro? Con avidità e ingordigia. Non solo. Legge con rabbia. Perché non ha soldi per comprare i libri. E s’iscrive alla biblioteca comunale. Si fa prestare i libri dalle amiche. Ancora romanzi, ancora la voglia disperata di evadere, di cercare nuove vite. E ancora rabbia nel non poter conservare quei piccoli miracoli. Doveroso, ma assai difficile restituirli. Come fu che il dono degli angeli rischiò di diventare una maledizione. E’ il periodo delle letture in treno, in stazione aspettando l’ultimo convoglio, nella pausa pranzo di un lavoro precario che teneva fuori di casa tutta la giornata. Il libro era uno scoglio fra me e gli altri. Mentre aspettavo l’ultimo treno, nascondendomi il volto intimava a chiunque di non avvicinarsi a me. E sul treno innalzava barricate tra me e i possibili interlocutori. Del resto il mio modo di calarmi nella storia era spaventoso. Ho rischiato di perdere il treno o la fermata, più di una volta. La lettura era una difesa contro tutto e contro tutti. E qualsiasi angolo di mondo era buono per rifugiarsi, con la mente, altrove.
Tutto si sistema, presto o tardi. La vita procede, si assesta.
E ora, come legge una donna che ha raggiunto la stabilità?
Sempre con avidità e ingordigia. Una donna che lavora, che ha famiglia, si dice, ha poco tempo per leggere. E’ vero, confermo. Ma quel dono birichino non può morire. E così il libro diventa un amante con cui dividere le ore piccole della notte. Ah, le fate le hanno pensate tutte. Anche a procurarmi un lavoro in cui devo stare sveglia di notte a vigilare sugli altri. Quale modo migliore per farlo se non leggendo? Se la storia è avvincente, devo costringermi con la forza a rientrare in servizio nel presente reale e a fare quello che devo fare… L’alba arriva veloce, fra le braccia di un libro. E anche a casa non è diverso. Quando tutte le luci sono spente, quando la buonanotte è augurata, io, nel mio letto, accendo una lucetta piccolissima che non disturba. E’ fatta per stare dietro un orecchio e lasciare le mani libere di girar pagina. In fretta, avida, perché devo assolutamente sapere cosa succede nella pagina 27, che viene dopo la 26 e prima della 28… Instauro un rapporto così morboso come non esiste fra amanti veri. E lotto contro la stanchezza fisica, contro l’incrociarsi degli occhi che a volte proprio non reggono il ritmo del desiderio. Ma continuo a leggere. Mi sono ritrovata spesso a ridere o piangere, da sola, nel cuore della notte. Di certo non mi sono mai addormentata con un libro in mano. Ogni volta ho salutato il mio amico-amante, gli ho messo il segnalibro più bello, lisciato la copertina e riposto al mio fianco sul comodino. E nel sogno i personaggi che lo abitano spesso continuano le proprie avventure.
Come si legge quando la vita è in declino, gli anni pesano come macigni, gli occhi si offuscano e le mani tremano? Ancora non lo so. Immagino con avidità e ingordigia. Poiché ho ricevuto il dono dalle fate, prima o poi lo scoprirò.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:23 | Comments (9)
31.10.06
Come si leggono i libri: Il prezzo della bellezza
Non so come leggo.
O meglio, lo so. Il mio modo di leggere è come il clima irlandese: in una giornata si rincorrono almeno un paio di volte le quattro stagioni. È variabile, confuso, perciò non mi è facile definirlo. Naturalmente, mi riferisco alla postura.
Mi capita di iniziare un libro appollaiata su una delle due sedie rosse e girevoli da dove, in genere, tengo sotto controllo lo schermo del pc su cui miracolosamente appaiono le mie traduzioni o le mie scritture. Di solito comincio a leggere nelle pause di lavoro e proseguo la sera, a letto. In men che non si dica, da seduta che ero, mi ritrovo a girare per casa con il libro in mano e a leggere mentre cammino per il corridoio, senza guardare dove metto i piedi – cosa di cui la coda della mia gatta mi sarà eternamente grata.
Lo so, sto per dire una cosa scontata.
Ogni tanto annuso le pagine. Anzi. Spesso.
E, mentre leggo, faccio ruotare il trespolo rosso sul quale sono appollaiata. Una sorta di inno alla gioia per aver scovato un libro che mi risucchia completamente nei suoi gorghi verbali.
L'oggetto-libro è per me fonte di intenso piacere sensuale: tattile, uditivo, nasale. Manca poco che sfiori le pagine con le papille gustative. Non credo mi dispiacerebbe.
Ça va sans dir che i piaceri sensuali sono diretta conseguenza dell'ineffabile estasi mentale regalatami dai libri in questione. Solo in presenza di un testo stimolante per le mie sinapsi riesco a riscaldare i motori e ad aumentare al massimo la ricettività dei miei organi di senso.
L'oggetto-libro nuovo è, poi, una sorta di scrigno la cui apparente inviolabilità mi sfida. Tra le mie mani, un libro rimane nuovo per pochissimo. Io devo marcare il territorio, devo cambiargli i connotati (in fretta) in modo che il libro diventi un'appendice di gaja, un suo riflesso, lo specchio della mia personalità. Quindi lo allargo, guardo compiaciuta le grinze che si vengono a formare sul dorso, se non trovo un segnalibro o una matita da mettere in mezzo al libro gli faccio le orecchie, se non trovo una matita per chiosare le frasi che mi rimangono particolarmente impresse (le frasi-cult, come le definisco io) uso la penna, e non sono doma se non quando mi rendo conto che l'oggetto-libro, che in precedenza sfoggiava una copertina scintillante, una consistenza profumata e compatta, ormai si è trasformato in un'incarnazione libresca della mia persona: ovvero, un gran casino. Solo dopo aver marcato il territorio cartaceo posso davvero dirmi orgogliosa della mia lettura. In quel momento sento di aver posseduto il libro, sento di essere entrata nella sua anima, nella sua vita. Come se, intervenendo con i miei commenti a margine di pagina o tra una riga e l'altra, io stessi intervenendo nell'atto creativo stesso, mi stessi inserendo d'autorità nella sua fabula. Ho pile di libri nuovi di zecca sulla scrivania, sulla sedia accanto al letto, che aspettano solo di essere ridotti a immagine e somiglianza della propria torturatrice. Chi dice che leggere non sia anche un efficacissimo processo catartico?
Dunque, dicevo. Se il libro mi prende, non c'è verso di staccarmelo dalle mani. Io sono una lettrice piuttosto veloce. E sono capace di portarmelo in giro ovunque. Una cosa del genere mi è capitata – stranamente – con un romanzo di cui dovevo curare la traduzione. Il titolo in italiano è Il prezzo della bellezza, lo scrittore è il canadese John Bemrose. Non ricordo di essere mai andata a letto desiderando che la notte (quelle poche ore che mi concedevo di dormire) passasse più in fretta possibile per poter riprendere la lettura di un libro. La data della consegna prevista dal contratto era il 30 marzo 2005. Il libro era piuttosto ponderoso: la versione italiana consta di cinquecentoquarantasei pagine. Iniziai a tradurlo all'inizio di gennaio 2005 e mi restò più di un mese per procedere alla revisione definitiva. Non riuscivo a prendere le distanze da quel testo. Al mattino mi svegliavo felice di averlo davanti: la traduzione era un optional. Ciò che mi interessava era leggerlo, inspirarlo, farlo a pezzi e ingerirlo, perché diventasse parte di me. I personaggi erano diventati vivi e tridimensionali: cominciai a fantasticare su un'eventuale versione cinematografica (vizio in cui ogni tanto mi capita di ricadere, quando penso a quel libro) e su quelli che potevano essere gli interpreti ideali. Iniziai a scrivere all'autore – persona splendida e di grande disponibilità – pregandolo di pensare a un sequel. Assestai vari colpi bassi, prendendo di mira quelli che ritenevo i suoi punti deboli: il libro è bello ma manca qualcosa, ci sono delle lacune, non si capisce bene che fine faccia tizio, ci sono troppi fili lasciati in sospeso, dovrebbe rimediare in qualche modo, per caso è stato mai contattato da qualche regista o produttore, eccetera eccetera.
Sono una lettrice ossessiva e ossessionante.
Sono una sorta di edera: dove mi attacco, muoio (nel senso che finché non esaurisco le energie e, con esse, il libro che leggo, non riesco a staccarmene). E guardo, con stupore tenero e materno, i libri che stropiccio, che allargo, che piego. Amo ogni loro ruga, li voglio vivere e li voglio "vissuti". Passo loro la mia vita – incasinata – e mi prendo la loro.
A proposito: ho saputo che John Bemrose sta lavorando al suo secondo romanzo.
Non mi è dato sapere se si tratti de Il prezzo della bellezza 2, ma se non lo è, il povero Bemrose sa cosa lo aspetta.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:07 | Comments (48)
27.10.06
Come si leggono i libri: Come leggo
Come leggo un libro io? Facile: apro il libro e vado dritto dalla prima all’ultima pagina. A pensarci dovrei scrivere che non vado dritto ma vado orizzontale: muovo gl’occhi da sinistra a destra poi li abbasso appena li sposto da destra a sinistra e via, ricomincio. Sì, è proprio così che leggo, e questo non è che non comporti delle conseguenze che nel tempo mi sembrano via via più fastidiose. Voglio dire che qualche volta le righe sono così vicine le une alle altre che mentre sposto lo sguardo da destra verso sinistra per leggere la riga sotto, intravedo con la coda dell’occhio proprio in quella riga un nome, a volte anche un frammento di verbo, un pezzetto di frase che costituisce il punto dove precipita tutta la narrazione contenuta nel paragrafo, a volte nel capitolo, a volte nell’intero libro che sto leggendo. Per questo, dico, è un fastidio non da poco.
E per questo, se devo confessarlo, mi piacciono quei libri scritti fitti, dove le righe stanno in fila come tanti capelli ben pettinati sulla pagina: perché nei libri dove le parole si collocano in tutta evidenza sulla pagina, nei libri dove c’è più bianco che inchiostro, lì i miei occhi con qualche sbattere di ciglia, un’occhiata di qua e una di là, hanno già raccolto le informazioni essenziali prima ancora di cominciare a leggere, e la maggior parte dei libri che leggo si appoggiano tutti su informazioni essenziali contenute anche soltanto in una parola. Direte: sto esagerando; e non posso darvi torto; sì: sto esagerando. Purtroppo, però, se esagero, succede perché appartengo alla categoria del cosiddetto lettore forte. Io non lo so quanto leggo. Non saprei quantificare quanti libri leggo in un anno, in un mese, in una settimana. Quello che so è che io leggo continuamente. Leggo quando leggo un libro. Leggo quando scrivo un libro. Leggo quando vado a spasso – ci sono moltissime parole quando vado a spasso e io le leggo tutte. Questo fa di me, senz’altro e senza l’ombra di un solo dubbio, un lettore forte, fortissimo, formidabile, inossidabile. Questo fa di me, anche, un lettore bastardo. Sono un bastardo con i libri. Qualche volta preferirei appartenere a quella schiatta di persone che hanno letto uno, due, tre, quattro libri di narrativa, e stop. Che hanno il loro autore preferito, e stop. Che hanno il loro libro preferito, e stop. Per me non è così – non è più così. Mi sono persino inventato di aderire a una sorta di pensiero hegeliano della letteratura: quel che va sotto il nome di approccio strutturalista. E tutto questo al solo scopo di nascondere a me stesso e agl’altri che io con i libri sono un bastardo. Non riesco a innamorarmi di nessun libro, di nessun autore, di nessuno stile; è così; altrimenti non si spiegherebbe perché ho affacciato lo sguardo su così tanti libri da quando ho dodici anni. Tuttavia sono anche sicuro di una cosa: così come non sono un grafomane, non sono uno che ha la mania della lettura. Io non scrivo così per scrivere: mai tenuto un diario, mai scritto poesiole. Ho sempre e solo scritto testi che avessero un inizio e una fine: i miei armadi straboccano di testi che hanno un inizio e una fine, che cercano di avere una struttura, e che si nutrono del mio vissuto nel modo più utilitaristico per se stesse.
Lo stesso è per la lettura. Mi piace leggere, ma non mi piace leggere di tutto. Lo dimostra il fatto che ci sono molti libri che non riesco a leggere. E li pianto lì. Se non riesco a leggere un libro, ho imparato che quel libro è una fregatura. Non credo che ci sia un modo buono e un modo non buono per scrivere un libro. Ci sono libri che dicono cose che so già, che mi raccontano storie che già conosco, che usano parole che ho già tutte nelle orecchie: eppure li leggo, li leggo e, anche quando forse lo stanno facendo, non danno l’impressione che mi vogliano fregare, e mi vanno benissimo.
Ci sono libri, al contrario, che cercano di impormi acrobazie all’intelletto, ma io mi accorgo presto che spesso questi libri rappresentano soltanto acrobazie della ragione. E li pianto lì. Se proprio devo dire, magari sperimenterei delle forme libro differenti. Come sarebbe leggere libri a forma di romboedro? O a forma di bipiramide esagonale? O di scalenoedro? O a forma di prisma obliquo a base rombica? Mi piacerebbe, sì, mi piacerebbe sperimentare. Magari sembrano solo un mucchio di cazzate, che farebbero inorridire i puristi; ma perché no, in fondo? Forse a forme libro inedite corrisponderebbero strutture narrative inedite. Forse anche percezioni del mondo, organizzazioni del pensiero inedite. Se avessi una casa tutta mia – che non ho – magari sostituirei i tappeti con dei fogli larghi dove sopra stanno capitoli di romanzi a me particolarmente cari. Appenderei parole al posto dei quadri. Scriverei i muri di tutta la casa, il pavimento, il soffitto. Visto che sono bastardo, mi darebbe anche un qualche piacere camminare sopra una poesia di qualche autore riverito o una porzione di capitolo di qualche pensatore irraggiungibile. Magari mi farei scrivere su tutto quanto il pavimento qualche grande classico e poi cercherei di leggerlo, rotolandomi per la casa, spostando i mobili per non perdermi il proseguo di un dialogo oppure di un approccio amoroso oppure di una battaglia.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:06 | Comments (41)
24.10.06
Come si leggono i libri: Leggere non sempre è facile
di Michele Insogna
(Siamo arrivati a coprire, con due puntate settimanali - il martedì e il venerdì - fino al 15 dicembre. Fra le nuove partecipazioni, è per me motivo di grande gioia segnalare che ci sarà - mi è pervenuto ieri il suo articolo - anche quella di Gaetano Cappelli, scrittore di cui sono estimatore, che vive a Potenza - come di Potenza è l'altro scrittore che leggerete fra una quindicina di giorni, Giancarlo Tramutoli.)
Per me i libri sono stati un tormento e lo sono tutt'ora. Ho difficoltà a leggere, ho difficoltà a far scorrere la vista sulle righe della scrittura. Destra sinistra, destra sinistra sono una fatica terribile. Devo sforzarmi, mi sono sempre sforzato. La dislessia è un tormento quando si deve leggere ed è un tormento quando si è letto. Con la dislessia si apre un mondo intuitivo alla parola (ci sono varie dislessie), si devono leggere poche lettere e intuire così l'interezza della parola, per leggere un poco più veloce. Quindi la mia media di lettura è molto bassa. Pare che sia il cromosoma dcdc 2 che manchi.
Altro problema è l'atroce senso critico di quello che si legge. Si è critici prima ancora di saper leggere. È un fatto e non ci si può far nulla. Si vede quello che i non dislessici non possono vedere e non vedranno mai. Io darei tutto l'oro che ho, per non essere dislessico, per appartenere alla società dei lettori, per essere uno di loro. Non reputo un dono, quando questo non può essere capito. La società dei non dislessici usa le parole e crede di usare quelle giuste, si apre una convenzione tra loro, credono di comunicare ma non si rendono conto che usano parole errate. Sono stratificazioni, millenni di errori. Ma questo è un altro discorso vago e incomprensibile, visionario come direbbero. Appunto, si vive per visioni e la logica è per il dislessico visione. La parola (quello che è scritto) non collega a volte la vera visione, a volte la parola nasce come antagonista alla visione collegata ed è tutta mistificazione e questa alla fine lavora dentro e ti fa nascere, appunto, un tremendo senso critico. Così mentre i veri critici parlano e scrivono dei libri che hanno letto e così li recensiscono, i dislessici scrutano l'uomo che ha scritto, riescono a vedere "l'autore", non è giusto dire riescono, è da subito che cercano l'autore, è per bisogno. Le parole mistificate e come le usano "impropriamente", sono anch'esse uno strumento, un mezzo per comprendere. L'uomo è sempre uguale a se stesso; così dal Canzoniere all'ultimo libro di stampa l'uomo cerca di spiegare, di spiegasi; in questo però è solo questione di onestà. Per me dislessico, è solo questione di onestà, e di solito quelli che giocano a fare gli onesti giocano, come si dice, sporco. Per un dislessico la matematica può funzionare. Fino a quando gli uomini non comprenderanno l'insieme delle parole e il loro collegamento con il loro esistere, non ci potrà mai essere vera letteratura. Per non essere frainteso lascio un esempio: La parola "bianco", (quanta letteratura americana, balena inclusa), in Cina è senso di lutto, il bianco è il colore del lutto, qui vogliamo il bianco (un possibile bianco) come senso di purezza. Bianco e purezza sono due parole mistificate, sono parole da sole socialmente mistificate, per me che sono dislessico, le leggo così: Purezza è la parola che si deve collegare alla maternità, nel senso di donna che attende un bambino, la purezza è solo nella donna che è gravida. La purezza non può essere usata come parola che determina un'incontaminazione. Vi è memoria di immagini nel ventre materno; quando si nasce vi è memoria, e così (come dicono alcuni psicologi moderni) al momento della nascita si incontra il "senso" di morte. Il bianco che spaventa e spezza per sempre la sua memoria pre-natale. Attorno a questa sensazione, attorno a queste immagini inizia un processo che per i più, è solo bidimensionale, per noi dislessici tridimensionale (cioè l'inferno). 
Uno degli errori che sento maggiormente di compiere, è quello di credere che stia svolgendo un compito. Darsi dei punti è svolgere un compito; anche in questo atteggiamento psicologico vi è bisogno di darsi una certezza, delineare un campo e giocarci su. Si può fare in buona fede, cioè credendo nello specifico, lavorando seriamente (senza mai fermarsi) ma si crea involontariamente un altro spazio, un altro personaggio che vaga. In fondo è come accontentare una parte di sé che chiede, e si è gratificati, si ha bisogno d'essere gratificati. Questa gratificazione che viene da fuori, è l'esecuzione di un buon processo, di un organizzarsi. Si proiettano tanti sé (non il proprio sé) ma tanti spazi codificati e metodologicamente ben costruiti. Non so se mi sono spiegato, queste persone (erroneamente definite eterni bambini) a volte sembra che donino parti del loro mondo acquisito, una memoria che lotta con un presente. È un effetto, mi dà l'impressione d'essere un effetto che cerca, non di comunicare l'interezza, ma solo spicchi che devono essere collegati tra loro. Un bisogno d'essere seguito, gratificato. A volte la finzione della finzione è solo uno specchio malconcio, uno stare insieme. (sapete ora perchè in questo scritto ci sono almeno cento errori di ortografia, non li vedo e non li vedrò mai. Ci ho pensato io a correggerli, Michele, sperando di aver fatto bene – ndr)
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:06 | Comments (7)
20.10.06
Come si leggono i libri: Viaggiare attraverso la lettura
Una volta m'incaponivo a leggere tutto, anche i libri che non mi piacevano, con fatica e con sudore arrivavo sempre all’ultima pagina. Mi sembrava altrimenti di fare un torto all’autore, al tempo che aveva consumato, all’impegno, all’inchiostro versato.
Mi sedevo alla scrivania con la matita in mano e cominciavo a leggere, sottolineavo le frasi che mi colpivano per la loro bellezza e mai per la bruttezza, pensavo che essendo state degne di pubblicazione quelle pagine dovevano per forza essere belle e interessanti.
Sottolineavo e in parte appuntavo le mie impressioni e i sentimenti destatomi dal testo.
Con il passare degli anni e il diminuire del mio tempo libero ho cominciato a selezionare i libri e a scartare quelli che non mi piacciono. Leggo una ventina di pagine e se non mi dicono niente abbandono senza rimorsi la lettura, delusa di aver sprecato i miei soldi e il mio tempo.
Una volta leggevo tutto, il tutto era sempre poco, non mi bastava mai. Avevo pochi soldi, abitavo in un paese in cui era difficile procurarsi i libri mancando una vera e propria libreria, cosicché i libri si compravano quella volta che si andava a Napoli o ad Avellino.
Oggi si trovano dappertutto anche al supermercato. Sono talmente tanti che diventa difficile la scelta. Ci si può perdere. E io mi perdo spesso. Ho accumulato libri che non leggerò forse mai, li ho accumulati per anni, fino a quando mi sono avvicinata agli scaffali per altre vie. Vie intime. Pensieri. Connessioni. Viaggi.
Ho cercato scrittori di Paesi lontani per conoscere la storia e l’anima di un popolo, dal sud al nord, da est a ovest. Ma di tanti Paesi non si trovano tracce. Perlomeno io non ne ho trovate o, forse, non ho saputo cercare abbastanza.
Ultimamente ho fatto un altro tipo di viaggio: quello del dolore provocato dalla guerra.
Al di là del percorso, quando poi ho in mano il libro, aspetto che la casa sia vuota o addormentata, che la radio sia spenta, ogni rumore sopito, mi siedo in cucina d’inverno, e sul poggiolo d’estate, e leggo voracemente infilando pezzetti di carta nelle pagine più intense o significative, o poco chiare, o per la bellezza di una parola. E se il libro mi piace non ci metto più di due giorni a leggerlo tutto. Poi lo chiudo. Ma è come se fosse aperto perché camminando, mangiando, guidando, vivendo la vita che di solito vivo, continuo a pensare a quello che ho letto. .
Dopo qualche giorno riprendo in mano il testo e lo rileggo con calma, fermandomi sulle pause, togliendo e aggiungendo i pezzetti di carta che prima avevo infilato, saltando da un foglio all’altro, seguendo un personaggio alla volta, cercando di capire la struttura su cui è stata costruita la storia, seguo il ritmo, il linguaggio, la punteggiatura (Saramago e i suoi scarsi segni di interpunzione mi attrassero subito per dire, non solo quello chiaramente!).
Quando trovo un libro che non solo mi piace, ma mi fa anche riflettere e mi insegna altre vie di scritture, allora quel libro non finirà nello scaffale dopo averlo letto, sarà in giro per casa, da un tavolo all’altro, dalla poltrona al divano al letto al comodino per un mese, due mesi, per lungo tempo, a volte per anni come Miguilim di Joao Guimaraes Rosa che è sempre in giro per casa.
Ci sono altri che, voracemente consumati anche se riletti con calma, li metto nello scaffale e poi, me li scordo.
Leggo soprattutto romanzi, non perché li preferisca al racconto, ma perché di racconti (di autori contemporanei) se ne trovano pochi e me ne dispiace, qualche volta leggo anche gialli o noir e non disdegno neanche i saggi.
Di libri ogni anno ne leggo tanti, molti buoni, pochi da ricordare.
Con gli anni sono diventata sempre più esigente o, forse, sono semplicemente invecchiata.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:37 | Comments (2)
17.10.06
Come si leggono i libri: Galleria semiseria
I nostri eroi più tradizionali preferiscono il letto, la sera, prima di cadere nelle braccia di Morfeo. Inforcano gli occhiali, sistemano le lenzuola e accendono la luce. C’è chi spara tutti i 140 watt della lampadina dell’abat-jour di seta e cotone, comprata al mercatino dell’usato. I più giovani optano per le candele al profumo di vaniglia, magari bruciando anche un bastoncino d’incenso. L’importante, per tutti, è creare l’atmosfera giusta. Proprio come accade per i primi timorosi incontri con un nuovo amore.
Il rito serale inizia quando i nostri beniamini afferrano l’oggetto del desiderio tra le mani e lo spalancano alla pagina dove sono rimasti, tirando il cordoncino del segnalibro (le orecchie, per i tradizionali, sono un sacrilegio paragonabile all’invasione di una chiesa da parte di un esercito di turiste svedesi in bikini). Poi arriva il difficile. Perché ognuno ha la sua posizione privilegiata (sì, proprio come il sesso): alcuni prediligono la lettura supina, con la testa sprofondata sul cuscino, i gomiti sollevati e l’oggetto del desiderio parallelo al corpo. Altri sono soliti appoggiare il cofanetto di carta sul cuscino e i gomiti sulle lenzuola. Altri ancora scelgono di stendersi di lato, con il gomito stavolta appollaiato sul cuscino e il palmo della mano a sorreggere la testa. Per qualche minuto, il mondo intorno sembra fermarsi e riavviarsi in altri luoghi, trasfigurato come in un dipinto del Beato Angelico.
Ma arriva sempre, inevitabile, il momento critico: quello della scomodità. I “supini" registrano un irrigidimento fastidioso dei bicipiti, i “pancia in sotto" avvertono fitte di dolore ai gomiti, i “laterali" devono fare i conti con l’intorpidimento della mano chiamata a reggere il peso del capo. E allora? All’inizio fanno come con la pipì: trattengono. E si autofissano improbabili aut aut: “Mi sposto solo se Anna lascia tutto per scappare con Vronskij" . “Se Barney è innocente davvero, resto così" . Potrò stendermi soltanto quando capirò tutte le relazioni parentali nella famiglia Buendia" . Se l’oggetto è un romanzo, i nostri eroi rischiano di scontare il giorno dopo le sofferenze patite. Va molto meglio se si tratta di racconti. “Questo del tizio senza mani che scatta foto alle case devo leggerlo tutto, poi mi metto comodo" . “Non posso assolutamente interrompere la signorina Willerton e la sua creazione letteraria" . “Non mi muovo finché non mi è chiaro come il gatto con il cappio al collo sia finito dentro la parete" .
Il momento dello spostamento, quando arriva, coincide per i nostri eroi con il calo della tensione. Le forme intorno al letto ricompaiono improvvisamente, come esseri tornati dall’aldilà. Riprendono spessore – se ci sono - i contorni di chi divide il letto con loro: il marito che russa davanti alla televisione accesa (i più affezionati non si lasciano distrarre da alcunché) o la moglie con la maschera all’argilla spalmata sulla faccia o la sorella ubriaca appena tornata a casa da una festa o il figlioletto di due anni che non vuole saperne di dormire nella sua stanza. Oppure – càpita - l’amante addormentato di cui a malapena riescono a ricordare il nome. La realtà si insinua dispettosa tra le righe, confondendo l’ordine delle priorità. “È più importante alzarmi a chiudere la tapparella con i suoi odiosi buchetti o abbandonarmi al delirio di Molly?" . Qualcuno desiste, scende dal letto, adempie ai compiti imposti dalla realtà. Per un eroe tradizionale, questo significa rompere l’incanto. Il dio del sonno lo chiamerà nelle sue braccia non appena tornerà a stendersi. Agli altri, il rigore congenito impone di chiudere lo scrigno cartaceo soltanto alla fine di una storia. La fine oggettiva, fisica, rassicurante della pagina che termina. L’esattezza virtuale di un cerchio che si chiude. Ma loro sanno bene che le storie – quelle belle - non finiscono mai. E si addormentano sereni.
I dovemipare
La categoria opposta a quella dei tradizionali è quella dei “dovemipare". I tradizionali aspettano la sera e il letto per tuffarsi nei loro sogni di carta? I dovemipare non hanno schemi: possono estrarre l’oggetto del desiderio dallo zaino in qualsiasi luogo e in qualunque momento della giornata. Li incontri sull’autobus, appesi con una mano al gancio che pende dal soffitto. Girano su se stessi, incuranti della folla intorno, come un soffice albero di zucchero filato, con gli occhi persi nel contenuto fantastico delle loro copertine colorate. Li pizzichi bloccati in mezzo al traffico, serafici mentre gli altri strepitano. Merito di quelle pagine aperte sul volante come pistilli al centro di un fiore. All’irritazione rispondono con l’umorismo di un Voltaire. Ai clacson oppongono l’affabulazione di un Gadda. Allo smog replicano con la natura esuberante di un D’Annunzio. Hanno l’antidoto adatto per tutte le evenienze. Li vedi nelle pause di lavoro in ufficio. Mentre i colleghi si precipitano alle macchinette del caffè, come stormi ordinati di rondini, i dovemipare spengono il computer e accendono la mente, estraniandosi dai corridoi di moquette verde, dalle scrivanie opache e dalla contabilità da tenere. Li scovi nelle cucine, mentre preparano succulenti pranzetti per il coniuge e i figli e intanto, tra una crostata da mettere in forno e una teglia di pollo e patate da tirare fuori, sospirano per la crocerossina Lara e s’indignano per la cattura del dottore . Li sorprendi a correre in bagno, i loro volumi sotto il braccio, pronti a evacuare, in ogni senso. I tradizionali restano immobili per ore? I dovemipare sono acrobati della lettura, equilibristi dello spazio bianco, saltimbanchi dei caratteri di stampa. I tradizionali hanno bisogno dell’atmosfera? Per i dovemipare ogni atmosfera è quella giusta: è lo spirito, semmai, a fare la differenza. Per questo, nelle loro borse – che siano vanesie pochettes ricoperte di paillettes o ingombranti valigione di pelle – ci sono almeno tre scelte: una raccolta di poesie, un romanzo e un saggio. L’evocazione, quando c’è bisogno di amplificare la realtà, metaforizzandola. L’immersione, se serve emigrare altrove, in mondi compiuti. L’analisi, per i momenti di riflessione, quando l’intuizione non è abbastanza. In ogni festa, in ogni riunione familiare, c’è un dovemipare: qualcuno che improvvisamente si rintana in un angolo, in piedi o seduto, per ritagliarsi attimi di ossigeno narrativo.
Se i tradizionali non tollerano di saltare da una storia all’altra, questo genere di eroi fa dello zapping letterario la propria bandiera. Nei meandri della loro immaginazione l’arrampicatore sociale Julien Sorel diventa il migliore amico dell’ex muratore Mastro Don Gesualdo , l’insoddisfatta Emma si innamora perdutamente dell’idealista Don Chisciotte , il nevrotico Zeno fuma la sua ultima sigaretta inzuppando una madeleine nel the . Quel ramo del lago di Como si confonde con i gironi dell’Inferno per poi ritrasformarsi in Paradiso. L’insetto mostruoso che si chiama Gregor Samsa è anche l’anatroccolo della favola : la speranza è sempre che a un certo punto possa inarcare ali di cigno per volare via.
Dappertutto i dovemipare intravedono foreste di simboli e ci si perdono. Sono gli unici capaci di restare svegli a oltranza per divorare altra vita, sottraendola al sonno, ingordi di reali fantasie.
I naturisti
I beniamini più ancorati alla realtà sono i naturisti: non leggono, se non all’aperto, in totale sintonia con la natura. Di solito prediligono la spiaggia: le dune incontaminate e selvagge delle coste caraibiche, ma anche gli stabilimenti popolari della riviera romagnola. Arrivano in riva al mare, stendono l’asciugamano, si spalmano la crema solare e poi si immergono, anziché nell’acqua, nei loro castelli cartacei. Più scomodi ancora dei tradizionali bloccati a letto e dei dovemipare ancorati sugli autobus: perché, a differenza di questi ultimi, i naturisti non sono affatto elastici. Se la storia non si conclude, sono capaci di restare sulla spiaggia fino a catturare l’ultimo scampolo di sole, prima che venga ingoiato dall’orizzonte. I tramonti sono il massimo del godimento: quando la luce si fa rosa e arancio, sulle pagine scorre un filtro magico che irradia di calore anche il racconto più malinconico. Sotto l’influsso della palla infuocata che rotola a picco sulla linea curva del mare, anche Gustav Von Aschenbach sembra un innocuo villeggiatore animato da purissime intenzioni in quel di Venezia. Il perfido Sauron viene quasi giustificato per la sua umana sete di potere sulla Terra di mezzo. Persino la madre di Amleto e il re di Danimarca potrebbero passare per una coppia di amanti folli, la cui colpa è mitigata dall’amour fou.
I naturisti sono in grado di conversare amabilmente, con un occhio rivolto all’interlocutore e un altro alla pagina stesa sull’asciugamano. Nulla li distoglie dal loro compito: né il sudore che gronda copioso ai lati della fronte, né i granelli di sabbia che si appiccicano sulla pelle e si intrufolano tra le pagine, perline dorate a puntellare la superficie candida della carta, né il sole cocente che appanna la vista e costringe lo sguardo a rattrappirsi, le pupille ridotte a un puntino solitario, ma vigile, annegato nel lago dell’iride.
Li osservi nei parchi delle grandi città, solerti operai della lettura che spuntano insieme con le margherite sulle distese d’erba. Talvolta interrompono il loro dovere per raccogliere un pallone finito sulla loro schiena, mentre gruppetti di ragazzini schiamazzano vicino. Alzano la testa per lanciare un’occhiata furtiva alla ragazza con i capelli biondi che passa in bicicletta. Gridano un “sta’ attento" al figlio che caracolla sull’altalena, spingendosi troppo in alto senza riuscire a fermarsi, lo stomaco in subbuglio. Per i naturisti, perdersi una storia è un peccato capitale: che siano quelle raccolte nei bauletti spalancati tra le loro mani o quelle che si svolgono attorno a loro. Sorseggiano acqua ghiacciata alle fontane, con il loro segreto stretto in un pugno, abbeverandosi dall’una e dall’altro. Davanti a qualunque fenomeno naturale, estrapolano dalla loro memoria frammenti di immagini raccolte dalla fantasia altrui: un’isola non è mai soltanto un’isola. Può assumere le sembianze del luogo archetipico in cui Arturo scorrazzava da bambino , innamorato del fantasma biondo di suo padre. Può trasformarsi nel labirinto di un’enorme simbolica caccia al tesoro nei mari del sud , a bordo di una goletta sotto la minaccia di feroci pirati. Può diventare l’approdo fantastico e inesistente di una ciurma di bambini mai cresciuti, capitanati da un certo Peter .
Ai loro occhi, la natura è una madre, sempre e comunque. Madre di storie, d’invenzioni, di dolori. Madre di felicità potenziali, tutte da scoprire. I naturisti sono nudisti dell’anima.
Gli approcciatori
Tra i nostri beniamini, i più simpatici sono gli “approcciatori". Quelli che si avvicinano ai tesori di carta per stringere relazioni sociali oppure conquistare il cuore dell’amata o dell’amato. Alcuni approcciatori scoprono il fascino delle storie durante la spasmodica ricerca di frasi a effetto da inserire in una lettera d’amore, quando hanno esaurito il serbatoio dei cartigli dei Baci Perugina. Entrano timidamente nei templi della letteratura, quasi vergognandosi. Sfogliano distratti le perle accumulate sugli scaffali, ma intanto memorizzano i titoli e gli autori che potrebbero fare al caso loro. I più gettonati, in questa prima fase d’escursione, sono i poeti francesi e i sudamericani. «Quest’amore/così violento/così fragile/così tenero/così disperato» , scrivono poi all’amata, sempre correttamente citando le fonti (altrimenti non sarebbero nostri eroi). «Ho fame della tua bocca, della tua voce e dei tuoi capelli» , recitano sommessi al telefono.
Pian piano il seme della passione letteraria germoglia, ma gli approcciatori non ne dimenticano l’origine. Ecco perché spesso puoi incontrarli sui treni: sono quei tipi in apparenza riservati e silenziosi, che non alzano lo sguardo dalle pagine finché non notano qualcuno con cui poter condividere il loro interesse. In quel momento, lo scrigno aperto tra le mani è la scintilla che fa accendere il fuoco della dialettica. Gli scomodi sedili dei viaggiatori si trasformano per incanto negli scranni di un sacro simposio. Come un sorriso, sfoderano dettagli e considerazioni agli sconosciuti intercettati.
Per gli approcciatori, ogni opera è l’inizio potenziale di una relazione umana: sono l’avanguardia della nostra comunità, perché tramite loro circolano i pareri e sbocciano nuove visioni delle stesse storie. Ciascun approcciatore è un critico in nuce (qualcuno profonde tanto impegno nella sua missione che giunge a diventarlo). Lo individui subito in biblioteca: è quello che cicaleccia nell’orecchio del vicino, interrompendo la lettura a ogni piè sospinto e suscitando occhiate di disapprovazione e “sshh" stizziti.
Come coloro che al cinema non riescono a non commentare ogni scena con il loro accompagnatore, l’approcciatore non riesce a leggere senza resistere al racconto in diretta di ciò che vede tra le righe. All’università, ricapitola e riassume i paragrafi dei saggi ai compagni di studio. A letto, prima di addormentarsi (ha qualcosa del tradizionale, ma non si rifugia certo nella sua solitaria estasi), si ostina a leggere ad alta voce le frasi clou che attraggono la sua attenzione. La sua arma segreta è la matita: l’approcciatore ne è sempre fornito. Serve a sottolineare le espressioni su cui occorre confrontarsi e discutere con il prossimo. Non è un caso che questo genere di eroi prediliga gli affabulatori, le prolissità, le costruzioni sintattiche complesse, i periodi lunghi e sofisticati, i ghirigori in punta di penna. L’approcciatore è un amante della letteratura latino-americana: raggiunge la vetta del piacere immergendosi in bestiari e Finzioni , sogna magiche case degli spiriti , si elettrizza per amori vissuti ai tempi del colera . Piange lacrime copiose quando Sigismondo si sottomette umilmente al padre Basilio e getta la sua Rosaura nelle braccia di Astolfo. “L’uomo può farcela a trionfare sul destino", commenta al suo temporaneo compagno di lettura, lanciandosi in un sermone pseudo-filosofico sul confine tra scienza e morale. Il nostro beniamino divora le esistenze fittizie dell’ingegnere Alvaro De Campos, dell'oraziano Ricardo Reis e del bucolico Caeiro , coinvolgendo amici e conoscenti in approfondimenti collettivi sulle personalità multiple e la spersonalizzazione.
Gli approcciatori sono autentici lettori sociali, l’equivalente contemporaneo degli animatori dei vecchi salotti letterari. Sono le umane membrane nell’osmosi continua tra realtà e finzione.
Gli emulatori
Più innocui per gli altri, ma pericolosissimi per se stessi, gli emulatori rappresentano la quinta categoria dei nostri beniamini: sono quelli che si trasformano a seconda delle storie che capitano tra le loro mani. E sono molto più numerosi di quanto si possa pensare. La metamorfosi che li investe comincia non appena si addentrano nei sentieri di carta. Leggono del dottor Francesco Ingravallo, comunemente noto come don Ciccio, e subito assumono la sua andatura dinoccolata, la sua aria assonnata, il suo incedere «un po’ tonto». Conoscono Doro e Clelia e all’istante si immedesimano nel loro ospite di passaggio a Genova. Si imbattono in Mattia Pascal e cominciano a giocare, sognando di mollare tutto – la casa, il coniuge, la loro vita.
Il loro viso si contorce in una smorfia di dolore – sofferenza vera, fisica – quando Achille è raggiunto al tallone dalla freccia di Paride , guidata da Apollo. E perdono tutte le loro forze per giorni, fino a quando aprono i Vangeli e si rialzano con Lazzaro. Quando si struggono per Carlotta e le sue lettere , è meglio che non dispongano di armi da fuoco nelle vicinanze. Mogli e mariti, amici e conoscenti lo sanno e capiscono: se li vedono contorcersi sulla scrivania o irrigidirsi mentre giacciono stravaccati in poltrona, adottano le strategie giuste per distoglierli da quelle cassette di vetro e richiamarli a pratiche operazioni quotidiane. Un letto da rifare, l’erba del giardino da tosare, le sigarette da uscire a comprare.
Eppure soltanto gli emulatori sono capaci di vibrare come un personaggio prodotto dalla fantasia altrui. Pirandelliani nello spirito, il loro motto è: «Così è, se vi pare» . Le loro maschere non sono sinonimo di falsità: sono semplicemente il ricettacolo di surrogati “io" letterari. È anche una questione di stile: camaleonti della lingua, i nostri eroi cambiano vocabolario in base alla lettura del momento, modificando senza accorgersene costrutti ed espressioni. “Ammarrano" le barche se si affezionano alle sfortunate vicende di padron 'Ntoni e dei suoi . «Puor zovin» , dicono al giovane marocchino che chiede l’elemosina al semaforo, quando si sentono friulani e pasoliniani. «C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va...» , predicano al portiere milanese attonito, per spiegargli che «tutto sommato, la felicità è una piccola cosa».
La citazione, per gli emulatori, non è sterile e superbo sfoggio di cultura. È la voce delle storie del momento che parla attraverso il loro corpo. Gli emulatori sono i ventriloqui della letteratura, fermamente convinti del suo valore terapeutico. Per questo i luoghi in cui si appartano per tuffarsi negli anfratti delle fantasie altrui sono scelti accuratamente in base all’atmosfera più adatta al plot narrativo dal quale si lasciano catturare. Niente a che vedere con l’abitudinarietà di un tradizionale o con il caos topico del dovemipare, men che meno con la propensione naive di un naturista o con la spinta socializzante di un approcciatore. L’emulatore è un amante del turismo letterario. È capace di percorrere la Normandia, novello Lupin, guidato dalla penna di Maurice Leblanc. Le meditazioni di Wordsworth diventano più accessibili nella solitudine di un paesaggio lacustre. Sarebbe impossibile, per i nostri beniamini, immedesimarsi nel barone rampante senza arrampicarsi, anche soltanto per qualche ora, in cima a un albero. Sarebbe addirittura offensivo azzardarsi a leggere di una montagna incantata in riva al mare.
Dagli universi stampati sulla carta gli emulatori apprendono i segreti per vivere. L’emulazione è la lettura con gli occhi dei bambini.
I cercomé
All’estremo opposto degli emulatori si collocano i “cerco-me-stesso-in-ogni-dove", che chiameremo sinteticamente “cercomé". Sono quelli che leggono per trovarsi, incapaci di distaccarsi dal proprio essere contingente. Tanto gli emulatori si identificano negli universi spalancati dalle righe, fino a scomparire, quanto i cercomé non riescono a leggervi nient’altro che segnali indirizzati a sé. Prediligono tavoli e scrivanie, perché possono curvarsi meglio sulle pagine, ripiegandosi anche fisicamente su se stessi. Il cerchio di luce della lampada proiettato sul ripiano inchioda il foglio sul legno, facendo precipitare nell’ombra le pareti, le finestre, i letti, gli armadi. Esattamente come accade ai nostri eroi nella vita di tutti i giorni: la realtà esterna al buio, il mondo interiore esageratamente illuminato. Una poesia o una storia non incontrano il loro gradimento se non scatta l’ancestrale meccanismo dell'identificazione. E lo sanno bene, perché in genere hanno divorato i tomi freudiani prima di tutto il resto. Sono loro – ingombranti trattati dalle copertine marroni e titoli composti da “Io" moltiplicati all'impazzata – a campeggiare sugli scrittoi.
I cercomé sono gli utilitaristi della fantasia, convinti che, se non serve a conoscere se stessi, la finzione è inutile. Le scatole di carta appoggiate sugli scaffali sono altrettante pieghe scavate nei meandri dello spirito. Ognuna ha acceso i riflettori su un aspetto del loro essere che i cercomé non credevano di possedere e che la lettura ha miracolosamente rivelato. Scoprono di desiderare il Dylar di Babette per guarire da un’inestinguibile paura di morire. Si accorgono – coincidenza sorprendente! – che anche Reiko non riesce a sentire la musica e si abbandonano fiduciosi nelle braccia del dottor Kazunori , che risalirà alle origini del disturbo. Potrebbero finire in ogni girone dell’Inferno: sono ignavi, certo, ma anche incontinenti e violenti e fraudolenti. Però, in fondo, anche il Purgatorio farebbe al caso loro. Soltanto il Paradiso non gode dei loro favori, invece: preferiscono tenersene lontani. È troppo difficile individuare somiglianze con gli angeli o, addirittura, con Lui.
I cercomé sono habituées delle biblioteche. Non disturbano nessuno, a differenza degli approcciatori. Si rintanano in un angolo, si isolano dal contesto e si dedicano alla loro occupazione preferita: l’auto-ricerca finalizzata all'auto-analisi. Non incontrano particolari difficoltà: scartano i titoli non abbastanza empatici e scelgono quelli con cui avvertono subito un’affinità elettiva. Tutte le autobiografie, ad esempio. Tutti i romanzi scritti in prima persona. Tutta la diaristica. Tutti gli epistolari. Oppure, sul fronte opposto, la manualistica con velleità psicologiche. Roba come “Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino". “Donne che amano troppo". “Prima la testa: come identificare i primi dieci tipi di intelligenza e sfruttarne il potenziale al 100%".
Alternate spesso alla lettura lo yoga e la meditazione? Siete cercomé. Adorate la narrativa new age, le storie di energie negative da combattere e di energie positive da attrarre? Siete cercomé. Avete esclamato per più di dieci volte: “Ma questo sono io!"? Siete inesorabilmente cercomé.
Il gran finale
Spesso non si resta cercomé per tutta la vita. Può trattarsi di una fase passeggera, che per quasi tutti noi coincide con l’iniziazione alla letteratura, quando si cerca nelle storie dipinte con l’inchiostro il segreto della nostra esistenza su questa terra. Finché, a un certo punto, si fa strada il dubbio che, anche se leggessimo tutte le pagine stampate da Gutenberg in poi, non risolveremmo l’enigma. Finché in una sera di maggio, quando la notte comincia a farsi largo nella cruna del giorno, capita di aprire la pagina di una scrittrice belga, di entrare nelle memorie del quattordicesimo imperatore di Roma e di leggere questo passo:
«La parola scritta mi ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi delle statue mi hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri.»
In quel preciso istante, come un coniglio bianco che sbuca da un cilindro nero, forse potremmo realizzare. Intuire che nessun libro, nessuna storia, nessuna poesia potrà mai spiegare il mistero del nostro esserci, qui, oggi. Che i libri, le storie e le poesie possono soltanto chiarirlo e, chiarendolo, renderlo più sopportabile. Che non importa se siamo lettori tradizionali, dovemipare, naturisti, approcciatori, emulatori o cercomé. Siamo donne e uomini, e abbiamo tutti lo stesso destino.
Ecco: io leggo per ricordarmene, io leggo per trovare consolazione. Sarà per questo che sui libri mi avvento e mi accanisco, come in una crociata personale contro la morte, spettro e livella, ma sempre ingiustizia suprema. Non lo trovo vile né ingenuo: io non posso fare a meno che gli scrigni di carta respirino con me, viaggino nella mia auto, vengano scombussolati nella mia borsa, si accumulino disordinati sul parquet, troneggino invadenti sul tavolo della cucina. Mi servono come promemoria, distrazione “ragionata", seminatori di stupore.
Quando José Saramago acceca (fisicamente ed eticamente) tutti i suoi personaggi in quel formidabile romanzo-metafora che è “Cecità", sono costretta a riconoscere che siamo responsabili del senso che diamo alle nostre esistenze (sempre che decidiamo di dargliene uno). Quando Wislawa Szymborska scrive «Non c’è vita/che almeno per un attimo/non sia immortale/La morte/è sempre in ritardo/di quell’attimo», mi riconcilio con il mondo e con la mia natura finita: sento di avere una possibilità. E – zac – piego l’orecchietta fatale che manda su tutte le furie il mio compagno, per cui i libri sono come bicchieri di cristallo. Quando Jonathan Franzen apre le “Correzioni" con quell’incipit mozzafiato («Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso in cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia...») e poi stacca sulla figura del vecchio Alfred, personificazione del Terzo millennio occidentale, fatto di disgregazione, anziani e Alzheimer, devo fermarmi e strabuzzare gli occhi e ringraziare l’autore per avermi messo a parte del suo genio.
Io tratto i miei libri come fabbriche di miracoli e li strapazzo perché me ne regalino di sempre nuovi. Sono una fan sfegatata della rilettura. Ho un debole per le dediche: aiutano a non dimenticare. Su tutte le prime pagine, a matita, c’è la data di lettura con le mie iniziali: un vizio ereditato dalla mia famiglia per ricordare con precisione quando ho letto quel libro, e dov’ero, e com’ero, e fermarmi a riflettere su cosa sono diventata. Mi piacciono le copertine indovinate, come i volti imbambolati sui volumi di Raymond Carver editi da Minimum Fax, come l’immagine anatomica dell’uomo spellato, tutto fasci muscolari, che introduce a Soffocare di Chuck Palahniuk (Strade Blu Mondadori).
Sono sempre tra noi, i nostri libri. A casa mia è vietato addormentarsi senza leggere, anche quando torniamo sfatti dopo i bagordi o dopo una giornata di lavoro estenuante. E non rinuncio mai a declamare petulante ad alta voce (sempre per la “gioia" del mio compagno) le frasi che meritano, i particolari esaltanti, le descrizioni raffinate. Né ad arrabbiarmi, come se qualcuno mi avesse offeso, quando la scrittura mi annoia, non fa vibrare le corde giuste, non aggiunge alcun filo alla trama della mia conoscenza.
Ve l’ho detto: io leggo per trovare consolazione. Briciole di grazia. Brandelli di salvezza.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:10 | Comments (10)
13.10.06
Guerra e Pace: scegliere non è mai stato così difficile, ovvero, come si leggono i libri
(Con due pubblicazioni settimanali - il martedì e il venerdì - copriamo già fino al 1 dicembre. Chi vuole inviare il proprio articolo ha ancora tempo, ma non aspetti molto, perché ad un certo punto dovremo pur chiudere. Quindi affrettatevi. bdm)
Come si leggono i libri?
Oggi, possibilmente a scrocco o in biblioteca: al limite in edizione economica.
Non vale proprio la pena d’investire dei danari per le ultime uscite editoriali: perlopiù tutte le novità vengono dette (reclamizzate) nella veste di capolavori. Qualche ingenuo lettore occasionale purtroppo cade nella trappola del “mercato delle patacche", quello del capolavorismo, una malattia questa che ha attecchito nell’animo di tanti rinomati critici ma anche in quello di sedicènti esperti letterari. Non c’è libro in Italia che non esca e che da subito non venga detto “un miracolo di scrittura, un capolavoro assoluto": una simile pubblicità ingannevole è portata avanti soprattutto dai grandi editori, che non lesinano affatto in fascette promozionali e in spavaldi proclami a lettere cubitali in quarta di copertina.
Accade sempre più spesso che recandomi in libreria abbia dei feroci conati di vomito che ricaccio nella strozza adoprando una forza di volontà ben più che nicciana: il fatto è che i libri stanno tutti dritti, accatastati in enormi babeliche pile, e ci vuol davvero poco, un movimento lieve anche solo debolmente sgarbato, perché ti cadano addosso e ti seppelliscano per sempre. Dev’essere una gran brutta morte quella di rimanere seppellito da libri di dubbio o nullo valore le cui copertine sono più patinate di quelle di Playboy, con la differenza però che Playboy è quello che promette, cioè robetta porno e piacevole in alcune situazioni d’intimità, mentre i libri son pesanti spigolosi, hardcover: ne basta uno, uno solo, ti becca una tempia, e rimani zitto muto morto per sempre. Non è bello morire così, per niente: io ho il terrore di rimaner preso da una voluminosa copia del Dies Irae del Giuseppe Genna e il mio terrore raddoppia quando penso alle copertine durissime dei Miti Mondadori, libri piccolini piccini ma che se te ne becchi uno in fronte, ecco, puoi raccomandare l’anima a Dio senza pensarci su due volte perché hai proprio finito di campare. I libri, quello che voglio dire, sono delle armi: e quando si dice che la penna è più forte della spada non è solo per un vuoto dire, s’intende invece che – qui vado a libera interpretazione perché ci son diverse scuole di pensiero a tal proposito – un libro dato addosso al nemico gli spezza la spada di netto. Non è un caso che i romanzi di oggi, quelli moderni, siano sempre più spessi, voluminosi: prendiamo ad esempio il Kamikaze d’Occidente di Tiziano Scarpa, se vai in giro con un titolo così sottobraccio come minimo la Legge dovrebbe importi d’avere il porto d’armi, perché con un titolo così non ammazzi uno o due imbranati ma ti puoi permettere di fare una strage. L’altro giorno mi trovavo appunto in libreria, camminavo in punta di piedi onde evitare che le pile di libri, sollecitate da un mio movimento un po’ brusco, si facessero prender da ratto tremore, e gira che giro mi ritrovo davanti a due torri praticamente, una alla mia destra l’altra alla mia sinistra; la prima Lev Tolstoj, Guerra e Pace, la seconda Tiziano Scarpa, Kamikaze d’Occidente. Vuoi che il Fato non mi sia avverso! Un tremolio. L’ho visto coi miei occhi il tremolio. L’ho visto, lo giuro su quel grande romanzo che parla della Russia. Tento indarno la fuga, e subito lo vedo il Kamikaze cadermi addosso, tutta la torre alla mia destra che si muove, che mi frana addosso. Un urlo muto vorrebbe dipartirsi dalla mia strozza, ma il terrore è così tanto che neanche mi riesce d’aprir la bocca per dar corpo a un prolungato silenzio.
Dopo un paio d’ore la squadra di salvataggio: due commesse mi stanno trascinando fuori dalle macerie, le sento che parlottano, dicono che è un miracolo che sia ancora vivo, hanno volti che non mi son del tutto sconosciuti, mi par di ravvisare nelle loro fattezze quelle di Melissa P. e Marilù Manzini. Mi stropiccio gl’occhi, con ambo le mani, nada de nada, niente da fare: son proprio loro, mi accudiscono sorridendo, faccio per rimettermi in piedi ma non ci riesco, nelle vene mi scorre non più sangue ma acqua e terrore, così cado, sprofondo in un nero deliquio mentre le mie due soccorritrici gridano che devo, per dover di riconoscenza, comprare i loro libri che son sottili sottili, mica come il Kamikaze.
Mi sveglio: una faccia strana mi guarda in cagnesco, un volto che è un vero caos di cupidigia e di pelo. Antonio Moresco, pure lui ci mancava: mi dice di calmarmi – proprio lui che canta il Caos, da che pulpito vien la predica! -, ma io capisco “non masturbarti". Ed allora ribatto: “Ma non mi sto toccando. E poi, Lei, qui che ci fa?" E quello: “Niente. Io qui ci lavoro." Non me ne capacito; vedendo il mio sbigottimento, Antonio mi spiega che in quella libreria ci fa il magazziniere, che i soldi gli servono per mangiare, che di soli libri non si campa, ecc. ecc. Quasi quasi mi sta simpatico. Ma tosto cambio idea: difatti pure lui mi caccia in mano una copia in edizione di lusso dei suoi Canti del Caos, e per non sembrare ingrato ci mette su anche una copia del Dies Irae del Genna. Non so neanch’io come, ma finalmente mi riesce di cacciare un urlo, un urlo che non ha niente di umano né di divino né di animale. E’ un urlo meccanico, lovecraftiano che si spande da infinito a infinito e che nulla può contro la pila di Meridiani Mondadori Collezione, Giacomo Leopardi: la pila si sfalda e mi seppellisce per sempre.
Quando mi sveglio sono madido di sudore, il polso è veloce, il respiro corto: è stato tutto un incubo, ma la prima luce dell’alba filtra dalle commessure della persiana e l’idea di dover passare in edicola a comprare i giornali coi loro mille allegati mi fa star d’un male ma d’un male…
Son sceso dal letto, traballante, col piede sinistro: tremando sempre, ho espletato le mie pulizie, mi son vestito con una certa accortezza spiandomi con occhio bovino nello specchio, poi ho mosso il piè dabbasso. Ho quasi bestemmiato: è in momenti come questi che rimpiango d’aver smesso di fumare, adesso ci vorrebbe proprio un tiro o due. Ma no, niente. Allora attacco a canticchiare una canzone di Bob Dylan, l’effetto è lo stesso, meglio d’un pacchetto intero di M*. Tutto spavaldo entro in edicola: l’ometto dietro al bancone coperto di giornali e pettegolezzi mi fa subito l’occhiolino, scompare per un momento sotto il bancone e riappare con in mano un pacco di roba che m’allunga con un cachinno quasi fosse uno spacciatore. E io prendo: i giornali manco li guardo, ma noto che gli allegati son tanti e tutti belli corposi, un libro di poesie, Jack Kerouac – adorabile e di più -, il Meridiano Mondadori Collezione, Dante Alighieri – divino e di più -, Torino l’Assedio 1706 con La Stampa, La storia dell’Arte con Repubblica, il doppio live Circo Massimo 1983 – 2001 di Antonello Venditti con Il Corriere della Sera. Dico al giornalaio di segnare, quello segna tutto felice, e pure io tutto felice torno in strada canticchiando un vecchio successo di Bob Dylan: “Then take me disappearin’ through the smoke rings of my mind,/ Down the foggy ruins of time, far past the frozen leaves,/ The haunted, frightened trees, out to the windy beach,/ Far from the twisted reach of crazy sorrow./ Yes, to dance beneath the diamond sky with one hand waving free,/ Silhouetted by the sea, circled by the circus sands,/ With all memory and fate driven deep beneath the waves,/ Let me forget about today until tomorrow./ Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,/ I’m not sleepy and there is no place I’m going to..."
Una volta arrivato in ufficio, la mia segretaria m’avverte che il mio psicanalista ha telefonato per spostare il nostro appuntamento di oggi. Mi gratto il cranio calvo, rasato di fresco: non capisco due cose, io non ho bisogno di andare sotto analisi, ma soprattutto non ho mai avuto una segretaria mia tutta personale e per giunta con un paio di gambe mozzafiato. Involontariamente la mano mi scivola sulla patta: arrossisco violentemente, e tiro fuori una scusa banale del tipo che stavo cercando una penna nella tasca dei pantaloni. Faccio finta di nulla anche se sento fiamme dantesche invadermi il cervello, e poi, finalmente, mi metto assiso alla mia scrivania: davanti a me c’è un tomo di proporzioni considerevoli, copertina gialla, le Yellow Pages, la mia lettura preferita, da sempre. Sfoglio il tomo, con religiosa attenzione, arrivo alla voce “librerie", prendo la cornetta del telefono in mano e comincio il mio giro di telefonate, sperando che Dio me la mandi buona, che riesca a piazzare un numero considerevole di libri in conto deposito presso quelle librerie grandi, grandissime, che hanno un giro d’affari che non si ferma neanche nei giorni festivi né per le feste comandate.
Coi tempi che corrono, la morale è una sola: oggi anche i critici giudicano i libri dalle copertine, dalle illustrazioni, dal numero di pagine, e soprattutto dal nome che è in copertina. Ovviamente tanto più è grande e vistoso il nome dell’autore, tanta più attenzione il sedicènte critico presterà al volume che si trova sotto il naso. E non da ultimo, un sedicènte critico che si rispetti pretende che i risvolti di copertina siano scritti in maniera intelligibile, insomma che riassumano al meglio le 800 pagine che la copertina racchiude. I risvolti di copertina ricoprono un ruolo se non dominante, quasi: difatti il sedicènte critico se non trova soddisfacenti i risvolti, così, su due piedi, potrebbe inalberarsi e scrivere una recensione assai negativa. Ecco spiegato il motivo per cui, sempre più spesso, i risvolti di copertina sono molto più affascinanti e coinvolgenti del libro. Ci sono risvolti di copertina scritti così bene che da soli sono un alto esempio di letteratura nulla affatto riconducibile a un minimalismo carveriano o a una identità polaroid à la Douglas Coupland.
I pochi lettori, che ancora si consumano gli occhi sui libri, non hanno capito che le recensioni che parlano e straparlano della novità editoriale del momento sono un prodotto pure esse, una forma di pubblicità, o di pubblicizzazione: per leggere un libro, sul serio, indipendentemente dal numero di pagine, occorre del tempo e dell’intelligenza, e il tempo è prezioso. Nessun critico, o che si dice tale, legge un libro in poche ore, traendo subito conclusioni critiche degne d’andare in stampa per una recensione a livello nazionale. Ecco perché gli editori, tutti oramai, s’impegnano a fornire risvolti di copertina esaustivi. E per essere sicuri che il libro verrà acquistato dal maggior numero di persone possibile non lesinano sulle modelle da schiaffare in copertina, soprattutto quando si tratta di mandare sul mercato letteratura al femminile. Ovviamente sto esagerando: non illudetevi d’entrare in una libreria e di trovare alla cassa una coniglietta, però molte copertine sono patinate. C’è pero che i risvolti, quelli sono scritti benissimo nel novantanove per cento dei casi.
Leggere un libro è un po’ come tradursi in trincea: lo dico con tono serioso, di qualità e di resistenza. In trincea, già: per me significa leggere un romanzo alla volta – non importa il numero di pagine -, ma uno alla volta, nonostante la gragnola di rumori del mondo di fuori e di quelli che uno ha nella propria testa per problemi suoi personali. Non potrei mai dividere i due emisferi cerebrali leggendo due autori per due storie diverse.
Sono in trincea ogni volta che decido d’affrontare una lettura: scelgo dal mucchio, non mi pongo troppi problemi, pesco dei libri, anche quelli di genere. E non mi preoccupo troppo di sapere in anticipo che cosa ho pescato. Non mi preoccupo di sapere qualcosa dell’autore che ho in mano: preferisco prima leggere la sua storia, poi, dopo, una volta terminato il libro, allora mi premuro di leggere anche le note biografiche. Non mi piace essere influenzato dalla biografia o dall’agiografia di uno scrittore: sono umano, troppo umano pure io, e non mi va di nutrire il sospetto (e il dubbio) che una storia è bella solo perché l’ha scritta uno che è un professore con dieci lauree alle spalle, mentre un’altra invece non lo è perché scritta da un operaio. Ho letto parecchi libri, molti di penne, per così dire, griffate, e che m’hanno fatto strabuzzare gl’occhi tant’erano brutti. E ho letto anche romanzi di gente semplice che meriterebbe assai più attenzione da parte della critica e del pubblico: se sei un umile difficilmente riesci a pubblicare per un editore grande, di quelli che ti pubblicizzano, tuttalpiù per un editore del panorama underground: e nell’underground, in questo territorio ho trovato tante voci nuove, assai più interessanti e nobili nella scrittura e nell’animo rispetto a tanti scrittori che invece sono ogni giorno sulla bocca di tutti, giornalisti e critici compresi.
Leggo quando e dove posso. Come posso e dove posso. Ma leggo sempre. Il tempo è prezioso ed è poco: sprecarlo è uno stillicidio che porta al suicidio mentale. Non sono schizzinoso: per me un posto vale l’altro, purché abbia fra le mani un libro di carta, di pagine. Non riesco a leggere gli e-book, nemmeno i pdf: il mio animo si rifiuta categoricamente di annegarsi dentro a una fiumana di parole che sono a video. Non ce la faccio proprio a leggere, ad esempio, “Guerra e pace", in formato elettronico. Il mio cuore, la mia anima, si rifiutano di accettare l’idea che Tolstoj sia diventato un cumulo di bit. Ma a parte questa mia tara, se è giusto definirla tale; quando affronto un testo lo devo sentire come un’estensione del mio corpo della mia anima del mio cuore, indipendentemente dal fatto che il libro sia o meno piacevole. Però dev’essere qualcosa più d’un cumulo di bit. Ecco perché per leggere seriamente ho bisogno del libro in formato cartaceo. E ad esser sincero non invidio affatto quelle poche persone che riescono a leggere a video ottocento o anche mille passa pagine come nulla fosse. Ne ho conosciute un paio di persone così, scrivono anche, a livello professionale: hanno gli agganci giusti, ma la loro scrittura è sterile, senza sentimento. Perlomeno questa la mia impressione.
Saper scrivere in maniera naturale è arte.
Leggere è arte che si perfeziona lettura dopo lettura.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:37 | Comments (76)
10.10.06
Come si leggono i libri: Lo scolaro lettore
Faccio una piccola premessa. Leggo (molto) meno di quanto vorrei. Non si tratta soltanto delle solite cose: impegni, stanchezza, mancanza di tempo. Piuttosto, perdo le ore guardando stupida televisione. Penso che sto sottraendo tempo ad altre cose più interessanti, tipo leggere, appunto. Ma fatico a perdere il vizio, un po' come capita con le sigarette e altre cose. E' un cruccio questo che mi attraversa sovente. Ciononostante non è che non legga, semplicemente non lo faccio quanto – immagino - dovrei. Del resto quando vado al lavoro ho sempre un libro in mano. Leggo appeso al corrimano o seduto nel sedile fortunosamente rimediato nella calca mattutina. E anche la sera uguale, sulla strada del ritorno. Sul come il corso di una giornata spezzetti l'estensione del tempo dedicato alla lettura, non posso far altro che richiamarmi alle statistiche correnti. Leggo che anche la scarsa illuminazione di un vagone ferroviario per pendolari influisce sul tanto o sul poco, per cui davvero si può pensare che anche da lettori siamo nelle mani dell'Onnipotente.
Dovendo stare nello stretto, credo di poter dire di leggerli così, i libri: prima, se ci sono, leggo tutti i testi o ipertesti che stanno prima di quel concreto di parole che è il testo propriamente inteso, quello ascrivibile alla penna dell'autore il cui nome resta stampato sulla copertina. Quindi le cronologie, le prefazioni di mano illustre, quelle di pertinenza tecnica o filologica (scritte magari da luminari con annidati nella firma i loro assistenti all’università), i ricordi di amici e conoscenti e famigli, riportati o scritti di prima mano, le note (regolarmente datate) di mano dell’autore in ragione di una riscrittura o nuova edizione, gli ipertesti originatisi dalla fucina privata, all’interno dei quali sempre l’autore spendeva parole rivelatrici circa il farsi dell’opera in corso e che tra poco sarà oggetto della mia indagine di lettore. Eccetera. Tutto quello che sta dopo il testo “propriamente inteso", siano le generalizzate postfazioni o i meno comuni epitaffi, addirittura le bibliografie, li leggo alla fine, e con uno stato d’animo ben diverso da prima, come si può ben capire, essendo io lettore ormai imbevuto dalla materia di ciò che ho percorso (ma anche dalle cronologie, i ricordi degli amici, la filologia ecc.). Durante la navigazione non annoto e non sottolineo. Capita in qualche occasione che una frase o un concetto mi colpiscano e allora prendo una matita e sul frontespizio o qualche spazio bianco in quella zona prima del romanzo e prima degli ipertesti di cui sopra annoto il numero della pagina corrispondente alla citazione.
Mi rendo conto che questa modalità di lettura finisce col coincidere con gli effetti di un retaggio radicatosi ai tempi delle scuole medie. Tempi nei quali per le vacanze venivano somministrati titoli di libri adatti al pubblico adolescente (titoli ineccepibili); spesso pubblicati nella collana per giovani di qualche grande editore (le stampano ancora queste collane gli editori, in questi tempi autenticamente oscuri?). Nella contingenza di temporale che la prescrizione vagamente intimidatoria della professoressa di lettere addensava sulle teste di noi alunni, già ci si predisponeva con fatica alla pagina numero uno, per poi leggere fino all'ultima, duecento, trecento. Nello spazio del leggere c'era sempre una pausa nella quale si facevano scorrere le pagine libere fino al fondo, augurandosi che il libro finisse prima. Che prestissimo arrivasse il tempo libero per l'elastico, la lippa, il gioco del mondo, le trottole. Di quei tempi è rimasta la necessità, non più immessa con l'intimidazione, ovviamente, di incedere in un libro da un punto all'altro, senza deroghe. Dall'inizio alla fine. Ciò indipendentemente dalle tempistiche, dagli stacchi della giornata lavorativa o le transumanze tra luoghi metropolitani, rigovernatura di casa... pura economia del dare e dell'avere tempo.
In definitiva, si sarà capito, leggo come uno scolaro. Con la differenza che da allora, da quei tempi, ho avuto la soddisfazione di un paio di conquiste. Alle spalle della signora maestra ora posso gettar via un libro che non mi suscita alcun interesse. Invece di far scorrere le pagine sospirando l'ultima (ancora lontana) come fosse l'aprica vetta, adesso chiudo tutto senza rimpianti. Inoltre, cosa non da poco, non ho più l'obbligo di scrivere la mia su quel che ho letto, spremerne idee mie (che non ho quasi mai) e riassunti che reggano un senso. Oggi posso permettermi – allegramente - di non capirci nulla.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:50 | Comments (3)
06.10.06
Come si leggono i libri: I tre stadi della lettura su di me
E per fortuna i romanzi si leggono ancora, malgrado tutto quello che ci accade per davvero. Nonostante la ricca cronaca che ci riguarda ogni giorno, la Storia, la vita, cioè, continuiamo ad appropriarci di qualcosa che non è accaduto affatto, o forse sì, in parte, magari in modo diverso, e poco conta; qualcosa che sarebbe potuto accadere, forse, ma non è accaduto; non uomini in carne e ossa, ma individui possibili, magari qualcosa di totalmente falso, ma verosimile, o neppure quello. D’accordo: si continua inspiegabilmente a compiere questo gesto abitudinario, e apparentemente inutile, ma i lettori cambiano. Io cambio.
Nell’arco della mia esistenza, sono stata almeno tre tipologie di lettore differenti. Se non di più.
Fino a tre anni fa leggevo solo a letto. Più rapida di un Niotal, la storia mi portava altrove da me. Lo pretendevo. Perché accadesse, serviva giusto una storiella con pochi, sani crismi strutturali, non filosofia, chiacchiere astratte, elucubrazioni, ma fatti. Un intreccio sufficientemente appiccicoso. Non ero disposta ad alcun sforzo, nessuna comprensione, verso il mestiere. Dovevo essere presa, senza affaticarmi, quasi senza partecipare. Leggere doveva servire ad allontanarmi e ad addormentarmi. Intollerante, sprezzante, leggevo solo per mio bisogno, per nessun altro che non fossi io.
Ero malaticcia e cattiva: di giorno scrivevo poco e male e di notte mi vendicavo, comprando libri che poi buttavo via urlando il mio malcontento.
Ricordo pochi fortunati incontri notturni, delle autentiche folgorazioni che mi consentivano di recuperare le forze, dormendo a lungo e bene per un paio di notti di filato, forse tre, con soddisfazione, per poi continuare a logorarmi.
Non potevo rileggere lo stesso libro, infatti, il trucco non funzionava due volte, e così, dopo l’ultima pagina, ricominciava l’ insonnia e ricerca. Il passo peggiore di questo percorso notturno era quello da compiersi oltre la metà del libro: nell’attimo in cui percepivo a pieno il senso generale della storia, intuivo la fine, il distacco, quando capivo cioè che presto il piacere avrebbe avuto termine e sarei nuovamente rimasta da sola a combattere le mie battaglie con me stessa. Quell’attimo risvegliava una specie di dolore immotivato che il sonno invece curava.
L’ho capito con qualche difficoltà che tutto questo avveniva a causa del desiderio frustato di scrittura. Leggevo ma non ero letta: un dolore.
Non era stato sempre così. Senza andare neppure tanto indietro, ricordo facilmente le modalità di lettura dei tempi del liceo. Quella era l’epoca in cui leggevo per somigliare ai miei libri. Avevo cominciato con Simone de Beauvoir e deciso poi di mettere in fila tutta una lunga serie di scrittrici “femmine". Poi ero passata ai francesi, anche “maschi": mi piaceva quel certo loro ritmo, l’equivocità quasi lussuriosa, ma sobria; ci costruivo sempre un gioco di nebbie a calare e diradare, anche se il tema del libro non lo consentiva; leggevo, poi mi fermavo per un po’, pausa fredda, poi calda attesa, parole, silenzio. Leggevo nelle pause e producevo altrettanto pause durante la lettura stessa: una pagina e poi gli occhi al cielo. Sentendomi bella e sapientemente ambigua, leggevo per categorie. Dopo la Francia, le allegorie: Borges, Calvino, Kafka, Cortazar.
Leggevo prima di pranzo, prima di cena, prima di agire, prima di tutto, in attesa di qualcosa, in attesa di diventare, di capire, di colmare il vuoto. La lettura mi separava, mi preparava e mi introduceva adeguatamente all’azione. Era il mio gesto snob di rivolta, che si serviva di un divano. Non leggevo mai in piedi, in fretta, usavo pose plastiche, ammirabili, metaforiche. Mi sentivo portata: quando mia madre parlava con le amiche al telefono diceva:" mia figlia? Oh, lei legge tanto". Che era come dire che ero una buona figlia, una di cui era piacevole raccontare e far bella figura. E rendevo pure: tipo cinque o sei libri al mese. Fuori o dentro paghetta, a seconda dei libri.
Il guaio è stato, dopo la lettura, scoprire la scrittura. Ho commesso l’errore di credere che fossero gesti simili, tra loro connessi. La lettura è diventato strumento, sempre più ostile o pericolosa, dall’esito sempre più incerto.
Prima leggere era analisi, dopo è diventato sintesi.
Adesso non è così.
Adesso che mi sono convinta di avere qualche lettore, ho preso a leggere anche per quelli che scrivono, che hanno scritto, che stanno scrivendo, confrontandomi con loro. Legandomi a loro.
Non sono fatti reali, lo so, sono solo fantasie, ma tant’è. Adesso va bene tutto, perché leggo per trovare nessi. Lo faccio a tutte le ore, su richiesta, o per generosità, leggo se mi va e se non mi va, faccio gli straordinari, leggo da ferma o in movimento, sovrappongo la lettura al lavoro in ufficio, alla scuola dei bambini, all’asse da stiro, ai film, alla musica, mescolando la lettura alla vita. E non è detto che debba essere carta. Proteggo la lettura dagli elementi esterni di disturbo, chiudo porte, sprango finestre, spengo luci, quegli esatti elementi che invece ripristino se voglio scrivere. Leggo concentrandomi, scrivo distraendomi.
Oggi leggo spesso per lavoro (vado dicendolo con un certo orgoglio e suona bene), indotta a frammentare l’unità di quello che leggo in pezzi piccolissimi, in sezioni di senso autonomo da riciclare. Evidenzio, sottolineo, metto orecchiette, lascio macchie, asterischi a bordo pagina, faccio fotocopie, poi chiamo un amico, un amore, e leggo a voce alta il frammento estrapolato e svaporante, anche se spesso tale rilettura ne altera il gusto e il frammento così posseduto mi piace meno. Leggendo, osservo il libro svestito, e rischio di scoprire che l’autore è nudo. Leggo con questa ansia, sono diventata scaramantica, curiosa come una scimmia, eppur pietosa.
Infine i consiglieri. Per ogni diverso lettore, esiste almeno un consigliere. Ciascuno ha i suoi.
Nel mio caso, da tre anni circa, sono gli stessi scrittori a consigliare (o sconsigliare), mentre ai tempi del liceo, erano per lo più soggetti ombrosi, già iscritti all’università, ben più grandi di me, a scegliere i miei libri; lo sono stati anche una zia romana amatissima, un fidanzato secchione, ma a suo modo carismatico, un’insegnante di lettere, che poi si fece trasferire in altra scuola e ha continuato a indicarmi cosa leggere per posta, o una particolare trasmissione tv nel 1994. In ultime le chiacchiere da web.
A volte qualcuno mi dice che in un certo libro “si parla di me" e allora non resisto: lo comincio subito, l’incipit quando sono ancora in libreria, poi il resto a seguire in macchina, nel tragitto fino a casa.
I libri in prestito poi sono una goduria senza pari: svelano i segreti dell’altro, le sue sottolineature più intime, senza alcun costo. C’è un sinallagma implicito nel gesto: chi presta un libro è disposto a discuterne, così se parlo o leggo troppo, non ho l’impressione di essere di peso. In più, mentre leggo già godo del piacere della controprestazione prevista dall’accordo. E mi preparo adeguatamente allo scambio di opinioni.
Ma mi accade ancor più spesso che sia l’ultimo libro letto a condizionare la scelta di quello successivo, anche ben aldilà delle aspettative di chi a suo tempo lo ha scritto. Una citazione, un’omissione, una svista, un eccesso, una domanda. Lettura è anche indagine, per me.
Le conseguenze di una lettura avventata possono essere imprevedibili.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:31 | Comments (24)
03.10.06
Come si leggono i libri: Assolutamente vietato...
Come si legge un libro, non solo (non necessariamente) un romanzo. Perché per un romanzo occorre “impegnarsi di più", diciamola così, mentre una raccolta di poesie o di racconti consente anche un impegno più intermittente e saltuario, più frazionato nel tempo, diciamo. E allora, premettendo anche che non credo di essere un lettore “forte" e che, più o meno dai tempi in cui ho finito l’università (quindi, da poco meno di vent’anni), frequento solo sporadicamente la saggistica, farò qualche appunto su come leggo letteratura.
La sera, massimamente. A letto, con il rischio che il sonno mi prenda molto prima di quando vorrei. Se si tratta di un romanzo leggo l’inizio, poi anche la fine (perché non è vero che, così, “ti rovini la sorpresa" scoprendo come va a finire: infatti tu, i personaggi del romanzo, non li conosci ancora per niente; in secondo luogo, lo faccio per l’impressione “a pelle" che può suscitare in me questa lettura d’assaggio, dato che so già che ne avrò dimenticato il contenuto nel giro di una mezzoretta…). Fondamentale l’odore della carta stampata e del libro: se è un libro usato odorerà anche di più, o meglio, il suo odore sarà più ricco: dedicherò un po’ di tempo ogni sera, tra una pagina e l’altra, a sniffarlo. Se trovo dei passaggi che mi garbano particolarmente, che evocano in me situazioni-scene della mia esperienza, vissuta o scritta (qualche raccontino in corso d’opera, magari), faccio un’orecchietta sull’angolo basso della pagina, per ricordarmi di tornarci a guardare quando e se mi servirà. L’angolo di pagina in alto lo riservo alla funzione di segnalibro quando richiuderò il book per il sonno (a meno che non ci siano le più comode bandelle).
Leggo a letto, dicevo, col rischio di addormentarmi. Ma non è soltanto colpa della stanchezza accumulata nell’arco della giornata: la posizione sdraiata facilita in me troppa rilassatezza, in qualsiasi ora del giorno (non son mai riuscito ad applicare alla lettera i consigli di lettura di Calvino, proprio per questo). Trovo molto più produttivo leggere a tavolino (anche se, ahimè, questa posizione praticamente devo riservarla soltanto alle pallosissime letture in ufficio e per l’ufficio…) come se studiassi, capo eretto, mano che vaga per la faccia, pizzicandola qua e là, mentre gli occhi percorrono le righe.
Vogliamo essere sfacciati? Aggiungere qualche incursione nelle due narici in caso di disturbi alla respirazione… o qualche aere che d’incanto si stacca da noi, durante la lettura, magari dopo un desinare troppo carico di legumi e verdure? Dire che si legge anche seduti sulla tazza del cesso (“si legge col buco del culo", scriveva a questo proposito, tanti anni fa, Umberto Eco in una delle sue bustine di Minerva nell’Espresso, col compiacimento tipico dell’intellettuale che ha sposato trivialità e acume). Io al gabinetto non leggo tantissimo, dopo un po’ la posizione mi è scomoda, ma so che questo è uno dei topoi preferiti da molti lettori.
Oserei definire meravigliosa la lettura mattutina, quando tutto il corpo reagisce al meglio – in genere – alle sollecitazioni del testo.
Inoltre, per me la mattina è, da sempre, il regno del lavoro (prima della scuola, che era il mio lavoro da ragazzo, poi del tavolo da travet), una specie di sancta sanctorum in cui sono contenute le migliori risorse della giornata e in cui posso (e devo) dare il meglio di me stesso: il solo pensare, quindi, che questo spazio così particolare possa essere riservato alla lettura è davvero motivo di una certa eccitazione… Ben vengano i mezzi di trasporto pubblico, che io non uso quasi mai perché sono sempre alla guida d’una macchina ad accompagnare qualcuno da qualche parte, o sennò a piedi perché camminare ci vuole (ma leggere camminando – stando bene attenti alle cacche dei cani, o ai lampioni, che qualche volta ci stanno… hai voglia se ci stanno! – è un altro pensiero davvero eccitante: appena posso lo faccio con il quotidiano, più raramente con libri di presa comoda, non troppo ingombranti, e dai caratteri abbastanza grandi).
Ben venga qualche deliziosa seduta al parco pubblico con la più piccola dei miei bambini, le volte benedette che si sente di giocar da sola e/o con i suoi coetanei, senza richiedere un particolare coinvolgimento del suo anziano genitor: se ho pensato a portarmi un libro, allora, troverò uno spazietto su qualche deliziosa panchina, o sul ciglio d’un marciapiede, e sorbirò qualche paginetta sotto agli ippocastani…
Assolutamente vietato, comunque, leggere con la musica in funzione, anche se a volume molto basso. Non riesco a concentrarmi su più di un linguaggio per volta, figuriamoci letteratura più musica, che è, forse, la lingua che prediligo… Meglio, allora, leggere in un locale dove altri parlano (con volumi accettabili, però) e sempre tenendo conto che, se le loro chiacchiere sono interessanti, mi distrarrò moltissimo dalla mia lettura per ascoltarle, visto che sono un inguaribile ficcanaso.
Per un lettore rapsodico come me, dicevo all’inizio, le raccolte poetiche o di racconti sono un invito troppo allettante. Posso cominciare il libro a metà, tre quarti o alla fine (a meno che non siano poemi). Posso leggere il libro all’incontrario. Posso rileggermi quante volte voglio le stesse pagine… In questi casi, non farò orecchiette, riservandomi di abbordare di nuovo questi libri dal lato che più mi garberà.
Ecco quanto.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:37 | Comments (3)
29.09.06
Come si leggono i libri: Come (non) leggo i libri
(Farà piacere sapere che gli articoli giunti finora coprono, al ritmo di due puntate per settimana, il periodo fino al 7 novembre compreso. Altri articoli sono stati annunciati. Grazie a tutti. Gli indecisi non facciano mancare il loro contributo. bdm)
«Non vi è nulla di scritto a cui si possa credere»
Ecco, lo sapevo, prima o poi doveva succedere che qualcuno mi chiedesse come leggo i libri. Lo sapevo, dannazione, lo sapevo! E adesso che faccio, che dico, che m’invento? Vediamo… potrei raccontare che mi chiudo in una torretta della mia villa fortificata di campagna, come Montaigne; oppure che sul far della sera entro nel mio piccolo scrittoio dopo essermi vestito condecentemente di panni nobili e curiali, come Machiavelli. E lì, in uno di questi luoghi nobili, appartati, silenziosi, impregnati di odori sommamente culturali - pergamena, carta, inchiostro, rilegature in marocchino fregiato in oro - lì, dicevo, io mi separo da ogni mondanità, volgarità e bassezza per intrattenermi, solo ed elevato ad altezze imperscrutabili, coi massimi ingegni letterari d’ogni tempo e luogo. Macché, non funzionerebbe. Chi crederebbe mai a una fregnaccia del genere? Si sente lontano un miglio che è roba inventata, falsa, ingannevole, truffaldina.
Dovrò inventare qualcosa di meglio.
Potrei partire dalle motivazioni che mi spingono a leggere libri, per esempio. Cosa cerco nei libri? Cosa spero di trovarci? Una cosa che oggi va molto di moda è la verità. Potrei dire che nei libri cerco la verità o almeno qualche brandello di verità, qualcosa che mi dica come stanno veramente le cose, come agiscono gli esseri umani, quali loschi complotti si ordiscono a mia insaputa dietro le quinte del gran teatro del mondo. Ecco, una cosa del genere potrebbe anche funzionare… però… però che scemenza, suvvia! Se la dicessi in pubblico scoppierei a ridere e non mi fermerei per giorni. Come si fa a cercare la verità nei libri? Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che le parole - specialmente quelle eternate dalla scrittura - sono nate per coprire, velare, dissimulare, colorire, fingere, deformare, occultare la verità, non certo per rivelarla. E qui, per non annoiare il mio paziente lettore con lunghe e vane argomentazioni, mi avvalgo dell’autorità di un grande scrittore, Hugo von Hofmannsthal, che il 18 giugno 1895 così scriveva al guardiamarina Edgar Karg: «non vi è nulla di scritto a cui si possa credere». Impossibile spiegarlo meglio di così. Paradosso meraviglioso, perché quella frase che nega la veridicità della scrittura è una frase scritta, dunque non fidedegna.
Ora tu - o lettore che perseveri nell’errore di leggere questo mio scritto - ti starai chiedendo perché mai io mi senta così angustiato e a disagio di fronte alla domanda scaturigine dello scritto medesimo - ovvero come io legga i libri - tanto da voler escogitare fantasie e cantafavole sull’argomento. Il motivo è presto detto: io i libri non li leggo affatto. Posso capire che questa rivelazione ti procuri qualche misura di sconcerto, un ette di maraviglia, dieci o dodici grani di stupore, eppure è così: dal centro della mia variegata e lacunosa biblioteca - una mano sul cuore e l’altra sull’editio princeps del Don Chisciotte - io dichiaro e confesso che non uno di questi libri è stato letto da me, sebbene tutti io li abbia percorsi minutamente dall’incipit all’explicit, più e più volte, con acribia pervicace e studioso zelo.
Com’ebbi modo di dire altrove (ma non ricordo dove), sostenere che gli uomini leggono i libri è del tutto inesatto, essendo vero piuttosto il contrario. In quell’altrove che non rammento dichiarai quanto segue: «Che gli uomini abbiano la capacità di leggere un testo, di interpretarlo, di capirlo, di trasmetterlo è una diceria fondata su antichi pregiudizi. La pura e semplice verità è che sono i testi a leggere e interpretare gli uomini: il cartello stradale legge nel viandante il desiderio di conoscere la direzione da prendere; l’orario ferroviario interpreta la paura del futuro che atterrisce il viaggiatore; il romanzo legge come un aruspice i visceri del sedicente lettore». Devo dire che ancora oggi mi trovo abbastanza d’accordo con il me stesso di allora, e aggiungo che codesto mio persistere in una convinzione antica un poco mi sgomenta, giacché so per esperienza che le mie idee e convinzioni raramente superano la durata critica di quindici o venti giorni.
A questo punto dovrebbe essere chiaro che non posso rispondere a chi mi chiede come io leggo i libri, ma che sono costretto a capovolgere la domanda e a rivolgerla a me stesso: mi chiedo dunque come i libri leggono me. Purtroppo è una domanda a cui non sono in grado di rispondere con un discorso chiaro, esplicativo, ragionevole, perché molto dipende dalle capacità di ogni singolo libro: alcuni sono lettori abilissimi, in grado di sviscerarmi e interpretarmi da cima a fondo; altri compitano a fatica qualche sillaba di me; altri ancora sono completamente analfabeti. Qualche tempo fa, tuttavia, ho descritto quasi inconsapevolmente l’atto di lettura che un libro che non nomino ha compiuto su di me, e credo che questa sia la risposta più sensata che posso formulare.
L’incauto lettore che voglia conoscere il resto di questo mio discorso, può trovarlo nei paragrafi che seguono. Ai più prudenti consiglio vivamente di fermarsi qui.
La locanda (ovvero come i libri mi leggono)
Mi trovo in una locanda buia e fumosa. Che sia una locanda, a dire il vero, è solo una mia supposizione. Cosa sia veramente questo luogo, se di luogo si tratta, non saprei dirlo con esattezza. Più che fumosa, poi, dovrei dirla nebbiosa o indistinta o vaga: attorno a me vedo soltanto i contorni sfumati di oggetti presumibili, ma di esistenza assai incerta. Vedo tracce labili di tavoli potenziali; odo frammenti di suoni che alludono a voci; fiuto uste deboli e confuse di qualcosa che assomiglia al vino, o forse all’idea del vino, o a un suo lontano ricordo. Quanto all’oscurità, sarebbe più corretto definirla penombra, o meglio ancora citazione di una penombra traslucida, lattiginosa, opalescente.
Che questo che, con molta approssimazione, continuo a chiamare luogo, potrebbe alludere a una locanda, lo deduco dalla presenza appena percepibile di un’atmosfera di viaggi interrotti e ripresi, di presenze aleatorie provenienti da un dove indefinito e dirette verso un altrove incerto. A tratti percepisco impressioni di arrivi e di partenze, ma non saprei dire chi o cosa arrivi, chi o cosa parta. Qui nulla sembra godere di un’esistenza pienamente identificabile: non è possibile indicare un punto preciso come un lì o un costà, né additare qualcosa e proferire non dico un questo è un oggetto, ma nemmeno un questo è. La mia stessa esistenza, posto che in questo contesto abbia senso dire mia, è affatto ipotetica.
Forse possiedo un corpo, ma non ne sono sicuro, mentre posso dichiarare con ragionevole supponenza di possedere sensi, o quanto meno l’equivalente immaginario dei sensi. Potrei essere un naso prensile e ipovedente, o un occhio leggermente sordo, o una mano dal fiuto un po’ scarso, ma temo che tutte queste ipotesi capziosamente antropomorfiche siano parimenti vane e indimostrabili.
Da un tavolo vicino al mio - in verità non ho alcuna garanzia che sia un tavolo e per quanto ne so potrebbe trovarsi in un’altra galassia - da quel tavolo, dicevo, proviene un suono che si sta facendo via via più distinto. Tendo l’orecchio, o ciò che in qualche modo governa il mio udito, e non senza sorpresa mi accorgo che sto ascoltando un discorso. Non so ancora se si tratta di una conversazione o di un monologo, ma posso captare parole comprensibili. Cerco di isolare il discorso dal rumore allusivo e indistinto in cui sono immerso. Più progredisco in questo esercizio, più mi accorgo che il discorso è sì comprensibile, ma affatto privo di voce: le parole colpiscono quella sorta di mio udito mentale senza toccare alcun organo di senso paragonabile a un orecchio. Questo implica che là, a quel tavolo, non siede nessuno intento a pronunciarle, ma che il discorso si pronuncia da sé medesimo e giunge a me per vie prodigiose che non so spiegare.
Continuo a chiamare questo fenomeno discorso, ma anche questo è inesatto. Questa parola, discorso, allude a un intento comunicativo, a un fine suasorio, a un messaggio da decifrare, ma niente di tutto questo è rintracciabile in ciò che sto ascoltando. Si tratta piuttosto di una successione apparentemente ordinata di parole che si manifestano come mosse soltanto da un clandestino piacere di mostrarsi, una specie di esibizionismo retorico o di seducente svestizione verbale. Questa mostra o vetrina di parole non si organizza attorno a significati precisi, non trasmette messaggi intenzionali, non colpisce l’intelligenza suscitando dubbi e domande o suggerendo risposte. Agisce piuttosto come una danzatrice che muove il proprio corpo, non per trasmettere l’idea del movimento, ma per alludere a esperienze fisiche, moti dell’animo, stati mentali.
Mentre ascolto questa danza, qualche luogo imprecisato di me medesimo raccoglie le allusioni seminate dalle parole e le trasforma - forse per mezzo di arti magiche o forse mediante un incognito apparato digerente - in ordigni che vanno a colpire i miei sensi immaginari: man mano che le parole si muovono, appaiono volti conosciuti che non vedevo da tempo, e che sùbito scompaiono; frammenti di antiche conversazioni fra amici partecipano per qualche istante alla danza; avverto moti di sdegno, talvolta di commozione. Mi rendo conto di sapere - questa volta con sorprendente chiarezza - di essere in viaggio, anche se non ricordo da dove vengo e non conosco la mia meta. Capisco che questo luogo che chiamo locanda è un punto in cui il viaggio si è concesso una pausa, non so quanto lunga, un’interruzione provvisoria che ha già in sé l’idea della ripartenza.
La danza verbale è cessata di colpo. Provo a rintracciarla nel brusìo indistinto della locanda, ma solo per accorgermi che non c’è più brusìo, né locanda. Mi guardo attorno e vedo distintamente la forma e il contenuto del salotto di casa mia. E mi accorgo, non senza un moto di giubilo bambinesco, di avere occhi e orecchie, naso e mani. Mi alzo dalla poltrona per sgranchirmi le gambe, e mi sorprendo a pensare che sì, in effetti ho anche le gambe. Un altro pensiero mi passa per la testa, quello di essere in viaggio, ma il mio stato di quiete al centro di una stanza basta a declassare anche questa idea a sciocca fantasia. Scuoto la testa in segno di autocompatimento per questi comportamenti infantili.
Ripongo il libro nella libreria ed esco in balcone a fumare una sigaretta.
(Pubblicato anche qui: http://www.grenar.info/cgi-bin/articles.asp?id=24)
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:32 | Comments (29)
26.09.06
Come si leggono i libri: Fino a sei mesi fa una “libera scelta"
A febbraio ho iniziato una splendida avventura: la critica letteraria. Così, per caso, qualcuno mi ha detto: “a te piacciono i libri, vero? Bene. Allora curerai la rubrica letteraria sul magazine". E sempre per caso mi sono ritrovata a leggere “per contratto". Bel cambiamento. Di necessità virtù: se la mia lettura era scandita fino a sei mesi fa dal mio orologio biologico interno, da febbraio leggo per riuscire a scrivere le mie critiche sulle due pagine che ho a disposizione sul magazine. E’ aumentato il ritmo della mia lettura. Ma non è mutato il gusto che provo nel vivere un romanzo.
Dovendo passare 10-12 ore al giorno dal lunedì al venerdì in redazione per coordinare parecchie cose e per buttar giù i miei “pezzi", afferro un libro alle 22 e lo abbandono solo quando la stanchezza mi distrae eccessivamente. Apro gli occhi alle 6.30 e dopo una veloce colazione riprendo il romanzo chiuso qualche ora prima e lo vivo fino al suono della seconda sveglia (ore 8.30). Così ogni giorno. Come un allenamento eseguito seguendo metodi scientifici con scrupolosità. La programmazione della lettura non impedisce assolutamente al romanzo di farmi sua. Anzi. Credo che questa “preparazione atletica alla lettura" sia riuscita a sviluppare in me concentrazione e resistenza, caratteristiche necessarie per leggere correttamente.
Nel manuale della “lettura per contratto" c’è un’apposita sezione dedicata alla postura da mantenere: sono bandite le sedie e le poltrone, sono ammessi solo letti morbidi e un numero illimitato di cuscini. L’ambiente deve essere isolato acusticamente e i telefoni devono essere staccati. Ho aggiunto una piccola postilla: è severamente vietato imbrattare le pagine di un libro con appunti e orecchie agli angoli. Un libro letto da me rimane intonso. Nuovo. Non amo violentare i romanzi. Desidero rispettarli. L’unica cosa che desidero è quella di farmi “possedere" dalla lettura. Un pò come in un’esperienza amorosa, nell’esatto momento in cui la preda cede alle tentazioni del corteggiatore. E si concede. Penso che una lettura corretta debba lasciare nel lettore - più o meno “sotto contratto" - la sensazione di essere stato posseduto dal romanzo. E’ solo questione di sensualità: si esercita la propria e si subisce quella delle parole. Sensualità e coraggio che vengono esercitati con la lettura. Non è una gara, ma semplicemente una continua “lezione di vita".
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:55 | Comments (15)
22.09.06
Come si leggono i libri: Quartetto per strumenti di lettura
Leggere un libro per me significa riuscire a gestire quattro oggetti.
Il primo oggetto è il mio paio di occhiali. Porto gli occhiali da quando andavo in terza elementare. Li considero un’estensione del mio corpo. Quando me li tolgo mi sento nudo (spesso, quando me li tolgo, sono nudo). Li ho quasi sempre con me: davanti al computer, quando passeggio, al cinema, mentre cucino e mangio. Dopo un po’ che leggo, invece, sento il bisogno di toglierli. Allora li metto sopra la testa. Immediatamente mi viene voglia di grattarmi la porzione di pelle tra gli occhi e l’attaccatura dei capelli, quella che – fino a quel momento – era stata coperta dalla stanghetta degli occhiali. È un piacere tutto fisico, che fa respirare meglio, come quando ci si toglie un paio di scarpe strette o si cambia posizione per continuare a dormire.
Senza occhiali, mi accorgo che la distanza che avevo messo tra i miei occhi e il libro non va più bene. Dal momento che sono miope, devo avvicinare il libro ai miei occhi. Così posso continuare a leggere.
Dopo un po’, però, comincio a pensare che gli occhiali, lì sulla mia testa, non siano al sicuro. Allora li tolgo e li appoggio da un’altra parte. Magari sul comodino o sul tavolinetto. Qualche volta li appoggio sulla mia pancia.
In ogni caso, arriva il momento in cui mi rendo conto che è meglio se leggo con gli occhiali. Così li inforco di nuovo. Adesso il libro è troppo vicino, lo allontano un po’ e continuo a leggere.
Il secondo oggetto è la matita. Io ho sempre scritto sui libri che leggo. Sottolineo i passaggi che mi sembrano più interessanti. Qualche volta faccio grossi punti esclamativi vicino ai brani che mi entusiasmano. Oppure (questo lo facevo soprattutto qualche anno fa) scrivo commenti impetuosi, tipo “Giustissimo!", “Ben detto!", “Grande!". Quando sfogliando un libro letto in passato rivedo queste annotazioni mi sento un po’ stupido. Però continuo a scrivere sui libri. Faccio lunghi segni che incorniciano le pagine, per me memorabili, di un romanzo o un racconto. Nelle raccolte di racconti o di poesie disegno una X, un punto esclamativo o una V vicino ai titoli che varrà la pena ricordare.
È una cosa che non ha molto senso, perché per ritrovare le annotazioni bisogna sfogliare dall’inizio il libro. È una cosa lunga. Mi dico “in quel romanzo c’era una frase bellissima". Allora prendo il libro, lo sfoglio avanti e indietro. Ci vuole un po’. Finalmente trovo la pagina con la sottolineatura. Poi magari leggo la frase e mi accorgo che non mi piace più.
La cosa migliore – ma è una scoperta che ho fatto di recente – è raccogliere tutte le annotazioni, corredate di numero di pagina, in un’unica pagina in fondo al libro. Così uno sa sempre dove andare a cercare i propri commenti. Si ottengono degli elenchi interessanti. Cose come “Pag. 14 – Bellissima la descrizione della nave!; Pag. 35 – Questa se la poteva risparmiare…; Pag. 61 – Ma una cosa del genere non succedeva pure in un racconto di Cechov? Verificare". E così via.
Il problema però è la matita. Mi metto sdraiato (sul letto o sul divano. Sono gli unici due posti dove leggo, ormai), faccio il carosello con gli occhiali, poi leggo un passaggio che merita l’intervento della matita. E lì mi rendo conto che ho dimenticato di prenderla.
Pigro come sono, comincio a pensare: “forse questo passaggio non è così memorabile, forse non c’è davvero bisogno che io mi alzi per andare a prendere la matita". Poi penso: “Federico, arriverà un giorno in cui ritrovare questo preciso passaggio in questo preciso libro sarà per te importantissimo e allora come ti pentirai per non essere andato oggi a prendere la matita!".
Allora mi alzo, prendo la matita, sottolineo, commento. A questo punto bisogna decidere cosa fare della matita. Se la appoggio sul comodino o sul tavolinetto, pigro come sono, non avrò poi voglia di allungarmi per riprenderla, quando mi servirà di nuovo. La tengo nella mano destra che si trova così a condividere la presa sulla matita e su una delle due metà del libro che sto leggendo.
Dopo un po’ mi stanco. Sposto la matita in bocca. Spesso mi tolgo gli occhiali quando ho la matita in bocca. Allora, dal momento che sono miope, avvicino il libro verso il viso e le pagine vanno a sbattere contro la matita. Uno scarabocchio appare tra le righe e la matita scivola verso la gola rischiando di soffocarmi.
Butto la matita sul letto o sul divano. “È un corpo inerte – mi dico – non se ne andrà mica a spasso da sola". Invece, poi, succede proprio questo. Allungo la mano verso il punto del divano o del letto in cui l’avevo lasciata cadere ed ecco che la matita non c’è più. Si è infilata sotto un rene o è scivolata – misteriosamente silenziosa – sul pavimento.
Allora mi chino per terra, facendo una mezza torsione con il busto. Mi ricordo che avevo appoggiato gli occhiali sulla pancia solo quando li vedo precipitare per terra.
Il terzo oggetto è il segnalibro. Ne ho sempre fatto un grande uso. Mi piacciono quelle librerie in cui te ne regalano due o tre quando compri tanti libri. Non li butto mai. Anzi, appena a casa, prendo i libri appena comprati e dentro ognuno ficco il suo segnalibro.
Il segnalibro è molto comodo per tenere il segno, appunto. Ma non appena inizi a leggere non sai che farci. Ti ritrovi questo rettangolo di cartoncino tra le mani che – in alcuni momenti dell’azione della lettura – tieni a ventaglio insieme agli occhiali, alla matita e al libro, come fossero carte da poker.
Generalmente lo relego in ultima pagina, ma se il libro ha una copertina troppo leggera la presenza del segnalibro ne complica l’impugnatura. Allora il segnalibro va tolto, messo sul comodino/tavolinetto o sulla pancia, magari vicino agli occhiali e alla matita.
Quasi sempre però finisce in un punto non meglio precisato del divano o del letto. Anche il segnalibro – come la matita – è in grado di muoversi da solo. Così quando squilla il telefono o suonano alla porta o qualcuno ti chiama dall’altra stanza e tu devi subito trovare il dannato segnalibro che si occuperà di tenere il segno fino al tuo ritorno, ecco che il segnalibro non si trova. Il telefono continua a squillare, a gran voce ti invocano dall’altra stanza, parte anche l’allarme anti-incendio e così, rassegnato, chiudi il libro senza nessun segno dentro e ti alzi mentre la matita rotola dalla tua pancia e con i piedi schiacci gli occhiali che prima erano finiti per terra.
Il quarto e ultimo oggetto è il libro. È quello che crea meno problemi, in fondo. Sta lì e si lascia leggere. Una volta risolta la logistica relativa a occhiali, matita e segnalibro, si tratta solo di far scorrere lo sguardo da sinistra a destra, girare le pagine e godersi la lettura.
Però, siccome io leggo sempre sdraiato, sul letto o sul divano, se il libro è particolarmente pesante o se la copertina è rigida, leggere può essere un po’ scomodo.
A volte penso che per la lettura la soluzione perfetta sia quella dello scrittoio. Mi ricordo allora i tempi in cui ero studente universitario e leggevo soprattutto i testi di studio. Mi mettevo alla scrivania e il libro era lì, in piano, aperto davanti a me, spalancato come un atlante, con i bordi inferiori delle pagine paralleli al margine del tavolo.
Scriverci sopra era una passeggiata, c’era spazio per tutto, anche per un taccuino su cui prendere appunti. Gli occhiali al sicuro, con le stanghette razionalmente piegate su se stesse, la matita nel portapenne sufficientemente capiente per ospitare anche un segnalibro. C’era perfino posto, da qualche parte lì sulla scrivania, per una tazza di tè. E tutto era illuminato dalla luce giusta che veniva dalla finestra o dalla lampada da tavolo.
L’unico problema era che la situazione era così perfetta e piacevole che mi beavo a tal punto del mio ruolo di lettore da non prestare più attenzione a quel che stavo leggendo. Forse per questo, poi, non mi sono laureato.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:04 | Comments (5)
20.09.06
Come si leggono i libri: Una variazione
Poiché i lavori pervenutimi sono già tanti (a questo momento coprono fino alla data di venerdì 27 ottobre) e altri lavori mi sono stati annunciati in arrivo, anziché iniziare martedì 26 settembre la pubblicazione di due articoli per settimana, come avevo programmato per dare tempo agli autori di preparare il loro pezzo, cominceremo subito questa stessa settimana, ossia venerdì 22 settembre. Resta ferma la data di pubblicazione che ho già comunicato per email ai singoli autori (sarebbe laborioso e di poco significato comunicare le nuove date, che anticiperebbero solo di pochi giorni la pubblicazione). Dunque, appuntamento a venerdì 22 settembre.
Ho sempre dimenticato di dire che l'immagine del lettore che fa da icona alla nostra iniziativa e che comparirà sempre nella home (mentre la foto inviata dall'autore sarà all'interno, come una piacevole scoperta da fare), è tratta dal mio libro: Quarantatre letture - Il Sud nella letteratura italiana contemporanea edito da Marco Valerio, Torino, nel 2005. Lo ringrazio qui pubblicamente. (bdm)
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 13:11 | Comments (0)
19.09.06
Come si leggono i libri: Comincio io
di Giulio Mozzi
(Prende il via oggi Come si leggono i libri, la nuova iniziativa della rivista. La prossima puntata sarà pubblicata fra una settimana, martedì 26 settembre (vedi il comunicato: Una variazione, riportato più sopra, che anticipa a venerdì 22 settembre). Successivamente saranno pubblicate due puntate per settimana: il martedì e il venerdì, a partire da venerdì 29 settembre (in seguito alla suddetta variazione si corregge in 26 settembre). Il materiale ricevuto finora copre le date fino al 20 ottobre prossimo. Rinnovo l'invito a partecipare. bdm)
Non so voi. Io, ormai, leggo solo in treno. Sto in treno quella decina d'ore per settimana, minimo, e quelle sono le mie ore di lettura.
Intendo la lettura-lettura. Quel tipo di lettura che, se uno mi domanda: "Che cosa fai, in tutte quelle ore di treno?", non gli rispondo: "Leggo", ma: "Studio".
Poi, vabbè, c'è la lettura per consultazione, quella che faccio al tavolo dello studio, eccetera. Robetta.
Dai ventidue ai ventinove anni ho lavorato in un ufficio dove c'erano: due telefoni che suonavano spesso; un collega nullafacente e logorroico; un capo esigente (e rassegnato nei confronti del collega nullafacente e logorroico, la cui presenza nell'ufficio era dovuta solo a ragioni di clientela politica); scadenze rapide ("Questo serve per stamattina, questo serve per le due del pomeriggio" ecc.). In questo ufficio, che era un ufficio stampa sindacale, io facevo la macchina per scrivere. Il lavoro di un ufficio stampa è composto di due cose: relazioni, scrittura. Il capo faceva (soprattutto) le relazioni, io facevo solo la scrittura. Producevo dieci, quindici cartelle al giorno. Anche di più.
In quell'ufficio ho imparato a concentrarmi, a escludere dalla mia attenzione, anche la più periferica, tutto ciò che mi sta attorno. Ieri in treno (sto scrivendo questo pezzo il 18 agosto 2006) avevo seduti davanti a me una coppia di ragazzi slavi. Slava lei, slavo lui. Erano però di due slavità diverse: lui sicuramente rumeno, lei probabilmente slovena. Stavano insieme ma litigavano. Hanno litigato da Milano a Bologna, da Bologna a Firenze, da Firenze a Roma, e poi non so (il treno andava a Napoli). Al mio fianco stava, da Milano a Bologna, un giapponese raffreddato: che ogni ventitre secondi tirava su col naso. Da Bologna a Roma ho avuto a fianco una signora inglese tipo Holly Hobbie con cappello viola e cestino contenente il gatto. La signora ha parlato con il gatto per tutto il tempo; e il gatto le rispondeva. Durante questo viaggio, durato esattamente quattro ore e mezzo, ho letto (sottolineando, mettendo note, inserendo foglietti: come faccio di solito) centonovanta pagine di Underworld di DeLillo (libro che avevo già letto anni fa).
L'arrivo a Roma è stato così composto: discesa dal treno; attraversamento della stazione; ricerca del punto di partenza del bus 92; salita sul 92; riapertura di Underworld; lettura, tra attesa e corsa, di altre sedici pagine. Perché un'altra cosa che ho imparata, lavorando nell'ufficio di cui sopra, è: attaccare e staccare la concentrazione. Se ho 5 minuti, uso i 5 minuti per leggere. Se ne ho 3, ne uso tre. Ritrovo sempre il filo. Salgo sul bus, apro il libro, vado avanti di due pagine, chiudo il libro. Aspetto il treno al binario, apro il libro, vado avanti di una pagina, chiudo il libro. Il treno è in ritardo, non c'è problema, apro il libro, leggo. Studio.Dico appunto: studio. Di solito non mi interessa molto quello che c'è scritto dentro al libro. Mi interessa come sono fatte le frasi. Mi interessa come sono disposte le parole nelle pagine. Se sto rileggendo Underworld, è per capire come funziona la faccenda della ripetizione.
DeLillo continuamente ripete, nel corso di un capitolo, frasi già scritte, relative a fatti precedenti o a pensieri o battute di dialogo già riferiti. Questo produce un effetto specifico, che so descrivere solo così: sembra di leggere il racconto di un sogno, dove il tempo non funziona nel modo solito, ma va avanti e indietro, e spesso sta fermo. Questo effetto mi interessa. Vorrei capire come si fa. Se in un libro non c'è niente di interessante dal punto di vista del "come si fa", è difficile che io lo legga.
Naturalmente, poiché io non leggo i libri, ma li studio, tendo a distruggerli. Non mi faccio nessuno scrupolo. Non ho nessuna venerazione per l'oggetto libro. Possiedo dei libri antichi, so che non devo scriverci sopra con la biro perché sarebbe sciocco e immorale. L'oggetto libro mi interessa (questo sì) per capirne la logica di comunicazione. Le copertine della collana di narrativa curata da Bassani per Feltrinelli, ad esempio (quella in cui uscì tutto il Romanzo di Milano di Giovanni Testori; per dire): mi sembrano bellissime. O quelle della collana “La scala" di Rizzoli negli primi anni Settanta, quando pubblicavano Giuseppe Berto e John Barthes: bellissime anche quelle. Quando trovo libri di quelle collane nelle librerie dell’usato, me li guardo sempre per benino (qualche volta anche li compero, ma non per “averli"; li compero per “leggerli). I libri antichi che possiedo (quello al quale tengo di più è il trattato “Della perfetta poesia" di Ludovico Antonio Muratori) li ho comperati solo perché non avevo altro modo di leggerli (e perché ci tenessi tanto a leggere la “Perfetta poesia" di Muratori, è una cosa che non so spiegare).
Di tanto in tanto, è vero, cedo anch’io al collezionismo (per chi non lo sapesse, il collezionismo è, da un punto di vista clinico, una perversione). Prima o poi finirò per possedere tutti i libri di Carlo Coccioli (nelle edizioni italiane, ve’: che puntare anche a quelle francesi e messicane mi pare troppo). E la mia raccolta di libri ottocenteschi di scienze sociali (dei meravigliosi trattati su come, ad esempio, risolvere il problema delle classi povere nelle città con i mezzi della medicina, dell’educazione e della religione; e cose simili) è in lento, ma costante aumento: d’altra parte, come non cedere alla tentazione di capire come gli intellettuali e i governanti concepissero le città nel momento in cui (vedi rivoluzione industriale, nascita del proletariato urbano ecc.) le città si avviavano a diventare ciò che oggi sono? (E’ vero, si può non cedere a questa curiosità. Ma io cedo, cedo).
Ma, potreste dirmi, non stavi dicendo che i libri ti interessano solo dal punto di vista del “come si fa"? Cioè della scrittura? Sì, è vero. E infatti, questi meravigliosi trattati di scienze sociali ottocenteschi mi interessano, prima di tutto, perché leggendoli si vede come, pian piano, un sapere del tutto nuovo si organizza; come si produce un po’ alla volta una specifica retorica, cioè un ordine del discorso, per parlare di certe cose; come lentamente i dati quantitativi (statistiche ecc.) vengono accettati e immessi in un discorso inizialmente tutto umanistico; come i linguaggi della medicina, della pedagogia e della religione progressivamente coagulino in un linguaggio nuovo, di una tecnicità sua propria, dal quale poi nasceranno (o col quale poi si confronteranno, che è lo stesso) i linguaggi della sociologia, della psicologia sociale, dell’urbanistica…
Linguaggi, nient’altro. In vita mia ho letti moltissimi libri, e posso dire che ne ho imparata una cosa sola: ho imparato a fare quello che sto facendo ora, ho imparato a scrivere. In questo momento sto scrivendo con una macchina non mia, un pc dalla tastiera rumorosissima, in un Internet Point Pakistano di Roma. I miei libri, li ho tutti scritti a casa mia. Ma sto imparando, ormai, a scrivere dove capita. Sempre, peraltro, con una macchina. Non sono di quelli che girano con il quadernetto che non si sa mai, di quelli che ogni tanto si concentrano, levano gli occhi al cielo, poi estraggono il quadernetto e la penna e ci scrivono dentro delle cose. Io non scrivo mai per me. Scrivo sempre perché c’è una precisa occasione di far circolare quello che scrivo. Questo pezzo lo manderò a Bartolomeo, e Bartolomeo provvederà a pubblicarlo in vibrisse quando lo riterrà opportuno. Allo stesso modo, non leggo mai i libri come se esistessero per conto loro. Tutti i libri sono come la cosa che sto facendo adesso: testi scritti perché c’era l’occasione, o almeno la volontà, di farli circolare. Spesso mi domando come siano stati materialmente scritti certi libri. Oggi ho comperato per tre euro un’edizione usata della “Pamela" di Richardson nei Grandi Libri Garzanti (ho cominciato a leggerlo sull’autobus numero 92, ho continuato a leggerlo mentre cenavo da solo – frittata con tonno e fagioli, pane di segale, mezzo peperone crudo, acqua fresca a volontà – e sono arrivato a pagina 53: è un romanzo davvero bellissimo; la protagonista, Pamela, ha un’abilità retorica invidiabile; eccetera) e mi sono commosso leggendo, nell’introduzione che il signor Samuel Richardson aveva cominciato a lavorare come apprendista tipografo, poi aveva messa su una tipografia sua (sposando la figlia del suo datore di lavoro; che morì assai giovane; e il Richardson sposò un’altra donna dell’ambiente tipografico), e a un certo punto, in pochi mesi, gli era venuto scritto questo lungo e splendido romanzo (destinato a un successo enorme). Mi sono commosso, dico, perché mi sono immaginato il signor Samuel Richardson, a tipografia chiusa, la sera, che scriveva il suo libro non con la penna, ma componendolo direttamente, pescando i caratteri mobili dalle scatole e dai cassetti, fabbricando direttamente non un “testo", ma un “libro". Presumo che le cose non siano andate così; ma mi ha commosso immaginarle così. Mi piacerebbe vedere, magari toccare, una “Pamela" composta e stampata, con le sue mani, dal signor Richardson.
Sto divagando.
La lettura è una cosa che si fa. E’ un’azione. Io ci ho le mie posture, per leggere, quelle preferite e quelle che evito perché mi scomodano. Ho dei modi di giocare con le pagine mentre leggo, ho i miei modi tutti miei di segnare, sottolineare, annotare eccetera, con segni che vogliono dire (per me) precise cose. Ho letto nei giornali che non molto fa è stata pubblicata, in edizione doppia (fotografica e critica, se non ho capito male) l’ “Eneide" posseduta da Francesco Petrarca con tutte le annotazioni del Petrarca stesso. E a casa ho il Petrarca commentato dal Carducci (pubblicato da Sansoni, se ne trova ancora qualche copia nelle librerie a metà prezzo), nel quale il Carducci teneva sott’occhio l’esemplare appartenuto a Vittorio Alfieri, e pedantemente (religiosamente, direi) riporta al lettore le annotazioni e fino alle semplici sottolineature dell’Alfieri. Sinceramente, non mi interessa tanto sapere che cosa scriveva Petrarca nei margini del suo Virgilio, o che cosa scrivesse Alfieri nei margini del suo Petrarca. Ma quando compero un libro usato, e ci trovo i segni lasciati dal precedente lettore, sono contento: perché il libro mi sembra più vivo.
I miei libri, quando io sarò morto e non mi serviranno più, difficilmente potranno essere venduti a buon prezzo. Non sono “tenuti bene". Anche certe edizioni che avrei dovuto trattare con grande rispetto, be’, non le ho trattate poi con grande rispetto. Posso dire solo: è andata così, accettate i miei segnacci. In fondo, se sul corpo della persona che amate poteste vedere i baci e le carezze delle altre persone che l’hanno amata, e se i vostri baci e le vostre carezze restassero come segni visibili agli occhi di chi amerà quella persona in futuro, quando quella persona non vi amerà più – be’, non sarebbe bellissimo?
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:59 | Comments (22)
10.09.06
Una nuova iniziativa di vibrisse: Come si leggono i libri
Il 2 giugno scorso apparve su vibrisse un mio articolo dal titolo: Leggere un romanzo. Aveva questa premessa: "Qualche giorno fa mi è stato chiesto di scrivere un articolo su come io legga il romanzo. L'ho finito poco fa e spedito al richiedente, che gestisce un sito internet. Lo pubblico anche qui, perché non so se qualcuno abbia mai confessato in rete il suo modo di leggere e di intendere la lettura."
A Giulio Mozzi – che deve avere nel cervello un motore che non si spenge mai - è venuta l'idea di dare un seguito a quell’articolo e di promuovere una specie di inchiesta per scoprire il modo che tutti noi abbiamo di leggere un libro. È un'idea superba, se ci pensate. Perchè scava dentro di noi e mette a nudo, come davanti ad uno specchio, non dico l'intera nostra personalità, ma una piccola parte sicuramente importante. Si palesano, cioè, di fronte ad una lettura, e specialmente alla lettura di un libro, senza che ce ne rendiamo conto, tutte le nostre manie, i nostri tic, le nostre timidezze, le nostre indecisioni, i nostri malumori, le nostre fantasie, le ambizioni, le debolezze, le vanità, che nella vita di tutti i giorni cerchiamo di nascondere. È, insomma, proprio come mettersi nudi davanti allo specchio e osservare minutamente il nostro corpo per indagarne le qualità e i difetti, che altro non sono che componenti, tutte di rilievo, nessuna esclusa, tutte determinanti, della nostra personalità.
Forse affermare che noi siamo come leggiamo, è dire troppo, ma non credo che si sia molto lontani dalla verità. C'è chi legge in treno, chi legge mentre è a tavola, chi seduto su di una panchina nel bel mezzo di un parco pubblico, chi mentre si trova a letto e si prepara a prendere sonno, chi nel suo studio, riparato dai rumori e dalle distrazioni, e così via. Ma il dove si legge è solo l'inizio del nostro disvelamento. L'exploit viene un momento dopo, allorché, preso comodamente in mano il libro, ne cominciamo a leggere le prime righe. Si principia a dimenarci sulla sedia, si dà un'occhiata in giro per rassicurarci sulle condizioni ambientali, che continuino ad essere, cioè, come le desideriamo; alziamo gli occhi e aggrottiamo le sopracciglia, se appena sentiamo una turbativa, una minaccia, non previste. Qualche volta, sgridiamo perfino la persona cara che viene a farci un saluto. Tutta questa agitazione significa una cosa sola: che stiamo per varcare la soglia magica del libro, che non si vede, ma c’è, la percepiamo. Il libro, ossia, ci sta catturando, ha iniziato a dispiegare su di noi le sue lusinghe, le sue malie. Mancherà poco, forse perfino un istante, ed egli sarà padrone di noi, ci ipnotizzerà e solo dopo ci lascerà liberi di entrare nel suo mondo. Ma ad una condizione: che ci sbarazziamo della corazza che abbiamo indossato per affrontare la vita e si abbia il coraggio di mostrare senza alcuna inibizione ciò che realmente siamo.
Giulio sarà il primo a dare seguito a quel mio Leggere un romanzo e aprirà lui, martedì 19 settembre, questa nuova iniziativa di vibrisse. La quale, spero, ci coinvolgerà piacevolmente.
Siete pregati di inviare a me (bartolomeo.dimonaco/chiocciola/tin.it) gli articoli, possibilmente corredati da una foto dell’autore oppure da un’immagine che abbia attinenza con la lettura di un libro (non più di una foto, dunque). Naturalmente, mi aspetto il contributo di coloro che già parteciparono al Giro d’Italia con vibrisse, e di coloro che non fecero in tempo a inviare il loro articolo. Oltre agli altri.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:35 | Comments (14)
02.06.06
Leggere un romanzo
(Qualche giorno fa mi è stato chiesto di scrivere un articolo su come io legga il romanzo. L'ho finito poco fa e spedito al richiedente, che gestisce un sito internet. Lo pubblico anche qui, perché non so se qualcuno abbia mai confessato in rete il suo modo di leggere e di intendere la lettura.)
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Da qualche tempo, leggo solo romanzi, pochi saggi e poche poesie. Di poesie e di saggi ne ho letti, naturalmente, in passato, e dico che bisogna leggerli per sapere almeno quale ambiente variegato e affascinante sia quello della letteratura.
Succede poi che piano piano ci accorgiamo dei nostri limiti e che, per tanti motivi tra cui lo scarso tempo a disposizione e la notevole produzione letteraria di questi ultimi anni, non ci è più possibile seguire tutto. Alcuni ci riescono, vuoi perché leggono per professione, vuoi perché hanno capacità di lettura assai ampia, solida e rara.
Io rientro tra quelli che hanno dovuto scegliere. Non leggo per professione, ma per mio diletto, per l’amore che porto alla fantasia e alla creatività. Mi piacciono la musica, infatti, la pittura e il cinema, oltre alla letteratura.
Ho scelto di seguire il romanzo (molto meno il racconto) per una ragione semplicissima: che la costruzione di un romanzo è qualcosa di magico, che dà vita a paesaggi, personaggi e sentimenti la cui caratteristica è un insieme di bagliori che si illuminano ora a questo ora a quel lettore. Difficile che si trovino due lettori che abbiano cercato e visto le stesse cose in un romanzo. Tale magia si riproduce, ovviamente, anche nel racconto, ma in scala più ridotta. Non che il racconto sia da spregiare, anzi, il racconto richiede una esattezza e una perfezione assolute, quando, ovviamente, si tratti d’un buon racconto. Cose che possono mancare ad un romanzo, che riesce ad assorbire le piccole sbavature.
Tra i tanti romanzi che ho letto, devo confessare che quelli che si attagliano di più alla mia sensibilità sono i romanzi scritti tra l’Ottocento e la prima parte del Novecento. Naturalmente ci sono romanzi molto belli anche oggi (per restare in Italia, cito autori come Carlo Sgorlon, Gaetano Cappelli, Carmine Abate, Raffaele Nigro), ma sono sempre più rari quelli che si avvicinano alla mia sensibilità. Molto dipende dal fatto che non sono più giovane e che in questo momento in cui sto scrivendo ho passato i 64 anni; la mia formazione, dunque, risale a molto tempo fa, con tutte le conseguenze che ciò implica.
Quando si cominciano a leggere i primi romanzi non ci si comporta come quando li leggeremo dopo che, col passare degli anni, ne avremo fatto una certa esperienza. Si diventa via via sempre più esigenti, infatti; non ci si accontenta più di ciò che appare, ma si cerca ciò che è sottinteso, ciò che se ne sta nascosto e rappresenta l’humus che crea la bellezza e la magia di ciò che stiamo leggendo. È avvertita, quindi, ad un certo punto della nostra esperienza di lettori, la necessità di penetrare dentro il romanzo, di farsi avvolgere dalle sue luci e dalle sue ombre, di avere per cielo le parole e per selciato i loro molteplici significati. Ci si accorge così che il romanzo, visto da dentro, è un intrigo di percorsi, di strade e sentierucoli, tutti resi vividi da qualcosa o da qualcuno. Raramente ci si trova a percorrere uno di questi sentieri senza che ci si imbatta in un sentimento, una persona, un paesaggio e così via.
Leggere un romanzo, perciò, è disporsi a compiere un viaggio dentro di esso, a immergervisi e a goderlo come si fa col paesaggio e con i passeggeri che ci girano intorno quando siamo seduti su di un treno. Solo che lì, dentro il romanzo, si deve andare a piedi e l’osservazione deve essere minuta, contemplata e conquistata attraverso l’emozione che ci trasmette.
A questo punto leggere il romanzo non è più come le prime volte, ossia una semplice lettura per trascorrere qualche ora di ozio sotto un ombrellone, o prima di addormentarsi o mentre siamo nel salottino di attesa di un qualche medico presso il quale abbiamo preso un appuntamento. È difficile, se non impossibile, che si possa leggere per davvero, compiutamente, un romanzo in queste situazioni. Coglierne, ossia, tutte o quasi tutte, le sue ricchezze.
Quando, ad esempio, leggo un romanzo, io non ascolto mai la musica, come so che altri fanno. La musica è un’arte a sé, che può sviarmi, introdurmi in un altrove che non appartiene al romanzo, inquinare le emozioni che esso mi può suscitare. Quando leggo un romanzo, mi circondo del silenzio: il più assoluto possibile. La mia mente non sta più nella stanza dove mi trovo, ma dentro il romanzo, e mi trasformo in un viaggiatore che s’inoltra tra i suoi personaggi e i suoi ambienti, in cerca dei significati di cui lo ha dotato il suo autore. Significati, si badi, che vivono in piena autonomia, che appartengono al romanzo e non all’autore, al quale addirittura possono perfino nascondersi.
Una lettura di questo tipo può essere facilitata se un lettore è anche un narratore, ossia se ha scritto qualche romanzo, o qualche racconto. Il motivo sta nel fatto che egli si è trovato alle prese con le esigenze della scrittura. Ha provato a tracciare taluni sentieri, ne ha percorso il tratto breve o lungo, è arrivato alla fine di esso, o è tornato indietro. Ha aperto altri sentieri, e tutti per disegnare nuovi viaggi e percorsi che si aggroviglieranno poi dentro una trama che diverrà sempre più grande, diversa spesso da quella immaginata in principio. Ebbene, questo speciale lettore, in realtà, si è dotato, con l’esercizio della scrittura (ma non sempre la regola è valida, ovviamente), di una capacità di attenzione e di analisi più sottile, più avvisata delle tracce lasciate dall’autore e fecondate poi dal romanzo stesso in piena autonomia. Ci sono crescite interne, cioè, che si avvertono soltanto se si riescono ad interpretare gli avviluppamenti che la trama mette in bella evidenza allo scopo, però, di nasconderne altri. In questo modo, si può intuire, discernere e, infine, capire.
La lettura a questo punto è diventata altra cosa da ciò che si pensava; non potrà mai più essere, almeno per me, uno strumento per trascorrere momenti di ozio e di piacere, bensì si è trasformata in un autentico studio, analitico e ossessivo, di una vita multiforme e complessa, annidatasi in un primo tempo, proprio come un feto, nel romanzo, di cui a poco a poco ha assorbito tutti i tessuti. Si è nella stessa situazione, ossia, in cui si trova uno scienziato che esamini al microscopio una cellula di dimensioni infinitesimali, che si sta moltiplicando per diventare una nuova realtà, una nuova creazione.
Quando sento dire da qualcuno che è riuscito a leggere un romanzo tutto d’un fiato, penso che siamo, lui ed io, due lettori diversi. Si badi: con ciò non voglio affatto dire che il mio modo di leggere sia migliore del suo, giacché non siamo uguali e le percezioni e le intelligenze sono differenti. Però dico che non leggiamo alla stessa maniera. In questi ultimi anni, non mi è mai successo, né potrà mai più succedermi, di leggere un romanzo tutto d’un fiato. Né potrà succedermi di leggere un romanzo fuori dal mio studio o dal mio ambiente familiare. Sarà difficile che qualcuno mi incontri dal dentista e mi trovi intento a leggere un romanzo, mentre sono in attesa del mio turno.
Il mio modo di leggere ha bisogno di alcuni strumenti indispensabili, infatti, senza i quali la mia lettura non potrebbe essere completa, e della quale non potrei mai essere soddisfatto.
Ma come leggo, fisicamente voglio dire, un romanzo?
Intanto non leggo mai in piedi, ma comodamente seduto. Ho davanti un piccolo tavolo, che si può ampliare alla bisogna, alzando due ali che stanno sui due fianchi, il sinistro e il destro; sopra il tavolino campeggia il pc portatile. Il pc mi è indispensabile perché vi appunto via via tutte le sensazioni e le osservazioni che mi suscita la lettura. Quasi sempre ormai, per un metodo che si è formato spontaneamente, la bozza che si viene formando è in realtà già l’ossatura del testo definitivo. Sì, perché di ogni lettura, sento ogni volta il bisogno di tramandarla dentro un testo. È il solo modo che ho per ricordarla per sempre. A distanza di anni, grazie a questa scrittura particolare – che io chiamo “la mia lettura" – sono in grado di ripercorrere, così, lo stesso viaggio e di ritrovare le stesse emozioni.
Le prime pagine del romanzo sono per me fondamentali. Da esse posso già comprendere il percorso da seguire. Non sempre, tuttavia, la comprensione è così rapida. A mano a mano che incontro personaggi e ambienti che mi paiono significativi, li sottolineo e ne appunto il numero di pagina sulla contro copertina in modo da ritornarci ogni volta che ce ne sarà bisogno. Poiché la letteratura è un’arte antica e universale, capita spesso di avvertire la presenza di situazioni già rinvenute altrove. Allora, mi fermo a riflettere, cerco di ricordare e quando credo di aver individuato il riferimento, mi alzo e vado a cercare il romanzo nella mia libreria, guardo la sua contro copertina piena di appunti, lo sfoglio, finché non trovo il riferimento. Qualche volta si tratta di un film e allora vado a consultare la videoteca. Tanto la biblioteca quanto la videoteca mi sono diventate indispensabili. Oggi anche internet consente di raggiungere certe informazioni. Tuttavia, ciò che è fondamentale, non solo per me credo, è di avere alle spalle un certo numero di letture. Solo in questo modo si potrà avvertire il profondo legame che unisce tra loro i narratori di tutti i tempi e di tutti i Paesi, a prescindere dagli anni in cui vissero.
È, questa, una delle meraviglie che si spalancano ai nostri occhi di lettori e ci fanno intuire che ci troviamo immersi in un percorso che va ben oltre il romanzo che stiamo leggendo, poiché esso si congiunge spiritualmente ai percorsi di tutti i libri del mondo.
Allora, solo avvertendo ciò, ci si potrà rendere conto che stiamo camminando dentro una nuova creazione, sorprendente, infinita, inconsumabile, nata, questa volta, dall’uomo, grazie alla sua volontà, alla sua fantasia e alla sua anima.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 18:03 | Comments (59)