27.04.06
Ai progressisti, gli manca solo la parola?
«Uno dei maggiori errori che commettono i progressisti è quello di pensare di avere tutte le idee di cui hanno bisogno. Pensano che a loro manchi solo la possibilità di accedere ai mezzi di informazione. Oppure qualche formula magica come "sgravi fiscali". Quando qualcuno pensa che gli manchino solo le parole, in realtà mostra una carenza di idee».
Così scrive George Lakoff nel suo libro Non pensare all'elefante, recensito e discusso da Brekane nella Bottega di lettura.
[tutti gli articoli della campagna post-elettorale]
Posted by giuliomozzi at 10:33
25.04.06
"Perché le storie della 'destra' hanno un'enorme efficacia narrativa?"
di caracaterina
[tutti gli articoli della campagna post-elettorale]
[...] Ora, la faccenda della “storia" da narrare è davvero fondamentale. Infatti, alla luce dei risultati elettorali, anche solo leggendo i commenti agli articoli che pongono il problema, nelle voci dei pochi ma agguerriti elettori della destra che hanno partecipato al confronto colpisce l’assoluta disponibilità a credere nelle “storie" narrate da Berlusconi & c. e l’impermeabilità all’ascolto di altre storie. Qui poco importa che la parola “storie" sia equiparabile, per l’una o l’altra parte, alla parola “palle". Quello che è interessante considerare è la valenza della parola in termini di narratività e di potenza rappresentativa di sé, della propria “storia". Effettivamente, in questo senso, le “storie" della destra hanno un’enorme efficacia narrativa, tale da determinare un peso così considerevole da impressionare gli elettori di sinistra relativamente all’esito del voto e renderli tutti preoccupati. [...] Perché lui [Silvio Berlusconi] riesce ad affabulare e la politica e la cultura di sinistra no? Perché lui valorizza il suo interlocutore, il destinatario della sua narrazione. [...] La sinistra racconta una storia “contro" e non sa narrare diffusamente “per" qualcuno. [...]
Leggi tutto l'articolo di caracaterina in Il mio stupido blog
Posted by giuliomozzi at 17:09 | Comments (7)
19.04.06
Marco D'Eramo propone una tesi
[Questo articolo di Marco D'Eramo è apparso nel quotidiano il manifesto di ieri 18 aprile 2006. gm] [tutti gli articoli della campagna post-elettorale]
Silvio Berlusconi come Vanna Marchi? Gli italiani creduloni abbindolati dalla telepromozione politica? C'è qualcosa di davvero inquietante nel modo in cui tanta sinistra ha reagito al voto del 9 e 10 aprile. Il più delicato: «Che paese di merda!». Il più civico: «Io emigro ». I nostri esponenti riecheggiano le nobildonne che un tempo addossavano alla «plebe» tutti i malanni d'Italia. Sembra che in tanti abbiano preso sul serio la tagliente ironia di Bertold Brecht, per cui quando un popolo smentisce un governo, il governo deve cambiare popolo.
Se la sinistra non ha vinto con ampio margine, è quindi colpa del maledetto popolo. Mai che fosse colpa nostra, ovvero dei nostri dirigenti, della classe politica di sinistra. Vorrei perciò esporre una tesi opposta, non tanto per amore del paradosso, quanto per mettere qualche paletto all'ipotetico, futuro governo di centrosinistra. La tesi è: lungi dal essersi fatti circuire, gli italiani hanno votato in modo razionale in funzione dei propri interessi, in base alle (seppur scarse o manipolate) informazioni di cui disponevano. Le informazioni di cui dispongono i cittadini è che, per quanto riguarda la politica economica, da più di un decennio, in quasi tutto il mondo le parti in commedia si sono invertite tra destra e sinistra.
Si è dimenticata la ragione del successo di Berlusconi nel 2001: la drastica dieta dimagrante che il governo di centrosinistra aveva imposto all'Italia. La destra aumenta spesa pubblica e deficit, la sinistra fa prova di «responsabilità fiscale». L'esempio più vistoso è costituito dagli Usa dove Bill Clinton portava in attivo il bilancio dello stato, mentre George Bush apre le voragini del deficit pubblico. Si è dimenticato con troppa facilità che la ragione più importante del successo di Berlusconi nel 2001 fu la drastica dieta dimagrante che il governo di centrosinistra aveva imposto all'Italia per consentirle di rientrare nei parametri di Maastricht: l'entità del salasso non fu mai rivelata, ma è presto calcolata. Negli anni '90 il debito pubblico italiano si aggirava intorno al 120% del prodotto interno lordo. Il puro servizio del debito viaggiava perciò intorno al 6-7%. Portare il deficit pubblico al 3% implicava quindi che ogni anno un 4% fosse sottratto alla ricchezza nazionale solo per mantenere il debito ai suoi livelli precedenti. Se poi si voleva diminuire il debito totale, altro salasso andava praticato nei portafogli degli italiani, e i nostri cerusici non si risparmiarono.
Si dirà che si trattava di ridurre l'onere della rendita finanziaria: traduzione: il popolo dei Bot fu massacrato. Perciò a Berlusconi per vincere alla grande bastò l'impegno di far ricominciare a girare il denaro, con le promesse esplicite di grandi opere e di riduzione ufficiale delle tasse, e invece la promessa implicita di riduzione ufficiosa delle tasse, consentendo un'evasione alla luce del sole (promessa mantenuta). Come è noto, i tanto ventilati denari non si sono mai visti, le grandi opere sono rimaste allo stato di inaugurazioni bidone e il prelievo fiscale ufficiale è rimasto più o meno inalterato. Da qui la delusione di tanta parte dell'elettorato. Persino il popolo dell'Iva si è sentito tradito.
Evidentemente però la delusione per la destra non bastava a ribaltarsi in fiducia per il pronte opposto. Infatti con quale obiettivo primario nel 2006 la sinistra si è candidata al governo? Con quello di risanare i conti pubblici. Il che in buon italiano vuol dire o ridurre le spese o aumentare le entrate, o ambedue. E gli italiani un primo doloroso assaggio di questo risanamento lo avevano già avuto prima con i governi Amato e Ciampi e poi tra il 1996 e il 2001. In tutta la campagna al centro del dibattito sono state le entrate dello stato, mai le sue uscite. Abbiamo - più o meno - saputo come sarebbero aumentati gli introiti (lotta all'evasione, imposizione sulle plus-valenze finanziarie), ma non ci è mai stato detto con chiarezza come questi soldi sarebbero stati spesi.
Un programma di più di 200 pagine è un nonprogramma. Nel 1981 la sinistra francese vinse con un programma che oggi sarebbe definito leninista (nazionalizzazione di tutti i gruppi bancari, aumento del salario minimo, quinta settimana di ferie pagata, abolizione della pena di morte..). Insomma, il lavoratore dipendente che votava per François Mitterrand, sapeva perché votava e aveva una speranza di mettersi qualcosa in tasca e portare qualcosa a casa. Alternativamente, nel 2003 in Spagna Zapatero - assai conservatore in politica economica - era però esplicito, anzi radicale, sui temi «liberal »: ritiro dall'Iraq, aborto, Pacs... Anche qui l'elettore sapeva che cosa gliene veniva. Nel 2006 in Italia l'elettore della casa delle Libertà sapeva per che cosa votava, invece l'elettore di sinistra non lo sapeva: il lavoratore dipendente italiano avrebbe dovuto votare per la sinistra solo per dire no a Forza Italia.
È una storia che viene da lontano. Poiché nel nostro paese non c'è mai stata una vera e propria classe borghese (ci sono sì famiglie ricche, ma esse non hanno mai costituito una classe con la sua ideologia e il suo apparato statale), almeno dal 1946 la sinistra italiana si è addossata un ruolo di sostituto della borghesia. Per usare il linguaggio degli euroburocrati, da decenni la sinistra italiana è vittima della sindrome di sussidiarità, si sente cioè costretta a fare tutto quel che la non-borghesia italiana non fa.
Il marxismo aveva coniato una bella espressione: «farsi classe generale», il che avviene quando una classe specifica convince tutte le altre classi che, lottando per i propri interessi, persegue in realtà quelli di tutta la società generale. Oggi la sinistra pretende invece di «farsi classe generale» subendo l'egemonia altrui e sacrificando i salariati agli interessi delle altre classi. Non convincendo il padronato che è suo pro fare gli interessi dei lavoratori, bensì al contrario, convincendo i lavoratori che è loro indispensabile fare gli interessi del padronato, fino quasi a diventare il più sussiegoso factotum delle esigenze confindustriali: infatti l'unica promessa chiara Romano Prodi l'ha fatta alle imprese, quella di ridurre il cuneo fiscale del 5%. Questa pretesa di assurgere a «classe generale» porta quindi la sinistra a penalizzare, anziché a valorizzare, gli interessi della sua specifica constituency.
Da qui l'immagine (non del tutto peregrina) della sinistra come forza politica punitiva, esperta in bastone ma avara di carote: in prigione gli evasori sì, ma poi? Perché mai i nostri dirigenti del centro sinistra non ci dicono le tre-quattro misure chiare, semplici, precise, che porterebbero vantaggio alla maggioranza dei lavoratori dipendenti, invece di prospettarci solo un'improbabile punizione quei cattivoni di speculatori? Perché non ci hanno fatto sapere in che cosa staremmo meglio con un governo di centrosinistra?
Per di più, la società italiana è molto più intricata di quel che sembra: il calo delle nascite ha fatto sì che su quasi ogni individuo siano confluiti i modesti averi dei suoi avi, l'appartamentino, l'orto, il piccolo capitale in Bot, così che [...] gran parte dei lavoratori dipendenti mantiene un livello di vita accettabile integrandolo con seppur piccole entrate finanziarie, di modo che, in maggioranza, ognuno di noi è insieme salariato dipendente e rentier piccolo piccolo. Di fronte a quest'intrico sociale, la cultura politica dei nostri dirigenti ha mantenuto sì la vecchia impostazione della classe generale, ma subalterna ideologicamente alle superiori ragioni del mercato. Del berlinguerismo ritiene una fascinazione rigoristico-puritana (quando non masochista) per l'austerità, ma all'interno di una strategia craxiana (d'alemiana?) di spregiudicata occupazione del potere nel mantenimento dell'esistente.
Ecco perché il voto degli Italiani sembra razionale: perché - se non avessimo avuto Berlusconi contro - ci sarebbero state tutte le ragioni per votare contro questo centrosinistra. Che metà degli italiani abbia accettato la dolorosa prospettiva di un'altra stangata, pur di evitarsi un regime berlusconiano è quindi solo segno di grande dedizione civica da parte dei bistrattati cittadini di questo nostro paese. Perché lo scenario più probabile è che l'austerità di spesa pubblica e la responsabilità fiscale - prescritte dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Confindustria e dalla Commissione europea - saranno diligentemente somministrate dal governo di centrosinistra che così creerà tutte le condizioni per essere rovesciato nella prossima tornata elettorale, quando alla destra sarà lasciato un'altra volta il margine di manovra di spendere di più, far circolare più moneta, e aumentare il deficit.
PS. E poi, per favore basta con questa litania del paese spaccato in due: col sistema bipolare poteva forse essere spaccato in tre? O forse un paese che vota al 48 - 52% è molto meno spaccato di uno che vota al 50,1- 49,9? Nel 1960 John Kennedy vinse per un pelo, come nel 1974 Valery Giscard d'Estaing, e anzi nel 2000 Bush non vinse affatto, ma nessuno si pianse mai addosso sulla spaccatura del paese.
Posted by giuliomozzi at 06:40 | Comments (16)
16.04.06
Il progetto cinico, la manipolazione, la sinistra. Pensierini dopo il voto
[Questo articolo di Andrea Inglese è apparso il 14.04.06 in Nazione indiana.] [Tutti gli articoli della campagna post-elettorale]
[...] La verità è più scomoda e, in fondo, risaputa. Quando il berlusconismo prende piede, negli anni Ottanta, l’omologazione di cui parla Pasolini agli inizi degli anni Settanta è già compiuta, e in buona parte dell’Occidente ricco a cui l’Italia appartiene. Ma visto che Pasolini ha parlato di rivoluzione antropologica, verrebbe da chiedersi che cosa, durante quella rivoluzione, non è cambiato negli italiani. Quale aspetto di una certa mentalità si è perfettamente integrato nel nuovo ordine della società del consumo di massa e dello spettacolo generalizzato? La risposta che mi viene spontanea è il cinismo, dove con questo termine intendo una forma di scetticismo e addirittura disprezzo per ogni forma di ideale che possa incarnarsi in istituzioni collettive. Gli ideali principali che una democrazia dovrebbe tendere a realizzare nelle proprie istituzioni sono la giustizia e l’eguaglianza. Ora per molti italiani, ogni forma di idealità connessa alle istituzioni e al loro carattere generale, collettivo, pubblico è merda. Non dico che per molti italiani non esistano ideali, ma esistono solo in ambiti più ristretti, più particolari: la propria famiglia, la propria impresa, il proprio clan, ecc. E tra gli ideali che una democrazia può permettere di realizzare, quello della libertà è fino ad un certo punto quello che rende minimo l’intervento delle istituzioni. In quest’ottica, il rapporto tra libertà e istituzione funziona in negativo: tanta più libertà laddove meno intervengono le istituzioni. [...]
Leggi tutto l'articolo in Nazione indiana.
[Le tappe della discussione: Facciamo un'ipotesi (anche in Nazione indiana), Facendo quell'ipotesi si ignora una parte della realtà (di Andrea Inglese), Sfuggire al paradigma volterriano; Ipotesi e dintorni di Massimo Adinolfi (anche a casa sua). gm]
Posted by giuliomozzi at 11:41 | Comments (1)
14.04.06
Ipotesi e dintorni
[Mi permetto di riprendere per intero - visto che discute cose pubblicate qui in vibrisse - questo articolo testè pubblicato da Massimo Adinolfi, in arte azioneparallela, con il titolo Gli analisti fanno ok; cogliendo l'occasione per correggerne un lieve ma decisivo refuso (un "non" caduto). gm] [tutti gli articoli della campagna post-elettorale]
Collegio dei Docenti, Roccadaspide, anno del Signore 1999 (che i muri ancora se lo ricordano). Siamo chiamati a decidere sull’organizazione dell’insegnamento di Educazione Fisica. È in corso una lotta furibonda: basta professori per classi o corsi, un docente si tenga tutti i maschietti, un altro le femminucce.
Favorevole contrario contrario favorevole contrario favorevole mi astengo...
Come ti astieni? Mi astengo. E perché? Ma, sto qui da pochi giorni, l’anno prossimo non ci sarò, vedo che ci sono problemi logistici, però d'altra parte.. mi astengo, insomma.
Favorevole contrario favorevole contrario...
Colegio spacato a metà come una mela: ics favorevoli, lo stesso numero contrari, un astenuto. Io.
Ora, questa cosa della spaccatura a metà fa una certa impressione. (Gli analisti fanno oh). Mi domando, per cominciare: 51 a 49, il paese è spaccato a metà? 52 a 48? Con quali numeri il Paese non è spaccato a metà?
Se andava come per certi sondaggi, o come gli exit poll nell'ipotesi estrema (quella trionfale per l'Unione), 54 a 46, avremmo letto: paese spaccato a metà? Se 13664 elettori in più rispetto alla metà avesse votato a sinistra (centrosinistra), avremmo avuto, più o meno, 54 a 46: il Paese non sarebbe stato spaccato a metà? Non avremmo più avuto una metà del Paese che, eccetera eccetera? Ma cosa sono meno di un milione e mezzo di elettori su poco più di 34 milioni e mezzo di elettori (il corpo elettorale del Senato, mi pare: alla Camera è più ampio, mentre gli italiani tutti sono molti di più)? Politicamente quel numero è di sicuro una bella grandezza, in grado di determinare – come si dice – magioranze nette in entrambe le Camere, ma poiché le analisi tracimano dallo spazio politico e divengono analisi sociologiche, culturali, addirrittura antropologiche, la domanda è: non vi accorgete che qualunque esito ragionevole del voto, più o meno prevedibile, dal 50 a 50 al 54 a 46, avrebbe spaccato grosso modo a metà l’Italia?
Secondo. Nel 2001 mi risulta che la CdL ha vinto le elezioni. Mi pare di ricordare che in termini di voto popolare la CdL era avanti anche nel 1996, e nel 1994. Succede questa cosa che l’Unione vince di strettissima misura (in termini di voto popolare è anzi indietro al Senato, almeno nei confini del territorio nazionale) e tutti a chiedersi, a sinistra, come diavolo è potuto accadere. Com’è possibile che ci siano 17 milioni di elettori che votano la CdL. Violando un certo costume, ho dedicato ben due post all’insulto berlusconiano agli elettori che votano contro il loro interesse (cioè: irragionevolmente) per la sinistra, ma vedo che per molti, a sinistra, il voto per la CdL è proprio il voto dei coglioni, o di coloro che sono instupiditi dalla televisione, oppure dei furbi che però si vergognano di dirlo ai sondaggisti. In ogni caso, un voto non [*] difendibile razionalmente e moralmente e culturalmente. Non è granché, come analisi.
Terzo. Giulio Mozzi ha formulato l’ipotesi: facciamo che ciascuno ha espresso ragionevolmente il proprio voto. L’ipotesi mi pare corrisponda a quanto suggerisco anch’io al punto 2 e di cui sono passabilmente convinto (ovviamente non dico che ciascuno e tutti hanno espresso un voto libero, meditato, serio, responsabile e informato, ma dico che queste sono più o meno le caratteristiche del voto del paese tutto, e in generale del voto nei paesi liberaldemocratici). Però Giulio aggiunge: fatta questa ipotesi, ne verrebbe che la divisione non è meramente elettorale, ma antropologica, fra questa e quella metà della popolazione. Nego consequentiam. [**] E osservo:
a. che questa e quella metà ci sono anche con un risultato di non quasi perfetta parità, e ci sono da un pezzo;
b che tolto il feticismo dei numeri e la quasi perfetta parità, questa e quella metà ci sono in un mucchio di paesi: tutti antropologicamente divisi?
c. che può ben darsi sia, antropologicamente parlando, più profonda per esempio la divisione tra chi vota e chi non vota (nonché altre divisioni che attraversano il corpo elettorale senza disporsi secondo lo schema Unione/CdL);
d. che un sistema maggioritario ‘produce’ risultati elettorali di due metà intorno al 50%: dobbiamo allora rassegnarci ad essere sempre un paese antropologicamente diviso, oppure lo siamo solo quando la divisione si fa prossima alla quasi perfetta parità?
e. che dalla quasi perfetta parità, razionalmente espressa da elettori responsabili, non si deduce affatto una divisione antropologica, come se un elettore responsabile, che quest’anno ha votato Udeur, non possa la prossima volta cambiare parere (rimanendo un individuo razionale e responsabile) e votare UdC o Forza Italia;
f. che la divisione antropologica, posto che gli elettori siano tutti individui responsabili che hanno espresso razionalmente il proprio voto, è dedotta, se è dedotta e deducibile, non dalla quasi perfetta parità del risultato espresso ma dall’idea che i due schieramenti per i quali s’è votato siano non semplicemente diversi, ma opposti e contrapposti. Ma questo e piuttosto quanto e da dimostrare: il carattere opposto e contrapposto dei due schieramenti non viene infatti dimostrato dal fatto che il voto serio e responsabile dell’elettorato ha diviso il Paese a metà. Non solo non è dimostrato ma, a mio parere (ma questo è solo un parere qui non motivato), non è vero.
Quarto. All’ipotesi di Giulio Mozzi, Andrea Inglese risponde: se pero ci mettiamo a ragionare con quest’ipotesi, che fine fa un ottimo ferro del mestiere come la critica dell’ideologia? Inglese scrive: “Tutto quello che una persona pensa, sente e crede e “vero" per il semplice fatto che lo ha “veramente" pensato, sentito e creduto. Accettare questo principio significa voler ignorare una parte della realtà. Significa ignorare il grado di manipolazione della realtà che può essere perpetrato attraverso canali diversi".
Andrea Inglese ha ragione, anche se qui non discuto se ha poi ragione nel dettaglio, quando accenna alla capacità di manipolazione di Berlusconi e più in generale quando traduce tutto ciò che va criticato in termini di manipolazione – ma immagino sia una semplificazione richiesta dalla brevità. (Aggiungo en passant che trovo peraltro insopportabile ridimensionare il peso della televisione, e al contempo lottare come matti per okkupare ogni spazio televisivo possibile). Ma osservo: il principio che Inglese trova inaccettabile è certo inaccettabile sul piano metafisico, sul piano dell’analisi sociologica, e su molti altri piani (ivi compreso, a volte, il piano delle più banali relazioni interpersonali), ma lo spazio politico delle liberal-democrazie e costruito proprio su quella base di principio o, se si vuole, su quella finzione giuridico-politica. Perché non appaia una finzione odiosa, perché tutto lo spazio politico liberal-democratico non appaia una generale manipolazione (come peraltro può apparire e appare, in certe prospettive critiche radicali, sia a sinistra che a destra) io aggiungo che quella finzione mi pare al momento quanto di meglio abbiamo per costruire (idealmente, non domattina) un individuo libero, serio e responsabile. Altre strade per ora non hanno dato buona prova. Potrei aggiungere qualcosa sulla caratteristica di questa strada, ma non e la cosa in discussione. Faccio solo notare ancora che adottare la prospettiva di una critica dell’ideologia può essere persino salutare, sul piano scientifico come sul piano sociale e su chissà quali altri piani, ma questo non vuol dire che salutare sia sempre e su ogni piano, e per esempio che lo sia su quello politico, dove la delegittimazione dell’ideologia (non ho difficoltà a chiamarla così) liberal-democratica non sarebbe indolore. Aggiungo infine e ripeto che a mio avviso una tale delegittimazione sarebbe cosa buona e giusta qualora non si ritenesse che la costruzione di individui liberi e responsabili passi – idealmente, e sul terreno politico - attraverso quella finzione, ma che anzi quella finzione la ostruisca irrimediabilmente, come per esempio ritiene oggi un guru molto ascoltato dalla sinistra radicale, Slavoj Zizek).
Quinto. Credo che Giulio Mozzi abbia scritto Sfuggire al paradigma volterriano anche per approfondire meglio certi aspetti della sua ipotesi che erano venuti fuori dalla discussione [***]. Il ‘paradigma volterriano’ suona com’è noto così: “non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle". Giulio domanda: è valido questo paradigma? Ci sono molti modi per dire: le tue idee sì, ma fino a un certo punto (oppure: il paradigma di Voltaire sì, ma a certe condizioni). Alla domanda di Giulio rispondo, horribile dictu: dipende. Se Giulio mi chiede se per me è valido universalmente, sempre, in ogni luogo e in ogni forma di relazione umana e interpersonale gli rispondo che no, per me non è valido in un simile modo (modo per il quale per me non è valido un bel nulla, se posso dire semplicemente). Se qualcuno mi chiede: ora che ne hai limitato la validità come farai a dire chi decide quando e come limitare e perché, ecc. ecc., a chi così mi chiede do la seguente risposta: lo dirò caso per caso (dove i casi possono essere grandi come epoche storiche, o piccoli come individui singoli). A chi mi dice: ma questo è relativismo! Peggio: è relativismo con un sobbalzo decisionistico del tutto arbitrario, perché poi alla fine occorre decidere, ecc. ecc., a costui dovrei fare un discorso lungo che vengo facendo spesso e che però qui riassumo soltanto, così:
1. ho scritto ‘dirò caso per caso’, ma la prima persona singolare è un modo per far presto: A volte a dirlo è la storia, oppure il costume di un paese, oppure ecc. ecc.: dipende.
2. questo genere di risposte appare insoddisfacente solo a chi vuole una regola valida sempre e comunque, e a chi non riesce a capire che una regola valida per lo più è comunque una regola (anzi: così sono tutte le regole: valide per lo più. Infatti:);
3. è nella natura della regola la possibilità della sua disapplicazione;
4. è nella natura della regola non contenere tutti i casi della sua possibile applicazione (su questi punti, Wittgenstein docet);
5. che una regola si applichi – per dir così – da sé è una finzione. Se la regola è la regola del gioco democratico, che vada da sé significa solo (ma è tanto) che, lo dico in breve, il paese nel quale è adottata è un paese maturo dal punto di vista democratico. Con l’espressione ‘paese maturo’ mi riferisco all’insieme di condizioni non formali che permettono alla regola democratica di ‘andare da sé. Tra queste condizioni non formali metto questa (non è l’unica, ovviamente, ma è importante): che il paese si rappresenti come un paese maturo. (En passant, è da paese maturo, nel senso che così si rappresenta, quel paese in cui l’esito delle elezioni è accompagnato dall’ammissione della sconfitta da parte dello sconfitto, o almeno da chiare espressioni di fiducia nelle procedure con le quali il voto è contato, certificato, proclamato);
6. se qualcuno mi chiede di elencargli, una volta per tutte, tutte le condizioni che rendono maturo un paese, vorrà dire che non mi sono spiegato;
7. analogamente, se qualcuno mi chiede di dirgli una volta per tutte quando bisognerà impedire a qualcuno di esprimere le sue idee invece che battersi alla morte, vorrà dire che non mi sono spiegato. Aggiungo solo che oggi, in Italia, il paradigma per me vale eccome;
8. se qualcuno giudica che allora le regole del gioco democratico non sono mica ben fondate, vuol dire a parer mio che non ha meditato abbastanza sul punto 2 di questo elenco;
9. se qualcuno giudica che allora la democrazia è solo una finzione, che io sarei pronto a strappare quando la vedessi in pericolo, ma è troppo comodo perché a decidere se strappare la finzione sarei solo io, vuol dire a parer mio che non ha meditato abbastanza su questo elenco, nonché su quanto trova sotto ‘Quarto’.
Sesto. Nei commenti Girolamo De Michele trova che il paradigma volterriano sia “una delle più stringenti definizioni di democrazia". E pensa che è “perfettamente democratico" avversare chi non la condividesse: non c’è da battersi fino alla morte perché possa esprimere le sue idee Tizio che pensa che va sgozzato colui il quale non condivide le sue stesse idee. Domando a GDM: crede lui che bisogna battersi fino alla morte perché possa esprimere le proprie idee Caio che pensa che non c’è da battersi fino alla morte perché l’altro possa esprimere le proprie idee? Senza pensare che gli altri che non sono d’accordo con lui vadano sgozzati, Caio mostra di non condividere la “metaregola" della democrazia: è ‘automaticamente’ fuori dallo spazio democratico? Gli tocca di esprimere le sue idee, oppure va censurato? C’è uno spazio ampio che va da Tizio sino a Caio: come lo regoliamo? Se io fossi Caio, questo mio post andrebbe censurato? C’è una regola per decidere quando la metaregola è violata?
(En passant, sono molto contento che GDM rifiuti lo scherzetto ratzingeriano della ‘dittatura del relativismo’, ma non ho ben capito se la rifiuta per motivi formal/procedurali, perché la considera una mera scorrettezza logica, o per altro. Quanto a me, io propendo per altro).
Settimo. Dopo un attimo di sconcerto e il tentativo del Preside di farmi esprimere comunque una preferenza, il Collegio tornò a votare... capita. Io riuscii ad attirare prima la stupefazione, poi l’aperta ostilità di entrambe le fazioni in lotta, a causa della mia impertinenza. E imparai che ti può riuscire di passare per antropologicamente superiore tuo malgrado, anche se non soprattutto quando ti senti semplicemente non adeguato alla cosa e non presente ad essa.
[*] Questo "non" manca nel testo originale di Massimo; è un refuso evidente; per sicurezza ho sentito Massimo al telefono prima di correggere.
[**] Ma io non ho scritto, mi pare, che da questo viene quello. Se così si è capito, mi sono spiegato male. Provo a rispiegarmi. Se io decido di non pensare che chi ha votato a destra lo abbia fatto perché è manipolato (mentre chi ha votato a sinistra lo avrebbe fatto perché non manipolato), ne viene che devo accettare l'idea che gli elettori di destra e gli elettori di sinistra siano culturalmente (l'espressione "divisione antropologica" era usata un po' ironicamente, in quanto espressione "di moda") diversi. Se invece io decido di pensare che chi ha votato a destra lo abbia fatto perché è manipolato (mentre chi ha votato a sinistra lo avrebbe fatto perché non manipolato), allora non c'è nessuna differenza culturale: ci sono semplicemente persone più e persone meno resistenti alla manipolazione (o, se si vuole, persone più intelligenti e persone più sceme). La faccenda può essere tranquillamente rovesciata (gli elettori di destra pensano che gli elettori di sinistra siano tali perché manipolati da Repubblica ecc.).
Quindi: dalla mia ipotesi non "viene" nulla. Ma permette di descrivere la differenza tra l'elettore di destra e l'elettore di sinistra in un modo diverso da quello corrente oggi, tanto a sinistra quanto a destra.
[***] Sì.
Posted by giuliomozzi at 10:25 | Comments (3)
13.04.06
Ipotesi alla radio
Tra una quindicina di minuti, alle 15.30, nel corso del programma Fahrenheit (Radio 3 Rai) sarò interpellato a proposito del mio articolo Facciamo un'ipotesi (anche in Nazione indiana). gm
[tutti gli articoli della campagna post-elettorale]
Posted by giuliomozzi at 15:12 | Comments (15)
Sfuggire al paradigma volterriano
di giuliomozzi
[Tutti gli articoli della campagna post-elettorale]
Non so dove e quando l'abbia detta o scritta (se qualcuno me lo fa sapere: grazie), ma la battuta attribuita a Voltaire è: "Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perchè tu possa continuare ad esprimerle". Chiamo questa battuta "il paradigma volterriano" perché nel corso dei quarantacinque - quasi quarantasei - anni della mia vita mi è stata insistentemente proposta come "esempio, modello degno di essere imitato, termine di paragone, di riferimento" (dizionario di De Mauro, alla voce "paradigma"); e mi è stata, per di più, proposta come verità morale (e politica) evidente, quindi come fondamento di tutta una serie di scelte morali (e politiche).
Ora vado a elencare, un po' alla rinfusa, alcuni argomenti per sfuggire a questo paradigma.
L'argomento di Auschwitz. "Avremmo dovuto batterci fino alla morte perché i nazisti potessero esprimere le loro idee - e metterle in pratica?".
L'argomento antiberlusconiano. "Io mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimere le tue idee, ma quelle proprio tue, non quelle che ti sono state inculcate col lavaggio televisivo del cervello".
L'argomento relativista. "Poiché tu proponi le tue idee come Verità, io non posso battermi affinché tu possa esprimerle: infatti la precondizione perché ci si batta per la libera espressione delle idee altrui è che nessuno abbia pretesa di Verità. L'unica Verità è che non è disponibile una Verità".
L'argomento antifondamentalista. "Non mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimere le tue idee, perché so che tu ti batterai fino alla morte perché io non possa esprimere le mie".
L'argomento determinista. "Le tue idee sono determinate dal contesto storico-economico-sociale, quindi non sono idee tue; io mi batterò fino alla morte perché tu sia libero di avere delle idee, e per questo è pedagogicamente necessario che io ti impedisca, ora, di esprimere quelle idee che non sono tue".
L'argomento razzista. "Voltaire si riferiva evidentemente ai rapporti tra uomini. Ma non basta avere stazione eretta e pollice opponibile, per essere uomini".
L'argomento storicizzante. "Non si può ripetere la battuta di Voltaire ignorando il contesto storico nel quale veniva proferita. Voltaire viveva in un'Europa nella quale i maggiori avversari della libertà intellettuale individuale erano lo Stato e la Chiesa. Oggi il contesto è tutto diverso, i maggiori avversari della libertà intellettuale individuale sono altri, e quindi la battuta di Voltaire merita almeno un ripensamento".
L'argomento della reciprocità. "Prometto che mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimere le tue idee, a patto che tu ti impegni a batterti fino alla morte perché io possa esprimere le mie".
L'argomento semplicistico. "Ma scusa, se tu hai torto, che cosa devo fare? Farmi male da solo?".
L'argomento dell'indifferenza. "Certamente farò in modo che la libertà di esprimere le tue idee ti sia garantita. Non sognarti però che io ti stia ad ascoltare".
L'argomento clericale. "Mi batterò perché tu possa esprimere tutte le tue idee tranne una: cioè l'idea che non esista Verità, o che tutte le verità (ma anche solo due verità) siano equivalenti".
L'argomento monopolista. "Certo, tu hai tutto il diritto di esprimere le tue idee. Non però nei miei giornali, nelle mie radio, nelle mie televisioni".
Questi argomenti, evidentemente, in parte si ricoprono e si replicano l'un l'altro. Ora, la prima domanda è: alcuni di questi argomenti sono validi? E la seconda è: il paradigma volterriano è valido?
Posted by giuliomozzi at 09:28 | Comments (15)
Facendo quell'ipotesi si ignora una parte della realtà
[Helena Janeczek ha ripreso in Nazione indiana il mio articolo Facciamo un'ipotesi. Tra i numerosi interventi in calce, mi pare particolarmente interessante quello di Andrea Inglese, che riprendo qui. gm] [tutti gli articoli della campagna post-elettorale]
Giulio Mozzi scrive: “Serve poi a pensare che sia utile a tutti, se non addirittura necessario, tentar di comprendere quali siano i veri interessi, i veri ideali, i veri desideri, i veri sogni, le vere speranze di questa e di quella metà della popolazione. E questo è possibile solo se tali interessi, ideali, desideri, sogni, speranze, vengono considerati veri."
Questa riflessione è da un lato sensatissima. E su di essa quasi tutti ci troviamo. Si potrebbe tradurre cosi: chi ha votato a destra, come a sinistra, lo ha fatto per dei motivi, e non senza motivo come sotto ipnosi. Quindi vale la pena di conoscere questi motivi. (Ma chi fa accurate indagini sul voto in rapporto al ceto, tipo quelle che abbozzava Sylos Labini nel suo Saggio sulle classi sociali del ‘75?).
Da un altro lato questa riflessione richiama una posizione profondamente conservatrice, quella che in poche parole si potrebbe definire “fine della critica dell’ideologia". Magari si tratta di un’impressione sbagliata, che nulla ha che vedere con l’intenzione dell’autore. Ma l’insistenza sull’aggettivo “veri", messo in corsivo, mi fa pensare a questo. Tutto quello che una persona pensa, sente e crede è “vero" per il semplice fatto che lo ha “veramente" pensato, sentito e creduto.
Accettare questo principio significa voler ignorare una parte della realtà. Significa ignorare il grado di manipolazione della realtà che puo’ essere perpetrato attraverso canali diversi. Non solo, ma significa voler ignorare, che tutti noi possiamo sbagliarci, quanto ai nostri desideri e ai nostri bisogni principali.
Esprimere una preferenza politica, significa delegare a qualcuno deliberazioni che riguardano i destini generali. Per prendere delle decisioni è necessario conoscere il più possibile la realtà “generale" nella quale si giocano i nostri destini.
Fintantoché colui che agisce per delega fa in modo di occultare una parte di quella realtà generale, sulla quale pretende agire in nome dei deleganti, si ha una forma di manipolazione. Da questo punto di vista, la manipolazione è presente tanto a sinistra quanto a destra. A destra è però più sistematica ed esasperata, per il potere che Berlusconi ha nei confronti dei media e per la sua radicale mancanza di scrupoli.
Detto questo, è del tutto assurdo pensare che Berlusconi manipoli “tutto" il suo elettorato. Egli ne manipola quella parte (una minoranza, probabilmente, ma decisiva dal punto di vista elettorale), che conoscendo meglio come stanno le cose, non lo voterebbe, in quanto si renderebbe conto che sarebbe controproducente.
Per tanti altri è più importante non pagare la tassa di proprietà sulla casa, che dare priorità al “diritto" alla casa. E questo è un motivo chiaro. Non c’è manipolazione. Al massimo c’è un generale concorso all’acciecamento nei confronti di certe contraddizioni. Indebolire il diritto alla casa significa aumentare la povertà dei già poveri. L’aumento di povertà porta come conseguenza un’aumento della violenza sociale. L’aumento della violenza sociale mette a rischio il “tranquillo" godimento delle proprie proprietà. Allora, il calcolo era davvero cosi giusto? La scommessa “politica" era davvero a lungo termine?
[Ad Andrea Inglese rispondo: certo, facendo l'ipotesi che ho fatta ho deciso di ignorare una parte dell'esperienza. Allo stesso modo, qualche secolo fa, chi sosteneva che la terra orbitasse attorno al sole, anziché il contrario, ignorava una parte dell'esperienza. Voglio dire: le ipotesi sono strumenti di lavoro; fare un'ipotesi è cosa diversa dal sostenere una tesi; non è necessario, per fare un'ipotesi, credere che quell'ipotesi sia vera (anzi, può essere deleterio); un'ipotesi si può fare per andare poi verificarla o falsificarla, ma si può fare anche per rendere possibile una conoscenza (esempio: si ritiene, per convenzione, che la velocità della luce sia rimasta costante dall'origine dell'universo a oggi; senza questa convenzione, che è un'ipotesi non verificabile né falsificabile, un bel pezzo della scienza fisica semplicemente non sarebbe possibile). gm]
Posted by giuliomozzi at 08:56 | Comments (29)
11.04.06
Facciamo un'ipotesi
di giuliomozzi
[Questo articolo è stato ripreso in Nazione indiana. gm]
[tutti gli articoli della campagna post-elettorale]
Facciamo un'ipotesi.
Le italiane e gli italiani hanno votato responsabilmente. Non è vero che chi ha votato per il centrosinistra è o un coglione masochista che vota contro il proprio interesse o un comunista mangiabambini che si nasconde dietro il faccione cattolico del mordadella Prodi. Non è vero che chi ha votato per il centrodestra è o un rincoglionito teledipendente che vota secondo quel che gli dice la pubblicità o un neo-teo-con assetato di sangue che si nasconde dietro il sorriso liftato dell'unto dal signore Berlusconi.
No: gli italiani e le italiane hanno votato responsabilmente. Ciascuno ha fatte le sue due brave croci votando per quella coalizione (e, dentro la coalizione, per quel raggruppamento politico) che effettivamente più gli assicura la tutela dei suoi interessi, l'avvicinamento ai suoi ideali, la soddisfazione dei suoi desideri, dei suoi sogni, delle sue speranze. Tutti hanno votato, e nessuno si è sbagliato. Chi non ha votato, sia che ritenesse lasciare ad altri il disbrigo di un compito per il quale, al momento, non provava interesse o disposizione, sia che ritenesse dichiarare la sua complessiva scarsa o nulla fiducia nel sistema, ha ugualmente agito con senso di responsabilità e convinto, in tal modo, di tutelare i propri interessi, l'avvicinamento ai suoi ideali, la soddisfazione dei propri desideri, dei propri sogni, delle proprie speranze.
In somma: tutte le cittadine e tutti i cittadini italiani sono intelligenti, responsabili, liberi e autonomi.
Il risultato di questo voto è una parità quasi perfetta. Al di là dei meccanismi elettorali che potranno assegnare a una parte o all'altra una maggioranza formale, il risultato di questo voto è una parità quasi perfetta. Possiamo anche augurarci che una qualche maggioranza venga assegnata a una parte o all'altra (magari con il lancio della monetina, come nelle partite di calcio), se non altro per garantire il mero funzionamento delle istituzioni, eventualmente per organizzare una partita di spareggio (magari con regole cambiate, tanto per vedere se il risultato cambia): fattostà che il risultato di questo voto è una parità quasi perfetta.
L'ipotesi è: ciò che gli italiani e le italiane hanno votato, è vero. E' vero, è proprio vero, che la coalizione di destra è bene per metà della popolazione; ed è vero, è proprio vero, che la coalizione di centrosinistra è bene per l'altra metà: dove, dicendo "è bene", intendo dire: che effettivamente assicura la tutela degli interessi, l'avvicinamento agli ideali, la soddisfazione di desideri, sogni e speranze.
A che cosa serve questa ipotesi?
Serve a considerare le italiani e gli italiani come persone libere e in grado di esercitare con piena consapevolezza e capacità di giudizio il fondamentale diritto del voto. Serve, in somma, a rimuovere la categoria del disprezzo e il razzismo ideologico.
Serve poi a pensare che la divisione in due della popolazione non è una divisione meramente elettorale: è una divisione, come oggi è di moda dire, antropologica. E non è sulle differenze nei voti espressi che dobbiamo interrogarci, ma sulle differenze profonde, e vere ("vere", cioè: non rimovibili con mezzi retorici) tra questa e quella metà della popolazione.
Serve poi a pensare che sia utile a tutti, se non addirittura necessario, tentar di comprendere quali siano i veri interessi, i veri ideali, i veri desideri, i veri sogni, le vere speranze di questa e di quella metà della popolazione. E questo è possibile solo se tali interessi, ideali, desideri, sogni, speranze, vengono considerati veri.
In campagna elettorale, la retorica è tutto. Ma il voto, poi, è una cosa vera.
Se sto dicendo cose insensate, avvertìtemi.
Posted by giuliomozzi at 09:09 | Comments (159)
