15.05.07
Silent? No grazie.
di Massimo Calandri
[Il titolo non si riferisce ovviamente al recente lavoro di Grenar, ma al fatto che l'importante notizia di cui parla l'articolo che riporto qui sotto ha trovato spazio solo, a quanto ne so, in detto articolo, pubblicato sulle pagine genovesi di Repubblica. Spesso si dice che nell'informazione 1000 morti in un colpo in Bangladesh equivalgono ad uno svenuto in via Condotti a Roma, ma che l'arrivo di Chanel Totti sia più notizia della prima condanna dei pestaggi al G8 di Genova nel 2001 fotografa molto bene la situazione dell'informazione in Italia. L'articolo di Massimo Calandri è stato ripreso da qui. Congratulazioni alla famiglia Totti e arrivederci a vibrisse: se vorrai un altro nome, io sono pronto. mm]
Prima condanna per le violenze delle forze dell'ordine contro i manifestanti: "Non furono iniziative isolate" G8, condannato il Ministero - Missionaria picchiata, risarciti invalidità e danni morali "Ho solo ottenuto quello che attendevo da 6 anni: giustizia"
di Massimo Calandri
La prima condanna nei confronti del Ministero dell'Interno per le illecite e gratuite violenze dei suoi poliziotti è arrivata nei giorni scorsi, e cioè circa sei anni dopo la vergogna del G8 genovese. Ma le parole con cui il giudice istruttore Angela Latella ha motivato la sua decisione rinfrescano la memoria.
Ricordando a tutti che quelle cariche sanguinarie,quelle teste rotte a manganellate, quei lacrimogeni sparati contro le persone inermi, non erano frutto dell'iniziativa isolata o dell'autonomo eccesso di qualche agente. Facevano invece parte di un più ampio disegno -così come le menzogne raccontate più tardi per coprire le nefandezze - , che rappresenta una delle pagine più buie nella storia della Polizia di Stato.
Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ragione a Marina Spaccini, pediatra cinquantenne di origine triestina, pacifista che per quattro anni ha lavorato in due ospedali missionari del Kenia. Alle due del pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a sangue in via Assarotti.
Partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: "Non violenza!".
Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c'era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra "buoni" e "cattivi": bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice. I cattivi c'erano per davvero, ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte della pediatra triestina. Dal momento che quegli agenti, come in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono stati identificati, Angela Latella ha deciso di condannare il Ministero dell'Interno. La cifra che verrà pagata a Marina Spaccini non è certo clamorosa - cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali - , ma il punto è evidentemente un altro.
«Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia - scrive il giudice - , non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un'iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima perazione di polizia volta e riportare l'ordine pubblico gravemente messo in pericolo».
Perché l'intervento della polizia non fu «legittimo», è ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari, con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano diverse decine; l'ordine era di caricarli, disperderli ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la cui posizione fu in seguito peraltro archiviata. La pacifista era assistita dagli avvocati Alessandra Ballerini e Marco Vano. Il giudice ha sottolineato come fotografie e filmati portati in aula «siano stati illuminanti»: «Si vedono ammanettare persone vestite normalmente; più poliziotti colpire con i manganelli una persona a terra, inerme. La stessa Spaccini è una persona di cinquant'anni, di cui giustamente si sottolinea l'aspetto mite». E poi, le testimonianze come quella di una signora settantenne che parla di una «manifestazione assolutamente pacifica e allegra» e di aver quindi visto agenti «bastonare ferocemente persone con le mani alzate ed inermi come lei». Marina Spaccini ha accolto il giudizio con un sorriso: «Era semplicemente quello che attendevo da sei anni. Giustizia».
Posted by Mauro Mongarli at 18:23 | Comments (1)
11.05.07
Chi di panino patisce di panino ferisce
[ovvero, dell'arte dell'impaginazione dei tg nazionali]
di cletus
Lunedì 7, ore 14,20 circa. Mentre attendo alla preparazione di un frugale pasto accendo la tele.
L’unico TG disponibile, a quell’ora, è quello di Rai 3. Subito dopo la pubblicità e dopo il notiziario regionale..
Domenica sera, vale la pena ricordarlo, si sono chiuse le elezioni francesi che hanno visto la vittoria, sia pure di stretta misura, del candidato della destra, ai danni della candidata della sinistra.
Bon. A giudicare dalla copertura mediatica riservata all’evento, per settimane siamo stati bombardati da info interessate, sembrava che le elezioni dovessero svolgersi al di qua delle Alpi, tanta la presenza di dibattiti, interviste, servizi speciali, inviati, salotti e talk-show, passate un po' a pioggia, in quasi tutte le reti televisive nostrane.
Per tutta risposta (come sarebbe lecito attendersi volendo intuire gli orientamenti della dirigenza di detto telegiornale), i servizi su quest’avvenimento, dall’esito certo non piacevolissimo, non hanno avuto il privilegio dell’apertura, la quale è stata invece dedicata, con più di un servizio, ed in pieno stile MIN CUL POP, o Istituto Luce che si voglia, alla florida e rassicurante condizione economica di cui dovremmo esser grati all’attuale governo.
Si dirà, è la stampa, baby. Ma a fronte dell’insistenza con la quale si appalesa il tentativo di rassicurare l’utenza televisiva tutta (ne convengo: a quell’ora non ho idea di quante siano effettivamente le persone che hanno la possibilità di trovarsi davanti ad un televisore, ma debbo ritenere, in una società che invecchia, sicuramente più di qualcuna) sulla bontà dell’operato della compagine governativa, con un enfasi tale da far cancellare, di colpo, dalla memoria, i quadri apocalittici, con i quali sono stati conditi i mesi che hanno preceduto l’avvento della finanziaria, c'è da restare perplessi.
Delle due l’una. O le cose non stavano davvero cosi male come hanno voluto dipingercele, o c’è da ritenere che costoro, raddrizzando la situazione nel volgere di un pugno di mesi, siano stati dei draghi. Da scenari da lacrime e sangue, siamo passati a favolosi eldorado, conti pubblici a posto, eccedenze di cassa a destra e a manca, “tesoretti", merito non si sa bene di chi, se non, agli occhi di un ignorante come me, di una congiuntura economica internazionale appena più favorevole, ma i cui effetti, come sempre, quale che sia la parte politica alla guida del paese, si manifestano, mutuando il gergo dei bugiardini, “a lento rilascio".
Bene. Prim’ancora che scatenare un inutile polemica, preme solo considerare come l’uso in questo modo della realtà, rappresentata dai telegiornali, costituisca, ad oggi, quanto di più fuorviante possa esercitarsi.
Ricordo ancora le polemiche, con grida al golpe, nei confronti del TG1, ai tempi del precedente governo, reo dell’aver inventato i panini [faccio prima parlare l’opposizione e poi, a chiudere ogni spazio, lascio spazio alla maggioranza per replicare, in modo da azzerare, o almeno attenuare la portata critica dell’intervento precedente], interpretato come un attentato all’obiettività, e allo sviluppo di un senso critico (leggi: capacità di ragionare autonomamente, farsi una propria opinione attingendo, liberamente, per quanto possibile, da più fonti, le meno faziose possibili).
Non compro più quotidiani dall’indomani dell’infelice outing di Paolo Mieli dalle colonne del Corsera (che ho letto per anni), ma per contraltare, la prossima volta, (non ho idea a che ora vada in onda la prima edizione, avendo, in genere, altro da fare), sintonizzerò la mia vecchia tele, sul tg del parimenti obiettivo Fede, Emilio, mentre mi sparo i canonici duecentocinquanta grammi di carboidrati quotidiani, operazione prosaica d'accordo, ma di portata informativa anch'essa, se non altro per il mio metabolismo.
Posted by Cletus at 21:51 | Comments (17)
09.05.07
Spettri in città
di Mauro Baldrati
Oggi sull’autobus è salito uno spettro. Era anziano, vestito con un cappottane nonostante il caldo, sporco, malandato. Borbottava da solo, e mi è venuta in mente la prima pagina di Eragon, l’imponente romanzo per ragazzi di Cristopher Paolini: “Uno Spettro, alto e flessuoso, alzò la testa per scrutare l’aria; aveva sembianze umane, ma i suoi capelli erano cremisi e gli occhi rossi erano come braci incandescenti." Il mio spettro era alto, anche se non proprio flessuoso, era anzi curvo, e la testa, più che alzarla per fiutare l’aria, la scuoteva con gesti bruschi e scoordinati. In quanto ai capelli, forse non erano cremisi, ma di un colore indefinito, un marrone con sfumature nere, ma anche verdastre. Gli occhi erano effettivamente rossi, ma con tutta probabilità dipendeva dai capillari dilatati dall’abuso di Tavernello. Puzzava, di vino, di sudore, di muffa, di stallatico, e le persone cercavano di stargli lontano, di non entrare in contatto con lui. Dopo qualche istante qualcuno si è accorto di qualcosa di strano e c’è stato uno sbandamento generale.
Lo spettro di Eragon “nella mano stringeva una lunga e pallida spada"; invece la spada che il mio spettro stringeva in mano non era “lunga e pallida", ma tozza e molle: un topo spappolato, sanguinolento. Lo reggeva così, senza fare nulla, con la mano imbrattata di sangue e di interiora. Le persone cercavano di fargli il vuoto intorno, ma non era possibile con l’autobus strapieno, come al solito. Una signora è scesa immediatamente, tutti mormoravano, e anch’io sono inorridito. Ho pensato alle infezioni e alle malattie che forse diffondeva nell’autobus, ho pensato di tutto. Ho pensato: come si era ridotto così? Come può un uomo trasformarsi in uno spettro? Poteva ancora scendere i gradini dell’emarginazione e della follia? E’ solo colpa del mondo oppure anche lui è in parte responsabile della distruzione della propria umanità? Mi sono venute in mente le pagine bellissime e terribili della sezione centrale di Manituana, dove si descrive la Londra del 1775, una immensa cloaca buia, puzzolente, fangosa, popolata da mostri, da ombre: “cinque spettri marciavano allineati sul limitare di un fosso (...) Risa sguaiate che non parevano umane". Il mio spettro sembrava uscito da quelle pagine, da quel mondo senza tempo e con lo spazio a brandelli. Rideva, ma le sue risa più che sguaiate erano aliene, dementi, probabilmente indirizzate al topo. Ho anche cercato di capire se provavo pietà per lui, o compassione, ma questi sentimenti erano così contaminati dal senso di repulsione che non sono riuscito a trovare una risposta certa.
(Su Manituana segnalo una recensione di Roberto Saviano qui)
Posted by Mauro Baldrati at 10:23 | Comments (0)
27.04.07
Lucchesia bella e misteriosa - Storie e Leggende
Permettetemi di parteciparvi la mia gioia. Poco fa ha suonato il corriere e mi sono visto recapitare le 25 copie in omaggio di Lucchesia bella e misteriosa - Storie e Leggende che la Casa editrice lucchese Maria Pacini Fazzi mi aveva promesso. Non mi è stato mai stampato un libro così bello ed elegante. Vi sono raccolte, come dichiara il titolo, storie e leggende legate alla mia adorata città di Lucca, alcune delle quali furono pubblicate a fascicoli, con grande successo di vendite, dal quotidiano La Nazione dal novembre al dicembre del 2006. Insieme con La scampanata e Caro papà, Caro figlio, è una delle mie opere a cui tengo di più. Che voli alta la sua fortuna! Per chi è interessato, di seguito riporto la mia introduzione al libro, che sarà distribuito soltanto nelle librerie della provincia di Lucca.
Lucca ha avuto nel passato ed ha ancora oggi autori di primordine che si sono dedicati e si dedicano alla ricerca e allo studio delle sue leggende e in genere di tutto ciò che è legato al suo folklore. A partire da Felice Del Beccaro, Idelfonso Nieri, Salvatore Bianchini, Gastone Venturelli, Riccardo Ambrosini, Bruno Cherubini, Oscar Guidi, per citare i primi nomi di un certo riguardo che mi vengono in mente, si arriva ai nostri giorni con Carlo Gabrielli Rosi (il quale – studioso veramente indomabile, nonostante l’età - sta approntando un’opera monumentale, che è arrivata a ben sei volumi, di cui quattro intitolati ad una delle figure più note e amate della nostra terra: il linchetto) e con il più giovane Paolo Fantozzi, la cui produzione già ampia ci rassicura di una qualitativamente elevata prosecuzione della nostra nobile tradizione di studi.
Il lavoro che qui incontrerete ha natura un po’ diversa, e forse insolita. Nasce dal fatto che ho trascorso i primi 28 anni della mia vita all’interno della città, in un quartiere popolare: Via Pelleria. Sebbene non conosca tutti i nomi delle strade della città, tutte le ho percorse, nei tempi in cui, ragazzo, potevo attraversarla con i miei compagni immerso nei giochi e assorbito dal suo fascino singolare. Molte sono le suggestioni che ne ho ricevute. Mi ammaliavano le sue leggende, soprattutto quando i giochi si svolgevano di sera per le strette e buie straducole; i suoi palazzi, i suoi monumenti, lo stesso suo acciottolato antico richiamavano alla mia mente immagini che poi mi accompagnavano nei miei sogni. Ci sono monumenti che ancora restano legati a quelle suggestioni, alimentate da una fantasia che ho sempre avuto fervida e incantatrice.
Ecco, dentro il libro incontrerete l’animo mio così come si è conservato da quei lontani giorni. Ci sono le leggende che hanno attraversato i secoli, e che i Lucchesi conoscono per averle sentite raccontare in famiglia, e ci sono le storie che sono uscite da sé dai monumenti che hanno suggestionato la mia mente. Esse hanno lo stesso spessore e lo stesso significato di quelle più antiche, le quali furono giovani anch’esse e legate non solo alla storia, ma soprattutto alla fantasia popolare. Chi ha mai potuto vedere, ad esempio, il carro infuocato di Lucida Mansi o il linchetto? Essi – non dimentichiamolo mai - sono stati visti non con gli occhi del corpo ma con quelli più ficcanti e vigorosi della fantasia. E sono diventati leggenda.
Si narra che il divino Michelangelo un giorno svelasse il segreto della sua arte, ossia che le sue opere erano già scolpite nel blocco di marmo che gli si parava davanti e che egli non dovesse far altro che metterle allo scoperto togliendo con il suo scalpello tutto ciò che le nascondeva. Così è per alcune storie che leggerete in questo libro. Ci sono oggetti e monumenti che avevano già al loro interno la storia che poi ho raccontato. Non ho fatto altro, cioè, che mettermi lì, in ascolto, raccoglierle attraverso la mia fantasia e farle conoscere a tutti voi.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 13:45 | Comments (11)
26.04.07
Usa e Iran alleati: soluzione totale
[Su segnalazione di Marino Magliani riprendo questo articolo di Andrea B. Nardi, già apparso nel sito di Radio Radicale. gm]
È acquisito da parte di qualsiasi serio studioso che lo scenario irakeno si sia trasformato da un conflitto militare fra Usa e Irak in una guerra civile fra due schieramenti facenti capo a Sciiti e Sunniti. Col risultato che i marines americani si trovano nella peggior posizione che un esercito possa immaginare: in mezzo ai due contendenti, odiato da entrambi.
A questo punto, al di là di soluzioni tecniche e tattiche, è vitale che il governo statunitense escogiti una strategia definitiva altrettanto radicale e “rivoluzionaria" di quanto imponga la situazione. Circondati da nemici sia localmente sia diplomaticamente, gli Usa devono decidersi su quale nemico mantenere e quale trasformare in alleato, poiché nella confusione totale del momento una cosa è palesemente certa: non è possibile resistere oltre in una guerra con tanti fronti aperti. Ciò anche a causa dell’ostilità opportunista – e a tratti vile – dell’Europa.
Chi è, quindi, il nemico principe dell’America, ciò da cui tutto è iniziato? È il partito armato di Al-Qaida, intenzionato a creare un personale califfato di impronta “nazi-islamica" la cui sovrastruttura demagogica nasconde banali interessi di potere (commercio della droga, feudalesimo territoriale, oligarchismo oscurantista). Mentre in Irak Al-Qaida è in linea di massima sunnita, in Afghanistan è storicamente intrecciato con le bande talebane e la mafia russa produttrice di oppio. Gli Sciiti, invece, sono l’espressione degli interessi iraniani, e solo contingentemente sperimentano complicità doppiogiochiste con Al-Qaida.
Divide et impera, dicevano i Romani, e il principio è valido anche oggi: occorre spezzare l’asse tattico (non strategico) fra Al-Qaida – Sunniti – Talebani – narcotrafficanti e Sciiti –Iraniani. In pratica, gli Usa per stabilizzare l’Irak e il Medio-Oriente e concentrarsi sulla guerra ad Al-Qaida devono decidersi ad allearsi con l’Iran.
Apparentemente assurda questa ipotesi si rivelerebbe risolutiva non appena la si esaminasse geopoliticamente.
Innanzi tutto si consideri che l’Iran non è il fronte compatto subculturale che l’attuale presidente Ahmadinejad pubblicizza al mondo intero. Ahmadinejad è solo un arruffapopolo qualunque capitato alla presidenza grazie al sostegno della lobby clericale integralista e dei Guardiani della Rivoluzione: agitando spettri guerrafondai mira a solleticare revanscismi popolari unici in grado di coprire la totale assenza di un programma di governo che non sia il mantenimento del dominio degli imam oltranzisti. Ma l’Iran è ben altro.
Completamente diverso dall’impoverimento sociale e intellettuale della civiltà irakena, l’Iran possiede al suo interno una classe culturale elevata, fortemente critica con l’attuale élite di potere, ma impossibilitata a esprimersi causa il terrore in cui viene costretta. L’Occidente e gli Usa in particolare hanno perduto l’opportunità di coltivare queste tendenze moderate e pacifiste all’interno del paese quando hanno snobbato le ultime elezioni iraniane senza impegnarsi anima e corpo nel sostenere l’imam Rafsanjani e lasciandolo scivolare nella sconfitta.
I recenti episodi iraniani, anche elettorali, confermano la nuova tendenza critica della popolazione nei confronti dell’amministrazione governativa. Rafsanjani è il punto di congiunzione tra i riformisti, conservatori moderati e i tecnocrati, contro la politica di Ahmadinejad.
Ora non resta che sviluppare una chiara inversione di strategia estera in cui gli Usa dichiarino il loro aperto appoggio a un governo iraniano moderato da contrapporsi all’attuale. Su queste basi gli Stati Uniti hanno una precisa contabilità geopolitica da giocarsi.
Cosa ottengono gli Usa da un’alleanza con un futuro governo iraniano?
- la stabilità irakena;
- la stabilità palestinese;
- la stabilità libanese;
- l’isolamento siriano;
- l’isolamento di Al-Qaida;
- l’attenzione dell’Arabia Saudita (la cui ambiguità con Al-Qaida e straffottenza con gli Usa è dettata dall’essere il loro principale fornitore).
Cosa ottiene l’Iran da un’alleanza col governo statunitense, perché l’Iran dovrebbe iniziare un dialogo con gli Stati Uniti? Per vari motivi.
- per il predominio regionale;
- per l’interruzione dell’emarginazione commerciale con l’Occidente e l’uscita dall’isolamento internazionale;
- per l’eliminazione degli embarghi economici;
- per il progresso sociale ed economico del proprio paese.
Inoltre, ciò potrebbe risolvere alcuni nodi internazionali che stanno a cuore a Teheran:
- la riconciliazione interna nel Bahrein filo americano in cui gli Sciiti sono perseguitati;
- la protezione dell’enclave sciita di Herat, in Afghanistan, perseguitata dai Talebani;
- l’ingresso dell’Iran nella trattativa petrolifera e del gas che lo Sco (Shanghai Cooperation Organization) sta conducendo in Afghanistan.
Gli Usa non devono temere un Iran in posizione dominante nello scacchiere mediorientale, così come non temettero una Germania solida e un Giappone sviluppato nell’Europa e nell’Asia del dopoguerra. Avere un Iran forte ma alleato all’Occidente al centro del mondo islamico significa contare su un medium eccezionale, un veicolo di ammortizzazione delle spinte integraliste musulmane grazie all’estrema autorevolezza dell’Iran sulle masse islamiche mondiali.
Ciò si può ottenere solo amalgamando gli interessi economici e geopolitici statunitensi con quelli iraniani. Il prezzo è l’assoggettamento dell’Irak sunnita in posizione subordinata, con una spartizione territoriale costituente una regione sciita più o meno autonoma ma evidentemente legata a Teheran; oppure con un deciso spostamento dell’asse governativo irakeno in funzione sciita, con solide garanzie di tolleranza religiosa. Delegando agli Sciiti irakeni e all’Iran il controllo del territorio irakeno e dei suoi confini, l’esercito americano potrà concentrarsi totalmente nella caccia ad Al-Qaida e al ripristino della legalità in Afghanistan, vero nodo di destabilizzazione mondiale.
È evidente che solo intrecciando solidamente i propri interessi commerciali e industriali (non dimentichiamo che solo gli Usa hanno la tecnologia relativa al petrolio) questi due grandi paesi possono sostenersi a vicenda e riappacificarsi: dove si commercia non ci si spara.
A livello internazionale, poi, occorre soprattutto togliere il pretesto della compattezza demagogica islamo-nazionalistica anti-Usa (su cui cascano anche le Sinistre europee) affidando all’Iran la lotta contro le fazioni criminali e terroristiche, facendo così emergere finalmente il conflitto endocrino presente in Medio Oriente e indipendente dalle azioni americane. Ciò sconfesserebbe definitivamente la sovra-struttura ideologica di Al-Zawahiri e della jihad islamica contro l’imperialismo occidentale. Improvvisamente sarà il califfato di Al-Qaida – con le sue mire imperialistiche – a trovarsi sovra-esposto e isolato, così come sta accadendo in Somalia (nonostante la cecità di chi ha condannato gli attacchi militari americani ed etiopici).
Precedenti storici
Purtroppo la Storia pare insegnare poco o nulla, e apparentemente Bush compie lo stesso errore di Kennedy e Johnson, considerando unitario un fronte ostile in realtà assai divergente (Vietnam, Urss, Cina allora, smascherato da Nixon e Kissinger; Irak, Iran, Siria, Al-Qaida ora). George Kennan lo denunciò nel dopoguerra nel famoso rapporto al Consiglio per la Sicurezza Nazionale Nsc 48/2: occorreva sfruttare ogni frattura fra Cina e Urss. Non fu creduto, il comunismo fu considerato erroneamente compatto e diretto contro l’Occidente, salvo trent’anni dopo capire che Cina e Urss si contrastavano e avrebbero fatto carte false per avvicinarsi reciprocamente agli Usa. Idem oggi con la favola che vi sia un unico Islam portatore di medesimi interessi e solidamente proiettato contro l’Occidente.
Come negli anni ’70 solo un nemico giurato dei rossi come Nixon poté convincere il mondo ad abbandonare la febbre anti-comunista e a mutare gli obiettivi strategici, così oggi solo Bush, il nemico giurato dell’integralismo islamico, può autorevolmente re-impostare in radice il conflitto medio-orientale.
Elezioni iraniane
Ma come aiutare l’emancipazione di una nuova classe governativa moderata in Iran, eliminando l’attuale gruppo dirigente oscurantista e guerrafondaio? Con un assillante bombardamento mediatico, con finanziamenti cospicui, con una propaganda culturale a 360° legale e illegale. Con azioni diplomatiche chiare e spettacolari di avvicinamento internazionale verso i politici iraniani laici e il clero moderato.
Senza escludere in modo ipocrita il ricorso a strumenti di politica rinascimentale contro leader criminalmente pericolosi.
Posted by giuliomozzi at 12:46 | Comments (0)
24.04.07
A spasso con lo stregone

La notizia è questa: stanno per iniziare le riprese di un film – con la regia di Antonello Grimaldi – tratto dal romanzo di Sandro Veronesi Caos Calmo, e l’interprete sarà Nanni Moretti. Dunque, Il Caimano assume l’identità di Pietro Paladini, l’eroe narrante del libro vincitore del Premio Strega, un testo che contiene quella commistione di glamour, emozioni, sesso, scrittura colta e al tempo stesso pop, la giusta dose di trasgressione, riferimenti all’attualità, che costituisce un elemento classico e necessario di molti bestsellers. Vediamo quindi di addentrarci nelle pieghe dell’opera, per capire e, se possibile, scoprire anche qualche segreto.
Una delle travi portanti del romanzo è costituita dalla fusione tra due colossi televisivi privati, che darà origine al più grande gruppo del mondo (tipo Rupert Murdoch, per capirci). Fusione che tormenta i dipendenti, i funzionari, che vanno dal protagonista, Pietro Paladini, che è uno dei direttori, a sfogarsi, ad analizzare i meccanismi dell’operazione, a fare previsioni (e qui immaginiamo Nanni Moretti che, con un’aria tra lo svagato e il cinico, assiste alle loro esibizioni). Sono analisi, previsioni e preoccupazioni pertinenti, tecnicamente corrette, come molti altri elementi del libro, del resto, che ha quasi i caratteri di testo enciclopedico.
Ma chi è Pietro Paladini, e perché tutti vanno da lui a sfogarsi?
Pietro Paladini, a un certo punto della sua vita, è diventato una specie di ricettacolo del dolore altrui. Forse perché gli altri pensano che lui stesso sia stato travolto dal dolore, e il suo comportamento sia frutto del turbamento prodotto da quel dolore. Pietro Paladini, infatti, ha appena perso la moglie, la madre di sua figlia Claudia. Dopo un pirotecnico capitolo iniziale, in cui Pietro Paladini salva una donna che sta per annegare, la moglie all’improvviso muore in casa per aneurisma. Da quel giorno, Pietro Paladini si trasferisce con la propria auto davanti alla scuola elementare della figlia, ascolta i Radiohead e vi passa tutta la giornata, finché Claudia non termina le lezioni e insieme tornano a casa.
E qui arrivano alla spicciolata i personaggi che – come in certi romanzi di Henry Miller, dove folle di persone ossessionate e fanatiche riversano fiumi di parole sulla “roccia felice" Henry – col pretesto di mostrargli solidarietà danno libero sfogo alle fantasie e alle ansie che li tormentano. A parte le varie fasi della fusione, le cui notizie ci arrivano dai memoriali e dai pettegolezzi di manager e dirigenti (in questo romanzo sono tutti top: top manager, top imprenditori, top stilisti, in una carrellata di maschere altoborghesi in crisi, sempre piuttosto schizzati, nella migliore tradizione del ritratto sfatto della borghesia) la trama è tutta qui. Il resto è un teatro di attori e di caratteristi, miniature, storielle quotidiane, che Veronesi gestisce con talento stregonesco, digressioni nella saggistica, economia, scienza, enigmistica, gossip, in un continuo mutamento anche stilistico che ci trascina in labirinti caotici senza che talvolta ne siamo coscienti.
Per esempio, un giorno il narratore torna a casa e trova il fratello, stilista di moda, che fuma oppio in salotto. Ma il fratello doveva tenere Claudia, doveva portarla fuori a cena e poi metterla a letto. In effetti la piccola sta dormendo, ma Pietro Paladini sente montargli dentro una rabbia furiosa verso il fratello; accidenti, fuma droga in casa sua, quando aveva la responsabilità della figlia! Facile prevedere una rissa. Ma Pietro Paladini riflette, ricorda che il fratello fu sorpreso dal padre a fumare con gli amici e buttato fuori di casa per sempre. Capisce che la sua furia è la stessa del padre, e mentre accarezza la fronte della figlia addormentata riesce a calmarsi. Torna in salotto, deciso a non litigare, perché il fratello è tossicodipendente, ma in fondo si è comportato bene. Il fratello però lo spiazza offrendogli l’oppio. Lo prende in contropiede e Pietro Paladini, sorpreso e confuso, accetta. Seguono ottime pagine di scrittura oppiacea, con ricordi, flussi di coscienza, ma il punto è: come siamo arrivati a queste pagine? Siamo precipitati nell’ira e nel rancore verso il fratello e d’un tratto ci troviamo a seguirlo mentre fuma a sua volta. Lo stregone ci porta a spasso, ci confonde con la sua abilità di affabulatore.
E qui arriva il primo punto critico: dopo la fumata, al mattino, PietroPaladini si sveglia tremebondo e va in bagno a vomitare (evento normale dopo l’oppio). Mentre è chino sul water, pensa: “in quell’attimo mi sono vergognato come mai nella mia vita (...) come mai mi sono sentito sporco in quel momento, e stupido, e indegno perfino della pietà di un cane". Restiamo stupiti da questo attacco di vergogna, di voltolamento nel fango della colpa.
Eppure Pietro Paladini commette un altro peccatuccio, ma questa volta senza straziarsi nel senso di colpa. Anzi, ci ridacchia pure sopra, e noi ridacchiamo con lui. Durante una manovra con la Twingo della cognata provoca un danno a un’auto parcheggiata, una Citroen C3; correttamente lascia sul vetro il proprio numero di telefono. Ma qualche giorno dopo un camion va di nuovo a sbattere contro la C3 davanti a una piccola folla di testimoni. Non visto, con un gesto furtivo, Pietro Paladini toglie il proprio biglietto, che nessuno ha ancora rimosso, tanto “il Bonus/Malus della sua assicurazione (del camion ndr) scatterà in ogni caso"; tanto “rubare alle assicurazioni non è rubare".
Ma Pietro Paladini commette un terzo peccato, e di nuovo si tormenta nel rimorso e nell’autoflagellazione. Ha un rapporto sessuale con la donna che ha salvato dall’annegamento, che è una industrialessa. Il rapporto sembra essere solo orale, e Pietro Paladini vorrebbe andare oltre, ma quando capisce il perché, cioè le mestruazioni della donna (e qui colpisce il pregiudizio sul divieto di fare l’amore con una donna durante il ciclo mestruale), fa scattare il “tasto R2", cioè “finisco di abbassarti gli slip rimasti a mezza via e comincio a infilarti il medio su per il culo". 17 pagine dopo pensa che “avevamo fatto una cosa veramente sporca, ecco il punto, e se a vent’anni può essere gagliardo e magari anche costruttivo incularsi nel giardino di casa col rischio di essere sorpresi dai genitori, diventa idiota e quasi criminale farlo a quarantacinque anni col rischio di essere sorpresi dai figli".
Quindi Pietro Paladini si vergogna, si sente sporco, per alcuni peccati e per altri no. Perché? Sembra un controsenso. Ma non è così. Il senso di colpa e di sporcizia lo travolge quando la situazione peccaminosa vede coinvolta la figlia, che potrebbe sorprenderlo in pose sconvenienti o animalesche. Quella figlia che non soffre per la scomparsa della madre, anzi, è tranquilla, serena, come se nulla fosse cambiato nella sua vita. E la stessa tranquillità e mancanza di dolore coinvolge lui, Pietro Paladini, che vive in uno stato di sospensione nell’abitacolo–confessionale della macchina, osserva il mondo, i personaggi che popolano il quartiere, e assorbe il dolore degli altri. Ma lui non soffre. E talvolta si stupisce di questa mancanza di dolore, sembra chiedersi: perché non provo dolore? E noi ci chiediamo con lui: perché non prova nulla, e con lui la figlia?
E’ un buco nero, una sorta di antimateria che divora porzioni di lettura e lascia squilibrati. Sul bordo di questo buco c’è qualcosa, qualcuno che ci confonde, e ci mette a disagio. Un estraneo, che sembra sovrapporsi a Pietro Paladini, influenza pezzi della sua narrazione, lo obbliga a fare delle omissioni, a essere reticente. Gli impedisce di fare fino in fondo il suo dovere di narratore, cioè di inserire dei codici nella scrittura per cui noi leggiamo anche il non-detto, il non-scritto. Invece c’è un buco e basta, uno spazio vuoto: il rapporto esclusivo tra padre e figlia che corre per tutto il romanzo, quel padre che ha un sentimento di enorme affettività verso di lei, come è totalmente anaffettivo verso la madre scomparsa; quel padre che è geloso marcio della figlia, che digrigna i denti quando il fratello stilista la ammalia coi suoi racconti di modelle, di attrici e di cantanti famose, e la fa sognare.
Su questa indifferenza verso la moglie morta potrebbe venirci in mente una frase di Troppi Paradisi di Walter Siti: “sta famosa esperienza archetipa (la morte del padre ndr), si è rivelata deludente". E potremmo cavarcela citando un piccolo saggio di Giuseppe Genna su Carmilla: “per via tematica, va detto che la morte del padre, percepita come deludente, è il cuore della saturazione libidica. La delusione, che annulla il processo energetico dell'elaborazione del lutto, erode i margini della metamorfosi e della rinascita (...), e quindi immette in una zona grigia in cui, essendo assente il no, il dolore, la sofferenza, non si può più crescere, non si può più appassionarsi". Sarebbe, in fondo, la soluzione più comoda. Ma non toglierebbe la sensazione di disagio per la presenza dell’intruso che viaggia per il testo e blinda la personalità di Pietro Paladini, disarticola qua e là la lettura e ci impedisce di capire, nonostante il finale – coraggioso per alcuni aspetti – che sulla questione tenta di dare risposte obbligate ma un po’ affrettate. Perché l’intruso è sempre lì, schivo, girato di spalle, ma così invadente.
(Caos Calmo è stato letto anche da Cletus qui)
Posted by Mauro Baldrati at 16:51 | Comments (5)
17.04.07
"Le sirene dell'ego non fanno per i creativi" (Enzo Baldoni)
"Credo che, specialmente noi che facciamo i creativi, dobbiamo imparare a
riconoscere le sirene dell'ego e a sfuggirle...raggiungiamo il nostro massimo
potenziale quando ci facciamo piccini, umili e modesti...dobbiamo tendere ad
essere semplici e lisci come un ciottolo levigato dal mare...".
Proprio la sua passione per la scrittura e per i giovani ha portato Enzo Baldoni a sostenere
al suo nascere, nel 1988, Accademia di Comunicazione e ad accettare di
diventarne docente, perché innamorato del progetto di una Scuola-bottega,
dove ha formato con la sua preziosa professionalità, la sua fortissima energia e
la sua affettuosa generosità gli studenti che l'hanno avuto come maestro di
creatività e che oggi sono affermati copywriter.
A quei giovani ha insegnato l’uso creativo della parola, ha dato dritte, consigli
per intraprendere la professione di pubblicitario.
Li ha incoraggiati, indirizzati, sferzati, e anche dissuasi, sempre in una
dimensione etica della professione del creativo.
Un contributo che desideriamo onorare dal più profondo del nostro cuore.
Giovedì 3 maggio, ore 11, a Milano, in via Savona 112/A, incontro
stampa per l'istituzione di una Borsa di studio - che si ripeterà ogni
anno - dedicata a Enzo Baldoni, alla quale potranno concorrere giovani
laureati per la frequenza completamente gratuita del Master in
Copywriting.
La borsa di studio “Enzo Baldoni" è un’iniziativa di Accademia di
Comunicazione con l’adesione dell’Art Directors Club Italiano (ADCI).
Posted by Mauro Mongarli at 14:13
07.04.07
"Duemila padri suicidi perché lontani dai figli"
di giuliomozzi
[Questo articolo è privo di link e di di indicazioni delle fonti in omaggio alle consuetudini di Repubblica.it. gm]
Repubblica.it, oggi. Notizia in prima pagina: Figli contesi, protesta shock a Roma. Manifestazione dei genitori separati in piazza di Spagna: corteo con una bara vera. "Solo nel 2006, duemila suicidi".
Cliccando appare una serie di immagini. La didascalia dice: Una bara vera con sopra, in varie lingue, la scritta "papà c'era" è stata portata in spalla, da associati a 'L'armata dei padri', che riunisce varie organizzazioni di padri separati che, per ragioni diverse, non riescono ad incontrare i rispettivi figli. La manifestazione si è svolta in piazza di Spagna, a Roma in occasione della Giornata della memoria dei padri in riferimento ad un uomo che ad Aosta nel 1996 si diede fuoco davanti al Tribunale Civile che non gli aveva consentito di vedere la figlia. Secondo i dati diffusi dall'Armata dei padri, solo nel 2006 sono 2 mila i padri che si sono suicidati perché lontani dai figli.
La domanda è: questi "dati", cioè i "2 mila i padri che si sono suicidati perché lontani dai figli", sono dati veri? Repubblica.it sembra non porsi il problema.
Ora, non ho pubblicazioni specializzate sottomano. Ma, diciamo così, faccio conto di essere un lettore lievemente interessato. Mi faccio un giro in Google dandomi un termine di tempo: mezz'ora.
Non trovo una statistica completa. Trovo un articolo dall'aria seria, (l'aria seria è data dal fatto che [a] dichiara le fonti dei dati che pubblica, [b] spiega quali sono i limiti dei dati che pubblica e delle stime che ne ricava) che stima i suicidi in Italia, in questi anni, in 4.500 annui circa; di cui 3.300 maschi. Trovo un altro articolo, anch'esso dall'aria seria (per le stesse ragioni) secondo il quale il suicidio sarebbe tra le prime cause di morte dei maschi sotto i 25 anni: circa 300-400 casi annui. Poiché in Italia ormai si tende a diventare padri dopo i 25 anni, mi restano circa 3.000 suicidi annui di italiani maschi.
Quindi, due maschi su tre sopra i 25 anni che si suicidano in Italia, si suicidano - sostiene l'Armata dei padri - "perché lontani dai figli". Ci si può credere?
Il fondatore dell'Armata dei padri scriveva, in un "appello ai genitori" lanciato il 2 luglio 2004 (il tutto maiuscolo è un'idea sua):
GENTILI SIGNORI/E,COME OGNI ANNO, IN PROSSIMITA' DEL PERIODO ESTIVO, SCRIVO QUESTE DUE BREVI RIGHE PER SENSIBILIZZARE TUTTI I MASSMEDIA A DIFFONDERE UN APPELLO A TUTTI I GENITORI AFFIDATARI DEI FIGLI (87% LE MAMME). QUESTO APPELLO, NON SECONDARIO RISPETTO A QUELLO TANTO RECLAMIZZATO SULL'ABBANDONO DI CANI E GATTI, E' NECESSARIO PERCHE' IN ITALIA DI SEPARAZIONE SI MUORE. IN QUESTO PERIODO E IN QUELLO NATALIZIO LE MORTI ANNUNCIATE ARRIVANO CON DRAMMATICA PUNTUALITA'. LA STATISTICA AGGHIACCIANTE DI 100 MORTI ALL'ANNO (DA DIECI ANNI) NON RIESCE A FAR APPROVARE UNO STRACCIO DI RIFORMA DEL DIRITTO DI FAMIGLIA, VECCHIO DI 30 ANNI. ANCHE QUEST'ANNO AVREMO LE STRAGI FAMILIARI NELL'INDIFFERENZA PONZIOPILATESCA DI TUTTI. [...]
Dove non è chiarissimo se si parli di 100 morti (suicidi?) ogni Natale o ogni anno.
[a] Mettiamo che si tratti di 100 suicidi natalizi ogni anno. Se i suicidi annui sono 2.000, allora sono 166 ogni mese. Se considero "natalizio" un suicidio che avvenga entro una settimana prima o una settimana dopo il Natale, cioè nell'arco di 15 giorni, ne viene che in quei 15 giorni si suicidano per le dette ragioni 100 padri anziché 83: un po' di più, va bene, ma non tanti di più da giustificare tanta enfasi. Se mi muoiono 41-42 padri alla settimana, questa è la notizia; e non il fatto che nella settimana natalizia ne muoiano 50.
[b] Se il dato è stabile "da dieci anni", cioè dal 1994, va ricordato che dal 1994 al 2004, data dell'appello, i suicidi sono aumentati complessivamente (sostiene un articolo dall'aria seria che ho trovato grazie a Google) del 30% circa (il che significa che i suicidi natalizi di padri separati - se è di questo che parla l'appello - sono stabili in numero assoluto da dieci anni, e da dieci anni in diminuzione rispetto al totale dei suicidi).
Peraltro, in quello che sembra essere il sito ufficiale dell'Armata dei padri (ed è una sezione del sito di un'associazione di padri separati), non c'è traccia di notizie o articoli sui "2 mila" padri suicidatisi "perché lontani dai figli". Evidentemente, o hanno appena scoperta questa cosa e non hanno ancora fatto in tempo a scriverla nel sito, o ci sono delle altre ragioni.
Opinione personale: sospetto che il dato fornito dall'Armata dei padri circa i 2 mila padri suicidi nel 2006 perché lontani dai figli, sia un dato inventato di sana pianta. E posso capire questa organizzazione: si inventa un dato di sana pianta per confortare le proprie ragioni.
Ma Repubblica.it, che non mettendone minimamente in dubbio la validità di fatto lo accredita, in nome di quali ragioni agisce così?
Mi rispondo da solo: perché lo scopo di Repubblica.it non è fare informazione.
(Ah: secondo Repubblica.it, l'Armata dei padri "riunisce varie organizzazioni di padri separati". Stando a Google, forse ne riunisce due. Nel sito c'è una sezione intitolata "Link" - dove immaginavo di trovare linkate le associazioni aderenti all'Armata - che non contiene alcun link).
Posted by giuliomozzi at 16:24 | Comments (8)
29.03.07
Il rapimento di Baldoni e il silenzio del Paese
di Sandro Baldoni
[Sandro è il fratello di Enzo Baldoni, pubblicitario e giornalista free-lance ucciso in Iraq nel 2004. Questa lettera, indirizzata al direttore di la Repubblica Ezio Mauro, è stata pubblicata su quel giornale il 22 marzo scorso. On line, ad oggi, credo sia leggibile solo su radicali.it e su ramella.org. Un'interessante intervista di Pino Finocchiaro a Sandro Baldoni è leggibile qui. mm]
Caro direttore, naturalmente in questi giorni anche noi Baldoni abbiamo seguito con trepidazione la vicenda di Daniele Mastrogiacomo, e davvero ci ha fatto piacere vedere la sua faccia stravolta tornare a sorridere dopo tanti giorni di prigionia.
E' inevitabile che di questa storia ci abbia colpito soprattutto quel la sorta di energia diffusa che è scaturita dai più diversi settori della società italiana e che ha contri buito in modo importante a restituire a Mastrogiacomo la libertà.
Questa Italia solidale e positiva che ogni tanto (raramente) riemerge dal mare oscuro del pressappochismo nazionale, come un'isola Ferdinandea che subito scompare di nuovo tra i flutti.
E' inevitabile anche perché, scusate lo sfogo, noi ci chiediamo ancora in quali abissi fosse nascosta questa terra sommersa ai tempi del sequestro e dell'assassinio di Enzo.
Ricordiamo come se fosse adesso la solitudine della nostra famiglia di fronte alle scelte più delicate e determinanti, le notizie contraddittorie o addirittura palesemente false che ci giungevano dal Sismi e dalla Croce Rossa Italiana in conflitto tra loro, lo sguardo muto e accigliato del Vaticano che evidentemente non ci considerava abbastanza cristiani per essere degni d'aiuto, la corsa al nascondiglio degli uomini politici d'ogni ordine e risma, governativi e no.
Qualche tempo dopo l'uccisione di Enzo, dalle colonne di questo gior nale chiedemmo pubblicamente ai cosiddetti organismi competenti di dare agli italiani alcune spiegazioni sul comportamento delle istituzioni durante il caso Baldoni.
Non abbiamo mai ricevuto nessuna risposta.
Ora, noi sappiamo benissimo quanto sia difficile la situazione in Iraq, dove ogni giorno muoiono decine di persone senza neanche sapere il perché. Però vorremmo, come cittadini italiani, che a qualche anno di distanza fosse rispettato almeno uno dei nostri diritti: che lo stato faccia il possibile perché quel che resta del corpo di Enzo sia riportato nella sua terra.
Noi non siamo i tipi da far baccano inutilmente, ma non ci risulta che in questo momento qualcuno stia lavorando seriamente a qualcosa di simile, e quindi ci permettiamo di chiedere a quel pezzetto d'Italia civile e sommersa di tornare ancora una volta a galla assieme a noi, domandando in maniere composta ma decisa che la vicenda di Enzo Baldoni non finisca tra i tanti casi frettolosamente archiviati e mai risolti della recente storia nazionale. Grazie.
Posted by Mauro Mongarli at 14:51 | Comments (6)
26.03.07
Eran 300, eran giovani e forti
di Mauro Baldrati
E sono morti. Tutti, meno uno, un guerriero ferito a un occhio, il reporter. Perché doveva raccontare quanto avvenuto, perché solo dal racconto si perpetua l’azione, solo dal racconto nasce e vive l’epica. Una delle battaglie più famose delle storia, lo scontro che al passo delle Termopili vide una falange d’avanguardia di 300 opliti spartani (gli opliti erano la fanteria pesante ellenica) fermare l’avanzata dello sterminato esercito persiano, nel 480 a.c., è al centro dell’ultima megaproduzione americana, 300, del regista Zack Snyder. Come avviene con tutti gli eventi mediatici la stampa ne ha già parlato diffusamente. Ma contrariamente a quanto avviene di solito non abbiamo letto solo recensioni finte, blande riscritture dei comunicati stampa delle case di produzione. Il film è piaciuto a Roberto Saviano, che in un lungo articolo sull’ultimo numero dell’Espresso ha scritto: “il film ti carica. Come se dietro la poltroncina del cinema qualcuno ti stesse girando la molla esattamente all’altezza del midollo".
300 è un film violento, perché nel fumetto d’azione – è tratto infatti da un fumetto di Frank Miller – la violenza è spesso una delle componenti di base. Le scene di guerra (ed è soprattutto un film di scene di guerra) sono quanto di più sanguinario si sia visto al cinema. “Ma" scrive Saviano, “forse anche in questo mantiene una fedeltà storica oltre che all’imperativo del pulp". Perché la verità storica ci dice che il sangue è scorso a fiumi alle Termopili; fu un massacro. Di questo evento si è occupato anche un grande scrittore di genere, Valerio Massimo Manfredi, in uno dei suoi romanzi forse più riusciti: Lo scudo di Talos. In alcuni punti il libro sembra la sceneggiatura del film (il che conferma che, oltre alle ricostruzioni fantastiche e d’effetto, vi è stata un’accurata ricerca storica sia in Manfredi, archeologo e storico, sia negli sceneggiatori del film): “ogni volta che i persiani stavano per aggirarli, i Greci si giravano indietro di corsa verso la strettoia, poi, girandosi improvvisamente, attaccavano di nuovo selvaggiamente come se nei loro corpi ardesse un’energia inesauribile. Dal suo trono Serse osservava pallido la scena" (e in effetti Serse, l’imperatore-dio gigantesco – sarà alto due metri e mezzo – contempla la scena delle battaglie con volto terreo).
Invece il film non è piaciuto (pur senza averlo visto, pare – tra l’altro lo chiama Termopili) a Michele Serra, che gli ha dedicato un’amaca, la rubrica che tiene su La Repubblica, domenica 25 marzo: “secondo le prime indiscrezioni (anche scritte, vedi il reportage entusiasta di Roberto Saviano sull’Espresso), l’aspetto più eccitante della pellicola, budella a parte, sarebbe soprattutto nell’esaltazione dello spirito bellico". Sarà un successone, dice Serra, “quanto basta per riempire le sale. Tranne il drappello dei disertori: noi saremo al bar a giocare a boccette, vi aspettiamo fuori dal cinema per offrirvi una camomilla".
Dunque il film esalta la violenza, il militarismo? Se si entra in sala con questi concetti difficilmente si potrà apprezzare una pellicola d’azione, contaminata con gli stili non solo del fumetto, ma dei moderni videogiochi, la playstation soprattutto; gli attori, tutti atleticamente perfetti, sono stati ritoccati con tecniche digitali per renderli muscolosi, longilinei, con gli addominali sempre in rilievo. Tutta la fotografia è stata ritoccata, anche nella luce, che ha una resa fredda, brumosa, da paese nordico. I dialoghi sono didascalici, mentre una voce fuori campo retorica, pomposa, parla degli eroi, di libertà, di onore, di gloria, riprendendo alla lettera certi passi degli antichi cronisti, Erodoto, Lucano, e il meno epico di tutti, Senofonte, che nell’Anabasi ci ha dato pagine memorabili sulle tecniche militari elleniche, in particolare sugli opliti, i guerrieri invincibili che scatenavano il terrore nei nemici (“quando la falange degli opliti si fece avanti rapidamente per ingaggiare la lotta, allorché fu suonata la carica e furono intonati peana e poi il grido di guerra e furono abbassate le aste, allora i nemici rinunciarono a ogni resistenza e si diedero alla fuga").
Contro gli eroi statuari greci, puri e spietati, ma anche allegri e ironici, ci sono i persiani, una massa enorme, urlante, coi mostri mitologici, i trolls, con frequenti rimandi all’armata degli orchi del Signore degli Anelli, in un gioco continuo di citazioni di altri film, dal Gladiatore a Troy, ma anche, non sappiamo quanto coscientemente, Killer Elite di Sam Peckinpah, coi combattenti persiani – gli Immortali, la guardia personale dell’imperatore – che sembrano i suoi killer, nel combattimento finale nel cimitero delle navi.
Il gioco dei rimandi e degli ammiccamenti spazia a tutto campo anche negli stili della pubblicità, con un uso massiccio del rallenty fulmineo, quando la scena all’improvviso sembra bloccarsi e invece passa a un rallenty estremo: una tecnica molto usata negli spot pubblicitari delle auto.
Eppure questo film contaminato coi moderni linguaggi mediatici e commerciali è una storia potente, con personaggi di grande forza, e contiene forse le scene più belle e perfette di battaglie, di scontri corpo a corpo, scene mai viste nella loro completezza, mentre il sangue, il massacro, le montagne di cadaveri sembrano per così dire trasfigurate, sdrammatizzate da uno scambio ideale con le tavole dei fumetti. E’ un film adatto a chi ama sognare l’antichità, i guerrieri, le sfide impossibili, la guerra e gli eroi; certo può essere problematico per chi, per esempio, ama le pellicole di Francesca Archibugi. Ma per loro ci sono altre storie, altri stili; e poi c’è sempre la partita a boccette di Michele Serra, con tanto di camomilla finale.
Posted by Mauro Baldrati at 09:22 | Comments (48)
22.03.07
La scomparsa di Enzo Baldoni
di giuliomozzi
[altri articoli in vibrisse su Enzo Baldoni]
Corriere della sera di oggi, prima pagina, articolo di fondo a firma di Franco Venturini. Si parla delle critiche che un anonimo "alto esponente Usa" ha rivolte allo Stato italiano per la condotta seguita nei confronti dei rapitori di Daniele Mastrogiacomo e del suo interprete Adjmal (nonché assassini del ventiquattrenne autista). Che si dia retta alle dichiarazioni anonime, per di più accreditandole di ufficialità ("un alto esponente Usa, che ha preferito rimanere anonimo ma che difficilmente potrebbe parlare senza il consenso della medesima Rice", scrive Venturini), mi pare bizzarro. Ma la cosa che mi ha fatto impressione è questa. Verso la fine dell'articolo Venturini scrive: "In precedenti sequestri ci sono state altre perdite di vite umane, da Quattrocchi a Calipari (che gli Usa certamente ricordano) per citare soltanto gli italiani". Enzo Baldoni è dunque scomparso. (Sì, lo so, Baldoni sta tra "da Quattrocchi" e "a Calipari": nello spazio bianco in mezzo).
Posted by giuliomozzi at 14:40
20.03.07
Le piazze di Repubblica
di Elio Paoloni
[Elio Paoloni mi chiede di pubblicare in vibrisse questo articolo, da lui scritto per il Corriere del Mezzogiorno - dorso del Corriere della sera appunto per il Mezzogiono - e rifiutato. gm]
Si scopre che a Repubblica non garbano le manifestazioni. Francesco Merlo infatti, nel suo pezzo dell’8 marzo sui cortei pro e contro i Dico, usa il plurale: “Non ci piace in generale la piazza". Non ci era mai sembrato: l’unica piazza sgradita a certi giornali pareva fosse quella di San Pietro, quando accoglieva decine di migliaia di decerebrati accorsi contro ogni ragionevole considerazione ai funerali del Papa (e giù ironie contro questi rozzi presenziatori che scattavano foto col videofonino, code puzzolenti difese all’epoca da un magnifico articolo di occhiaie di riguardo Toni Capuozzo). In effetti, anche in questa occasione, si avverte simpatia per la manifestazione legittima, il “carnevale colorato" dei gay. Intollerabile invece l’annunciato “controcarnevale nero" (nero, si badi, è aggettivo usato per il clero e per l’aristocrazia al clero legata ma evoca inevitabilmente pericolosi rigurgiti fascisti), organizzato perché la Chiesa ritiene opportuno che gli omosessuali “si vendano nell’inferno del vizio". Come dire che gli etero che non si sposano avrebbero come unica alternativa quella di adescare sulle complanari. La frase ad effetto svela un pregiudizio dello stesso Merlo, un cedimento al luogo comune che vuole gli omo propendenti al vizio e al mercimonio. Se non ti faccio sposare ti induco al marciapiede? Bel servizio reso alla rispettabilità omosessuale.
“E’ Ruini e non gli omosessuali a credere che l’uomo sia una pratica sessuale". Come spesso succede, Merlo proietta sulla Chiesa la fissazione genitale che è in realtà del mondo. Naturalmente i cardinali pensano che l’uomo sia tutt’altro, come ripetono ogni giorno da diversi secoli. E se certi giornalisti possono far passare l’idea di una Chiesa che si occupa dell’uomo solo dalla vita in giù, ciò è dovuto proprio al fatto che tutto quanto promana dalla Chiesa viene ignorato: in fondo al setaccio mediatico restano solo le parole che riguardano le parti basse. Un giornalista dovrebbe conoscere quell’inno solare all’Eros che è l’enciclica Deus caritas est. Non dovrebbe ignorare le parole sulla Scienza che un Papa entusiasta, commosso, rapito, ha rivolto ai giovani in Piazza san Pietro in occasione dell’ultima Giornata mondiale della gioventù. Ma ci si guarda bene dall’occuparsene, così all’occorrenza viene più facile far passare gli uomini di Chiesa per morbosi bigotti antiscientisti.
Quello di Merlo è un capolavoro di mala fede: una tranquilla riunione di cattolici viene rubricata come “rumore di strada" (ad evocare fiammeggianti pogrom) sostenendo che “le persone perbene (fa piacere che torni in uso questa buona vecchia qualifica) non vanno in piazza contro gli omosessuali". E già qui c’è una forzatura retorica: tutt’al più si va in piazza contro una pretesa di alcuni omosessuali (non tutti gli omosessuali apprezzano l’idea del matrimonio) ma anche di alcuni eterosessuali). Ma lo sdegno affatturato di Merlo va oltre: queste organizzazioni cattoliche manifesteranno “contro una minoranza, che come ogni minoranza, bisogna proteggere e non decimare". Avete letto bene: “decimare". Siamo alla shoah, anzi ai gulag castristi. Insomma, tutti noi scribacchini adoperiamo artifizi e forziamo il senso, ma qui siamo all’assurdo: perché mai impedire che gli omosessuali si uniscano in matrimonio equivarrebbe a decimarli? Nel senso che non sarebbero in grado di riprodursi? E come si riprodurrebbero? Siamo alla fantascienza, siamo a qualcosa che nessuno – men che mai un omosessuale – si sognerebbe di sostenere: che bimbi adottati o nati da inseminazione verrebbero allevati come omosessuali.
Unendosi al coro, Merlo codifica come ‘diritti’ le pretese della piazza giusta. Sa che siamo tutti proni di fronte al termine diritti. Il trucco sta nella parolina che precede: riconoscimento. Se siamo già al passo del riconoscimento vuol dire che il diritto esiste già: qualcuno lo avrà sancito. Ma chi? Non si sa. Non se ne è mai discusso veramente: ci si trova continuamente di fronte a questa formulazione: io c’ho il diritto, tu perché non me lo riconosci? E sei alle corde, sei già tra quelli che si coprono gli occhi per non vedere, per non ‘riconoscere’. Il lato comico è che se sondi in questa direzione ti ritrovi faccia a faccia con il diritto naturale: siccome io nasco così, per natura, ho diritto. Ma non eravamo approdati al divenire storico del diritto? Tutto è cultura, no? Da dove discende allora questo innegabile diritto al matrimonio di chiunque vi aspiri? E se gli omo hanno diritto di sposarsi perché il mio amico incestuoso non dovrebbe sposare sua sorella, che è pure convivente? L’incesto non è forse naturale anche nel mondo animale? O dobbiamo vietarlo perché quella incestuosa è una minoranza più ristretta? Cosa c’è, lo sbarramento al cinque per cento? E chissà, ponendo mano alle statistiche (quelle usate per dimostrare la criminosità endogena della famiglia) potremmo scoprire che gli incestuosi superano la soglia. E se poi non la superassero avremmo una ragione di più per aderire alla loro causa: non vorremo mica sterminarli?
Non c’è più pudore, lamenta il giornalista di Repubblica, come si permettono di farsi vedere questi qui che “immaginavamo chini sulla teologia, a parlare di Assoluto, di Spirito, di Carità, a pensare in latino, in greco…". Così piacevano a Merlo. Certa gente è tollerata purché si trastulli in privato (come in privato si coltiva un vizio, tanto per restare nelle corde merliane). Chiusi in un ghetto a parlare di cose incomprensibili, inattuali, remote come il sesso degli angeli. Che scandalo vederseli per le strade. Come se non sapessero tutti che lo scandalo è l’essenza stessa del cristianesimo.
Non posso nascondere l’ammirazione per come Merlo tratteggia, con toni sentiti, l’atteggiamento che la Chiesa cattolica ha sempre tenuto nei confronti dei peccatori, omo o etero che fossero. Sottoscrivo per intero questa parte altissima. Senonché tutto ciò serve solo a preparare la botta: secoli di comprensione e di tolleranza sarebbero andati a farsi benedire per colpa di un bieco individuo collocato chissà perché alla presidenza della CEI. Tutta una gerarchia, una comunità intera, contagiate irrimediabilmente dalla ruiniana “volgarità entrata così sbracatamente in chiesa". Merlo non è sciocco, sa che sarebbe controproducente attaccare la Chiesa nel suo insieme. Così, come usa in questi casi, se la prende con la presunta mela marcia, isolando Ruini come se non fosse stato scelto, protetto e guidato da un Pontefice e non fosse in piena sintonia con quello attuale, del quale è stato anche grande elettore. Come se il suo successore non si preparasse a seguire quel solco.
Alla fine Merlo si dedica al gioco più praticato del momento. Come ogni italiano si sente titolato per dar lezioni al selezionatore della nazionale di calcio, così chiunque, da Baudo alla Littizzetto, sa esattamente cosa è bene per la Chiesa, cosa è bene per i cattolici. Ognuno di loro – specie se non è cattolico - è in grado di spiegare al Papa (guarda caso uno dei più fini intellettuali del pianeta) quale sia il vero messaggio di Cristo. E Merlo non si sottrae, lanciandosi in spericolate comparazioni: a lui viene in mente “quell’altra piazza aizzata contro il Cristo che arrancava sotto la croce, che fu dileggiato in piazza proprio perché diverso". E qui davvero occorre ribellarsi: non se ne può più di questo ‘abuso di categoria’. Diverso è ormai un termine beatificante, perché inscindibilmente collegato al diversamente abile, allo straniero indifeso e via correttamente elencando, ma non si può includere ogni diversità nella categoria protetta. Altrimenti nel parco naturale insieme a Gesù Cristo dovremmo accogliere anche i pedofili (nascono così, con quell’inclinazione, che ci vogliamo fare, sono diversi, e Alessandro Cecchi Paone ci saprà dire quale percentuale della popolazione rappresentano). Tanto per restare sulla diversità, ricordo con gran piacere il pomeriggio passato al Gay Pride di Roma, un corteo gioioso che, appunto, marcava con orgoglio la diversità, quella diversità che per decenni avevo dovuto sopportare di sentir nominare con violento disprezzo. E a nessuno di quelli che pronunciavano i termini spregiativi ero mai stato in grado di trasmettere il rammarico per non ritrovare in me sufficienti pulsioni omosex (era un periodo in cui, soprattutto per via di Proust e di Busi, pensavo seriamente - un po’ lo penso ancora oggi - che nessun etero potesse essere uno scrittore veramente grande). Di tutt’altro segno la penosa manifestazione di sabato, tesa all’omologazione. Di chi, dimenticando gli strali lanciati contro l’idea stessa di normalità, quella normalità vuol scimmiottare.
Non poteva mancare, in finale, il colpo da maestro: “non si può neanche immaginare Cristo che manifesta contro gli omosessuali". E con questo è detta davvero l’ultima parola: chi di noi può immaginarselo? D’altro canto non si potrebbe immaginarselo neppure che manifesta a favore. Né dei Dico né del rinnovo contrattuale dei Forestali. Cristo manifestava in altri modi, si sa. Noi dobbiamo accontentarci.
Posted by giuliomozzi at 10:35 | Comments (12)
15.03.07
Come si impagina una videonotizia

www.repubblica.it

www.corriere.it
Nella speranza che Daniele Mastrogiacomo torni a casa sano e salvo, intratteniamoci con la belloccia nuda nella fontana. Su questo siamo tutti d'accordo. Quel che ci sta in mezzo è a scelta. [gm]
Posted by giuliomozzi at 00:43 | Comments (3)
14.03.07
Festival del fumetto / un intervento polemico
[Ricevo e pubblico questo commento di Filippo Scozzari (mb)]
Il Comune di Bulagna, manovrando gli utilissimi pupazzi della Hamelin/Bilbolbul, ha prima creato, ed ora sta usando in palese funzione anti 77, il circensem Memorial Magnus, porzione importante del cosiddetto Festival Comunale del Fumetto.
Temendo anche solo il ricordo delle stronzate di trent'anni prima, Zangheri il Teschio che Ride, Lo Mastro il Poliziotto, ed altri travicelli della stessa caratura, hanno provato in questi mesi a chiedere scusa: "Be', sì, forse esagerammo. Forse potevamo ascoltarli...", ma la musica non è cambiata. Ancora un anno fa, in appartati conciliaboli, il consiliori Zangheri spronava il Sindacalista Che Legge Tex a dar giù ai cani riottosi, a tapparsi ancor meglio le orecchiuzze, a sprangare qualsiasi porta, fosse o non fosse dei CPT: "Per favore, collega. Trent'anni fa non ci capimmo una mazza. Potresti proseguire su questa linea? Dovresti, sai: rischia di saltare la nostra bella continuità...".
E' questo il loro dramma. Strutturati a termitaio, non capire mai, operare ad un tanto al chilo, sempre. Sono toccati dalla magagna, calcan la terra toccati dalla boria, istigano alla puttanata. Hanno colto al volo l'occasione d'oro offerta dalla proposta Hamelin, che ha scambiato il Lettore di Tex per il taumaturgico Defender dei Comics, e l'hanno usata per allontanare dal Comune macchie vecchie di trent'anni, che rimarranno, in realtà, perché a Palazzo Re Enzo nessuno ha intenzione di fare il bucato sul serio. Perché sbattersi? Qualche scemo pronto a regalarci varechine e sbiancanti lo si trova sempre. Puntualmente è arrivato il turno di Hamelin, gonfia d'orgoglio: il Fumetto! Finalmente Abilitato! Finalmente a Corte! Soldi! Prestigio! Visibility! Yuk yuk, che contentezza!
Sfortunatamente non sono gli unici ad avere le pigne in testa. Un identico morbo, la stupidità cronica, affligge il 95% dei fumettari. Chi comanda purtroppo lo sa benissimo, e li usa, rossi di felicità, concedendo loro pelose patenti d'Ufficialità Riconosciuta. Ogni tanto, però, darsi un pizzicotto e svegliarsi sarebbe salutare, cari miei non-colleghi. Sollevarsi dal tavolo da disegno. Smettere un attimo di sniffare inchiostro di china. Interrogarsi...
La Bulagna del Cinese, l'Eroico Sgomberatore di Fiumi e di CPT, ha ormai lo stesso odoraccio della Bulagna di Zangheri: eroina a pioggia, negozi vuoti ma scintillanti, funzionarietti scatenati e chiusura totale a qualsiasi istanza fuori linea. Di tutto ciò ai Mattotti, Aigort, Baccilieri & Co[glioni], bravissimi sulla carta (non Aigort), ma negati alla comprensione del reale, non gliene frega nulla: si sono accontentati ancora una volta di un giro di dedicaces in piazza, di qualche citazione sulla stampa locale - l'agognata visibilità - e sui motivi di questa patetica, improvvisa, comica apertura istituzionale ai fumetti non sono riusciti a porsi mezza domanda. Proprio quest'anno? Proprio a Marzo? In cambio di qualche biglietto d'aereo A/R o qualche ristorante, preferiscono non ricordarsi che molti di loro in 'sta città qualche annetto lo passarono. Un po' di paillettes, un viaggio pagato, un gettone e subito la testa gira... gira...
Quasi come i miei coglioni.
Capisco che per chi viva e operi a Parhì, o in Piemonte, le menate bolognesi possano apparire appunto solo menate, ma insisto: la dignità, l'interrogarsi sulla propria utilità, il medio levato ai furbazzi sono ottime cure anti miopia, anti Cofferangheri, anti puttanate. Aigort, non ti eri proclamato l'Araldo dell'avanguardia soft? Certo avanguardia non sei stato mai, ma vederti trasformato così convintamente in budino, così velocemente... Io di te lo capii appena ti vidi i baffetti, ma ad altri può fare impressione.
Naturalmàn, come sempre e sempre e sempre, alla fine i fumettari faranno ciò che parrà loro meglio. E' una vita che lo fanno, quindi figurarsi. Se faranno spallucce loro, pazienza, lo farò anch'io. Adesso però come stanno le cose lo sanno. Almeno stavolta.
Luce da Luce.
Posted by Mauro Baldrati at 12:42 | Comments (51)
Festival del fumetto / Magnus
La città di Bologna, in passato distratta verso il suo cittadino Roberto Raviola, che col nome d’arte di Magnus è stato uno dei grandi maestri del fumetto del Novecento, si è svegliata. All’interno della rassegna Festival internazionale del fumetto, col patrocinio, tra gli altri, del Comune di Bologna, Provincia di Bologna, Pinacoteca Nazionale, Accademia di Belle Arti, è in programma la mostra Magnus, Pirata dell’Immaginario, la più importante antologica mai presentata sull’artista scomparso nel 1996.
Tra le opere esposte, le tavole dei personaggi che lo hanno accompagnato nel suo percorso: dalla prima produzione con Kriminal, Satanik, Alan Ford e Maxmagnus, alle opere della maturità come Lo sconosciuto, I Briganti, 110 pillole, Milady e il Texone, albo speciale di Tex Willer, considerato il suo testamento artistico.
Il progetto si completa con un convegno (15- 16 marzo-Pinacoteca Nazionale-Sala Gnudi). Tra i relatori Antonio Faeti, Vittorio Giardino, Loriano Macchiavelli, Aleksandar Zograf, Giovanni Romanini. Gli interventi del convegno, più altri saggi scritti per l’occasione, saranno pubblicati nel volume illustrato Magnus, Pirata dell’immaginario edito da Black Velvet.
Bologna Pinacoteca Nazionale, Via delle Belle Arti 56, dal 16 marzo al 23 maggio.
Orari: martedi-domenica h 9-19
Info: tel. 051 233401
info@bilbolbul.net
Posted by Mauro Baldrati at 09:19 | Comments (4)
13.03.07
Verità ultime e spiegazioni penultime
[Questo articolo di Massimo Adinolfi è apparso questa settimana in Left Wing. gm]
Si può esser certi che la maggior parte delle persone minimamente interessate alla cosa considera che la questione dei rapporti tra fede e ragione sia una questione filosofica. In effetti lo è, ma cosa comporti il fatto che la filosofia sia la sede deputata per l’istruzione di una simile questione non è chiaro quasi a nessuna di quelle persone. Chiarirlo dovrebbe essere un compito preliminare; e invece, da Papa Benedetto XVI in giù, sembra che si possa bellamente ignorarlo, lasciando che la questione diventi subito e soltanto se vi sia accordo o disaccordo tra ragione e fede. È questo, infatti, il problema che viene sollevato dal papa, per esempio nella celebre lezione di Regensburg (12 settembre 2006: la lezione che fece arrabbiare i musulmani, e che aveva al suo centro la “razionalità" della fede cristiana – «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio» – opposta alla “irragionevolezza" della fede islamica in un Dio assolutamente trascendente), o nel discorso ai vescovi svizzeri (9 novembre 2006: «La nostra fede è una cosa che ha da fare con la ragione, può essere trasmessa mediante la ragione e non deve nascondersi davanti alla ragione, neanche a quella del nostro tempo»). E’ questo il problema che torna ancora di recente nell’ultimo discorso di Camillo Ruini dinanzi alla Conferenza episcopale italiana, e che rimbalza dalla Conferenza ai giornali, devoti o no. [continua a leggere l'articolo in Left Wing]
[ulteriori considerazioni di Massimo Adinolfi sulla questione]
Posted by giuliomozzi at 12:01 | Comments (49)
12.03.07
Destrutturazione Borat
di Mauro Baldrati
Leggo su un blog che si chiama chissenefrega: “non ho visto Borat, né mi passerebbe mai per l’anticamera del cervello di farlo. Anche perché un film presentato con claim del tipo: ‘il film più divertente di tutti i tempi’, oppure ‘un film che riporterà le ambulanze fuori dai cinema’ sinceramente, mi sa tanto di bufala megagalattica da dieci chilometri di distanza".
Mi sono chiesto perché il semplice lancio pubblicitario di un film (tra l’altro una produzione a basso costo) – con le solite formule un po’ altisonanti – sia sufficiente per provocare una tale chiusura a priori verso l’opera stessa. In realtà Borat è un film originale, spudorato, che si spinge oltre il grottesco e il trash, oltre l’underground. Era dai tempi del film-maker hard americano Johnny Waters (il regista di Pink Flamingos, del 1972) che non si assisteva a una sfida non reticente ai canoni narrativi cinematografici. Borat vaporizza il genere, fa scoppiare i Mounty Python e la loro carica dissacrante-aggressiva in un mix di provocazione, demenza, violenza verbale; destruttura lo stile della narrativa per immagini.
Borat è un reporter televisivo kazaco che vive in uno sperduto villaggio nel caos assoluto, tra personaggi mutanti, animali, escrezioni corporali, dove le donne sono prostitute o schiave, dove si rappresentano gli ebrei come esseri mostruosi che fanno le uova (“uova di ebreo"). Vuole imparare la tecnica televisiva americana, vuole essere moderno, così, con un produttore matto come lui, parte per l’America.
E qui, in un gioco finto di candid camera, con una fotografia volutamente orribile, con riprese sgangherate che sembrano girate col telefonino, la pazzia terminale dei nostri due kazachi si salda con quella scientifica, altrettanto scoppiata, degli americani. Incontra dei personaggi minori del sistema americano, quasi sempre anziani, brutti, obesi, per chiedere consigli e lezioni sull’american way of life. Passa da un episodio all’altro, da una follia all’altra, come un navigatore dell’assurdo: vuole comprare un enorme Suv, ma vuole sapere se va bene “per uccidere un ebreo"; il venditore, imperturbabile, dice che a una velocità di “circa 55-60 km all’ora" il risultato è assicurato; va a un incontro con un gruppo di femministe e si mette a discutere sulle dimensioni del cervello della donna, che – assicura – sono inferiori a quelle dell’uomo; a cena coi componenti di un’associazione di bon-ton va alla toilette, torna coi propri escrementi in un sacchetto e li mostra in giro, perché non sa dove metterli. Attraversa gli States verso la California per incontrare Pamela Anderson, che vuole sposare, piomba in un simposio di fanatici religiosi, tra studenti universitari schizzati e violenti, che lo coinvolgono in un delirio verbale allucinogeno. Tutto nel film, i personaggi, il grottesco, i dialoghi, i sentimenti, il comico, viene depauperato e smembrato, ridotto a puro stato gassoso.
Attualmente Borat ha sfondato nel mondo e ha guadagnato, a tutt’oggi, 250 milioni di dollari. Il governo kazaco, che aveva protestato per l’immagine deteriore dello Stato del Kazakistan, è ora euforico, perché si moltiplicano le richieste di visti turistici (tutti vogliono andare a vedere il mondo di Borat), e ovviamente il sistema dello show businness non sta certo a guardare. Dopo essere stato sbertucciato oltre ogni limite, il suo ventre molle sta già metabolizzando un Borat 2 e la ristrutturazione della destrutturazione è già in atto; pare che anche Rupert Murdoch sia coinvolto. E il nostro attore comico inglese, Sacha Baron Cohen, che ha inventato e prodotto il personaggio, sembra che dopo circa sette minuti di riflessione abbia già accettato con entusiasmo.
Posted by Mauro Baldrati at 09:24 | Comments (33)
10.03.07
Appello ai cattolici
di Massimiliano Parente *
[Massimiliano Parente mi invia questo appello, che viene pubblicato oggi nel quotidiano Il Riformista. Volentieri lo pubblico qui e, beninteso, non lo sottoscrivo. gm]
Perché le unioni civili in Italia mettono in pericolo la famiglia? Perché la Chiesa viene ascoltata in nome dello stesso popolo che trent’anni fa l’ha sconfitta sull’aborto e sul divorzio? Perché non rimettere in discussione anche il divorzio? Perché se l’embrione è “persona" non rimettere in discussione anche l’aborto? Siete sicuri, politici cattolici, elettori cattolici, di essere la maggioranza? Cari Giuliano Ferrara, cari Vittorio Sgarbi, cari Antonio Socci, cari finti liberali neoguelfi, cari credenti fedeli o atei devoti o comunque vogliate chiamarvi, personalmente mi avete convinto. Ma allora vi chiediamo un altro piccolo sforzo. Se è vero quanto dite, se la Chiesa rappresenta il popolo italiano e non una parte, non potete tirarvi indietro. Abbiate il coraggio della verità, e di trarre le conseguenze dalle vostre parole.
Poiché la maggioranza della classe politica si oppone alle unioni civili tra omosessuali o tra eterosessuali in difesa dei valori cattolici e della “sacralità" della famiglia; poiché il punto di vista religioso e la voce del Vaticano è predominante nel voler imporre questi valori anche a chi cattolico non è; poiché noi laici, liberali, libertari, e illuministi, messi all’angolo dall’altissimo pensiero cattolico, avendo perso la battaglia sui nostri diritti, vogliamo tutelare i vostri doveri, rispetto ai quali sarete certamente d’accordo, vi chiedo di firmare il presente appello per favorire referendum o proposte di legge che sanciscano, per le famiglie cattoliche:
1. Abolizione del matrimonio civile, non riconosciuto dalla Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
2. Abolizione del divorzio, severamente condannato dalla Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
3. Divieto di copulazione non “unitiva e procreativa", come stabilita anche dal diritto canonico della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana contro gli eterosessuali cattolici che commettessero atto sessuale e fornicativo a scopi di piacere, ivi incluso l’onanisno, indicato come peccato mortale quanto l’omicidio o il rapporto sessuale tra persone dello stesso sesso.
4. Divieto di aborto, che sia punito anche penalmente come omicidio, anche se praticato prima dei tre mesi, dal concepimento in poi.
5. Divieto, per Silvio Berlusconi, Pierferdinando Casini, e qualsiasi esponente politico cattolico divorziato, già interdetti a ricevere la Santa Comunione dalla Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana (Catechismo, art. 349), di parlare in nome del cattolicesimo.
Ho fede, in nome della Vostra Fede, che questo appello troverà ampio consenso tra deputati, senatori, intellettuali, giornalisti, Cei, partiti, circoli dellutriani, margherite e elettori cattolici italiani giustamente preoccupati per i valori dello spirito e della famiglia messi in pericolo dalla modernità, dall’edonismo e dal laicismo imperante. Il credente che non fosse d’accordo è pregato di fornire argomentate ragioni, possibilmente in nome di Dio o giù di lì.
*scrittore
Posted by giuliomozzi at 09:22 | Comments (84)
09.03.07
Artisti in mostra / Filippo Scozzari
Filippo Scozzari, tra i fondatori della rivista Cannibale nel 1977, con Tanino Liberatore, Andrea Pazienza, Massimo Mattioli, poi disegnatore di punta di Frigidaire, fotografato all’inaugurazione della sua mostra “Il Reale e la sua Boria" alla galleria Capodilucca, Via Capodilucca 12° a Bologna. Fino al 15 marzo.
Ingresso gratuito.
Informazioni: 051 253164 www.capodilucca.it
Posted by Mauro Baldrati at 23:53 | Comments (5)
08.03.07
Statement from Ezio Mauro, editor in chief of italian newspaper "La Repubblica"
About the agency takes coming from Afghanistan and reporting false news about Daniele Mastrogiacomo's activity, Ezio Mauro, editor in chief of "Repubblica" newspaper has stated the following:
- Hereby we declare that Daniele Mastrogiacomo, born in Karachi (Pakistan), September 30th, 1954, married with two children, is an Italian citizen.
- He has been a journalist of the newspaper “La Repubblica" since 1980, in charge of foreign politics. He has no relationship whatsoever neither with military organisms nor with police or Intelligence Services of any kind or country. In Italy he is also Advisory Member of the Regional Council of the Association of the Journalists (Lazio and Molise).
- He has been in Afghanistan since Wednesday February 28th and more specifically he has been in Kandahar since Sunday March 4th, exclusively and solely in order to write news reportages.
Posted by giuliomozzi at 01:10 | Comments (0)
07.03.07
L'arte di litigare
[Diventiamo sempre più litigiosi. Nel litigio ci si può anche specializzare, fino a farne una vera e propria forma d’arte negativa. Il litigio comporta delle alleanze, delle recite, dei giochi di ruolo. Sull’argomento, sulle sue dinamiche, pubblichiamo un’intervista al dottor Alfredo Rapaggi, consulente psicologo della RAI e direttore del Centro di Psicologia Mosaico di Bologna. L’intervista è stata realizzata da Caterina Cingolani di RAI 3].
Perché si litiga?
Bisogna considerare la cosa da più punti di vista:
a)la comunicazione: si litiga quando la comunicazione è simmetrica. Lo schema della simmetria vede le due persone una di fronte all’altra, entrambe decise a conquistare la stessa posizione, e nessuno dei due vuole cedere all’altro.
In questo senso non si litiga se uno dei due prevale o viceversa se uno si sottomette. La coppia che non litiga, almeno in teoria, è quella in cui chi vuole prevalere trova l’altro pronto a sottomettersi.
b)il controllo dell’ambiente: si traduce in sensazione di dominare i propri conflitti interni: l’altro viene utilizzato come copia di se stessi e si cerca, con il litigio, di portare all’esterno i conflitti interiori. Così si ha la sensazione di gestirli e di tenere sotto controllo l’ansia che ne deriva. In questo caso non si litiga quando ci si rende conto che i conflitti esistono e si affrontano e si attenuano con gli strumenti adatti, psicoanalisi, autoanalisi o forme simili di psicoterapia.
c)l’energia: noi prendiamo energia in vari modi, respirando, mangiando, scambiando qualunque contatto con l’ambiente. Accumuliamo energia quando non la scarichiamo: una parte di questa energia possiamo chiamarla aggressività; è quella che viene impiegata per vivere, per i gesti quotidiani, per affrontare gli avversari e superare gli ostacoli. Una parte la chiamiamo sessualità, e la usiamo per la riproduzione o più semplicemente per una vita affettivo-sessuale soddisfacente; una parte viene sublimata, cioè usata per attività culturali, artistiche o sociali. Dobbiamo immaginare un tubo che si divide in tre per distribuire energia. Se uno dei tre tubi si ottura, per esempio se l’aspetto affettivo-sessuale non funziona, gli altri due sono chiamati a sostituirlo: aumentano quindi l’aggressività e/o la sublimazione. Poiché nella maggior parte dei casi la sublimazione è meno coltivata, è più diffusa la tendenza ad usare l’aggressività in tutti i modi possibili. In senso energetico non si litiga se l’energia è ben distribuita nei tre settori, secondo la tendenza naturale di ogni persona. Una buona vita affettivo-sessuale attenua le possibilità di litigare e una intensa vita culturale può a sua volta assorbire energie aggressive in eccesso.
d)l’evoluzione: lo sviluppo psicologico, ovvero la formazione della personalità, vale a dire il tempo e il modo in cui la persona raggiunge la propria indipendenza. Le persone portano nella coppia, e in altri ambienti della vita quotidiana, il livello del proprio sviluppo. Se una persona adulta ha ancora un livello di dipendenza alto lo trasferirà nella relazione di coppia insieme a una conseguente ribellione: infatti quando la dipendenza continua a esistere oltre l’età infantile cova la ribellione, perché si scontra con la necessità di affermazione di se stessi, tipica dell’adulto. Da diversi anni a questa parte lo stato di dipendenza, negli adulti, è aumentato in modo esponenziale.
Come si arriva a litigare, e quali sono i meccanismi che regolano il litigio?
Premesso che i ritmo di vita attuali e gli stimoli subliminali creano condizioni di tensione, a volte esagerata, i due litiganti di una coppia vanno visti come due alleati, anche se strani. Nella maggior parte dei casi i partners, che poi si scoprono litiganti, si mettono insieme proprio con l’obiettivo inconscio di farsi la guerra. Si corteggiano e si uniscono per rendere forte il rapporto, in modo che possa resistere alla carica aggressiva. Ciascuno dei due conosce perfettamente il punto debole dell’altro e sa come e quando colpire. Ognuno sa anche che argomenti può toccare e sa quando deve fermarsi per non rompere la coppia. In questa alleanza i ruoli sono ben definiti: uno è “il provocatore", l’altro “il carnefice". Anche quando i ruoli si invertono, restano definiti in modo che la coppia resti solida nell’affrontare la guerra interna. Ci sono delle variabili, tra cui: a) introversione ed estroversione; b) femminile e maschile; c) logica ed emozione; d) intuizione e razionalità. Quella principale è senz’altro introversione ed estroversione. Una persona estroversa ha una capacità verbale e cerca facilmente il confronto immediato, mentre un introverso è più portato a trattenere, rimuginare e magari scrivere o rimandare la spiegazione a quando si sente a suo agio. Femminile e maschile: la donna è più portata all’eloquio ed è tendenzialmente più emotiva; l’uomo tende ad essere più sintetico. Logica ed emozione: una persona più logica cerca la qualità del discorso, vuole che ipotesi e deduzioni siano esatte, una persona più emotiva cerca di sfogare la propria tensione, al di là del contenuto del discorso. Intuizione e razionalità: chi è razionale mantiene a lungo la conversazione, o la litigata, cercando di ingabbiare il partner, o di logorarlo; chi è intuitivo trova pesanti i ragionamenti dell’altro e cerca di precederli.
Come si risolve la litigata in modo da limitare i danni?
O la si ferma prima che nasca o la si smorza in modo che non esploda. Nel primo caso sono necessari due accorgimenti: si fa l’analisi, o l’autoanalisi dei “vantaggi" inconsci che derivano dalla litigata. Quelli che per l’inconscio sono vantaggi spesso corrispondono alla necessità di porre fine a un conflitto, quindi di scaricarlo all’esterno attraverso un’altra persona. Ci sono alcune regoline anti-litigio, come invertire una frase quando c’è un’avversativa. Per esempio: “mi fa piacere vederti, però ho abbastanza fretta" si può invertire in: “ho abbastanza fretta, però mi fa piacere vederti"; oppure trasformare le frasi negative in positive. Per esempio: “non fare rumore che voglio dormire" diventa: “puoi fare più piano così posso riposare?". Infine le tre regole più importanti sono: parlare di se stessi durante il confronto, riferirsi alle proprie responsabilità e ai propri sentimenti. L’altro deve essere soprattutto ascoltato; di conseguenza non accusare l’interlocutore o il partner, perché le litigate si basano sulle accuse. Ricordarsi ogni tanto che la persona con cui rischiamo di litigare può essere quella cui vogliamo bene, il partner, o un caro amico. Quando bisogna smorzare i toni, la tecnica più importante si riferisce alle reazioni del corpo, che si sovraccarica di tensione. E’ una parte pratica, e si può sviluppare in diversi modi: chiudere gli occhi ogni tanto per almeno trenta secondi. Se possibile mettere una mano sugli occhi per creare una zona nera (il nero negli occhi è la base di un buon rilassamento); prendere un asciugamano e torcerlo con molta forza, emettendo un suono, possibilmente quello corrispondente alla rabbia che si prova, finché non ci sente scarichi; emettere suoni e lanciare epiteti; quando la tensione è abbastanza smorzata, fare la lotta. La lotta è un ottimo finale perché spesso tra due partners sfocia in un rapporto amoroso.
In conclusione, litigare può anche fare bene?
Può fare bene come sfogo immediato di un sovraccarico di energia aggressiva, ma è uno sfogo immediato, un sollievo temporaneo, che non risolve il problema.
Posted by Mauro Baldrati at 19:09 | Comments (3)
16.02.07
Auguri
di Mauro Baldrati
AUGURI ai manifestanti che sfileranno a Vicenza contro l’ampliamento della base militare, dalla quale partiranno le truppe speciali per le nuove operazioni di guerra di Bush;
a tutti – tutti coloro che saranno presenti ricordiamo le parole: “abbiamo anche bisogno di pacifisti alla Gandhi. Abbiamo bisogno di spazi per la comprensione, per la fede, per un atteggiamento che dice: ‘le mie mani porteranno soccorso e non guerra’. Abbiamo bisogno di coloro che rifiutano di impegnarsi nella violenza perché non vogliono vivere in un mondo violento" (Starhawk – Io sono un black bloc, Derive Approdi 2002);
che sia una manifestazione enorme, creativa, pacifica, che faccia venire il crepacuore a chi sogna lo scontro, le cariche, l’isterismo sui mass media, per vedere riflessa in uno specchio nero l’immagine della propria violenza interiore.
Posted by Mauro Baldrati at 18:36 | Comments (75)
13.02.07
Di che ti stupisci Miche'?
di Mauro Baldrati
Ci eravamo stupiti perché nel disco di Eric Clapton e J.J. Cale vi era un opuscoletto pubblicitario dello store-Clapton che vende magliette, tazzine, ecc;
- Sharon Lawrence si era stupita (e indignata) perché il suo amico Jimi Hendrix era ridotto a pura merce dall’avida società che detiene i diritti della sua produzione e dell’immagine;
- ci stupiamo per come la storia, l’immagine e le opere di artisti che hanno dato la vita nel disordine di un’ispirazione, di un ideale, di un’ossessione, vengono sacrificate allegramente sull’altare del denaro, del profitto;
- robetta; ora nasce una bibita – anzi, una linea di bibite – in lattina che si chiamerà “Liquid Experience, l’energy drink di Jimi Hendrix";
- Michael Balzary, bassista dei Chili Peppers, quando ha appreso la notizia si è detto infastidito nel “vedere l’immagine e le sensazioni che Jimi Hendrix ha saputo darmi ridotte a pubblicità":
a Miche’, di che ti stupisci? Qua in Italia la coppia più ricca e più famosa d’Europa dialoga attraverso lettere sui giornali, come in un eterno reality; si specula su tutto, la guerra, la morte, l’arte, l’amore: di che ti stupisci ancora Miche’?
Tutto questo è molto punk.
Posted by Mauro Baldrati at 16:44 | Comments (12)
Dico: te lo raccomando (ovvero: se voi foste il giudice)
di giuliomozzi
[Il testo del disegno di legge sulle convivenze][ sullo stesso argomento]
Il disegno di legge governativo sulle unioni di fatto prevede che l'unione possa essere notificata all'anagrafe anche da uno solo dei due conviventi, a patto che questi provveda a informarne l'altro con lettera raccomandata.
Questa cosa è sembrata paradossale o ridicola a molti. A me sembra una cosa interessante, almeno in un caso.
Provo a spiegarmi con un esempio.
Immaginiamo un'unione di fatto. Lui e lei, o lei e lei, o lui e lui, o lei e lui: A e B. L'unione va avanti da un certo tempo, e ha tutti i requisiti per essere notificata (e quindi generare diritti vari ecc.). A è ricco, e possiede la casa in cui A e B abitano. B è povero. B vorrebbe sposare A, o almeno notificare l'unione di fatto (e quindi acquisire diritti ereditari ecc.). A non vuole, per ragioni sue: la relazione è asimmetrica (sul piano del potere), e a lui sta bene così (quante ne conosciamo, di coppie in cui le cose vanno in questo modo?).
B va in anagrafe, notifica, fa la raccomandata. A s'incazza e va a dichiarare che l'unione non esiste più.
Giunti a questo punto, si possono (credo) tentare le vie legali. B dice al magistrato: "Ma in somma, se l'unione c'è, di fatto, se il senso della legge è di dare forma legale a ciò che esiste di fatto, se l'unione c'è ci sono anche i diritti eccetera connessi. Tant'è che in anagrafe si fa una semplice notificazione. Ciò che va notificato esiste anche se non viene notificato, no?".
A dice: "Signor giudice: col fischio! Una coppia è una coppia se ciò che fa lo fa in coppia, ed è una coppia nelle cose che fa in coppia. Se io non voglio notificare non notifico. Se non siamo d'accordo sul modo di essere una coppia, è chiaro che non possiamo formalizzare il nostro essere una coppia, e che quei famosi diritti eccetera non si generano".
Se voi foste il giudice, a chi dareste ragione?
(In alternativa: ho posto male il problema?).
Posted by giuliomozzi at 13:29 | Comments (52)
12.02.07
La Scuola Italiana di Montevideo: leggere per essere più vicini all’Unione Europea
[le foto della Scuola, le foto del progetto sulla Lettura, sulla questione della lingua italiana in Uruguay e' possibile leggere l'intervista al Presidente della Camera Fausto Bertinotti]
Manteniamo le promesse: come preannunciato qualche puntata fa, abbiamo visitato la Scuola Italiana di Montevideo e ora possiamo affermare, senza temere smentite, che l’eredità dei fondatori non è stata dispersa.
Anzi.
La scuola é molto più bella di quanto potessimo immaginare,davvero una piccola città della cultura con 900 alunni.
Entrano appena svezzati (dai 2 ai 5 anni) nella “Casa dei Bambini" e continuano, anno dopo anno, sino al secondo ciclo della “Scuola Secundaria". Arrivano con un’invidiabile preparazione al conseguimento del titolo di studio legalmente riconosciuto dal Governo Uruguayano. Un ottimo biglietto per l’università.
La direttrice Adriana Testoni ci ha gentilmente mostrato l’intera area, dall’ingresso con la lupa che allatta Romolo e Remo sino alla palestra ricavata nelle navate della vecchia chiesa del Collegio del Sacro Cuore.
Sempre più meravigliati, porta dopo porta, abbiamo discusso con la direttrice di alcuni dei progetti portati avanti dalla scuola lo scorso anno.
Iniziamo dall’encomiabile progetto “AVVICINATI AL LIBRO CON L’UNIONE EUROPEA", la finalità, lasciatemelo dire in prima persona, è il mio sogno di sempre: stringere dei vincoli e condividere esperienze attraverso la Lettura.
Così nell’anno scolastico 2006 La SIM, l’acronimo per la Scuola Italiana di Montevideo, in collaborazione con la Delegazione dell’Unione Europea e le Scuole che rappresentano i diversi paesi membri presenti sul territorio ha portato avanti il progetto. L’azione delle varie classi è stata declinata per promuovere e diffondere il piacere della lettura. Perché qui a Montevideo credono ancora nella forza dell’esperienza della lettura. Da bibliofilo d.o.c. accarezzo una felicità incontrollabile a sentire degli slogan come “stimolare l’amore per la lettura tra i giovani e i bambini" e l’ancor più bello “stringere vincoli di amicizia, all’interno della propria istituzione e con altre istituzioni attraverso la lettura e i libri". Senza per questo perdere di vista la promozione della solidarietà.
Dietro gli slogan e gli obiettivi c’era la solida concretezza di realizzare una grande raccolta di libri da donare alle biblioteche delle Scuole Statali intitolate a paesi membri dell’Ue o ad altre istituzioni comunitarie.
La raccolta dei libri è stata organizzata attraverso“ l’amico lettore" che ha coinvolto tutti, dagli alunni ai dirigenti.
Tutto il personale della SIM ha donato un libro all’“amico lettore" che gli era stato assegnato per sorteggio. Ad una sola condizione: il “lettore" sorteggiato, dopo aver finito di leggere il libro affidatogli, doveva riportarlo alla Scuola e rimetterlo in circolo. Un’idea semplice, limpida e geniale. La vera concretizzazione del senso stesso della lettura.
E poi, finalmente, il primo settembre del 2006 nella bellissima Aula Magna della SIM tutti i partecipanti hanno condiviso le riflessioni e lo scambio di opinioni sui libri letti.
Quei testi sono stati davvero interiorizzati, l’oggetto-libro poteva continuare la virtuosissima staffetta: i volumi sono stati donati alle diverse istituzioni durante l’emozionante cerimonia alla Scuola Spagnola Cervantes.
E quest’anno la Scuola Italiana di Montevideo si sta preparando per celebrare degnamente il cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma.
Siamo certi che anche questo progetto entrerà di diritto nella storia di questa preziosa istituzione.
Di sicuro la Lupa dell’ingresso lo sa già e, sorniona, sorride.
Come sempre, hasta luego!
(c) La Gente d'Italia 2007
Posted by Tonino Pintacuda at 17:15 | Comments (0)
Il glorioso passato della Scuola Italiana di Montevideo
Il 17 settembre di centoventuno anni fa nasceva a Montevideo la “Scuola Italiana delle Società Riunite" su iniziativa di tre benemerite associazioni. “La Lega Lombarda", la “Società Aspirazioni drammatiche" e la società “Circolo Napolitano". Presto si unì anche la “Mutuo Soccorso fra gli Operai Italiani".
Per la Lega Lombarda firmarono il Dott. Leone Maria Morelli, il Prof. Pietro Ricaldoni, il Dott. Eugenio Cassanello e il Sig. Giovanni Restelli. Per la “Società Aspirazioni Drammatiche" furono il Cav. Luigi Colombo e il Prof. Albino Benedetti a siglare l’accordo. A rappresentare il “Circolo Napolitano" furono il Dott. Vincenzo Stajano e il Sig. Antonio Tommaselli.
Il sogno dei fondatori si concretizzò presto e con successo:
la prima sede in via Colonia divenne da subito una piccola città della cultura. E più cresceva il prestigio della scuola più le aule si rivelavano insufficienti a contenere i numerosi alunni.
Fu così che si cerca di realizzare dal nulla un “edificio moderno". Nasce così la storica sede di via Uruguay. Progettata dall’ingegnere Luigi Andreoni, divenne presto un centro importante di italianità. Le cronache del tempo parlano senza mezzi termini della storica sede come “orgoglio di tutta la collettività italiana".
Ma in capo a pochi anni e anche la sede di via Uruguay diventa insufficiente a contenere tutti coloro che vogliono studiare la nostra cultura e la nostra lingua. Nascono le prime succursali: in via Garibaldi e in via 8 de Octubre.
Sino al punto di svolta: la bellissima sede in cui ancora oggi la Scuola opera, la prestigiosa sede che fu della Scuola del Sacro Cuore, a Carrasco.
Da qui la Scuola continua a offrire corsi d’ottimo livello per non far perdere alle nuove generazioni il solido legame con l’Italia, primo fra tutte quello con la bella lingua di Dante e di Petrarca.
E sono finiti anche i problemi di spazio: il complesso di Carrasco, secondo quanto dichiararono in occasione del centenario nel 1986, “è in condizione di ospitare qualsiasi piano di sviluppo".
Leggendo le emozionate cronache del centenario scopriamo come la Scuola fosse già all’avanguardia venti anni fa. Proprio quest’anno si festeggia il centenario del metodo Montessori che qui portò alla nascita della “Casa dei bambini". Il bambino deve essere misura di tutte le cose del suo ambiente per crescere sano e attivo. La crescita dei bambini continua con la scuola elementare. Cinque classi più una sesta per completare il ciclo primario uruguaiano.
Nelle foto ingiallite dello speciale che il mensile A.N.C.R.I. dedicò al centenario intravediamo perfino un laboratorio di informatica e un laboratorio di Scienze pieno di provette.
Tutto era “a formazione dell’educando": educazione alla conoscenza, all’amicizia, alle relazioni, alla vita di comunità. Non manca l’attenzione fondamentale alla crescita del corpo con giornate sportive. A naturale completamento corona tutta l’opera svolta nei precedenti settori la Scuola Secondaria, ricca anche di attività complementari e orientative.
La Scuola Italiana è stata nei suoi primi cento anni una grande oasi felice oltre che una struttura all’avanguardia.
Nei prossimi giorni vi racconteremo cosa è cambiato nel corso di questi ultimi anni.
Il sito internet della scuola (http://www.scuolaitaliana.edu.uy/) è un ottimo portale: sembra proprio che l’eredità dei fondatori non sia andata perduta.
Come sempre: hasta luego.
Posted by Tonino Pintacuda at 17:12 | Comments (0)
04.02.07
Il salotto di Biondo Lambretta

[da appena una settimana e' attiva anche la sezione "rubriche" di BombaSicilia, ne diamo il lieto annuncio condividendo questo esilarante esordio di Biondo Lambretta. tp]
Ci siamo. Stamattina la lava panni sporchi di casa ha smesso di funzionare. Ha fatto l’ultimo giro quasi per inerzia e si è fermata con quel cigolio sinistro che pareva dire: “Visto che non servo più, mi rompo per sempre".
D’altra parte i tempi erano maturi per questa rivoluzione copernicana nel modo di dirsi le cose, belle faccia a faccia. Una volta che la tivvù ci ha fatto provare in tutti i modi quell’ebrezza strana ed imperdibile d’essere tutti un po’ protagonisti, che senso può più avere dirsi “amore mio , ti amo" o “vaffanculo", così, alla chetichella ed inter nos, quasi col pudore e col timore che il vicino ti ascolti.
Che senso possono avere quelle aride, misantrope e misogine litigate di coppia, magari bisbigliate con ritrosia alle sole amiche e ai soli amici del cuore, quando invece puoi avere una platea di milioni di occhi e di bocche spalancate che ascoltano le tue storie (sì, le tue, proprio le tue storie, mica quelle di una fiction)? E poi, vuoi mettere, questa platea che interagisce con te, entra nel tuo vissuto, nella tua casa, perfino nelle tue mutande, parteggia, da consigli e ti mette gratuitamente e con umano calore a disposizione tutta la sua esperienza. Magari perderai quell’insulsa pace da signor nessuno, quel tanto di decoro piccolo borghese, ma in compenso diventerai un personaggio da riconoscere per strada, tipo: “Ma lei non è quell’adorabile cornuto di “Stranamore"? Raggiante tu: “Sì, sono io". “E quella gran zoccola di sua moglie, li ha avuti poi in affidamento i suoi due pargoletti, la gran puttana?" E tu, un attimo contrito, ma poi di nuovo battagliero: “Sì, ma non finisce qui, sa. Mi hanno già invitato a ribadire le mie ragioni a “Domenica in".
“Ah, che bello, non me la perderò di certo".
Sì, è proprio così, i tempi erano già maturi. Eppure… eppure, perché la cosa non apparisse solo come una sana consuetudine acquisita e non una specie di galateo ben regolamentato da precise leggi, ci voleva proprio quello che è successo. Che un altolocato, un altissimolocato, con concorso di attrezzatissima consorte (attrezzatissima in tutti i sensi scenici) desse l’esempio esemplare di come si risolvono per il meglio queste cose.
Uno che di queste cose, fosse il massimo esperto. Uno che, per dire, come esiste la figura del “garante della privacy" rappresentasse il “garante della pubblicity", una specie di gran Maestro Cerimoniere del pubblico sputtanamento.
Adesso sì che, come una reazione a catena, tutti saremo veramente autorizzati a risolvere le nostre questioni sentimentali per mano di rotativa o di telecamera. Ognuno si industrierà a farla smettere finalmente con quel vocio insopportabile di pettegolezzi detti a bassa voce - manco si dovesse aver segreti per qualcuno su queste cose; i segreti sono buoni, ottimi, per crack finanziari e falsi in bilancio ed altre cose del genere. Da adesso in poi ognuno si industrierà come può e secondo i suoi mezzi a sciorinare i panni sporchi del suo menage familiare sul balcone più in vista possibile.
Per dire, l’altro ieri la signora Follonica Cario in Mascaroni, terzo piano scala B, alla fine della riunione di condominio ha cacciato dalla tasca del grembiule con cui usa da vent’anni fare le faccende domestiche - una specie di divisa sempiterna - un foglio piegato in quattro.
Lo ha dispiegato con cura e lo ha cominciato a leggere. Non senza difficoltà - ha fatto solo le elementari - ma con un appeal da telecamerata degna di migliori palcoscenici. Leggendo ha ripercorso, tappa per tappa, la fatidica storia del suo matrimonio - amore, abnegazione soprusi e silenzio - fino al recente giorno dell’ultima proditoria indegnità del marito (ndr. giovedì scorso): un pizzicotto nel deretano tondo e corposo di Filippa, la postina, giovane supplente del titolare Gregorio, sul pianerottolo del secondo piano. Il tutto visto dall’uscio sempre semichiuso e dagli occhi e orecchie sempre appizzate della sòra Assunta, che poi, a pizzichi e mozzichi e a furia di “e dai adesso che hai cominciato, dilla tutta" - la finta ritrosa - gliel’aveva spifferato tutto il misfatto, e glielo aveva condito con quella impepata finale di morale borgatara televisionizzata che, alfine, spingeva, esigeva una vendetta, come dire…pubblica.
La sòra Follonica, finita la lettura, il foglio l’ha ripiegato e se l’è riposto non più nella tasca del grembiule, ma nell’incavo del petto. E poi, all’assemblea che, dopo due ore di cavilli millesimali sul rifacimento del tetto, aveva finalmente goduto, come un branco di scimmie elettrizzate, di una pioggia di noccioline news in real time più che giornalistico, la sora Follonica, con faccia da mastino napoletano, ha detto solo questo:
“Adesso aspetto,almeno, (un macignale, “almeno") pubbliche scuse da mio marito."
Con decisione unanime, e tra uno sghignazzo particolarmente divertito, si è indetta un’assemblea straordinaria, “brevi temporis", per lunedì diciotto c.m. A cui invitare, che dico invitare, portare a forza di nerborute braccia condominiali, il signor Mascaroni Bivio (detto anche Trivio, tra i detrattori amici).
Nello spiazzo antistante la sede della riunione ho sentito gente che discuteva se non era il caso di invitare alla prossima assemblea parenti, amici, tutto il caseggiato e magari pure la televisione locale.
Posted by Tonino Pintacuda at 17:00 | Comments (0)
29.01.07
Negazionismo e opinioni salutari
di Massimo Adinolfi
[Questo articolo di Massimo Adinolfi è apparso oggi in Left Wing. gm]
Il disegno di legge approvato dall’ultimo Consiglio dei ministri su proposta del Guardiasigilli Clemente Mastella non c’entra granché con il negazionismo e la Shoah. Se gli storici possono stare tranquilli, tutti gli altri lo possono un po’ meno. Nei giorni scorsi s’è fatto un gran parlare dell’opportunità di sanzionare penalmente le aberranti falsificazioni razziste, che sotto le spoglie di ipotesi storiografiche mettono in dubbio che vi sia mai stato l’orrore dei campi di sterminio. Il presidente iraniano sembra averne fatto addirittura una vergognosa bandiera, sotto la quale chiamare a raccolta l’antisemitismo internazionale. E proprio guardando all’uso politico del negazionismo taluni hanno espresso il loro favore per il disegno di legge Mastella, nonostante l’articolo 21 della Costituzione, quello sulla libera manifestazione del pensiero, ne soffrisse un po’.
Ma il fatto è – si diceva – che la proposta Mastella col negazionismo non c’entra granché. E soprattutto, l’articolo 21 ne soffre un po’ troppo. [continua a leggere...]
Posted by giuliomozzi at 15:09 | Comments (3)
22.01.07
"Dalla parte di Lia"
In un post continuamente aggiornato, intitolato Dalla parte di Lia, Gattostanco raccoglie gli interventi sul "caso" di Lia pubblicati nella blogosfera. [gm]
Posted by giuliomozzi at 09:35 | Comments (0)
19.01.07
"Querelati, ovviamente"
Scrive Lia nel suo blog:
Li ho querelati oggi pomeriggio, sia il Corriere della Sera che Magdi Allam.
Per diffamazione, violenza privata e quanto altro.
Non so se mi spiego: il Corriere - il principale quotidiano d'Italia, dico - che pubblica a tutta pagina la mia corrispondenza personale, ricevuta illegalmente e senza uno straccio di autorizzazione al mondo, perché al signor Magdi Allam serve per aggredire un suo avversario politico.[...]
Leggi tutto l'articolo di Lia.
[L'articolo precedente su questo argomento, in vibrisse]
Posted by giuliomozzi at 08:51 | Comments (8)
16.01.07
Come si fa informazione ("Indecenza allo stato brado")
di giuliomozzi
Se vi càpita di leggere questo articolo di Magdi Allam nel Corriere della sera di oggi, vi prego di prendere nota della dichiarazione (di mezz'ora fa, nel suo blog) dell'interessata: "Io non ho mai avuto nessun tipo di contatto con Magdi Allam in vita mia. Né verbale, né epistolare, né in qualsiasi altra forma. Mai". La dichiarazione è intitolata: "Indecenza allo stato brado".
[articolo successivo sullo stesso argomento, in vibrisse]
Posted by giuliomozzi at 16:37 | Comments (45)
13.01.07
Lo spettacolo della violenza, il diritto/dovere di cronaca, la psicologia popolare e le preferenze dell'opinione pubblica
di giuliomozzi
In Repubblica.it di oggi c'è un articolo di Michele Serra intitolato Lo spettacolo del male. Dopo aver ricordato che un centinaio di anni fa ci si ammazzava tra vicini e parenti più o meno come ci si ammazza oggi (anzi, di più); e dopo aver detto che la differenza tra un centinaio d'anni fa e oggi è, in sostanza, che oggi siamo tempestivamente, minuziosamente e spettacolarmente informati d'ogni delitto familiare, domestico o condominiale; Michele Serra va a chiudere l'articolo con una doppia domanda:
L'attrazione per le storie fosche e crudeli, fin dai primordi della cultura orale e scritta, è una delle componenti forti della psicologia popolare. Ma siamo sicuri che l'impatto enorme e oramai incontrollato del delitto nell'informazione di massa, il proliferare di veri e propri format televisivi attorno ai fatti di sangue, il pullulare di "esperti" e criminologhi e opinionisti che paiono interessati a ingigantire i fatti anche per ingigantire il loro potere professionale e i loro cachet; siamo sicuri, dicevo, che tutto questo obbedisca solo al dovere di cronaca, al bisogno di conoscenza e di trasparenza, insomma ai diritti dell'opinione pubblica?
Oppure l'opinione pubblica, se interpellata, preferirebbe qualche zoomata in meno sulle macchie di sangue, e qualche notizia in più sui retroscena delle guerre, sui crimini "puliti" dell'economia e della politica?
Le parole chiave sono, secondo me, "psicologia popolare" e "opinione pubblica". Vediamo.
La prima domanda ha tutta l'aria di essere una di quelle che comunemente si chiamano domande retoriche. La seconda, pure. Quindi mi sento autorizzato a trattare le due domande come se fossero due affermazioni (magari due affermazioni delle quali Michele Serra non è del tutto sicuro: altrimenti non le avrebbe scritte in forma di domanda retorica).
Prima affermazione. "L'impatto enorme e oramai incontrollato del delitto nell'informazione di massa" ecc., non "obbedisce solo al dovere di cronaca". Non solo, sia chiaro, ma anche. Oltre che al "dovere di cronaca", "l'impatto" ecc. obbedisce alle esigenze di spettacolo della televisione ("il proliferare di veri e propri format televisivi attorno ai fatti di sangue"), all'avidità di fama e denaro di persone "interessate a ingigantire i fatti anche per ingigantire il loro potere professionale e i loro cachet", e forse anche ad altri interessi.
Interessi legittimi? Probabilmente sì, secondo me (non so secondo Michele Serra): non condivisibili (da me), ma legittimi. Che diventano però illegittimi (mi sembra che Michele Serra voglia far intendere) nel momento in cui si travestono da "dovere di cronaca" (e direi che si può essere

