09.05.08

L'infinita inumazione

di Demetrio Paolin

[trent'anni fa, oggi 9 maggio, il corpo di Aldo Moro veniva ritrovato cadavere nel bagagliaio di una R4. Ho pensato di pubblicare di seguito le pagine finali di Una tragedia negata, che riguardano proprio questo giorno. dp]

Aldo Moro prigioniero delle Brigate RosseUna donna cammina tre le rovine di un campo di battaglia, tra i corpi riconosce il padre. L’uomo è un fagotto posato per terra, rannicchiato nei suoi abiti ormai vecchi. La donna lo vede e incomincia a coprirlo con un pugno di sabbia. La sabbia passa tra le dita, mentre il braccio, che tiene teso sopra il corpo, corre dai piedi fino alla testa e all’inverso.
l gesto avviene nel silenzio irreale.
L’uomo è Aldo Moro, veste i medesimi panni che aveva il giorno in cui è morto, la donna che pietosamente gli dona questa infinita e lentissima sepoltura, è sua figlia.
Compie un gesto antico.

Il gesto avviene nel silenzio irreale.
L’uomo è Aldo Moro, veste i medesimi panni che aveva il giorno in cui è morto, la donna che pietosamente gli dona questa infinita e lentissima sepoltura, è sua figlia.
Compie un gesto antico.
Mentre la terra cade, arrivano gli uomini del commando delle Brigate Rosse. Stanno di fronte alla donna e al fagotto che hanno visto molte volte nei loro pensieri.
Rimangono stupefatti nel silenzio, vedono il gesto della donna.
Sanno che la sepoltura li riguarda. Li chiama in causa.
Sono turbati, ma ad inquietarli non è la donna: gli uomini delle Brigate Rosse sono abituati a vedere i parenti delle vittime, li conoscono, ne riconoscono una componente umana, che, invece, non hanno mai riconosciuto ai loro familiari.
Loro sono disposti, davanti a questa lunga inumazione, a riconoscere alla figlia il fatto che lei sia una donna e un essere umano. Il loro è uno stupore denso. Non è difficile immaginarla sulle spalle del padre, vederla giocare: non hanno difficoltà gli uomini delle Brigate Rosse a farsi un’immagine di questo. Lei non era un obiettivo, non era stata oggetto di un’inchiesta che poco per volta aveva spersonalizzato l’uomo a target da colpire.
La sabbia corre lungo il cadavere di Aldo Moro, che sembra un lunghissimo infinito piano; ogni manciata compre una parte del corpo dello statista e richiama i brigatisti ad una verità che non riescono ad accettare: Aldo Moro non è la Democrazia Cristiana, ma un uomo.
S’erano illusi loro, portandosi un’intera generazione appresso, che lui fosse fuggito dalla prigionia, e che il bagagliaio della R4 fosse vuoto.
S’erano illusi di aver sparato una raffica ad un’icona.
La sabbia, invece, si ferma, non lo trapassa da parte a parte, trova nella carne un ostacolo: è reale. Hanno tenuto prigioniero e ucciso un uomo, che aveva figli. Uno di essi, una donna, come Antigone, lo seppellisce.
Ora si presentano uno per volta davanti e dicono.
Io ho rapito suo padre, Aldo Moro.
Io ho tenuto prigioniero suo padre, Aldo Moro.
Io ho interrogato suo padre, Aldo Moro
Io ho sparato a suo padre, Aldo Moro, uccidendolo.
Io ho guidato la macchina e l’ho parcheggiata, e dentro c’era il cadavere di suo padre Aldo Moro.
Dopo queste parole la terra ha coperto interamente il corpo. E forse qualcuno potrà trovare il coraggio di scrivere la parola F I N E.

Post scriptum


Nel momento stesso in cui scrivo queste parole, mi rendo conto pienamente che l’immagine non regge. Capisco che anche questo paragrafo, ma l’intero capitolo, non concluda ma anzi lasci intatti tutto gli interrogativi.. All’operaio metalmeccanico, cui quest’ultimo capitolo è dedicato, spero di poter dare, prima o poi, una risposta più certa.

Posted by Demetrio Paolin at 09:07 | Comments (0)

05.02.08

La terza vita di Una tragedia negata / 3

Questa volta nei materiali aggiuntivi a Una tragedia negata è il turno di Luca Rastello, autore di Piove all'insù (Bollati Boringhieri). Ne lascio qui uno stralcio: "In realtà c'è un elemento che corrobora la tua tesi: in quel tempo non si aveva la percezione di quanto il parricidio, che si manifestava nel rifiuto del lavoro e nel rifiuto della presa del potere, fosse articolato. Queste due caratteristiche hanno avuto una portata che abbiamo potuto misurare solo decenni dopo. Cosa significava rifiutare il lavoro come "destino"? Da un lato significava vedere lucidamente il mondo di adesso, il mondo precarizzato di oggi, il mondo della comunicazione e della frammentarietà (non è un caso che i migliori copy siano i "sopravvissuti" di quel periodo); ma dall'altro il rifiutare il lavoro come destino e il potere come obiettivo erano due scelte enormi rispetto ai modelli precedenti, anche rispetto all'organizzazione morale. Non a caso la forma immediata e superficiale della ribellione fu l'immoralità, la contiguità con la criminalità comune, l'ambiguità nei rapporti sessuali. C'era un cambiamento antropologico che, in qualche modo, sovvertiva le gerarchie e i valori. C'era un depotenziamento della responsabilità".

Leggi Una tragedia negata: materiali aggiuntivi /3.
Leggi Tutti i materiali aggiuntivi a Una tragedia negata.

Posted by Demetrio Paolin at 13:19

25.03.07

Il mistero s'infittisce (2)

di Tonino Pintacuda

[il primo indizio]

misteri (c) Grenar A voler credere alle etimologie che tanto piacevano al filosofo Heidegger e al suo codazzo di lettori e annacquati imitatori, mistero deriva dal latino “mysterium", ma anche dal greco “Mystes" (cioè iniziato). “Mystes" deriva dal verbo “myo", che sta per “stringo", mi chiudo, da cui anche miope.

Mysticos, mistico, propriamente significa misterioso, riguardante i misteri.

Questa è l'etimologia, una linea che conduce all'origine, sulla scia di quanto Consolo pone a suggello del proemio al suo splendido “Spasimo di Palermo",

lì dove proprio storia, mito, verità e dolore si incagliano: “Ora la calma t'aiuti a ritrovare il nome tuo d'un tempo, il punto di partenza".
Torniamo all'origine, alle pendici dell'Elicona dove tutto ebbe inizio, con Esiodo e le sue Muse che si riferiscono proprio a noi, uomini d'oggi, ridotti a mero istinto, istinto che coincide con i nostri ventri, con quella pancia che solo saziata ci consente di metterci in cammino verso la soluzione di queste nostra nostra incursione che per forza di cose infittisce quello che vorrebbe svelare:

O pastori, cui la campagna è casa, mala genia, solo ventre, noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero, ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare

tratto da Quello che la letteratura ditta dentro. Scrivere con lo scolapasta

[La foto è di Grenar, qui l'originale]

Posted by Tonino Pintacuda at 17:39 | Comments (1)

19.10.06

Appunti per una giovinezza (in Nuova Prosa 45)

Clicca qui per avere più informazioni sulla rivista Nuova prosa[E' in libreria da qualche giorno il nuovo numero di Nuova Prosa, il quadrimestrale di narrativa edito dalla Greco&Greco Editori e curato da Luigi Grazioli. A questo numero si divide in due sezioni. La prima,narrativa, contiene contributi di Roberto Bertoni Cinque minime derivazioni, Gianni Cascone Carne rossa Carne nera, Marco Codebò Trippa accomodä, Vittorio De Matteis L'opera dei pupi, Gabriele Galanti Mi chiamo Steby Meuso e sugnu u malacarne, Aurelio Andrighetto Volumen Mr-1. La seconda, saggistica, vede gli scritti di Cristina Baldi e Filippo Secchieri Due letture di Una luce nerissima di Paola Capriolo, Monica Farnetti Tommaso Landolfi: la fortuna del paratesto, Enrico Minardi "Il movimento autonomo della parola", Agata Sciacca L'esperienza del sacro nel teatro di Pasolini, Alberto Sebastiani Bruno Arpaia narratore del tempo, Alberto Volpi La scrittura come nullificazione e Stefano Zangrando L'epokè romanzesca di Giacomo Sartori - Su Anatomia della Battaglia. Oltre 250 pagine (a 7,75 euro) nelle quali si può leggere anche un mio racconto dal titolo Appunti per una giovinezza di cui anticipo qui le prime 2 pagine. dp]

Appunti per una giovinezza

...a cui ben poco assomiglio

Il corpo di Luigi Tenco, tu non l’hai mai pensato. Ti è corso un brivido, però, quando hanno detto che avrebbero riesumato la salma per chiarire di che morte era morto. Come se questo cambiasse il corso di una storia, come se, 39 anni dopo, le magnifiche sorti del progresso potessero gettare un brillio corrusco su una verità solamente opaca: il cantante genovese Luigi Tenco è morto suicida in una camera d’albergo. Si è sparato con una rivoltella, un colpo alla tempia, ed è morto. Il tutto avveniva durante il Festival di San Remo del 1967 e tua madre non aveva ancora 17 anni.
A dire il vero, Tenco, genovese lo era d’adozione, perché nato a Ricaldone nell’Alessandrino, dove ora è sepolto, poteva considerarsi monferrino. E pur non essendo lontano, tu a Ricaldone non c’eri mai voluto andare, ma quel paese potevi descriverlo. E’ identico al tuo, messo in cima ad una collina, che lo vedi sbucare benissimo tra le vigne e i boschi, mentre ci passi vicino con un’auto. Ecco la strada si arrampica, sale, una curva dopo l’altra, poi la prossima, poi quella dopo. La chiesa parrocchiale - quella dove il non ancora cantante e il non ancora morto corpo Luigi Tenco avevano fatto la comunione e la cresima - sta nel punto più alto di tutto il paese, e il campanile svetta. Se, poi, ti sposti verso l’esterno, quando le case si diradano senza mai fretta in quella zona, che definirla periferica è ironico, certamente trovi il cimitero, il viale con i cipressi a ricordare i morti delle guerre.
Già, senza averlo visto, te lo figuri davanti: una strada bianca e lunga che arriva fino al centro del camposanto adagiato su una collina che degrada verso la valle, come la lingua di un animale che dorme. Lì da qualche parte c’è una tomba di famiglia di semplice marmo, così estranea da stonare con i modi contadini di queste terre. Tu per una tua impressione fortissima, invece, Tenco lo immagini sepolto nella terra, in un angolo discosto di questo cimitero, vicino la cinta muraria. Hai le mani nelle tasche, mentre guardi la lapide che porta solo il nome il cognome, l’anno di nascita, quello di morte e basta.
Immagini il corpo di Luigi Tenco.
Per la prima volta lo osservi veramente, la tua fantasticheria ti porta quel corpo, di cui ricordi una foto, dove si vedono le gambe larghe e irreali, e non fatichi a descrivere la schiena appoggiata al muro, le braccia molli lungo i fianchi e il viso disfatto per il colpo, reclinato da una parte. Ora, però, lo vedi qui nella terra ferrosa di questa parte di Piemonte, assediato dalle radici, che corrono dentro sotto nel più profondo, in questo nero marrone, nell’assenza di luce più totale, mentre i tuoi piedi stanno su fili erba luminosissimi e bagnati.
La natura poi avrà fatto il suo corso. L’anima di Luigi Tenco è divenuta una semplice X nel ciclo dell’azoto, una goccia di qualcosa, che è evaporata filtrando dalla porosità argillosa di queste zolle, ed è salita fino al cielo dimentico di queste parti, dove le nubi arrivano nude per fracassarsi come vetro sull’Appennino poco più in là.
Il vapore di Luigi Tenco, quello che rimane di questo corpo che tu vedi in terra, è diventato materia chimica inorganica: atomi di carbonio, ossigeno, idrogeno e sarà piovuto poco più in là sulle vigne e i frutteti che i contadini strappano alle rive e alle colline. Saranno piovuti i resti immateriali di Luigi Tenco sulle terrazze dei monti che scendono verso il mare, sui fiori della riviera che l’ha visto morire, sui sassi delle massicciate della ferrovia.
E pioverà ancora Luigi Tenco, e si confonderà con gli aranci e i limoni, con i gelsomini che stanno sui balconi, pioverà in gocce e fiocchi sul carname umano delle persone; e infine pioverà anche su se stesso, sulle sue ossa e sulla sua bara, ficcata nella terra, per finire il lavoro iniziato dai tarli, 40 anni or sono: altererà la composizione delle ossa, impregnerà quel che rimane dei suoi vestiti, provocherà reazioni nuove e sarà in cielo per rifare quella strada, che tu pensavi infinita e inarrivabile, quella strada che ti stupivi a pensarla, una scia bianca di sale come il mare, che a te sembrava di vedere dal balcone della tua casa ed eri piccolo.
E non capivi come le luci che vedevi nell’estate purissima non fossero quelle di Messina, quando stavi sulla terrazza dello zio Francesco, ma quelle più tristi di un paese vicino. Non capivi come quella distanza immensa di verde, che nella notte diventava nero, fosse diversa da quella che ti permetteva di guardare le luci del porto dalla collina di Saracinello.

Posted by Demetrio Paolin at 16:24 | Comments (2)

30.09.06

L'argine (un racconto sulle nuvole)

di giuliomozzi per Alberto Bertoldi

[Nel castello di Belgioioso, durante la fiera della piccola editoria Parole nel tempo, è stata ospitata una mostra del pittore Alberto Bertoldi, per la quale mi è stato chiesto di scrivere un racconto. Eccolo qui. gm]

Alberto Bertoldi, AbsconditusÈ estate, sono le sei del pomeriggio. Il signor Palomar decide di osservare il cielo. Prende un telo, monta in bicicletta, e si dirige in campagna. Pedalando lungo l’argine di una bonifica trova un posto che gli sembra adatto: il canale fa un’ansa, e tra l’acqua e l’argine si allarga un bel prato senz’alberi. Il signor Palomar scende dall’argine con la bicicletta in spalla – giusto un paio di scivoloni –, stende il telo in mezzo al prato e si distende. Il sole è già abbastanza basso, il cielo si può guardare – il signor Palomar non è disponibile a guardare il cielo con gli occhiali da sole.

Nel cielo, vede il signor Palomar, ci sono delle nuvole. A terra l’aria è ferma, ma nel cielo le nuvole si muovono velocemente. Non solo si muovono: sembrano contorcersi o ruotare intorno a un asse. Il signor Palomar conta una nuvola grande e tre nuvole piccole. Non ha alcuna idea, il signor Palomar, di quanto siano grandi le nuvole. Ha l’impressione che le nuvole che vede siano molto alte, ma si rende conto che in assenza di punti di riferimento altezza e dimensione sono difficili da stabilire. Quelle nuvole proietteranno la loro ombra da qualche parte, e osservando l’ombra si potrebbe stimare la loro altezza e la loro grandezza – forse –, ma dal suo punto di osservazione il signor Palomar non vede le ombre delle nuvole (come potrebbe? è steso a terra). Inoltre, data la posizione del sole, è probabile che ombre giacciano a terra a una considerevole distanza dal punto dove si trova ora il signor Palomar. Anche dandoci dentro con la bicicletta – il signor Palomar peraltro non è un tipo atletico – potrebbe essere impossibile raggiungerle prima del tramonto.

Leggi tutto il racconto scaricando un leggerissimo Pdf.

Posted by giuliomozzi at 23:13 | Comments (5)

25.09.06

Una sorta di misericordia (anticipazione BombaSicilia)

[Il trimestrale BombaSicilia, nato dalla testa empedoclea di Tonino Pintacuda, sta per andare alle stampe con il 7 numero. Il suggestivo titolo Fatti di giorni qualunque è stato declinato in vari modi e il mio, una dis-lettura di un dipinto di Caravaggio, lo anticipo qui. dp]

Una sorta di misericordia

di Demetrio Paolin

388px-Michelangelo_Caravaggio_029.jpg Tu cammini con me in via dei Tribunali.
Saliamo lungo la strada, io ti indico le cose come se tu ci fossi, anche se forse stai in qualche contrada nebbiosa. Ti vedo che guardi le scatole delle scarpe, ma io ti porto in questa via stretta e famosa delle budella napoletane.
E’ sera e ci sono dei sacchi dell’immondizia davanti all’androne di un palazzo. Sentiamo squittire, ma uno squittio forte, che rimbomba, vediamo muoversi la plastica e un topo ci attraversa la strada. Ecco. Sobbalzi.
“E’ un topo…"
“Sì…"
“Ma era gigante come un gatto, o una bestia strana"
“Tu ce l’hai con gli animali fantastici"
“Sì…"
“E chissà quanti topi avrà visto Caravaggio passando di qua"
E mentre ti dico questo, ti dissolvi e sparisci, perché non sei qui.

Il Pio Monte di Pietà sta in via dei Tribunali. La mattina fa diversa la città: non ci sono né topi e né ombre. Entro, tu non sei. Non ho idea di quando ti farai rivedere, vado direttamente al quadro, che è nella cappella dell’altare maggiore. Penso a Caravaggio che ha dipinto questa opera, perché fosse posizionata proprio lì. Quindi lo guardo per bene e immagino i paramenti dei preti secenteschi, i vestiti, le funzioni. Rivedo lo sfarzo potente di chi s’ingegna di convincere sé e i fedeli ad accettare la morte.
Allora mi alzo e vado fino alla balaustra e ti mostro il quadro.
Partiamo dall’alto, vuoi?
Guarda i due angeli muscolosi, potenti. Sono angeli quelli? Dipinti così, in quel modo? Non si abbracciano (anche se la guida lo dice), no quei si stanno picchiando. Caravaggio sapeva cosa voleva dire la zuffa. Conosceva le mosse che fanno i corpi in quel momento, lui stesso era uno così. La misericordia è violenta: è sopruso, è rivolgimento. Vedo gli angeli e penso a Giacobbe che combatte. Come lo racconta la Bibbia?

Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!».

Vedi? Per essere benedetti, salvati, graziati, bisogna alzare le mani e dare dei morsi, perché la misericordia è azione violenta. Ecco il nero da cui precipitano i due con la Madonna, che tiene stretto il dio bambino. Proprio come succede nei vicoli, quando ci si mena o si sentono gli spari, e allora le donne prendono il proprio figlio e lo tengono a sé come se la loro carne fosse indistruttibile, immarcescibile al male.

Le opere di pietà sono sei, ma Caravaggio ne aggiunge una, stravolgendo la norma. (Certe volte ripenso all’Amorino addormentato e mi dico che lui ha desiderato uccidere quel bambino solo per poterlo dipingere. Ma lasciamo perdere le mie fantasie da scrittore, ti voglio parlare di questo quadro, perché alla fine di tutto c’è una cosa che ti riguarda, ma devi starmi a sentire).
Le opere di pietà, secondo il vangelo di Matteo, sono sei: visitare i carcerati, dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, curare gli infermi, dar da bere agli assetati, ospitare i pellegrini. A queste il pittore ne aggiunge una, la settima: seppellire i morti.
Sul fondo del quadro vedi due personaggi, uno con una candela e l'altro che trascina qualcosa. Se osservi bene vedi che è un morto. Scorgi i piedi, ma immagini tutto: la schiena striscia per terra, le braccia che vanno dietro e il capo a seguire i sobbalzi del selciato. Il corpo è filiforme, l’uomo è morto di inedia (i libri di storia ti raccontano che nel seicento Napoli fu decimata da carestie).
Le gambe sono magrissime, si vedono le ossa e lo sterno mostra l’arpa delle costole, che sembra suonino. Mentre ti descrivo questa scena, mi rendo conto di riscrivere Se questo è un uomo. La pagina finale, dove Primo e un suo compagno stanno riversando sulla neve la cosa Somogiy. La cosa Somogiy era un uomo, che è diventato un pezzo, magro, vuoto, grigio. E ora viene lasciato sulla neve. Vedi cosa è la misericordia? Trascinare una povera cosa, un fagotto di niente sulla terra per lasciarlo lì oppure per tumularlo con altri cento in una fossa comune.
Me lo vedo il tipo che, sacramentando con dio e parlando con l’altro, che gli regge la candela, tira il cadavere.
Uno dice all’altro: Se li seppelliamo tutti nella stessa fossa, come farà dio a riconoscerli
L’altro: Dio è potente saprà lui come
Uno: sicuro? Se è così forte, perché allora non ci dà da mangiare?
L’altro: Che ne sai tu di dio? Che se lui vuole prende tutte le ossa e le fa risorgere
Uno: Io dico solo che questo morto mi sembra uguale all’altro che ho portato un’ora fa. E tra qualche anno questo po’ di carne non ci sarà e saranno solo ossa. Neppure dio può distinguere…
L’altro: Dio può…
Uno: Anche il male?
L’altro: Se vuole sì anche il male. Se dio è tutto, è anche il male.

Il quadro in primo piano ha un corpo, una schiena nuda, che cattura l’attenzione di chi guarda: è l’ignudo che un giovane cavaliere, San Martino, riveste. Mentre vedo la precisione dei muscoli mi dico che quest’opera è tutta pregna di cose di questo mondo che non sono di questo mondo.
Davanti a noi abbiamo un uomo nudo dipinto nell’atto di rialzarsi. Forse è uno dei tanti amati dal pittore, forse è il tuo fidanzato, forse sono io che mi alzo dal letto. E’ l’uomo dopo che ha fatto l’amore. Il corpo, che ne ha posseduto un altro, si alza per lavarsi e per andare al bagno.
Sarà capitato a te, come a me e non dubito che sia successo a Caravaggio, ma lui lo trasforma, lo reinventa.
Amare, fare sesso sono modi diversi di sublimare la nostra voglia di morire. Finito l’amore, ci alziamo, come risorgendo. Quello non è un semplice ignudo, un povero, ma rappresenta il corpo risorto, le ossa esenti dalla morte.
Il quadro è tutto così: prendere il quotidiano, quello che il pittore poteva vedere negli anfratti di Napoli, e trasformarlo in una cosa più potente. Ed è questo poi il motivo segreto del perché scriviamo parole su parole.

Mi viene in mente una lettera, che scrissi a Giulio Mozzi, dove gli parlavo confusamente di tutto questo, partendo da un racconto su mio nonno.
A un punto gli dicevo: “La mia redenzione è qualcosa che ha a che fare con la possibilità di dare carne e corpo, di ridare carne e corpo. Scrivendo di questi personaggi (lo sai mio nonno sta morendo, e io voglio ricordarlo con il racconto, ora che è in vita, perché so che quando morirà sarà tutto tremendamente più terrificante, più sconcertante e forse non avrò tutte queste parole, tutte queste frasi su di lui), volevo che la scrittura li redimesse dal male che hanno, dal male che compiono e dal male che subiscono".
E poi aggiungevo: “C'è, credo, un fondamentale legame, tra redenzione e relazione: e credo che questo legame stia nello scandalo.Quello che scriviamo, quando parliamo di qualcuno che conosciamo, produce in questo "qualcuno" una reazione che è quasi sempre di scandalo.
Una sorta di ‘io non sono così come tu mi scrivi, io non sono questa persona che tu hai fatto parlare qui, io non sono, io non sono...’. Lo scandalo è che la redenzione deve passare per la relazione con le altre persone, e questo significa mostarle per quello che sono. E le persone sono essenzialmente male".
In un certo senso io scrivo di te per farti del male e nel fartelo ti salvo e mi salvo. Quella schiena nuda, dopo l’amore dopo la morte, è simbolo di tutto questo. Caravaggio ha dipinto con la stessa rabbia con cui ha ucciso e io ora ci sto mettendo la medesima ferocia.

C’è un’immagine, l’ultima che cattura la mia attenzione.
Sulla destra c’è un vecchio incarcerato. Vicino a lui una giovane donna che gli porge il seno. Se guardi bene, sul grigio della barba vedi alcune macchie bianche. Sono gocce di latte che gli scivolano nell’atto della suzione. Con quest’immagine, il pittore rappresenta due diverse opere di pietà: visitare i carcerati e dare da mangiare agli affamati. E lo fa rappresentando la storia di Cimmone e di sua figlia Pero. Cimmone fu condannato a morte per fame in carcere, ma sua figlia ogni giorno andava a nutrirlo con il latte del suo seno.
Mentre guardavo questa immagine ti sei fatta in me di nuovo. Eri lì e ti ho fatto vedere il seno della donna, il suo guardarsi intorno perché non arrivi nessuno, il volto del vecchio e la sua fame vorace.

Ho sempre amato i quadri in cui la Madonna è ritratta con il seno scoperto che nutre dio bambino. Mi sembra l’unico momento pacifico del “farsi carne". Cosa avrà provato Maria quando dio le succhiava il seno? Paura, timore? O forse niente, ma in quel momento erano solo madre e figlio, senza abissi siderali a dividerli.
Ho pensato a te e al tuo seno in quel momento e avrei voluto bere il tuo latte.
Ho immaginato che qualcuno ti avesse meritata e che fossi madre di un bimbo. Allora ti avrei chiesto di bere, l’avrei fatto come Cimmone e dio stesso, prendendo il capezzolo in bocca e dandoti piccoli strappi, leggeri.
All’inizio ti avrebbe fatto male, ma poi avresti solo detto: ti nutro.
E infine avremmo riso di quel po’ di gocce che cadendo avrebbero macchiato la maglietta, l’unica misera grazia.

Posted by Demetrio Paolin at 09:04 | Comments (4)

19.09.06

Incontro con Dio

di Bartolomeo Di Monaco

Bart

(Ho letto poco fa su Nazione Indiana un bel racconto di Marino Magliani, in cui ad un certo punto l'autore immagina l'Aldilà. Così mi ha stimolato a mettere qui un mio vecchio racconto, non bello come il suo, però.)

Tu non ci crederai, amico lettore, ma a forza di nominarlo, una mattina che proprio non me l'aspettavo Dio mi comparve davanti e, svelando un animo tanto nobile e generoso, mi invitò a salire con lui in cielo.
Proprio così!
Me ne stavo nel mio giardino, seduto sotto i bei pini, che già in primavera mandano una consolante frescura, e svagavo con lo sguardo un po' di qua e un po' di là oltre la recinzione, quand'ecco che apparve proprio lì davanti a me Dio, allegro, esuberante, scherzoso.
Resto immobile. Non è possibile che sia proprio lui, Dio in persona!, mi dico. Ma l'aspetto è quello che conosco, che ho appreso dalle belle pitture e dai libri.

«Sono proprio io, il Padreterno» mi rassicura, e si siede accanto a me, e insieme guardiamo la strada, che in quei giorni era trafficata come non mai.
«Vedete, mio Signore, com'è diventata insopportabile la vita! Voi pensaste di edificare per gli uomini l'Eden, il Paradiso terrestre, e alla fine è rimasta questa Terra devastata.»
Qualcuno dei passanti mi osservava gesticolare, e si fermava incuriosito davanti alla recinzione. Non potendo scorgere Iddio accanto a me, restava lì impalato, incredulo di ciò che vedeva. Aspettava un po', eppoi, scuotendo il capo, si allontanava.
«Vorrei che conosceste il mio paese» dissi ad un tratto.
Mi sorrise. Fece cenno di sì e insieme uscimmo nella strada. Quel vecchio imponente parve ancora di più ingigantirsi. Le auto passavano e quell'uomo diveniva sempre più grande.
Giunti sul ponte, volle chinarsi a guardare l'Ozzeri, il corso d'acqua antico.
Davanti al piccolo cimitero si fermò. Entrò e chiamò quei morti ad uno ad uno. Mi parve che essi rispondessero a lui, e infine comparvero e gli si radunarono intorno.
Scherzava e rideva con loro.
Salimmo sul piccolo colle, dove sorge la parte più antica del paese. Lassù ci raggiunsero i rintocchi del vecchio campanile.
Fu proprio in quel preciso momento, mentre scoccava l'ultimo rintocco, che mi accorsi che il paese sotto di me si faceva piccino piccino, ed io stavo volando, e Dio era sopra di me e con le braccia mi teneva sospeso nell'aria, ed io scorgevo il paese e la mia città allontanarsi, e a poco a poco svanire.
«Ho paura, mio Signore.»
Ma Dio arrivò in un istante.
«Siediti qua» mi disse.
Stavo in un bel giardino, colmo di piante e di fiori, e Dio si sedette accanto a me.
«Ora non avrai più bisogno di fantasticare su quello che dico e che faccio. Guardati intorno, e sazia finalmente ogni tua curiosità. Questo in cui ti trovi è il giardino della mia casa. È qui che vengono a trovarmi gli angeli e i trapassati che vivono con me.»
Era un luogo meraviglioso, ricco di colori e di silenzio. Sentivo che lì si poteva essere felici.
Domandai notizie dell'arcangelo Michele.
«Vorrei tanto vedere se somiglia alla statua che si trova in cima alla chiesa della mia città.»
«Lo vedrai, ma non avere fretta.»
«Sono morto, mio Signore?» balbettai.
«Ritornerai sulla Terra» mi rispose sorridendo. «Ti ho portato quassù perché voglio che quando parli di me tu conosca davvero ciò che sono.»
«Non siete contento di me?»
«Parli a vanvera, a volte. E ti burli del tuo Dio.»
«Eppure vi ho sempre dentro il mio cuore.»
«Perché allora mi tratti come se fossi un bambino capriccioso, e non il Dio di Mosè, di Abramo, di Giacobbe?»
«La verità è che non riesco ad aver paura di voi, mio Signore. È così bello immaginarvi allegro, burlone, capace anche di commettere qualche imbroglio pur di raddrizzare le cose sulla Terra.»
«Pensi male di me quando le cose non vanno per il verso giusto, non è vero, briccone?»
«A volte non mi riesce di frenare il pensiero.»
«E chi ci rimette sono sempre io!»
«Mi acceca il troppo dolore che vedo sulla Terra. Soprattutto la sofferenza che colpisce gli innocenti, i bambini che non hanno colpa. Allora mi prende una grande tristezza, un grande sconforto. Perché fate nascere degli innocenti ciechi, storpi, senza gambe né braccia? Perché permettete che i grandi facciano tutta quella violenza sulla Terra? Non immaginate quanto sia difficile per un uomo semplice come me accettare questa vostra verità così spietata.»
Dio si fece pensieroso e triste e non parlò più.
Un gruppo di persone si stava avvicinando. Avevano l'aspetto di uomini in tutto simili a me, e compresi che erano dei trapassati.
Dio fece loro cenno di avvicinarsi, e vennero intorno a noi e Dio parlò a uno di loro.
«Vedi?» gli disse «Ancora sulla Terra ci si interroga sul dolore. Quanti millenni dovranno trascorrere perché l'uomo riesca a scorgere l'anima che ha dentro di sé? Ah, se cercasse di dialogare con lei, cadrebbe tutta la sua incredulità!»
Quegli uomini si sedettero accanto a noi, conversando con Dio. Dal modo di parlare e dalle cose che dicevano riconobbi Platone, a cui Dio s'era prima rivolto, e Aristotele, e Dante, Milton, e Goethe.
«Sarete fiero, mio Signore, di avere quassù ingegni come questi, che hanno fatto grande la Terra» sospirai, quando quegli uomini si furono allontanati.
Ma Dio m'indicò un uomo che si stava avvicinando.
«L'amore che costui sparse sulla Terra è ancora così grande che egli ne inonda quassù tutto il Paradiso. Si fece il più povero tra i poveri. Fu il più umile tra gli umili.»
San Francesco passò davanti a noi e non disse nulla.
«Perché, mio Signore, avete resa così complicata la vita? A mano a mano che trascorrono i secoli, tutto diventa più difficile. Serve davvero all'uomo il progresso? O esso invece non ci allontana sempre di più da voi?»
«Perché l'uomo mi sfida?»
«Vuole essere simile a voi.»
Dio si alzò e mi condusse in giro per il suo giardino e mi indicava tutti i fiori più belli. Si chinava, li contemplava e poi, rivolgendosi a me, mi ripeteva sorridendo:
«Che cos'è l'intelligenza dell'uomo a paragone delle meraviglie che stanno nascoste nella Creazione.»
«Ma voi lo amate, l'uomo...»
Giungemmo vicino ad un limpido ruscello, e Dio mi invitò a sedere sulla riva; quindi mi pregò di osservare, laggiù in basso, la Terra, che appariva azzurra e splendente.
Per uno strano prodigio, essa d'un tratto, a poco a poco, parve avvicinarsi e potei distinguere nitidamente i continenti, e poi, piano piano, riconoscere le città; e infine divennero grandissime le strade e le case.
Vi si agitava un'umanità disperata, frenetica, la quale, vista da lassù, faceva contrasto con la quiete e la bellezza della natura che le stava intorno.
«Lo puoi vedere da te ciò che sta succedendo sulla Terra per colpa dell'uomo.»
«Voi lo avete fatto così.»
Ci mettemmo a correre per i campi, e attraversammo boschi, foreste, fiumi, praterie sconfinate.
«Sono contento di trovarmi qui con voi» gli gridai al colmo della felicità.
E Dio mi sorrideva, mentre mi sollevava nel cielo e mi faceva volare con lui, a fianco delle aquile, dei falchi, delle rondini, dei gabbiani.
«Ti piace quassù?» mi diceva sorridendo.
«Fatemi restare con voi» lo supplicai.
Dio mi accompagnò sulla cima di un monte e di nuovo mi mostrò la Terra.
«Che devo fare, mio Signore, tornando sulla Terra, per rendervi felice?»
Dio non mi rispose. Mi tese invece la mano e insieme ci inoltrammo per un sentiero. Qua e là sorgevano piccole case, davanti alle quali la gente si radunava e conversava. Tutti quelli che ci incontravano, ci salutavano con grande calore.
«È bello qui. Se gli uomini lo sapessero, non avrebbero paura della morte.»
«Anche tu un giorno verrai quassù.»
«Ditemi dove sono mio padre e mia madre» domandai.
Sbucò proprio in quel momento da un sentiero un gruppo di angeli. Tutto contento, Dio esclamò:
«Questi è l'arcangelo Michele, che volevi incontrare!»
«Eccolo,» proseguì rivolto all'angelo «il lucchese che spesso si prende gioco di noi.»
L'angelo si staccò dal gruppo, e con le braccia spalancate mi venne incontro. Mi baciò.
«Non fatela andare in malora quella mia statua, lassù in cima alla bella chiesa della tua città» mi disse sorridendo.
Per un attimo mi sembrò di ritrovarmi proprio dentro la mia Lucca, nella bella piazza San Michele, e di avere il viso rivolto all'insù, verso l'angelo.
«Parla di me tutte le volte che vorrai» mi sussurrò all'orecchio, lasciandomi. «E parla anche di Dio, perché lui è contento di te.»
Dio stava zitto in disparte, e quando San Michele se ne fu andato, mi si avvicinò.
«Non ti ho condotto qui per mostrarti tuo padre e tua madre.»
«Sono felici?»
Dio non mi rispose.
Da quella cima di nuovo mi mostrò la Terra, e la cara sfera azzurra sembrò risplendere, farsi più bella.
Dio allora mi prese per mano e ancora una volta mi ritrovai sospeso nel vuoto. Sentivo il vento soffiare da ogni parte, e così compresi che il mio viaggio era per finire e Dio, a quella grande velocità, mi stava riaccompagnando a casa.
Mi ritrovai infatti nel mio giardino, e Dio era in piedi davanti a me.
«Sono stato più volte sul punto di annientare l'uomo.»
«Abbiamo tanto bisogno di voi, mio Signore. Come dobbiamo vivere? Non ci abbandonate.»
Ma Dio se n'era già andato.
Spesso mi domando, ancora oggi, se egli abbia udito quelle mie parole.
Lo penso lassù, in mezzo a quei boschi che io ho visitato con lui, su quei campi, tra i fiori, lo odo parlare con gli angeli, raccontare a mio padre e a mia madre di quella mia visita straordinaria, e vedo i miei vecchi genitori sorridere, ringraziarlo e scherzare con lui. E allora voglio credere di sì, che Dio mi abbia udito quel giorno e stia per confidare agli uomini il modo di conoscere, apprezzare e conservare per sempre l'amore, la pace, il silenzio, la gioia, la bellezza della Creazione, l'umiltà e la dolcezza dei nostri sentimenti.
E vedo l'arcangelo Michele che gli sta intorno, non lo abbandona un istante, e ogni volta lo incoraggia nei momenti in cui Dio prova dolore e sconforto per noi.
Con la più grande ostinazione lo supplica di non rinunciare ad amarci.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 12:22 | Comments (7)

02.09.06

Contronatura / Un'anticipazione dal romanzo in corso d'opera di Massimiliano Parente

di Massimiliano Parente

[Nel numero di agosto del mensile Blue è apparso un estratto da Contronatura, il romanzo in corso d'opera di Massimiliano Parente, già autore di La macinatrice. Pubblico qui il medesimo estratto, ringraziando l'autore per la gentile concessione. Il protagonista "fittizio" di Contronatura si chiamerà Massimiliano Parente e fatti, luoghi o persone vi saranno, come ha dichiarato lo stesso Parente (quello vero, non quello "fittizio") "puramente causali". gm]

Venuto in Puglia, nel tacco dello stivale, nel punto cartografico ideale per presentare la Macinatrice: a Lecce, Fondazione Verri, su un palco molto off con giovane poetessa molto on che mi stima e leggerà con voce sussurrata la scena dell’Anomante che qui, viste le facce stranite del pubblico, deve risultare tutto sommato non troppo in ma neppure così out. Tuttavia mai dare da bere prima ai convenuti, si finisce a tarallucci e vino, si traccheggia, non si inizia mai, e quando si aprono i microfoni è già finito tutto, non è mai iniziato niente. I miei viaggi sono spostamenti fine a se stessi e esaltazione dell’immobilità violentata, e proprio da questa contraddizione tragicomica riesco a trarne qualcosa di avventuroso. Se fossi Adorno o Weber o Benjamin mi sentirei alienato dal capitalismo e scendendo troverei una forma di liberazione nel popolo, invece sono io e mi trascino ovunque come uno splendido equivoco, snob persino rispetto a me stesso, non ho mai niente da dire e parlo per due ore di fila.

Non si capisce perché mai i treni che vanno a Sud facciano così schifo, i cessi sono allagati o rotti, i camerieri più gentili ma solo per chiederti di non considerarli camerieri e non presumere che debbano lavorare per te. La spiegazione più semplice è che le Ferrovie dello Stato risparmino sul Sud sia per lasciarti ambientare, sia per ridurre l’impatto ambientale, e intanto risparmiano sulle spese. Non si capirà mai, anche qui, l’eterna dialettica tra Nord e Sud, se è il Nord che rompe i cessi o il Sud che non li ripara perché il Nord non gli dà i soldi per farlo, cagandoci dentro e tirando lo sciaquone che però non funziona. A me piace il Nord perché non è il Sud e il Sud perché non è il Nord, esattamente come quando mi chiedono se preferisco il mare o la montagna o di che segno zodiacale sono, giudico chi ho davanti, non me stesso, giudico la risposta implicita nella domanda e rispondo sorridendo, non rispondo. Perché io non posso, io non ho tempo, se proprio devo finire in un circolo vizioso preferisco una sega, possibilmente circolare.

La Puglia è splendida perché c’è Zizzi, che vuole sovvertire il mondo e io sono con lui. Ma a parte Zizzi, olimpico e luminoso e sanamente folle, il bello è il provincialismo letterario di ogni regione italiana, ossia i poeti, identici a quelli di qualsiasi altra regione, i quali spesso scrivono anche “in prosa", e sono capaci di porgerti questioni astruse come “in prosa o in versi?", come se ti invitassero a cena e ti chiedessero “vieni a trovarmi vivo o morto?". Sono giovanotti cresciuti all’ombra di un campanile nel mito di Rilke e di Rimbaud, ce ne sono anche elegantissimi, spirituali e scalcinati ma anche con le macchine regalategli dal papà tirate a lucido, il fularino al collo, il faldone nel cruscotto con i cd contenenti decine di registrazioni di loro stessi che leggono Dante e Omero con voce impostata, sentendosi grandi. Ciascuno dispone di uno o più librini (o peggio “plaquette"), spesso pubblicati a pagamento, spesso svenevolmente intimistici o orgogliosamente arcaizzanti, che siccome nessuno gli distribuisce e nessuno gli compra sono loro a regalarti per primi, sperando tu li legga gratis. Io non ho mai capito cosa gli scatti nelle testoline, quale folgorazione pseudoestetica o trauma infantile o visione mistica, quale ripiegamento di comodo nello scrivere due paroline e andare a capo, quale ignoranza di ciò che già nell’era moderna annotava Leopardi, il quale considerava le sue poesie delle forme di intrattenimento, mentre i suoi pensieri più densi li ha messi in un’opera infinita e atea come lo Zibaldone. Io penso che i poeti come i preti siano poeti per pigrizia e per posa, hanno avuto cattivi insegnanti alle medie e al liceo ma ci hanno anche messo del proprio, una qualche predisposizione al platonismo congenito (tant’è che se non sono cattolici sono astrologici, usano la poesia per negare la carne, la morte), altrimenti, volendo scrivere a qualsiasi costo, sarebbero diventati come chiunque, non dico scrittori ma almeno letterati o narratori. Ci vorrebbe un sociologo per farne un censimento e un produttore televisivo per infilarli in un reality show dove non si mangia se non cannibalizzandosi a vicenda. Bisognerebbe studiare un modo per costringerli a distinguersi mettendoli insieme in un beckettiano spazio cilindrico dalle pareti di gomma dura, lasciandoli capire che, nell’irrisorietà dei suoi versi, per essere almeno unico in quanto esemplare di specie, deve restarne uno, né più né meno, e alla fine morire anche lui. (Qui, nel sottobosco culturale salentino, è pieno di cloni di Carmelo Bene, ogni tanto salta fuori qualcuno che dice “vieppiù" e “nevvero", e gli è andata bene. Non è come a Napoli, dove ti asfissiano con il golfo, Eduardo e la Commedia dell’Arte. Non è come Napoli, dove hanno sempre l’alibi del vittimismo e dei Borboni pronto all’uso e poi il presepe e Natale in Casa Cupiello, dove a Nord hanno Casa Vianello. Qui al limite ci sono la malavita e il contrabbando ma intesi come risorsa, e anche come etica. I carabinieri e la Guardia di Finanza ti fermano perché hai la targa sporca, non per farti aprire il cofano dove Zizzi vorrebbe mettere Roberto Calasso per costringerlo a pubblicarci (“noi siamo due da Adelphi"), come De Niro e Jerry Lewis in Re per una notte di Scorsese, sono stato io a suggerirglielo e Zizzi, prima o poi, lo farà sul serio. Non è neppure come a Palermo: la mia guida spirituale, appunto il poeta Michelangelo Zizzi, un terremoto vivente, un’apocalisse a venire, è anzi il contrario del siculo, così verace e ospitale da offrirmi non una cesta di arance ma anche, implicitamente, la sua ragazza, perché “se mi tradisce con uno che stimo non sono geloso", e io, si sa, per tutti i pazzi come me sono degno di stima).

Non ricordo granché della presentazione perché ho bevuto troppo. Ricordo dopo, mi sembra, il pompino notturno a Martina Franca, in macchina con la mia lettrice poetessa, con la quale ho scambiato poche parole perché nessuno dei due aveva voglia di sprecarle, guardando un trullo secolare sullo sfondo, lì nel buio, dietro il parabrezza scheggiato dell’auto prestataci a notte fonda da Zizzi neppure fosse un film dei fratelli Piva. Un pompino di quelli strasucchiati, che chiudi d’istinto i finestrini lasciando appannare i vetri perché hai paura che il suono si effonda nella notte lasciando trapelare a distanza il nulla che c’è dietro. Un pompino resta un noumeno non definibile concretamente, neppure se fatto da una poetessa, neppure qui in Puglia, come d’altra parte il sesso umano nella sua totale e artificiosa simbolicità. Quando lo affermi nessuno ci crede, la gente vive talmente nelle proprie mitomanie da non distinguerne più la verità, convinti che il sesso, essendo il centro dell’esistenza, debba avere anche un qualche consistenza materiale, oltre che ontologica. Io sono così estenuato sessualmente che, una donna lo sente, non sono più un maschio comune e neppure il suo opposto, sono l’esasperazione kitsch di entrambi, schiacciato tra l’esserci e il non esserci e l’esserci ancora di più e ancora di meno e l’essere gentile con tutti, perfino con un aspirante scrittore di nome Giuseppe, diciassettenne con ansie giustizialiste che non vuole leggere libri ma scriverne per i barboni, “per riscattare la massa". L’eterosessualità maschile, in ogni caso, non ha niente di letterario perché il linguaggio è penetrativo e maschilista nella vita e non tiene nella letteratura, la cui estetica si regge e si legge sempre per opposizione. Ecco perché i romanzi delle donne ho dovuto scriverli io, ecco perché Miller e Bukowsky artisticamente fanno schifo e non riescono a avere un’estetica. Se la lingua parlata è centrata sul cazzo, uno scrittore che magnifica il proprio cazzo non sovverte alcun codice, e uno scrittore non può essere più realista del re, e neppure meno. Tutto questo solo perché, durante la presentazione, mi è scappato detto “un pompino, di per sé, non esiste". Avrà pensato di farmelo vedere lei, se esiste o no, non capendo, per eccesso di zelo, che farmi venire facendomi un pompino serve solo a provarmene ulteriormente l’inesistenza, ma intuendo che già questo è un ennesimo colpo di grazia perché mi sono già messo sotto scacco da solo, lei può solo renderlo matto. Sessualmente, droghe a parte, più godi di qualcosa meno questo qualcosa ha un qualche senso che non sia astratto. Questa sensuale poetessa dark ha i canini pronunciati da vampira, e ho scavato una nicchia nel mio immaginario troppo pop apposta per lei, così le schizzo in gola schiacciandole giù la testa. Non c’è nessun compiacimento maschile in me, la passione è tutta sua, io esisto nel mio sforzo di sottrarmi e nell’illusione di poter sublimare la realtà in un maschilismo subito, come se fosse possibile subire un pompino sfilandosi fuori dalla propria pelle e lasciando il resto dritto lì, a fare la sua parte. Io, devo essermi detto un giorno, non scrivo romanzi per trovarmi in situazioni del genere ma se proprio capitano, già che ci sono, mi butto avanti in prima persona per non doverci pensare poi in terza. Resto la parodia di un maschio e quindi un essere sessuale a tutti gli effetti, inclusa l’erezione inattesa che mette a rischio la mia desiderata impotenza ma, a pensarci, prevedibile, l’eccezione che conferma la regola monastica. Zizzi, naturalista e omeopata, dice che mi convertirà alla natura, io dico che ne ho già le palle piene di far confluire il sangue dove è ovvio, la forma più istintiva a cui la natura ti chiama, e che il sesso mi annoia. E allora cosa cazzo ci faccio qui? Il femminismo ha fallito perché, cancellato il cazzo come si cancella un affresco per vedere cosa nasconde, ha scoperto che sotto c’era un simbolo fallico, e di fronte a un simbolo che simboleggia se stesso il femminismo è andato a farsi fottere. Mi rendo conto che in Puglia, lontano da Naike Porcella, discorsi del genere lasciano il tempo che trovano, c’è molto di meglio: per esempio c’è Zizzi, si presentano libri, si mangia bene, si beve l’assenzio come nel famoso quadro di Degas. E ciò nonostante resta il fatto che un pompino è un’illusione. Pur essendo totalmente d’accordo con Leopardi per cui “pare un assurdo, eppure è esattamente vero, che essendo il reale un nulla non vi è nulla di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni". Pertanto il pompino esiste come esiste Dio nell’eucarestia, e infatti entrambi, in quanto invenzioni incarnate, presuppongono l’ingoio.

Qui in Puglia, come ovunque, non esistono avvicinamenti reali se non nei pensieri fisici percorsi negli scarti metafisici del corpo che non capisce più cos’è. In un pompino, poi, ciò è amplificato dal fatto che uno fa e l’altro riceve e chi fa possiede e chi riceve è posseduto. Nel sesso più c’è distanza più ci si può toccare, più ci si tocca più ci si conosce più si diventa indifferenti o profondamente complici della natura dell’incontro. Sarebbe come mandare un esploratore ogni giorno in avanscoperta nel giardino di casa sua e convincerlo a emozionarsi come quando da bambino credeva fosse una foresta popolata di mostri e belve feroci, ora che al massimo può inciampare nell’irrigatore o impigliarsi nell’amaca, ora che non dice più che da grande farà l’esploratore. Ciò non toglie che preferisca starsene lì nel giardino di casa sua perché diventato o stupido o saggissimo quanto all’irrilevanza dei luoghi. Solo che mentre la geografia è caduta, la fica, il cazzo e il culo ancora reggono, sono inganni perfetti, come la Trinità. Voglio dire: un pompino è un pompino, non esiste, ma è difficile convincersi che sia uguale a un’amaca.

E quindi, non avrà ragione lei? Restiamo in macchina a parlare del più e del meno e del niente, per fare lo scrittore intelligente invento un’analogia tra il barocco leccese e il suo modo di baciarmi (se c’è il bacio alla francese ci sarà pure alla leccese), la faccio ridere e lei, che ha ventidue anni e studia musica, due ore di piano al giorno da un decennio, mica storie, lei, qui, nella sua vita mortale, nel suo limitar di gioventù nello scenario di masserie così poco leopardiane, mi parla di sillabazione, scale aneminotiche e semitoni cinesi, ma così, per rendermi partecipe di qualcosa che la riguarda fino a un certo punto, è troppo intelligente per disegnare un cuore sul vetro appannato, e ho l’impressione che in questa sua musicalità pornografica capisca che in me non c’è nulla da capire, e mi desideri per questo, e io in effetti sono totalmente sincero, lo sono sempre anche quando mento, anche quando scrivo. Le racconto della presentazione del giorno prima, a Polignano a mare, libreria La Capagira, con quattro trozskysti cagoni e con i baffoni ma simpatici, e Valerio Marchi, fissato con gli ultras, cercavano di capire quanto io fossi di destra o meno, e devono esserci rimasti piuttosto male. La delusione maggiore che puoi dare a un comunista è non essere fascista, perché gli togli la possibilità di guardarsi allo specchio e aggiustarsi l’identità. Hanno talmente ideologizzato tutto che non si capisce come facciano due comunisti o due fascisti a scopare senza mettere sotto processo i propri genitali. Come è possibile che due di destra o due di sinistra si accordino su chi deve metterlo e chi deve prenderlo senza passare per lo Stato o il sindacato? Per me è diverso, a Zizzi questo non va giù, io sono filoamericano, sto con la Quinta Armata del generale Clark, mi piace la penetrazione in Sicilia e il Piano Marshall che all’inizio fu offerto anche all’Urss. Chiedo alla poetessa se ha voglia di essere inculata e mi risponde di sì, e non ho ancora capito se è di destra attratta dal mio cazzo di sinistra, se è di sinistra attratta dal mio cazzo di destra, se è una poetessa attratta da uno scrittore o se non è un cazzo e magari è lesbica e la fica sono io. Di certo ha voglia anche lei di sbrigarsela, senza troppi salamelecchi, e entrambi abbiamo voglia di innamorarci, ma non di noi, di qualcosa di più grande e di più piccolo, innamorarsi dell’assenza d’amore, che dell’amore è l’essenza. Pertanto proseguiamo, Io e la Poesia, nel mio freddo alloggio a piano terra riscaldato da una stufa che speriamo non esploda, Zizzi non ha badato a spese, anche perché sono io a pagare e per farmi risparmiare non c’è neppure la ciambella del cesso. Mi dilungo nell’esplorazione accurata della sua fica e del suo ano di poetessa così aperto all’imprevisto, al già scritto, a me. La mia è una sacra scrittura perché mentre la vivo l’ho già scritta, anche quando non l’ho vissuta e mi masturbo riesco a essere profetico: mi vivo in ritardo o mi scrivo in anticipo facendo finta di niente. Sento un brivido che dallo sfintere la attraversa da capo a piedi, non ho idea di come lecchino gli altri maschi ma io devo farlo con una particolare disperazione, una donna che sia anche femmina lo sa. La lingua di uno scrittore come me deve essere qualcosa di speciale anche quando non scrive, deve dare ogni volta l’idea di aggrapparsi a una chimera per l’ultima volta, senza troppi peli sulla lingua, quantomeno al principio. Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura e la diritta via era smarrita, le porte degli inferi si aprono con un cunnilingus tra le grandi labbra in una selva oscura di poetessa salentina, una divina commedia in cui la lingua cesella endecasillabi intorno al clitoride. Viceversa il buco del culo di una poetessa è uguale al buco del culo di una che non scrive poesie e neppure ha letto i miei romanzi, ma puoi permetterti di aprirlo anche più del necessario perché una poetessa pugliese, dai capelli così neri e per di più dark, non risparmia sulle proprie tenebre e le offre al miglior offerente. Dal suo punto di vista poi non ci sarà niente di più poetico che dare il culo a uno scrittore che dice che un pompino non esiste e il sesso è una finzione, una delle tesi della Macinatrice. Si è messa a quattro zampe come se fosse un atto naturale e consequenziale a ciò che scrivo, per stabilire una posizione tra poetessa e scrittore, credo, e dal suo punto di vista, giustamente, la missionaria non basta, siamo in Puglia mica in India. Io non faccio parte della conventicola che si illude ancora di comporre versi, lei lo sa, con me non c’è verso, lei ne è totalmente rapita, lei stessa non sa perché scrive versi e sa che io ho ragione e che sono un figo pazzesco. Siamo qui, casomai, per illuderci sulle ideologie minime, i simboli primari del sesso tra maschio e femmina, tra me e lei. Le allargo l’ano con determinazione, infilando le dita insalivate e aprendo e sputando dentro il cerchio nero della Puglia, finché non riesco a baciarla anche lì, rigirandole la lingua nel culo come se la baciassi in bocca. La inculo da dietro quasi sdraiandomi su di lei e tenendole le gambe aperte con le ginocchia e spingendo fino in fondo con cattiveria ancestrale, non le ho neppure chiesto quale esame sta preparando all’università né cosa abbia pubblicato per Nuovi Argomenti, lei abbraccia e morde il cuscino e soffia fuori il suo piacere mugolando e rilasciando un gridolino interno, kirkegaardiano a ogni affondo, e non capisco mai se lo danno solo a me o a chiunque, mi eccita comunque perché io non ci sono mai, perché io non posso fingere di amare e di non amare, perché nessuno può amare come amo io, che so che l’amore non esiste, come venire in Puglia a presentare un romanzo per dire che un pompino non esiste, come l’amore, come la poesia, come Calasso legato e imbavagliato nel bagagliaio di Zizzi.

Posted by giuliomozzi at 12:35 | Comments (53)

06.07.06

Ombrellone 136

di Silvia Colangeli

[Pubblico qui un racconto inedito di Silvia Colangeli, che ho ricevuto via e-mail, lc]

OMBRELLONE 136
(3° fila dal mare, 5° dalla passerella, al confine con l’altro stabilimento)

“È mio! Mio! Mio, hai capito? Mi-oo!"

Ogni tanto gridava così. Quando le conseguenze di quella sensazione che non l’aveva più lasciato dal giorno in cui la provò, venivano su in un attimo. Dovunque era. E lo facevano suo.
Non riusciva a controllarle perché non chiedevano, come invece il resto che provava, il permesso di poter essere. La rabbia, la gioia, il dolore, la paura, quello che da quel giorno provò (l’insieme di tutto questo), veniva vissuto fino all’ultima imprecazione, fino a desiderare di strapparsi via (gioia e paura), fino alla disperazione (dolore), fino in fondo (tutto).
Non c’era filtro, né contegno, né vergogna a fermarlo.
In balia della sensazione che da quel giorno in cui l’aveva provata non lo abbandonò più, lui era puro istinto.
Lui??

Certo che qui, ora, davanti a tutta la spiaggia, proprio non ci voleva pensò. Oltre a sembrare pazzo (la volta precedente al cinema la maschera gli chiese “gentilmente" di accomodarsi fuori la sala), doveva apparire un vero e proprio mostro: prendersela con un bambino così piccolo!
A quel grido (“è mmmiooo!"), l’angioletto si era paralizzato, bocca aperta e manine strette a pugno, dopo esser stato percorso dal terrore in ogni centimetro di paffuta vita accumulata. I suoi grossi occhioni blu si stavano riempiendo, brillando, in un modo che faceva presagire un pianto inconsolabile. Scoppiò, infatti, come previsto, dopo qualche secondo.
L’aveva soltanto preso in mano… voleva solo giocarci… non voleva mangiarselo quel gelato… dicevano gli sguardi infuriati dei tre-quattro genitori accorsi; vicini di ombrellone per i prossimi quindici giorni. Rabbiosi vicini d’ombrellone per i prossimi sconvenienti quindici giorni.
Già ieri aveva rifiutato (quanto più cortesemente, gli era sembrato) un giro di briscola, una fetta di cocomero, di commentare le notizie del giornale, rendendosi subito antipatico, e anche sospetto. Colpevole degli sbadigli (non si poteva giocare a briscola in tre!), dello sbiadire del rosso della fetta di cocomero che già avevano tagliato per lui (l’umidità colpiva anche i semi). Ostacolo agli ammiccamenti tra una famiglia e l’altra dove quest’anno, Angelo (il bagnino) aveva deciso di sistemare il suo ombrellone.
Veniva allo stabilimento Marconi da quando era nato. Le ultime due settimane di luglio.
Addirittura prima: dentro la pancia di un’irriconoscibile giovane e bella madre, sorridente in ogni foto; forse che allora era davvero felice? Non lo sapeva, lui non aveva mai creduto ai sorrisi di sua madre.
Angelo, come ripeteva ogni inizio stagione, l’aveva visto crescere a furia di ghiaccioli e alzate sulle punte per raggiungere il flipper o il jukebox, uno di quei violenti videogiochi che in quegli anni facevano impazzire tutti i ragazzini. Anche se, le ultime due stagioni, l’aveva detto meno fieramente; “l’ho visto crescere". Avrebbe smesso se gli confessava la verità?
Angelo non sapeva, lui non aveva ancora avuto il coraggio di dirglielo, che aveva fatto parte dei Fannulloni (Angelo non poteva permettersi di definire in altro modo i sacri figli dei sacri clienti fissi) che facevano castelli con la sabbia appena rastrellata, pisciavano nella doccia impestando l’intera cabina, che la sera giravano al contrario tutti i portatovaglioli. Che per dieci anni avevano reso la vita di Angelo un inferno.

Di certo, avevano fatto parte di quella banda i gemelli Girardi, il viziato primogenito dei Foschi e Carlo, detto “Carletto", che a sette anni mandava già a cagare genitori nonni e zii.
Ma non lui. Lui no!; Angelo non ci avrebbe mai creduto.
Quel bambino gentile e ben educato che ingurgitava litri di tè freddo e pacchi di patatine, non poteva essere e non sarebbe mia stato un Fannullone. Quel ragazzino gracile e silenzioso non avrebbe mai partecipato a simili crimini. Fosse stato per lui, Angelo ne era più che sicuro, se non fossero stati i suoi genitori ad obbligarlo, non avrebbe condiviso nemmeno le stesse onde, lo stesso gusto di granita o vaniglia con quei mascalzoni. Angelo aveva notato, quando preoccupato, quasi tremando, vedeva la banda salire verso il bar, che quel bambino rimaneva sempre in coda, le braccia incrociate dietro la schiena, senza correre, senza alzare fastidiosa sabbia, con passo lento, elegante, di già adulto, “da gran signore".
D’altronde, pensava Angelo, come poteva essere diversamente crescendo in una famiglia come la sua??…
Lui, che era stato quel bambino e quel ragazzino, non aveva ancora avuto il coraggio durante tutti quegli anni di dirgli la verità: anche lui era stato un Fannullone! Verità che, ad ogni modo, Angelo non avrebbe comunque creduto; così alleviava un po’ i suoi sensi di colpa. Ricordava perfettamente il sudore sulla fronte di Angelo quando rastrellava quella sabbia che lui e gli altri si divertivano a sparpagliare sulla passerella, la sua faccia mentre subiva le lamentele delle signore inorridite dell’odore di urina che proveniva dalla doccia. La verità, caro Angelo, è che con quei Fannulloni, ci stavo perché… oltre che per ordine dei miei genitori, “devi avere degli amici…", “…devi socializzare", perché… durante quei misfatti provavo, tra la vergogna e l’imbarazzo e il pensiero di te, forti sensazioni di piacere. Mai sentite prima, devi credermi Angelo!… questo gli avrebbe detto prima o poi. Tra un paio di stagioni, magari.
E poiché non gli aveva mai svelato quel segreto, non c’era motivo che Angelo ce l’avesse con lui. Era certo che fosse ancora affezionato a quel bambino come ad un nipote, nonostante la pancia e la barba di adesso, nonostante i passi di quel ragazzino, con gli anni, fossero diventati sempre meno eleganti.
Come aveva potuto, dunque, essere così sbadatamente crudele?
Decidere di sistemare il suo ombrellone fra due famiglie numerose e rumorose.
Perché proprio il suo?
Angelo aveva assegnato l’ombrello 136, tra il 135 e il 137, proprio a lui che una famiglia non ce l’aveva più, una propria non ancora e, almeno così pensava (ogni stagione sempre più convinto), mai l’avrebbe avuta.
In quel momento Angelo passò trascinando un lettino che una cioccolosa signora voleva un po’ più al sole. Lo guardò, al solito gli sorrise, e a lui non restò che maledire la consuetudine di attribuire colpe e responsabilità (nella e della sua vita) a chiunque gli passasse sott’occhio. E, accusare chi aveva avuto un qualche ruolo nella sua infanzia o adolescenza, gli riusciva decisamente meglio: Angelo non aveva smesso di essere il suo bagnino. Il primo uomo che aveva visto essere forte e grande e allo stesso tempo capace di amorevoli sfrucicate sulla testa.
L’angioletto era davvero inconsolabile. Doveva apparirgli un orco. Forse aveva paura che quell’orco facesse un altro dei suoi urli, e così non riusciva a smettere di piangere.
Sebbene stretto tra enormi e molli braccia della madre, nonostante il padre e lo zio e l’amico del padre ripetessero la sua cantilena riparatrice: “quel bruttto… trallàllero… quel cativo… trallàllero… quel bruto e cativo signore là… trallàlerolalà".

Brutto forse sì, brutto e peloso come un orco, era forse vero.
Dovevano pensarlo anche le tante donne in bikini o col costume intero (le preferiva) che incrociava sul bagnasciuga. Non lo sfioravano nemmeno per caso, attentissime a non creare situazioni equivocabili. Le tedeschine, le francesine e le inglesine che ridevano di lui, più o meno sfacciatamente, dello strato ricciuto che ricopriva indistintamente petto, schiena, mani e gambe, e la sera, pensando forse di nuovo a quell’uomo peluche, nel letto di una qualche prigione-colonia dei dintorni, rimpiangevano “i bei tempi", quando un Maschio italiano aveva fatto perder la testa alle loro nonne.
Una di queste ragazzette poco più che maggiorenni, una di quelle con i seni appena formati e i segni lasciati da costumini che cominciavano a stringere su fianchi ormai provocanti, bionde, occhi azzurri e lentiggini, che sapevano dire solo “ciao", “spaghetti" e da qualche anno anche “stronzo". Una di queste lolite, che ogni estate affollavano la spiaggia di Cesenatico, che a mezzogiorno ordinavano un cappuccino alla moglie di Angelo (la signora Mirna), l’aveva fatto letteralmente impazzire. Si chiamava Ingrid, aveva sentito chiamarla così dalle sue amichette, era della Baviera, ne aveva distinto l’accento sentendola ordinare quel “capucino" che veniva a prendere ogni giorno al Marconi, ed era di una dolcezza incredibile.
Lui non le aveva mai rivolto la parola nonostante nei suoi sogni, anche ad occhi aperti, era successo ben altro tra loro. Sogni che godevano della stessa dolcezza con cui Ingrid dosava lo zucchero (fermava la caduta dalla bustina un attimo prima che finisse), girava la schiuma del latte, teneva le monetine sul palmo della mano, scostava quei suoi capelli d’oro per poterle contare.
Un vero spettacolo!
Altrimenti, li avrebbe relegati alla notte quei sogni, impedito che gli occupassero le giornate, scaricato il peso etico e morale sull’inconscio. La signora Mirna si sarà di certo insospettita vederlo spuntare ogni giorno al bar alla stessa ora; Ingrid, da vera tedesca, o meglio, da vera bavarese, spaccava il minuto. Chiederle il giornale, quando lui sapeva benissimo dove Angelo sistemava i tre quotidiani (sopra al frigor dei gelati), ordinare un succo di frutta che regolarmene lasciava a metà; la signora Mirna sapeva che a lui non sono mai piaciuti i succhi di frutta.
Tutti i giorni, a mezzogiorno in punto.
Smise di presentarsi a quello appuntamento, lui era più che sicuro che anche Ingrid aspettasse quel momento, soltanto dopo che una sera la incontrò abbracciata ad un bullo con il cavallo dei pantaloni alle ginocchia, una maglietta con una scritta che recitava I Want you, i capelli imbalsamati in dritti spuntoni. Li aveva seguiti e spiati finché aveva potuto. In tempo, comunque, per vedere Ingrid che lasciava andare alle mani di quel pischello.
Mentre coi pugni stretti era rientrato in hotel, facendosi largo sul marciapiede tra i tanti turisti, sbattendo la porta della sua camera, buttandosi sul letto a faccia in giù, non si era accorto di essere vecchio, di provare un desiderio insano. Era semplicemente furioso, furioso con Ingrid, deluso di lei, ricreduto sulla sua purezza.
Pensò, infilando il pigiama, era disperato, si era scolato l’intero minibar, ma non si sarebbe mai concesso di dormire vestito, che la signorina (la dolce Ingrid) meritasse una sacrosanta punizione. Così, il giorno dopo, non si presentò all’appuntamento giornaliero con i suoi occhi carichi di desiderio, decise di non darle più la possibilità di arrossire e sperimentare come leccarsi le labbra davanti a un uomo, di sentirsi una donna. Pensò che Ingrid non meritasse più niente.
Da quel giorno la signora Mirna gli faceva porta giornale e succo di frutta, a mezzogiorno in punto, direttamente al suo ombrellone. Quell’anno il 136. Spesso era lo stesso Angelo a servirlo.

“Quel cativo… trallàllero… quel cativo signore là"; la cantilena pareva essere giunta al gran finale. L’angioletto tirava su col naso le ultime lacrime, la madre aveva ripreso a indaffararsi con il pranzo e l’amico del padre ricominciato a disquisire su automobili; del rapporto tra consumo e sicurezza da tenere ben presente.
“… quel cativo signore là".
No. Questo no. Cattivo non lo è e non lo è mai stato. Nemmeno quando era un Fannullone, quando aveva sputato gli spaghetti in faccia alla nuova amichetta di papà. Quando non riferiva a sua madre che un certo avvocato Conti l’aveva cercata un miliardo di volte; bugie che comunque non servirono: quella voce, odiosa soltanto al telefono, finì ben presto per riempire le stanze di casa sua. Appartenere a quell’uomo che tutti presero a chiamare il suo “nuovo papà", senza che nessuno si fosse mai preoccupato di chiedergli se ne volesse davvero un nuovo. In realtà, quello vecchio, cioè l’unico che mai ebbe, non era stato un granché: non c’era mai, girava il mondo per affari (qual tipo di affari non fu mai ben chiaro), e quando c’era era come se non ci fosse. Anzi, alle volte addirittura peggio.
Nessuno sapeva, poiché nessuno gliel’aveva chiesto, che dal giorno in cui sua madre aveva sposato l’Avvocato Conti, suo padre trasferitosi in Svizzera (per impedirgli di sputare altri spaghetti), si considerò ufficialmente orfano.
Non aveva pensato a come erano morti i suoi genitori, non ci aveva fantasticato come faceva su ogni cosa, lo erano e basta: morti. Tutti lo vennero a sapere, anche i presunti-defunti, quando la direttrice del Liceo chiamò sua nonna per avvisare di una riunione di classe straordinaria. “Visto che lei è l’unica della famiglia rimasta al nostro caro e bravo alunno Trovati…"
Anche se venne punito, niente cena e tv per un mese, cosa che a lui non parve una punizione, odiava i tanti cerimoniali delle cene in salone, gli piaceva mangiare con le mani, e la Tv la accendeva solo per coprire gli altri rumori della casa (l’aspirapolvere di Marisa, il phon di sua madre, le furiose litigate tra lei e suo padre, tra sua madre e Marisa, tra Marisa e sua madre, tra suo padre e sua madre…), costretto a chiedere scusa e a fingere pentimento, non smise di sentirsi un orfano.
Così, quando lo diventò davvero, il dolore non lo sorprese impreparato. Non pianse al funerale, teneva su sua zia per senso del dovere, non partecipò alla messa commemorativa del mese successivo. Atteggiamento che venne compatito come incapacità di esprimere i propri sentimenti, chi credeva di conoscerlo meglio pensò a un particolare trauma da lutto, al rinnego del dolore perché troppo forte. Altri avevano pensato, lui ne era sicuro, che quella freddezza fosse solo una biasimabile indifferenza; forse gli unici a non sbagliarsi.
Ma se l’angioletto biondo dagli occhioni blu, ritornato al suo camion pieno di sabbia, farfugliando «cativo» intendeva cattivo ma non proprio, se la mancanza di una “t" significava una cattiveria lieve e per lo più innocua, allora forse quell’angioletto aveva ragione.
Prese coraggio e il gelato alla fragola che aveva scatenato quella catastrofe, e si propose di regalarglielo, scusandosi per quel grido che l’aveva così spaventato. Non appena tentò di avvicinarsi, però, il padre, un grosso signore con tatuaggi e crocifissi al collo, ringhiò, dissuadendo l’orco da quella richiesta di perdono.
Lasciò il gelato sul lettino incurante che di lì a poco si sarebbe squagliato (sciolto l’esterno di ghiaccio, il cuore di panna sarebbe diventato in un attimo un rigagnolo rosa), e si incamminò verso la riva. Non prima di avere indossato la sua camicia di lino, per coprire i peli sulla schiena di cui si vergognava (di cui forse anche Ingrid aveva riso), sebbene lei, l’unica e reale lei della sua vita, gli avesse più volte detto che era normale; “normale che gli uomini abbiano tanti peli!".
Rifiutando più volte di depilarlo con quell’aggeggio che lei usava su gambe ed inguine.

Sperava che intanto, in sua assenza, le famiglie degli ombrellini di fianco al suo, il 137 e il 135, avrebbero avuto modo di conoscersi meglio. Proprio lui, con quell’urlo, aveva creato un ottimo pretesto. Che mostro!, potevano scambiarsi l’un l’altro. Che razza d’uomo!
La mamma dell’angioletto avrebbe trovato comprensione nella mamma delle due diavolette coi codini, il padre delle due diavolette avrebbe potuto condividere lo sdegno con il padre dell’angioletto, scoprendo poi di tifare entrambi per la stessa squadra, di votare lo stesso partito, di avere la stessa formula dell’abbonamento alla tv satellitare. Chissà che al suo ritorno, si augurò constatando che il mare era un brodo caldo, Angelo non gli dia la bella notizia: ti ho dovuto spostare di ombrellone… spero non ti scocci (ormai era sicuro che Angelo non era stato coscientemente crudele)… ma le due famiglie, quella di Roma (angioletto) e quella di Napoli (diavolette) volevano stare vicini… e così… e così…
Lo sperò.
Non sapeva dove camminare.
Con l’acqua sino ai polpacci era troppo faticoso e aveva intenzione di arrivare al molo, di fare una lunga passeggiata. Uno strato melmoso d’alghe inorridiva sul bagnasciuga, immobile nonostante le continue scosse delle onde, dove si rischiava anche di scivolare; lì potevano camminarci solo quelli dotati delle apposite scarpe da acqua. Conchiglie, qualche granchio morto, molluschi taglienti come vetro, incastonati nella sabbia bagnata, pungevano i piedi, e dove non era bagnata, la sabbia, era incandescente; un inferno per le sue verruche.
Perciò andava a zigzag. Alternava la fatica, punzecchiamenti, il putrido della riva e il bollente di poco più su. Cedendo il passo alle numerose persone anziane, visibilmente più stanche di lui, a bambini che dovevano riempire secchielli, visibilmente più determinati di lui, alle donne di tutte le età che con passo veloce cercavo di smaltire la frittura della sera precedente; visibilmente irritabili.
Arrivare al faro in quel modo, si rese conto dopo qualche metro, sarebbe stata davvero un’impresa. Ma non se ne preoccupò. Il sole oggi non era poi così inclemente, giocava, andava e veniva, con un innocuo orizzonte di nuvole, e c’era tempo prima di rientrare in hotel, divenuto ormai la succursale del suo ufficio; aspettava un fax importante per le due. Non lo lasciavano in pace nemmeno in vacanza, ma, d’altronde, era stato lui stesso ad esigerlo. Letteralmente: non-lasciatemi-in pace; perciò non dava peso ai rimproveri che ogni tanto disturbavano lo schema dei suoi passi.
Adesso cammino un po’ a riva… poi un po’ più in su… evito di passare dal frequentatissimo lembo lasciato dalla bassa marea… poi schivo i pedalò e di nuovo scendo a riva…

Quando ritornò per recuperare i sandali, la borsa che aveva nascosto sotto al telo, entrambi appiccicosi della panna del gelato sciolto, e andare in hotel a pranzare, la signora Mirna gli disse che Angelo lo stava cercando.
Una questione che riguardava il suo ombrellone, la signora Mirna non aveva capito bene, ma era certa fosse qualcosa che riguardava il suo ombrellone.


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28.03.06

Il nuovo romanzo di Mario Desiati

desiati.jpg [Esce oggi in tutte le librerie il nuovo romanzo di Mario Desiati, Vita precaria e amore eterno, di cui qui la mia recensione in anteprima, pubblicata oggi su Il Giornale. lc]

L'incipit
Quando è iniziata la guerra eravamo tutti più sani, più calmi, più felici, anche più belli. È iniziata una guerra che non abbiamo voluto, molti di noi hanno scelto di stare sul fronte: stare sul fronte significa vivere dentro questa città. Qui dentro si sente più forte l’effetto della guerra. Per noi la guerra è questa, anche se è appena iniziata. Non ci sono sirene che annuncino il bombardamento imminente, non ci sono rombi di aerei sulle nostre teste, non ci sono tessere annonarie, file per la farina, l’acqua e la luce non vengono razionate. Eppure oggi hai la stessa paura dei tuoi nonni sotto i B52 che sorvolavano San Lorenzo. Oggi sei qui su un autobus semivuoto dove per la prima volta dopo mesi trovi posto a sedere: hanno tutti smesso di stare e vivere insieme. Anche questo è un segnale della guerra. Non è la nostra prima guerra, abbiamo vissuto anche quella fredda sul confine nato, visto le antenne e la grande base sotto cui abbiamo vissuto finché io non sono andato via. E quella volta il fronte era la provincia italiana militarizzata. Oggi è finita la guerra fredda ed è iniziata quella con il terrorismo. Passeremo anche questa, vedrete. I morti tornano sempre, noi italiani abbiamo bisogno di tragedie grandi per capire, siamo troppo piccoli per i fatti che accadono: i morti, per esempio, ci servono, e noi serviamo loro, i morti parlano come noi, hanno i denti brillanti e le laringi infuocate. I morti li sogno tutte le notti. Mi vengono sotto forma di eroi, fantocci di inchiostro e parole. I morti tornano nella mente ingiallita con le sembianze dei parenti mai conosciuti, tornano in carne e ossa nei corridoi di un ospedale di provincia, tornano nelle pellicole dei film al cinema. C’è chi è morto e non lo sa.

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23.01.06

Il caso Piperno-Proust

di Vittorio Spinazzola

[Questo saggio di Vittorio Spinazzola compare in Tirature '06 ed è disponibile in Pdf nel sito della casa editrice Il Saggiatore.]

Secondo me, Con le peggiori intenzioni è un libro nient’affatto trascurabile, da apprezzare per vivacità intellettuale, larghezza di orizzonti, garbo espositivo. Solo che, come romanzo, mi pare un po’ noioso. Le fisionomie dei vari membri della famiglia Sonnino, nonni figli nipoti nonché amici e soci, non riescono ad appassionarmi; le loro peripezie lungo alcuni decenni non mi restano abbastanza impresse; e la scrittura, pur elaborata con finezza, mi sembra tendere alla logorrea. [...] La vera questione non sta però nel fatto che Piperno abbia avuto un buon numero di estimatori più o meno autorevoli. A sconcertarmi è che si sia trattato di un successo di massa. Perché a un’opera che raggiunge le vette delle classifiche d’incasso si potranno affibbiare gli epiteti più insolenti, brutta cattiva volgare sconclusionata balorda: ma noiosa no, questo mai. C’è qualcosa di strano nel caso Piperno, di poco frequente. È vero che i fenomeni di bestsellerismo non sono mai facili da spiegare analiticamente: non ce ne sono due che si rassomiglino davvero. E per illuminare le ragioni peculiari della loro fortuna bisogna lasciar perdere il proprio personale punto di vista critico, adottando l’ottica mentale di coloro ai quali il tal bestseller è piaciuto: cosa ci hanno trovato di diverso, di irripetibile, di entusiasmante, tanto da sbaragliare tutta la concorrenza? [...] Preliminarmente però bisogna distinguere tra due categorie di successi: quelli che provengono dall’alto e quelli che insorgono dal basso. I primi poggiano sull’apprezzamento delle élite colte, i cosiddetti “detentori del gusto", che sono in grado di influenzare con i loro giudizi favorevoli il comportamento dei lettori più inesperti, persuadendoli ad accettare anche prodotti di non agevole digestione: Il nome della rosa è un bell’esempio in proposito. I successi del secondo tipo prendono corpo molecolarmente dal passaparola, senza e magari contro il responso dei lettori professionisti. Siamo nel campo di una produzione neopopolare che nel sistema letterario attuale assolve una funzione analoga a quella dell’appendicismo d’una volta. Un titolo esemplare è offerto da Va’ dove ti porta il cuore.
Con le peggiori intenzioni appartiene evidentemente alla prima categoria. [...]

Leggi tutto il saggio di Vittorio Spinazzola scaricandolo in Pdf dal sito del Saggiatore.

Posted by giuliomozzi at 10:31 | Comments (23)

22.12.05

Conversazioni (un racconto)

[Il circolo Walter Tobagi, che dal febbraio del 1995 organizza a Mestre (Ve) presso l'Hotel Bologna un Laboratorio di scrittura creativa, ha deciso di festeggiare i dieci anni di attività pubblicando un volume di racconti scritti dai frequentanti e dedicati proprio all'Hotel Bologna. Il titolo è: Non disturbare. Il sottotitolo è: Scritture in corso. L'editore è: Nuova dimensione. La prefazione è di: Tiziano Scarpa. Centosessantatré pagine - arricchite da una bella fotografia di Luigi Tirittico - per dodici euro. Il libro è piacevole da leggere; il livello, come sempre in questi casi, è assai vario; ma almeno un paio di racconti sono davvero notevoli. In accordo con il circolo e con l'editore pubblico qui il racconto Conversazioni, di Andrea Rasa. gm]

Conversazioni, di Andrea Rasa

non_disturbare.JPGEcco, adesso mi metto seriamente, lascio da parte le distrazioni, chiudo la porta a chiave e abbasso le tapparelle. Faccio una luce decente. Mi rilasso facendo scendere le spalle, contraggo i muscoli trapezoidali e li distendo. Lo faccio due o tre volte fino a che mi sento pronto, calmo, rilassato, perfettamente padrone di me stesso. La mia volontà è solo mia, io la comando e le ordino di seguirmi, sempre io. Sono convinto della mia volontà, almeno ci provo. Invece mi appoggio sul tavolo, con i gomiti puntati, non serve a niente, è un inganno per farmi credere che sia possibile. Nella stanza tutto mi rassicura, la sveglia è sul comodino, la televisione è regolata a basso volume. La volontà è solo mia, lo penso, lo voglio. Ma non serve a niente volerlo, non è possibile volere niente. Penso a Grazia e ai suoi amanti.
Le piacerebbe legarmi, mordermi, le piace succhiare fino allo sfinimento. Non lo ha mai detto a nessuno. Grazia ha segreti che una volta confessati diventano desideri, e non c’è niente che mi dia più piacere che conoscere i suoi desideri. Non so quando un suo segreto cessi di essere tale, quante persone devono conoscerlo perché si possa tranquillamente dire che ha smesso di esserlo, forse è solo una questione di persone giuste. Io conosco i desideri che Grazia non dice e altri di cui riesce a parlare. Me li racconta mentre ceniamo in un ristorante, davanti a una bottiglia che si svuota troppo velocemente. Guarda un punto sopra la mia testa, in fondo alla sala e io lo seguo involontariamente, cercando di capire che cosa sta guardando. Qualche volta i suoi pensieri sono i suoi segreti. Per giocare alla pari io le racconto i miei. [...]

Per continuare a leggere il racconto di Andrea Rasa "Conversazioni", clicca qui e scarica il testo completo in Pdf (75K in tutto).

Posted by giuliomozzi at 06:22

19.12.05

Malinconie. Dall'Antichità al Ventesimo secolo

di Yves Hersant

[Trovo in Pol-it, via Maddalena Mapelli, la segnalazione del volume Mélancolies. De l'Antiquité au XX siècle, cura di Yves Hersant, Robert Laffont, Paris 2005, pp. 972, Euro 29. In Pol-it è pubblicata l'introduzione di Hersant, sia nell'originale francese sia nella traduzione italiana di, appunto, Maddalena Mapelli. Letta l'introduzione, ho subito provveduto a ordinare il libro. gm]

melanconia.jpgLa malinconia non è più ciò che era. Tra gli psichiatri, l’antico termine che la designa sembra caduto in disuso; già Esquirol voleva lasciarlo ai moralisti e ai poeti, preferendogli "lipemania" nell’esercizio della sua professione.
Oggi, i Manuals of Mental Disorders, detti DSM, eliminano il termine dai loro quadri nosografici. Il fatto è che questo termine, veicolo di una lunga e complessa tradizione e al tempo stesso da questa veicolato, si è caricato, lungo i secoli, di significati molto diversi; in particolare, come nota Freud, che, dal canto suo l’ha conservato, esso sembra rinviare a volte a delle affezioni somatiche, a volte a delle affezioni psicogene: affezioni caratterizzate, in entrambi i casi, da una grande varietà clinica.
Malattia del corpo per gli uni, dell’ "anima" per gli altri, della loro "giuntura" per i più lucidi, la malinconia è troppo instabile semanticamente perché la si possa considerare un concetto. A seconda degli interlocutori, essa indica ora una sentimento vago e sognante, ora un malessere esistenziale ora una follia tra le più temibili il cui esito è il suicidio; a volte un temperamento, a volte uno stato pre-morboso, a volte una terribile "depressione ansiosa", secondo la definizione di Kraepelin, "alla quale si uniscono in proporzioni fortemente variabili concezioni deliranti" ( tra cui prevalgono "idee di colpa di matrice religiosa"). Di fronte ad un termine così polisemico, si capisce l’imbarazzo dei terapeuti. Ma il suo rigetto diventa carico di conseguenze: perché degradato a "depressione", ridotto ad un tipo di psicosi, o declinato nelle sue forme cliniche — ansiosa, stuporosa, delirante - l’antico malessere saturnino perde la sua unità costitutiva.
Invece di eliminare una denominazione così bella, cerchiamo di conservare alla malinconia la molteplicità delle sue dimensioni. Preserviamo la sua unità senza misconoscere la sua pluralità, e cerchiamo di rimanere sensibili alla ricchezza di un’antica parola. Cosa che hanno fatto esemplarmente, nel corso degli ultimi decenni, alcuni scrupolosi interpreti: rileggendo i moralisti e i poeti così come i terapeuti, dimostrando che l’antico abita il moderno, questi autori fanno scoprire, ognuno a modo suo, l’impronta del malessere saturnino sulla vita intellettuale europea.

Continua a leggere in Pol-it l'introduzione di Yves Hersant al volume Mélancolies.

Posted by giuliomozzi at 09:49

09.09.05

Neuropa / Lettera sugli idioti a uso di quelli che capiscono 1749

di Gianluca Gigliozzi

neuropa.jpegO voi che vedete, trovo molta difficoltà a scrivere una lettera sugli idioti a gente la cui intelligenza non soverchia quella di molti onorevoli mentecatti, santificati da Dio, dalla società e dai codici attuali—d’altronde siete voi che vedete, no?—e poi non c’è rischio che possiate accanirvi ancora contro di me, dal momento che in prigione mi ci avete già messo—è evidente che la mia “LETTERA SUI CIECHI AD USO DI QUELLI CHE VEDONO" ha smosso qualcosa di voi che vedete—comunque vi scrivo per dirvi che starmene rinchiuso qui a Vincennes non basterà a fermarmi—può darsi che sia IO il cieco, può darsi che sia IO a non vedere—e forse gli idioti designati nella lettera presente sono quelli come me—ma quello che voglio dire lo dirò comunque, a meno che non mi facciate crepare—[...]

Nel blog dedicato al romanzo di Gianluca Gigliozzi Neuropa, un nuovo estratto dal romanzo: il capitolo più politico.

Posted by giuliomozzi at 01:58 | Comments (6)

17.08.05

Ipocondria e scrittura

di Franco Arminio

[questo testo di Franco Arminio è apparso nella rivista Il Verri e successivamente in Nazione Indiana. gm]

studio_di_nudo.JPGscrivo a oltranza da circa trent’anni. scrivo perché devo morire e nell’epoca in cui mi è capitato di vivere non so trovare altri modi di dare intensità alla mia esistenza. l’intensità, quando arriva, è un ulteriore inganno perché mi fa sentire ancora di più la prospettiva della morte. per darvi un’idea di come mi sento immaginate che un medico vi abbia dato un’ora di vita. in quest’ora proverete ad abbracciare qualcuno, proverete magari a fissare una volta per sempre i vostri pensieri, di sicuro non comincerete a scrivere un romanzo.

per me la letteratura inizia e finisce qui. i libri sono un’altra faccenda. io non faccio libri, io scrivo. la scrittura è una faccenda biologica, circola nel mio corpo come un ormone aggiunto. in ogni mia pagina non c’è altro che questo messaggio biochimico, questo vano tentativo di fissaggio rispetto alla repentina corsa verso il congedo. m’inquieta il mistero di come io sia irrimediabilmente coinvolto dalle faccende del mio corpo, luogo terminale, luogo della mia morte e non della mia vita.

c’è qualcosa di mitico in questa percezione, un mito rovesciato, costruito sottraendo, scavando. scrivendo mi tolgo letteralmente la terra sotto i piedi e per non cadere mi sostengo allo spavento, alle delusioni, alla trama fittissima del mio recriminare. da qui potrete scorgere il camerino dove da anni sto preparando questo mio cabaret dell’ipocondria. un libro scritto con poca aria, un paese intero messo in cantina, ombre messe ad asciugare, rovesciate come calzini, ombre spaiate, esistenze rigorosamente fallimentari. forse in questo libro ci sono solo io, c’è solo il tentativo di mettere a frutto la mia nevrosi, calando un po’ del suo contenuto mercuriale negli stampini di tante figure. qui la paesologia è solo uno sfondo dell’ipocondria.

Leggi tutto il testo di Franco Arminio in Nazione Indiana.

Posted by giuliomozzi at 11:42 | Comments (36)

21.07.05

Mediterraneo breve

di Giorgio Falco

[Questo "reportage d'autore" di Giorgio Falco è apparso nel quotidiano Il Giornale di domenica scorsa. Se ne è discusso già nei commenti al post Vincenzo Consolo non fa i nomi. gm]

Non ho mai preso l'aereo, temo di precipitare, soprattutto sulle Alpi svizzere. Anche altri mezzi di trasporto, per vari motivi, mi fanno paura. Nonostante tutto mi piacciono ancora i freni dei treni regionali, le rotonde delle provinciali e le statali se ci sono solo io che guido mentre giro uno spot. Quando parto, lo faccio per poco. Un week end a Barcellona può andare bene. Scelgo la nave. Trentasei ore di navigazione in un week end. Come andare in Spagna il sabato e domenica in motorino e ripetere, è una crociera. Il tempo dilatato e compresso, andata e ritorno un'unica esperienza. L'abdicazione del viaggio, perfino del turismo, a favore del transito. Il sole, la rumba, l'inclinazione dell'infisso rivela lo spicchio di mare, sfondo per una coppia che litiga mentre la figlia dorme. La sensazione costante di un altrove, dove sta accadendo qualcosa di irripetibile e fondamentale. Sfoglio con rinnovata fiducia la brochure.

A quanto andiamo?

Al bar delle otto la rotazione della tazzina asseconda il movimento del pavimento e lo zucchero che affonda. La donna attende la risposta e incrocia le ciabatte argentate.

Il barista gonfia il panciotto bordeaux e dice: è scritto nella tele.
a donna incontra la verità appesa al muro sopra il piccolo divano.
38, adesso 36, devono essere le onde, fuori non si vede terra, solo mare, dice la donna.
Eh, siamo nel Golfo del Leone. A quest'ora dei caffè siamo sempre nel Golfo del Leone.
Il cameriere ammaina la tazzina e solleva la mano destra nello sfondo liquoroso. Scosta il pollice, allontana le altre quattro dita ubbidienti, entra nel golfo con l'indice dell'altra mano.
Noi siamo qui: per questo non vediamo nulla.

Sono seduto al bar Amadeus, ponte 6 Pacific Deck. Navigo verso Barcellona. Sono partito ieri sera da Genova, un venerdì, alle 21.30. Arrivo a Barcellona oggi pomeriggio. Mi fermo 8 ore e riparto. Torno a Genova alle 20 di domenica.

Prima di partire al terminal d'imbarco c'è una selezione per Miss Italia. Il presentatore col codino cinquantenne in tuta bianca e maglia nera è sopraffatto dalla musica e a sua volta lui soffoca la musica nel perfetto equilibrio della lotta. Accanto al presentatore una bionda tatuata chiama le ragazze per cognome e poi per nome, come l'anonima chiamata arbitrale nello sterrato domenicale, prima della tavola attorno ai nonni ancora vivi. Le miss escono sui tacchi, applaudite da parenti e da stranieri che tirano la sera, i più intraprendenti si appostano sul retro del telone ma la sacra vestizione accade dentro lo stanzone chimico sperimentato sull'occhio disperato. La terra già sembra il mare della nave, le animazioni per riempirci, i pesci eccitati attorno agli scarichi.

Un cordiale saluto dal vostro capitano. Buongiorno in questa bellissima giornata. Navighiamo a 21 nodi. 35 miglia dalla costa. La temperatura esterna è di 23 gradi. Il mare è calmo. Il cielo è sereno. L'arrivo a Barcellona è previsto per le 15.20 (e alle 15.30 ripartono, dice il cameriere). Dalle 10.30 animazione per tutti i bambini. Alle 11 aperitivo con Franck, il nostro Franco, presso il bar Amedeus. Al bar Royal potete danzare col gruppo dei balli latino americani nel nostro grande salone delle feste. E ricordate le cartelle per il bingo delle 15.

Oye como va dice Franck alla pianola un tempo innamorata. Franck (proprio così: il giusto compromesso tra Frank e Franco) suona i pezzi di ieri sera, ah tutti i sapore di sale sapore di tutti il mondo non si è fermato mai un momento.
La sera prima al bar Royal suona Cesare, calve tastiere sessantenni accompagnano Insook, voce femmina orientale cartolina e quando diventa proprio notte e la schiuma indica fuori un orario sconosciuto, esce dalle grinze del tendone Cruz de Lunas: due donne infilate nei vestiti a fiori mimano l'idea di sensualità flamenca attorno a una sedia prefabbricata.

Sulla nave c'è anche la cappella per le preghiere ma è senza clienti. Il raccoglimento è nel corridoio al ponte 6 Pacific Deck. Espongono le foto scattate ieri sera nella stretta dell'imbarco. Ora ansiosi cerchiamo un po' di noi nella bacheca oscena che rivela. Io sono là. Io sono lì. Io dove? Ci sono o non ci sono? Lo spazio delle vittime di una tragedia, un attentato o l'onda i notiziari, dita abbronzate per gli sms solidali.

Il bar Royal si affaccia sulla prua, oggi la luce è ingigantita dalle fessure delle tende. Fuori le nuvole si scostano lente, la nave avanza in una galleria di raggi che d'improvviso s'apre, la nostra definitiva accettazione d'un altro provvisorio giorno. La sala sa di bosco prealpino allagato da bagnoschiuma prepotente. Dura poco. E punta e tacco gira gira chiudi peso corpo uomo peso corpo dama. Attorno ai giovani trentenni e quarantenni nella penombra della fama passeggera, i vecchi illuminati dai bordi abbandonati sui divani. I vecchi subiscono la dittatura dei balli latinoamericani. Eppure i vecchi sono una grande risorsa per il turismo. Dovrebbero essere i protagonisti, invece guardano la viva replica di una cassetta e sospirano il liscio che non c'è. Alcuni si addormentano, inclinano la testa dove ieri sera moriva il limone imprigionato dentro un cocktail.

Forza calzoncini tutto fiori avanti! Dai tuta nera stellata del selciato deformato! Star, buca l'onda! E su. E giù. 5 6 7. Sinistro laterale. 1 2 3 4 5 mambo avanti. 1 2 3 4 5 cha cha cha. 5 6 7. Gli dei sono un cubano, un peruviano, uno di Pordenone, una di qualche periferia che da tempo ha assassinato la mazurca. Le videocamere amiche riprendono i movimenti dei protagonisti, il peso del corpo, dell'onda che reclama l'attenzione prima dello schianto. Domani sarà ancora adesso. E' un pasajo per capire punta e tacco in 20 secondi 6 secoli d'historia. Il cubano chiamerà gnocca la dama. Le donne rideranno. Gli uomini passeranno una mano nei capelli sudati, si asciugheranno nella tuta prima dell''aggancio e bacino molleggio bacino molleggio. 1 2 3 l'istruttrice griderà nel Mediterraneo settentrionale. Uomini! Immaginate la mia bella gonna! La donna balla la rumba con la gonna! La gestualità è sempre con la gonna in mano! Noi donne dobbiamo sventolare la gonna tenendola chiusa! Noi donne quando muoviamo le braccia è perché stiamo muovendo la gonna! Voglio che lui ci provi per dimostrargli che non ci riesce! Dobbiamo fare come se giocassimo sul serio! Provate a entrare nell''ottica!

Avvisiamo che il self service Cafeteria Europa apre al ponte 6. Il soffitto della sala strizza bianco l'inutile risparmio. Basterebbe la luce naturale sui vassoi, sui lettini piombati giù dalla terrazza, sui bambini usciti invecchiati dai giochi della Video Room, sugli ex protagonisti delle danze. Di fianco al self service c'è il ristorante La Fontaine, un cameriere napoletano in giacca bianca accoglie inutilmente gli indecisi, spaventati dalle maniche troppo lunghe della giacca. Il self service da fuori è una polisportiva, da dentro è mensa collettiva, è scatolette e cotolette, famiglia riproposta senza televisore. Si vede Valentino sulla nave? Le moto si vedono nel mare?

Io salgo in ascensore vuoto, ponte 7 Atlantic Deck, ponte 8 Master Deck, ponte 9 Sky Deck. Mi schermo dietro la tenda della sala Emerald dove dormono i catalani giovani. Ieri sera molto presto i cessi erano un sogno colorato, soffocavano gli scarichi e ubriache bacinelle tracimavano di giallo, confessavano: sì, il marrone.

Sulla terrazza del ponte 9 Sky Deck a poppa prendono il sole, coagulati attorno alle palme molto verdi degli asciugamani, ai paperini scoloriti.
Sono le 14.20 di un sabato pomeriggio, la luce ha l'opaca spessa densità che circonda i supermercati in queste ore, le coppie scattano foto col telefonino e si ricompongono nell'abbraccio seppiato del display. Il gasolio esce veloce dai tubi che troneggiano più in alto. L'impatto con l'aria crea fiammate d'ombra che colpiscono i corpi abbandonati e poi svaniscono. Cosa fare per 8 ore a Barcellona? 8 ore, una giornata di lavoro a Barcellona. Se il turismo è la prima industria al mondo, controlliamo il badge: oh, l'indice indimenticabile di Colombo, gli scontrini della Rambla, proviamo meraviglia per i piccioni, i loro parassiti, l'accecante fissità delle strisce pedonali, l'acconciatura punk delle palme di Placa Reial, la luce dorata dei monumenti nelle guide, le ossa di Gaudì.

Il piccolo supermercato in Roger de Lliura dove sei anni fa, ah, sei anni fa, sei anni fa era viva Maria Santaeularia Campdera, anche sei giorni fa, morta sui necrologi del giornale La Avanguardia, oggi, un sabato d'estate, ha fallecido cristianamente en Barcelona confortada con los Santos Sacramentos a la edad, come ha mort Josep Lavina I Rovira va morir cristianament a l'edat de 82 anys e tutti gli altri morti castigliani e catalani, 8 ore a Barcellona, cammino nel percorso lavorativo di Placa Catalunya, mi tocco le gambe e sono ancora vivo dentro il ritmo produttivo del turismo, metà turno a Barcellona. Io non sono un viaggiatore, sono un turista, posso piangere davanti ai vecchi giapponesi che dopo quarant'anni di lavoro lasciano la casa a Yokohama per quindici giorni. Così di solito mi difendo, resto a casa sdraiato sul divano, tutto dentro il finto movimento di domenica e guardo le code inerti dei rientri, le fontane dell'estate, la più calda del decennio, del millennio, ascolto i poeti climatizzati delle redazioni, l'esodo, il controesodo, il maxiesodo (attendo il maxicontroesodo: psicofarmaco al cioccolato alcolico).

Non mi sento tanto bene, ritorno sulla nave prima delle ore, avrei bisogno d'un certificato medico internazionale, il cielo vira lentamente al viola, dietro la collina che sormonta il porto accendono deboli fuochi d'artificio, impauriti sotto una minaccia. La terrazza della nave è vuota, la piscina senz'acqua il cassone di un furgone parcheggiato. Mi sdraio sul lettino, la plastica già umida, tra poco gli altri sfileranno davanti al sorriso delle divise bianche rinfrescate e saremo tutti qua, stanchi, delusi, soddisfatti dopo le ore di lavoro, sputeremo in acqua per sapere, cercheremo un indizio non riconoscibile o niente, i capricci necessari dei pianeti, le schermaglie delle stelle ovunque.

Giorgio Falco in vibrisse

Posted by giuliomozzi at 10:17 | Comments (0)

20.07.05

Perché no?

di Gianni Biondillo

[Nei commenti al post Vincenzo Consolo non fa i nomi, Giovanni Choukhadarian segnalava l'uscita, oggi, nell'edizione milanese di Repubblica, di un "racconto perfetto" di Gianni Biondillo. Ho scritto a Gianni, ed ecco qui il racconto. gm]

gianni_biondillo.JPGAlzati, sta pensando Michele, ma non si alza. fa un caldo pazzesco. L'afa ti toglie il respiro. Alzati, forza, fa qualcosa non puoi restare così tutto il giorno. Ci prova. Scosta, con una lentezza sfibrante, la schiena dalla spalliera. La stampa sudata delle sue spalle disegna il tessuto liso del divano.
Esci. Fa caldo, manca il respiro. Esci lo stesso. Esce.
La metropolitana sembra un forno crematorio. A Madrid, in metrò c'è l'aria condizionata. C'era stato con Francesca, qualche anno fa. Dove stai andando, Michele?
Sale le scale lasciandosi il Duomo alle spalle. Fa alcuni passi, di fronte a sé un campanile. Il più vecchio di Milano, gli dice la memoria. Via Speronari poi via Torino. Si ributta a sinistra, supera un fioraio, entra in una chiesa. Dove stai andando, Michele?
“Ti piace?" gli chiede.
Lui non capisce: “Cosa?"
“Ma non lo vedi?"

Guarda meglio. Non capisce: “Cosa dovrei vedere?" Lei fa un sorriso soddisfatto, lui si sente un po' pirla. “Fra', io non... aspetta, aspetta..." Ha come un'illuminazione, rimane basito. “Pazzesco" riesce a malapena a dire.
Lei consulta la sua guida verde, tutta soddisfatta: “L'ha progettata Donato Bramante, nella seconda metà del '400. Santa Maria presso San Satiro. La leggenda dice che all'architetto non era possibile costruire l'abside, perché ricadeva in un terreno occupato da un casino, che faceva guadagnare un sacco di soldi a Ludovico il Moro, e allora si era inventato il falso presbiterio. In pratica ha applicato le regole della prospettiva scoperte da poco da Brunelleschi e ha, come dire... ha inventato il primo spazio virtuale della storia, mi capisci?"
L'avrebbe riempita di baci. Sempre, in ogni occasione. Anche in chiesa, anche, anzi soprattutto, quando faceva la maestrina, come adesso.
“Sono nato a Milano e non l'ho mai vista." riesce a dire. Camminano per le navate.
“Se fosse a Firenze, o in Francia, ci sarebbe ressa, qui non se la fila nessuno." raggiungono una cancellata. “Oh... che peccato, il sacello è chiuso."
Oggi invece il sacello è aperto, ci entra. Non è la stessa cosa, pensa. Gli manca la sua guida.
Esce di fretta, torna sulla via Torino. Il sole sembra di una crudeltà inconcepibile. Passa davanti l'edicola di Santa Maria in Beltrade. Ancora pochi passi. Ancora il passato, prepotente.
“È il tempio civico di Milano."
“Il tempio civico?"
“Sì, San Sebastiano. Protomartire milanese, non lo sapevi?"
“Ma è quello che se la gode mentre gli tirano le frecce?"
“Smettila, stupido." Gli dà un buffetto. Entrano. “Vedi," dice a bassa voce, “tutto attorno ci sono i simboli dei quartieri storici di Milano. Guarda," inizia a leggere, “Porta Vigentina, Porta Romana..."
Porta chi ti pare..."
“Daaii" fa lei, scocciata, ma per finta. Lui sbuffa, fa quello che non gli interessa, ma ascolta tutto. Pende dalle sue labbra. Che bacerebbe ancora e ancora.
“E perché tempio civico?"
“Perché è di proprietà del comune, non della chiesa. La cittadinanza lo ha eretto per la scampata peste del... del..." legge sulla guida, “non lo trovo..."
“1576" dice lui.
Lei alza lo sguardo dalle pagine: “1576, appunto. La peste di San Carlo Borromeo... Tu come lo sai?"
“L'ho letto là sopra" indica una targa.
Esce ancora. Dove stai andando? Dove? Cosa stai facendo, Michele? Qualche metro più in là si spalanca Piazza San Giorgio. Tutto scorre, tutto cambia, non si torna indietro, non ti serve a nulla rifarla questa strada, lo capisci? Ma lui entra nella chiesa, evita indifferente la navata centrale, si mette sulla destra. Alla terza cappella si ferma, in contemplazione.
Era iniziato tutto da una canzone. Del loro Battisti. Lo trovavano divertente, poetico. Non avevano una lira in tasca, tutto qui. Ma erano giovani e tutto è divertente a quell'età. Michele ora guarda le storie della passione del Bernardino Luini e si accorge che la sta fischiettando. Tanto non c'è nessuno. Chiedere gli opuscoli turistici della mia città, diceva la canzone. E con te passare il giorno a visitar musei, ma i musei costavano, e loro erano squattrinati così come da copione; quindi optarono per una visita delle chiese. Monumenti e chiese parlando inglese, questo Francesca lo voleva anche fare, ma rinunciò subito di fronte l'abissale ignoranza di Michele, e tornare a casa a piedi dandoti del lei.
In prossimità delle colonne di San Lorenzo ormai Michele, mani nelle tasche, canta a squarciagola: Perché no? Perché no? Scusi lei, mi ama o no? Non lo so però ci sto.
Guarda l'orologio. C'era ancora poco tempo a disposizione. Ma per cosa, Michele, ce lo vuoi dire?
“La guida dice che ha un'importanza storico-architettonica paragonabile alla basilica di San Vitale a Ravenna, o alla cattedrale di Aquisgrana."
“Bum! Esagerati. Questa guida l'avrà scritta uno di Milano, te lo dico io."
“Quanto sei scemo."
“Adesso vuoi dirmi che vivo in una bella città e non me ne sono mai accorto?"
“Tu non ti accorgeresti neppure che Venezia sta sull'acqua, ecco la verità!"
E poi, dentro l'ottagono di Sant'Aquilino, i mosaici del IV secolo, che lo fecero ammutolire. Che lo ammutoliscono ancora oggi.
Ha la camicia completamente bagnata di sudore. La scosta dalla pelle. Si riappiccica subito, gelandogli la schiena. Ha fatto tutto il Corso di Porta Ticinese a perdifiato, per paura di arrivare troppo tardi. Per cosa, Michele?
È aperta, pensa, col cuore che gli rimbomba nelle orecchie. Entra in Sant'Eustorgio.
“Lo sai, questa è forse la più antica chiesa di Milano. Qui ci sono le reliquie dei Re Magi."
“Sì, certo, come no!"
“Te lo giuro. Cioè, c'erano."
“C'erano o ci sono?"
“Se le era portate via il Barbarossa, a Colonia. Ce ne hanno restituite un po' all'inizio del '900."
“Cos'è, ce le siamo sparite? Mal comune mezzo gaudio?"
Mentre parlano attraversano tutta la chiesa, vanno dietro l'altare. Di nascosto da tutto si apre una cappella. Uno scrigno, un pezzo di Firenze a Milano, un gioiello.
“Ecco qua. È qui che ti volevo portare. Cappella Portinari."
Il silenzio è assoluto. Le pareti sembrano affrescate con ali di farfalle, iridescenti. Gli occhi divorano tutto. Qualcosa lo commuove, dentro, ma non lo dice a Francesca.
La ragazza legge: “Storie di San Pietro martire, 1468. Forse il capolavoro di Vincenzo Foppa."
Lui piega la testa e le bacia il collo nudo, da dietro.
Eccolo, eccolo, lo ha trovato. Il ricordo perlaceo di un amore perfetto ed eterno. Ed è soltanto suo, ora che Francesca che se ne andata, per sempre.
Ma quanto può durare il ricordo di un attimo perfetto?

Posted by giuliomozzi at 17:59 | Comments (41)

15.07.05

Stilos: uno "speciale" su Pier Vittorio Tondelli

Il numero di Stilos che sara' in edicola il 19 luglio conterra' uno "speciale" dedicato a Pier Vittorio Tondelli. In Lipperatura trovate l'anticipazione dell'articolo di Guido Conti.

Posted by giuliomozzi at 11:17 | Comments (15)

06.07.05

Leonardo Colombati & Isadora Duncan

mini_isadora_duncan.JPGNel Corriere della sera di oggi 5 luglio è pubblicato un racconto di Leonardo Colombati intitolato: Isadora Duncan: una lettera d'addio. Potete leggerlo in www.perceber.com. Vi si racconta di Isadora (naturalmente), Esenin, Rodin, D'Annunzio, Shopenhauer, e altri; le vicende si svolgono a New York, Indianapolis, Parigi, Berlino, Nizza - e, naturalmente, a Roma.
["Tutto in un racconto solo?", "Sì, tutto in un racconto solo".]

Posted by giuliomozzi at 10:38 | Comments (16)

14.06.05

Il mio presente è il futuro di mio padre

di Giorgio Falco

[Appunti per l’intervento all'incontro "Come ti racconto il lavoro nell'Italia di oggi" nell'ambito del Festival Tilt, Torino, 11 giugno 2005.]

nebraska_1995_B.JPGStavolta a Torino, l´ossessione di sempre, il lavoro, mio padre torna a casa, si spoglia - si lava - si veste, gli vedo il culo dietro il vetro della porta, sta diventando una cosa impossibile dice in cucina, in questa piccola piazza quasi mentre piove la fabbrica Nesquik o il 75 o la maestra ci porta in fabbrica a visitare, la fabbrica di lavatrici, il signor Peppino del quinto piano operaio arrotonda l´erba del giardino condominiale, indossa sandali di plastica marrone, in fabbrica tace davanti a me, che un giorno, un giorno dicono, la mia maestra, dicono è fascista.

Hai ragione, sta diventando una cosa impossibile, i cartelli Novelli Novelli fai aprire i cancelli, 40.000 torinesi, la svolta il Mundialito su Canale 5 nel 1981 e le prime zanzariere, i padroni fanno la rivoluzione, non si chiamano più padroni, meglio titolari o principali e nei casi di potere intelligente chiamano collaboratori i loro schiavi.

Gli imprenditori sono i veri rivoluzionari; i lavoratori, collaboratori, dipendenti o servi sono gente tranquilla che vuole stare ancora più tranquilla, Causio sulla fascia destra e tutti a festeggiare, oggi io mi basto con 3 euro decido la partita che io voglio, io digitale, io multiplo terrestre elettorale frammento della mia gabina.

E´ diventata, quella cosa, impossibile, che mio padre, è diventata, l´usura della parola, precario, la nuova moda, usurante ancora più della condizione, tutti a cavalcare il cavallo zoppo della giostra, Luca e Paolo sono nell´acquario, guardate come Luca ha difeso bene i colori della propria squadra, la sua maglietta ha i colori azzurri di sempre, guardate Paolo.

Paolo sei conciato, precario nell’acquario, sentite, ha lavato la maglietta eppure puzza, ah ah, il padre di Mary puzza come un cavallo, il padre di Mary puzza come un cavallo, dice Nelly Oleson un pomeriggio sedentario, Lulù, ti devo cambiare la battuta, un pezzo-un perizoma, un pezzo-un perizoma, un pezzo-un perizoma, c’hai lasciato il dito ma hai avuto una fortuna, non sentire ogni giorno la parola precario, il nuovo scenario del mondo precario, hai evitato festival di teatro & letteratura, signore coi capelli tinti troppo rossi, le maniche tirate della giacca del tailleur, l’accento arrotolato dalla Camel ripete sinistra con l’eco di un microfono nel culo (maestra, dove sei).

Lulù, evita festival di letteratura & lavoro, festival di cinema & lavoro, tutto sul lavoro, meglio se precario, abbiamo finito i fazzolettini sul comodino, i nuovi giovani hanno 40 anni (lo dice la vetrina di un negozio), ecco il nuovo ordine mondiale, la mia opera è 30 metri quadri e vale 800 euro al mese, la cravatta di Vialli o lo spago attorno al trolley, in fondo Antonio Amato era meglio di Cordero perché peggio, tranquilli, ricordate cosa c´è là fuori, preghiamo tutti assieme in rumeno, ci sentiamo digitando il tasto 7.

La foto in alto (cliccare per ingrandire) è di Lee Friedlander, tratta da “At work" (telemarketing in Nebraska, 1995).

Link:
- Giorgio Falco è l'autore di Pausa caffè, Sironi 2004.
- Aldo Nove recensisce Pausa caffè: "Un libro bellissimo e anomalo".
- La qualità del portafoglio, un testo di Giorgio Falco in Nazione indiana.

Posted by giuliomozzi at 18:06 | Comments (1)

30.05.05

Appunti: Adorazione Cadorna

di giuliomozzi

cadorna.JPGNella primavera del 1918 mio nonno materno, quasi completamente ristabilitosi ma ormai inadatto alle operazioni di guerra, fu inserito in un reparto addetto a lavori vari nelle retrovie. Il pomeriggio del 17 giugno 1918 il suo reparto fu visitato dal generale Luigi Cadorna, destituito dopo la «disfatta di Caporetto» dall'incarico di Capo dello Stato Maggiore, ma evidentemente impiegato in un qualche tipo di incarico consultivo od onorifico. Il reparto di mio nonno materno, avvisato della visita con pochi minuti di anticipo, fu fatto schierare lungo la strada. Il generale Luigi Cadorna lo passò in rivista, a bordo di un'automobile scoperta che procedeva lentamente. «Tutti noi», raccontava mio nonno materno, cinquant'anni più tardi, seduto nella grande poltrona Frau del salotto, a noi suoi sette nipotini distesi a pancia in giù sul tappeto - il più vecchio, mio fratello maggiore, aveva dieci anni - «tutti noi», diceva mio nonno, «odiavamo il generale Luigi Cadorna. Tutti noi quando volevamo intendere lui, dicevamo: il macellaio. Tutti noi pensavamo che il generale Luigi Cadorna non era altro che un pazzo crudele, e che chi l'avesse ucciso sarebbe stato fucilato felice. Mentre il generale passava lentamente davanti a noi, a bordo dell'automobile, salutandoci militarmente, e noi salutavamo militarmente lui, tutti noi, vi giuro», diceva mio nonno materno, «avevamo un pensiero solo: come si potesse fare ad ammazzarlo, come trovare il coraggio di ammazzarlo - e poi farsi ammazzare, naturalmente, perché non ci sarebbe stato scampo».

E' nelle librerie il numero 30 di Nuovi Argomenti. Nella sezione "Personaggi nascosti" è pubblicato anche un mio testo, intitolato: "Appunti: Adorazione Cadorna". (Che altro non è, sia detto tra parentesi, di un frammento del romanzo in corso di scrittura). Se volete leggerlo, cliccate qui e scaricatelo in formato Rtf. Se volete sapere che cosa c'è dentro questo numero di Nuovi Argomenti, trovate qui il sommario (in pdf). Se volete leggere anche il contributo di Giuseppe Genna, dedicato a Franco Battiato, andate in Miserabili.

Posted by giuliomozzi at 12:01 | Comments (24)

10.01.05

Luoghi dove ha scritto Jean-Philippe Toussaint

L'editore Amos ha pubblicato in questi giorni un incantevole libretto di Jean-Philippe Toussaint (che giovedì 13 gennaio 2005 sarà presentato a Roma, come già annunciato) intitolato Mes bureaux. Luoghi dove scrivo. Per gentile concessione dell'editore pubblico qui il breve risvolto scritto da Roberto Ferrucci, traduttore del libro, e due immagini che ne fanno parte (per vedere le immagini più in grande, basta cliccarci sopra).

toussaint_2b.JPG
Come scrive uno scrittore? Dove e come compie quell'atto così intimo, e perciò misterioso, chiamato scrittura? Sono rari gli scrittori disposti ad aprire quella porta e a farci entrare, a mostrarci la loro "officina della scrittura". Jean-Philippe Toussaint lo fa con questo bellissimo libro. Ci apre le porte dei luoghi dove scrive e dove ha scritto. Ci racconta e ci fa vedere i suoi bureaux, che sono di volta in volta uno studio, una stanza, un tavolo, una scrivania, un appartamento, una camera d'albergo, una foresteria, tutto racchiusi insieme dentro a quella barola, bureaux, che in francese ha un ampio significato.