« Novità Sironi / "Non il solito giallo" (e: presentazione a Milano) | Main | Testamento biologico / Un appello che non intendo firmare »
30.11.08
Genere Young Adult
di Marco Candida
Da quando sono qui negli Stati Uniti, ogni volta che entro in una libreria, come mi è successo a Chicago o a Minneapolis oppure all'interno di qualche Mall (con gli amici di Elisabeth Beatsy e Rudolph a Minneapolis siamo stati nella Mall più grande degli Stati Uniti d'America; oltre al resto dentro ci sono le montagne russe e una nave dei pirati che per due volte compie il giro della morte) finisco quasi sempre nei reparti che in Italia le librerie, le Fnac e i Centri Commerciali di solito riforniscono molto poco come ad esempio il reparto di letteratura western oppure quello della letteratura young adult. Anche se in Italia è un genere che si trova poco, credo di avere una passione per lo young adult. In particolare mi piacciono i libri della Collana Piccoli Brividi per Ragazzi. La notte dei mostri di fango N.14. La spiaggia degli spettri. Sangue di mostro per colazione. L'invasione degli stritolatori. Gli zombi del Mar Morto. Il barattolo mostruoso. Le bolle soffocanti. Di questi libri le copertine sono la prima cosa che mi attira.
Sono molto luminose e sono una cornucopia di colori. Spesso ci sono ragazze e ragazzi biondissimi che indossano felpe gialle o verdi o arancione. I ragazzi cavalcano biciclette. Portano in spalla skate-board. Lanciano palloni da football. Le ragazze tengono lecca-lecca fucsia in mano. Indossano gonne giallo ocra e top verde acido. Hanno corpi da sballo. Le trame di questi libri sono convenzionali. Lo stile di scrittura lo è ancora di più. Però se non altro questi libri hanno il pregio di regalare qualche immagine nitida e di nutrire immaginario e fantasia. Non sono male. Poiché li leggo in inglese il fatto di capire soltanto tre quarti di quello che c'è scritto (con testi più complessi posso anche arrivare a capire soltanto un quarto o anche meno come mi è successo per il libro di Barack Obama The Audacity of Hope) mi permette di lavorare con la fantasia e quasi di costruire da me stesso una storia che soltanto assomiglia all'originale. Per adesso più che leggere mi sembra come di fluttuare in una dimensione onirica. Ammetto che quando nelle librerie incontro i metri e metri di scaffali pieni zeppi di libri horror o di science fiction o di storie young adult più che esaltazione mi prende una specie di tetra malinconia. Penso che se avessi passato la mia giovinezza qui, mi sarei ingozzato di queste letture. Mostri. Alieni. Vampiri. Dischi volanti. Fantasmi. Basi intergalattiche. Sostanze gelatinose. Passaggi interstellari. Roba che a pensarci, anche adesso mi scappa la lacrimuccia. Mi piacerebbe tornare indietro. Rivivere qui quello che ho cercato di vivere dove sono nato. Sfortunatamente queste cose non le penso soltanto in relazione alla lettura. Le penso anche per altro. Forse suonerà esagerato ma a me qui sembra di muovermi come in un iperuranio. La maggior parte delle cose che entrano nei miei occhi non sono oggetti: sono archetipi. Qui c'è l'originale. Se dovessi cominciare a descrivere quel che faccio qui quando porto fuori i cani di Elisabeth o quando cammino per il campus universitario, probabilmente le parole che scriverei non sarebbero molto diverse dalle parole che si trovano nei libri che hanno nutrito la mia immaginazione quando ero ragazzo. Quando leggevo certi libri ambientati nelle small town americane pensavo che la maggior parte delle descrizioni fossero idealizzate, e da ragazzo ho letto molti libri cosiddetti commerciali che mi autorizzavano a pensarlo. Invece, adesso devo constatare che la maggior parte degli autori di quei libri altro non hanno fatto che guardarsi intorno e riportare sulla carta le cose che hanno visto coi loro occhi. In quei libri non sono le descrizioni a essere belle: sono le cose descritte a esserlo. Solo per dire sulle aiuole gli estintori sono gialli. Gli scoiattoli attraversano la strada o corrono sui fusti degli alberi. L'erba è verdissima. Passano pick up che hanno carrozzerie celesti, rosse, gialle. Le case sono fatte di assi di legno verniciate di verde, di rosso, di azzurro, di rosa. Alcune case hanno la stessa architettura delle case stregate nei film dell'orrore – mi è stato spiegato che quella è un tipo di architettura tedesca. Il grande protagonista, però, qui è il cielo. Qui non ci sono montagne. Ci sono distese di campi. Non ci sono nemmeno boschi. Elisabeth mi ha spiegato che i filari d'alberi che si incontrano ogni tanto sono stati messi dall'uomo. Si chiamano shelter belts e servono per offrire ai campi un riparo dal vento. Per il resto è come trovarsi in mezzo a un mare sconfinato di terra, erba e grano. Qui non c'è niente di terrestre che copre il cielo. Qualche volta le nuvole sembrano carboni zuccherati. Sembrano segnali di fumo mandati dai Sioux.
Quando dico che Grand Forks è bellissima, di solito la gente attorno a me scoppia a ridere. Mrs De La Guardia, ad esempio, mi dice che se trovo Grand Forks bellissima, allora prima dovrei visitare una qualsiasi cittadina della California. Mrs De La Guardia viene da Panama ed ha vissuto qualche anno a San Fernando Valley. E' una mia compagna di classe allo Stanford Centre dove sono iscritto a un corso d'inglese per stranieri. Di Grand Forks dice che se non altro ha il pregio di essere una città sicura. Però non dice molto altro. Mrs De La Guardia è una donna orgogliosa. Ci tiene a far sapere che suo marito è un uomo d'affari e che lei è qui soltanto per badare a sua madre - e questo non mi sorprende: l'accalmìa di Grand Forks può essere l'ideale per le persone anziane. Anche io, devo dire, mostro orgoglio. Quando sono messo alle strette, le parole che uso sono che in Italia ho la mia vita e che in America non devo per forza starci. Ad ogni modo in classe sembriamo come bambini, anche se la maggior parte di noi è laureata o ha lavorato. Le poche parole che conosciamo quasi ci costringono a ritornarli. Quella che sto vivendo qui è una condizione che mi porta a pensare (ma di questi pensieri non sono molto sicuro) che quel che siamo, in fin dei conti, dipende dal numero di parole che conosciamo e da come riusciamo a metterle in relazione tra loro. Anche se devo dire che non c'è solo questo. Stando qui ho scoperto definitivamente una cosa che sospettavo già da parecchio, e cioè che esiste per così dire un livello mentale prima ancora che sociale o culturale o economico. Quando frequento gli amici di Elisabeth, che per la maggior parte sono professori all'Università (antropologi, professori di storia, reggenti di cattedre di letteratura), per me diventa molto difficile parlare, anche se parliamo di argomenti come gatti, elezioni o di viaggi. Con gli studenti di Elisabeth, invece, è più facile. C'è un livello mentale diverso. I discorsi sono gli stessi, ma cambia il livello mentale. Credo si tratti di atteggiamento. Di una deformazione. Parlo di gatti, ma sono un professore anche quando parlo di gatti. Immagino che come persona attenta alle parole e al loro significato io abbia il dovere di andare oltre a queste cose: riconoscere le deformazioni, penetrare gli atteggiamenti, considerare il nucleo essenziale dei discorsi e le parole per quello che esprimono, e non provare soggezione. Però, con una lingua diversa farlo è più difficile.
Comunque se è vero che nei libri che ho letto da ragazzo non sono le descrizioni a essere belle, ma sono le cose descritte a esserlo, questo non è sempre vero, però, per i personaggi di queste storie, che spesso vengono presentati come biondi, con gli occhi celesti e soprattutto magri. Qui c'è una gran quantità di persone obese, invece. Corpi che sembra siano stati pompati d'aria a piene braccia. E' impressionante. Qui gli esseri umani sono più grossi che in Italia. Ci deve essere qualcosa nel cibo. Io provo diffidenza per il cibo americano. Qui un bicchiere di latte sa di burro. Un biscotto è in grado di portarti in paradiso per qualche minuto per poi farti sprofondare nelle peggiori paranoie: “Mio Dio, adesso che cosa farà al mio corpo quel biscotto?”. Elisabeth mi ha spiegato che in nessun altro Stato americano ha visto una concentrazione così alta di persone mostruosamente obese come nel North Dakota, nel Minnesota e nel Winsconsin. Da queste parti c'è un'emergenza alimentare evidente e come ho sentito qualche volta raccontare dai giornali credo riguardi un po' gli Stati Uniti in generale. Chiunque negli Stati Uniti se non ci sta attento può diventare mostruosamente obeso. Potrebbe bastare un periodo di depressione abbastanza prolungato. Le ali di pollo del Kentucky Fried Chicken. I sandwich di Wendy's. I sandwich di Danny's. I sandwich di Subway. Pizza Hut. Fat Burger. Pollo Loco. In'N'Out Burger. Quiznos sub. Doc Brown's Chicken. Luis III. Taco Bell. Jack in the Box. E una quarantina d'altri. Qui sembra che qualsiasi cibo congiuri per farti pesare una tonnellata, se non ci stai attento, e le porzioni sono esagerate. Comunque, parlando di cibo, l'impressione che finora mi ha fatto quello italiano è che qui ne esista soltanto la versione taroccata. Già dai nomi, sembra esserlo. I maccheroni diventano “maccaroni”. Le linguine diventano “linguini”. Le fettuccine diventano “fettuccini”. I capelli d'angelo “cappellini”. I peperoni diventano “pepperoni”. Nelle grocery store ci sono metri e metri di scaffali con barattoli da venti chilogrammi che portano etichette con su stampato “maccaroni” o “pepperoni”. Quando ho chiesto come mai, mi è stato risposto che così è da ottanta, cento anni. Che così è da sempre. Pepperoni. Maccaroni. Linguini. Fettuccini. Deve essere un errore dovuto al modo diverso di pronunciare le parole. Del resto, in Arkansas (che si pronuncia “àrkanso”) nella college town Fayetteville ho assistito a una lezione di italiano da parte di un insegnante francese immigrata negli Stati Uniti quando aveva ventisette anni dove alcune alunne coniugavano cosi’ i verbi: “Io puliscio, tu pulisci, lui pulisce, noi pulisciamo, voi pulisciate, loro pulisciono”. Ho riso molto. Gli alunni non si limitavano a ripetere soltanto le parole che sentivano, ma campionavano anche il tono di voce della professoressa. La loro mente non riusciva a scorporare la pronuncia della parola dal tono con cui veniva pronunciata e per me questo creava un effetto irresistibilmente comico. La cosa curiosa è che qui i libri di grammatica italiana riportano “lui” e “loro” per la terza persona singolare e plurale al posto di “egli” e “essi”. Quando ho provato a sollevare qualche perplessità su questo punto Louise mi ha risposto che il materiale didattico così è da ottanta, cento anni. “Io puliscio, tu pulisci, lui pulisce, noi pulisciamo, voi pulisciate, loro pulisciono”.
Il campus universitario di Fayetteville è bellissimo. Ci sono sale per il divertimento di trecento metri quadrati con calcetti e tavoli da ping pong. Ci sono coffe bar grandi come ristoranti. Ci sono stanze sotterranee che contengono librerie che per visitarle ci vorrebbero due giorni. Ci sono fast food su fast food: dico sempre nelle stesse stanze sotterranee all'interno del campus. Nei parchi ci sono querce che sembrano sculture d'alabastro. Quando parlo delle cose che vedo qui, cerco di evitare il cliché del gigantismo statunitense (un po' lo do come per scontato a chi mi ascolta): però, devo ammettere, le dimensioni delle cose e degli ambienti sono così spropositate che non si può non menzionarle, non dirci niente sopra. Mentre esploravo il campus non potevo proprio non essere attraversato da uno stato di tetra malinconia. Non sarei stato umano se non avessi rimpianto di non avere più vent'anni.
E a proposito delle dimensioni delle cose e degli ambienti qui anche i problemi di ogni giorno sembrano diventare più grandi. Come ad esempio il problema di come ottenere la patente di guida. Il 20 ottobre mi è arrivato l'ok da Washington per la validità dei documenti che tra le altre cose mi consentono di stare qui nella posizione di scholar resource per la durata di dodici mesi al fine di collaborare con l'Università del North Dakota e di tradurre un mio libro. Il giorno dopo l'approvazione di questi documenti assieme a Elisabeth mi sono presentato al Social Security Office per ottenere una lettera speciale da consegnarsi con l'originale Form J-I, il Form I-94, la Visa e la mia patente di guida italiana all'ufficio preposto per ottenere la patente americana. Per ottenere quest'ultima prima ho anche dovuto sostenere un esame scritto. Venticinque domande. Sei errori a disposizione. Il difficile è stato soprattutto sostenerlo con una lingua diversa dalla mia. Però, rispetto all'esame italiano, quello americano sembra un gioco da ragazzi. Ho speso cinque dollari per farlo e altri dieci per avere subito il tesserino della patente che mi consente di guidare accompagnato da qualcuno in macchina fino a quando non sosterrò l'esame pratico. La patente che adesso ho in tasca non è internazionale. Per questa ragione ho dovuto consegnare all'ufficio anche la mia patente di guida italiana. Quando tornerò in Italia, dovrò ricordarmi di passare dall'ufficio per restituire la patente americana e ritirare quella italiana, altrimenti in Italia non potrò più guidare. Sono cose queste che trovo curiose e che un po' mi innervosiscono. Così come mi innervosisce quando chiedo dove si trova l'officina per poter pompare le ruote della mia bicicletta alla commessa di un negozio di alimentari e lei non capisce quello che dico perché non riesce ad afferrare la mia pronuncia (e quando scopro che non esiste a Grand Forks una pompa adatta a gonfiare le ruote della mia bicicletta italiana Bianchi) oppure il fatto che qui per poter vedere la televisione bisogna abbonarsi a un programma equivalente a quello di Sky in Italia, e devono venire in casa a installartelo, e ci vogliono ore. Tra l'altro la televisione è in inglese, e guardarla non è esattamente lo stesso che masticare un chewing-gum. Mi ha innervosito anche quando ho scoperto che per poter chiamare col cellulare bisogna spendere almeno sui quaranta dollari al mese, perché qui non funziona come in Italia. Qui in uno Stato che parla un inglese miagolante e spesso difficile da comprendere questi piccoli problemi possono diventare molto grandi, e specialmente per tipi come me che di solito tendono a considerare cose come queste soltanto futilità. Anche col fuso-orario, dopo più di un mese che sono qui, faccio ancora fatica. Ho scoperto che modificare i bioritmi per il mio organismo è molto più difficile di quanto pensassi. La cosa è così curiosa che qualche volta penso che la sonnolenza che alla sera mi prende alle nove e che mi fa crollare verso le dieci sia dovuta a qualche ragione di natura telepatica. Forse sono in perenne e inconsapevole contatto telepatico con alcune persone che vivono in Italia (mia madre; qualche mia ex morosa) e quando le loro menti decidono che è ora di andare a letto, anche la mia mente lo decide. Forse anche per questo mi viene fame in certi momenti della giornata dove non dovrebbe venirmi. Forse dall'altra parte del globo terrestre c'è una persona che a migliaia di chilometri di distanza mi trasmette per via telepatica la sua fame, il suo buono o cattivo umore o il suo sonno.
Qualche volta mi dico che lo stesso vale per gli stati di tetra malinconia che sempre più di frequente si impadroniscono di me. Già, perché, anche se può sembrare solo una cosa buona per la Collana Piccoli Brividi Per Ragazzi, da quando sono qui sento i bisbigli degli alieni dentro di me. C'è qualcun altro dentro di me. Parla una lingua diversa dalla mia. Mi suggerisce pensieri che non sono miei. Adotta comportamenti che non ho mai posseduto. A poco a poco questo qualcuno si sta sostituendo a me. Questa non è una cosa cattiva. Gli alieni tengono lontani i fantasmi. Io i fantasmi non li sopporto più. Ogni giorno che passa sono più numerosi. Da quando ho compiuto trent'anni sembra che siano rimasti solo loro con me. Forse per questo sono venuto qui. Gli incontri all'università, tirare su qualche dollaro al solo scopo di poter viaggiare, fagocitare miglia e miglia di asfalto con l'automobile, sparare galloni di benzina nel serbatoio, consumare sesso in stanze d'albergo immense, litigare, mangiare tonnellate di cibo, ascoltare musica alla radio, tutto questo è soltanto un modo per lasciare che gli alieni sequestrino i miei pensieri, per cercare di sfuggire ai miei fantasmi. Ormai in Italia i fantasmi erano ovunque. Potevo incontrarli svoltato l'angolo. Stavano dentro gli oggetti. Si erano impadroniti di un quartiere intero. Uscivano dagli occhi o dalle bocche delle persone. Erano anche dentro a frammenti di discorsi ascoltati per caso passando per strada. Ogni volta era come sbattere contro un altro mondo. Non potevo più sopportarlo. Per adesso qui è diverso. Qui ci sono gli alieni. Gli alieni sono nostri amici
[Cliccando qui si può leggere su Nazione Indiana il pezzo Io volevo andare a New York]
Pubblicato da vibrisse, il giorno e l'ora: 30.11.08 18:44
Interventi
Anche se non commenterò sempre, sarò tra i tuoi lettori.
Un abbraccio.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.11.08 20:10
Scusa Candida, ma così, per curiosità, visto che man mano che tu ci scrivi da laggiù io mi rosolo sempre più nell'invidia: quanto pensi ancora di rimanere negli USA? Tortona aspetta te... Un abbraccio.
Pubblicato da: livio romano - 30.11.08 21:59
La prima sera negli Stati Uniti sono entrato in un ristorantino di Greenpoint (zona polacca di Brooklyn), ho letto il menu e ho ordinato "spaghetti putaneska".
Mi sono arrivati:
una brocca d'acqua di rubinetto da 2 litri (regolarmente riempita ogni volta che ne bevevo);
un antipasto di cui non ricordo gli ingredienti;
un piatto DA PIZZA straboccante di spaghetti scotti conditi con materiale non meglio definito;
una maxi-insalata;
tre diversi condimenti per insalata, tra cui una crema bianca e densa dal sapore acidulo;
un cesto di pane.
Il tutto per una somma di 8 o 10 dollari.
La signora davanti a me ha preso qualcosa del genere, però accompagnato da una cocacola da 2 litri, e una volta spazzato via tutto ha attaccato i dolci.
Io ho lasciato metà della roba e la cameriera, una ragazza con la bandiera irlandese tauata sull'avambraccio, mi ha guardato strano.
Pubblicato da: sergio pasquandrea - 30.11.08 23:16
Ciao Livio. Quanto penso di rimanere ancora negli Usa? Be', questo dipende da che cosa succederà negli Usa e anche da che cosa succederà in Italia.
Pubblicato da: Marco Candida - 01.12.08 04:50
Nel 1946, scriveva Bertolt Brecht dal suo esilio californiano: "Le ville all'intorno sono costruite in stile americano o inglese, o hanno torrette e curve mai viste. La nostra casa ha sette stanze, di cui due grandi, e non è male e il giardino è addirittura grazioso" ... "Il mondo ha fame ed è ridotto a rovine, come si fa a lamentarsi di stare qui? Non vedevo nessuna possibilità di farlo, finché mi venne l'idea che queste graziose ville sono costruite della stessa materia delle rovine di laggiù; come se lo stesso brutto vento, che ha sfasciato laggiù gli edifici, avese fatto turbinare sin qui un mucchio di polvere e di sudiciume trasformandolo in ville. Poiché è un fatto: viviamo in una città infame. E' difficile da spiegare, spesso ho cominciato a farlo e poi ho rinunciato. Naturalmente devono essere gli uomini a renderla così" ... "I grattacieli di Manhattan visti al crepuscolo mozzano il fiato, ma non possono far gonfiare il petto".
Pubblicato da: macondo - 01.12.08 18:37
Macondo, quello di Brecht fu un esilio difficile e non bisogna dimenticare che Brecht non riusci' mai a sfondare negli ambienti hollywoodiani. Di questo immmagino si debba tenere conto nel valutare la sua testimonianza.
Pubblicato da: Marco - 01.12.08 19:49
C'e' un bel libro di Philippe Labro, "Lo studente straniero", che narra le avventure di un ragazzo francese che va a studiare in un college degli Stati Uniti per un anno. L'ho letto un po' di anni fa, il tuo racconto me lo ha ricordato.
Pubblicato da: Nicola Giandomenico - 01.12.08 21:43
Sai cosa trovo delizioso in questo racconto? Il corsivo delle parole in inglese. Fateci caso. Chiudete gli occhi. E' un suono molto composto. Sembra di ascoltare i racconti di un vecchio zio in giacca di tweed...
Capisco, Marco. I fantasmi e il resto, ja. Take on with energy. Hugs.
Pubblicato da: livio romano - 01.12.08 22:43
Sergio, avresti potuto chiedere una scatola e portarti a casa gli avanzi. Qui si fa di sovente. Forse per questo la ragazza con la bandiera irlandese sull'avambraccio ti ha guardato male. A scuola ci fanno una lezione di educazione alimentare una volta al mese. Ci insegnano quali cibi evitare, quali scegliere. Insistono sopratutto sulle quantità. Dicono spesso di ordinare una porzione half e di dividerla col compagno, ed è senz'altro la soluzione più sensata. Tra l'altro, le cose che si lasciano nel piatto finiscono invariabilmente nei bidoni dell'immondizia nel retro. Uno spreco colossale.
Pubblicato da: Marco - 02.12.08 06:48
"Macondo, quello di Brecht fu un esilio difficile e non bisogna dimenticare che Brecht non riusci' mai a sfondare negli ambienti hollywoodiani. Di questo immmagino si debba tenere conto nel valutare la sua testimonianza."
E nel valutare l'Infinito bisogna tener conto della fisicità di Leopardi. Infatti è evidente che il 'colle' allegorizza la gobba, e la 'siepe' il naso, si guarda infatti oltre il proprio naso. Dalle fonti iconografiche leopardiane è noto che la lamina quadrilatera cartilaginea nonché l'ipercifosi erano piuttosto pronunciate.
Pubblicato da: andrea barbieri - 03.12.08 09:04
...e sedendo e stirando...
(Cesare Viviani)
Pubblicato da: giuliomozzi - 03.12.08 14:40
Quando vado in Ungheria entro spesso nei simil centri commerciali e nelle librerie mi fermo spesso davanti agli scaffali "young adult hard": compro quantità industriali di libri e dvd
Pubblicato da: zorro - 03.12.08 15:38
Andrea, se qualcuno afferma "Poiché è un fatto: viviamo in una città infame" sono davanti a una persona che mi presenta un'opinione come un fatto, e attribuisce per così dire uno stato ontologico perennne a un oggetto concreto ed esistente "questa città è infame". Brecht opera una generalizzazione in senso spaziale e temporale. "Questa città è sempre infame, e lo è dappertutto". A questo punto mi domando almeno come mai Brecht esprima giudizio del genere. In fondo stiamo parlando di una città, che è il frutto di migliaia di uomini che l'hanno resa così com'è lavorando, faticando, probabilmente ammalandosi, e probabilmente in alcuni casi morendo per costruirla. Com'è che arriva un uomo solo e con una sola parola (la parola "infame") sintetizza l'opera di migliaia di uomini svolto in centinaia d'anni? Se si conosce la biografia di Brecht, i motivi ci sono, effettivamente. Quindi in un caso come questo la biografia può essere una utile indicazione prima di pensare "Se questo giudizio proviene da un'anima grande come quella di Brecht allora è vero".
Pubblicato da: Marco - 03.12.08 16:05
marco e' sempre e dappertutto bravo
Pubblicato da: giuliana - 04.12.08 01:48
Marco d'accordo, ma è lo stesso giro di pensiero che affligge Leopardi. Il pessimismo leopardiano è ontologico. Qual è la ragione del pessimismo? La gobba, la bruttezza!
Mentre se non ti chiedi 'come mai Brecht esprima giudizio del genere.' produci una vera argomentazione e non un'illazione (che si allarga addirittura a ciò che pensano i lettori di Brecht). Infatti fino a metà del tuo ultimo post hai argomentato. Le illazioni sono un casino sia perché è sempre difficilissimo provarle, sia perché è facile sbagliarsi, sia perché non sono persuasive.
Dai goditi l'america, adesso :-)
Pubblicato da: andrea barbieri - 05.12.08 08:50
Ma che bello questo pezzo. Scusa se leggo e commento in ritardo. Mi stavo proprio chiedendo quando ci avresti aggiornato.
Ero molto curiosa di sapere come te la stavi passando. Questa cosa dei fantasmi e degli alieni mi piace: rende bene l'idea della differenza tra le nostre culture. Non farti prendere dall'ansia per la lingua. Prima o poi scatterà qualcosa e ti accorgerai che non solo capisci, ma riesci anche a parlare discretamente bene. E come si dice da voi (credo) Break a leg!
Pubblicato da: Carlotta - 05.12.08 08:59
@Barbieri. Andrew, tesoro, non ho resistito alla tentazione di citarti nel mio blog:http://www.lucioangelini.splinder.com/post/19242621/LOMBROSOLOGIA++DELL%27INFINITO+L
Pubblicato da: Lucio Angelini - 05.12.08 09:17
@Barbieri. Andrew, tesoro, non ho resistito alla tentazione di citarti nel mio blog:http://www.lucioangelini.splinder.com/post/19242621/LOMBROSOLOGIA++DELL%27INFINITO+L
Pubblicato da: Lucio Angelini - 05.12.08 09:17
Il genere YA. Quando l'ho letto la prima volta, scritto così, tramite solo le iniziali, a proposito di writers YA, non avevo capito cosa significasse. Solo dopo un minimo di ricerca ho visto che stava per Young Adults. Ma chi sono i Giovani Adulti? Tu Marco citi la serie de I piccoli brividi, per ragazzi. Da cui io mi sono chiesto, ma come mai hanno scelto le parole Giovani Adulti, piuttosto, non so, di kids, o teenager. Questa voglia, a parole, di crescere, negli USA, diventare adulti. Mentre da noi...beh, più rimaniamo "ragazzi", "giovani"...ed anzi, si vuole rimanere "ragazzi", "giovani", e ci si atteggia da tali anche quando, forse, l'età ci dovrebbe consigliare il contrario.
Ma non volevo scrivere queste cose, a dirla tutta, quando ho cominciato questo commento.
Volevo solo dire che quel termine, YA, l'ho letto per la prima volta nel blog di un giovane scrittore americano, che si chiama Christopher Barzak, di cui è uscito in USA il secondo libro da poco. Io ho letto il primo, in italiano "La voce dei corvi", in originale "One for sorrow". Ambientato in Ohio, in un paesino vicino Youngstown. Mentre questo suo secondo, che si chiama "The love we share without knowing", è ambientato in Giappone. I protagonisti di entrambi sono ragazzi. E niente. Tutto qua.
ciao.
Pubblicato da: andrea branco - 05.12.08 17:37
@ Andrea Branco. Guarda che l'editoria per ragazzi italiana distingue da anni e anni i target per fasce di età: 0-3, 3-6; 6-9; 9-12; poi giovani adulti e infine tutti. Sono fasce di massima, ovviamente, ovvero puramente orientative. In realtà può sempre succedere che Dostoevsky vada alla grande anche tra i bambini dell'asilo:- )
Pubblicato da: Lucio Angelini - 05.12.08 18:18
@ Lucio Angelini:
Molte Grazie Lucio!
Non avevo mai fatto caso a ciò che dici, anche se sapevo c'erano varie fasce d'età, ma la denominazione "giovani adulti" mi sembrava mancasse in Italia. Ovvero, questa categoria messa nella narrativa per ragazzi, senza ulteriore specificazione. Grazie quindi.
Dostoevsky no, ma di Hugo, Melville, da piccolo lessi le versioni adattate ed abbreviate de "I miserabili", "Moby Dick"...
Pubblicato da: andrea branco - 05.12.08 18:42
Cara Carlotta, ho scritto questo pezzo ormai un mese fa. Adesso le cose vanno molto meglio. Ad Andrea Barbieri invece rispondo che ci proverò a godermi l'America: a Natale è previsto un lungo viaggio in macchina che comprende Chicago, Cleveland e New York all'andata e al ritorno Philadelphia e Whashington.
Pubblicato da: Marco Candida - 05.12.08 18:54
@ Branco. Ci sono libri - peraltro - che offrono diversi piani di lettura. Pensa ad "Alice nel paese delle meraviglie", che si apprezza a livelli differenti a seconda dell'età...
Pubblicato da: Lucio Angelini - 05.12.08 19:08
Lucio, in una delle due librerie della Mall di Grand Forks ho contato otto scaffaltature di Young Adult e cinque scaffalature di Independent Reader. Per otto volte e per cinque volte compare la scritta in cima alla scaffalatura Young Adult e Independent Reader. Ci sono almeno cinque scaffali lunghi tre metri l'uno per ciascuna scaffalatura vale a dire che ci sono quaranta scaffali di libri di genere Young Adult in una libreria come ce ne sono a migliaia. Con questo voglio dire che se entri in una libreria americana e ti limiti appena a un'occhiata, non puoi non accorgerti che il genere young adult 'esiste' - tra l'altro sono libri di autori americani, almeno per il novantotto per cento. La situazione italiana, invece, è diversa e io il commento di Andrea Branco lo tollero perfettamente.
Pubblicato da: Marco - 06.12.08 03:45
@Marco. Anche da noi i Goosebumps (Piccoli Brividi) hanno avuto molto successo, ma come generici libri per ragazzi (mio figlio ne andava pazzo tra gli 8 e i 10 anni...) I tentativi di lanciare il vero libro Giovani Adulti(= all'incirca tra i 13-14 anni e i 18), invece, sono naufragati miseramente. I giovani adulti italiani preferiscono acquistare libri senza più specificazioni di alcun genere. Come dire che si protendono in avanti e si sentono sminuiti a leggere un libro con indicato sopra il target di età. Gli americani, invece, da eterni fanciulloni quali sono, tendono a protendersi all'indietro:- )
P.S. Invidio la tua traversata transamericana. Personalmente non vedo l'ora di ri-attraversare il deserto di Sonora, mio luogo di culto da sempre, con tutti quei deliziosi saguari...
Pubblicato da: Lucio Angelini - 06.12.08 08:02
@ Lucio. Ma dunque, come definizione, giovani adulti non c'è in Italia. Sono un po' confuso.
Comunque, quelli che negli States, a quel che ho compreso, vengono denominati libri YA, in italia vanno, nelle librerie, negli scaffali di letteratura, senza genere (a meno che non siano fantasy etc).
Faccio l'esempio di Scott Westerfeld:
http://en.wikipedia.org/wiki/Scott_Westerfeld
i suoi libri "Perfetti" (pretties) e "Brutti" (uglies), entrambi usciti per Mondadori, sono considerati di genere YA negli States, mentre da noi non sono collocati in particolari categorie (a quel che mi ricordo nelle librerie in cui li ho visti).
Aldilà di questo, le varie definizioni esistenti negli States mi interessano perché individuano un pubblico verso cui si rivolge, più o meno, la persona che scrive. Un pubblico, seppur eterogeneo, ben definito in quanto ad età, possibili gusti, etc etc. Chiaro che, secondo me, chi scrive spera sempre di travalicare età e gusti, di raggiungere, forse, quante più persone gli è possibile. Vabbé.
Mi sembra molto interessante, ecco. Come punto di partenza, dico, aldilà delle eccezioni che ci sono sempre etc etc.
grazie lucio, e grazie marco delle descrizioni delle librerie (e non solo) USA.
Pubblicato da: andrea branco - 06.12.08 17:31
@Andrea. Se visiti il sito delle edizioni EL-Emme-Einaudi Ragazzi e clicchi su catalogo trovi, per esempio, la categoria "pre-adolescenti e adolescenti": http://www.edizioniel.com/DB/genere.asp?IDG=9
Nella sezione "CERCA UN LIBRO" per fasce d'età hai la seguente scansione: 0-3; 4-6; 7-9; 10-12; dai 13 in su (questo è il vero settore YOUNG ADULTS). Insomma non formalizzarti sui diversi nomi adoperati in Italia. I libri per giovani adulti ci sono eccome: io stesso ho tradotto parecchi titoli della collana FRONTIERE per le edizioni ELhttp://www.edizioniel.com/DB/collana.asp?IDG=9&IDC=13
Guarda, per esempio, anche qui:
http://www.cultura.toscana.it/biblioteche/servizi/biblioteca_accessibile/giovani_adulti.shtml
(Bambini e Ragazzi/ Giovani Adulti)...
Pubblicato da: Lucio Angelini - 06.12.08 19:32
P.S. La cosa preoccupante è che sempre più spesso sono gli stessi editori a COMMISSIONARE ai propri autori il tipo di libro che serve loro a rimpolpare le collane esistenti. Come dire: prima si inventano le collane, poi si commissionano i libri da inserire in esse, con buona pace della vecchia e obsoleta "ispirazione":-)
Pubblicato da: Lucio Angelini - 06.12.08 19:37
@ Lucio
Ma le definizioni sottintendono una lettura della realtà, nomi diversi individuano cose diverse, o aspetti diversi di una stessa cosa, o la cultura di chi dà quel nome a quella cosa. "Ragazzo con i capelli su un occhio" o "emo" definiscono lo stesso ragazzo, solo che chi usa la prima definizione non sa, credo, che quel tipo di pettinatura è tipico degli "emo". Al tempo stesso, dire "io sono un emo" o "io sono uno che porta i capelli su un occhio", è diverso, poiché chi usa le due terminologie intende se stesso in modo diverso.
A me interessava YA in quanto definizione di sé. Tra i 14 e i 18 anni si è ragazzi, teenager, pensavo come eventuale definizione statunitense del tipo di letteratura rivolta a tale pubblico, e invece il termine esatto è Young Adults. Che a me suona come "adulti, ma giovani".
Tutto qua.
Che ci sia in Italia lo stesso pubblico, ovvero persone che hanno la stessa età degli YA americani, è ovvio, però mi incuriosisce la differenza di termini usati, ed il fatto, come dici tu, che da una certa età in poi nel nostro paese ci si dia alla letteratura senza definizione ulteriore di età.
ecco.
Riguardo al p.s.: preoccupante, concordo
(-:
Pubblicato da: andrea branco - 07.12.08 12:08