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11.09.08

Testamento biologico

di Barbara Gozzi

[Altri articoli in Il primo amore sullo stesso argomento] [Altri articoli in vibrisse sullo stesso argomento]

Ricordo una bambina che guardava fuori dal finestrino.
Era buio. Tutta la famiglia si era infilata in macchina dopo cena, salutando i nonni. Tratta stradale: Ferrara - provincia di Modena. Capitava che la domenica diventasse un transito: partenza in tarda mattina tra schiamazzi e borbottii, ritorno notturno e silenzioso.
Ricordo che l’abitacolo la rassicurava, quella bambina che fissava insistentemente il paesaggio indistinguibile. Campagne. Tetti. Alberi e macchie. Qualche luce lontana.
Ci pensi mai alla morte, mamma?
Ricordo le parole esatte. Perfino il tono, frettoloso ma deciso, che è uscito dalla bocca della bambina.
Poi il caos. La madre col volto arrossato, balbettante sbirciava il padre alla guida. I fratelli ridacchiavano tra loro e la radio in sottofondo, a coprire una risposta che non è mai arrivata.
Quella bambina ero io, ormai vent’anni fa.
E da allora il mio rapporto con la morte è cambiato, da individuo quanto, da alcuni anni, anche da genitore.

Allora queste righe strane, storte direi, tentano di lasciare una traccia precisa.

Della morte ho paura, mi confonde, la temo e la rincorro, la vedo attorno a me e spesso mi sento accarezzata.

Ma non vorrei mai - davvero mai - allontanarla. Scansarla. Ignorarla o peggio. Lasciarmi sospesa, come se potessi (e dovessi) aspettarmi l’eternità.

No. La morte scandisce il tempo. Ci restituisce una precisa dimensione, di creature fragili che vivendo possono fare e disfare in continuazione. La morte è ‘l’ ‘incognita che sottolinea la forza del tutto che ci circonda. Colori, sapori, umori, moti, gesti, suoni e.

Allora io chiedo di poter morire senza che il mio corpo diventi un mero contenitore freddo. Non accanitevi su un involucro che non ha colpe, è progettato per deteriorarsi, non conosce l’eternità.

Ma chiedo anche di non essere lasciata sola. Chiedo, a chi mi vuole bene, di non voltare la faccia, di non fuggire né di delegare. Chiedo di essere accompagnata nell’unico modo possibile: rimanendomi vicino. Il gesto, lo so, può sembrare inutile forse addirittura insensato. Ma non lo è.

E mi rendo conto, di essere egoista. Di ‘pretendere’ qualcosa di doloroso, difficilissimo. Lo so.

Ma la voglio urlare questa, come la precedente, dichiarazione perché nella morte abbiamo bisogno di comprensione, appoggio. Di poterci aggrappare mentre ci lasciamo andare. I viventi la dovrebbero sfiorare (la morte) e il morente sentire, quella carezza lieve, magari distante, offuscata.

Spero che il silenzio non mi separi anzitempo dalle persone amate, tutte, senza distinzioni di gradi o legami. Vorrei sapermi rispettata nel corpo quanto nella mente. E mi auguro, chiedo, che il transito venga legittimato, capito e accettato.

Chiamatelo pure testamento biologico allora.

Ma è anche un impegno preciso che prendo ora, qui, adesso. Giovedì 11 Settembre 2008, una giornata qualunque, quella in cui ho deciso consapevolmente di espormi.

Amore, rispetto e vicinanza. Anche attraverso la morte.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 11.09.08 23:53

Interventi

In un cimitero c'è più vitalità.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 12.09.08 11:21

Mi sono indignato alla presa di posizione della regione Lombardia circa il caso di Eluana Englaro.
Prima di tutto mi pongo la domanda: Ma cosa rappresenta questa Regione per opporsi a quanto stabilito in sede giudiziaria e arrogarsi il diritto di decidere sul trattamento sanitario da corrispondere ad un suo utente?
Se fosse stato il parente di un cadavere eccellente a chiedere lo stesso trattamento, cosa sarebbe capitato?
Sono navigato e non mi faccio illusioni. So perfettamente che la questione non sarà risolta in casa nostra, se non in maniera pasticciata. Il perché è chiaro, almeno quanto è oscura la presenza della salma di un bandito tra la “santità” di una cattedrale, e poi, a scanso di equivoci, c’è la storia del povero Welby , al quale sono stati sfacciatamente rifiutati i funerali in chiesa, accordati pochi giorni dopo ad un cadavere eccellente suicida.
Credo che un eventuale Dio ne sia rimasto imbarazzato.
Mi chiedo allora ancora una volta se giustizia e democrazia non dovessero essere cose ben separate. Come può, un manipolo di persone capitate lì alla meglio per convenienze di partito e non certo per capacità specifiche, pretendere di regolare gli obblighi di servizio di medici che intendessero operare a quanto stabilito dalla Cassazione e Corte d’Appello di Milano? Capirei, senza comunque condividere, le stesse posizioni se provenissero da filosofi, sociologi e teologi, ma che lo siano da politici nostrani, quegli stessi che per briciole di visibilità sbugiardano le stesse istituzioni, no, questo non lo accetto.
Tutti sappiamo come la politica italiana si muove tra necessità elettorali e umorali consensi di gente videoipnotizzata, ma la vita di noi esseri mortali non può e non deve essere utilizzata per fini politici alla stregua di un campo nomadi, di un cumulo di rifiuti o di un manipolo di balordi in trasferta calcistica. La vita appartiene ai singoli e soltanto dopo alle rispettive famiglie. Poi basta.
Io sono per il testamento biologico, e , se questo lo chiede, anche per l’eutanasia. Per mio conto non vorrei rimanere in vita artificialmente o tramite macchine. Oggi lo dico e sottoscrivo, sarei più felice sapermi utilizzato nei pezzi buoni per migliorare la vita di chi ne avesse necessità.
Saluti e salute per tutti

Pubblicato da: Pio Favia - 13.09.08 11:38

Pio scrive: "Credo che un eventuale Dio ne sia rimasto imbarazzato".

Parecchi di coloro che si oppongono a che sia fatta la volontà (certificata come tale - se ho capito bene in via non del tutto definitiva - da un magistrato) della signorina Eluana Englaro, lo fanno più o meno esplicitamente in nome di Dio.

Quindi:
- o costoro e Pio fanno riferimento a Dèi diversi;
- o costoro e Pio hanno informazioni diverse sul conto della volontà dello stesso Dio;
- o uno stesso Dio ha passato a costoro e a Pio le medesime informazioni, ma ci sono interpretazioni diverse.
In ogni caso, tanto costoro quanto Pio si appellano a una volontà di Dio (dalla quale deriverebbero principi di validità universale). E questo, secondo me, è un buon modo per non venire a capo di nulla.

Una domanda per Pio. Quando scrivi: "Non vorrei rimanere in vita artificialmente o tramite macchine", intendi dire che, ad esempio, in caso di frattura, rifiuteresti l'inserimento di chiodi o di protesi? E intendi dire che, in caso di malattia, rifiuteresti la somministrazione di medicine?

Un'altra domanda: Pio, se ritieni che l'essere tenuto in vita per mezzo di una macchina sia un essere tenuto in vita "artificialmente", ritieni invece che l'essere tenuto in vita con l'impianto di un organo altrui sia un essere tenuto in vita "non artificialmente"?

Faccio queste osservazioni solo per mostrare come occorra attenzione nell'uso delle parole. Soprattutto quando si dichiara una volontà ultima e definitiva (o quando, magari, si scrive una sentenza o una legge).

Pubblicato da: giuliomozzi - 13.09.08 11:53

Magari sbaglio, ma quando si scrive un testamento la prima regola(di buonsenso se non di rispetto) dovrebbe essere la chiarezza e la semplicità.

Per me togliere la spina è un atto innaturale, che richiede una non comune forza d'animo, e sulla base di quanto letto sopra NON farei nulla di simile. Avrei sempre il dubbio che quanto scritto sia dovuto a preoccupazioni artistiche, al desiderio di fare letteratura, piuttosto che ad una consapevole riflessione sulla vita e sulla morte.

Mi sembra un testamento di un egoismo profondo, dove la preoccupazione di se, dell'immagine di se, è l'unico punto di vista della scrittrice. Non c'è traccia di comprensione, di aiuto e sostegno verso coloro che dovrebbero staccare la spina.

Ripeto, forse ho letto male io, ma leggere questo testamento dopo quello di Mauro Mirci è stato brutto.

Scusami Barbara


Pubblicato da: Andrea D'Onofrio - 15.09.08 11:46

Rispondo ad Andrea D'Onofrio nella considerazione che (giustamente) non mi conosce, invece, le righe qui pubblicate nascono da precise considerazioni personali.
Nessun bisogno di scusarsi, caro Andrea, perchè poi? Ho reso pubbliche parole molto intime, ognuno ha dunque il diritto di interpretarle e sentirle a modo suo, ci mancherebbe.
Ma vengono da esperienze dirette precise.
Solo questo volevo precisare. Negli ultimi anni sono morte alcune persone a me vicine, parenti e amici, e in tutte queste morti ho avvertito due mancanze, buchi direi, che tutt'ora mi sconvolgono:
- l'assenza di consapevolezza (da parte del morente riferendomi a morti 'non violente' o improvvise)
- la pressoché totale assenza degli affetti più cari, un ignorare l’ 'accompagnamento' del morente, e quindi la perdita di una precisa forma di rispetto verso il transito 'morte' e il morente stesso.
Credo che queste considerazioni, negli anni, mi abbiamo molto indurita, nei confronti di chi resta, dei viventi (categoria a cui appartengo anch'io, per altro, e fino a prova contraria).
Le righe di cui sopra, in realtà, sono nate dal bisogno evidentemente mio, e quindi egoistico, di non tacere precise volontà. Ma, come spiego verso la fine, sono un impegno preciso che mi assumo.
Non vorrei mai morire sola, sentendomi sola, abbandonata, tra silenzi e volti in ombra, bisbigli.
E non vorrei essere tenuta in vita esclusivamente da macchine, laddove il mio corpo non potesse più farlo e non ci fossero precise indicazioni mediche su un recupero nel breve periodo (e per breve intendo non superiore a qualche settimana) di tali funzionalità. [ Mi rendo conto che quest’ultima affermazione non è risolutiva, i confini sono labili ed è difficile anche solo prevedere le principali situazioni che si potrebbero verificare. In questo non volevo mancare di rispetto verso chi resta e deve decidere. Ma ho cercato, magari male, di esprimere comunque una volontà, quella che oggi mi sento, fin dove posso arrivare nel 2008. ]
Ma entrambe le due richieste di cui sopra, non sono (per me) unilaterali.
Una sorta di 'io voglio'.
Sono, come accennavo, un impegno. Farò il possibile perché chi mi sta attorno possa acquisire consapevolezza e morire sereno, mai abbandonato. Amore, rispetto e vicinanza, alludono a questo.
Forse non sono stata chiara nell'esporre i miei pensieri. Però non c'è stato nessun intento letterario, nel senso che non ho preoccupazioni artistiche, non vedo come potrei, in fondo. Ho scritto come mi sentivo in quel momento, attraverso ‘un modo’ che mi rappresenta, tutto qui. E francamente dell'eventuale 'mia immagine' me ne frega il giusto, in questo caso nulla. Anche perché non è la mia immagine che chiede affetto, vicinanza e rispetto ma la mia anima. Non è del corpo che mi preoccupo, se così fosse forse chiederei di essere lasciata in pace, non vista, invece vorrei essere circondata dalle persone a cui ho voluto bene e che spero me ne hanno voluto.
Non ho scritto che per chi resta è facile, decidere, o comunque assistere ed assecondare la morte. Non lo è affatto. Tanto meno vorrei sminuire o ignorare il ruolo di chi ha davanti a sé una scelta che decreterà la vita o la morte di qualcun altro.
Mi sono concentrata sul morente perché è lì che nella mia breve esperienza ho visto più dolore, mancanze e disamore. Ho scelto, dunque, di dichiarare all’interno di questo contesto assolutamente personale, imperfetto e parziale.
Senza nessuna pretesa di essere o esprimere un ipotetico 'assoluto'.

Barbara

Pubblicato da: Barbara Gozzi - 15.09.08 14:28

Andrea, scrivi: "Avrei sempre il dubbio che quanto scritto sia dovuto a preoccupazioni artistiche, al desiderio di fare letteratura, piuttosto che ad una consapevole riflessione sulla vita e sulla morte".

Domanda n. 1: il "desiderio di fare letteratura" è una cosa brutta? Ci sono situazioni, contesti, tipologie testuali eccetera in cui il "desiderio di fare letteratura" è inopportuno? E che cos'è inopportuno: il "desiderio" o il "fare letteratura"? Se in un testamento uno "facesse letteratura" senza averne il "desiderio", le cose starebbero diversamente?

Domanda n. 2: che ne sai tu, che ne so io, che se ne può sapere, di quanto sia "consapevole" la "riflessione sulla vita e sulla morte" di Barbara Gozzi? Io non dispongo di uno strumento che mi permette di vedere l'interiorità delle persone. Per questo preferisco pensare che, se una persona dice una cosa, è perché la vuole dire. Senza immaginarmi intenzioni, carenze di consapevolezza o altre cose alle spalle di ciò che la persona dice.

Pubblicato da: giuliomozzi - 15.09.08 15:20

Barbara,
io sono colui che deve decidere. Prendo il tuo testamento e leggo, sulla base di quanto leggo prendo una decisione: una qualsiasi, non importa quale. Il tuo testamento mi aiuta? No. Mi chiedi di starti vicina, e questo è naturale (che poi non sia stato fatto e tu debba chiederlo è un altro discorso), ma nella parte "innaturale", dove devo prendere sulle mie spalle il peso della tua vita, tu non mi sei stata vicina. Ora leggi il testamento di Mauro Mirci, in ogni riga traspare (ovvero: io ci leggo) un desiderio di aiutare chi dovrà scegliere, infine "..chiedo perdono per averle arbitrariamente fatte destinatarie ed esecutrici di questo testamento biologico."
Ecco, credo che questo sia molto importante: aiutami nel prendere la decisione. Ti rendi conto che domani tu non ci sarai più (oppure continuerai a vegetare) e sarò stato io? E se ho sbagliato? Da quale Barbara sarei giudicato, da quella indurita dell'aridità dei "viventi" o l'altra?

Giulio:
punto 1 - no, non è una cosa brutta ne una cosa bella, è solo una delle tante espressione umane che può essere usata bene o usata male. Quando prende la mano, quando la forma prevale sulla chiarezza del testo allora diventa brutta se la chiarezza è fondamentale (credo sia il caso dei testamenti biologici). Ma non saprei trovare un critererio univoco di identificazione. Un testamento può essere, oppure desiderare di essere letteratura, ma sarebbe un in più, gradito quanto si vuole, ma al di fuori degli scopi proprio di un testamento. Scopi che possiamo desumere da wiki

"Il testamento biologico (detto anche: testamento di vita, dichiarazione anticipata di trattamento) è l'espressione della volontà da parte di una persona (testatore), fornita in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell'eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione."


punto 2 - Infatti nulla so della consapevolezza di Barbara, io ho parlato di dubbi. Non ho dato significati mistici alle sue parole, ho detto "guarda che il tuo testamento non mi sembra di aiuto per chi deve scegliere". Il punto è esattamente che "Io non dispongo di uno strumento che mi permette di vedere l'interiorità delle persone. " e allora chiedo più parole, perchè a me, per come sono fatto io, queste non bastano. Ovvio che magari chi la ama possa trovare questo testamento "sufficientemente ampio": ma perchè NON legge solo quello che ha scritto, ma anche la vita insieme a lei, la conoscenza di Barbara. Cose che io non so.

Ciao

Pubblicato da: Andrea D'Onofrio - 15.09.08 17:53

secondo me, il testamento biologico in caso di «coma irreversibile» è, dal punto di vista del morente, una questione di lana caprina. un po' come la sepoltura: che mi frega a me, son morto, fate un po' quello che volete.
non così semplice la parte dei congiunti. se è per aiutarli a prendere una decisione, allora lo faccio anch'io 'sto testamento. d'altronde, applicando coerentemente lo stesso principio - il bene dei miei cari -, non potrei che dire loro di staccare la spina dopo 5 secondi.

insomma, il dibattito sul testamento biologico m'appassiona poco.

il problema interessante è quello dell'eutanasia. come nel caso dei tetraplegici: gente che si sparerebbe volentieri in testa, ma non può farlo. che condizione tremenda!
ecco, la questione è trovare un amico-killer che ti uccida nel modo più bello possibile ('eu': qualche droga buona, o nel sonno), se diventi tetraplegico o ti becchi la SLA e malattie simili. sicuramente più difficile che scrivere un testamento... viste le probabilità, mi sa che non ne vale la pena.


mi piacerebbe poter lasciare il conto pagato al bar per gli amici, come Barney Panofsky. ma, coi MIEI soldi e le LORO bevute, finirebbero dopo qualche giorno non di più.

mi tocco le palle.

Pubblicato da: mortocheparla - 16.09.08 18:11

Andrea, scrivi a un certo punto: "...quando la forma prevale sulla chiarezza del testo...". Ma allora quello che stai dicendo è: che il testo di Barbara Gozzi ti sembra brutta letteratura. E questa è un'altra faccenda.

In alternativa (cioè: da prendere in considerazione solo ti pare che nel capoverso precedente io cada in errore): se un testamento serve a "esprimere una volontà", potrà ben essere "espressivo" (ovvero, detta con più precisione: il proprium della letteratura è o non è utile a esprimere con più chiarezza una volontà?).

Anonimo, il primo principio del benaltrismo dice: data una questione A, esiste sempre una questione B più importante (o "appassionante").
Ho peraltro qualche dubbio che ciò che tu dai per scontato (ossia che i "tetraplegici" siano "gente che si sparerebbe volentieri in testa") sia vero.

Pubblicato da: giuliomozzi - 16.09.08 18:49

Brutta nel senso di malriuscita, insufficiente letteratura si. Brutta in senso estetico non saprei, ovvio che a me non è piaciuta, ma io sono uno qualsiasi non un esperto, la mia opinione vale quella di un altro. Pure meno, perchè quello stile non mi piace, magari ad altri si e a loro tocca dire se il testamento è artisticamente valido o meno.

Non so se il proprium della letteratura serve esprimere con più chiarezza una volonta, ma se ho ben capito wiki e quello che mi stai chiedendo direi che non è detto: nella letteratura che ha finalità di comunicazione si, nella letteratura che ha finalità artistiche no.

Uso comunicazione e arte nel senso che gli da wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Letteratura
Sempre se ho ben compreso avremmo:

comunicazione > informazione
arte > espressione estetica

Ciao

Pubblicato da: Andrea D'Onofrio - 16.09.08 23:30

Scusa, Andrea, ma: parole come "insufficiente letteratura" e "brutta in senso estetico", non vogliono forse dire la stessa cosa?

Mi sapresti indicare un'opera di letteratura che, avendo finalità di comunicazione, non è arte? E un'altra che, avendo finalità artistiche, non comunica nulla?

Mi spiego: a me pare ovvio che la letteratura, essendo un'attività relazionale (= che esiste nella relazione tra le persone, mette in relazione le persone) è un'attività di comunicazione. Non riesco però a capire se abbiamo un problema linguistico (cioè: non ci capiamo perché usiamo le stesse parole per dire cose diverse) o se abbiamo un problema di sostanza.

Le voci di Wikipedia alle quali rimandi sono, purtroppo, secondo me (e anche secondo Wikipedia), degli abbozzi abbastanza confusi. Anche per questo non capisco bene.

Pubblicato da: giuliomozzi - 17.09.08 01:16

Giulio scusa, ma se è confusa perchè non la modifichi? Chi più di te ha le conoscenze adeguate?

".. pare ovvio che la letteratura, essendo un'attività relazionale (= che esiste nella relazione tra le persone, mette in relazione le persone) è un'attività di comunicazione.."

si ma non è scontato il contrario, cioè non è scontato che ogni attività di comunicazione sia letteratura. In particolare siccome dal testamento io debbo ricavare la forza di ammazzare una persona a me cara, io ritengo la parte "informativa" della comunicazione insufficente perchè per come è scritto mi è nato il dubbio che le finalità artistiche abbiano prevalso su quelle informative.

Sul punto del problema linguistico facciamo cosi: scegliamo una definizione, così è più facile. Io propongo questa

http://telecultura.tarcisiomuratore.eu/dispense/letteratura.pdf

allora secondo questa definizione (posto che ho capito bene, se non è cosi ti pregherei di correggermi) ho detto a Barbara che le modalità formali da lei scelte per comunicare le sue volonta sono sbagliate a causa "..(del)la presenza di consapevoli e intenzionali finalità artistiche ed estetiche" e che se usa altre "categorie testuali" è meglio.


Ciao

Pubblicato da: Andrea D'Onofrio - 17.09.08 10:58

Rispondo a Giulio scusandomi della mia poca chiarezza: quando scrivo sull'imbarazzo di Dio, mi riferisco unicamente al rifiuto della chiesa nei confronti di Welby e non ad altro, soprattutto perché non credo Egli avrebbe fatto due pesi e due misure.
Io sono credente, almeno così mi reputo, mi rimane però difficile esserlo per interposta persona, e la Chiesa, ce lo dice la Storia, è fatta di uomini che spesso e volentieri sbagliano.

Quando scrivo: "Non vorrei rimanere in vita artificialmente o tramite macchine" intendo dire che non vorrei rimanere inchiodato al letto per sempre costringendo moralmente chi mi ama ad una vita sacrificata.
Le medicine e i trapianti, ma sia chiaro parlo per me, le accetterei solo se servissero a risolvere il problema del rimanere in vita non inchiodato in un letto, e non a prolungarne invece la detenzione fino alla fine.
La dico tutta. Anni fa ci sono passato.
Ho subito la perdita di un fratello dopo un incidente e relativo periodo di coma profondo. I medici che hanno in tutti i modi cercato di salvarlo con un'operazione sono stati da subito chiarissinmi: se sopravvive - hanno detto - rimarrà un corpo senza nessuna vitalità. Capitemi, in quel momento di dolore credo avrei persino accettato un trapianto di cervello.
Era un tipo sportivo che non stava mai fermo, bici, nuoto, corsa, tiro a segno. Ho pregato Dio che se lo prendesse. Ci ripenso spesso e ancora oggi lo ringrazio del fatto che mi abbia ascoltato.
Nel caso, vorrei la stessa cosa per me.

Pio


Pubblicato da: Pio - 17.09.08 12:54

ho dovuto cercare...
BENALTRISMO
Il termine indica un'affermazione (tesi benaltrista) formulata nel mezzo o alla conclusione di una discussione, in opposizione sia all'individuazione di un problema che di una soluzione allo stesso, sostenendo che i problemi sono ben altri. In questo modo l'autore si sottrae ad ogni valutazione oggettiva delle posizioni e soluzioni altrui, pronunciando de facto un giudizio di inutilità su ogni risultato raggiunto nel campo, come sulla legittimità della discussione, rimandando sine die la questione.
(wikipedia)

io non mi sono «sottratto», la mia l'ho detta: a me da morto (o PRATICAMENTE morto) i miei parenti mi possono fare quello che vogliono, e, se non sono in grado di decidere per me, allora che stacchino la spina.
evidentemente la condizione da te riscontrata è necessaria ma non sufficiente per indentificare un "benaltrista", in più c'è un inghippo (un vincolo non banale sui piani oggettivo e soggettivo; io parlavo per me e d'altronde non era possibile altrimenti).

per quanto riguarda i tetraplegici: sì, sono stato poco chiaro. IO mi sparerei in testa (ovviamente è quello che dico ora, da sano) e penso di non essere il solo. Fogar dichiarò di averlo inizialmente voluto, ma lo convinsero i parenti; il caso Welby, lo conosciamo tutti.

Pubblicato da: anonimo - 17.09.08 15:05

Anonimo, quando dici che questo dibattito ti "appassiona poco", mentre "il problema interessante è quello dell'eutanasia", fai del benaltrismo.

Trovo curiosa, comunque, la tua dichiarazione: "Sono stato poco chiaro". No, non sei stato poco chiaro. La tua precedente affermazione era chiarissima. E ora fai un'affermazione che è completamente diversa. Quindi la tua non è una precisazione: è una smentita.

Pubblicato da: giuliomozzi - 18.09.08 15:54

Pio, scrivi: "Quando scrivo sull'imbarazzo di Dio, mi riferisco unicamente al rifiuto della chiesa nei confronti di Welby e non ad altro, soprattutto perché non credo Egli avrebbe fatto due pesi e due misure". Quindi, evidentemente, tu pensi di conoscere il pensiero e le intenzioni di Dio. Puoi dirci chi ti passa queste informazioni?

Scrivi anche: "Non vorrei rimanere inchiodato al letto per sempre costringendo moralmente chi mi ama ad una vita sacrificata". Anche se tu fossi "inchiodato al letto per sempre" perfettamente cosciente, in grado di parlare, mangiare, scrivere, eccetera?

Pubblicato da: giuliomozzi - 18.09.08 16:00

Giulio, sul discorso dell'imbarazzo di Dio, come potrai rileggere dal mio primo post, ho utilizzato un "credo" dubitativo e non un "io so che..." affermativo, quindi, nessuna informazione privileggiata. Magari! No, non sono un unto, io, né credo di poterlo eventualmente meritare!
Essere inchiodato al letto da cosciente, sarebbe per me ancora peggio. Ora, scusatemi se dico questo, confesso di non avere il timore di dover morire, semmai è il come che mi fa paura. Vigliaccheria? Incoscienza? non saprei dire. So invece bene che questa è una condizione in cui versano in molti. Il problema però è soggettivo. Per me il dover essere imboccato, lavato, rigirato, custodito anche con abnegazione, non toglierebbe dalla mia mente il fatto che la persona che si presta con tanto amore, verrebbe oggettivamente privata di una sua vita.
In caso d'immobilità cosciente, il testamento biologico credo poi non mi servirebbe, potrei in quel caso chiedere in diretta l'eutanasia, quella che grazie al condizionamento ecclesiastico, oggi non mi verrebbe concessa.
Il presidente della repubblica ha provato ad esortare la politica a parlarne, però...

Pubblicato da: Pio - 19.09.08 14:10

Sta di fatto, Pio, che hai tirato in ballo il dio e la sua volontà. E quindi, automaticamente, hai trasformato una domanda del tipo: "Come è giusto agire?" in una domanda del tipo: "Come vuole che agiamo il dio?". In questo modo si favorisce quello che tu chiami il "condizionamento ecclesiastico". Che tu non voglia favorirlo, mi pare evidente; che senza accorgertene lo favorisci, mi pare altrettanto evidente.

Se si vuole una discussione "laica" è necessario rinunciare a ogni pretesa di insegnare ai "non laici" che cosa vuole o non vuole (o potrebbe forse volere o non volere) il dio. Perché, in una discussione "laica", non c'è spazio per il dio.

Pubblicato da: giuliomozzi - 22.09.08 12:37

Giulio, sarà che esteriormente le mie parole appaiono come tu dici, però ho provato a rileggere il mio intervento iniziale e mi risulta evidente come il citare dio in quell'ambito era una trasposizione clericale. Io clerico, cioè, avrei sì dovuto chiedermi "Dio, Come vuole che agiamo?".
ciao

Pubblicato da: Pio - 24.09.08 11:20

Scusa, Pio, ma non capisco cosa intendi dire con le parole "trasposizione clericale".

Mi sembra che la chiesa (intesa come istituzione gerarchica) si sia appunto domandata: "Dio, come vuole che agiamo?"; e che a questa domanda abbia dato risposta. Solo che, a quanto pare, il tuo Dio (peraltro "eventuale") vuole che si agisca in un modo, e il Dio della chiesa in un altro.

Il problema, quindi, secondo te, mi par di capire, è: quale sia il vero Dio. Stabilito questo, ci si domanda come egli vuole che agiamo.

E se non è così, ti chiedo di rispiegarmi.

A me pare opportuno che la domanda "Come agire?" la rivolgiamo a noi stessi.

Pubblicato da: giuliomozzi - 24.09.08 15:21