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17.07.08

Testamento biologico / 2

di Ferdinando Camon

[Questo articolo di Ferdinando Camon è apparso oggi nei quotidiani veneti del gruppo Finegil. gm]

Ho letto il "testamento biologico" di Giulio Mozzi, pubblicato su questo giornale, e mi ha turbato. Lui fa riferimento al caso di Eluana Englaro, e anche questo mi turba. Eluana è in coma irreversibile da 16 anni, il padre e gli amici dicono che quand'era lucida e sana aveva visto un malato inguaribile e senza coscienza, e aveva detto: "Se fossi ridotta così, preferirei morire subito". Su questa base, il padre e le amiche, e tutte le persone che, per usare l'espressione di Mozzi, le vogliono bene, chiedono che "si stacchi la spina" che tiene in vita Eluana, e che Eluana sia lasciata morire. Questo sarebbe amore. Continuare a nutrirla artificialmente vuol dirre senza farla soffrire senza ragione e senza speranza, e con la figlia protrarre la sofferenza dei genitori e degli amici. Mentre scrivo, un tribunale ha dato ragione al padre di Eluana, ha autorizzato a staccare la spina, il padre è disposto a compiere questo gesto personalmente, o in sua vece s'è dichiarato disposto un medico.

Tutto lascia credere che Eluana sarà lasciata morire, e questo gesto sarà inteso com e un gesto d'amore. Sono convinto che protrarre la vita artificiale di Eluana non sia amore, sia un'altra cosa., Paura di Dio, della Legge, della Scienza, ma pur sempre paura. Però penso che "lasciar morire Eluana", come a suo tempo fu lasciata morire Terry Schiavo, sia un atto di viltà che moltiplica la sofferenza. Terry Schiavo era in una situazione analoga, il marito voleva che fosse lasciata morire, un tribunale lo autorizzò, e la povera donna fu abbandonata: per lei fu "staccata la spina". "Staccare la spina" vuol dire lasciare che il corpo del malato si estingua, per fame e per sete, cellula per cellula. Il corpo di Terry ci mise cinque giorni a morire. Per Eluana andrà suppergiù nello stesso modo. E' vero che per tutto quel tempo si somministrano antidolorifici, in modo che la sofferenza non superi la soglia della coscienza. Ma la complessa e lunga operazione del "lasciar morire naturalmente" non è il massimo dell'amore, e se dovessi trovarmi in quelle condizioni chiedo che questi cinque giorni di sofferenza di tutte le mie cellule, una per una, sia pure intorpidite dai farmaci, mi siano risparmiati.

Quando il malato irrecuperabile, in coma vegetativo, vien tenuto in vita perché non c'è una Legge che ne autorizzi la morte, tenendolo in vita non si ama il malato, si ama la Legge. Quando la Chiesa, di fronte a un malato che non ha più alcun rapporto con noi, è perso nell'incoscienza da un decennio e mezzo, dice che va tenuto in vita perché la vita è di Dio: la Chiesa non ama il malato, ama Dio. Quando il medico dice che la sua Scienza gli insegna come tenere in vita e non come far morire, e che perciò lui terrà in vita anche l'incosciente irrecuperabile, quel medico non ama il malato, ama la Scienza.

Ma allora chi ama il malato? Chi vorrei che venisse in mio aiuto, se mi trovassi in quelle condizioni, privo di ogni speranza? Uno che amasse me. E che, vedendomi perduto in una morte-che-non-finisce-mai, mi desse l'unico aiuto possibile: non col lasciarmi morire in cinque giorni, ma spegnendo in me in un istante la coscienza, l'esistenza e la sofferenza.

Quest'uomo non amerebbe né la Scienza né la Legge, così come sono oggi. Né Dio, così com'è. Ma aiuterebbe a cambiarli. Dio, per esempio (soffermiamoci un attimo, visto che la Chiesa è la più ferma oppositrice della cessazione della vita), è chiaro che ha deciso che quella vita deve finire, solo che noi, con le nostre macchine, le diamo un prolungamento artificiale che dura all'infinito. E' così che ci ribelliamo alla sua decisione. Una rivolta crudele e inutile. Se il mio cervello si scollega dalla corteccia, e io non sento, non capisco, non vedo, non rispondo, non ho e non avrò mai più coscienza, il vero amico è colui che mi fa cessare di esistere in un amen.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 17.07.08 11:17

Interventi

Non mi faccio tutte queste domande su Dio, la Chiesa, la Legge o la Scienza, ma sono d'accordo.

Pubblicato da: Carlo Cannella - 17.07.08 13:35

Perché non ti fai tutte queste domande, Carlo?

Pubblicato da: Bandini - 17.07.08 14:07

Ho vissuto l'esperienza di un padre condannato a morte dal cancro, costretto a trascinarsi per più di due anni in un'esistenza fatta di sofferenza inutile e nient'altro. In quel tempo non sentivo la necessità di trovare conforto in Dio (in cui tra l'altro non credo) o nella scienza (che aveva comunque abdicato fin dal principio dal ruolo di salvatrice). Avevo di fronte a me un uomo che non riconoscevo come mio padre, perché trasfigurato dalla malattia. Non era più la persona buona e dolce che mi aveva accompagnato per quarant'anni, ma un uomo piegato dal dolore, ridotto a pelle e ossa e senza più alcuna ragione di vita.
Quando mi chiese se poteva farla finita gettandosi dalla finestra, io gli risposi di no, che doveva farsi forza e non arrendersi mai. Sapendo che non c'erano speranze, non feci altro che aggiungere dolore al dolore. Quando la vita non ha più senso, questo è ciò che penso, non hanno più senso nemmeno le domande. La complessità del mondo si riduce a un orizzonte sottilissimo. Ancor di più quando siamo ridotti allo stato vegetativo. A me sembra che l'amore esuli dalle domande e dalle convinzioni di fede, e che il gesto che spegne la vita inutile sia il solo atto che possa dare concretezza a quell'amore.

Pubblicato da: Carlo Cannella - 17.07.08 14:52

anch'io ho perduto mia madre per un tumore. le cure cui l'hanno sottoposta, l'hanno come svuotata, consumandola dentro e riducendo il fuori a una piccola massa che me l'ha sempre fatta sembrare simile a un palloncino di plastica che perde poco alla volta l'aria.
ma lei l'ha accettato perchè sperava di guarire.
toccasse a me, vorrei morire quando tocca, soffrendo solo quello che necessita il caso; non oltre, anche a costo di morire un pò prima. anche perchè, quel pò prima non elimina la vita, ma un suo doloroso e illusorio simulacro.

Pubblicato da: cristiano prakash dorigo - 17.07.08 18:35

Da credente sono assolutamente d'accordo con l'ultima frase di Cristiano. Non so cosa possa pensare un non credente (di fronte al nulla). Ma per me, credente, dopo non c'è il nulla, quindi cosa temere? Davvero non capisco cosa c'entri la devastazione dolorosa del corpo di un malato terminale con la "vita".
Tutte le volte che ho avuto a che fare con questa circostanza dolorosa ho notato nei parenti una assoluta,cieca speranza che tenere in vita l'amato avesse senso e, dopo, una assoluta, serena constatazione che "finalmente ha finito di soffrire".
A me pare che sia la paura a sostenere la speranza, non la fede. Non l'amore. Poi, quando tutto è compiuto, la paura diventa rassegnazione.
Io, per me, chiedo a chi mi ama coraggio e serenità.
Ezio

Pubblicato da: Ezio - 18.07.08 13:02

Gesù resuscita Lazzaro.
Una macchina non è Gesù.
Se pensassimo che è Dio a voler tenere in vita una persona attraverso delle macchine, dovremmo pensare che è Dio a volere che in alcuni incidenti le persone muoiano subito, o che degli errori di medici siano dovuti alla sua volontà (come la bravura di medici che riescono a tenere in vita una persona, magari tramite macchine).
Gesù dice "Ama il prossimo tuo come te stesso".
Ama le persone. L'amore sopravvive alla morte. Una persona non è tale solo quando è in vita. Una persona rimane persona nei ricordi e nel cuore delle persone che l'hanno conosciuta.
A volte, penso che la morte sia una difesa della vita. Perché ci fa ricordare le persone vive, e non in un letto d'ospedale. La vita non è la non-morte. Si dice più spesso di una persona in come che "si spera torni alla vita", piuttosto che "sta vivendo una fase della sua vita". Ci sbagliamo?
Per chi crede, comunque, vivremo tutti di nuovo. La morte non è eterna. L'amore, quando è amore, sì.

Pubblicato da: andrea branco - 18.07.08 13:40

E se quando si muore si torna a Dio, non è mancanza di fiducia nei suoi confronti, non lasciare che uno torni a lui?

Pubblicato da: andrea branco - 18.07.08 14:06

Date una letta qui.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200807articoli/34908girata.asp
E' il parere di una persona molto intellligente immobilizzata nel suo corpo fermo su un letto.
Si chiama Marina Garaventa, meglio conosciuta fra bloggers come Princy.

Pubblicato da: paola - 18.07.08 14:50

Ho letto anch'io l'articolo su La Stampa e devo dire che mi ha profondamente toccato. Ciononostante, pur capendo molte delle paure della Chiesa nei confronti dell'apertura a determinate pratiche mediche che generalmente (e banalmente) vengono definite "eutanasia", mi domando perché ci sia tutto questo attaccamento alla vita. E sono serio. Parlo della vita terrena. La funzione della Chiesa (credo, ma potrei sbagliarmi) è quello di accompagnarci nel migliore dei modi in questa vita terrena, per preparaci a quello che ci sarà dopo. Non è vero che la vita è il valore assoluto, come testimoniano del resto i Santi Martiri che rinunciano alla vita per testimoniare la fede.
Ora perchè questo attaccamento morboso alla vita e alle problematiche terrene da parte della Chiesa di oggi? Perché parlare di "morte e di vita naturale" quando lo stato di Eluana è tutto fuorché naturale? Perfino un trapiano di cuore è innaturale e va contro le leggi della natura, per non parlare di protesi biomediche o respiratori artificiali, tutte cose che nessuno si sogna di mettere in discussione (tranne i testimoni di Geova, mi pare). L'impressione è che si stia sacralizzando la vita umana solo in quanto "terrena", dimenticando sempre di più la sfera spirituale, che pure un certo conto nelle discussioni della Chiesa dovrebbe avere. E non lo dico tanto per dire, non vorrei che quello che ho scritto passasse come un banale attacco alle gerarchie ecclesiastiche, io vorrei che si facesse uno sforzo più profondo, quasi teologico, pur rendendomi conto che probabilmente non ho gli strumenti per farlo.

Pubblicato da: Giacomo Brunoro - 19.07.08 14:25

Prima di parlare di fede e del punto di vista dei vescovi è utile leggere quanto riporta il buon Travaglio da qui:
http://www.repubblica.it/2003/k/rubriche/cartacanta/16-luglio/16-luglio.html

E' evidente che Camon pur prendendola elegantemente larga si riferisce all'eutanasia di fatto, cioè alla pietosa puntura.
E' un punto di vista.
Purtroppo però, tra staccare la spina e fare la puntura esiste un abisso che per alcuni, me compreso, è incolmabile.
Tra morte naturale e morte procurata la differenza è sostanziale, Camon dice: il credente ama Dio non il malato, e liquida così la faccenda della sofferenza e il suo possibile significato, in soldoni ad una vita artificiale oppone una morte artificiale.
Infatti distinguere tra morte naturale e morte procurata significa parlare di due prospettive opposte, significa accettare o non accettare che la sofferenza, semplicemente, esista, che preceda e accompagni inevitabilmente la morte di chiunque.
Come cristiano prego di essere risparmiato dalla morte improvvisa, Camon prega per ottenere il contrario, specialmente in caso di sofferenza,entrambe le posizioni sono sostenibili e confrontabili in un civile dibattito, ma credo che la vera difficoltà, uscendo dalle posizioni personali, sia la misura di questa sofferenza.
Certamente, almeno me lo auguro, non può essere stabilita per legge; essendo il dolore, come indicò Wittgenstein, un linguaggio incomunicabile, totalmente privato, come stabilire, con quale criterio indicare quando è lecito porre termine con l'uccisione a una misura che non si può misurare?
E' noto che le donne, per esempio, hanno una soglia del dolore più alta, dovrebbero per questo beneficiare con più parsimonia del moderno sacramento? tanto per cambiare sarebbero penalizzate, come ci si regola per il testamento biologico in questo caso? e poi, il problema vero in un coma irreversibile, è la sofferenza?

Il fatto grave, secondo me, non è che una persona intelligente come Camon e tanti altri ritengano giusto sostenere questa causa, saranno le leggi a stabilirne il come e il quando, ma il fatto che facendolo in questa specifica occasione sovrappongano una visione logica e intellettuale del suicidio assistito, al riconoscimento del tutto semplice e naturale del diritto di una persona a non vivere artificialmente attaccata ad una macchina secondo il capriccio del livello di tecnologia raggiunto, ma di morire quando è ora, anche soffrendo.
Che senso ha porre sul piatto della bilancia cinque giorni di sedazione, dunque di sostanziale anestesia, per terminare quindici anni di stato vegetale a fronte di un atto che non può in nessun caso essere definito altrimenti che come uccisione?
Così facendo si inquina il piano di discussione, si assimilano due punti di vista completamente diversi, (e secondo me incompatibili), appesantendo quello più urgente e naturale rivendicato dal padre di Eluana, dando sempre maggior fiato ai fondamentalisti della vita che si oppongono a tutto ciò che non sia la loro cieca ideologia.

Pubblicato da: mario pandiani - 19.07.08 23:06

E' curioso che, come fa Mario Pandiani, un passo del catechismo della chiesa cattolica (che è online) sia citato via Repubblica e Travaglio. Comunque il passo citato dice:

"L'interruzione di procedure mediche dolorose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati ottenuti, può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o altrimenti da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente".

Mi pare evidente che questa dichiarazione, condivisibile credo da molti, è una dichiarazione che lascia la discussione tutta aperta. Bisognerà decidere, infatti, caso per caso, se le cure mediche in atto siano effettivamente "dolorose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati ottenuti"; e bisognerà decidere se determinate procedure siano o non siano "procedure mediche" (ad esempio, nel caso della signorina Eluana Englaro, la nutrizione artificiale: è una "procedura medica" o è un ordinario "accudimento"?)

Per il resto, faccio notare che è diverso parlare per sé ("Voglio che, se mi troverò in una certa situazione, mi si tratti in un certo modo") e parlare per stabilire una regola ("Mi sembra giusto che le persone che si trovano in una certa situazione vengano trattate in un certo modo").

Se Camon preferisce morire "in un amen" e io desidero una morte "decente", questi sono desideri che Camon ha per sé e io ho per me. Con nessuna pretesa che ne escano regole per altri.

(A dire il vero, questo è più evidente nel testo mio che in quello di Camon. Ciò è dovuto - mi pare - al fatto che Camon argomenta il suo desiderio, trattandolo come un'opinione).

Pubblicato da: giuliomozzi - 20.07.08 09:53

Non è per nulla curioso, non è una lettura molto popolare, evidentemente neppure fra i cattolici, il catechismo ufficiale, e il fatto che sia proprio Travaglio a farlo va a suo merito, permettendoci di capire ancora una volta che certa gente zelante non è proprio coerente con la propria parrocchia.

Credo che la situazione attuale però vada oltre lo stretto cerchio delle opinioni personali, in quanto si tratta di una sentenza che da patente di interrompere una procedura, medica o no, interruzione che ha come conseguenza la morte di una persona.
La sentenza è stata impugnata e ci sarà un dibattimento legale sul potere dei giudici di emettere tali sentenze.
E' vero che Camon esprime un'opinione, ma anche un'indicazione politica e, parlando da un giornale importante, di un certo peso, mentre il confronto è su un tema del tutto diverso, per questo ho parlato di inquinamento del dibattito.

Certo la tua lettera è diversa, viene quasi da dire ottimista, sperare nel'amore lo è sempre, è anche sensato porla come domanda, sono argomenti su cui si prendono posizioni affrettate e spesso influenzate da fatti del momento, mentre se fosse riflessione sulla propria vita tutti i giorni permetterebbe probabilmente di giungere ad affermazioni meno concitate e perentorie.
Se entriamo nella sfera delle convinzioni personali, casi come quello raccontato da One million dollar baby, rientrano nel novero del "prendersi delle responsabilità" per fare questo la legge è quasi irrilevante essendo determinati da una scelta di amore, quando mai l'amore è normato da leggi? anche il suicidio in fondo è un prendersi una responsabilità che va contro la legge, un reato difficilmente perseguibile in effetti, diverso sarebbe procrastinare o anticipare una morte per motivi di eredità o di altro interesse di carattere più pragmatico.

Io credo che la legge debba esclusivamente prendere in considerazione il fatto che le cure mediche o l'accudimento di una malattia grave (non è cura medica tale accudimento?) non diano alcuna speranza di risolversi in un recupero e dunque consenta un naturale decorso fisico verso il decesso.

Mi sembra evidente che in questo non ci sia questione di obbligare le preferenze personali, una famiglia resta libera di tenersi una salma con codice fiscale attivo in casa o in clinica per decenni, se questa è la sua volontà, ma se uno decide diversamente che sia libero di farlo, possibilmente con adeguati controlli e assistenza farmacologica.
Della bella morte o dell'ultima spiaggia se ne discuta finche si vuole, ma non sulla pelle di una ragazza in coma e del suo padre disperato.

Pubblicato da: mario pandiani - 20.07.08 21:11

Infatti io vorrei che la si smettesse di emettere opinioni sulla situazione di questa o quella persona. Mi pare più opportuno prendere il toro per le corna e pubblicare il proprio testamento.

Le discussioni su queste cose finiscono sempre per avvitarsi, secondo me, proprio perché sono del tutto astratte.

Pubblicato da: giuliomozzi - 21.07.08 08:06

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