« [2] Dato il magnaccia, indovinate la puttana | Main | Indovinello »

06.07.08

Calcoli (un racconto incompiuto, del 1998)

di giuliomozzi

La mia storia può essere raccontata con una sola frase. Sono stato tradito da mia moglie e dal mio migliore amico. L’ordine delle parole è importante: sono stato tradito prima da mia moglie e poi dal mio migliore amico. Nei confronti di mia moglie l’unico sentimento che sono in grado di provare, oggi come oggi, è l’odio. Nei confronti del mio migliore amico invece provo un sentimento misto di meraviglia e repulsione.

Chiamo «mia moglie» quella che agli effetti legali oggi è la mia ex moglie. Il mio migliore amico invece resta ancora oggi il mio migliore amico. Viene a trovarmi quasi tutte le mattine, verso le sette, di nascosto dalla mia ex moglie con la quale divide, ormai da tre anni, la casa e il letto.

Io invece, da tre anni, abito nel retrobottega del negozio. Ho ricavato un piccolo spazio per un letto pieghevole e per uno di quegli armadi in tela cerata con lo scheletro di tubo metallico. Ho scoperto che si può vivere abbastanza bene in uno spazio ridottissimo. D’altra parte non devo fare altro che dormirci, in questo spazio. Solo d’estate diventa veramente scomodo, perché non ci sono finestre e i frigoriferi scaldano. D’inverno, se fa freddo basta aggiungere una coperta. Il bagno è un metro e mezzo per un metro e mezzo, ma per fortuna c’è lo scarico in mezzo al pavimento. Per avere una specie di doccia basta attaccare un tubo di gomma al rubinetto. L’acqua calda c’è sempre stata.

Io sono sempre stato un commerciante onesto. Quando fai il commerciante di quartiere, sei onesto per forza. Da quando ci sono i centri commerciali, poi. Fare concorrenza sui prezzi è impossibile. Anche i miei clienti più fedeli, certi prodotti non li comperano più da me. Da me prendono ancora i formaggi e gli affettati, perché si fidano della mia scelta. Anche per i vini si fidano: perché gli domando che cosa mangeranno, e li consiglio. Loro non lo sanno, ma io sono astemio. Poi vanno bene certe cose veloci, quelle che nessuno terrebbe mai in casa per scorta: come le minestre già fatte o un po’ di scatolame. Sono cose che vendi tra mezzogiorno e mezzo e l’una, o tra le sette e le otto di sera. Ti arrivano lì, non hanno tempo di preparare niente a casa, e prendono una busta di risotto e una scatola di fagioli.

Da quando abito nel retrobottega tengo il negozio aperto tutto il giorno, tutti i giorni della settimana. Non ho nessun altro posto dove andare, quindi sto lì. Anche andare in vacanza, non se ne parla. Il lavoro comunque è diminuito e quello che ho mi basta appena. La spesa più grossa è quella della lavanderia. Nel retrobottega non c’è spazio per una lavatrice e un’asse da stiro, e comunque non ne ho voglia. Ci sono dei mesi che tra una cosa e l’altra vado giusto in pareggio. Delle volte, quando arrivano le bollette, è un bel problema. Ci sono dei clienti che da sempre mi pagano a fine settimana, o ogni quindici giorni, o addirittura a fine mese. Sono tutti seri, pagano sempre. Però succede che ci siano cose da pagare, e niente soldi. I rappresentanti non ci sentono, vogliono i soldi subito. Nel momento più difficile ho ritardato dei pagamenti, e adesso c’è chi vuole essere pagato, in contanti, al momento della consegna o perfino dell’ordinazione. Ci sono delle cose delle quali non posso restare senza, come i formaggi e gli affettati, e delle altre che se magari mancano per qualche giorno non è un dramma. Per fortuna, tra i commercianti della piazza, c’è qualcuno che quando serve mi presta per qualche giorno le trecento o cinquecento mila. Così si tira avanti.

In piazza siamo una quindicina di commercianti, e abbiamo fatto tra noi un’associazione: la pizzeria, il bar, la profumeria, il barbiere, la cartolaia, la parrucchiera, l’elettrauto, l’elettricista, l’edicola, la minuteria metallica, l’intimo, la merceria, il meccanico da biciclette, il fioraio, gli animali. Gli ultimi arrivati sono l’Internet Point e il Golden Sun, dove fanno le lampade, ma con loro non ci troviamo tanto. Si capisce già dai nomi in inglese. Si sono divisi lo spazio, due anni fa, del negozio di materiali plastici. Sono entrati anche loro nell’associazione, sono bravi ragazzi giovani, ma sono di un’altra specie. L’Internet Point ad esempio sta aperto fino alle quattro di mattina, e ci gira della gente che a noi non piace tantissimo. Stanno lì, vanno dentro e fuori perché fumano, riempiono il marciapiede di motorini. La maggior parte sono sedicenni che vanno lì per i videogiochi o per la roba pornografica. C’è chi dice che ci sia anche della droga che gira, ma io non credo.

Il mio migliore amico è il meccanico da biciclette e si chiama Antenore. Siamo dello stesso paese e ci siamo conosciuti alle scuole elementari. Abbiamo fatto le medie insieme, poi lui ha fatto un professionale. Io ho cominciato a lavorare qui in negozio, sotto mio padre. A scuola lui era bravissimo in matematica e non capiva niente di tutto il resto. Io ero così-così, ho anche ripetuto l’ultimo anno. Le ripetizioni di matematica, prima di rifare l’esame, me le diede lui. Poi ci siamo persi, e un giorno – quando avevamo diciott’anni, più o meno – mi viene a trovare in negozio e mi dice che cerca un lavoro e se lo presento lì in piazza. Lo prese l’elettricista – il padre dell’attuale – e poi passò sotto il meccanico di biciclette, il vecchio Furio. Quando Furio non ci vide più, la bottega la prese su lui. In cinque o sei anni era sua, e il vecchio Furio morì proprio il giorno che gli pagò l’ultima rata. La moglie è ancora viva, i muri sono suoi. Adesso sta in ospizio, e Antenore – prima di trasferirsi a casa della mia ex moglie – ha abitato nell’appartamento dove prima lei stava con Furio, proprio sopra il mio negozio.

Io sono venuto ad abitare in piazza quando mi sono sposato. Il negozio ce l’avevo già. La mia moglie di allora, la mia attuale ex moglie, si chiama Doralice e ha sempre fatto l’infermiera a domicilio. Ci siamo conosciuti perché l’ospedale è proprio qui dietro la piazza, e quando andava a fare assistenze in corsia veniva spesso a comperarsi la bottiglia d’acqua e il panino. Quando mio padre si ammalò per l’assistenza presi lei. Eravamo soli, io e mio padre, e non potevo lasciare il negozio tutto il giorno in mano a Duilio, il nostro dipendente, che era bravo ma non poteva certo fare le ordinazioni e decidere a chi fare credito o no. Noi abitavamo ancora in paese. Mio padre era in ospedale, Doralice passava alle otto a prendersi l’acqua e il panino, io andavo a casa a dormire, alle sei salivo in ospedale per vedere com’era andata la notte e per dare la colazione a mio padre, mentre lei andava a dormire. Aprivo il negozio alle otto, tornavo in ospedale tra l’una e le tre. Ogni tanto a metà mattina lasciavo tutto in mano a Duilio e correvo in ospedale per parlare con i medici. Nel tardo pomeriggio faceva un salto da lui Antenore, che ha sempre chiuso presto. Di lunedì andava da lui Gianni, il barbiere, e parlavano del campionato. Mio padre morì in due mesi e dopo altri due mesi io e Doralice diventammo amanti. Quando misero in vendita l’appartamento sopra la profumeria lo comperammo, vendendo la casa dove avevo abitato con mio padre, e ci sposammo.

Non ho quasi nessun ricordo di mia madre. Mi ricordo questo grande letto dove lei giaceva, le zie che mi dicevano di starle vicino, di parlarle, e di prepararmi a essere forte. Mio padre non dormiva più con lei, si adattava sul divano in salotto. Poi mi ricordo il funerale. Ero in terza elementare. Mio padre mi tenne via da scuola per qualche settimana, mi portava in negozio e mi faceva stare lì. Mi sedevo su una latta di sgombro e leggevo i giornalini, oppure parlavo con le signore che venivano a comperare.

Il mio matrimonio non fu esattamente un matrimonio d’amore romantico. Doralice era in cerca di un uomo da sposare, per uscire di casa e sistemarsi. Io volevo qualcuno che si prendesse un po’ cura di me. Doralice non era bella ma sapeva fare il suo mestiere, sapeva prendere decisioni, non considerava il sesso una sofferenza. Io sono un tipo qualunque, il mio mestiere lo conosco, so fare i conti, e quanto al sesso non sono uno di quelli che pretendono chissà che. Il negozio si capiva che avrebbe avuto qualche problema, perché già stavano cominciando a impiantare i centri commerciali nelle periferie, ma confidavamo che un minimo di sicurezza ci sarebbe rimasto. Quanto ai malati da assistere, quelli non sarebbero mancati mai.

Con l’associazione dei commercianti della piazza – l’Associazione Bixio, perché la piazza si chiama così – è qualche anno che ci diamo da fare. Non sappiamo inventarci grandi cose, ma ce ne sono certe che funzionano sempre. Piazza Bixio è giusto sull’orlo tra il centro e la periferia: è una piazza che funziona un po’ come una piazza di paese, e un po’ come luogo di passaggio per chi va o viene dal centro. Siamo riusciti a convincere il Comune a farci un parcheggio da una cinquantina di posti, metà liberi e metà col parcometro, e a metterci una fermata del minibus navetta che parte dal parcheggio scambiatore est, passa per l’ospedale e poi va in centro. Poi abbiamo cominciato a mettere le luminarie per Natale e a regalare la calza ai bambini per la Befana, a fare la lotteria di Carnevale, e così via. Sulle iniziative del Comune siamo sempre presenti: ad esempio quella dei suonatori di strada, o i mercatini delle pulci la prima domenica del mese. In somma, abbiamo fatto quello che potevamo. Piazza Bixio non è più una piazza qualunque. Non sapremmo dire se tutto questo serve e in che misura, fatto sta che in altre zone della città simili alla nostra – piazza Napoli, ad esempio, o il quartiere San Giuseppe – ci sono i negozi che chiudono a ripetizione, invece noi teniamo duro. Hanno chiuso solo quelli delle materie plastiche – mastelli, spazzole da cesso, cestini da biancheria, piatti e bicchieri e così via – ma solo perché al Brico veramente non si può fare concorrenza.

Col tempo, la maggior parte del lavoro Doralice lo trovava al negozio. Passava la gente da me, e mi diceva: «Può dire alla Doralice se mi telefona». D’altra parte sulla cassa ho sempre tenuto bene in evidenza il cartellino con scritto: «Assistenza in ospedale o a domicilio, serietà, lunga esperienza, telefonare», così a volte anche la gente di passaggio, che veniva a prendersi qualcosa perché aveva qualcuno in ospedale, prendeva nota. Appena vedevo che prendevano nota gli dicevo che l’infermiera era mia moglie e mi sembrava, chissà perché, che così si fidassero di più.

Devo confessare che ho un difetto. Mi è sempre piaciuto giocare a carte. Anche dopo sposato, mia moglie tante notti era a lavorare fuori. Al bar da Nino ci trovavamo a volte in tre quattro, a volte anche in sette otto. Lui tirava giù la saracinesca alle otto e cominciava a pulire, noi arrivavamo un poco dopo. Giocavamo anche a soldi, ma poco. I più fedeli erano Gianni, il barbiere, Marita la profumiera, Marta la cartolaia con suo marito (che faceva l’organista e l’insegnante di piano), e Berto dell’edicola. Giocavamo anche fino a tardi, fino all’una o alle due, e alla fine uno poteva avere vinto o perso cinquantamila lire. Che poi vinci oggi, perdi domani, eravamo sempre lì. Era più che altro per non giocare per niente. Se Doralice era a casa, invece, stavo a casa e guardavamo la televisione.

Una volta che diluviava ho accompagnato a casa la Marita, che abita quasi dall’altra parte della città, e poi sono salito a casa sua. Ma è stato una volta sola, e poi siamo andati avanti come sempre. Probabilmente è stato perché non le sono piaciuto tanto, ma allora pensai che era stata una fortuna. Una notte che a giocare non c’era nessuna donna, e noi uomini c’eravamo tutti, a un certo punto ci fu una serie di battute di Gervasio, il dipendente di Sergio l’elettricista, e così capimmo che c’eravamo stati tutti, qualcuno per una volta e qualcuno per due o tre, ma mai niente di più. Da quando abito nel retrobottega è venuta qualche volta a trovarmi alla chiusura, e si capiva che cosa voleva, ma io ho lasciato stare.

Quanto al gioco, la verità è che io vincevo abbastanza spesso perché non bevo, invece ad esempio Berto abbastanza presto cominciava a confondersi. Anche l’edicola, tolte le ore del mattino presto quando c’era più lavoro, spesso la lasciava alla moglie e si rifugiava da Nino. Così che quando la moglie andava a casa a metà pomeriggio, a preparare da cena, Berto stava lì a non trovare i giornali e a imbrogliarsi sui resti. Di sicuro qualcuno se ne approfittava.

Antenore non veniva quasi mai la sera da Nino, e se veniva non giocava. Viveva da solo e passava le serate a studiare la matematica. Non aveva nemmeno la televisione. Un giorno fecero in città le selezioni provinciali per le Olimpiadi della matematica, e lui vinse. Erano di domenica mattina, nella sala grande delle Prigioni Vecchie – dove adesso stanno facendo il Museo –, e andammo tutti a vederlo. La sua specialità era il calcolo a mente, senza carta né penna. Era una gara durissima perché erano tutti turni a eliminazione diretta, uno contro uno. Cinquanta domande, due punti se rispondevi giusto per primo, un punto se rispondevi giusto dopo che l’altro aveva sbagliato, zero punti se non rispondevi, meno un punto se rispondevi sbagliato. I concorrenti erano una dozzina e le domande erano una cosa pazzesca. Antenore passò il primo turno, passò il secondo, poi erano rimasti in tre e così fecero un girone all’italiana. Uno dei tre era un professore dell’università, uno che, si diceva, aveva migliorato le teorie di Einstein. Antenore lo batté di un punto solo, invece l’altro lo stracciò. Vinse una targa, un buono acquisto per l’Upim da un milione, e l’ammissione alle regionali. Vinse anche lì, due mesi dopo, e andò a Roma. Lo accompagnò solo Gianni, perché poteva star chiuso il lunedì. Arrivò terzo, e a buttarlo fuori dalla semifinale fu proprio il professore universitario, che si era presentato anche in un’altra regione. Antenore fece ricorso, ma gli diedero torto. Lui decise che era tutta una truffa, e che non avrebbe partecipato mai più. Intanto vinceva premi su premi con i concorsi delle riviste di matematica, e questo gli bastava. Ogni tanto vinceva soldi, ma per lo più vinceva completi da sub, enciclopedie della matematica e dell’enigmistica, biografie di grandi matematici, tessere Viacard – la Viacard era una novità, allora – abbonamenti a riviste internazionali, buoni d’acquisto, completi di biancheria da casa, e così via.

Una volta vinse una vacanza a Lisbona per due persone, in gennaio, e la regalò a me e a Doralice. Ci divertimmo molto, anche se tirava sempre un vento freddissimo. Tutte le sere Doralice telefonava in Italia all’Antenore per dirgli quanto ci divertivamo e quant’era stato generoso con noi. Io invece telefonavo a Duilio, lui mi diceva com’era andata e io gli dicevo come doveva fare. Tornammo contenti.

Io non sapevo che allora Antenore e Doralice andavano già d’accordo. Non sapevo che certe sere Doralice usciva ufficialmente per andare in ospedale o a casa di qualcuno, io uscivo per andare da Nino, e invece Doralice finiva nel letto di Antenore. Non sapevo che certe volte avevano fatto le loro cose nel mio letto, durante il giorno. Non sapevo che Doralice lavorava meno di quello che pensavo e che i soldi che portava a casa glieli dava Antenore, che se li faceva con i concorsi o rivendendo i premi dei concorsi.

[qui il testo si interrompe]

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 06.07.08 15:15

Interventi

un racconto molto bello, come dire, rarefatto e carnale a un tempo. Perché non lo ha terminato, Mr. Mozzi?

Pubblicato da: Marco Pedone - 07.07.08 12:01

Non so rispondere. Mi sono fermato lì.

Pubblicato da: giuliomozzi - 08.07.08 06:55

Pollock parlava della necessità di mantenere il 'contatto con il dipinto' nella fase della realizzazione, altrimenti il dipinto diventa confuso e scadente. Qui lo strano è che il testo si interrompe quando la sua forza è ancora intatta, apparentemente senza un perché.
Non so gli altri, io nonostante quella specie di impianto 'oggettivo', lo leggo come un racconto tutto 'morale', dove un personaggio, né moralmente grande né piccolo, semplicemente va avanti senza chiedere nulla.
E questa cosa mi sembra abbastanza sconvolgente.

Pubblicato da: andrea barbieri - 08.07.08 17:40

Pubblica un intervento




Vuoi che mi ricordi di te?