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09.05.08

L'infinita inumazione

di Demetrio Paolin

[trent'anni fa, oggi 9 maggio, il corpo di Aldo Moro veniva ritrovato cadavere nel bagagliaio di una R4. Ho pensato di pubblicare di seguito le pagine finali di Una tragedia negata, che riguardano proprio questo giorno. dp]

Aldo Moro prigioniero delle Brigate RosseUna donna cammina tre le rovine di un campo di battaglia, tra i corpi riconosce il padre. L’uomo è un fagotto posato per terra, rannicchiato nei suoi abiti ormai vecchi. La donna lo vede e incomincia a coprirlo con un pugno di sabbia. La sabbia passa tra le dita, mentre il braccio, che tiene teso sopra il corpo, corre dai piedi fino alla testa e all’inverso.
l gesto avviene nel silenzio irreale.
L’uomo è Aldo Moro, veste i medesimi panni che aveva il giorno in cui è morto, la donna che pietosamente gli dona questa infinita e lentissima sepoltura, è sua figlia.
Compie un gesto antico.

Il gesto avviene nel silenzio irreale.
L’uomo è Aldo Moro, veste i medesimi panni che aveva il giorno in cui è morto, la donna che pietosamente gli dona questa infinita e lentissima sepoltura, è sua figlia.
Compie un gesto antico.
Mentre la terra cade, arrivano gli uomini del commando delle Brigate Rosse. Stanno di fronte alla donna e al fagotto che hanno visto molte volte nei loro pensieri.
Rimangono stupefatti nel silenzio, vedono il gesto della donna.
Sanno che la sepoltura li riguarda. Li chiama in causa.
Sono turbati, ma ad inquietarli non è la donna: gli uomini delle Brigate Rosse sono abituati a vedere i parenti delle vittime, li conoscono, ne riconoscono una componente umana, che, invece, non hanno mai riconosciuto ai loro familiari.
Loro sono disposti, davanti a questa lunga inumazione, a riconoscere alla figlia il fatto che lei sia una donna e un essere umano. Il loro è uno stupore denso. Non è difficile immaginarla sulle spalle del padre, vederla giocare: non hanno difficoltà gli uomini delle Brigate Rosse a farsi un’immagine di questo. Lei non era un obiettivo, non era stata oggetto di un’inchiesta che poco per volta aveva spersonalizzato l’uomo a target da colpire.
La sabbia corre lungo il cadavere di Aldo Moro, che sembra un lunghissimo infinito piano; ogni manciata compre una parte del corpo dello statista e richiama i brigatisti ad una verità che non riescono ad accettare: Aldo Moro non è la Democrazia Cristiana, ma un uomo.
S’erano illusi loro, portandosi un’intera generazione appresso, che lui fosse fuggito dalla prigionia, e che il bagagliaio della R4 fosse vuoto.
S’erano illusi di aver sparato una raffica ad un’icona.
La sabbia, invece, si ferma, non lo trapassa da parte a parte, trova nella carne un ostacolo: è reale. Hanno tenuto prigioniero e ucciso un uomo, che aveva figli. Uno di essi, una donna, come Antigone, lo seppellisce.
Ora si presentano uno per volta davanti e dicono.
Io ho rapito suo padre, Aldo Moro.
Io ho tenuto prigioniero suo padre, Aldo Moro.
Io ho interrogato suo padre, Aldo Moro
Io ho sparato a suo padre, Aldo Moro, uccidendolo.
Io ho guidato la macchina e l’ho parcheggiata, e dentro c’era il cadavere di suo padre Aldo Moro.
Dopo queste parole la terra ha coperto interamente il corpo. E forse qualcuno potrà trovare il coraggio di scrivere la parola F I N E.

Post scriptum


Nel momento stesso in cui scrivo queste parole, mi rendo conto pienamente che l’immagine non regge. Capisco che anche questo paragrafo, ma l’intero capitolo, non concluda ma anzi lasci intatti tutto gli interrogativi.. All’operaio metalmeccanico, cui quest’ultimo capitolo è dedicato, spero di poter dare, prima o poi, una risposta più certa.

Pubblicato da Demetrio Paolin, il giorno e l'ora: 09.05.08 09:07

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