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03.05.08

Il nuovo libro di Mauro Covacich non è Il male naturale di giulio mozzi. O sì?

di giuliomozzi

Il nuovo libro di Mauro Covacich, Prima di sparire, si chiude con una pagina in carattere più piccolo, intitolata Coi nostri nomi. La riporto per intero:

Questo libro l'ho scritto di nascosto. Non avevo scelta, confessare agli altri quello che stavo facendo mi avrebbe impedito di farlo liberamente. Ecco la prima differenza tra persone e personaggi.

Per rimediare mi ero imposto un limite temporale, che coincide con il dialogo riportato alla fine. Avrei raccontato solo ciò che era accaduto prima, non ciò che stava accadendo durante la stesura. Io non succhiavo il sangue a chi, nel bene e nel male, condivideva con me il presente, io ricostruivo la vita che avevamo vissuto fino a quel punto, il punto di pagina 277.

I frammenti di un romanzo che sognavo di scrivere giacevano inerti sotto il peso delle cose che mi erano successe negli ultimi diciotto mesi, forse dovevo provare a raccontare quelle. Così ho cominciato. Il motto che avevo in mente era: Questi fatti esistono, queste persone esistono, io esisto. Procedevo come rispondendo a un interrogatorio, giuravo a me stesso di dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. Ero il giudice e l'imputato.

Poi è stata la volta dei testimoni. Avevo pensato di sottoporre il dattiloscritto a tutte le persone coinvolte, perché verificassero i fatti e ne autorizzassero la pubblicazione. L'idea era quella di una deposizione collettiva, redatta da me e controfirmata dagli altri. I primi a leggere però - Susanna, Anna, Gian Mario - mi hanno risposto più o meno allo stesso modo: "Sì, i fatti sono quelli, ma visti con i tuoi occhi, detti con le tue parole. Quei fatti non sono i miei fatti".

Così ho rinunciato a completare il giro di letture, rassegnandomi a una certezza che solo la foga per il progetto nuovo non mi aveva fatto intuire sin dall'inizio: la memoria è una facoltà soggettiva e ogni ricordo non è che il modo in cui la mente intende raccontarlo, anche quando è in buona fede, anche quando parla con se stessa. Inevitabilmente, il ricordo è la mia versione del ricordo. A maggior ragione qui, dove la vita di tanti si è trasformata nella scrittura di uno solo.

Il mio libro Il male naturale, pubblicato nel 1998, si chiudeva con un testo scritto nello stesso corpo del resto del libro, intitolato Finale:

Credo che Il male naturale sarà il mio ultimo libro di racconti o almeno che, d’ora in poi, lo scrivere sarà per me una cosa completamente diversa. Avevo un paio di cose da dire e mi sembra di averle dette e ripetute. Nei miei racconti racconto sempre circa la stessa storia: una persona perde una persona amata e per salvarsi da questa perdita decide di uscire dalla realtà. Che si tratti di impazzire, di iperrazionalizzare o di affidarsi a ciò che verrà dopo la morte, nella sostanza non cambia molto. Che la pazzia (o l’iper-razionalizzazione ecc.) sia raccontata, messa in scena, oppure brutalmente agita nel testo, suppongo ancora che non cambi molto.

Credo che fare questo libro mi abbia salvato la pelle e quindi m’importa poco del male che potrà fare ad altre persone. Ho persa la capacità (ce l’avevo una volta) di pensare che tutto il male del mondo venga da me. Ho scoperto, tra l’altro, che si sopravvive a tante cose.

I miei racconti (questi come quelli degli altri libri) parlano di persone che sono o sono state nel mondo. Io però non penso a questi racconti come a storie vere. I racconti contengono le mie immaginazioni a proposito di persone reali; quasi niente di ciò che vi è raccontato è vero nel senso comune della parola, e molto è completamente inventato. E questo vale anche quando la persona sulla quale si fanno immaginazioni, o per la quale si inventano avvenimenti e pensieri, sono evidentemente io.

C’è una parola che mi ha guidato per anni: redenzione. Ho scritti parecchi racconti con lo scopo consapevole di redimermi o di salvare, e cioè redimere, la vita di persone che, agli occhi del mondo, sembravano del tutto irredimibili. In questi giorni un ragazzo mi ha scritto accusando la mia lingua di essere «ipocrita» e «falsamente morale». Credo che non sia questo il punto. Credo che le persone delle quali ho raccontata la storia si siano forse sentite tradite, ma non insultate.

Da quando ho accettata la condizione di essere nel male, ho deciso che per me la redenzione è: sapere a che cosa ho rinunciato. Ho rinunciato al bene, ho deciso di accettare il male come fatto naturale. Non credo che un perdono potrà salvarmi, né credo che potranno salvarmi una terapia o il pensiero razionale o tanto meno la letteratura.

C’è in me un male attivo, produttivo: non un male sedimentato, non una pietra interiore, ma un male che agisce, vivifica, mi fa alzare la mattina e mi manda in giro per il mondo.

Hey hey, my my, rock’n’roll will never die.

Il testo di Covacich, differenziandosi dal resto del libro per il corpo più piccolo, tende a presentarsi come un paratesto, quindi a porsi fuori dal libro. Quello mio, invece, per carattere e impaginazione, tendeva a presentarsi come interno al libro.

Può essere utile il confronto tra due recensioni.
- 5 maggio 1999, Alfredo Giuliani recensisce Il male naturale (Repubblica).
- 23 aprile 2008, Franco Brevini recensisce Prima di sparire (Corriere).

[Continua. Nella prossima puntata: Montaigne e Rousseau]

[vedi anche la nota di Walter Siti in premessa al suo Troppi paradisi, qui]

[altri articoli su Prima di sparire di Mauro Covacich]

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 03.05.08 08:33

Interventi

Anche Cento colpi di spazzola di Melissa P. ha dentro un male che lo fa assomigliare sia al libro di Covacich che al suo Mozzi. E se ci pensa bene, sotto la facile critica che scatenerà questo post, si renderà conto che ciò che ho scritto non è del tutto sbagliato. Atsumi

Pubblicato da: atsumi muraki - 03.05.08 10:23

Vedi questo articolo di Gabriele Dadati:
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/11/la_struttura_ec.html

Pubblicato da: giuliomozzi - 03.05.08 10:31

mozzi, cosa intendi esattamente per "male" (qui e nell'altro pezzo su covacich)?

Pubblicato da: Bill Gray - 03.05.08 12:03

Quella pagina del Male naturale si potrebbe spostare in altri tuoi libri e non perderebbe la sua forza quieta e terribile: è la tua letteratura. Mentre la pagina di Covacich è soltanto un disclaimer per 'quel' libro.

'La vergogna delle scarpe nuove', di Paolo Nori, che a me è sembrato bellissimo, aveva soltanto questo paratesto: 'Questo libro racconta una fine, e si legge in due ore'. Anche questa è la letteratura di Paolo Nori. Chi conosce un po' la sua vita sa che quel che accade nel libro è vero. Però il suo punto vista non è mai un reality della propria esistenza, come in 'Prima di sparire'. Anzi, gira sempre in alto, anche quando parla di cose che potrebbero uscire da una commedia di Vanzina. Ed ha una delle più belle, azzeccate copertine che abbia visto: c'è soltanto una piccola rosa bianca sopra un muro azzurro. Una foto di Ghirri che ci fa capire, fin dall'ingresso nel libro, che non c'è rinuncia a una dimensione simbolica vera, e a una lingua emotiva, espressiva, forte, invece della lingua dominata dall'epoca di Covacich.

Pubblicato da: andrea barbieri - 04.05.08 19:41

Giulio, avrei dovuto chiedertelo tanto tempo fa, ma non ho mai trovato il momento giusto per farlo. Ecco, io non riesco a capire come possa un racconto "redimere". Trovo plausibile che scrivere possa redimere (in qualche maniera) l'autore o salvargli la pelle: esitono migliaia di modi di "lasciarci le penne" (anche per metafora), è logico esistano migliaia di modi di "salvarsi la pelle". E non solo per metafora.
Ma redimere il lettore?
Da buon scettico trovo che anche le scritture sacre abbiano scarsa capacità di procurare redenzioni; un racconto "redentore" non riesco proprio a figurarmelo.
Scrivi: "la redenzione è: sapere a che cosa ho rinunciato". Ma la redenzione è il raggiungimento della libertà, della purezza, del riscatto. Sapere a cosa si è rinunciato mi appare una mera constatazione di stato (sto nel male, quello è il bene).

Pubblicato da: mauro - 04.05.08 20:46

La parola "redenzione" carica in sè un senso di religioso, anzi cristiano, pesante, (vedasi il Redentore) quasi che l'uomo avesse, vivesse una condizione di bestia che può farsi santa o bella o lucente o pura, e quindi trovo il termine corrotto, ormai, preferirei che si dicesse "consapevole" dei danni che l'uomo può fare a sè stesso e ad altri, ed eventualmente, se è possibile ripararli, il che è raro

MarioB.

Pubblicato da: cf05103025 - 08.05.08 23:49

Non mi pare che l'idea di uomo come "vivente una condizione di bestia" faccia parte dell'immaginario proposto dal sig. Gesù di Nazareth.

Pubblicato da: giuliomozzi - 09.05.08 00:49

Sei tu che mi tiri in ballo Gesù, Mozzi.
Io no.
Faccio riferimento ad altra cultura.

MarioB.

Pubblicato da: cf05103025 - 11.05.08 16:35

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