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21.04.08

Il nuovo libro di Mauro Covacich fa vomitare

di giuliomozzi

[altri articoli su Prima di sparire di Mauro Covacich]

Il nuovo libro di Mauro Covacich s'intitola Prima di sparire, è pubblicato da Einaudi, e fa vomitare. Trovate un paio di testimonianze scritte qui e qui.

Sapevo di immagini che fanno vomitare, di filmati che fanno vomitare (per non parlare delle scene reali): è la prima volta che lo sento dire di un libro.
Io l'ho letto. Non ho vomitato, ma credo di non fare testo. Non ho alcun giudizio letterario su questo libro di Mauro Covacich. Mi sembra un libro che fa del male: e questo non è un giudizio letterario. Mi domando se questo libro, o in generale un libro come questo, possa fare del bene.
Il mio famoso romanzo, quello che deve sempre uscire, che è addirittura in qualche libreria online con tanto di titolo e riassunto, è un libro che non faccio leggere a nessuno perché, così com'è, mi pare un libro che fa del male; e peraltro non vedo come possa essere se non così com'è. Dico questo perhé sia chiaro che non voglio liquidare il libro di Mauro Covacich Prima di sparire. Voglio capire che cos'è, che cosa fa; e mi interessa intimamente, perché ho nel disco fisso del mio pc - e ho scelto finora di lasciarcelo - un libro che mi pare della stessa specie.

Quale specie?

Nei paratesti del libro di Mauro Covacich leggo una frase a effetto: "Quando la vita spazza via la letteratura, è perché s'impone col suo carico di verità". Mi domando quali siano i presupposti di una frase a effetto come questa (che, ripeto, è nei paratesti, e non può essere in alcun modo attribuita a Mauro Covacich). La letteratura è antitetica alla verità? Dobbiamo abolire la letteratura? La letteratura è forse un giochino col quale possiamo trastullarci finché nella vita non ci succede qualcosa di serio? Non so: trovo bizzarra un'affermazione come questa nei paratesti di un libro pubblicato dallo stesso editore che pubblicò, sia pure con qualche esitazione, e continua a pubblicare oggi, Se questo è un uomo di Primo Levi. Si potrebbe scrivere, mi domando, sul risvolto di una riedizione di Se questo è un uomo, "Quando la vita spazza via la letteratura, è perché s'impone col suo carico di verità"? Non scriveremmo, piuttosto, che "la letteratura è uno dei luoghi nel quale si può dire una verità", aggiungendo, magari, che per questo la letteratura ci è cara e preziosa? (D'altra parte, negli stessi paratesti si legge anche: "Lo scrittore divora l'uomo che vive", il che significherebbe - se non m'inganno - che la letteratura spazza via la vita: e mi trovo a pensare che forse l'editore stesso è, difronte a questo libro che ha pubblicato, disorientato come io sono).

Questa è la scheda editoriale del romanzo di Mauro Covacich Prima di sparire.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 21.04.08 15:28

Interventi

Ho sbirciato tante volte il sito delle librerie feltrinelli per vedere se il tuo romanzo usciva dallo stato del 'prossimamente'. Poi guardavo anche se compariva "Autunnale" di Dario Voltolini, se lo promuovevano almeno al 'prossimamente.
Sono due libri che aspetto, immagino di aspettarli insieme a molti altri lettori. In realtà quello di Dario l'ho letto, ma non posso abituarmi a vederlo infilato nella libreria in versione autostampata rilegata: non è giusto per un libro così bello.
Trovo che nel nostro paese il problema della criminalità comprenda anche i casi di libri importanti per la letteratura - quindi, come dici tu, per il contributo di verità che portano - la cui uscita è bloccata da qualcuno per anni. E' come se la civiltà fosse rapinata.

Pubblicato da: andrea barbieri - 21.04.08 20:57

io ho letto il libro di Covacich.
E' il suo primo libro che leggo.
L'ho trovato interessante.Parla di una storia che attrae , perchè è una storia(purtroppo)diventata comune).
L'ho trovato anche fortemente di.
Direi anch'io che mi fa vomitare, non perchè sia brutto, ma nel senso letterale del termine.
Dopo averlo letto, penso la stessa cosa che ho pensato dopo aver letto Onorato:sono contenta di aver letto due libri del genere, anche se sono scrittori che probabilmente non leggerei più.

Pubblicato da: laura - 21.04.08 22:38

@ Giulio.Un'altra cosa:condivido quando dici che questo libro fa del male.
E' vero.
E' molto molto disturbante,ripeto

Pubblicato da: laura - 21.04.08 22:42

scusate , ho saltao una parola:disturbante.ecco come l'ho trovato.
La stessa cos ache ho scritto per Onorato.
Onorato parla di una materia che conosco, e mi ha 'disturbata'.
Covacich parla di una materia che conosco, anche se in maniera più laterale.
Ed è il motivo che mi ha attratta, visto che Covacich non è uno scrittore che altrimenti mi a ttiri;parla di un tipo di storia ch esta diventando la più comune intorno anoi, è questo che ha attirato me, se ne parlassi ad alcuni miei amici son certa che si butterebbero aleggerlo.
Aldilà di ogni giudizio di valore o merito sul libro, il nucleo della verità è che la storia che racconta è quella che ci attira.
Inquesto c'è qualcos adi crudele.

Pubblicato da: laura - 21.04.08 22:58

A scanso di equivoci, preciso che la pubblicazione del mio famoso romanzo è bloccata solo da me.

Pubblicato da: giuliomozzi - 22.04.08 07:24

Beato te Giulio, per altri non è così.

Pubblicato da: andrea barbieri - 22.04.08 09:03

giulio, io penso che i libri debbano, necessariamente, fare del male a chi li legge quando si trattano certe tematiche.
se però fanno del male a delle persone "usate dalla scrittore" il discorso è diverso: ci vorrebbe che queste siano d'accordo.
(non so se mi son spiegato).
ciao

Pubblicato da: remo bassini - 22.04.08 11:22

Ho l'impressione che il libro di Covacich e le domande di Giulio sul rapporto tra letteratura e verità abbiano parecchi punti in comune con il libro di prossima uscita di Franz Krauspenhaar.
Nel sito di Fazi si può leggere la scheda del libro, che recita:
"In un’estate afosa e solitaria, un figlio compie un viaggio nella memoria alla ricerca del padre, tedesco nato in Italia negli anni Venti, combattente della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale. Con un andamento schizofrenico, tra episodi personalmente vissuti o sentiti soltanto raccontare, Krauspenhaar ingaggia il suo rabbioso duello con la figura paterna, personalità vitalissima e forte, ormai scomparsa ma ancora al centro della vita dell’autore.....
Era mio padre, sorta di oggetto letterario non completamente identificato, diventa così storia su più livelli: di un padre assente, di un figlio che ne accarezza e violenta il ricordo, e della sua vita solitaria che intanto scivola via punteggiata da telefonate di amici, incontri galanti, rabbie, paranoie, accensioni liriche e abbandoni quasi violenti alla tenerezza."

C'è forse una nuova tendenza nella narrativa italiana?

Pubblicato da: Paolo Cacciolati - 22.04.08 12:23

Io invece mi chiedo... E di libri che fanno del bene, senza essere superficiali? Ce ne sono?
Riallacciandomi a Paolo Cacciolati... Anche io noto questa nuova tendenza e non ne sono affatto contento (unica eccezione: Giulio! Non ci fare attendere o saremo costretti ad hackerare il tuo portatile e a prenderci il dattiloscritto con la forza!)

Pubblicato da: Federico - 23.04.08 08:14

Invece se si legge, per esempio, l'Iliade con tutta quella gente che va a morire, oppure Viaggio al termine della notte, oppure Mattatoio n. 5, oppure La Trilogia della città di K, oppure Il paese dove non si muore mai, oppure se vogliamo restare in italia Il mare non bagna Napoli, La vita agra, La cognizione del dolore, I superflui si sta bene?
Non è che a forza di trovare merda in libreria ci siamo scordati cosa può fare la letteratura?

Ieri ho iniziato a leggere Prima di sparire, poi vi dico.


Pubblicato da: andrea barbieri - 23.04.08 09:16

Io trovo, Andrea, che i libri che citi sono libri che fanno del bene. Certo: mentre li si legge, e dopo, non "si sta bene".

Pubblicato da: giuliomozzi - 23.04.08 12:56

Quando la vita spazza via la letteratura, è perché s'impone col suo carico di verità".

ci sta vieppiù pur l' esatto contrario.
se ne potrebbe scrivere addirittura un paragrafo o forse più di uno. e farebbero tutti male.
sarebbe ben vengano libri che fanno male.
perchè tenerli nascosti se se si è convinti facciano male? ma meno male che fanno del male.
forse più gente soffrirebbe di insonnia per un buon motivo che non sia l 'ansia da prestazione ma semmai ansia da "prestati al mondo"
buona giornata
la colombaia

Pubblicato da: la colombaia - 23.04.08 14:52

Riconfermo: io stavo per vomitare, ma non certo per il disgusto dovuto a un brutto libro. Anzi. Il motivo era tutt'altro. Il punto è che ogni volta che leggo un romanzo di Covacich, somatizzo. Prendiamo A PERDIFIATO. Romanzo dalla vitalità abbagliante, crisi coniugale raccontata attraverso la storia di una gara di maratona, passando per difficili adozioni, vicende di doping, l'ex-mezzo campione Dario Rensich che fa l'allenatore della squadra femminile di atletica ungherese, la giovane atleta Agotha...
Ricorderò sempre il dolore ai polpacci di quando divoravo le pagine finali, mentre i protagonisti partecipano alla massacrante maratona di Trieste: io me ne stavo comodamente stravaccato in poltrona ma una parte di me correva (appunto a perdifiato) assieme a loro. Terminai il libro in un bagno di sudore e scrissi subito un'email a Covacich che non conoscevo, per raccontargli il mio entusiasmo per il suo romanzo.
Poi ho letto i racconti di ANOMALIE (che critici banalissimi e dai riflessi pavloviani incasellarono nella corrente del "cannibali"), la deliziosa guida TRIESTE SOTTOSOPRA, i romanzi L'AMORE CONTRO
e FIONA, altri libri ancora e gli articoli (in particolare sull'Espresso) che sanno fare l'autopsia alla realtà senza ammazzarne il corpo.
E adesso è uscito questo PRIMA DI SPARIRE. Posso dire che ho pianto? E che un paio di volte mi veniva (ecco il punto!!) da vomitare (non per il disgusto di scene horror ma per l'intensità emotiva dei sentimenti)? E che a un certo punto ho dovuto fare esercizio di rilassamento? E che alla fine avevo voglia di abbracciare Mauro, Anna "la moglie" e Susanna "l'amante" per dire a tutti e tre "vi voglio bene e spero con tutta l'anima che adesso la vita vi vada meglio"?
Non mi metto a raccontare in dettaglio la storia: toglierei una parte del piacere della lettura. Solo qualche accenno: senza rete, senza il filtro dell'invenzione narrativa, Covacich racconta come distrusse il suo vero matrimonio, come conobbe Susanna di Roma e lasciò Anna di Trieste.
E' difficile trovare un libro che con così tanta forza e onestà, così tanto atroce umorismo, così tanta elettricità, così tanta saggia demenza, così tanta disperata speranza, racconta l'amore.

Pubblicato da: luciano / idefix - 23.04.08 17:02

Non so, ho l'impressione che Giulio intenda "fa moralmente vomitare". Anche Bagattelle per un massacro, fa moralmente vomitare, per dire. Ma non posso dire null'altro. Non ho letto il libro, né alcun altro di Covacich.

Pubblicato da: Livio Romano - 23.04.08 20:39

Livio, scrivi: "Non so, ho l'impressione che Giulio intenda 'fa moralmente vomitare'."
Non ho scritto questo.

Pubblicato da: giuliomozzi - 24.04.08 16:16

Livio, Giulio ha detto di essere solo disorientato.

Pubblicato da: Felice Muolo - 24.04.08 18:00

Insomma ammetterete che "fa vomitare" è un'affermazione apodittica. E lo smarrimento dichiarato dopo non spiega molto altro. Inoltre sono convinto che i paratesti contengano il pensiero dell'autore molto più che i TESTI. E' un argomento che mi sta moltissimo a cuore. Letteratura e vita. Una volta, Giulio, io che ero indignato e spaventato per aver letto su un libro di Tiziano Scarpa che, prima di metter mano alla penna, occorre leggere dieci scaffali di libri. Tu mi rispondesti che è meglio trascorrere dieci anni a chiacchierare al bar con le persone. Ma torno alla domanda centrale. Ti invito, se ne hai voglia, a dire con più precisione perché un libro di questo tipo "fa male". Hai escluso il giudizio estetico e, dopo, quello morale. Dunque perché "fa male"? Perché fa vomitare? Nel linguaggio comune, induce il vomito qualcosa di repellente, disgustoso, insopportabile al nostro sistema di valori, oppure semplicemente bruttissimo. Muble muble. L'ultimo libro che mi ha provocato i conati. "La strada". Sì, scritto benissimo, non c'è dubbio. Prosa potente, icastica, asciutta e spietata. Ma è un libro letteralmente insostenibile. Da vomito, appunto. Son disorientato anch'io, così come un po' di amici compulsati su cosa mi sfugga di questo tuo articoletto su Mauro Covacich.

Pubblicato da: Livio Romano - 25.04.08 10:52

io del libro considero ciò che mi è piaciuto nel leggerlo, se mi ha colpita o no.
I conti con la propria coscienza e con le persone che gli stanno intorno li fa Covacich, a me coem lettrice la cosa non tocca.

Pubblicato da: laura - 25.04.08 12:55

Caro Livio Romano, quando tiri in ballo una persona che non partecipa a questa discussione, prendendo una sua presunta frase, isolata dal contesto in cui è stata detta - sempre che sia stata detta -, appiccicandogli un significato che è in contraddizione con tutto il suo lavoro, mi fai pensare a quanto è piccolo, meschino il mondo della scrittura.

Pubblicato da: andrea barbieri - 25.04.08 14:24

Livio, dico che "Prima di sparire" mi sembra un libro che fa del male perché mi ha fatto del male. "La vita agra" o "La cognizione del dolore" (per riprendere due dei libri citati prima da Barbieri) non mi hanno fatto del male. Mi hanno fatto del bene.
Quale significato assegni alla frase di Tiziano Scarpa? In quale libro l'avevi trovata? E quale significato assegni alla mia risposta?

Pubblicato da: giuliomozzi - 25.04.08 15:52

Ba': non vedo dov'è che io abbia decontestualizzato una frase tanto da metterla in contrapposizione con tutto il lavoro di un autore. Ti riferisci, Andrea, a quello che trovai scritto in "Cos'è questo fracasso"? Io ammiro moltissimo Scarpa, e trovo che sia uno dei due o tre scrittori più dotati e intelligenti della sua generazione. Però quel libro mi provocò -appena trentenne, con studi giridici alle spalle e qualche tentativo di fare della narrativa che andavo appena facendo- una vera vertigine. Che cultura mostruosa, pensai, a me non rimane che deporre le armi. Del resto, Scarpa lo scriveva a mo' di battuta in un passaggio. Cito a memoria, qualcosa tipo: "Ai giovani scrittori dico: prima leggetevi qualche scaffale di grande letteratura e poi ritornate a scrivere". Ecco, io trovai la risposta di Giulio, in quel momento, moltissimo confortante. Tutt'oggi continuo ad esser d'accordo con il fatto che, se è vero che la scrittura nasce al 70% da altra scrittura che hai letto, se te ne stai tutto il tempo chiuso in biblioteca e non conosci le persone e non ci parli -oserei dire: se NON AMI LE PERSONE, ché la convinzione mia è che uno racconta le storie delle persone che ama: difficilmente diventerai un buon narratore.
Comincio ad avere più chiaro il paradosso di Giulio. Sto pensando a libri che mi hanno fatto male, e ne sto trovando. "La vita agra" e "La cognizione del dolore", anche a me hanno fatto BENISSIMO. "La strada", l'ho detto, mi ha fatto vomitare. Stesso discorso per "Patrimonio" di Roth (ma per la furbizia sottesa all'operazione). Il cinismo della "Versione di Barney" sbandierata, dopo 200 pagine mi ha cominciato a disturbare moltissimo. Provo a ricordare non quelli che mi hanno fatto prima star male e poi, nel tempo, bene. Mi fece molto male "Un uomo" della Fallaci, sia per la bruttezza che per il tema. "1984", stesso discorso dell'ultimo Mc Carthy. Ah, e una monografia dell'esame di diritto commerciale dedicata alle Opa (offerte pubbliche di scquisto) e alle Opv (offerte pubbliche di vendita): libro esiziale, prima e dopo.

Pubblicato da: Livio Romano - 25.04.08 20:14

Provo anch'io a dire la mia. Avevo appena letto l'ultimo libro di Forrest che a partire da Tutti i bambini tranne uno ha scritto dei libri sulla perdita, sulla morte, sul dolore sullo "scandalo" del loro rapporto con la letteratura che fanno malissimo/benissimo insieme se ho ben capito quel che Mozzi intende per dire fare male.Di Covacich ho letto tutto e penso che sia bravo ma non bravo al tempo stesso, ad esempio di A Perdifiato penso che valga molto quando parla della maratona e che non valga niente quando racconta o mostra questi personaggi pupazzetti.Sa parlare del corpo ma non lo sa incarnare in personaggi. Comunque. Da quando è andato a Roma ha scritto un libretto su Trieste che mi è sembrato avere una sfumatura autentica, una tonalità affettiva...
E poi questo romanzo. Sul risvolto di copertina o dentro adesso non ce l'ho sottomano si dice che è impudico, io dico che è osceno. Dico che è volgare mettere in scena in questo modo due personaggi che hanno la consistenza - una di un cartone animato che sembra una ritardata mentale (con le sue trecce rosse e un linguaggio per lo meno imbarazzante per una donna di 39 anni come ci fa sapere l'autore per ben 2 volte) - mentre l'altra sembra una madonna messa sull'altare. In mezzo ovviamente un uomo che tanto soffre poverino. e tanto ama e tanto rispetta e tanto male ha fatto senza volerlo perché è stato rapito dall'amore. Ma non lo sfiora nemmeno per un momento il pensiero che sempre si può scegliere anche nelle situazioni più estreme, se non altro si può scegliere di stare zitti e non mostrare a tutti il didietro della sua povera moglie Anna.
Oltre tutto confesso che le parti del libro di "invenzione" non le ho neanche lette tanto sembravano appiccicate e morte. Non mi sembra bello, mi sento "truffata" come lettrice che ho speso 16 euro, avrei fatto megli a comprare la vera storia dell'amore di Simona Ventura e Pettarini scritta di chissà quale onesto ghost writer per lei.
Eppure si può scrivere di queste cose, ad esempio mi viene in mente il libro di Carla Lonzi (teorica del privato politico) che scrive proprio il lasciarsi fra lei e il suo compagno (scusate adesso mi sfugge il titolo). Ma secondo me la forza di quel libro è proprio la messa in scena di due "retoriche" inconcigliabili ma tutte e due presenti sulla scena contemporaneamente. Ciè l'altro esiste con tutta la sua alterità e irriducibilità, in questo libro di Covacich (ma secondo me è un suo limite strutturale) l'altro è solo un prolungamento dell'io egocentrico e smisurato del protagonista. Il dolore dell'altro - la moglie lasciata la compagna insicura - sono occasioni per dire di sé. Covacich ama tantissimo wallace e lo conosce bene peccato che non gli sia venuto in mente quel saggetto che DFW ha scritto sui "grandi narcisiti" della letteratura americana e in particolare Updike.
"ringalluzito o flaccido che sia, l'infelicità di Ben Turnbull è ovvia sin dalla prima pagina del romanzo. Mai una volta, però, gli viene in mente che il motivo di tanta infelicità sia che è uno stronzo".
Amen

Pubblicato da: erabbit - 25.04.08 23:07

Il problema, caro Romano, è che da come metti le cose, il consiglio di Scarpa sarebbe di chiudersi in biblioteca e non 'amare' le persone. Mentre questo è esattamente l'opposto di ciò che esce dal suo lavoro, così vivo e dove lo strumento delle parole non è mai fine a se stesso.
Tra l'altro anche Mozzi legge vagoni di libri.

Pubblicato da: andrea barbieri - 26.04.08 23:30

Da come mette le cose Romano, non mi pare proprio che il consiglio di Scarpa sia quello. Andrea, mi pare che hai capito quel che hai voluto capire, e che facendoti forte dell'aver capito quello che hai voluto capire hai accusato Romano di distorcere le parole altrui o di inventarsele. E poi dici che il mondo della scrittura è meschino. E' meschino, secondo me, accusare di menzogna chi non mente. Potresti almeno scusarti.
L'affermazione: "Mozzi legge vagoni di libri" è palesemente volta a dare di me un'immagine in contraddizione con tutto il mio lavoro.

Pubblicato da: giuliomozzi - 28.04.08 17:58

"...io che ero indignato e spaventato per aver letto su un libro di Tiziano Scarpa che, prima di metter mano alla penna, occorre leggere dieci scaffali di libri. Tu mi rispondesti che è meglio trascorrere dieci anni a chiacchierare al bar con le persone."

Romano si dichiara 'indignato' quindi dà un giudizio morale negativo sulla (citata a memoria)frase di Scarpa. Pensa Giulio: addirittura l''indignazione'!
E propone un dilemma lettura-vita, dando l'impressione che Scarpa fomenti l'essere separati dalla vita.
Poi tira in ballo te, che gli diresti che è meglio passare molto tempo al bar, causando in me la domanda: e allora perché Giulio legge tonnellate di libri?

Il mio intervento è stato utile per non travisare le parole di Scarpa, che da come Romano aveva messo le cose, era diventato travisabilissimo. Se questo Giulio ti intiraculisce non so davvero che fare.

Pubblicato da: andrea barbieri - 29.04.08 10:22

Ripeto, Andrea: il senso di ciò che dice Romano non è e non può essere - secondo me - quello che tu gli attribuisci.

Poi: io non leggo tonnellate di libri. Se dici che io leggo tonnellate di libri, dài di me un'immagine in contraddizione con tutto il mio lavoro. Andrea, non sto scherzando. Queste frasi, "Mozzi legge vagoni di libri", "Giulio legge tonnellate di libri", sono false (io leggo molto poco) e mi mettono in ridicolo (perché l'enfasi delle "vagonate" e delle "tonnellate" è ridicola).

Io so quanto leggo. E penso di saperlo meglio di te.

Pubblicato da: giuliomozzi - 29.04.08 11:26

Romano ha lasciato due post.
Il senso del primo post, quello in cui parla dell'indignazione eccetera, porta a pensare Scarpa come scrittore sussiegoso e ingenuotto che spinge a fare letteratura con la letteratura, mentre dall'altra parte stanno due autori vicini alla vita.
Nel secondo post Romano aggiusta parecchio il tiro.

Oltretutto ciò che viene fuori complessivamente dai due interventi di Romano è un'opposizione vita - letteratura che è molto astratta. Il 'fuori' dell'esistenza va trasformato nel 'dentro' della narrazione. Per questa trasformazione occorre una tecnica che riguarda le parole, la struttura della narrazione, il pensiero che c'è dietro la scrittura.
Del resto Giulio il tuo apprendistato di scrittore era volto ad 'imitare' la scrittura di qualcuno per dire cose tue. Ti rivolgevi ai libri che ti offrivano la cassetta giusta di strumenti. Qualche giorno fa ho copiato un piccolo brano da Requiem per un cane di Coccioli, mi sono stupito mentre lo trascrivevo nel ritrovare lo stesso ritmo che avevi usato mi pare per la recensione al Diario dei sogni di Candida.
Leggere molto può portare a chiudersi in un autoreferienziale mondo letterario, come può sviluppare la muscolatura giusta per cavare dalla realtà qualche parola di verità.

Pubblicato da: andrea barbieri - 29.04.08 17:04

la verità è che siete tutti invidiosi perché covacich ha scritto un libro bellissimo. tutto qui. buona notte.

Pubblicato da: stefano - 01.05.08 15:34

La recensione al "Diario dei sogni" di Candida imitava deliberatamente lo stile di Candida nel "Diario dei sogni".

Quanto alle "vagonate" e alle "tonnellate", all' "apprendistato da scrittore" di cui ora scrivi, Andrea, devo dire: mi stupisco sempre quando ti vedo fare in tutta tranquillità affermazioni sul mio conto come se tu conoscessi la mia vita - il guaio è che non la conosci, e scrivi purtroppo delle cose false.

Pubblicato da: giuliomozzi - 01.05.08 23:25

sto leggendo anch'io covavich, ma non mi convince e mentre lo leggo cerco nella mia testa libri simili, libri con la stessa storia e con gli stessi sentimenti che ho già letto. ne trovo molti e migliori tipo, uno a caso, "budapest" di chico buarque, ma è solo uno...non riesco a capire cosa ci sia di nuovo in questo libro, perchè tutto quel gran polverone nei paratesti, di cui qui sopra, parla anche lei. che cosa dice covavich che io non capisco a parte che niente è per sempre? sai che novità.
saluti,S.

Pubblicato da: sara - 04.05.08 10:24

Giulio, dire cose 'false' è un po' diverso, usiamo le parole con precisione ti prego.
Ora, io conosco la tua vita per quello che tu scrivi su Vibrisse, se non ne scrivessi su Vibrisse non ne saprei nulla perché fondamentalmente non mi interessa, tant'è che non mi sono mai chiesto cosa ci fosse di vero in Fantasmi e fughe. Su Vibrisse parli anche dei libri che leggi, e io ti seguo con attenzione perché dici spesso cose interessanti. Per esempio una volta hai scritto che ti eri sobbarcato la lettura di non so quanti libri che ruotavano intorno al Codice da Vinci per capire qualcosa tipo perché una finzione viene presa per realtà (vado a memoria e in fretta). Un'altra volta avevi scritto che leggevi tutti i romanzi dell'ottocento italiani (vado sempre a memoria). Un'altra volta che avevi letto 20-30 libri di Coccioli (vado sempre a memoria, tra l'altro era un pezzo davvero bellissimo sullo scrittore). Hai scritto anche che in treno leggi e tu ci hai fatto praticamente un genere letterario sui tuoi viaggi in treno, con una fioritura di microracconti infinita. Insomma in treno ci sei spesso...
A questo punto, ti sembrerà impossibile, incredibile, paradossale quanto un tesseratto, ma mi viene da dire in tutta tranquillità che leggi 'vagoni di libri' (il che è ovviamente un omaggio al tuo filone letterario ferroviario, se lo avevi capito, ma mi sa di no, infatti 'vagoni' è diventato il malcitato (da te) 'vagonate' insieme alla tua percezione di essere 'messo in ridicolo'.

Sul tuo 'apprendistato', forse 'apprendistato' non è la parola giusta, resta il fatto che sei stato tu a dire che scrivevi imitando. Ho usato la parola apprendistato, perché succedeva parecchi anni fa.

Su quella cosa che dicevo di Coccioli, effettivamente non era la recensione al libro di Candida che mi ricordava la prima pagina di Requiem per un cane. Solo che ora non saprei ritrovare la recensione corretta. Cioè forse saprei ma ci vuole troppo tempo. E' comunque curioso leggere che in quella recensione imitavi la scrittura di una persona che rispecchia la propria scrittura nella tua (almeno nel mio modo di leggerla).

Pubblicato da: andrea barbieri - 05.05.08 21:25

'...sono uno che ha letto ventitré libri di Carlo Coccioli' [Giulio Mozzi, 'Chi sono io per parlare di Carlo Coccioli?', L'Indice, 2004]

Ecco, una citazione l'ho ritrovata facilmente. Già questa dà l'idea che quello che scrivo non è campato per aria. Potrà essere 'impreciso', ma non certo 'falso'.

Pubblicato da: andrea barbieri - 05.05.08 21:54

Ventitré libri di Coccioli, attualmente credo ventisette, letti nell'arco di almeno diciassette anni. Fanno 1,6 libri di Coccioli l'anno. Certo, ho raccontato di aver letto un po' di romanzi italiani del Seicento, cosa che abitualmente nessuno fa: ma ne ho letti sei o sette, nel giro di tre anni o più. Eccetera.

"Sa, giulio mozzi ha mangiato dieci quintali di pasta".
"Che mangione!".
"Sì, ma ci ha messo quarantacinque anni. Fanno trenta grammi al giorno".

Fatto sta, Andrea, che tu insisti qui a voler dare di me un'immagine in contraddizione con tutto il mio lavoro. Io non leggo "vagoni di libri", non leggo "tonnellate di libri". Non sono certo un lettore debole, ma questa enfasi, questi "vagoni" e queste "tonnellate" danno di me l'immagine di un bulimico della lettura - che non sono -, di un lettore che legge ammassando - cosa che non è -, di un lettore che impegna enormi quantità del suo tempo nella lettura - cosa che non è -, eccetera.

Vuoi ridicolizzarmi? Fa' pure. Ma che tu ti rifiuti di considerare la mia testimonianza su di me, e che tu parli tranquillamente come se conoscessi la mia vita nella sua quotidianità, mi sbalordisce.

Pubblicato da: giuliomozzi - 06.05.08 04:49

Giulio, a me pare che sia tu a voler ridicolizzare me.
Riprendiamo il filo del discorso. Tu dici soltanto che non sei un lettore 'debole' cioè uno che per censis e istat legge più o meno 1 libro all'anno. Però non dici in che fascia sei. Allora un lettore 'forte' legge più o meno 11-12 libri l'anno. Un lettore che arriva a 24 titoli è un lettore 'fortissimo'.
A questo punto ti chiederei per mettere fine alla buffa disputa: quanti libri leggi più o meno ogni anno?

Pubblicato da: andrea barbieri - 06.05.08 10:12

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