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31.03.08

Al voto, al voto

di Teo Lorini

[Leggo in Il primo amore un articolo di Teo Lorini che finisce con la domanda (un dubbio è una domanda) che io stesso mi faccio da qualche tempo. Nel cercare una risposta, faccio un'altra domanda: se una parola fondamentale del vocabolario democristiano era "mediazione", che cosa significa nel vocabolario veltroniano la parola "sintesi"?. Mentre invito a leggere l'articolo per intero, riporto qui la conclusione. gm]

Clicca qui per ingrandire l'immagine[...] Nel trentennio in cui, contestata e vituperata - et pour cause - la DC governò il Paese, essa fu certamente caratterizzata da una corruzione strutturale, dalla connivenza con la mafia, da un'acquiescenza alle strategie atlantiche che giunse sino a coprire stragisti ed eversori. Ma nello stesso tempo fu una forza capace di autentiche mediazioni che contribuì, magari obtorto collo, certamente sotto l'incalzare della società civile e della sua evoluzione, ma contribuì a operare sostanziali riforme per gli italiani. È infatti nel trentennio di dominio della DC che, sia pure in disaccordo con parti cospicue dell'establishment e anche contro settori rilevanti del partito, furono approvate leggi di civiltà e modernizzazione come la riforma della psichiatria auspicata da Franco Basaglia, l'introduzione del divorzio e la legge 194, la scala mobile e lo statuto dei lavoratori.
Pur con la sua intrinseca prudenza, con la sua strabordante ambiguità e le sue ancora inesplorate zone d'ombra, la Democrazia Cristiana fu corresponsabile di quelle riforme.
Nell'aut-aut che ci impone la prossima tornata elettorale il dubbio peggiore è se altrettanto sarebbe capace di fare "il minore dei mali", quel PD da votare con il naso ben turato.

Leggi tutto l'articolo in Il primo amore.

Posted by giuliomozzi at 15:12 | Comments (6)

29.03.08

A Venezia, dal 9 al 20 aprile

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Clicca sul manifesto per leggere la notizia.

Posted by giuliomozzi at 08:07 | Comments (0)

"La cartilagine spessa della disattenzione"

di gianCarlo Onorato

[L'autore di questa lettera privata mi ha autorizzato a pubblicarla. gm]

Leggi la scheda editoriale di Il più dolce delittoCaro giulio,
probabilmente abbiamo avuto lo stesso sentimento, se tu come me a un anno esatto dalla pubblicazione del mio romanzo, hai avuto l'idea di andare a riprenderlo e domandarti le ragioni della disattenzione di cui è stato sin qui vittima.
Per tutto questo anno-lampo non ho mai aperto una volta Il più dolce delitto, mai dopo il primissimo rapido esame fatto al momento in cui ho ricevuto le mie copie. Questo fino al giorno di pasqua, che per me è un giorno come gli altri, tanto che mi trovavo in studio per le sessioni del nuovo disco. In una pausa di lavoro il libro mi ha chiamato, e allora scorrendolo ho percepito nettamente la sensazione che da noi, in questo momento storico, produrre pensiero rischi di non contare nulla. O di essere un fatto del tutto secondario.

Mi ero concesso un lasso di tempo indefinito prima di concludere che inspiegabilmente quasi nessuno tra gli addetti ai lavori avesse accolto il mio testo, e avevo vissuto di elogi privati, a volte lodi sperticate, ricevute da questo o quel lettore, tra essi mescolati professionisti della sanità mentale, giornalisti musicali che mi hanno proposto collaborazioni a questa o a quella pubblicazione, come gli spiriti sensibili al di fuori di ogni ordine. Certo, radio raiuno mi ha dedicato uno speciale notturno, risoltosi però in musica, e la radio della svizzera italiana mi ha dedicato una puntata di una trasmissione ascoltatissima, ma solo per via dell'ambientazione del romanzo. Ma nessuna traccia visibile tra coloro che avrebbero il ruolo di segnalare il valore o i limiti di un libro. Così, dopo aver fatto la considerazione definitiva, tanto rimandata, che a nessuno è importato di prendere in considerazione il romanzo, digito il mio titolo su google e mi appare il tuo pezzo su "vibrisse".

E questo mi conferma senza più alcun dubbio che nessuno lo ha considerato.

Non so quanto sia significativo valutare se da noi accada più facilmente che altrove, (del resto qui parla uno che ha nel cuore le valigie sempre pronte per tornarsene in svizzera o provare a stabilirsi a berlino). Ciò che conta e va considerata è la netta sensazione di operare per il nulla. E che "la gente" indistintamente, compresi i presunti competenti, si accorga solo di ciò che per ragioni x o y, ottenga visibilità conclamata. Questa visibilità pare di capire che avvenga quasi immancabilmente per fatti di costume, legati a qualche avvenimento, un fatto di cronaca che ti permette di commentare in maniera arguta il tal assassinio, un clamoroso litigio televisivo, un fidanzamento dai risvolti mondani, o l'essere pontificato dagli egemoni dei mezzi di massa, i ferrara, i costanzo. Non ci si accorge mai, o non ci si accorge più, o non ora, di qualcosa o qualcuno per questioni di merito. Dal momento della tua imposizione nasce l'importanza, e il fatto di avere raccolto visibilità comporta come conseguenza una certa qual rispettabilità. In fondo è il ragionamento di chi ti dice di non essersi mosso verso il mio testo non avendone sentito parlare se non da te. Come se per potersi accorgere di qualcosa non basti la parola di un conoscente capace e attento, ma sia necessario che la cartilagine spessa della disattenzione debba essere violentemente lacerata da avvenimenti spettacolari, talmente eclatanti da sovrastare il brusìo indistinto e senza senso in cui viviamo immersi. Solo allora si alza la testa e si rivolgono sguardo e orecchi. Il contenuto di per sé non è motivo sufficiente per muoversi, e questo genera una crescente paralisi intellettiva che investe e travolge tutta la società che, lo si voglia o no, si accresce o si avvilisce a seconda di ciò di cui si nutre. Si potrebbe obiettare che se non se ne parla, non si possa pretendere che qualcosa seppure di valore, venga riconosciuta nel mare magnum delle pubblicazioni di ogni genere. Vero. Ma è quanto descritto sopra a decretare a mio modo di vedere il fallimento a priori del valore come merito, perché oramai ha appreso questo modo di operare anche molta parte di addetti ai lavori ed esperti.

Un amico mi ha fatto notare che è presunzione "presumere" appunto di poter fare un distinguo tra ciò che sarebbe valido da ciò che non lo è, dal momento che qualunque avvenimento, di qualunque natura esso sia, assuma in sé valore a partire dalla fruizione che se ne fa. Da questo punto di vista, per così dire, fenomenologico, di pura catalogazione di un comportamento, (direi persino antropologico), non si può più di tanto commiserare le orde di fruitori di Federico Moccia o quelli di Gigi D'Alessio, giudicando invece positivi e apprezzabili gli estimatori che so, di Gide in lettere o PJ Harvey in musica, giacché a nessuno è dato in assoluto catalogare come più utile ciò che sia di valore da ciò che non lo è. E' affascinante, non trovi?

Non fosse che per il semplice dato storico oggettivo che se ci fossimo solo nutriti di feuilleton e non ci fosse stato ad esempio anche de Sade, forse non avremmo avuto la rivoluzione francese, e molte delle conquiste dei diritti per una vita più dignitosa, nonché il riconoscimento delle potenzialità dell'individuo, sarebbero chimere ancora piuttosto lontane dall'essere riconosciute universalmente; di fatto poi sono tuttora lontane, ma almeno come concetti sono largamente diffusi.

Accettando e condividendo l'atteggiamento da spettatore televisivo che noto intorno a me e di cui mi sento di accusare buona parte dell'intellighenzia italica, (gli stessi per intenderci, o della stessa fatta di coloro che si lanciano in iperboliche analisi su testi e motivi presentati al Festival), perché mai faticare, correndo ogni rischio, per il miglioramento della nostra come dell'altrui vita, se ciò rimane alla fine dei conti un fatto del tutto trascurabile? Facilmente ignorato. Anni e anni di lavoro dimenticati in pochi mesi, e resi vani.

Se davvero siamo "cose" della storia e se è vero che questa macina tutto e tutti senza alcun riguardo, senza che ciò comporti alcuna variazione percepibile nell'ordine delle cose, allora anche solo discettare se sia o meno utile che la gente si accorga di sé, delle proprie pulsioni, dei propri bisogni, attraverso un testo, è già una perdita di tempo. Ma allora non parliamo neppure più di diritti, migliorie, qualità della vita o cose simili di cui riempiamo quotidiani e simposi vari. E non lamentiamoci quando a essere vittime di ogni sorta di ingiustizie siamo noi, presi in prima persona. Poiché con la mancanza di curiosità, di vitalità mentale, di capacità critica, contribuiamo a decretare la morte del valore. Anche del nostro. Se a tutti sta bene così, allora teniamoci questa realtà da fondale cui sono relegate e destinate le idee, e godiamoci il carosello della ribalta di chi è emerso. E buon per lui, chissà che non tocchi anche a noi, prima o poi. Basterà ottenere visibilità nel modo più impensabile, non so, salendo su un tetto, o spogliandosi in pubblico, o prendere clamorose posizioni politicamente scorrette o essere puttana di un qualunque vigente regime per avere ragione e proseliti disposti a crederti utile e necessario. Se "la fortuna" è il metro con cui misurare la storia, allora sono più sereno nel rammarico di non avere messo al mondo dei figli, ma solo dischi e libri e concerti.

Caro giulio, tutta questa considerazione non sia scambiata per lamentela o per un rimpianto o un qualunque moto di risentimento, al contrario, essendo io da tempo preparato alle avversità e alle difficoltà di percorso, il silenzio sul mio testo non lo colgo con dolore, bensì come un dato che rispecchia una realtà che forse abbiamo oramai tutti il dovere di esaminare sul serio. E di combattere. Così io sento il diritto e il bisogno di scendere nell'arena, a differenza di tanti cacasotto che popolano la fetta degli intelligenti di questo paese, i primi ad avere colpa se il paese non è più tanto intelligente. Quanto al mio romanzo, come ti dissi già una volta, io non sono di quelli che si fermano, e sono certo che riuscirà a trovare una collocazione adeguata, in qualche tempo e modo che al momento non so. Lavorare con le idee presuppone il mettersi in discussione, sperimentare, lavorare su di sé e spesso contro tutto e tutti. Presuppone accettare il rischio di fallire. Esattamente come fa il mio Marlo, che da questo punto di vista mi rappresenta in pieno.

Però capisco come sia più facile trascendere la dimensione pura e avanguardista dell'ideare, del lanciare cioè ponti tra un individuo e il senso ultimo e primo delle cose, e sia più comodo per molti di noi occuparsi di trovare un posto al sole, della pizza e del culo della soubrette.

Un abbraccio e un caro ringraziamento.

Posted by giuliomozzi at 07:10 | Comments (100)

28.03.08

Una tragedia negata a Perugia e poi a Genova

Lunedì 31 marzo Demetrio Paolin sarà a Perugia, presso l'Università degli Stranieri, a tenere una lezione/presentazione su Una tragedia negata, che svolgerà nell'aula L, primo piano Palazzina Valitutti, nel parco di Santa Margherita, ingresso da via XIV Settembre. (Inizio ore 9)

Il 2 di aprile si terrà la presentazione a Genova con Sabina Rossa, presso la Libreria Finisterre in piazza Trougoli di Santa Brigida. (Inizio ore 18)

Posted by Demetrio Paolin at 09:06

25.03.08

Un libraio

di giuliomozzi

[Questa intervista è apparsa nel quotidiano Il Mattino di Padova qualche giorno fa. gm]

Otello BaseggioPer trentatré anni Otello Baseggio è stato alla guida della Libreria Feltrinelli di Padova. Ora, ai primi di marzo, la lascia nelle mani di Francesca Gasparri. Baseggio è stato un silenzioso e nascosto, ma consapevole e determinato, protagonista della vita culturale padovana.

- Quando aprì la Libreria Feltrinelli in Padova?
Nel 1975. Venerdì 16 maggio.

- Lei lavorava già nel settore librario.
Dal 2 novembre del ’71, alla Libreria Accademia, accanto al Liviano – che oggi non c’è più. Era stato un caso: cercavo lavoro, avevo trovato quello. Verso la fine del ’74 volevo cambiare: stava per nascere mia figlia, avevo bisogno di guadagnare qualcosa di più. Avrei accettato, allora, qualunque buona proposta di lavoro.

- Arrivò la proposta di Feltrinelli.
Mi cercarono loro. Ero stato segnalato. Ci furono alcuni incontri con Valerio Bertini, allora coordinatore delle Librerie Feltrinelli, e con il suo braccio destro Romano Montroni che poi gli succedette. Mi chiesero di elaborare una «relazione di fondazione», cioè di definire il profilo che avrebbe dovuto avere la nuova libreria. Poi, nel febbraio del ’75, venne qui Inge Feltrinelli, a sancire la scelta. E il 6 marzo cominciai a preparare l’apertura.

- Che libreria immaginava, in questa «relazione di fondazione»?
Non un “sacrario”, come erano molte librerie dell’epoca, ma una libreria di facile accesso fisico ed economico, con molti libri a basso prezzo. Un assortimento che puntasse sulla saggistica, per soddisfare le esigenze di un pubblico, diciamo così, “progressista”. Senza però accodarsi a movimenti o a partiti: la libreria doveva essere autonoma e autorevole. Ricordiamoci cos’erano gli anni Settanta...

- 1974, referendum sul divorzio. 1981, referendum sulla 194. A Padova, il 17 giugno del ’74 le Brigate rosse ammazzano Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Si contano 700 episodi di violenza nel solo ’77. I professori universitari Guido Petter, Oddone Longo, Ezio Riondato, Angelo Ventura, sprangati o gambizzati tra il ’77 e il ’79. In quegli anni di battaglie, come si costruiva l’autonomia della libreria?
Eh, era un lavoro complicato. Ciascun movimento coltivava una propria aspettativa – magari anche quella dei libri gratis – e ci venivano a dire: «La Feltrinelli deve fare questo, la Feltrinelli deve fare quello». Noi abbiamo risposto costruendo una “proposta plurale”, dove ciascuno potesse trovare ciò che gli interessava.

- Ma Padova non era solo la città dei movimenti...
Era una città in cui la Dc aveva la maggioranza assoluta, dove il mondo accademico esprimeva una netta chiusura. Per un certo tempo Massimo Crepet, allora preside di Medicina, fu l’unico accademico che si staccò dal coro dell’establishment, frequentando la nostra libreria. Ogni manifestazione della destra necessariamente ci passava davanti, e da subito avemmo le vetrine spaccate, lanci di uova, di biglie, di sampietrini...

- E il mercato?
Anche il mercato era proprio difficile. Draghi presidiava la città con quattro librerie piazzate in punti strategici, io mi ero formato in una libreria universitaria e avevo un’esperienza molto specifica. Con me c’erano Carlo Capuzzo, che si era formato nella libreria centrale di Draghi, e portava la sua competenza nella “varia” (narrativa, saggistica, manualistica...), e poi Lucia Facchini, cassiera e tuttofare, una persona di uno strepitoso dinamismo. Poi arrivarono Francesco Marcato e Giovanna Bettin, che univano all’esperienza e alla competenza la capacità di cambiare, di innovare. L’innovazione è sempre stata la nostra risorsa.

- Finiti gli anni Settanta, cambiò tutto.
Ci fu quello che si chiamò allora il “riflusso”, il “ritorno al privato”. Alcuni editori, anche importanti per noi e per il nostro pubblico, si estinsero. Noi reagimmo, e a metà anni Ottanta eravamo, benché ancora piccoli – 150 metri in tutto – la libreria di riferimento per alcuni editori di cultura: Einaudi, ad esempio, Boringhieri, La Nuova Italia. Perché sapevamo riconoscere e accompagnare le trasformazioni in atto. In pratica, fummo una delle prime librerie a organizzare l’esposizione per settori e non più per editori. All’epoca gli editori erano delle “bandiere”, ma noi – ragionando per settori e sottosettori, che dovevano corrispondere agli interessi dei clienti – mescolavamo magari, nello scaffale di pedagogia, La Nuova Italia, editore storico della sinistra, con Armando, editore considerato di destra, o con l’outsider Emme di Rosellina Archinto.

- Una trasformazione analoga avveniva anche nel lavoro editoriale.
Sì: in quegli anni gli editori hanno progressivamente abbandonato il ruolo di bandiere ideologiche, e si sono dedicati a intercettare gli interessi dei lettori. E noi dovevamo accompagnare questa trasformazione. Ricordo che parlammo a lungo, di questo, con Roberto Cerati, storico direttore commerciale di Einaudi – ora ne è il presidente –, trovando molti punti di accordo. I lettori hanno, al di là delle mode, degli interessi primari, che corrispondono appunto ai settori della libreria.

- Sembra un lavoro quasi scientifico, questo di intercettare gli interessi dei lettori.
Il lavoro del libraio è un lavoro scientifico. La figura del libraio all’antica, quello che ti parla, ti consiglia, ti intrattiene, non risponde alle esigenze della circolazione del sapere moderno. Il libraio, oggi, dovrebbe avere presenti nella memoria ogni anno quarantamila nuovi titoli: la metà dei quali vende, nell’anno, zero copie. Non è fisicamente possibile. Noi, ogni libro che riceviamo, lo classifichiamo nel suo settore e sottosettore, e questa classificazione la scriviamo in un “sistema”: che non è solo di questa libreria, ma di tutte. Bisogna capire che questa attività di classificazione crea conoscenza, perché ci permette, in ogni libreria, di rimettere il libro esattamente lì dove il cliente si aspetta di trovarlo.

- Negli anni Ottanta si diceva: le Librerie Feltrinelli sono diventate librerie-supermercato, non sono più “alternative”.
La libreria “alternativa” si propone a un’élite: alternativa, ma sempre élite. Ma questo Paese può migliorare solo se si allarga il numero dei lettori. Io difendo l’utilità di percorsi, e spazi, e dimensioni da supermercato. Noi vogliamo riuscire a vendere i libri come si vendono i beni di consumo primario.

- Nel giugno del 1990, col trasferimento nella sede attuale, la libreria diventa una delle più grandi d’Italia.
Seicento metri quadrati. Tanti quanti, per spiegarsi, la Feltrinelli di Largo Argentina a Roma. Solo che il mercato di riferimento di Largo Argentina era mezzo milione di persone, e nel 1990 Padova aveva più o meno duecentoventimila abitanti... Comunque gli anni Novanta furono terribili. Non restano quasi nella memoria, perché sono stati anni in cui eravamo circondati da una sensazione di “assetto definitivo”. Questo, dico, anche nella nostra struttura. Un po’ di anni, si può dirlo, li perdemmo.

- Furono però anche anni di espansione. A metà anni Novanta le Librerie Feltrinelli acquistarono i negozi Ricordi.
Una catena gloriosa ma, va detto, in fase di decadimento. E ci volle tempo per conoscerla, per capirla, per riassettarla. Soprattutto per capire se anche in Italia, come già si faceva in altri Paesi, si poteva vendere in uno stesso locale libri, dischi e cinema in dvd. Una cosa che adesso è ovvia, ma allora sembrava che il libro non fosse accostabile ad altre merceologie. Che il nostro cliente non fosse anche uno che va al cinema, acquista dischi e dvd, va ai concerti.

- Ma lei, in questi trentatré anni passati alla direzione della Feltrinelli di Padova, si è divertito?
Sono stati anni di grande passione, di tensione a realizzare cose, nella continuità e nel cambiamento. Io non concepisco la gestione della libreria se non in questo modo: come un continuo cambiare, adeguarsi, prevedere.

- A questa professione, diceva all’inizio, lei è arrivato per caso. Ma a un certo punto ci sarà stata una scelta.
Sul finire del ’75, quando finalmente vidi la libreria realizzata, decisi che quella sarebbe stata definitivamente la mia professione. Abbandonai anche l’Università, benché mi mancassero solo quattro esami per finire Scienze politiche. L’Università avrebbe rubato tempo alla professione.

- Si rende conto di essere stato, come direttore della Feltrinelli di Padova, corresponsabile della formazione culturale di un paio di generazioni?
Ho vissuto questo mai come un peso, mai con sofferenza, mai con ansia. La cosa fondamentale – quella che mi mancherà di più, ora – è stata il lavorare con un gruppo. Con certi clienti, poi, c’è stata anche vera e propria complicità. Il lavoro del gruppo consiste nell’ascoltare attentamente e rielaborare il rumor di fondo dei clienti, per realizzare l’assortimento. I clienti, negli anni, hanno riconosciuto l’importanza del nostro lavoro di ricerca, e noi riconosciamo l’importanza del feed-back che viene dal ciente.

- Il che non significa correre dietro alle mode...
Un dato, tanto per capirci. Qui, nella Feltrinelli di Padova, i libri di filosofia, rispetto ai libri gialli, fanno l’80% in fatturato, e il 70% in numero di libri venduti. Lo dico per dire quanto male si può fare, nel mercato, se si ignorano le esigenze dei clienti.

Posted by giuliomozzi at 06:27 | Comments (3)

24.03.08

Ilona Staller era interessante, Andrea Verde non lo è

di giuliomozzi

Ilona Staller in campagna elettoraleNel 1987 l'attrice porno Ilona Staller, in arte Cicciolina (qui a fianco ritratta durante una campagna elettorale in Ungheria, suo paese d'origine), viene candidata ed eletta in Parlamento nelle liste del Partito radicale. C'è chi si scandalizza, chi ridacchia, ma la conclusione del chiacchiericcio generale - vado a memoria, nel 1987 avevo 27 anni, oggi ne ho quasi il doppio - era questa: che in fin dei conti la cosa non era male, che la signora Staller era da ammirare, che la sua elezione poteva essere considerata come la più recente tappa di un movimento di liberazione della donna, del corpo e del desiderio (liberazione dalla repressione, dalla famiglia, dalla chiesa, dal maschio, e chi più ne ha più ne metta).

Andrea VerdeAi giorni nostri, il quotidiano Il Sole / 24 ore (e, forse prima del Sole, Alesandro Gilioli: se sbaglio l'ordine d'arrivo, chiedo scusa) svela che Andrea Verde, candidato nella lista Il popolo delle liberà (Pdl), ha lavorato come regista e produttore di film pornografici (per trovare traccia di queste sue attività, bastano tre secondi su Google o un'occhiata a siti specializzati come 69 o XStars: per trovare centinaia di siti specializzati basta cercare in Google con la chiave "xxx").

L'interessato ha smentito (come ha notato Massimo Mantellini, con "un fair play e una tranquillità che non ti aspetti": tanto che qualcuno ha pensato che Verde sia vittima di un raggiro), dichiarando di aver sì lavorato per una società che produceva anche "film per adulti", ma solo come contabile. Ma "quelle carogne dei blogger" (come ha scritto Repubblica) si sono messe al lavoro. Ed è saltato fuori un po' di tutto: regie, produzioni, partecipazioni a premi internazionali della specialità, eccetera. E, imprevedibilmente, anche le performance di Andrea Verde come attore (i visitatori adulti possono guardare queste due immagini, dove un'attrice succhia e spupazza il sesso di Andrea Verde, che nei suoi materiali elettorali appare così).

Ilona Staller era dialetticamente interessante: la persona nella condizione disprezzata (oggetto di desiderio e repulsione insieme) che, dalla propria condizione e senza rinnegarla, prende la parola: non si può non pensare alle Beatitudini - se pensate che questa sia una perversione delle Beatitudini, domandatevi se la perversione non è appunto dialettica (o viceversa). Andrea Verde che, svelato in ciò che tiene nascosto, cerca di negarlo e nasconderlo anziché rivendicarlo e sceglierlo come luogo dal quale parlare, non è interessante.

[Ho imparato queste cose leggendo qui e qui, presso Universi paralleli, poi ho fatto qualche controllo: della cosa si parla ormai un po' dappertutto].

Posted by giuliomozzi at 10:18 | Comments (42)

23.03.08

Intermezzi

"Questo è il blog della casa editrice Intermezzi, una casa editrice appena nata, che ancora non ha pubblicato niente, ma che spera di diventare presto grande, bella, di fare tante cose importanti e di rendere un poco migliore, almeno per qualcuno di noi, questo nostro piccolo grande mondo".

Intermezzi è qui. Auguri.

Posted by giuliomozzi at 08:39 | Comments (4)

22.03.08

La più dolce morte per Il più dolce delitto

di giuliomozzi

[Giancarlo Onorato ha risposto a questo articolo con una lettera. gm]

Leggi la scheda editoriale di Il più dolce delittoTra i romanzi che l'editore Sironi, del quale sono consulente per la narrativa italiana, ha pubblicato nel 2007, quello più bello e più sicuro è, secondo me, Il più dolce delitto di Giancarlo Onorato. Dico "più bello" e "più sicuro", e a questi due distinti aggettivi ci tengo. Quello che sto per dire non è molto logico, ma spero di farmi capire. Ci sono diversi (non so quanti) tipi di bellezza. C'è la bellezza della grazia, ad esempio, e la bellezza dell'autorevolezza. Ecco: quando Giancarlo Onorato cominciò a farmi leggere alcuni testi scritti da lui (racconti, inizialmente), fui colpito proprio dall'autorevolezza della sua scrittura. La bellezza delle pagine che leggevo non era seduttiva, non era figlia della grazia, non era frutto di studiata eleganza, non era disinvolta; era, in somma, autorevole. E la sensazione diventò ancora più forte quando lessi il romanzo. Leggevo, e pensavo: "Sarà un gioco da ragazzi, promuovere questo libro. La sua bellezza è così evidente, così autorevole, che basterà dire a qualunque giornalista di cultura, a qualunque critico letterario, tolle et lege, e il libro sarà sicuramente lodato come e quanto merita".

Tutto il contrario.

Il più dolce delitto è stato ucciso con la più dolce delle morti editoriali: il vuoto assoluto (non è il primo né l'ultimo, sia chiaro). Praticamente nessuno ne ha parlato (vedere, per credere, le recensioni). In giro non s'è visto. Nessuno si è alzato in piedi per dire: "Ragazzi, questo Giancarlo Onorato non è solo un musicista coi fiocchi, è anche uno scrittore vero; e il suo romanzo è imperdibile".

L'editore ha lavorato il libro come meglio ha potuto; l'ufficio stampa si è dato da fare come al solito e più del solito; per due mesi io ho parlato di questo libro a tutti quelli che mi capitavano a tiro. Risultati: zero. Poi, quando l'amico scrittore al quale per la terza volta parlavo di Il più dolce delitto per la terza volta ha fatto la faccia di chi non l'aveva mai sentito nominare, e per la terza volta mi ha detto: "Interessante questo libro, da come me ne parli. Domani lo compro", allora non ci ho visto più. Ho mandato a quel paese l'amico scrittore e mi sono detto: "Sarò cretino io. Sarà, questo libro, una bufala. Sarò, io, incapace di interessare altre persone a questi testi che mi sembrano così vitali. Sarà che non capisco proprio niente".

Qualche giorno dopo l'amico scrittore si fa vivo e mi dice: "L'ho letto. E' proprio bello. Vedi, il fatto è questo: io devo scegliere che libri leggere, no? Come tutti. E leggo, alla fin fine, i libri dei quali una persona, due persone, tre persone mi parlano. Alla fin fine, poi, ti dirò, si finisce col leggere soprattutto i libri degli amici. Ma comunque, c'era questo Onorato, sì, e tu me ne avevi parlato, sì, però me ne parlavi solo tu. Capisci? E così non mi si è attivato niente, in testa. Poi ti ho visto così esasperato, che ho pensato: orpo, magari questo libro è proprio da leggere. E in effetti sì. E' proprio da leggere".

Così, alla fin fine, mi sono sentito un po' meno cretino. In questi giorni, che sono giorni di ripensamenti, ho riletto Il più dolce delitto. E sono ancora convinto. Convintissimo. Questo romanzo era da pubblicare, è molto bello, è istruttivo, è eticamente fortissimo, è scritto benissimo, è uno dei pochi romanzi-romanzi che si pubblichino in Italia - voglio dire, uno dei pochi romanzi italiani che mi sebrino avere un respiro europeo, internazionale.

E quindi, per piacere, se qualcuno ancora si fida del vecchio pazzo che sto diventando, vada in libreria e si compri questo libro. Dovrà ordinarlo, presumo. Lo ordini, se lo compri e se lo legga. E se dopo averlo letto lo giudicherà una minchiata: mi spiace, ma avrà torto marcio.

La scheda editoriale.

Giancarlo Onorato. Maledizione e redenzione.

Tutti i dischi di Giancarlo Onorato.

"Onorato riesce a mettere a nudo, con pagine di un lirismo straziante, la complessità dell’animo umano, la perfettibilità dell’uomo, il suo continuo azzerare convinzioni e verità, per mettersi continuamente in discussione, toccando anche i bassi gradini del lecito, lasciandosi trascinare in perversioni, a volte, inspiegabili, in questo dominio assoluto della passione che tutto obnubila e annulla" (leggi per intero la recensione di Rossano Astremo).

"Il più dolce delitto, infine, è la scoperta e l’assunzione in sé della propria indefinita e indefinibile voglia di esistere e di affermarsi, ognuno a partire dalla propria unicità. E’ l’abbattimento di ruoli, confini, metodi, categorie, sessi, in cui tutto si mescola e si confonde, riducendo le idee di sconfitta e vittoria a miseri schemi obsoleti" (leggi per intero la recensione di Lamberti Bocconi).

Posted by giuliomozzi at 10:15 | Comments (20)

21.03.08

Per ora online. In libreria ad aprile

Il libro Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un'opera di Carlo Dalcielo, a cura di Bruno Lorini e Giulio Mozzi, è da ora acquistabile direttamente dal sito dell'editore minimum fax. Il libro contiene: l'introduzione di Stefano Fugazza e Gabriele Dadati, la poesia di Raymond Carver Il pittore e il pesce, la sequenza dei lavori prodotti appositamente per quest'opera dai 55 artisti invitati, il racconto di Carlo Dalcielo Carlo non sa leggere. Tutti i testi sono in italiano e in angloamericano (traduzioni di Elizabeth Harris Behling). Il prezzo di copertina è 12,5 euro: per gli ordini online con pagamento con carta di credito e spedizione via posta il prezzo è di 11,5 euro (spese di spedizione incluse). Il libro arriverà nelle librerie circa a metà aprile 2008. Per acquistare il libro online, cliccare sull'immagine qui sotto.

Clicca qui per acquistare online Il pittore e il pesce

(E dal 9 aprile Il pittore e il pesce è a Venezia)

Posted by giuliomozzi at 17:46 | Comments (0)

20.03.08

Il lato oscuro della ricerca

di Gianna Milano

[Questo articolo di Gianna Milano è apparso nel settimanale Panorama del 14 marzo 2008].

Clicca qui per leggere la scheda editoriale del libro"Se il test avesse dato un risultato negativo, lei lo avrebbe preso per buono e avrebbe concluso che era una prova dell'innocuità del composto dimenticando i dati sull'uomo, non è così? E questo non è avere due pesi e due misure?». Per un attimo l'oratore cui l'esperto di cancerogenesi chimica si era rivolto parve in difficoltà, ma si riprese trincerandosi dietro la dichiarazione: «I dati sono quello che sono». È un brano del libro L'ombra del dubbio (in uscita dalla Sironi) di Renzo Tomatis, già direttore dello Iarc, il Centro Internazionale per la ricerca sul cancro a Lione, scomparso di recente. Il protagonista del primo dei quattro racconti che lo compongono sa come i dati scientifici possano essere selezionati ad hoc, quando si vogliono affondare evidenze di cancerogenicità. Sa che i dati, in contrasto con i suoi, esibiti e pubblicizzati dalle industrie interessate, si avvalgono di ricercatori che collaborano «apertamente e più spesso surretiziamente con esse, con lo scopo di soffocare qualsiasi informazione che metta in evidenza danni alla salute o indichi l'urgenza di adottare misure di precauzione».

Con rigore scientifico, tensione etica, misura e freschezza, Tomatis fonde, nei quattro racconti, la sua passione per le «due culture»: la letteratura e la ricerca scientifica. «Per esprimere quanto non si riesce a dire nel linguaggio scientifico e per trasmettere nua convinzione con la forza di un racconto» confessò in un'intervista di Claudio Magris, sul Corriere della sera.

Muovendosi lungo questa frontiera avanzata tra scienza e letteratura, scrive Magris nella prefazione del libro, Tomatis ci aiuta, attraverso una narrazione limpida e intensa, a capire la realtà, la vita, il mondo, l'uomo. L'establishment scientifico visto dall'interno, nella sua quotidianità, è un affresco di contraddizioni, sospetti, passioni, amiguità, compromessi, condizionamenti (di lobby politiche o industriali), interessi personali.

Da giovane Tomatis aveva abbandonato la pratica della medicina per la ricerca, con l'idea di riuscire a fare di più e di meglio contro il cancro. Allo Iarc, anno dopo anno, con puntualità e rigore, ha classificato, basandosi su studi sperimentali e epidemiologici, una serie di sostanze cancerogene per l'uomo: cromo, amianto, nichel, benzene, cadmio, amine aromatiche. Elenco via via aggiornato. «Se causavano tumori nei lavoratori che ne erano esposti, non restavano circoscritte nel perimetro delle fabbriche, si diffondevano anche nell'ambiente» scriveca Tomatis in Il fuoriuscito (Sironi).

Fin dall'inizio questo lavoro di ricerca gli fece intravedere una continuità tra l'attività di laboratorio e ciò che lui sentiva come il suo fine ultimo: la possibilità di prevenire la crescita iniziale del tumore.

Spesso accadeva che se i dati disponibili (fu così per l'amianto di cui narra nel primo racconto) erano sufficienti a classificare una sostanza cancerogena, si cominciava a dire che occorrevano ulteriori indagini. La tattica, scrive, era elevare il rumore di fondo, ossia creare confusione pubblicando «risultati contrastanti e contraddittori, in modo da iniettare dubbi sulla validità di dati scomodamente positivi».

Trincerandosi dietro la difesa del rigore scientifico si mettevano in discussione i dati sperimentali di tumori indotti nei topi: come trasferirli all'uomo? Una confusione che finiva per ritardare un accordo «sulle decisioni da prendere per mettere in atto una prevenzione efficace».

Al generico, ma sempre attuale, concetto di etica della scienza si affianca per tutto il libro l'ethos del ricercatore. Arduo esercizio quotidiano di equilibrio e coscienza, perché scienza e potere hanno storie parallele ed è difficile sottrarsi alla spirale soffocante dei profitti. Nessuno sembra essere del tutto puro. Come emerge nel primo racconto sull'amianto. Una storia di colpi di mano e dubbe alleanze tra le aziende che lo producevano, con un giro colossale di affari, e quelle chimiche, complici nella difesa di interessi comuni, e pure che sottobanco sostenevano la campagna contro il tabacco, dando a intendere che fosse quello il vero nemico. «Una selva oscura di manovre, manipolazioni, menzogne nel più assoluto disinteresse per la salute umana», secondo Tomatis.

Chi ricordava che i tedeschi per primi tra il 1930 e il 1945 avevano provato il nesso tra fumo e cancro al polmone, e riconosciuto come malattia professionale l'asbestosi e il tumore al polmone da amianto, veniva screditato nel mondo scientifico come "filonazista". Così, per almeno due decenni dalla fine della guerra, «si è continuato a produrre amianto, in assenza di misure protettive e di indennizzo nei paesi del mondo libero». Ancora oggi, nonostante le prove inoppugnabili del suo effetto cancerogeno, se ne producono 2 milioni di tonnellate. «Le corporation potranno mai essere persuase a cambiare le loro priorità?».

Talora emerge un senso di impotenza, ma quando si riesce «a spezzare la crosta del pessimismo che indurisce molte delle nostre giornate, si scopre che esistono ancora ragioni per non disperare. Le forze, allora, ritornano e ci si può rimettere in cammino di buona lena» scriveva Tomatis in La rielezione. Lui non ha mai smesso di farlo, con coerenza e costanza. Anche il suo ricomporre, nei racconti, storie sospese di vita e rapporti umani, rimorsi, rimpianti e ricordi rimasti chiusi nei cassetti ha un po' questo sapore. La voglia di rimettere assieme i tasselli di un puzzle senza lasciare dietro di sé zone d'ombra.

Posted by giuliomozzi at 17:27 | Comments (2)

Giuseppe Genna, Hitler

di Giorgio Fontana

hitlercovermedia.jpg0. Dopo le precedenti letture di Paolo e di Demetrio, un punto di vista diverso. Dove si pongono alcune domande e dove si presentano parecchie perplessità.

1. Lingua. Genna invita apertamente a non considerare il lato estetico di Hitler (scrive sul suo sito: "la questione della bellezza e del piacere della lettura in Hitler non si dà o è secondarissima"). Ma questo non può essere irrilevante. In un'opera che si pretende letteratura, il lato estetico e linguistico è comunque fondamentale — anche quando il contenuto è "esorbitante". Di qui le seguenti considerazioni. Il romanzo sembra scritto in fretta (impressione che ho ricavato anche da altri lavori di Genna). La prosa è incalzante, veloce (il libro si legge d'un fiato), ma a volte semplicemente troppo incalzante. Un amico l'ha definito "fumettone": tutta trama, e il vuoto preteso non filtra dallo stile. Suona inadeguato: suona troppo roboante e coinvolgente. Dove sono tutte le belle promesse dell'officina teorica? (Dov'è finita la "lingua che non può essere la mia lingua"?) Vista la difficoltà mostruosa del tema (e del modo in cui si è scelto di trattarlo), ogni frase doveva essere scritta con rispetto sacrale. Il fatto che Hitler affascini comunque attraverso queste pagine dimostra subito lo scacco del tutto. Se Genna voleva rappresentare lo zero umano, ha fallito.

Continua a leggere l'articolo nella Bottega di lettura.

Posted by giuliomozzi at 14:39

19.03.08

Una tragedia negata su La compagnia del libro

Questa sera alle ore 23.25 su Sat2000 (canale 801 di Sky) all'interno della trasmissione La compagnia del libro, andrà in onda una intervista a Demetrio Paolin autore de Una tragedia negata.

Una tragedia negata, scrive Saverio Simonelli, non è "una tassonomia magari suddivisa per argomenti o annate. Demetrio è andato a caccia del senso (o del non senso) di queste operazioni narrative cercando e trovando invarianti riuscite o mancate".

[Guarda l'anteprima dell'intervista].
[Ascolta le interviste al Gr2 e a Fahrenheit]
[Leggi tutti i "materiali aggiuntivi" a Una tragedia negata]

Posted by Demetrio Paolin at 17:10

L'uomo dietro il camice

di Luca Passacielo

Clicca qui per leggere la scheda editoriale del libroQuattro racconti in cui la scienza si impasta con la vita quotidiana del ricercatore, tra esperimenti ed emigrati. Una raccolta uscita postuma, a due anni di distanza dalla scomparsa di Renzo Tomatis - grande ricercatore e importante manager scientifico nei progetti internazionali per la lotta ai tumori - e che rinnova il fascino di questo autore che ha provato in molti libri ad aprire le porte dei laboratori senza spettacolarizzazioni né arroganze.

Non stupisce che un grande romanziere come Italo Calvino fosse rimasto particolarmente colpito dal primo diario-romanzo che Tomatis scrisse nel 1964, ripercorrendo un anno di ricerca a Chicago: "Mentre questi letterati scrivono volumi e volumi per ogni soprassalto sulle loro animucce...c'è una vastissima parte dell'intelligenza umana che non si racconta". Lo disse Calvino presentando all'editore Einaudi il volume "Il Laboratorio", esordio letterario di Tomatis. All'esperienza di Chicago tornano i primi tre dei racconti ora pubblicati da Sironi (con una bella introduzione di Paolo Vineis e un'intervista a Tomatis fatta da Claudio Magris).

Continua a leggere l'articolo in Galileo.

Posted by giuliomozzi at 15:19 | Comments (2)

Visita guidata a "Il pittore e il pesce"

Giovedì 27 marzo, alle ore 17, a Piacenza presso la Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi, avrà luogo la presentazione ufficiale del libro Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un'opera di Carlo Dalcielo, pubblicato da minimum fax. Saranno presenti i curatori dell'opera, Bruno Lorini e giulio mozzi.
Mezz'ora prima della presentazione, alle 16.30, i curatori accompagneranno i visitatori in una visita guidata all'opera.
L'esposizione di Piacenza si protrarrà fino al 30 marzo. Il successivo appuntamento per Il pittore e il pesce è a Venezia, dal 9 aprile, presso la Fondazione Bevilacqua La Masa, nello spazio espositivo di Piazza San Marco.

Un appello. Il libro pubblicato da minimum fax è bilingue italiano-angloamericano (ancora grazie alla traduttrice, Elizabeth Harris Behling). L'opera è fiancheggiata da due siti paralleli, uno in italiano e l'altro in angloamericano. Ci piacerebbe pubblicare anche una versione francese e una spagnola. Qualcosa di essenziale, com'è oggi il sito in angloamericano. C'è qualcuno che può darci una mano per le traduzioni? Grazie.

Posted by giuliomozzi at 12:06 | Comments (0)

"I dati parlano chiaro"

di giuliomozzi


In calce al lancio Ansa riportato qui sotto, leggo dei commenti del tipo: "Capisco le motivazioni di base ma, credo che questa legge sia sbagliata", "Mi sembra una proposta assurda", "Oramai la rete sta diventando una cloaca a cielo aperto", eccetera (leggeteveli). Ma la cosa interessante di quel lancio, secondo me, non è la proposta di legge. E' questa frase:

I dati parlano chiaro: ogni giorno, ad esempio, si contano ben 450.000 accessi a blog che incitano i giovani all’anoressia e alla bulimia.

Ora: esistono siti che "incitano i giovani all'anoressia e alla bulimia"? Sì, e ogni tanto qualcuno viene chiuso (vedi qui e qui): ma qual è la loro natura? Qual è la loro consistenza? (Sono mezzo migliaio in Gran Bretagna, secondo AdnKronos). Sono parte di un movimento organizzato, sono un fenomeno spontaneo? Cosa sono? Possono essere messi tutti insieme in una sola categoria? (Vedi ad esempio la Ricerca sul fenomeno pro-ana, ossia pro-anoressia, in Emilia Romagna, a cura di Umberto Nizzoli).

Poi vorrei che si capisse che cosa si intende per "incitare" Ad esempio: se io sono bulimico e pubblico un blog-diario nel quale, tra le altre cose, racconto le mie avventure alimentari, pubblico un blog che "incita" alla bulimia? Il verbo "incitare" mi sembra implicare un'intenzionalità. E, paradossalmente, trovo in un sito dedicato ad anoressia e bulimia (un sito contro anoressia e bulimia) queste considerazioni: "I siti Pro-Ana hanno permesso a tante persone malate di trovare un modo per esprimere la loro sofferenza e di confrontarsi (talora per la prima volta) con il mondo, di entrare in contatto e di scambiare opinioni con altre persone che avevano problemi simili e questo ha portato molte di loro sulla strada della guarigione" (vedi)

Infine, vorrei sapere:
- come sono stati contati quei 450.000 accessi, di che tipo sono (es.: in vibrisse almeno il 10% dei visitatori capita sostanzialmente per caso, via motori di ricerca), e se esiste una lista (magari consultabile) dei siti-campione sui quali sono stati contati gli accessi. In rete non ho trovato nulla (se fate una ricerca con Google e le parole-chiave "450.000" "bulimia" "anoressia", non trovate altro che... sempre la stessa notizia Ansa).
- se il numero 450.000 è riferito all'Italia, all'Occidente, all'Europa, alla provincia di Civitavecchia o all'universo Mondo.
- se 450.000 è un numero di accessi significativo (mi spiego: se io vi dico che in Curbezia un peperone costa sette svanziche al chilo, voi non capite se in Curbezia il peperone sia caro o a buon prezzo, perché non sapete nulla del cambio euro-svanziche. Ora, io non so se 450.000 accessi, rispetto all'universo di riferimento di quel dato, sia un numero grande o piccolo, importante o trascurabile, significativo o non significativo).

Un'altra frase importante di quel lancio è:

Unanime la proposta richiesta alla prossima legislatura.

Poiché si parla di un convegno, mi par di capire che la parola "unanime" possa voler dire solo questo: che tutti i relatori del convegno hanno appoggiata la proposta. Tra i relatori del convegno ci sono: Maria Rita Parsi (dirigente della Sips, Società italiana di psicologia), Ernesto Caffo (presidente di Telefono Azzurro, dal cui sito è possibile scaricare una Guida per navigare sicuri - attenti, fa 44 mega), Marco Strano (presidente dell'Icaa, International Crime Analysis Association), Francesco Bruno (psicopatologo forense), Paolo Capri (neopresidente dell'Aipg, Associazione italiana di psicologia giuridica), Ferdinando Imposimato (presidente onorario della Corte di cassazione). Vedi la lista completa dei relatori. Davvero questi così illustri signori hanno "unanimemente" sostenuta quella proposta?

Alcuni siti interessanti su questo argomento:
- www.anoressiabulimia.org
- www.anoressia-bulimia.it
- Contro pro-ana e pro-mia. Un blog contro l'idealizzazione di una malattia
- Diventerò bellissima. Un gruppo di ragazze accomunate da un unico problema: la dieta.
- Falsa magra.

[Ho imparato poche cose, dalla vita. Una di queste è: che quando uno dice: "I dati parlano chiaro", la cosa più frequente è che costui offra dati vaghi e ininterpretabili].

Posted by giuliomozzi at 10:32 | Comments (0)

18.03.08

"Una legge che permetta l'accesso a internet solo grazie a una licenza"

(ANSA) - ROMA, 12 MAR - Anoressia, bulimia, reati a sfondo sessuale, pedopornografia e adescamento online. Sono solo alcuni dei rischi in cui possono imbattersi i minori navigando in rete. Al tema della prevenzione e della repressione dei reati è stato dedicato oggi a Roma il convegno ”Dignità e diritti dei minori: rischi e abusi su internet”. Unanime la proposta richiesta alla prossima legislatura: una legge che permetta l’accesso ad internet solo grazie ad una licenza. ”Non basta l’intervento della comunita’ serve anche l’intervento delle autorita”’. E’ quanto sostiene l’avvocato Gianmarco Cesari, presidente dell’Osservatorio Vittime Lidu, lega italiana dei diritti dell’uomo e organizzatore dell’evento. Al centro del dibattito la voglia di combattere la violazione della dignità umana dei minori attraverso azioni concrete. Sono blog, chat line e siti internet i veri luoghi di incontro dei ragazzi, ma troppi sono i pericoli che si nascondono dietro l’angolo. I dati parlano chiaro: ogni giorno, ad esempio, si contano ben 450.000 accessi a blog che incitano i giovani all’anoressia e alla bulimia. E’ contro ”la seconda vita virtuale”, quella che vivono gli adolescenti della ”generazione digitale”, che si sono mobilitate molte Associazioni, come quella di Psicologia, clinica e giuridica, Telefono Azzurro, ma anche università.

Il commento di Massimo Mantellini in Punto Informatico. Ho trovato il testo dell'Ansa qui.

Posted by giuliomozzi at 10:57 | Comments (9)

17.03.08

Omaggio a Carver. La poesia diventa colore

di Laura Pugno

[Questo articolo è apparso nel quotidiano L'Unità sabato 15 marzo 2008].

Il lavoro di Giovanna Melliconi per Il pittore e il pesceUn omaggio molto particolare per i 70 anni dalla nascita e 20 dalla morte di Raymond Carver, padre del minimalismo americano e autore di culto per numerosi lettori, e scrittori in tutto il mondo, da Jay McInerney a Murakami Haruki: è la mostra “Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo” con il contributo di 54 artisti italiani e non, a cura di Lorini & Mozzi, in corso dal 9 al 30 marzo a Piacenza, nello Spazio sotterraneo della Galleria Ricci Oddi.
La particolarità del progetto sta nel fatto che Carlo Dalcielo, non nuovo a queste imprese collettive – aveva già realizzato, con il contributo di un’ottantina di pittori e scrittori disposti a disegnare l’impronta del proprio cuscino, il libro d’artista Il Diario dei sogni (Il Prato 2003), poi trasformato in installazione ed esposto, nella primavera 2004, alla Kultfabrik di Monaco – in realtà non esiste. O per meglio dire, esiste solo nelle opere: non ha un corpo, come altri 4 degli artisti coinvolti nel progetto. Dalcielo è pura poetica: è stato creato nel 1998 dall’artista padovano Bruno Lorini, già assistente di Emilio Vedova, e successivamente “adottato” dallo scrittore Giulio Mozzi, che lo ha fatto comparire come autore nella sua raccolta di racconti Fiction (Einaudi 2001).

Continua a leggere nel sito dedicato a Il pittore e il pesce.

Posted by giuliomozzi at 12:10 | Comments (0)

15.03.08

El diario del Papa benedice al "boss" / Der Papst, der Boss und der Gardist

Cliccare per ingrandireChe succede? Succede che L'osservatore romano recensisce (positivamente) il libro Come un killer sotto il sole (leggi l'articolo: inizio, fine). Dopodiché, tutto il mondo ha cominciato a parlarne (molto più della mossa dell'Osservatore, naturalmente, che del libro in sé). Oltre all'articolo della Vanguardia (clicca sull'immagine qui a lato), si può leggere ad esempio l'articolo dell'edizione in rete di Der Spiegel: Der Papst, der Boss und der Gardist). Ah, queste ingerenze della Chiesa nell'editoria italiana!...

Posted by giuliomozzi at 10:05 | Comments (0)

14.03.08

Una tragedia negata a Fahrenheit

Oggi pomeriggio (alle 15.30) Fahrenheit, la trasmissione culturale di approfondimento di Radio 3, a pochi giorni dall'anniversario del rapimento Moro e della strage della sua scorta, parlerà del libro di Demetrio Paolin Una tragedia Negata (Il Maestrale).

[Leggi tutti i materiali aggiuntivi a Una tragedia negata]
[Giorgio Boatti parla di Una tragedia negata su Tutto Libri]

Posted by Demetrio Paolin at 10:56 | Comments (0)

13.03.08

L'ombra del dubbio, di Renzo Tomatis

di Alessandro Mezzena Lona

[Questo articolo è apparso martedì 11 marzo nel quotidiano Il Piccolo di Trieste].

Clicca qui per leggere la scheda editoriale del libroAmava la letteratura almeno quanto la ricerca scientifica, Renzo Tomatis. E ogni volta che usciva un suo romanzo nuovo, ogni volta che qualcuno gli chiedeva come potessero convivere dentro di lui lo scrittore e lo scienziato, finiva per dire: "Mi sono servito, se così si può dire, della letteratura per esprimere quanto non si riesce a dire nel linguaggio scientifico e per trasmettere una convinzione con la forma di un racconto".
Diceva la verità, Renzo Tomatis. Come ben sa chi ha letto i suoi libri, dal Laboratorio alla Storia naturale del ricercatore, da La rielezione al Fuoriuscito. E questo "usare" la letteratura per dire in faccia alla scienza ciò che, troppo spesso viene taciuto caratterizza anche i suoi quattro racconti rimasti inediti. Che da giovedì arriveranno nelle librerie, pubblicati da Sironi Editore, sotto il titolo L'ombra del dubbio (pagg. 160, euro 13,50), a sei mesi dalla morte dello scienziato e medico di fama internazionale. Il volume è accompagnato da una prefazione e da una conversazione di Claudio Magris con Renzo Tomatis, e da un contributo di Paolo Vineis.

A lungo attivo nei principali centri di ricerca medica, per un decennio responsabile dell'Agenzia per la ricerca sul cancro dell'Organizzazione mondiale della sanità, oltre che direttore scientifico a Trieste del "Burlo Garofolo" tra il 1996 e il 1998, Tomatis era angosciato dalla certezza che la scienza fosse sempre più assediata da un utilitarismo aggressivo. Che le interferenze dell'industria finissero per asservire la ricerca agli interessi del mercato. Stritolandola in un abbraccio mortale. E non poteva non dare voce, ogni volta che scriveva un libro, al sospetto che dietro certe dichiarazioni pubbliche, contraddittorie, sconcertanti, di tanti scienziati famosi, ci fosse l'ombra della corruzioni. Della compromissione.

L'ombra del dubbio, il racconto che regala il titolo a questo libro di inediti, parte proprio da lì. Hueper, un ricercatore irreprensibile, finisce per entrare in rotta di collisione con gli interessi di alcune potenti "corporations" portando avanti studi che riguardano le cause dei tumori e di altre malattie croniche dell'apparato respiratorio. I suoi risultati sono in netto contrasto con quelli esibiti da certe industrie e svelano come proprio queste ultime, avvalendosi di ricercatori che collaborano apertamente, e più spesso surrettiziamente, con loro, propongano dati ambigui, contrastanti, svianti, per creare una gran confusione. E portare, così, in secondo piano, o addirittura soffocare, qualunque tipo di risultato che possa mettere in evidenza i danni alla salute provocati dal fumo, dall'amianto o da altre sostanze chimiche. Disinnescando, di fatto, la richiesta di adottare urgenti misure di precauzione.

Temuto e riverito, ma sotto sotto criticato e trattato come un vecchio fissato, Hueper si trova sempre più isolato. Snobbato dai colleghi più giovani e rampanti, emarginato prima in un edificio secondario, poi addirittura in una stanzetta in cui fa fatica a trovare posto per tutti i suoi libri, per le carte che contengono i dati delle ricerche. Quando arriva la morte, prende forma al parte pià inquietante del piano messo in atto per squalificarlo. Qualcuno inizia a sussurrare che, in fondo, lui stesso, nonostante la sua parola d'ordine fosse "costanza e coerenza", ha finito per subire pressioni da parte delle "corporations". Nel momento in cui, ad esempio, s'era occupato dei danni provocati dal tabacco, aveva preferito puntare l'attenzione sui lavoratori delle industrie di sigarette. Enfatizzando i rischi corsi da loro e minimizzando, invece, quelli a cui andavano incontro i fumatori stessi. O, ancora peggio, chi doveva subire l'aggressione del fumo passivo.

Poi, quando l'integrità del suo ricordo e della sua lezione comincia a sgretolarsi, cala il silenzio. Per lasciare posto, un po' di tempo dopo, a un'accusa ancora più infamante. Hueper, emigrato dalla Germania nazista, avrebbe in realtà scritto una lettera, dieci anni dopo il suo arrivo in America, al neoeletto ministro della Cultura del Terzo Reich per proporre un suo rientro in patria. E chiedendo il reinserimento nel sistema universitario tedesco. Quella missiva, in cui lo scienziato magnificava tutti i suoi meriti, si sussurra che terminasse con un convinto "Heil Hitler". Stabilire se quella bomba a orologeria sia vera o falsa non conta. Perché chi doveva distruggere la credibilità di un fiero assertore della scienza, ormai, ha ottenuto un clamoroso risultato.

"In una concezione a trecentosessanta gradi della cultura, Renzo non faceva una distinzione netta - scrive Paolo Vineis - tra scienza e umanesimo: per lui si trattava sempre di attività dell'uomo a servizio dell'uomo e pertanto una corretta interpretazione di Maupassant equivaleva a un buon esperimento scientifico, e una scorretta interpretazione era invece sintomo di malafede o ignoranza o superficialità, tratti che per Renzo andavano spesso insieme (quanto avesse ragione a preoccuparsi lo dimostrano le recenti evoluzioni nel nostro Paese)".

E se Tomatis si era "servito" della letteratura per smascherare le colpe della ricerca scientifica, è pur vero che alla scrittura donava tutta la sua sensibilità. E il coraggio di scavare nei labirinti dell'animo umano. Come nel racconto "Stano", dove un'amicizia profonda tra due ricercatori, capitati in America uno dall'Italia l'altro dalla Serbia, viene terremotata dal desiderio irrefrenabile di rivaleggiare proprio nel campo della scienza. Ma senza giocare a carte scoperte. Fingendo, semplicemente, di essersi trovati a invadere il campo altrui quasi per caso. O come in "Raimondo" , dove la fretta isterica che governa la nostra vita, e l'incapacità di ascoltare, tolgono al protagonista il piacere di scoprire il mondo segreto di un suo modesto, ma sorprendente, conoscente. O come, ancora, nella "Morte del lupo", dove l'assenza di sintonia tra due persone può spingersi fino alla morte.

Con una scrittura tagliente, nitida, precisa e una lucidità di racconto che sorprende, Tomatis racconta un mondo dove nessuno è innocente. Neanche chi muove i fili delle storie. Ma dove soltanto la coerenza può salvarci dalla falsità, dalla corruzione. Dai giochi sporchi.

Un saggio di Renzo Tomatis: La sperimentazione biomedica fra scienza, mercato e pressioni socio-culturali

Posted by giuliomozzi at 15:56 | Comments (0)

12.03.08

Un omaggio figurativo a Raymond Carver

di Giuseppe Caliceti

Ci risiamo. Carlo Dalcielo ne ha fatta un’altra delle sue: un nuovo progetto artistico, una mostra. E per il giovane artista e perito chimico emiliano, - è bene ricordarlo, - la maggior parte delle opere sono proprio l’ideazione e l’ organizzazione di mostre collettive di altri artisti. Questa volta Dalcielo ha letto la poesia di Raymond Carver Il pittore e il pesce e ne ha ricavato uno storyboard in 54 inquadrature. Poi ha invitato 54 artisti a realizzare ciascuno un'opera per ciascuna delle 54 inquadrature, con l'unico vincolo di rispettare la forma quadrata. E’ nata così l’ennesima opera collettiva: l’eclettica mostra “Il pittore e il pesce” inaugurata a Piacenza domenica 9 marzo alle ore 17 nello Spazio espositivo sotterraneo della Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi. Ad accompagnare l’opera-mostra, un bel catalogo che non è proprio un catalogo, ma assomoglia piuttosto a un libro-progetto, un libro-oggetto d’altri tempi, edito dalla Minimum fax nella collana “I libri di Carver”, lo scrittore americano di cui quest'anno cade un doppio anniversario: settant'anni dalla nascita e venti dalla morte.

Continua a leggere l'articolo nel sito dedicato a Il pittore e il pesce.

Posted by giuliomozzi at 10:31 | Comments (1)

10.03.08

Raymond Carver in video

[in Carversite]

Posted by giuliomozzi at 19:48 | Comments (0)

08.03.08

Il pittore e il pesce. L'allestimento a Piacenza

Guarda le altre fotografie.

Posted by giuliomozzi at 16:33 | Comments (0)

Una posizione sull'aborto, a puntate / 3

Alternativa:

Il concepito è nel corpo della donna e non può esserne distinto.

Il concepito è nel corpo della donna e può esserne distinto.

[spiegazione iniziale] [tutte]

Posted by giuliomozzi at 10:21 | Comments (14)

Una posizione sull'aborto, a puntate / 1 riformulata

1.0. Ciascuno ha diritto a disporre del proprio corpo.

1.1. Tale diritto può essere definito e/o limitato dalla legge.

1.2. Quando l'individuo è nell'impossibilità materiale di esercitare il proprio diritto, altre persone possono essere delegate dall'individuo, o incaricate dall'autorità, affinché lo esercitino in suo nome.

1.3. Nessuno ha il diritto di disporre di un corpo che non sia il proprio, eccezion fatta per i casi definiti dalla legge.

[spiegazione iniziale] [tutte] [la 1 originaria]

Posted by giuliomozzi at 10:10 | Comments (3)

07.03.08

Una posizione sull'aborto, a puntate / 2

L'aborto è una pratica che esiste da secoli. E' probabile che abbia conosciuto momenti di maggiore e momenti di minore diffusione, momenti nei quali è stata tollerata e momenti nei quali non è stata tollerata.

[prima puntata] [tutte]

Posted by giuliomozzi at 16:22 | Comments (5)

Una posizione sull'aborto, a puntate / 1

Ciascuno dispone del proprio corpo.

[prima puntata] [tutte]

Posted by giuliomozzi at 16:20 | Comments (8)

Una posizione sull'aborto, a puntate / 0

di giuliomozzi

Vorrei provare a definire una posizione sull'aborto per mezzo di frasi semplici. Non una mia posizione sull'aborto, semplicemente una posizione. Proporrò quindi, con calma, alcune frasi. Invito a criticarle, a mostrarne le ambiguità e le vaghezze, a dichiararle vere o false. Le numererò per praticità, ma la numerazione non corrisponderà a un ordine logico o a una gerarchizzazione. Un lavoro successivo sarà quello di radunare le frasi, dare loro un ordine logico e una gerarchizzazione.
Domanda: "Perché vuoi fare questo?".
Perché ho la sensazione che i discorsi e le conversazioni attorno alla questione dell'aborto siano vanificati dall'uso continuo di luoghi comuni che non sono per niente comuni o che sono troppo vaghi per essere davvero comuni, e dall'uso continuo di parole che non si sa neppure più bene che senso abbiano (una per tutte: la parola vita). E questo mi dispiace, perché la questione è importante.
Dunque, proviamo. Eccezionalmente, per cominciare, proporrò oggi (nei due post successivi a questo), ben due frasi.

Se la cosa è poco chiara, si può parlarne nei commenti qui sotto.

[prima puntata] [tutte]

Posted by giuliomozzi at 15:27 | Comments (0)

Carnefici e vittime

La campagna di Donna Moderna.

Cliccare sulle immaginette per ingrandirle.

Posted by giuliomozzi at 10:49 | Comments (1)

06.03.08

Il pittore e il pesce.

I giornali cominciano a parlarne. Qui la rassegna stampa. Nel frattempo il libro è uscito dalla tipografia, e noi siamo in fremente attesa. [gm]

Posted by giuliomozzi at 18:58 | Comments (0)

Rettifica

rettifica.jpgCosì comincia, come leggete in questo ritaglio, un articolo apparso oggi 6 marzo 2008 nel quotidiano La Repubblica. Lo sanno tutti, ma ci tengo a dirlo, che non solo vibrisselibri non ha "dato vita alla prima esperienza dei Wu Ming", ma addirittura se non ci fossero state - tra le altre - le esperienze dei Wu Ming, probabilmente non sarebbe mai nata vibrisselibri. D'altra parte vibrisselibri è nata quando il gruppo Wu Ming era ormai attivo da anni.
Si tratta quindi di un errore dell'autrice dell'articolo.

La frase d'attacco, "Il popolo della rete lo ha approvato", mi sembra inoltre bizzarra e fuorviante. Non mi risulta che il romanzo di Monica Viola sia stato "approvato dal popolo della rete" ("popolo" che stento, peraltro, a identificare). Il romanzo di Monica Viola è stato pubblicato in rete da vibrisselibri, prelevato da almeno un paio di migliaia di persone (e "prelevato" non significa "letto"), apprezzato pubblicamente da un po' di persone dotate di un proprio sito e da un po' di persone che scrivono nei giornali.
Detto questo, sono assai lieto che Tana per la bambina con i capelli a ombrellone sia stato positivamente recensito da La Repubblica. [gm]

Posted by giuliomozzi at 18:19 | Comments (0)

Hitler, di Giuseppe Genna

di Demetrio Paolin

Giuseppe Genna, HitlerIl romanzo di Giuseppe Genna (Hitler, Mondadori) si presenta di per sé come un monstrum per il tema e il soggetto (la vita, la morte del dittatore tedesco), per i tempi di gestazione (10 anni), ma è anche un unicum, in quanto nessun altro scrittore ha tentato di narrare la vita di Hitler.

L’alto e il basso. La scrittura del male

Nel paragrafo iniziale stavo scrivendo invece di “narrare” il termine “romanzare”. In questo caso, però, avrei fatto un torto all’autore e avrei detto una falsità. Esiste, infatti, (e mi pare strano che non sia uscito nelle recensioni almeno quelle che io ho letto fino ad ora) un altro libro che verte sulla vita e la morte di Hitler. E’ un romanzo di Schmitt edito alcuni anni fa dalla E/O che si intitola La parte dell’altro.
In questo libro l’autore francese immagina una sorta di doppio binario, giocando sul “se”. Se Hitler fosse stato accettato all’accademia? Come si sarebbe modificata la storia?
C’è nella scelta, strettamente romanzesca, della storia fatta con il “se” qualcosa di consolatorio: poteva andare diversamente – dice l’autore –, il male non è qualcosa di assoluto e totale, alle volte basta un battito di farfalla a Pechino per risparmiare una morte a New York.
E’ una idea consolatoria quindi, che Genna nel suo Hitler non percorre.

[continua a leggere questo articolo nella Bottega di lettura]

[Leggi nella Bottega, di questo stesso libro, la lettura di Paolo Cacciolati]

Posted by giuliomozzi at 07:58

05.03.08

"Il pittore e il pesce". Invito all'inaugurazione

Clicca qui per scaricare l'invito

Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un'opera di Carlo Dalcielo. A cura di Bruno Lorini e Giulio Mozzi. Catalogo minimum fax.

Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi, Piacenza. Inaugurazione: domenica 9 marzo, ore 17. Info: orari, come raggiungere.

Cliccare sull'immaginetta per scaricare l'invito.

Il sito dedicato. La rassegna stampa. Il trailer.

Posted by giuliomozzi at 14:52 | Comments (0)

Bottega di lettura

Bottega di letturaL'ho un po' trascurata, la Bottega di lettura. E ho fatto male. (D'altra parte, ho trascurato di tutto, in queste settimane per varie ragioni difficili). E intanto la Bottega ha macinato, ha macinato, e vi serve pronti sul banco un bel po' di libri.
- Paolo Cacciolati ha letto No Country for Old Men (ovvero Non è un paese per vecchi) di Cormac McCarthy, e ha pure visto il film che ne hanno tratto i fratelli Cohen.
- Demetrio Paolin ha letto Prima esecuzione di Domenico Starnone.
- giuliomozzi ha letto Il diario dei sogni di Marco Candida.
- Bartolomeo Di Monaco ha letto Artemisia di Anna Banti.
- Ramona ha letto Il totem del lupo di Jian Rong.
- Lisa Sammarco ha letto Patrimonio di Philip Roth.
- Paolo Cacciolati ha letto Hitler di Giuseppe Genna.
- Ezio Tarantino ha letto Roma di Fulvio Abbate.
- Paolo Cacciolati ha letto La sovrana lettrice di Alan Bennett.
- Bartolomeo Di Monaco ha letto Lontano da ogni cosa di Mattia Signorini.
- Livio Romano ha letto Viaggio a Finibusterrae di Antonio Errico.
- Bartolomeo Di Monaco ha letto L'estate dopo Marengo di Marino Magliani.

Infine (ma non finisce mai, il lavoro nella Bottega), Toni La Malfa appassionatamente dichiara: Ho voglia di Fringberger.

Posted by giuliomozzi at 09:16

04.03.08

Il pittore e il pesce / "Carver e l'artista invisibile"

[Questo articolo è apparso nei quotidiani del gruppo E Polis dell'area veneta, martedì 4 marzo 2008].

di Francesca Boccaletto

«Il pittore poteva a stento credere ai suoi occhi, alle sue orecchie. Aveva appena avuto un segno, anche se la fede non c’entrava niente. La bocca gli si spalancò di colpo. Quando raggiunse casa aveva smesso di fumare [...] e raccolse il pennello». Sono frammenti di una poesia di Raymond Carver, contenuta nella raccolta Orientarsi con le stelle (minimum fax, 2006), e ora reinterpretata attraverso un’opera multiforme che porta la firma di un autore inventato.

Si potrebbe dire che esiste l’opera e non l’artista, ma questa è una affermazione che a Giulio Mozzi, scrittore e padre di vibrisselibri.net, non piace proprio, soprattutto se il riferimento cade sulla sua creatura, Il pittore e il pesce di Carlo Dalcielo: «L’artista esiste nella sua opera - precisa lo stesso Mozzi - D’altra parte, sarebbe bizzarro sostenere che Bruno Lorini e io non esistiamo». Il 9 marzo prossimo la Galleria d’arte moderna Ricci Oddi di Piacenza offrirà al pubblico il risultato finale di un singolare progetto editoriale, che forse sarebbe meglio definire artistico in senso più ampio, data la sua natura complessa. Un progetto ambizioso che ad aprile 2008 sbarcherà anche in Veneto, e più precisamente alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia.

Tutto inizia nel 2007, l’idea nasce dalla lettura della poesia di Carver, da cui successivamente sono stati ricavati uno storyboard composto da 54 inquadrature, una sceneggiatura e 54 tavole di altrettanti artisti contattati “direttamente” dall’ideatore (o ideatori) del progetto. Carlo Dalcielo è autore invisibile ma assai attivo: emiliano, classe 1980, perito chimico con “curriculum vitae” aggiornato, già autore del Diario dei sogni, opera del 2003 nella quale raccoglieva una ottantina di disegni realizzati da artisti, critici d’arte, galleristi e scrittori, tutti raffiguranti l’impronta lasciata dalla loro nuca sul cuscino nell’attimo subito dopo il risveglio.

Carlo Dalcielo sembra assomigliare più a Luther Blissett che a uno scrittore in carne ed ossa, ed è un “nome multiplo”. Gli telefoni? Ti risponde Giulio Mozzi. Cerchi un contatto e-mail? Scrivi pure a Mozzi, sono «intimi». Dietro un autore inventato però, c’è un autore vero, anzi due. Dietro le quinte ci sono il già citato Giulio Mozzi, scrittore e “cercatore di talenti letterari”, e il pittore Bruno Lorini, un duo impegnato a dare corpo e vita a una pubblicazione dove scrittura e arte visiva si fondono, partendo da un’origine comune: la poesia di Raymond Carver che dà il titolo all’opera stessa, edita da minimum fax. Le inquadrature degli artisti completano l’esperienza di lettura, perché «tutto ciò che Carlo ricorda dei libri che ha letti, sono le cose che ha viste. Mentre legge, spesso Carlo chiude gli occhi. A volte si addormenta. Mentre dorme, Carlo vede le cose. Quando si sveglia, riprende a leggere [...] Carlo non riconosce le parole perché non le vede. Se nella pagina c’è la parola “porta”, Carlo non vede la parola “porta”: vede una porta. Se nella pagina c’è la parola “azzurro”, Carlo non vede la parola “azzurro”: vede che le cose che sta vedendo si colorano di azzurro».

Visita il sito dedicato a Il pittore e il pesce. Visita la mostra a Piacenza.

Posted by giuliomozzi at 10:28 | Comments (0)