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27.02.08

Testamento biologico

di giuliomozzi

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Ho quarantott'anni e, sinceramente, spero di arrivare alla morte in condizioni decenti. Il dizionario di Tullio De Mauro, alla voce "decenza", dice: "Convenienza, decoro, pudore rispetto alle esigenze etiche della collettività". Quando penso alla decenza, invece, io penso alle "esigenze etiche" mie proprie. Quali siano queste mie "esigenze etiche", io solo lo so: e non lo so ora per allora (un "allora" futuro), ma lo so in ciascun momento per quel momento. E' possibile, peraltro, che io mi possa trovare, in un certo momento della mia vita, nell'incapacità di stabilire quali siano le mie "esigenze etiche" in quel preciso momento. Perciò - è questo il testamento - dico e dichiaro, qui e pubblicamente, che desidero che in quel certo momento possano decidere, abbiano il diritto e il dovere di decidere, in mio nome, quali siano le mie "esigenze etiche", le persone che mi amano.

Sospetto che "le persone che mi amano" non sia una definizione precisa - dal punto di vista giuridico. Credo che questa difficoltà sia inevitabile. Credo che la legge possa dire solo cose del tipo: che decida in mio nome la persona a me unita in matrimonio (o in altro tipo di unione), il parente più stretto, eccetera. Non mi dispiacerebbe però se, piuttosto che la legge, la consuetudine o la giurisprudenza conducessero a individuare la persona, o le persone, che possa o possano decidere, in quel certo momento, quali siano le mie "esigenze etiche". Peraltro, sarei portato a pensare che il diritto e il dovere di decidere quali siano le mie "esigenze etiche" spetti semplicemente a chi scelga di prendersi la responsabilità di decidere quali siano le mie "esigenze etiche". Credo che il fatto stesso che una persona sia disponibile ad addossarsi tale responsabilità (con tutti i rischi legali, sociali, morali eccetera che ciò comporta) basti a identificare questa persona come persona che mi ama.

Non sono sicuro di tutto questo, e non sono sicuro di averlo detto bene. Prendete le parole del secondo capoverso come un tentativo provvisorio. Se qualcuno vuole e può aiutarmi a formulare con più giustizia e più precisione, lo ringrazio.

Ho detto prima che quando penso alla "decenza" penso alle "esigenze etiche" mie proprie. Difatto, per ora, è così. Ho il sospetto, tuttavia, che se penso solo alle "esigenze etiche" mie proprie forse penso solo a metà. Non sono solo al mondo. Tutta la mia vita è intrecciata a tante altre vite. Mi domando: le "esigenze etiche" mie, e quelle delle persone alla cui vita è intrecciata la mia vita, in che maniera si intrecciano? In che modo diventano "esigenze etiche" condivise?

La parola "esigenze", poi, mi convince poco: come se l'etica fosse un fatto di esigenze ("esigenza": "ciò che si richiede a tutela di un diritto o di un interesse o per propria convenienza" - sempre il De Mauro), e non invece (o almeno: anche; e piuttosto: soprattutto) un fatto di desideri ("desiderio": "intenso moto dell’animo che spinge a voler ottenere o realizzare qualcosa che si considera un bene").
Mi piacerebbe, ecco, morire in modo da ottenere o realizzare un bene. E se in quel momento io fossi incapace di agire, decidere o parlare, mi piacerebbe se, nell'accompagnarmi alla morte, le persone che mi amano fossero guidate dal desiderio di ottenere o realizzare un bene.

Vorrei morire come una creatura.

(E se spettasse a me, di prendermi la responsabilità di decidere sulla decenza del morire - ossia sul desiderio etico nel momento del morire - di una persona che amo? E se spettasse a voi?).

Il mio testamento è questo: credo che chiunque deciderà per me, deciderà per amore; e sarà responsabile della sua decisione. ("Decidere per amore" e "essere responsabili": due modi, mi pare, di dire la stessa cosa).

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 27.02.08 23:51

Interventi

sottoscrivo le tue ultime due frasi con tutta la forza che ho.
e grazie di questo post, giulio.
dal profondo del cuore.

Pubblicato da: Gaja - 28.02.08 10:00

Se pensiamo (ed io lo penso) che vivere è difficile quanto morire, e forse lo è anche un poco di più, bisogna allora riconoscere che gli stessi interrogativi si presentano al momento della nascita. Chi si prende la responsabilità di far nascere un essere umano?
Credo che la risposta in tutti e due i casi sia legata al ciclo della vita che accomuna gli esseri viventi. La vita abbia il suo corso come evento della creazione: quando abbia la sua nascita, abbia anche la sua morte.
L'uomo, rispetto alle altre specie viventi, ha una possibilità in più, che è quella - attraverso la medicina soprattutto, ma non solo - di alleviare la sofferenza propria e degli altri.

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 28.02.08 11:48

credo anch'io deciderà per amore. e per amore si può anche sbagliare, eh. ma chi siamo noi per giudicare un atto d'amore? e chi siamo noi per distinguere qual è un atto d'amore da uno che non lo è, se la persona che compie quell'atto afferma che sia un atto d'amore? e se ne prende la responsabilità, del proprio atto e del proprio amore. anche se per me, che lo vedo, quello è un atto contrario a ciò che io intendo d'amore, quello per me non è amore.
vabbé. niente. ciao.

Pubblicato da: ndr - 28.02.08 12:41

Penso che l'ultima frase sia ciò che vorrei per la mia morte.
Perchè queste domande? Mi chiedo mentre leggo il post, 48 anni sono pochi per pensare alla morte anche se, come si dice al mio paese, la morte ce la portiamo sempre dietro la fronte, mi pare che dietro il post ci sia qualcosa d'altro. Ci sia una richiesta di riconoscimento giuridico per quei rapporti d'amore che non sono giuridicamente riconosciuti. Ma forse mi sbaglio. Comunque ti auguro di vivere il più a lungo possibile, e non solo, ma vivere in piena salute mentale e fisica. Ciao Lucia

Pubblicato da: lucia - 28.02.08 17:20

...un sano incidente stradale, così risolviamo il problema?...

Pubblicato da: luisa p. - 28.02.08 21:45

ho molta nostalgia te.

Pubblicato da: roberta schiavon - 29.02.08 14:52

Caro Giulio, anch'io penso spesso all'inevitabile momento della mia dipartita, dato che provengo da famiglie decisamente poco longeve. Per questo motivo ho ribadito più volte a quelli che (spero!) mi amino cosa vorrei che facessero nel caso mi trovassi priva di coscienza in determinate situazioni.

"Vorrei morire come una creatura" è una frase di una bellezza e profondità abissali.

Ti abbraccio,
Emma

Pubblicato da: emma locatelli - 29.02.08 16:43

Tutto bello tutto giusto, ma in Italia non succederà mai, o almeno non di certo nei prossimi anni. Bisogna essere realisti.
Una lunga e sana sofferenza ci farà meritare il paradiso, vuoi mettere ?
Mettiamo in frigo per qualche anno le questioni etiche.

Pubblicato da: Pirofila - 29.02.08 17:51

Mah...e chi stabilisce quali sono le persone che ti amano?
Ovvero, l'amore come si stabilisce, in base a quali criteri?
Perché se il criterio non è chiaro...ahimé...sarà impresa ardua individuare chi può decidere al posto tuo!

Temo che sia molto più difficile individuare una persona che ama piuttosto che una regola etica...

Pubblicato da: RosaTiziana - 29.02.08 18:09

Secondo me, "regola etica" è un ossimoro.

Pubblicato da: giuliomozzi - 29.02.08 21:48

Grazie per questo post così pieno di "succo" in così poche, e straordinariamente semplici parole.

Molte volte mi sono chiesto se chi decida in questi casi lo faccia autenticamente nell'interesse (presunto, inevitabilmente) della persona cara o per alleviare invece una pena personale di qualunque genere.

Due aspetti del tuo post, se ho ben interpretato, rendono quasi ovvia la soluzione: siamo immersi un un mondo di relazioni, in cui dobbiamo in certi casi "affidarci"; amore e responsabilità sono praticamente sinonimi.

Da ciò ovviamente non discende né può discendere alcuna norma generale, ma certo in una situazione particolare questa è la riflessione che vorrei fare o che vorrei fosse fatta per me.

Pubblicato da: Cristiano M. Gaston - 12.07.08 18:22

La morte ci toglie la vita ma non ci può togliere la mano della persona a cui affidiamo la nostra ultima “stretta”né l’ultimo pensiero…
Mi è venuto subito in mente il film di Alejandro Amenàbar “Mare Dentro”…l’esigenza etica del protagonista si avvicina molto (a mio avviso) ai contenuti di questo bellissimo post!

Pubblicato da: Irma - 13.07.08 23:11

"decidere per amore" è "essere responsabili".

decidere per amore di sé, decidere per amore degli altri o, decidere per amore di sé e degli altri è "essere responsabili"?

Pubblicato da: puntino - 16.07.08 12:19

Per amore e basta. Mi fido.

Pubblicato da: giuliomozzi - 16.07.08 16:54

decidere per amore = essere responsabili
decidere per amore = fidarsi
fidarsi = essere responsabili

decidere per amore e essere responsabili è "fare" (pensare, valutare, soppesare, ecc.).
se devo decidere sì o no, o, se devo assumere e responsabilità e essere responsabile, con la sola fiducia come faccio?
intendi dire, per esempio, che se "sento" di decidere sì "mi fido" del mio sentire e dico sì, decido, sono responsabile?


hm.

Pubblicato da: puntino - 16.07.08 17:17

nel secondo capoverso, il capoverso di cui dici essere un tentativo provvisorio, scrivi "Peraltro, sarei portato a pensare che il diritto e il dovere di decidere quali siano le mie "esigenze etiche" spetti semplicemente a chi scelga di prendersi la responsabilità di decidere quali siano le mie "esigenze etiche". Credo che il fatto stesso che una persona sia disponibile ad addossarsi tale responsabilità (con tutti i rischi legali, sociali, morali eccetera che ciò comporta) basti a identificare questa persona come persona che mi ama".

e se fossero almeno due le persone che ti amano e disponibili ad addossarsi tale responsabilità? e se nel possibile momento della tua vita in cui ti dovessi trovare nell'incapacità di stabilire quali siano le tue "esigenze etiche", le persone che ti amano prendessero decisioni opposte e contrarie sulle tue "esigenze etiche", la decisione di quale delle due persone che ti amano si ascolterebbe? perché? chi lo dovrebbe stabilire? come lo dovrebbe stabilire?

Pubblicato da: puntino - 17.07.08 09:37

Ho difficoltà logiche.
O forse ho difficoltà a capire e cogliere e apprezzare le omissioni e i salti che sottostanno la tua produzione artistica.

Primo (e un poco fuori tema): l’etica è principalmente un fatto di desideri. I desideri sono moti intensi dell’animo che spingono a voler ottenere o realizzare qualcosa che si considera un bene.
Ho due problemi: nella definizione di desiderio si usa il verbo volere, come un gatto che insegue la propria coda.

Tu inizi dicendo che speri di arrivare alla morte in condizioni decenti, ossia speri di arrivare alla morte in condizioni di convenienza, decoro, pudore rispetto alle tue esigenze etiche.
Rettifichi, e scrivi: non esigenze, desideri.
Allora speri di arrivare alla morte in condizioni decenti, ossia speri di arrivare alla morte in condizioni di convenienza, decoro, pudore rispetto ai tuoi desideri (bisogna mantenere la qualifica e dire “desideri etici”?), o, meglio, speri di arrivare alla morte in condizioni di convenienza, decoro, pudore rispetto alla tua etica, che è un fatto di desideri.
Poi, specifichi: un tuo desiderio è “morire in modo da ottenere o realizzare un bene” e, a sua volta, il desiderio è un “moto dell’animo che spinge a ottenere o realizzare un bene”.
Allora speri di arrivare alla morte in condizioni di convenienza, decoro, pudore rispetto al moto dell’animo che ti spinge a ottenere o realizzare un bene.
Questo bene cosa è? È “morire in modo da ottenere o realizzare un bene”?

Speri di non morire, dunque?

Pubblicato da: puntino - 17.07.08 10:31

è il mio computer a non visualizzare tutto perché la connessione è difettosa, oppure qui sono saltati dei commenti?

Pubblicato da: puntino - 21.07.08 18:33

@puntino: mi sembra che tu stia cercando di estrarre delle equazioni molto complicate.

Quello di Giulio è per sua esplicita dichiarazione iniziale un "testamento biologico", una presa di posizione rispetto a sé, espressione di un insieme di fattori in parte meditati, in parte probabilmente intuiti senza una formulazione razionale. Non si propone, almeno così l'ho letto, come una dichiarazione filosofica assoluta e filosoficamente argomentata.

Alcuni punti di partenza dei tuoi ragionamenti mi sembrano un po' pretestuosi: amore di sé? ma è ovvio che questo è fuori tema; alcuni tuoi sillogismi mi sembrano un po' stiracchiati; l'etica è principalmente un fatto di desideri? ma in che senso? non è un po' riduzionista come affermazione?

Da queste premesse è difficile commentare ciò che fai conseguire.

Interessante, certo, la questione di due persone che ci amano e si trovano a "competere", ma non credo che sia possible dare una risposta a questo problema - anche perché finché ciò non accada sul serio (chi? come? perché?), rimane un tema astratto.

Pubblicato da: Cristiano M. Gaston - 23.07.08 00:35

Ciao Caro Cristiano M. Gaston (caro perché hai risposto e mi hai fatta felice).

Scrivi che alcuni miei sillogismi ti sembrano un po' stiracchiati.
Non sono miei sillogismi (non so nemmeno se siano sillogismi), sono frasi che ho scritto partendo dalle parole di Giulio.

Giulio scrive:
"La parola "esigenze", poi, mi convince poco: come se l'etica fosse un fatto di esigenze ("esigenza": "ciò che si richiede a tutela di un diritto o di un interesse o per propria convenienza" - sempre il De Mauro), e non invece (o almeno: anche; e piuttosto: soprattutto) un fatto di desideri ("desiderio": "intenso moto dell’animo che spinge a voler ottenere o realizzare qualcosa che si considera un bene").
Giulio scrive che, per lui, l'etica è come fosse un fatto di esigenze e "anche; e piuttosto: soprattutto" di desideri.
Non dice che l'etica è come se fosse un fatto "solo" o "esclusivamente" di desideri, perciò, la frase che ho scritto manca di una parte, è difettosa.
Potrebbe essere una estremizzazione per portare avanti il pensiero.

Giulio stesso spesso disfa le frasi per stanare "errori" di pensiero o di lingua. Stavo cercando di esercitarmi.

Ma, forse, tu sottintendi che non è possibile parlare di quel che ha scritto Giulio in questo "testamento biologico", che sarebbe una presa di posizione rispetto a sé, espressione di un insieme di fattori in parte meditati, in parte probabilmente intuiti senza una formulazione razionale.
Che io ne abbia scritto come se fosse "una dichiarazione filosofica assoluta e filosoficamente argomentata" non so. L'ho fatto?

Poi scrivi:
"Alcuni punti di partenza dei tuoi ragionamenti mi sembrano un po' pretestuosi: amore di sé? ma è ovvio che questo è fuori tema".
Io avevo scritto una domanda: "decidere per amore di sé, decidere per amore degli altri o, decidere per amore di sé e degli altri è "essere responsabili"?"
Non era un punto di partenza, era una domanda per capire di che amore ne va (definito dall'oggetto dell'amore).
Non capisco sia come e perché sia "ovvio" sia perché questo sarebbe fuori tema.


Pubblicato da: puntino - 23.07.08 12:51

Grazie per i chiarimenti, anche perché fatico a seguire thread lunghi, qundi mi perdo facilmente dei passaggi.

Riflettevo sulla modalità della discussione. Se si fa una discussione su un piano legislativo, etico o filosofico è richiesto un estremo rigore del linguaggio e delle argomentazioni. Non è un male, anzi è una necessità. Anche perché si presuppone che gli esiti di questa discussione abbiano come destinataria la collettività e dunque vanno cercati dei principi assoluti o generali.

Se si fa una discussione intorno ad un pensiero personale, la rigidità del ragionamento può essere invece un limite perché impedisce di cogliere le sfumature.

La mia sensazione era che tu stessi applicando il primo metodo al secondo contesto e quindi rischi quello che gli inglesi dicono simpaticamente "can't see the forest because of the trees".

Allora, le parole a volte esprimono solo quel che sembra, senza troppi sotterfugi: "chi mi ama" è proprio chi mi ama, senza doversi troppo preoccupare di dare una definizione alla parola "amore" perché in questo caso il suo senso è già dato. Anzi, più si definisce più si rischia di perdere di senso.

Pubblicato da: Cristiano M. Gaston - 23.07.08 14:40

bellissimo, commovente e struggente...
e assolutamente inutile.

Anzi: utilissimo ad aprire un dialogo, una discussione, un confronto; inutile a fini pratici.
ma sono convinto che lo sappia anche tu.

da questo testamento-post - se tu ti trovassi adesso impossibilitato a prendere decisioni (ti auguro una lunga e serena vecchiaia) - non si potrebbero ricavare indicazioni utili per scegliere in un senso o nell'altro.
era così difficile: "chiedo che decida Xy" o "chiedo di essere mantenuto in vita finché è possibile" o "chiedo di essere lasciato andare naturalmente"?
perché in Italia è sempre così complicato esprimere un pensiero netto?

Pubblicato da: aelred - 30.08.08 23:13

Nel mio testamento, quello autografo e depositato, c'è scritto chi voglio che decida per me, decidere per me, se ce ne sarà bisogno.

In questo articolo ho cercato di spiegare le ragioni di una scelta.

A chi passa di qui e legge non credo importi sapere nome e cognome delle persone alle quali ho chiesto di decidere, se ce ne sarà bisogno, per me.

A me pare di aver qui dichiarato un desiderio "netto": quello di morire con decenza e che chi deciderà per me, se sarà necessario che qualcuno decida per me, decida secondo un suo criterio di decenza.

Pubblicato da: giuliomozzi - 31.08.08 00:02

per me dovresti suicidarti subito. non c'è nulla di etico nella tua vita. sei immorale e la tua morte offrirà all'umanità intera un po' di momentaneo sollievo. è l'unico modo per te di morire con decenza (sempre che tu vanaglorioso pallone gonfiato di belle parole rubate conosca il significato della parola decenza ma ne dubitiamo in molti).

Pubblicato da: jimi - 02.09.08 14:04

Se "dubitate in molti", caro Jimi, potrei sapere quanti e chi e dove sono questi molti?

Pubblicato da: giuliomozzi - 03.09.08 10:27

L'intervento di Jimi mi sembra oltremodo aggressivo. Bisognerebbe essere tutti un po' più abituati a gestire un contraddittorio avanzando argomenti anziché procedere diritto alla rissa.
Credo che questo sia un ottimo modo per offrire all'umanità un po' di sollievo e clima di pace.

Pubblicato da: cesca - 04.09.08 19:24

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