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12.11.07

Il Grande Romanzo Americano

di Antonio Monda

[Questo articolo di Antonio Monda è apparso nel quotidiano La Repubblica l'11 novembre 2007. gm] [Un altro libro su Springsteen] [Altri articoli su questo libro in vibrisse]

Il Grande Romanzo AmericanoNew York – Sono canzoni o poesie? E' questo l'interrogativo che si pone Leonardo Colombati nel lungo saggio che introduce Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole, testo di straordinario interesse sia per gli appassionati del musicista americano che per i cultori della narrativa statunitense degli ultimi quarant'anni, al quale lo scrittore italiano ha voluto porre come sottotitolo, per indicare una nuova suggestione, e implicitamente una risposta, Il grande romanzo americano (1972-2007). Il libro, in uscita in questi giorni in Italia presso Sironi, raccoglie per la prima volta l'intera produzione lirica di Springsteen [è una svista: nel libro sono raccolte 113 canzoni. gm], tradotta per l'occasione dallo stesso Colombati, con una prefazione di Ennio Morricone, il quale appare in perfetta sintonia con la tesi del curatore, e ricorda che “negli Stati Uniti la musica popolare è considerata parte integrante di una sola tradizone nella quale coabitano in perfetta armonia Herman Melville e Walt Whitman, Robert Johnson e Louis Armstrong, John Ford e Bruce Springsteen".

Sin dai tempi in cui conquistò la critica e il pubblico con Greetings from Ashbury Park, NJ, l'album di debutto con cui rivendicò orgogliosamente le proprie origini di giovane blue collar di periferia, Springsteen ha celebrato l'epica del quotidiano di giovani che hanno la piena consapevolezza della modestia della propria situazione sociale e dei limiti malinconici della propria condizione esistenziale, ma che tuttavia non rinnegano mai le radici. I personaggi immortalati dal Boss sono uomini e donne nati per correre, consapevoli del fatto che non c'è peggiore bestemmia di quella di rinunciare ai propri sogni, a dispetto dell'amarezza, della solitudine e della paura. Morricone scrive a questo proposito che “Springsteen dà forza al senso di pietas, al dolore e all'umanità dei personaggi che racconta", e parla di un “corpus di canzoni composte nell'arco di trentacinque anni che realizzano un Grande Romanzo Americano".

Il libro, che propone un ritratto autobiografico dello stesso Springsteen, un accuratissimo apparato bibliografico, e una serie di schede sugli elementi tecnici dei singoli dischi e sui loro risultati (premi, riconoscimenti, vendite, classifiche), non raccoglie i testi in maniera cronologica ma secondo l'itinerario narrativo di un'opera realizzata in versi, che in uno sguardo d'insieme rivela chiaramente la propria natura romanzesca. E' un affresco appassionante sull'America che vive nel buio dei “margini della città", consapevole che “la terra promessa" è sempre “dura", ma che un giorno arriveranno “giorni migliori" e ricompenseranno chi ha saputo “inseguire il sogno".

Sin dall'inizio del suo saggio Colombati analizza i versi di Springsteen in rapporto con i grandi poeti e narratori americani. Il primo raffronto strutturale è con Edgar Lee Masters, al quale il cantautore del New Jersey è paragonato per la tecnica narrativa: raccontare la stessa vicenda da due punti di vista differenti. Se si prende in considerazione il duplice racconto dei McGee nell'Antologia di Spoon River in rapporto con canzoni come The River, Spare Parts e Sinaloa Cowboys si può notare come i desideri, i fallimenti e le speranze dei personaggi dei due autori siano molto simili. La tesi del libro, che propone anche un affascinante paragone con la poetica di Whitman, è che le canzoni popolari rivestono per la cultura americana lo stesso ruolo che hanno per l'Italia la Divina Commedia e il Cantico delle Creature. Il paragone può sembrare provocatorio ma Colombati invita a soffermarsi sull'energia vitale di una cultura giovane considerata tuttora con snobismo e miopia, e ne celebra la grandezza e la varietà dei risultati, dove l'approccio sinceramente popolare e spesso anti-intellettuale risulta imprescindibile. E' così per il jazz come per il cinema, per il musical come per la letteratura on the road. Se la musica di colui che Colombati definisce “il più grande performer di tutti i tempi" attinge la propria straordinaria forza emotiva nel rock'n'roll (con innegabili influenze del folk e del gospel), i testi rimandano continuamente alla letteratura e, soprattutto, alla settima arte.

Nei concerti come nei versi Springsteen sembra la negazione vivente di ogni separazione tra highbrow e lowbrow: chi è nato negli Usa è nato anche per correre e sa che nel suo patrimonio genetico c'è sia la cultura millenaria del paese d'origine che l'energia di cui riparte da zero. E' lunghissimo l'elenco di canzoni che contengono riferimenti espliciti a film di culto (da Thunder Road, titolo del suo capolavoro, ma anche di un film con Robert Mitchum, sino a Point Blank, ballata struggente intitolata come una pellicola di John Boorman), ma quello che il libro riesce a rendere illuminante è come Springsteen sia riuscito a riproporre, in maniera artisticamente compiuta, le atmosfere e i temi centrali di autori diversissimi che hanno raccontato prima di lui il rapporto tra individui perennemente in movimento (se non in fuga) e un paese giovane, sconfinato e solenne.

Si pensa immediatamente a Badlands, titolo di una sua canzone ma anche dello straordinario film di Terrence Malick che in Italia venne chimato La rabbia giovane. Versi come “non me ne frega niente di recitare il solito vecchio copione, non me ne frega niente della solita mediocrità: tesoro, voglio il cuore, voglio l'anima, voglio il controllo, adesso" interpretano perfettamente il senso ultimo della vicenda raccontata da Malick, e l'idissea dei due giovani criminali che decidono di perdrersi nelle praterie trova una compiutezza in versi che dicono: “Lasciamo che i cuori infranti siano il giusto prezzo da pagare. Queste terre selvagge inizieranno a trattarci un po' meglio". Ancora più esplicito il rapporto con Furore (il riferimento è sia a John Steinbeck che a John Ford), del quale Springsteen cita sin dal titolo il protagonista Tom Joad. Ancora una volta un'epica di viaggio e di dolore, speranza e sofferenza all'interno di un paese in via di formazione come i suoi protagonisti.

Il libro analizza l'opera di Springsteen alla luce delle influenze dei suoi genitori artistici (in particolare Bob Dylan ed Elvis Presley), ma approfondisce in egual misura il rapporto con i veri genitori: il padre Douglas, autista di autobus, e la madre Adele Sirilli. Uno dei passaggi più affascinanti del volume sono i testi che parlano del rapporto con la figura paterna, a partire da My Father's House, nel quale si coglie la malinconia di un'assenza e più di un'eco trascendente. Il grande romanzo americano di Bruce Springsteen affronta molte tappe illusorie ed è segnato da idoli e miti romantici, come quello della corsa in macchina di notte, ma sarebbe impossibile comprenderne la poetica senza considerarne la formazione cattolica, il suo richiamo costante alla fede (una sua canzone è intitolata Jesus Was an Only Son ed il verso più celebre di Thunder Road auspica “un salvatore che nasca da queste strade") e la profonda influenza di un'autrice come Flannery O'Connor.

Springsteen intitola una sua canzone E' difficile essere un santo in città, ma appare convinto che ogni fuga nasconda in realtà una spinta alla redenzione, e l'approdo non è altro che una luce che acceca, come proclama un altro suo titolo. A proposito della O'Connor, lo stesso Springsteen dice: “Conosceva il peccato originale e sapeva qual era il modo di rendere carne un racconto". E' un talento che ha dimostrato di avere anche il musicista del New Jersey con versi che hanno immortalato personaggi indimenticabili come Mary, Wendy, Rosalia e Sandy, e non è un caso che Nick Hornby abbia scritto, per spiegare perché considera Thunder Road un capolavoro: “Dice esattamente come mi sento e chi sono, e questa, in fin dei conti, è una delle consolazioni dell'arte".

Come un Killer sotto il Sole. Il libro. Il sito.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 12.11.07 10:29

Interventi

Sono d'accordo sul fatto che la O'Connor, scrittrice di straordinario talento, avesse la capacità di rendere carne un racconto. Mi sfugge completamente come la prosa di Sprengsteen possa esservi paragonata.

Pubblicato da: Carlo Cannella - 12.11.07 10:41

Mah! Boh! Chissà!
Ho letto un paio di traduzioni in libreria, poi ho desistito. Sono rimasti tanti dubbi e perplessità...
Mah! Boh! Chissà!

Su Springsteen di libri se ne sono scritti tanti.
Mah e boh e chissà!

"Live in Dublin" è un grandissimo doppio live. "Magic" è per fortuna un buon disco, molto buono. Per fortuna si è ripreso da "Devils & Dust" e da "The Rising".
Un artista con i suoi alti e bassi: "Tunnel of love" fu un disco di grande delusione per i fan, sul finire degli anni Ottanta.
Sporca l'operazione commerciale "The essential Bruce Springsteen", tre dischi, di cui due tutti hits in massima parte già presenti nel Greatest Hits, il terzo disco invece demo e robetta di "chi ha raschiato il fondo del barile".

Perplessità immense su questa recensione tirata per i capelli a mio avviso. Edgar Lee Masters? John Steinbeck? Flannery O'Connor? Ma siamo fuori di testa!!! Springsteen non ha proprio niente a che fare con questi autori. Per la miseria! Semmai è vero che il Boss trova le sue radici in Woody Guthrie, ma non in Lee Masters e tanto meno in Steinbeck. Il Boss è per una "parlata molto popolare", le sue canzoni sono quanto di più antiletterario ci sia, sono scritte da un uomo che osserva il mondo, che lo sa osservare, ma che non poggia le proprie osservazioni su privilegi romanzeschi e intellettuali.

Diciamo pure che la recensione non ci azzecca niente con il Boss né con il libro.

Di sviste in questa recensione, Giulio, ce ne sono a iosa, fosse solo il fatto che "il libro, in uscita in questi giorni in Italia presso Sironi, raccoglie per la prima volta l'intera produzione lirica di Springsteen"...

Mi chiedo: ma li leggono i libri questi qui? Li leggono sul serio? O si limitano a riempire il barile, convinti che tutto faccia vino e fermenti allo stesso modo?

Lasciamo perdere che è meglio.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 12.11.07 11:46

"ma li leggono i libri questi qui? Li leggono sul serio?"

Forse loro sì. Iannozzi certamente no. La sua specialità è intervenire su libri che non ha letto e nemmeno toccato con mano.

Pubblicato da: da Sulmona - 12.11.07 16:35

Giulio, e questo "da Sulmona" lo cancellerai, sì o no? A me pare proprio un commento inutile e fastidioso, sai, come quelli che hai cancellato di tutta fretta in altra occasione. Rammenti?

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 12.11.07 18:03

Iannozzi, hai scritto: "Ho letto un paio di traduzioni in libreria, poi ho desistito". Quindi: non hai letto il libro in questione.
Poi scrivi: "Diciamo pure che la recensione non ci azzecca niente con il Boss né con il libro". Ma è evidente che per dire una cosa del genere dovresti aver letto il libro, o almeno almeno aver data un'occhiata al saggio introduttivo.
Quindi il commento della persona che si firma "da Sulmona" è sicuramente fastidioso per te, in quanto fa notare che hai parlato senza sapere di che cosa parlavi; ma appunto per questo non mi pare inutile.

Pubblicato da: giuliomozzi - 14.11.07 15:56

Giulio.... BIP... BIP... BIP... BIP... BIP... BIP

Ora ti è chiaro?

Ti dimentico proprio. Avere a che fare con te è solo da stupidi e io sono stufo di fare la parte dello stupido secondo il tuo capriccio.

Ci si sentirà in un'altra vita. Ma non ci contare all'altra vita. E se ci fosse, sta' pur sicuro che ti eviterò come la peste.

Continua pure così... ma da solo.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 14.11.07 23:11

L'addio n.754 di Iannozzi a Vibrisse. Ogni volta "Non mi meritate! Addio!". Domani sarà qui di nuovo.

Pubblicato da: poc de theatre - 15.11.07 03:32

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