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06.11.07
Gli scrittori-scienziati
di Antonio Moresco
[Questo articolo di Antonio Moresco è apparso il Il primo amore lunedì 5 novembre 2007. gm]
Mi capita sempre più spesso di leggere libri “scientifici" (e collocati in libreria nel settore “Scienze") che -oltre a essere straordinariamente interessanti e avvincenti per i loro contenuti- hanno anche forza letteraria, chiarezza argomentativa, forma, tenuta, capacità di descrivere in modo irradiante i corpi viventi e i fenomeni, addirittura invenzione e veggenza superiori a gran parte dei libri “letterari" o “di genere" in circolazione in questi anni.
Gli scrittori pensano che organizzare una narrazione intorno a dati sociologici, psicologici o di altro tipo, oppure a una piccola e orizzontale concatenazione di fatti precostituiti sia di per sé più difficile e di maggiore valore che organizzarla intorno a osservazioni e scoperte di tipo scientifico o di altro tipo. Non è così. Pensano che organizzare una narrazione romanzesca utilizzando residui di una visione del mondo ferma alle conoscenze di secoli fa sia più difficile che avventurarsi invece -anche narrativamente- nella scoperta, nella decifrazione e nell’invenzione del mondo. Non è così.
Non che non ci siano anche oggi libri “letterari" buoni (ho appena letto, ad esempio, Verderame, l’ultimo, felice romanzo di Michele Mari). Ma non sono molti. La gran parte dei libri “letterari" gioca con scampoli narrativi riciclati, con strutture di intrattenimento riciclate, neppure lontanamente attraversate dalle conoscenze e dalle vertigini che ci vengono in questi anni dalla biologia, dall’astrofisica, dalla neurobiologia, dalla genetica...
Leggi tutto l'articolo in Il primo amore.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 06.11.07 07:26
Interventi
Quello che dice Moresco è molto sensato (per il rapporto tra letteratura e scienza, cfr. anche interviste più o meno recenti a H. M. Enzensberger, p. es. qui: http://www2.polito.it/didattica/polymath/htmlS/Interventi/Articoli/EnzensbergerOdifreddi/EnzensbergerOdifreddi.htm, o su «La Repubblica», 9 luglio 2007, p. 31). D’altra parte, come diceva Matteo Galiazzo, “a pochi è consentito scrivere un manuale. A chiunque, invece, è consentito scrivere un romanzo, non ci sono controlli cosí severi”.
Pubblicato da: Cano - 06.11.07 10:30
Se non ricordo male Galiazzo lo scriveva in una piccola nota biografica alla fine di 'Il mondo è posteggiato in discesa'.
Pubblicato da: andrea barbieri - 06.11.07 11:19
Esatto, Andrea. Nel resto della nota, Galiazzo elogiava la manualistica.
Pubblicato da: Cano - 06.11.07 12:05
In effetti... anch'io l'ho notato, se posso dire la mia in quanto lettore. Anche a me da un po' di tempo a questa parte càpita di ritrovarmi più volentieri a leggere saggistica che scopro ben strutturata (tipo l'ultimo di Giovanni Jervis - Pensare dritto, pensare storto o di Salvatore Rossi - la politica economica italiana 1968-2007), piuttosto che narrativa contemporanea.
Per romanzi, racconti brevi, novelle, mi ritrovo invece a cercare più spesso in riserve del passato prossimo e remoto. Senza per questo definirmi uno con l'attitudine nostalgica o di ricerca dell'età dell'oro. La questione del materiale letterario inflazionato e riciclato esiste eccome, forse dipende anche dal tipo di nutrimento degli scrittori contemporanei: mancheranno più le vitamine o le proteine letterarie? Troppi grassi o semplicemente troppi additivi e conservanti e addensanti?
Pubblicato da: domenico - 06.11.07 13:33
Parafrasando Galiazzo, direi che in molti scrivono manuali; molti di più scrivono romanzi. Che poi i controlli siano "così severi" è discutibile. Esistono anche manuali scritti male, o scritti bene ma assolutamente "romanzeschi" (un manuale per la lettura dei tarocchi è un vero manuale?), o scritti male e assolutamente "romanzeschi". E ci sono i manuali usa e getta (Concorsi per ufficiali guardia di finanza. Manuale. Con CD-ROM - A cura di P. Nissolino - Nissolino editore - Pp 304, € 24,00), quelli di giardinaggio, quelli per la regolare manutenzione delle armi da caccia, quelli di scrittura creativa, quelli con le istruzioni per usare i pacchetti applicativi e i sistemi operativi, quelli per piazzare un letto in armonia con la geomagnetica e le sfere celesti, quelli di magia nera e bianca, quelli di cucina in generale e in particolare (polli, risi, paste bianche e rosse, minestre). E quelli di puericultura, di Diritto amministrativo nonché di numerosi altri diritti.
E ci sono i manuali che non si riesce a leggere: chi ha letto tutto un manuale per l'utilizzo del CAD alzi la mano.
Eccetera.
Dentro a questa enorme cornucopia ci scappa sempre la corbelleria.
Poi, certo, c'è la buona manualistica. Oggetto di controlli rigorosi tanto quanto la buona narrativa.
Pubblicato da: mauro - 06.11.07 13:45
Io trovo insopportabili formule come: "Gli scrittori pensano che...", "La gran parte dei libri 'letterari' gioca con...", "La gran parte degli scrittori di oggi crede...", e simili: che chiamano in causa non si sa chi, e quindi potenzialmente tutti e nessuno.
Detto questo, faccio un'osservazione collaterale. Nelle antologie scolastiche di "letteratura" (ne ho sottomano un piccolo campione non rappresentativo: cinque, pubblicate da Garzanti, Zanichelli, Loescher, Einaudi, La Scuola) mi pare che siano presenti, in una certa misura, brani di scritti scientifici: Galileo, Valiani, Redi eccetera; talvolta Spallanzani (le pagine sui pipistrelli) eccetera. Così come sono presenti testi di storiografia (Guicciardini, magari Giannone), scienza della politica (Machiavelli), eccetera.
Ma sfogliando queste antologie noto che, man mano che ci si avvicina al nostro tempo, le scritture "non letterarie" spariscono. Questo avviene perché non ci sono "buone scritture" scientifiche in Italia, nei tempi recenti? Oppure perché, semplicemente, il concetto di letteratura oggi vigente esclude tutto ciò che non è "strettamente letterario"?
Sarei per la seconda ipotesi (e le prove saran da trovare). Galilei o Machiavelli restano lì (con sempre meno "minori" attorno) perché ormai il canone è stabilizzato: ma dei tempi recenti non entra nulla.
(Entra però il giornalismo, mi pare).
Ciò di cui Moresco parla ha quindi forse nelle antologie scolastiche una sua manifestazione diciamo "istituzionale".
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.11.07 14:52
Il brano di Dawkins citato da Moresco è davvero impressionante.
Pubblicato da: sergio pasquandrea - 06.11.07 15:17
Non confondiamo manualistica con divulgazione, eh!
Pubblicato da: Paolo S - 06.11.07 15:27
Giulio, quando dici che M. chiama 'in causa non si sa chi, e quindi potenzialmente tutti e nessuno' cerchi un po' il pelo nell'uovo: questo è un piccolo articolo che cammina verso un'idea ben esposta e condivisibile mi pare, dunque non avrebbe senso diluirlo con digressioni che specifichino autori, opere e interpretazione (anche perché questo M. lo fa altrove, lo ha sempre fatto).
Detto questo sono felice Giulio che utilizzi la tua intelligenza al meglio portando l'esempio delle antologie scolastiche. Dovrebbe essere sempre così, che si ha davanti l'idea di qualcuno e si lavora per criticarla o per arricchirla. Hai fatto tutte e due le cose, e io -che voglio molto bene a M.!- mi sono permesso di criticare la tua piccola critica e lodare il lato di carpenteria (quello costruttivo) :-)
Pubblicato da: andrea barbieri - 06.11.07 15:37
Effettivamente affermazioni come "gli scrittori affermano che..." buttate là così sono solo un artificio retorico, persino ingenuo. Del resto anche la genericità di definizioni come "libri scientifici" o "settore scienze" non contribusce molto a chiarire il pensiero di Moresco ("settore scienze" di cosa? Librerie, biblioteche di pubblica lettura, biblioteche universitarie... "libri scientifici" in che senso? Fra, ad es., un saggio di bibliografia - letteratura scientifica inerente la biblioteconomia - e, poniamo, uno sulla teoria delle superstringhe, vi è probabilmente un certa differenza in termini di suggestione, intenzione e veggenza). Detto questo, rilevo che l'utente medio (o tipo?) di una biblioteca pubblica si rivolge a scopo, diciamo così, ricreativo, anche alla saggistica - più sociologica e storica che scientifica nel senso galileiano del termine - ma lo fa oggi come dieci anni fa. Sul fatto poi che i libri "letterari" giochino con scampoli narrativi riciclati mentre quelli scientifici sono attraversati da vertigini, be', il tutto è così generico che chiunque può essere d'accordo così come anche no. Anche nella letteratura scientifica si gioca con scampoli narrativi, e anche lì è perlopiù artificio già letto. Resta la questione dei contenuti, e qui la letteratura narrativa sta forse progressivamente abdicando al desiderio di produrre vertigini... ma, come si suol dire, chi è senza peccato...
Pubblicato da: arvicola - 06.11.07 15:42
Sospetto che meno un discorso è generico, più è efficace; e che fare discorsi generici, e quindi facilmente attaccabili, sia un buon modo per fare autogol. Perciò voglio dire che questo discorso di Moresco al momento è una semplice perorazione ("Io vi esorto, o italiani, alle scienze!", o qualcosa del genere: tanto per avvicinarlo a un esempio nobile) e - per acquistare vera efficacia - dovrebbe essere arricchito da qualche elemento di critica (banalmente: è vero che le cose stanno più o meno come lui le descrive? e se è vero, perché è così?) e da un po' di pars construens: ad esempio, segnalando le opere narrative italiane nelle quali l'immaginario scientifico è attivo; cercando di costruire una traccia di tradizione per queste opere; tentando di vedere se (al di là del canonicamente citato Calvino - e impropriamente, secondo me) c'è nel nostro presente e nel nostro passato prossimo qualcosa su cui costruire; eccetera.
Moresco ha gettato un sasso. Ora vediamo un po' com'è fatto lo stagno.
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.11.07 19:29
Mi sembra che Moresco richiami gli "scrittori letterari" a stare di più "dentro i saperi e le illusioni" del proprio tempo per poter meglio travalicare questi confini. Poi fa incidentalmente una tranquilla apologia dello scrittore-scienziato. Insomma, usa forse categorie non proprio nuove, non troppo incisive, ma come punto di partenza per riflettere è veramente buono.
Pubblicato da: fabiofoti - 06.11.07 19:50
Infatti. E' questo il punto.
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.11.07 20:02
Giovanotto,
lei ha perfettamente ragione!
A tal proposito le segnalo un'opera scientifica fondamentale (l'enciclopedia medica del dott. Tromborg, Edita dalla nostra casetta bella: http://edizionistacchia.splinder.com/tag/tromborg) ma chiara e godibile come un romanzo del Fiunda.
Vedrà, mi ringrazierà!
cordialmente,
Cav. Marcello Stacchia
Pubblicato da: Cav. Marcello Stacchia - 06.11.07 22:19
Uh, il Tromborg!... Lo leggevo sempre da piccolo... Quanti ricordi...
(E mi saluti il Pagliaro, eh!).
Pubblicato da: giuliomozzi - 07.11.07 07:41
Giulio, "qualcosa su cui costruire" cosa, esattamente?
Una nuova saggistica, Un nuovo tipo di romanzo? Un qualcosa che ancora non c'è?
Quando si parte coi discorsi: "Ah, quanto si potrebbe fare e poi non si fa", spesso si finisce a rifare le cose vecchie (vecchie, non per forza cattive)
Pubblicato da: mauro - 07.11.07 11:12
Un esempio: Daniele Del Giudice fa un certo uso della scienza in Atlante occidentale. Buono? Buono come, buono perché? Ha senso chiederselo in questi termini?
Credo che bisognerebbe piuttosto chiedesi: è in accordo o disaccordo con la sua dichiarazione di poetica ”Mi piacerebbe condurti fino al punto in cui si smette di capire, si smette di immaginare; vorrei condurti dove si comincia a sentire”?
Pubblicato da: Paolo S - 07.11.07 11:58
Trovo che il pezzo di Moresco più che esortare o criticare qualcuno voglia semplicemente mostrare come la 'letteratura' sia stata artificialmente separata da altri campi della conoscenza (cosa che nei grandi autori non avviene, per esempio Leopardi ha una conoscenza scientifica della luna che si fonde con quella poetica).
Secondo me il presupposto di questo discorso è che la 'letteratura' può portare una 'visione' profonda dell'esistenza (cosa mi pare non accettata da tutti, anzi...). Allora, proprio perché scrivere è 'vedere' una verità prima ancora di comunicarla, deve mantenere le sue radici nella visione degli scienziati, la cui ambizione di verità è rimasta intatta nel tempo, a differenza della letteratura che invece può sacrificarla con facilità.
Poi trovo che M. dica anche che la 'visione' scientifica può costituire un antidoto alle scritture su un orizzonte piccolo, lineari, prevedibili, che non fanno apparire le cose con la loro vera forza.
Infine mi pare che M. ponendo sullo stesso piano letteratura e scienza, affidi un compito importante allo scrittore, direi un compito 'sociale', affermandone la dignità, e anche la eversività, perché lo scrittore, a differenza dello scienziato, non è dentro un ordine, può prendere la parola con autorevolezza nonostante possieda una cultura da autodidatta, e svolga mestieri umili che non c'entrano nulla con la letteratura.
Capisco che uno pensi: ok, la dignità..., però poi i libri ambiziosi non li pubblicano, bisogna lavorare per vivere, eccetera. Posso solo dire che da lettore capisco benissimo quanto è duro fare lo scrittore.
Pubblicato da: andrea barbieri - 07.11.07 12:57
A proposito di incredienti riciclati mi viene in mente la paella. Ce ne sono di vari tipi. Quella valenciana è ottima. Spero ci sia sempre chi sappia cucinarla.
Pubblicato da: felice muolo - 07.11.07 19:02
ops: ingredienti
Pubblicato da: felice muolo - 07.11.07 19:05
I libri di Giuseppe Genna, per esempio, attingono molto alle scoperte scientifiche degli ultimi decenni, dalla neurofisiologia alla teoria del caos.
Pubblicato da: faviceto - 07.11.07 19:40
Andrea, scrivi: "Trovo che il pezzo di Moresco [...] voglia semplicemente mostrare come la 'letteratura' sia stata artificialmente separata da altri campi della conoscenza". No, Moresco non "mostra" (per "mostrare" ci volevano quantomeno degli esempi). Moresco *dice* che la 'letteratura' eccetera.
A me - così, a naso - pare che quello che Moresco dice sia vero. Mi domando quindi se è possibile *dimostrare*, e quindi poi "mostrare", ciò che lui dice; e magari capire perché le cose stanno così (se capisco perché le cose stanno così posso, quantomeno, inventarmi un modo di agire affinché le cose non siano più così).
Questo non mi pare "pelo nell'uovo".
Pubblicato da: giuliomozzi - 08.11.07 09:17
lo so che sembra una pubblicità, ma ad esempio il numero di nuovi argomenti "E=mc2" aveva come tema il rapporto tra scienza e letteratura. Al di là del abusato calvino, come dicevi tu giulio, c'è Levi ad esempio (io in nuovi argomenti ho scritto proprio di questo, anche se non sono andato nello specifico; ad esempio un bel lavoro sarebbe studiare il sistema delle metafore e delle similitudini di Levi, che molte volte "nascondono" un strato scientifico.)
d.
Pubblicato da: demetrio - 08.11.07 09:38
Giulio, parli di esempi, ma io nel pezzo di M. ne leggo parecchi: Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo; Jean Claude Ameisen, Al cuore della vita (il suicidio cellulare e la morte creatrice; Adolf Portmann, Le forme viventi; Matt Ridley, Il gene agile; Richard Dawkins, L’orologiaio cieco; André Brahic, Figli del tempo e delle stelle.
Certo, non ci sono esempi di narrazioni con una 'piccola e orizzontale concatenazione di fatti precostituiti' ma secondo me qui non servono, perché non è un pezzo che si impastoia sulla situazione presente, ma mostra dove si può arrivare andando avanti, quante cose ci sono davanti. Dunque esibisce le scritture scientifiche cariche di visione, di reinvenzione del mondo (mi fermo per non dare l'impressione di fare mio una specie di lessico moreschiano che nelle mie mani è un birignao). E questa prospettiva non è tanto quella di cercare nella scienza elementi da trasportare nella propria scrittura come se fossero materiali da costruzione, ma spalancare gli occhi sullo spettacolo 'meraviglioso e terribile dell'esistenza' (questo invece è Josè Munoz, un disegnatore) che la scrittura scientifica riesce tuttora raccontare.
Se ci pensi Giulio in questi anni ci sono stati tanti articoli critici sulla produzione letteraria nuova - per esempio sulle scritture 'ombelicali' eccetera -, ma quei critici non 'mostravano' mai una via, tutto si riduceva a un paragone formale con scrittori canonizzati. Per questo trovo che M. non solo dica, ma davvero 'mostri' le cose.
Pubblicato da: andrea barbieri - 08.11.07 10:48
Off Topic, perché Giulio su Vibrisse non 'mostri' :-) l'antologia curata da Marina Warners 'La mia Olanda'. A parte che ci sono racconti molto belli (e anche uno tuo in forma di poesia), tutto il libro è fatto con amore (da parte di Marina e degli autori) e la cosa traspare perfettamente.
E' una cosa bella e gentile che sicuramente dà qualcosa alla conoscenza del mondo editoriale, oltre che essere un esempio di civiltà.
Pubblicato da: andrea barbieri - 08.11.07 11:18
Andrea, nel pezzo di Moresco la "situazione presente" è liquidata con qualche generalizzazione (come ho già scritto). Immagina un lettore che legga quel pezzo e si dica: "Ma sarà davvero come Moresco dice?". Al lettore che si fa questa domanda, bisognerà pur dare una risposta. O semplicemente, visto che osa farsi una simile domanda, dobbiamo fregarcene di lui?
Non possiedo il libro "La mia Olanda". Immagino che mi sia stato spedito; ma non mi è ancora arrivato.
Pubblicato da: giuliomozzi - 08.11.07 12:40
Per come la vedo io (occhio e background scientifico predominanti su occhio e background umanistico), scrittori italiani contemporanei capaci di scrivere con attenzione e cognizione attingendo all'immaginario scientifico -intendendo soprattutto fisica e matematica, dunque scienze dure- non ne conosco; anzi, se me li indicaste sarei davvero contento di leggerli. In poesia non siamo messi meglio: l'unico che realmente parte da background & semantiche scientifiche e' Pier Luigi Bacchini, che sviluppa una poetica coerente (anche se un po' ingenua) nella quale la poesia sarebbe la "specola del pianeta"; per il resto, anche tra i piu' giovani, la tradizione crociana o comunque continentale resta fortissima. I tentativi del primo Magrelli (ora serrata retinae) erano molto interessanti; altri prendono spunto, ma restano a livello superficiale. Moresco ha dunque centrato un punto dolente della nostra produzione immaginativa contemporanea; dolente perche' scienza e tecnologia hanno praticamente colonizzato la vita quotidiana, senza che la letteratura abbia prodotto narrazioni capaci di immunizzarle (per usare termine caro agli scettici).
Pubblicato da: GiusCo - 08.11.07 15:11
Ok, Giulio. Capito.
A GiusCo volevo ricordare un caso di scrittore-scienziato: Piersandro Pallavicini, ricercatore - se non sbaglio - presso l'università di Pavia nel campo della chimica supramolecolare.
Il suo immaginario a prima vista non è segnato dalla scienza, l'università entra nei suoi libri più che altro come scenario di rapporti umani, oppure è un campo di 'particelle elementari' ma io non l'ho riconosciuto :-)
Invece ciò che dà forza al 'Palla' è un'indagine sulla sessualità, molto bella, piena di libertà.
E bisogna dire che è un recensore formidabile, rigorosamente dedicato a libri meno in vista che possono avere una utilità per questo scassato mondo.
Pubblicato da: andrea barbieri - 08.11.07 15:34
Note e osservazione a margine della discussione: l'"ambizione di verità" che negli scienziati sarebbe rimasta intatta è un'affermazione non so se più ingenua o bizzarra. Lo scienziato è un lavoratore che lavora in un determinato contesto, contesto spesso rigido, eterodiretto da decisioni assunte in nome di valori in genere estranei come pochi alla verità (cfr. la ricerca farmacologica, ad es.). Resta la questione della "lingua scientifica" di cui la letteratura narrativa è sovente letteralmente ignorante (quanti abeti chiamati pini nelle descrizioni paesaggistiche, quanti "ghiacciao perenni"...). Un esempio per me straordinario di contaminazione (orientato però più che altro all'effetto suggestivo) fra letteratura narrativa e scienze della terra: Cirenaica di Cavazzoni.
Pubblicato da: arvicola - 08.11.07 16:40
Note e osservazione a margine della discussione: l'"ambizione di verità" che negli scienziati sarebbe rimasta intatta è un'affermazione non so se più ingenua o bizzarra. Lo scienziato è un lavoratore che lavora in un determinato contesto, contesto spesso rigido, eterodiretto da decisioni assunte in nome di valori in genere estranei come pochi alla verità (cfr. la ricerca farmacologica, ad es.). Resta la questione della "lingua scientifica" di cui la letteratura narrativa è sovente letteralmente ignorante (quanti abeti chiamati pini nelle descrizioni paesaggistiche, quanti "ghiacciai perenni"...). Un esempio per me straordinario di contaminazione (orientato però più che altro all'effetto suggestivo) fra letteratura narrativa e scienze della terra: Cirenaica di Cavazzoni.
Pubblicato da: arvicola - 08.11.07 16:40
Eh no, in letteratura puoi produrre tranquillamente un testo banale, applicando delle formule, senza lavorare sulla lingua, senza intuizioni, senza pensiero, senza insomma nessuna pretesa di cercare qualche parola di verità.
Un ricercatore invece sarà diretto da tizio e caio - che magari lo muovono per logiche di mercato, non lo discuto, 'Il laboratorio' di Tomatis lo insegna - , però il ricercatore non può produrre, ambire a produrre niente meno di una verità, secondo certi protocolli, secondo un metodo, che sarà vagliata non da 'critici letterari' in paturnia permanente, ma da colleghi scienziati su riviste scientifiche. E' un'altro mondo se permetti.
Pubblicato da: andrea barbieri - 08.11.07 17:46
...un altro mondo...
Pubblicato da: andrea barbieri - 08.11.07 17:48
Come vengono reclutati i ricercatori universitari? Chi sono gli azionisti di riferimento delle riviste scientifiche? Non credo si tratti di un altro mondo. E' senz'altro un mondo, diciamo così, molto più grande, dove si muovono interessi molto più grandi e certamente, nel complesso, tutto appare meno umorale e strapaesano che in letteraura; ma non è un mondo altro. Ripeto: mentre non ho dubbi sull'opportunità che la letteratura narrativa si avvalga anche della lingua scientifica, e degli orizzonti che le scienze di base talvolta si danno, e della poesia che alligna in certi saggi di scienze della terra, viceversa sull'integrità, la visionarietà, l'amore per la verità dello scienziato, del ricercatore (rispetto, poniamo, al narratore) ho dubbi fortissimi; implicitamente confermati dai risultati (es. la visionarietà della V generazione - I.A., anni '80 vs. le sue declinazioni nella realtà, uguali a zero).
Pubblicato da: arvicola - 08.11.07 18:07
Scusa ma non ci stiamo capendo. Per quanto uno scienziato possa essere compromesso con logiche di carriera e guadagno, per quanto possa essere limitato nella sostanza il suo apporto alla ricerca, sarà comunque una ricerca e un misurarsi con la verità (e può addirittura accadere - come spiega Tomatis - che i ricercatori più dotati non siano le persone più corrette e umanamente dotate...).
Fino a poco tempo fa nell'ambiente letterario della rete, frequentato da scrittori e lettori, mi è capitato di sentire dire che portare qualche parola di verità non è proprio scopo della letteratura. Sono opinioni di alcune persone, non so di preciso quante, però mi fanno capire che mentre il mondo della scienza non potrà mai accantonare completamente l'ambizione di ricercare la verità, dentro il mondo letterario questo può succedere senza che per questo smetta di essere mondo letterario (una scienza che non produce ricerca e risultati, per quanto piccoli e asserviti alle multinazionali, smetterebbe invece di essere scienza, sarebbe altro, forse propaganda).
Volevo solo dire questo.
Pubblicato da: andrea barbieri - 08.11.07 21:30
...ma anche la letteratura produce, comunque, risultati (per quanto piccoli e asserviti al mercato editoriale, o mercatino, vista l'esiguità dei numeri). Insomma, alla fine si torna al problema della verità; parola che, sospetto, ha un contenuto informativo simile a, ed. es. libertà, giustizia, morale, onore. Cioè è un contenitore. Con cosa lo riempiamo? Con cosa, esattamente, lo scienziato lo riempie e il narratore potrebbe ma non lo fa?
Pubblicato da: arvicola - 09.11.07 10:36
arvicola, il tuo e' un discorso interessante; sostanzialmente il tecnico riempie il contenitore con la riproducibilita' dei suoi risultati, dunque verita' fattuale nelle nostre coordinate spazio-temporali; e' anche vero che la scienza dura piu' innovativa teorizza al di fuori di modelli sperimentabili (pensa ad esempio alla teoria delle superstringhe), dunque offre una narrazione di mondi alternativi che aspettano di essere sperimentati o contraddetti, se mai sara' possibile; in questo senso sono narrazione comunque orientata alla verita' fattuale.
Pubblicato da: GiusCo - 09.11.07 13:21
Il narratore può produrre un pensiero sul mondo raccontando fatti o immaginazioni. Oppure può scrivere cose insulse e usare il contenitore della verità per tenerci le matite.
Pubblicato da: andrea barbieri - 09.11.07 14:27
Direi che la "verità" con la quale hanno che fare gli scienziati è una cosa ben diversa dalla "verità" con la quale hanno che fare poeti e scrittori.
Pubblicato da: giuliomozzi - 09.11.07 15:17
Barbieri, confesso che mi sfugge la parentela fra la produzione di un pensiero sul mondo e la produzione di verità.
GiusCo: d'accordo, la riproducibilità del risultato è discrimine fra metodo scientifico e no. Però, in un certo senso, che per me è un senso forte, questo discrimine vale soprattutto per -passami l'approssimazione- la scienza tecnologica, la scienza degli ingegneri. Quella che ha ancora oggi al suo centro la fisica newtoniana. Supestringhe, universi a bolle, fluttuazioni del nulla, sono la parte davvero narrativa della scienza; ma, appunto, anche quella che prescinde dal dato sperimentale. Di nuovo: di quali trasfusioni ha bisogno con più urgenza la letteratura? Della potenza vertiginosa ma indimostrata della fisica teorica? O della pura e semplice conoscenza del mondo fisico (non a livello delle particelle elementari) che dovrebbe darsi per scontata ma che scontata non è per niente? O della verità che la scienza può a quanto pare ispirare, ma non definire? (altra cosa sarebbe forse se parlassimo di realtà, anzichè di verità, laddove la realtà si può descrivere, si può comprimere in algoritmi, e queste descrizioni e compressioni sono rilevanti anche quando riguardano porzioni dell'esistente)
Pubblicato da: arvicola - 09.11.07 15:20
Se l'articolo di Moresco ha per scopo (o per scopo prioritario) sototlineare quanto sia importante per la letteratura un rapporto osmotico con le scienze, allora non solo è meritevole nell'intento, ma ha centrato il bersaglio. E meeritevole è anche ricordarci il valore letterario, non limitato ai "classici" del passato, di scenziati contemporanei. Quello che invece mi lascia perplesso è il convincimento che traspare sull'ignoranza delle scienze, o sul non-uso del sapere scientifico, da parte dei narratori contemporanei (tutti o la maggior parte): non so se e come si possa fare una statistica o comparare dei dati rispetto al passato (ad esempio, in genere si ritiene Verne uno scrittore aggiornato, mentre dal punto di vista scientifico era piuttosto indietro, benché fosse un grande narratore), ma mi sembra che di scrittori che usano il sapere scientifico, o la cui narrativa non sarebbe possibile né comprensibile senza il superamento dei modelli scientifici ottocenteschi, ce ne siano.
Pubblicato da: girolamo - 09.11.07 15:30
girolamo, fai dei nomi (di autori e opere) per favore? grazie.
Pubblicato da: GiusCo - 09.11.07 15:38
Scusa, GiusCo, lacuna mia. Nei romanzi dei Wu Ming (non solo in quello "ecologico" di WM2) le relazioni umane sono descritte secondo modalità impensabili prima della nascita dell'etologia. Ugualmente forte è la presenza dell'ecologia di Rifkin, e nei libri solisti di WM5 c'è una forte impronta scientifica (appena velata da science-fiction). Di Genna (ma non solo nei suoi romanzi) ha già detto qualcuno in questo post. La destrutturazione delle trame in autori come Saverio Fattori o Babsi Jones è incompatibile con un'epistemologia ottocentesca (come del resto Burroughs). Andando un momento all'estero (non ho capito se Moresco si riferiva ai soli autori italiani o no), non credo che Bret Easton Ellis potrebbe scrivere quello che scrive senza quello che sappiamo del funzionamento della mente nella psicoanalisi post-freudiana (e lo stesso vale per Pynchon e per Welsh). Schemi epistemici batesoniani sottostanno in modo evidente alla scoperta delle connessioni tra ambiente, psicologia criminale e pratica della violenza in Gomorra. Io stesso (non dico di averlo fatto bene, dico che l'ho fatto) ho utilizzato a piene mani la fisica di Heisemberg e Bohr (ma anche evoluzionismo ed etologia) in Scirocco. Valerio Evangelisti usa molto fisica e biologia contemporanee nel ciclo di Eimerich. Colombati ha una conoscenza di certi temi epistemologici (ad esempio del problema del tempo, su cui ha anche scritto) decisamente al di sopra della media, e mi sembra si veda, come si vede nelle rapprsentazioni del tempo in alcune cose di Tommaso Pincio (La ragaza che non era lei, ad esempio). Come vedi, ho segnalato alcuni autori che, per loro esplicita ammissione, leggono di scienza, ed altri dei quali non ho idea di quanta conoscenza di fatto abbiano della scienza contemporanea: perché credo che certi temi siano entrati nell'infosfera, circolino come e quanto certe idee "letterarie", e come queste vengano assimilati anche senza letture dirette (che fanno sempre bene).
Pubblicato da: girolamo - 09.11.07 18:27
E il sottoscritto, modestamente, ritiene di fare un qualche uso del suo immaginario biologico.
Pubblicato da: giuliomozzi - 09.11.07 21:09
In Lucchesia, vive un poeta quasi ottantenne, ex insegnante di matematica, Mario Lena, che scrive i suoi libri (composti da poesie e da prose) ispirandosi alla scienza. Alcuni titoli:
"L'orizzonte degli eventi"; "Il tempo di Èrato"; "La striscia di Möbius"; "L'effetto farfalla"; "Il rasoio di Ockham"; "La scala di Mohs".
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 10.11.07 08:13
'Direi che la "verità" con la quale hanno che fare gli scienziati è una cosa ben diversa dalla "verità" con la quale hanno che fare poeti e scrittori.'
'Barbieri, confesso che mi sfugge la parentela fra la produzione di un pensiero sul mondo e la produzione'
La vedo così. Da piccolo - stavo a sesto san giovanni, quindi facevo le elementari - leggevo i soliti libri di avventure, e qualche fumetto supereroico. In quel periodo ho scoperto una rivista che si chiamava 'Scienza & vita nuova'. Quella rivista in fatto di 'avventura' superava le mie letture precedenti prima di tutto perché conteneva 'storie' potentissime (mi portavano a collocarmi in una scala delle cose immensamente piu grande o più piccola di me); secondo perché quelle storie erano la verità o comunque erano ipotesi verosimili. Per esempio ricordo ancora un colonnino dove si spiegava che il viaggio nel tempo era ipotizzabile (parlo di uno sbigottimento di trenta anni fa che si è stampata in testa!). Allora vorrà dire che sì, quelle scientifiche sono - dovrebbero essere - verità purgate dal sogno umano. Però alla fine le leggo come il racconto di tutto quello che c'è, dell'universo, e allora posso non provare degli affetti davanti a quello spettacolo? Spinoza in quell'ordine ci vedeva addirittura Dio.
Pubblicato da: andrea barbieri - 10.11.07 10:42
girolamo, non sono sicuro che i tuoi nomi/opere supererebbero un test di congruenza & congruita' nelle materie che citi, a parte forse Evangelisti. Comunque non si tratta di una pezza-medaglia (la sssssienza) da aggiungere alle bandelle di copertina. Sto cercando gente di background tecnico/scientifico che faccia buona letteratura con i ferri del suo mestiere, senza che per questo resti confinata nel genere science-fiction. Diciamo Vonnegut?
Pubblicato da: GiusCo - 10.11.07 13:11
Andrea, dici: "Quelle scientifiche sono - dovrebbero essere - verità purgate dal sogno umano. Però alla fine le leggo come...". Appunto: le "leggi come". Il che significa, da quel che capisco, non considerarle per quel che sono (vedi alla voce: "Ciascun testo dice ciò che dice").
Pubblicato da: giuliomozzi - 11.11.07 08:54
No Giulio, l'espressione che utilizzi è senza significato, o meglio non informa di nulla, da quell'espressione non so nemmeno se i libri esistono, pensa un po'... E oltretutto illude un lettore poco accorto di possedere un contenuto che vada oltre la tautologia.
Ci vuole altro, bisogna 'atterrare' e dire le cose con chiarezza e onestà intellettuale. Scrivere deve far crescere il lettore, portargli strumenti, renderlo critico. Le parole devono essere 'utili'. Bisogna ficcarselo in testa. Onestà, rispetto per il lettore, qualità delle proposte, radicalità. Bisogna finirla coi minuetti di parole.
Mi dispiace non riuscire a comunicare quello che volevo comunicare. Limite mio. Posso solo dire che pensavo a Spinoza che non separa visione scientifica e spirituale.
Pubblicato da: andrea barbieri - 12.11.07 10:28
Andrea, se tu prendi una proposizione che che la comunità scientifica ritiene decentemente verificata (questa è una "verità scientifica") e la "leggi come il racconto di tutto quello che c'è", stai facendo qualcosa che con l'attività scientifica non c'entra nulla, tutt'altro: sei proprio dentro al pensiero magico.
Abbiamo bisogno di piegare il discorso scientifico a un nostro bisogno di pensiero magico? A me pare di no.
Poi, Andrea, prova a spiegare che cosa c'entrano l'onestà intellettuale e il rispetto per il lettore.
Pubblicato da: giuliomozzi - 12.11.07 11:32
Ho letto l'intervista fatta ad Antonio Moresco
sul primo numero (su carta) del Primo amore.
Moresco racconta come sta lavorando alla terza parte
dei Canti del Caos.
Dice che per esempio ha passato una giornata
"intervistando" un account di un'agenzia pubblicitaria.
Che questo gli ha spiegato molte cose.
Ma che ancora non bastano. Bisogna scavare più a fondo.
Andare al nucleo delle "dinamiche".
Mi pare davvero una bella sfida intellettuale
questo tentativo di scendere nelle pieghe
più abissali delle cose, affilando al massimo
le metafore, generando immagini
inedite (e "inaudite", ovvero mai sentite),
vertigini logiche da urlo.
Ma non so quanto questa pratica avvicini
(o piuttosto allontani, portando le pagine su un'orbita
tutta cerebrale e in fondo "personale" dell'autore) all'obiettivo:
entrare nelle pieghe del nostro caotico, spesso
maleodorante, certamente minaccioso contemporaneo
occidentale.
Il dubbio mi monta quando assisto per esempio a una qualsiasi
puntata di Report: le dichiarazioni livide che questi giornalisti riescono a "strappare"
ai "torchiati", gli sguardi di paura adulta o
di rabbia che zoomano in primo piano, le connessioni di ipotesi che avviano,
allargano, poi stringono e infine chiudono (nello spazio di un servizio da 15 minuti
che però ha richiesto mesi) in anelli che stringono lo stomaco
dello spettatore e che spesso lasciano a lui la risposta.
Insomma tutto ciò certe volte mi sembra che abbia un potere
di carotaggio assai più incisivo dei tentativi letterari
di "andare a fondo", che invece mi pare tendano a schizzare in alto,
nella sfera del pensiero che si pensa.
Pubblicato da: Marco - 12.11.07 11:33
GiusCo, mi dispiace essere io a darti questa notizia, ma Vonnegut è morto.
Pubblicato da: anansi e le banane - 12.11.07 16:44
Giulio, quando Osamu Tezuka trae ispirazione per la sua immensa arte dall'entomologia, ossia da 'proposizioni che che la comunità scientifica ritiene decentemente verificata' non piega affatto il discorso scientifico al pensiero magico.
Nemmeno Einstein quando sostiene che 'Dio non gioca a dadi'.
Nemmeno Spinoza che vede Dio nelle leggi della natura (e ispira un'idea di Dio a Einstein).
Come la mettiamo, vogliamo cominciare a dare al lettore una certa prospettiva o continuiamo a scrivere pensieri da portasigarette?
Pubblicato da: andrea barbieri - 12.11.07 19:20
Marco anche a me Report fa quell'impressione, però a pensarci è soltanto perché chi fa arte si accontenta, fa arte 'prudente'. Invece mettiamo che tu sei - chessò - Francis Bacon, ecco che le tue immagini si giustificano davanti a tutto, anche a chi rischia col giornalismo d'inchiesta. Perché sei arrivato a dire qualcosa che un racconto della 'realtà' non può dire.
Pubblicato da: andrea barbieri - 12.11.07 19:28
Deleuze, nell'intervista filmata edita da Derive approdi, fa un parallello tra la teoria della relatività e alcune immagini pittoriche. Una certa visione scientifica trovava il suo 'percetto' e il suo 'affetto'. ecco crollare miseramente la separazione tra discorso scientifico e altri discorsi.
Allora perché a me lettore si propone di misurarmi con - che so - La fidanzata automatica di Ferraris, libro semplificatorio che butta al vento cose importanti della filosofia, e non mi si propone invece di misurarmi per esempio con Deleuze. Io stracazzo di lettore ignorante ho l'ambizione di misurarmi con i migliori. Se sono il lettore del terzo millennio, non necessariamente desidero roba semplificata, pillole, scemenze. La cultura mi permette di avere il meglio con la stessa spesa del peggio (un libro di Deleuze costa come un libro di Dan Brown), quindi voglio il meglio. Voglio pensieri complessi e onestà intellettuale. Voglio coraggio, gente che dedica la vita alla cultura. Voglio radicalità.
Quando cominciamo?
Pubblicato da: andrea barbieri - 12.11.07 19:54
Andrea, vedo che insisti a capire fischi per fiaschi. Cosa che sei liberissimo di fare.
Pubblicato da: giuliomozzi - 13.11.07 08:13
Giulio, figurati se sono immune da 'beccanotti e castronerie', però in questo caso credo di aver capito quello che dici sul pensiero magico, anche perché è abbastanza elementare. Tu fai come due grandi categorie, da una parte il mondo 'magico' con le sue leggi inverificabili; dall'altra quello scientifico con le sue leggi più o meno verificabili (non tutte, alcune cose cadono negli 'esperimenti mentali').
Tu dici che se leggo una descrizione scientifica della realtà, quello che leggo è nient'altro che una descrizione scientifica della realtà. Ovvio, quasi una tautologia (sembra ma non lo è, perché è possibile interpretarla dandole un senso sostanziale). A me pare che il tuo discorso si fermi qui.
Io sono d'accordissimo su questo. Ma sento il bisogno di continuare chiedendomi: dentro di me che succede nell'apprendere verità scientifiche che scoperchiano la mia visione ordinaria delle cose?
Accadono forse un po' di 'affetti': paura stupore meraviglia eccetera, che può darsi riesca a cucire in un senso dell'esistenza emotivo e intuitivo. Non sono naturalmente affetti che stanno dentro le proposizioni scientifiche, stanno piuttosto dentro di me, costruiscono il mio 'sogno'. E' possibile tenerli separati dalla descrizione scientifica, dalla ragione? Certamente, e anzi è un dovere quando ci si muove nell'ambito della ragione. E' sempre utile tenerli separati? No, non credo. C'è anche bisogno di esprimere il 'sogno', allora bisogna ritornare al punto che precede la separazione. Tutto un mio punto di vista, certamente, però penso di poterlo condividere con qualcuno.
Poi c'è il discorso su ciò che viene proposto al lettore, e ribadisco: noi lettori vogliamo il meglio, voi editori e intellettuali dovete darci il meglio che sapete.
Pubblicato da: andrea barbieri - 13.11.07 10:12




