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01.10.07
Quando l'editoria diventa industria (1837-1847)
di Charles Dickens
[Dalla prefazione alla prima edizione in volume del Circolo Pickwick, 1837].
Intento dell’autore con quest’opera è stato quello di proporre al lettore una successione ininterrotta di personaggi e avventure, di dipingerli con i colori più brillanti della sua tavolozza, di renderli nello stesso tempo vivi e divertenti. […]
Accettando, nel momento di accingersi all’impresa, il giudizio di altri [l’editore, come si spiega poi], egli ricorse alla finzione del club, indicatagli come la più adatta allo scopo ma, accorgendosi che l’espediente lo intralciava invece di facilitarlo, via via lo abbandonò convinto che non fosse importante, ai fini dell’opera, garantire al Circolo una sua epica giustizia.
La pubblicazione in puntate mensili, di sole trentadue pagine l’una, imponeva che fra i diversi episodi ci fosse, da un lato, un filo conduttore in modo da non farli apparire slegati o assurdi e, dall’altro, che la concezione generale fosse abbastanza semplice da non venire compromessa da una modalità di pubblicazione frammentaria e protratta per non meno di venti mesi. In breve era necessario – almeno così parve all’autore – che ogni puntata fosse, in certo modo, conclusa, e che d’altra parte tutti i venti numeri, una volta riuniti, formassero un insieme armonioso, dove da un’avventura si passasse con naturalezza all’altra.
E’ ovvio che da un’opera pubblicata in modo da rispondere a queste esigenze non ci si possa aspettare una trama ingegnosa e intessuta con arte. L’autore si azzarda a esprimere la speranza di essere riuscito a superare queste difficoltà. E se qualcuno obietta che Il Circolo Pickwick è soltanto una successione di episodi dove la scena muta di continuo e i personaggi vanno e vengono come fanno gli uomini e le donne nella vita reale, l’autore si riterrà soddisfatto pensando che proprio tali i suoi personaggi aspirano a essere e che la stessa obiezione si può rivolgere alle opere di alcuni fra i maggiori romanzieri in lingua inglese.
Le pagine che seguono sono state scritte a intervalli così come si presentava l’occasione. […]
Spetta all’autore delle illustrazioni precisare che l’intervallo fra la realizzazione del testo di ciascuna puntata e la sua stampa fu così breve che per la maggior parte le tavole vennero eseguite dall’artista in base a una semplice descrizione fatta verbalmente dall’autore su quanto intendeva scrivere. […]
[Dalla prefazione all’edizione economica, 1947]
[…] Nel corso di questi dodici anni [dalla pubblicazione dell’opera in prima edizione] ho letto vari resoconti su come nacquero le pagine del Circolo Pickwick, e almeno per me hanno tutti il fascino della novità assoluta. […] Ero un giovanotto di ventitré anni quando gli editori [Chapman & Hall], incuriositi da alcuni pezzi che all’epoca scrivevo per il giornale Morning Chronicle […] mi interpellarono per propormi un qualcosa da pubblicare a fascicoli – prezzo di ogni dispensa: uno scellino. All’epoca la cosa evocava in me e in tutti, credo, l’oscura indistinta immagine di certi interminabili romanzi che, circa venticinque anni fa, venivano distribuiti in provincia dai venditori ambulanti e su alcuni dei quali rammento di aver versato copiose lacrime prima di cimentarmi nel tirocinio della vita. […]
Il progetto era che io dovessi scrivere mensilmente un qualcosa che facesse da corredo a certe tavole che sarebbero state realizzate da Mr Seymour. L’idea […] era di introdurre le illustrazioni imperniandole su un club chiamato Nimrod, i membri del quale, andando in giro a caccia, a pesca e così via, si mettevano nei guai per mancanza di destrezza. Valutando la proposta, obiettai […] che l’idea non era originale, anzi era stata molto sfruttata, che sarebbe stato meglio se le tavole fossero spontaneamente scaturite dal testo, che avrei preferito assecondare la mia vena e spaziare più liberamente nel mondo e nella società inglese, e che avrei finito, temevo, in ogni caso per fare così, qualunque fosse stata la linea di partenza. Accettata che fu questa impostazione, pensai a Mr Pickwick e scrissi il primo numero. […]
L’improvvisa morte del compianto Mr Seymour, prima del secondo fascicolo, ci indusse a prendere una decisione improvvisa in relazione a un punto già dibattuto: il numero delle pagine delle dispense salì a trentadue [il primo era di ventiquattro] con due tavole e tale rimase fino alla fine. I miei amici dissero che si trattava di una forma di pubblicazione di qualità scadente e poco remunerativa che avrebbe distrutto le mie speranze nascenti: quanto ragione avessero oggi tutti sono in grado di giudicare. [*]
[…] E’ stato osservato che c’è un deciso mutamento nel carattere di Mr Pickwick, via via che la narrazione procede, e il protagonista che si fa personaggio migliore e più saggio. Non penso che i miei lettori considereranno forzato e innaturale il mutamento, se si soffermeranno a riflettere che, nella vita vera, le bizzarrie e la peculiarità di un uomo un po’ stravagante sono quelle che più ci colpiscono di primo acchito e che, soltanto quando lo conosciamo meglio, cominciamo a guardare al di sotto dei tratti superficiali e a capire il lato più bello della sua natura. […]
[Da: Charles Dickens, Il Circolo Pickwick, traduzione di Gianna Lonza, Introduzione di Piergiorgio Bellocchio, Garzanti 2001].
[*] L'edizione in fascicoli del Circolo Pickwick "raggiunse presto l'eccezionale tiratura di quarantamila copie" (Bellocchio, nell'Introduzione). "L'autore, divenuto a un tratto celebre, non perdette mai più il suo ascendente. Il mondo non si saziava di leggere i suoi libri" (Arnold Hauser, Soria sociale dell'arte, citato da Bellocchio)
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 01.10.07 12:02
Interventi
Potrei sbagliarmi, ma mi pare che Giulio stia proponendo materiali per spingerci a riflettere su come la promozione dei libri sia sempre esistita, adattandosi alle potenzialità del momento, se non addirittura, piegandole in modo che la qualità (del libro) non ne venisse inficiata.
E certo in questo senso "Il circolo Pickwick" rappresenta un caso imprescindibile. Nel 1837, Dickens aveva appena 25 anni e con la pubblicazione a puntate del suo primo romanzo, come dice Ludovico Terzi nella prefazione dell'edizione Adelphi: "Dickens non si limita a crearsi un pubblico, ma riesce praticamente a raccogliere tutto il pubblico disponibile in quel momento per uno scrittore".
Chiediamoci allora:
Per il fatto che Charles Dickens abbia accettato una consuetudine dell'epoca (l'uscita a puntate), non rivendicando l'integralità della letteratura (anche se fu celebre la disputa con Seymour sull'autonomia della sua scrittura rispetto alle illustrazioni) e visto il successo commerciale raggiunto, può essere messa in discussione la validità de "Il circolo Pickiwick"? Fu insomma soltanto una sporca e bieca "operazione commerciale" o c'era dell'altro?
E c'è differenza tra un caso come questo di Dickens e uno invece dei nostri giorni?
E se c'è, e se ha a che fare con la "qualità", perché essa oggi non pare essere più necessaria?
Se Dickens, come ci ha ricordato Ludovico Terzi, ha attinto da tutto il pubblico disponibile all'epoca, la soluzione è forse che oggi il mercato dei libri punta indistintamente a tutti e per fare questo, ha la necessità di appiattire tutto?
Voglio dire, chi era davvero il pubblico degli anni di Dickens?
Quando si parla di letteratura "popolare", di quale fascia di "popolo" si sta parlando?
Pubblicato da: Gianluca Minotti - 01.10.07 15:36
Farei piuttosto un'altra domanda. Ci rendiamo conto di quanto i modi della pubblicazione influiscono sulla forma di un'opera?
Pubblicato da: giuliomozzi - 01.10.07 16:04
Forse istintivamente fatichiamo a rendercene conto, perché serbiamo (quasi per automatismo, senza vera consapevolezza) un'idea dell'opera come puro frutto dell'interiorità dell'autore, non compromessa con i mezzi attraverso i quali essa è fruita, né coi destinatari per cui essa è pensata. Però faremmo bene a emanciparci da quest'idea, che è un (secondo me, pessimo) lascito del Romanticismo, e mi pare abbia fatto già abbastanza danni.
Pubblicato da: davide l. malesi - 01.10.07 16:29
Sì, giusto: la tua è un'ottima domanda.
Però in questo caso, seppure "Il circolo Pickick" - soprattutto per la sua struttura a capitoli "chiusi" - è figlio dei modi della pubblicazione, è pur vero che funziona anche oggi, presentato in un libro unico.
E inoltre, in questo primo romanzo, era già presente, da un punto di vista tematico e contenutistico, quasi tutto il Dickens futuro. Chesterton parlerà a proposito di "visione prenatale di tutte le sue successive creature letterarie".
Voglio dire che se è vero che a volte i modi della pubblicazione influiscono sulla forma di un'opera, non ne deriva come conseguenza che l'opera debba essere per forza subalterna ai modi della pubblicazione.
L'importante è che il rapporto tra "modi di pubblicazione" e "forma di un'opera" sia virtuoso.
Pubblicato da: Gianluca Minotti - 01.10.07 16:47
Di solito Chesterton dice cose interessanti.
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 01.10.07 17:20
Vorrei anch'io proporre una domanda: ci rendiamo conto di quanto i modi della pubblicazione NON influiscono sulla forma di un'opera?
Infatti la collana Ignaz di Coconino - volumi di 32 pagine (ovviamente, un multiplo di sedici...)- porta a progetti narrativi assolutamente diversi: storie autoconclusive sul singolo volume, racconti medi e lunghi su alcuni volumi, lunghissimi romanzi; finzione o diario, genere e non genere (sempre che queste parole abbiano un senso, e personalmente ne dubito).
Dunque, se i modi della pubblicazione fossero davvero invasivi, la moltitudine di autori Ignaz si atterrebbe a un solo tipo di narrazione. Non è così per fortuna.
Pubblicato da: andrea barbieri - 02.10.07 01:42
Quanto detto da Davide L. Malesi il 1° ottobre alle 16:29 mi sembra condivisibile. L'interiorità di uno scrittore, generalmente e per quanto ricca possa essere, non è interessante come le storie che è in grado di inventare. A meno, forse, che il lettore sia uno psicologo, e considerando che anche la psicologia utilizza le storie.
D'altra parte vedo come si pongono i miei nipoti nei miei confronti quando racconto loro una storia: della mia interiorità gli interessa meno di zero, sono concentrati sulla storia ed è su quella che fanno domande, quando ne fanno.
Ma forse parlo così perché ho una formazione giornalistica. Secondo i dettami del giornalismo ortodosso il giornalista deve sparire dai propri articoli per lasciare spazio alla notizia, che è la cosa interessante per il lettore. E allora forse non è un caso che ci si ricorda ancora con piacere di romanzi apparsi originariamente in appendice ai giornali, con i tempi e i modi suggeriti dalla forma giornale più che dalla forma libro.
Guido Tedoldi
Pubblicato da: Guido Tedoldi - 02.10.07 02:30
Non so se esistano ancora in giro per il mondo riviste o giornali che pubblichino romanzi a puntate. Però la faccenda mi ha fatto venire in mente la pubblicazione di romanzi che qualche anno fa accompagnava l'uscita di quotidiani come il Corsera e la Repubblica. Si è trattato di un'operazione tutta diversa, ovviamente: il libro offerto ad un prezzo speciale era già un'opera compiuta. Ora mi domando se chi l'avviò non abbia avuto in mente la vecchia tradizione, rinnovandola in chiave moderna.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 02.10.07 08:17
La domanda di Andrea Barbieri: "Ci rendiamo conto di quanto i modi della pubblicazione NON influiscono sulla forma di un'opera" è identica alla mia domanda: "Ci rendiamo conto di quanto i modi della pubblicazione influiscono sulla forma di un'opera?".
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.10.07 09:54
@Bartolomeo, sì, esistono riviste che pubblicano romanzi a puntate. L'ha fatto ad esempio "Playboy" ("Il falò delle vanità" di Tom Wolfe è uscito a puntate lì prima di diventare libro rilegato). Lo ha fatto l'EQMM ("Ellery Queen's Mystery Magazine"). Lo ha fatto lo IASFM ("Isaac Asimov Science Fiction Magazine"), che per un certo periodo è uscito anche in versione italiana, diretto (mi pare) da Mirko Tavosanis. Lo hanno fatto "GQ" e altri magazine patinati(nella loro versione USA; le redazioni italiane di queste testate non mi risulta abbiano mai fatta propria una siffatta politica).
Pubblicato da: davide l. malesi - 02.10.07 10:00
mi pare quest'estate La Stampa di Torino abbbia fatto un'operazione simile. Con un "giallo" di Vichi.
d.
Pubblicato da: demetrio - 02.10.07 10:07
Lo ha fatto anche un altro quotidiano ("Il Messaggero", mi pare) col romanzo "Scia di fuoco" di Bernard Cornwell, illustrato da Vittorio Giardino. Però in Italia si tratta di casi episodici; non ho memoria di un giornale o di una rivista che ne abbia fatta una vera e propria politica, se non lo IASFM (ma si trattava dello spinoff di una rivista edita deli Stati Uniti). Ricordo che da ragazzino (otto, nove anni) leggevo "L'illustrazione dei piccoli" che aveva l'abitudine di pubblicare short stories o estratti di romanzi di autori come Buzzati, Asimov, Calvino, Borges; però non mi pare che pubblicasse romanzi a puntate interi.
Pubblicato da: davide l. malesi - 02.10.07 11:05
Davide, la IASFM la dirigeva Brolli, se non ricordo male. Che gran rivista.
Pubblicato da: Parossista Indifferente - 02.10.07 16:34
Grazie Davide.
Quand'ero piccolo e abitavo in città, molte sere d'inverno saliva da noi una ragazza del piano di sotto, Ida, con sua madre. Ci leggeva le storie a puntate pubblicate da Grand Hotel, la rivista popolare che non so più se esista ancora. Stavamo intorno al fuoco della cucina economica (così si chiamava), suggestionati da quei racconti, muti, attenti. Ne ho bei ricordi.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 02.10.07 17:41
Quali sono, secondo voi, le cause di questa decaduta consuetudine sui giornali italiani di grande diffusione (quotidiani ma non solo) di proporre ai propri lettori uno spazio o rubrica di letteratura pura e schietta? Davvero solo il limitato interesse dei pochissimi lettori di quell'ipotetico spazio?
Davvero solo il fatto che quello spazio è occupato dalla ben più redditizia coppia Chiappe&Cellulare?
Pubblicato da: stefano calosso - 02.10.07 17:48
giriamo la riflessione.
io sono un editore A e mi metto d'accordo con il giornale B di pubblicare a puntate l'anticipazione del romanzo dell'autore C.
questa operazione mi porta o meno delle copie in più? (potremmo chiamarlo "risultato" materiale)
questa operazione mi porta ad avere un maggiore credito come editore che mette in campo un'operazione di un certo peso intellettuale? ("risultato" immateriale)
forse se rispondiamo a queste domande, rispondiamo anche al perché i giornali non pubblicano più romanzi a puntate.
forse.
d.
Pubblicato da: demetrio - 02.10.07 18:00
Possibile che i romanzi a puntate siano stati uccisi dalle soap? (già colpevoli, assieme alla fiction di prima serata, di avere ucciso il grande sceneggiato?)
Giusto per motivare l'affermazione: il romanzo a puntate era un metodo per fidelizzare il lettore alla rivista; il lettore - o la lettrice - come nel caso di Grand Hotel, rivista indirizzata soprattutto a un pubblico di casalinghe più o meno disperate - aveva anche ampi tempi morti da far trascorrere; la TV italiana, sin quasi alla fine degli anni '70, aveva solo due canali, apriva le trasmissioni alle 12, le chiudeva alle 14, riapriva alle 17 - con la tv dei ragazzi -, poi, sul tardi, ma non tanto, l'antennone.
Oggi la tv macina programmi a ciclo continuo, molti scrittori si sono convertiti in sceneggiatori e dialoghisti. E il romanzo a puntate s'è estinto per calo di interesse, mentre il gossip cartaceo vende molto di più.
Pubblicato da: mauro - 03.10.07 08:53
Mannaggia, m'è partito un invio.
Continuando.
Si potrebbe ipotizzare, dunque, che una "editoria che diventa industria" non sia altro che un sottoinsieme della più grande categoria dell'industria dell'intrattenimento popolare. La quale, cambiati metodi e forme, continua a fatturare bene, a giudicare dal proliferare di nuove soap e pessime fiction.
Pubblicato da: mauro - 03.10.07 09:00
Giovanotti,
voi sfondate una porta sbrindellata!
Da quanti anni il sottoscritto bello ripete le stesse cose?
E ora ve ne uscite con questa aria fritta, credendo di aver scoperto l’acqua calda!
E no! Non ci sto! Per Diana!
E se non fosse stato per il Cavaliere, chi avrebbe dato respiro a questa putrida e agonizzante letteratura italica?
Pensate forse che un Glauco Longhi si palesi spontaneamente, solo per la vostra bella faccia?
E no, giovanotti, e no!
E’ solo grazie al certosino lavoro di ricerca e di studio infaticabile che la STACCHIA EDIZIONI sforna sempre nuovi talenti che, lungi dall’essere cantori di angusti androni e puzzolenti panni stesi, sanno parlare al mondo intiero con un afflato di UNIVERSALITA’!
E che dire del ritrovamento delle profezie del PATERNOSTER? http://edizionistacchia.splinder.com/tag/paternoster
Ah giovanotti! Quanto ancora avete da imparare!!!
Cordialmente,
Cav. Marcello Stacchia
Pubblicato da: Cav. Marcello Stacchia - 03.10.07 10:25
L'editoria di oggi svolte il ruolo di intrattenitrice, esattamente come la televisione. O meglio: "preferiamo un cittadino che la sera crede di capirne di più, dandosi alle lettere".
Pubblicato da: medo - 03.10.07 14:39
@ Giulio Mozzi
Non riesco a capire perché scrivi che abbiamo fatto la stessa domanda.
Tu chiedi 'quanto' presupponendo un grado di influenza dei modi di pubblicazione sull'opera. Così però pare che l'artista non sia autonomo, che in parte il suo lavoro venga eterodiretto da altri - e magari questi altri sono guidati più che da ragioni espressive, dal guadagno.
Invece io penso che un artista sia sempre libero di inventare, anche all'interno di un modo di pubblicazione, e aggiungo, anche in un lavoro su commissione che sia vincolato a qualche contenuto. Questa è l'idea che rispecchiava la mia domanda con il 'non' in evidenza, per me non può esserci influenza, chiedevo se qui lo avessero capito. Come dire: non c'è determinazione imposta a un artista che non possa essere superata dalla sua propria capacità di invenzione, dalle sue proprie ragioni espressive. Faccio altri due esempi.
Spesso sento dire, per sostenere le ragioni di un'arte piegata all'economia, che i pittori antichi erano vincolati a riprodurre certe figure (a volte le facce dei committenti), temi ecc. Vero, e allora? Quando l'artista era grande, firmava un capitolato sul contenuto dell'opera, poi inventava qualcosa per mettere sottosopra la storia dell'arte. Il grande libro di Grünewald per esempio.
Torniamo alla letteratura. Qualche anno fa uscì un libro tuo insieme a Voltolini, Sotto i cieli d'Italia. Erano quasi tutti testi scritti su commissione. Beh, ho visto pochi libri che contenessero una così grande varietà di invenzioni narrative. Un libro oltre che molto bello, utilissimo per chi vuole imparare a scrivere.
Pubblicato da: andrea barbieri - 04.10.07 09:33
Andrea, "Sotto i cieli d'Italia" contiene appunto testi scritti su commissione: cioè testi che, senza la commissione, non sarebbero stati scritti. Mi pare un buon esempio di come l'attività di un artista venga influenzata ad esempio dalle occasioni di lavoro e di pubblicazione.
Le due domande sono la stessa domanda. Difronte a una bottiglia, A si domanda se è piena, B si domanda se è vuota. Non si fanno forse la stessa domanda?
Poi ti faccio notare che mi attribuisci delle opinioni che non ho. Mi spiego.
Scrivi: "Tu chiedi 'quanto' presupponendo un grado di influenza dei modi di pubblicazione sull'opera". No: io non presuppongo questo. Io faccio l'ipotesi che i modi di pubblicazione influenzino la produzione dell'opera. L'ipotesi va verificata, e potrebbe risultare sbagliata.
Scrivi: "Così però pare che l'artista non sia autonomo". Prima andiamo a controllare l'ipotesi di cui sopra (riguarda l'opera, non l'artista), e poi - eventualmente - ci domanderemo se l'artista sia autonomo o no.
Scrivi: "che in parte il suo lavoro venga eterodiretto da altri". Le prefazioni di Dickens che ho qui pubblicate raccontano appunto come Dickens, nel corso stesso della stesura dell'opera, si sia sottratto all'eterodirezione per approdare a una libera creazione.
Scrivi: "e magari questi altri sono guidati più che da ragioni espressive, dal guadagno". Questo proprio no. Gli "altri" possono avere le motivazioni più svariate: anche motivazioni a loro volta artistiche.
Quando scrivi: "io penso che un artista sia sempre libero di inventare, anche all'interno di un modo di pubblicazione, e aggiungo, anche in un lavoro su commissione che sia vincolato a qualche contenuto", scrivi ciò che anch'io penso. Ma se un'invenzione avviene "all'interno" di un modo di pubblicazione, se un lavoro è "vincolato a qualche contenuto", potrò interessarmi a come questa "internità", questi "vincoli" si intreccino con la libera creazione dell'artista, a come l'artista li adoperi, li accetti, li neghi, li aggiri - e anche li subisca, se càpita.
A scanso di equivoci. Io, quando dico "artista" o "scrittore", intendo colui che fa cose ritenute opere d'arte o opere letterarie. Un artista che fa pessime opere è comunque, secondo quest'uso della parola, un artista. Mi pare che tu, Andre, invece adoperi la parola "artista" per indicare il "vero artista".
Pubblicato da: giuliomozzi - 04.10.07 13:00
Giulio, sono contento che anche secondo te un artista può superare qualsiasi determinazione del modo di produzione attraverso la propria invenzione. Benissimo.
La cosa su cui resta - mi pare - differenza tra me e te è però sul peso della cosa.
Per me non è questione di bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Per me è fondamentale che questa idea condivisa sia ribadita molto chiaramente, perché c'è un risvolto psicologico: l'idea che un artista sia 'influenzabile' da questo e quello, può legittimare certi comportamenti concreti di resa.
Invece dobbiamo dire, gridare: artisti non avete scuse, anche quando l'industria impone un 'formato' alle opere, il vostro compito di artisti è superarlo con l'invenzione.
Dire questo porta una conseguenza importante: se proprio non è dato superare l'ingiunzione di formattare l'opera, bisogna continuare per un'altra strada.
Pubblicato da: andrea barbieri - 04.10.07 17:55
A me, invece, Andrea, oggi come oggi, interessa capire in che modo gli attori del campo artistico-letterario influenzano il lavoro degli artisti, la loro "carriera", le loro possibilità di scelta eccetera.
Non mi interessa dire all'artista: "Non hai scuse". Mi interessa rafforzarlo.
Pubblicato da: giuliomozzi - 05.10.07 08:43
Ma Giulio, ci sono anche fattori psicologici che non dipendono ragionevolmente dallo stato delle cose. Parlo per esempio di sudditanza, o in generale di filtri davanti agli occhi che fanno vedere tutto in un certo modo.
Esempio. Tempo fa Scarpa intervistato a radio3 dice che sta scrivendo tre testi teatrali. L'intervistatore chiede automaticamente dove saranno rappresentati. Scarpa stupito risponde che non lo sa, che non li ha scritti su commissione, che non è necessario scrivere testi teatrali su commissione.
In quel momento a me pare veniva ribadito un principio naturale che è quello della ricerca espressiva slegata da un progetto economico (assolutamente praticabile poi in relazione a un testo teatrale). Ribadirlo agisce su chi lo ha scordato per pigrizia.
Esempio due. Quei ragazzi che ti chiedevano come scrivere libri che piacessero agli editori (se ricordo bene era un incontro pubblico)... Ecco, anche lì, occorrevano parole per 'svegliarli', perché quelli sono ragazzi, non sono dentro nessuna macchina produttiva, non hanno nessun obbligo di piegarsi, possono vivere di altro e scrivere liberamente (ma per un giornalista sarebbe diverso).
Insomma mi sembra che tanti 'fantasmi' possono essere scacciati con le parole giuste e che lo scrittore poi ne resti - uso la tua parola - 'rafforzato'.
Pubblicato da: andrea barbieri - 05.10.07 09:56
Andrea, ci sono certo dei "rafforzamenti" che si possono fare mettendo fuori "le parole giuste".
Quello che a me interessa, è fare delle azioni positive.
Pubblicato da: giuliomozzi - 05.10.07 16:12
Chiunque ha "fatto" arte (a qualsiasi livello) può confermare che esiste una piacevole corrispondenza biunivoca fra mezzi di espressione e l'invenzione che l'artista costruisce. E' un concetto che inoltre, travalica i confini dell'arte per estendersi a qualsiasi attività umana. La realizzazione di un oggetto si svolge attraverso la sintesi fra limitazioni d'uso, tecnologia disponibile e fantasia personale, giusto per citare i tre ingredienti principali.
Personalmente non ho mai considerato negativo il fatto di dovermi porre difronte a problemi o limitazioni nel mio fare, fosse in campo artistico, come in campo più direttamente "pagnottesco". I problemi o i limiti, vanno accettati come sfide positive. La libertà dell'artista ( e dell'uomo) consiste proprio nel poter accettare e eventualmente superare queste sfide. Se poi un limite genera un ambiente nel quale la propria idea non trova il corretto sviluppo, c'è sempre la libertà di cercare un'altra strada.
Un'ultima considerazione più generale sulla condizione umana mi porta a dire che l'essenza stessa delle donne e degli uomini sta nei limiti che continuamente costruiscono il nostro contorno e ci danno esistenza: non riesco a immaginare infatti una persona senza limiti o un espressione senza mezzo o un oggetto senza materia.
Chiedo scusa per i refusi ma non ho tempo di rileggere
Pubblicato da: mimmo - 12.10.07 08:52





