« Una domanda | Main | Per ricordare Lorenzo Tomatis »
22.09.07
Una vita dannata (1991)
di Giulio Einaudi
Da: Severino Cesari, Colloquio con Giulio Einaudi, prima edizione Theoria 1991, nuova edizione Einaudi Tascabili 2007 (p. 204 di quest'ultima).
E' stato faticosissimo far funzionare una casa editrice con un fatturato di decine di miliardi e un capitale inadeguato, con un indebitamento eccessivo con le banche. Finché i tassi erano bassi, li pagavi con l'utile. Quando sono diventati altissimi il debito con le banche è diventato una schiavitù. Dovevi aumentare il debito per pagare una parte degli interessi, ma anche quando gli utili erano sufficienti a pagare gli interessi, era ugualmente faticoso perché, per estinguere un debito, prima dovevi accenderne un altro. Era una vita dannata, e quando ti arrivavano autori; c'è di là Montale che vuole stringerti la mano, come faccio? Tra un'ora devo pagare una cambiale da un miliardo che mi scade, e aspetto una telefonata, che mi dirà sì o no, e non posso perdere la telefonata perché son lì a stringere la mano a Montale.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 22.09.07 11:26
Interventi
Qualcuno li chiama sogni, qualcun altro le chiama bolle di sapone.
Pubblicato da: pulce - 22.09.07 17:26
Questo è l'aspetto - dell'imprenditore - che nessuno vuole mai vedere.
Blackjack.
Pubblicato da: Blackjack - 22.09.07 19:40
Non ci sono vie di mezzo per un imprenditore arrivato a certi livelli, a prescindere dagli affari che tratti. Se non molla, è obbligato ad arricchirsi sempre di più o fallisce.
Pubblicato da: felice muolo - 23.09.07 12:20
Molto pragmatico, Einaudi. E anche concreto, meglio risolvere la grana della cambiale piuttosto di conoscere il poeta del momento.
Pubblicato da: matteo - 23.09.07 18:30
è più facile imprendere che indare, comunque.
saluti,
rs
Pubblicato da: ruggero solmi - 23.09.07 23:34
Considerando che comunque è fallito, che la casa editrice è stata assorbita da un altro gruppo il quale se l' è comprato Berlusconi (che di mani trova il tempo di stringerne anche troppe), forse stringere la mano di Montale non gli avrebbe fatto male. E poi: non ce l'aveva una segretaria? Alla peggio, mentre spendeva un'ora per stringere la mano a Montale, quella poteva avvicinarsi discretamente, sussurrargli all'orecchio che c'era la banca in linea e lui avrebbe potuto dire: "Scusa Eugenio, è stato bello rivederti, ma devo scappare, una telefonata improrogabile..."
E Montale, forse anche un po' seccato, ma rispettoso del suo editore avrebbe sorriso e sussurrato, ironico: "Cosa posso dirti? Ciò che non siamo... ciò che non vogliamo... Ciao."
Pubblicato da: ozarzand - 24.09.07 02:36
Be', per risolvere ogni problema sarebbe bastato, a quanto pare, ridurre il fatturato. ['sta storia mi fa venire i mente, non so se a sproposito, le parole del tale che rimproverava agli editori di parlar d'arte quando il discorso erano i soldi, e di soldi quando il tema era l'arte]
Pubblicato da: mauro - 24.09.07 09:43
Sono d'accordo con ozarzand. Nella mia vita ho fatto anche l'imprenditore e so con certezza che le parole di Einaudi sono false. Einaudi fu un grande editore e un pessimo imprenditore. Un imprenditore serio non si mette in condizioni di non sapere se potrà mantenere un impegno oppure no, e se la sfortuna lo mette nei guai si affretta a tirare i remi in barca invece di rilanciare come un giocatore d'azzardo. Pare che anche umanamente Einaudi non fosse gran che (ma forse queste sono maldicenze). Certo, un po' viziatello doveva essere.
Pubblicato da: riccardo ferrazzi - 24.09.07 10:31
Ferrazzi; mi stupisce la tua certezza e mi stupiscono le ipotesi alternative uscite dai commenti: quella della Segretaria fa addirittura tenerezza. Un imprenditore è un giocatore d'azzardo, deve essere un giocatore d'azzardo. Non azzardasse l'azienda imploderebbe, come succede a tanti che hanno 'provato' e si sono arresi.
Se giochi a carte o fai l'imprenditore non puoi 'provare'. Puoi 'provare' a scrivere un libro, o una poesia, o dipingere un quadro, o corteggiare una donna, ma non puoi 'provare' a fare l'imprenditore. O lo fai,fino in fondo, o non lo fai.
Il non essere umano o viziatello fa parte del gioco. Il dato di fatto è che, fallito o no, è stato uno fra i più grandi editori italiani perché ha rischiato. Il resto chiacchiere da salotto.
Blackjack.
Pubblicato da: Blackjack - 24.09.07 11:58
ll Nero Giacomino manifesta una tale idealizzazione della figura dell'imprenditore, che mi sembra più frutto di cattive letture che di buone esperienze.
L'azzardo, nell'impresa (quale che sia), è la strada più breve per il fallimento.
Il bianco mauro
Pubblicato da: whitemauro - 24.09.07 12:10
Mi inchino alla saggezza e alla purezza del bianco. Un buon detersivo e tanta bontà sono la cura ideale; sempre.
L'altra cura ideale, per affossare le Aziende, è togliere l'imprenditore, il rischio e riempirle di contabili e manager bocconiani.
Ma potrei anche avere torto e probabilmente non sono sufficientemente acculturato e ho letto poco e male; non mi pare però di ricordare nessun scrittore o intellettuale, poco adusi al rischio 'proprio' che con quello degli altri ci campano, fra l'elenco degli imprenditori significativi.
Blackjack.
Pubblicato da: Blackjack - 24.09.07 12:47
>> non mi pare però di ricordare nessun scrittore o intellettuale, poco adusi al rischio 'proprio' che con quello degli altri ci campano, fra l'elenco degli imprenditori significativi.
La soluzione c'è: mettiamo tutti gli artisti a fare gli imprenditori, e tutti gli imprenditori a fare gli artisti. Sai che sballo!
[Anche se credo ne verrebbe fuori un Baricco]
Pubblicato da: mauro - 24.09.07 14:44
Quasi dimenticavo il nick
F.to il bianco mauro
Pubblicato da: whitemauro - 24.09.07 14:46
Un intellettuale-imprenditore: Raffaele Mattioli.
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.09.07 15:39
@White: potrebbe essere un'idea quella di invertire i ruoli e questa volta sono d'accordo: ci sarebbe da divertirsi. Per cosa non mi è chiaro, ma ci si divertirebbe sicuramente.
@Mozzi: le mosche bianche esistono, ma Mattioli non è mai stato un imprenditore: ha sempre gestito soldi di altri, mai i suoi. Si chiama Manager o Finanziere o Banchiere, ma non imprenditore.
Blackjack.
Pubblicato da: Blackjack - 24.09.07 16:29
Mattioli ha agito da imprenditore nell'editoria.
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.09.07 17:31
Mozzi: che avesse fatto l'imprenditore nell'editoria non lo sapevo. Lo conosco per le sue attività finanziarie. Con chi ha operato, se si può sapere?
Blackjack.
Pubblicato da: Blackjack - 24.09.07 18:49
einaudi è stato un grandissimo editore. un editore non è un imprenditore come gli altri. o almeno, non lo era.
saluti,
rs
Pubblicato da: ruggero solmi - 24.09.07 21:37
Non conosco la storia societaria, ma Mattioli era l'editore Ricciardi.
Pubblicato da: giuliomozzi - 25.09.07 22:25
Mah! secondo me l'imprenditore è colui che rischia del proprio. Eventualmente, in una società in forma cooperativa, sono tutti imprenditori. Se invece si parla del credito che si può avere presso le banche, dovrebbe essere che maggiore è il capitale di rischio, cioè quello apportato dal titolare e dai soci, e maggiore è la fiducia e quindi il credito ottenibile dalle banche (a questo riguardo si veda Basilea2); invece per le grandi imprese è tutto un giro di consigli di amministrazione e chi le dirige non ci rimette nulla perché i rischi sono ripartiti sui piccoli azionisti.
Poteva fare un calco della stretta di mano di Moravia e portarla in banca per un mutuo.
Pubblicato da: pulce - 27.09.07 17:16
Blackjack non ha tutti i torti: spesso questo è l'aspetto dell'imprenditore che non si vuol vedere. Gestire un'impresa è roba complessa per definizione, tanti pubblici con cui intrattenere/costruire relazioni e badare agli interessi. Dire che non fosse competente, come fa qualcuno qui sopra, quasi come nel caso di Enzo Siciliano e la sua parentesi come Presidente del Cda Rai di qualche anno fa? Non lo so, io non ho familiarità con la storia aziendale Einaudi dal punto di vista tecnico: ignoro le loro scelte strategiche negli anni, la loro politica commerciale di lungo periodo ecc. Ma messa così mi pare un po' troppo riduttiva come posizione.
Stando a un'intervista che V. Cerami rilasciò all'ex-sito Alice.it qualche anno fa, ultimamente all'Einaudi si è iniziato a parlare troppo di marketing, fatturato, obiettivi di vendita, troppo per i suoi gusti. Non si è sentito rispettato in quanto lo consideravano un autore che non vendeva a sufficienza. Per questo è passato a Garzanti.
Pubblicato da: domenico - 04.10.07 14:12
Garzanti, cioè Longanesi+Messaggerie. Se ti senti poco considerato perché non vendi abbastanza, passare a un editore controllato da un distributore mi sembra un colpo di genio.
Riassumendo: se Einaudi va in amministrazione controllata, è perché Giulio Einaudi non è un bravo amministratore. Se in Einaudi arriva un buon amministratore (che giustamente parla di marketing, fatturato, obiettivi di vendita ecc), un autore come Cerami (che ha sempre fatto vita monacale, mica come certi che pur di fare soldi si mettono a scrivere per il cinema ecc.) se ne fa schifato.
Il problema è, per l'appunto, questo. Che il "senso comune" imprigiona chi lavora nell'editoria.
Pubblicato da: giuliomozzi - 04.10.07 15:25
La mia piccola esperienza è questa: qualche anno fa, per un eccesso di pazzia, mandai il mio manoscritto a sei o sette case editrici importanti. Tra queste solo tre mi risposero, dicendomi, com'era ovvio, che il lavoro non rientrava nelle loro linee editoriali. La lettera della Longanesi è quella che mi ha dato maggior soddisfazione, in quanto era scritta molto bene e al di là del valore del mio manoscritto ben considerava me, la mia persona. Mi ha dato con la risposta una bella considerazione come scrittore e come uomo.
Pubblicato da: pulce - 05.10.07 13:06
Se capisco bene quello che Giulio Mozzi dice, il problema è da ricondurre allora alla classica diatriba del settore, e cioè: il libro è solo cultura o va considerato prodotto sul mercato con tutto ciò che ne consegue? Se qui risiede il nòcciolo del problema secondo Mozzi, allora sono d'accordo. E penso che affrontare la questione con eccessi ideologici non risolva nulla.
Mi torna in mente quella lettera di Pasolini in cui rispose ad un lettore marxista che invocava distacco pieno dalla società capitalistico-consumistica: il poeta sepolto a Casarsa gli disse che loro potevano leggere il Capitale di Marx perché stampato da un editore-imprenditore espressione della società capitalistica. Se non ricordo male, la lettera faceva parte della raccolta "Il caos" a cura di Gian Carlo Ferretti. In quelle lettere Pasolini parlava anche di cosa volesse dire per lui essere intellettuali, accennava alla solitudine, ecc.
Ma a parte la digressione... sbaglia chi vuole il libro solo come prodotto "puro", slegato da logiche materiali e distributive; e sbaglia pure chi invece lo considera alla stregua di un pacco di assorbenti e di una confezione di caramelle allo zabaione, cioè merce da scaffale e basta.
Certo, la questione è complicata e non si risolve nello spazio di poche battute, però quel senso comune imprigionante andrebbe analizzato meglio, perché forse è proprio quello che fa fallire sul nascere tante imprese editoriali di piccole dimensioni..
Vi ricordate il caso di Castelvecchi (ora risorta sotto nuove spoglie)?
Pubblicato da: domenico - 05.10.07 14:55
No, Domenico, della "classica diatriba del settore" non m'importa nulla.
Semplicemente, sarei felice se coloro che così spesso pontificano su ciò che l'editoria, la letteratura, e questo e quello, dovrebbero essere, si ricordassero che alla fin fine ci sono anche le tratte, le cambiali, gli interessi bancari e così via.
Pubblicato da: giuliomozzi - 05.10.07 16:38
certo Giulio, ma per raggiungere questo genere di consapevolezza uno ci deve passare un po' di tempo dentro i meccanismi del lavoro editoriale. E nemmeno allora il risultato sarà scontato. Non volevo dare l'impressione che a me interessassero le questioni impostate come classiche diatribe del settore.
Pubblicato da: domenico - 08.10.07 15:17
Per ragioni che ritengo evidenti, Domenico, preferisco che non mi si attribuiscano opinioni che non ho. Tu mi hai attribuita un'opinione che non ho (mi sarò spiegato male io, avrai capito male tu: non importa) e sono intervenuto a precisare che no, a me della "classica diatriba del settore" non m'importa nulla.
Pubblicato da: giuliomozzi - 11.10.07 00:03
ok, Giulio, avrò capito male io. Comunque ti assicuro che il mio commento non era pensato per attribuirti quella opinione; c'è stato semplicemente un incipit sulla base di un'impressione che avevo avuto: poi forse io non gli ho dato la giusta importanza oppure tu gliene hai data troppa! Ad ogni modo, peccato bruciare energie su un problema soltanto apparente!
Ma alla fine il caso di Castelvecchi te lo ricordi o no?
Pubblicato da: domenico - 11.10.07 14:08
Scusa, Domenico, ma se per te è "un problema soltanto apparente" il fatto che a una persona venga attribuita - sia pure en passant - un'opinione che quella persona non ha, allora ti domando: preferisci che, nel discutere con te, io mi rivolga a te come se tu avessi opinioni che effettivamente hai, o come se tu avessi opinioni che non hai? A tuo giudizio, quale dei due modi rende la discussione più semplice, limpida e utile?
A me risulta che Castelvecchi sia andato gambe all'aria per un eccesso di espansione. Troppo brand marketing, troppo pochi prodotti validi. Il miglior prodotto di Castelvecchi è in effetti il suo stesso marchio. Tant'è che l'ha veduto (l'attuale società che gestisce il marchio Castelvecchi non è di Alberto Castelvecchi).
Pubblicato da: giuliomozzi - 12.10.07 09:46
Caspita, Giulio, inizio a sentirmi davvero un po' spiazzato davanti a questa ricerca puntigliosa della polemica da parte tua, davanti al tuo non lasciar scorrere, al tuo non accettare nemmeno il fatto ch'io abbia detto che sì, forse ho capito male io. Eppure, se vai a rileggere i miei primi commenti, c'è scritto inequivocabilmente: "Se capisco bene quello che Giulio Mozzi dice" e "Se qui risiede il nòcciolo del problema secondo Mozzi". Voglio dire: SE (l'ho scritto involontariamente come la casa editrice che aveva proprio questo marchio, SE.. Solo alla libreria Toletta di Venezia si trovavano quei libri un po' iniziatici, un po' di nicchia, in altri casi titoli dal sapore di bufala). Perdona la digressione. Voglio dire: SE. Non c'è scritto "Mozzi dice che" oppure "Mozzi afferma che".
Castelvecchi, a seguire le cronache, era finito in aceto perché s'era "dimenticato" dell'aspetto imprenditoriale del lavoro editoriale, tanto per tornare all'argomento veramente interessante di questa sessione di Vibrisse, da te introdotto riportando pari pari la testimonianza di Einaudi Giulio.
Pubblicato da: domenico - 12.10.07 14:55
Scusate, mi pare che nel lavoro imprenditoriale di un editore rientri anche la scelta dei libri da pubblicare; così come gli oscar Mondadori erano in grande tiratura e diffusione. "Bisogna annusare il formaggio spesso, per sentire quando diventa vecchio" dice un motto del marketing. D'altro canto certi imprenditori illuminati trovano strade nuove o se le costruiscono.
Pubblicato da: carlo64 - 12.10.07 18:16
Domenico, perché mi attribuisci una "ricerca puntigliosa della polemica"? La questione della precisione nel riportare le opinioni e posizioni altrui non mi sembra "un problema soltanto apparente". Tutto qui.
Castelvecchi, per quel che ne so, non si era per niente "dimenticato" dell'aspetto imprenditoriale del lavoro editoriale. Col suo marchio aveva raggiunto un successo notevole; aveva imbroccato alcuni esordi che avevano venduto, se non parecchio, almeno in misura significativa; il suo lavoro era sulla bocca di tutti. A quel punto, aveva bisogno assoluto di due cose:
[a] di pubblicare altri libri degli autori che avevano esordito con lui vendendo in misura significativa. I secondi libri di questi autori uscirono puntualmente presso editori grandi o medi (Nove da Einaudi, ad esempio; Santacroce da Feltrinelli).
[b] capitale non proveniente da banche, ovvero: o autofinanziamento (vedi [a]) o nuovi soci che entrassero nella società con aumento di capitale. Si favoleggiò, a suo tempo, di un "socio tedesco": del quale io, in verità, non seppi mai nulla di preciso.
Un'alternativa interessante poteva essere: vendere baracca e burattini a un editore grande, o almeno medio. La nascita di Stile Libero (in parte dalle ceneri di Theoria [i primi titoli, compreso il Benigni "L'alluce fu" da 200.000 copie, erano stati comperati dalla moribonda Theoria - anche nel tentativo di darle una boccata d'ossigeno]) rese la cosa impossibile (Stile Libero fu, ai suoi inizi, una specie di "Castelvecchi per persone per bene"). E comunque Alberto Castelvecchi non aveva certo voglia di finire "mangiato".
Le vicende successive (le edizioni con marchio Coop ecc. non mi sono invece ben note).
Pubblicato da: giuliomozzi - 13.10.07 12:46
Scrivo con ritardo, ma scrivo, perché il lavoro mi aveva portato fuori dell'Italia e lontano dal web.
Giulio, secondo me, il fraintendimento è legato al fatto che con i messaggi scritti ci sfugge il tono, la sfumatura della voce, quegli elementi cioè che possono far capire meglio il contesto di una risposta. La mia non voleva infatti essere l'attribuzione indebita di un'opinione, lo ribadisco cordialmente.
Su Castelvecchi ricordo i commenti di TTL - il supplemento dedicato ai libri della Stampa, che accennavano a questa presunta gestione "allegra" della casa editrice (un po' come quando si parlò di Carmelo Bene e delle vicissitudini gestionali degli Enti in cui era stato): poca attitudine al pragmatismo nelle decisioni operative, scarsa dimestichezza con condizioni di pagamento, fatture, scadenze e così via.
Sì, carlo64, credo sia facile essere d'accordo sulla necessità di trovare nuove vie per continuare ad essere imprenditori, specie nel settore editoriale, ma in pratica vuol dire anche essere disposti a rimaneggiare un po' il tema della propria identità. E mica tutti lo fanno o lo sanno fare o lo possono fare.
Pubblicato da: domenico - 22.10.07 14:22
Secondo me uno scrittore può rimanere fedele alla propria identità di scrittura, e rimane uno scrittore anche se non viene pubblicato. Invece se un editore rimane fedele alla propria identità e non riesce a vendere tanti libri quanti dovrebbe per pareggiare le spese e avere un piccolo utile, è messa in discussione la sua stessa identità. Quindi a meno di aiuti esterni, un imprenditore deve darsi da fare anche se vuole mantenere la propria identità. Parrebbe un controsenso, il fatto che per mantenere un'identità debba trasformarla. Ma le regole del mercato sono quelle che sono; immagino comunque che in certe situazioni di stallo la fantasia valga qualcosa.
Pubblicato da: carlo64 - 22.10.07 19:05
Non trovo sia necessariamente un controsenso il fatto di dover a volte modificare la propria identità, proprio al fine di preservarla. Anzi, si può rivelare un'esperienza di apertura foriera di crescite altrimenti impossibili da realizzare. Mi rendo conto che messa così suona un po' surreale, astratta o slegata da ogni contesto, ma se la lego ad un contesto specifico magari non rende altrettanto bene.
Non sarei tanto sicuro, invece, sullo scrittore che rimane uno scrittore anche senza pubblicazioni: troppi ego tendenti all'autoreferenzialità in giro, e non sempre necessari. E l'imprenditore? Quello che sa guardarsi attorno con costante curiosità e sa scegliersi validi collaboratori da ascoltare, secondo me, ha più chances rispetto a chi se ne resta arroccato. Banale, ma non troppo. Anche nell'editoria, ma non solo.
Pubblicato da: domenico - 23.10.07 14:14
Posso garantire che uno scrittore è uno scrittore anche senza pubblicazioni. Lo scrittore non deve abbassarsi a logiche di mercato e può scrivere come vuole e scrive ciò che vuole.
Pubblicato da: carlo64 - 24.10.07 16:27
Io non posso garantire proprio niente, invece. Nel senso che, per carità, il soggetto può scrivere o essere un grafomane o avere un rapporto squilibrato con la penna (o la tastiera) oppure avercelo equilibrato e degno di nota ecc. ecc., ma alla fine se a decidere è soltanto lui, la cosa mi puzza un po'. Fin troppo facile non avere mai confronti con gli altri e le altre logiche (quelle di mercato possono rivelarsi anche basse a volte, ma non necessariamente quelle artistiche o presunte tali sono sempre una spanna più in alto del resto). Quella condizione di quasi autoisolamento gratificante per lo scrittore in questione può rivelarsi l'anticamera del narcisismo patologico. Non dimentichiamocelo, please. Con questo, ovviamente, non intendo dire che per essere definiti scrittori bastano le pubblicazioni. Il pavimento di quest'argomento è bagnato, si scivola con facilità.
Volevo segnalare a Giulio Mozzi un'intervista all'editore Palomar (Bari), uscita proprio ieri sul Corriere del Mezzogiorno (inserto centrale del Corriere della Sera in Puglia). Ispirandosi a Giulio Einaudi come imprenditore sembra aver centrato il suo obiettivo e anche bene, nonostante le difficoltà del settore. Se interessa, posso inoltrarla in qualche modo..
Pubblicato da: domenico - 25.10.07 13:06
Non so, non sono uno scrittore.
Pubblicato da: carlo64 - 25.10.07 17:15




