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06.09.07

Frammenti di storia sociale in vetta alle classifiche

di Mariarosa Bricchi

[Questo articolo di Mariarosa Bricchi è apparso nel quotidiano il manifesto del 4 settembre 2007]

Nel febbraio 1895 la rivista letteraria americana «The Bookman» cominciò a pubblicare, con cadenza mensile, una lista dei libri più venduti. Si trattava di una diretta conseguenza dell'introduzione, negli Stati Uniti, della legge sul copyright internazionale, nel 1891. Prima di allora, infatti, i responsabili di edizioni pirata dei romanzi inglesi di successo avevano tutto l'interesse a che le vendite, a maggior ragione se ingenti, passassero inosservate. Una volta regolamentata la tutela del diritto d'autore, diventò chiaro a chiunque facesse parte del mercato editoriale che parlare di successi era un modo per incrementarli.

Mappe letterarie

Per quanto ne sappiamo, quella del «Bookman» fu la prima lista di best seller al mondo. Ma non rimase a lungo la sola. Nel 1912 arrivò quella del «Publishers Weekly», mentre solo nel 1942, un sabato di agosto, il «New York Times» fece uscire un elenco dei Best Selling Books Here and Elsewhere. Sono gli inizi di una lunga storia, ripercorsa tempo fa da Michael Korda in Making the List. A Cultural History of the American Best Seller 1900-1999. Che non è - attenzione - una storia dei best seller ma una storia della «lista»: atteso, odiosamato, denigrato e sopravvalutato strumento che, ormai settimanalmente, informa addetti ai lavori e pubblico generico sui picchi di vendita libraria del momento.

L'assunto di Making the List (che non ha, salvo errore, corrispettivi nei paesi europei) è semplice: raccontare l'origine e la storia delle best seller lists americane; e raccogliere, confrontare, analizzare i titoli apparsi nelle liste nel corso di un secolo, per ricavarne una mappa delle letture degli americani, dei loro gusti, del loro nutrimento (qualche volta) intellettuale. L'autore, che ha lavorato a lungo nell'industria editoriale e ha anche scritto a sua volta un paio di best seller, sa bene che parlare dei libri più venduti per ricostruire frammenti della storia sociale di un paese è legittimo; e che, viceversa, provare a usarli per capire, dal passato, cosa venderà in futuro è ingenuo.

La prima operazione, l'hanno tentata, magari con mezzi più appuntiti, anche studiosi autorevoli: basta citare uno dei libri più celebri di un grande storico del Settecento, Robert Darnton, Libri proibiti: satira e utopia all'origine della Rivoluzione francese, che indaga le cause della Rivoluzione cercando di rispondere alla domanda «cosa leggevano i francesi nel Settecento?». Secondo questa prospettiva la storia del libro è a tutti gli effetti un attrezzo storiografico, in quanto testimonianza del sistema culturale di un'epoca. Ma quello che qui importa sottolineare è che alla base dell'indagine di Darnton stanno non le biblioteche degli intellettuali e gli scrittori destinati a entrare nel canone, bensì un'inchiesta minuziosa dei canali del commercio librario, dei titoli più stampati, ricercati e venduti. Cioè a dire influenti su una fetta più ampia della popolazione.

I lettori degli annuari

Perché, lo sappiamo tutti, parlare di libri è una cosa, elencare quelli che vendono tutt'altra: tant'è che le due liste - i libri di cui pochi discutono e quelli che molti comprano - difficilmente coincidono. In Italia, lo ha ribadito quasi vent'anni fa Vittorio Spinazzola accingendosi a varare un'operazione che, allora, aveva bisogno di essere giustificata: l'almanacco Tirature che, ancora oggi, di anno in anno indaga fenomeni, temi, questioni legate ai libri che vendono, cioè ai libri che suscitano l'interesse di un pubblico allargato.

Scriveva Spinazzola: «Il progetto Tirature ha un doppio aspetto di paradosso, o di contraddizione. I lettori dei libri di maggior successo si guardano bene dal leggere gli annuali letterari. Dalla parte opposta, ai lettori degli annuari non importa un bel nulla dei libri di successo: non è detto che non li leggano, ma comunque pensano che non valga la pena di rifletterci sopra» (da Tirature '91). Del fatto che la critica non si occupi dei best seller commerciali aveva proposto una spiegazione interessante, all'inizio degli anni Ottanta, l'eminente anglista John Sutherland: gli studiosi non parlano di quel tipo di libri perché non possiedono un vocabolario critico adatto.

Nello stesso periodo, in Italia, al rapporto tra mercato editoriale e critica letteraria ha dedicato un volume allora pionieristico e oggi ancora utile Gian Carlo Ferretti, convinto che il solo modo di occuparsi scientificamente dei prodotti dell'editoria commerciale sia studiarli attraverso il loro processo di realizzazione, tenendo conto delle diverse componenti della macchina editoriale che si affiancano all'autore. Tirature si concentra appunto sui gusti non dei pochi, ma dei molti, vivisezionati in analisi che sono ormai diventate un appuntamento per capire, attraverso i libri, qualcosa di quel che succede nel nostro paese. Con ambizioni intellettuali più modeste, Making the List si limita alla fotografia, senza tentare una radiografia. Nella consapevolezza, però, che siamo (anche) quello che leggiamo.

Il cane del medico di Lincoln

Per quanto riguarda la chimera di ricavare regole dai fatti, o insegnamenti dal passato, Korda - si è detto - non la coltiva. Scherza piuttosto sulla ricca aneddotica che, sul tema, inevitabilmente fiorisce. In America, gli argomenti che interessano sempre sono - pare - la guerra di secessione, la manualistica medica, gli animali domestici. Bennet Cerf, il fondatore di Random House, provocato perché suggerisse il titolo di un sicuro best seller propose, combinando gli stereotipi sui temi vincenti: Lincoln's Doctor's Dog. Anni dopo, è utile chiosare, un libro con quel titolo fu effettivamente pubblicato, e non andò poi così bene.

È chiaro comunque che i best seller - parola e cosa - li hanno inventati gli americani. La parola, il primo a registrarla in Italia è stato il grande linguista Bruno Migliorini, nell'appendice al Dizionario moderno di Alfredo Panzini, anno 1950. Per la cosa, in Europa bisogna aspettare ben oltre la fine della guerra, quando il settimanale tedesco «Die Zeit», nel 1957, pubblica una lista di best seller, seguito dallo «Spiegel» nel 1961. In Italia, «Tuttolibri» propone una rilevazione sperimentale dei titoli più venduti a partire dal suo primo numero, l'1 novembre 1975, e una vera e propria classifica dal numero 9, nel dicembre dello stesso anno. Non stupisce dunque che di libri sull'argomento, in America, ce ne siano molti (molti più che da noi); e che questi libri ragionino sul fenomeno secondo approcci variegati e talvolta, ai nostri occhi, bizzarri. Per esempio: picchi di vendita come indicatore di successo personale, al pari di una vittoria sportiva, di uno scatto di carriera, di una dieta che è riuscita a far perdere molti chili. Ed ecco tutto un filone di manualistica.

Brian Hill e Dee Power, autori di The Making of a Best Seller. Success Stories from Authors and the Editors, Agents and Booksellers behind Them hanno al loro attivo altri libri sul tema del successo - nello specifico sulla gestione dei capitali finanziari. Invece John Bear, che ha scritto The Number One New York Times Best Seller, aveva pubblicato manuali di self-help sui più svariati argomenti, da «come trovare i soldi per il college» a una guida sull'uso intelligente del computer. Libri che, come è stato notato, dicono sui best seller più di quanto chiunque vorrebbe sapere. Ma che è divertente scorrere per scoprire episodi e stravaganze.

Per esempio, il libro di Bear, che ha come sottotitolo Intriguing Facts about the 484 Books that have been n. 1 New York Times Best Sellers, presenta molte tabelle. D'accordo, c'è il prospetto degli autori che hanno raggiunto il punto più alto della lista prima dei 35 anni, e di quelli per cui scrivere è un secondo mestiere. Ma compaiono anche tabelle come: i dieci best seller numero 1 che ora sono fuori catalogo (dove si scopre che Hotel New Hampshire di John Irving, al vertice delle classifiche nel 1981, risultava irreperibile in libreria dieci anni dopo); il rapporto tra i picchi di vendita in America e in Inghilterra (nell'arco di dieci anni, su 120 numeri uno inglesi, solo 23 ottengono la stessa sorte negli Usa); la distribuzione dei primi posti in lista tra gli editori americani (vince Random House). Meno utile come frasario intellettual-mondano, ma benemerita, è infine la raccolta di diversi articoli giornalistici, dalle maggiori testate americane, che discutono sul fenomeno.

Organizzato come una serie di interviste a personaggi del settore che hanno avuto successo (ancora il termine feticcio di tutta la faccenda) è invece il manuale The Making of a Best Seller, che mescola allegramente consigli pratici e qualche informazione utile. Libri di genere ibrido, libreschi nell'argomento ma non certo nell'impostazione, compositi, traboccanti e non intellettualmente ambiziosi, «letture facoltative», secondo l'etichetta felicissima di Wislawa Szymborska che ne spiega, forse, l'ostinata attrattiva.

Campioni eterogenei

Per nulla secondario è però uno dei temi che tanto la manualistica facoltativa quanto la stampa specializzata non trascurano di affrontare a cadenze regolari, cioè i meccanismi di funzionamento delle liste e, in ultima analisi, la loro attendibilità. Fin da subito, come si sa, fonte per la compilazione delle liste sono stati non gli editori, ma i librai, secondo sistemi di rilevamento statistico variabili ma paralleli. In America, come in Europa, si lavora su un campione che mescola punti vendita indipendenti a grandi catene, comincia a considerare le vendite on line, e promette di aprirsi in un futuro vicino alla grande distribuzione (super e ipermercati), fino ad ora esclusa dai rilevamenti ma interessantissima per i maggiori gruppi editoriali perché incide significativamente sui libri più commerciali, quelli dunque più presenti in classifica.

In un romanzo molto divertente, The Belles-Lettres Papers, l'americano Charles Simmons ha creato la grottesca caricatura di una rivista letteraria newyorkese. Dando voce, tra l'altro, a un sospetto ricorrente: la possibilità che «The List» sia truccata. Quello di cui tutti favoleggiano è che gli editori più potenti, o i produttori cinematografici al lancio di un film basato su un libro, acquistino grossi quantitativi di copie.

Trucco - spiegano i nostri preziosi manuali di riferimento - in realtà abbastanza impraticabile, perché impraticabili, e in fondo poco produttivi, sarebbero la pianificazione e l'investimento finanziario necessari (elenco preciso dei librai intervistati; compratori che li raggiungano in ogni parte d'America, e acquistino ciascuno quantitativi di copie relativamente piccoli, tali da non destare sospetti, per un totale però pari a molte decine di migliaia di copie...).

Scandali e paradossi

La trovata di Simmons è invece che il fattorino incaricato di smistare i rilevamenti venda posti in lista, semplicemente scambiando, a fronte di considerevoli somme di denaro, la posizione tra l'ultimo incluso e il primo escluso. Dal che si sviluppano a catena situazioni deliziosamente paradossali e, almeno per chi conosca un po' il mondo editoriale, di comicità irresistibile.

Nella realtà, scandali, non ce ne sono stati molti. Si ricorda il processo intentato al «New York Times» nel 1983 da William Peter Blatty, l'autore dell'Esorcista, che accusava il giornale di escludere deliberatamente un suo successivo romanzo dalla lista. Lo scrittore perse il processo.

* * *

Sugli scaffali e in rete. Saggi, romanzi e siti Internet per capire i meccanismi della «top ten».

Oltre ai libri americani su «The List» (Michael Korda, «Making the List. A Cultural History of the American Best Seller 1900-1999», Barnes & Nobles Books, 2001; John Bear, «The Number 1 New York Times Best Seller. Intriguing Facts about the 484 Books that have been n. 1 New York Times Best Sellers», Ten Speed Press, 1992; Brian Hill, Dee Power, «The Making of a Best Seller. Success Stories from Authors and the Editors, Agents and Booksellers behind Them», Dearborn Trade Publishing, 2005) e al romanzo «The Belles-Lettres Papers» di Charles Simmons, uscito presso Morrow nel 1987, chi desideri seguire l'andamento delle classifiche statunitensi può accedere dal sito della Belvedere-Tiburon Library (www.bel-tib-lib.org/read/bestsellers.htm) alle «lists» dei più importanti quotidiani Usa.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 06.09.07 09:49

Interventi

Un libro di avventura che di questi tempi venderebbe: L'isola del tesoretto.

Pubblicato da: pulce - 06.09.07 16:34

curioso: l'avevo programmato oggi su LPELS e per qualche strano impiccio di wordpress non è uscito. meglio così.

Pubblicato da: fabrizio - 06.09.07 18:29

dimenticavo: quindi leggi anche tu Il Manifesto...

Pubblicato da: fabrizio - 06.09.07 19:04

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