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05.09.07

Effetti della letteratura sulla vita e sul merito delle nazioni (1815), 3

di Friedrich von Schlegel

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Friederich von Schlegel
Considerando la cosa sotto questo istorico punto, onde i popoli son comparati fra loro secondo il proprio valore, apparisce primamente importante per tutto l’ulteriore sviluppo, anzi per tutta la morale esistenza di una nazione, ch’essa possegga grandi antiche nazionali rimembranze, le quali per la maggior parte si perdono negli oscuri tempi della sua prima origine, e il conservare e magnificare le quali è la più nobile occupazione della poesia. Queste nazionali rimembranze (il più nobile retaggio che aver possa un popolo) sono un privilegio che non può essere sostituito da nessun altro; e se un popolo per avere una grande antichità e ricordanze della remota sua origine, per avere in somma una poesia, si trova elevato e nobilitato nel suo proprio sentimento, sarà per queste ragioni medesime collocato in alto grado anche al nostro sguardo e nel nostro giudizio. Non sono soltanto le grandi imprese e i maravigliosi successi che stabiliscono il merito e la dignità delle nazioni. Molte di esse infelici passarono senza nome, ed appena han lasciata una qualche traccia di sé: alcune più fortunate conservarono la memoria del loro ampliarsi e delle loro conquiste; ma noi degniamo appena di una qualche attenzione queste notizie, se l’ingegno della nazione non diede una più nobile impronta a queste fatti e a questi successi, i quali nella storia del mondo si ripetono pur troppo frequentemente. Maravigliose geste adunque e grandi successi e destini non bastano da per sé soli ad acquistarsi la nostra ammirazione, né a determinare il giudizio della posterità; ma bisogna che un popolo, se vuole essere pregiato dell’opere sue, pervenga eziandio ad una chiara conoscenza de’ suoi proprj fatti e del suo destino.

E questa intima coscienza di una nazione, che si esprime nelle opere del pensiero e della rappresentazione, è la storia. Un popolo le cui vittorie ed imprese furono magnificate dallo stile di un Livio, la cui infelicità e decadenza fu ai posteri tramandata dal bulino di un Tacito, s’innalza ad un nobile grado; e noi, seguendo il nostro sentimento, non possiamo più senza ingiustizia confonderlo nella gran massa di quei popoli, i quali, senza occupare un posto speciale nella storia dello spirito umano, passarono per questo mondo conquistatori e conquistati a vicenda. Poeti ed artisti i quali, dotati di tutta la forza e di tutto il prestigio dell’ingegno, sien atti a tentare ogni volo più ardito, indagatori capaci di frugare in tutta la profondità del pensiero, non se ne possono trovar mai se non pochissimi; e questi medesimi da principio possono operare soltanto sul loro secolo e sopra un ristretto numero di persone. Ma coll’andare del tempo si viene a più a più ampliando la sfera dei loro effetti; il loro merito riluce sempre pià chiaro e sempre più universale, mentre invece per sino il merito del legislatore, cambiandosi le circostanze dei tempi, sembra cadere in una luce più affievolita; e la gloria del conquistatore, dopo che son passati alcuni secoli, perde sempre più quell’immensa e preponderante grandezza, nella quale si mostrò da principio, e si giudica con misure assai diverse ed impicciolite. Potrebbe dirsi che Omero e Platone non solamente tra noi, ma ben anche nell’antichità, contribuirono, non meno o forse più di Solone e di Alessandro, ad innalzare ed ampliare la gloria dei Greci. Nella stima, che ogni incivilita nazione d’Europa tributa ai Greci, siccome a coloro, dai quali ebbe nascimento tutta la coltura europea, il poeta ed il filosofo hanno per certo una parte maggiore di quella, che viene accordata al legislatore e al conquistatore. Anche l’influenza esercitata generalmente dalle opere e dall’ingegno dei primi due sulla posterità, sullo sviluppo e sull’andamento dell’umana schiatta, supera nell’ampiezza e nella durata degli effetti le leggi, le geste e le vittorie degli altri. Che se Solone ed Alessandro sono tuttora per noi gloriosissimi nomi e immortali, ne vanno forse debitori al loro ingegno ed a quel tanto ch’essi operarono in pro della morale coltura, assai più che agli ordinamenti civili del primo divenutici ora tanto stranieri, od ai regni fondati dal secondo e già da gran pezza scomparsi.

Se i poeti e i filosofi veramente grandi non possono esser mai se non radi, sono eziandio considerati come straordinari fenomeni là dove appariscono, come una prova ed una misura comune della forza intellettuale e della coltura di quella nazione, alla quale appartengono.

Se a questi alti privilegi di una propria poesia e nazionale tradizione, di una feconda storia, di una già perfezionata arte e filosofia, aggiungiamo anche il dono dell’eloquenza, dello spirito e di una lingua atta al consorzio sociale (supposto che questi ultimi privilegi non cadano nell’abuso), avrem formata l’immagine di una nazione veramente incivilita e coltissima, e nel medesimo tempo avremo anche abbozzata l’idea compiuta di una letteratura.

[fine]

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 05.09.07 07:02

Interventi

I poeti e i filosofi veramente grandi sono una prova e una misura comune della forza intellettuale e della coltura della nazione alla quale appartengono.

Cosa c'entra con l'oggi? Dove esistono più le nazioni? C'è o no la globalizzazione in atto? Non sarebbe stato meglio lasciare il suddetto sorpassato concetto nella polvere della storia da cui è stato riesumato?

Molte scuse se ho frainteso.

Pubblicato da: felice muolo - 08.09.07 10:53

Giusto! Bruciamo le biblioteche!

Pubblicato da: infelice muoio - 11.09.07 17:13

per infelice muoio.

Pace all'anima tua.

Pubblicato da: felice muolo - 11.09.07 18:22

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