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04.09.07
Effetti della letteratura sulla vita e sul merito delle nazioni (1815), 2
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E primamente esaminiamo la letteratura nella sua propria essenza, in tutta la sua ampiezza e nella sua originaria destinazione e dignità. Sotto questo nome noi comprendiamo tutte quelle arti e scienze, quelle rappresentazioni e produzioni, le quali han per oggetto la vita e l’uomo istesso, ma che senza riuscire in un fatto esterno e in qualche operazione materiale, agiscono solo nel pensiero e nella parola, e rappresentano i loro oggetti allo spirito col discorso o colla scrittura senz’altre materie corporali. Appartiene a ciò innanzi tutto la poesia, e con essa la storia narrativa e rappresentativa, la meditazione e l’alta filosofia, in quanto essa ha per oggetto la vita e l’uomo, ed opera su l’una e su l’altro; l’oratoria finalmente e ciò che chiamasi spirito, quando i loro effetti non trapassano solamente in parlati e fuggitivi dialoghi, ma costituiscono durevoli opere scritte e rappresentate. Tutto ciò abbraccia quasi l’intiera vita dell’uomo. Che vi ha mai in generale, dopo l’ingegno, che sia più grande, più proprio dell’uomo e più distintivo che la favella? e di essa anche l’ingegno si veste. La Natura non poteva accordare agli uomini nessun dono più prestante di quel della voce, la quale, acconcia com’è ad ogni espressione del sentimento nel canto, col suo piegarsi alle più artificiali separazioni ed unioni di variatissimi suoni, presta materia all’artificiosa formazione del parlare. Ma fra quante cose l’umano ingegno ha trovate, la scrittura è poi incomparabilmente più ammirabile ed importante di tutte.
La Divinità medesima non poteva fare all’uomo un più prezioso dono della parola, da cui essa medesima vien proclamata, e da cui i viventi sono uniti e collegati fra loro. L’ingegno e la favella sono tanto inseparabili, il pensiero e la parola sono così essenzialmente una sola cosa, che, mentre con sicurezza consideriamo il pensiero come privilegio tutto proprio dell’uomo, possiam dire ancora che la parola, considerata nell’intima sua importanza e dignità, ne costituisce l’originaria essenza. Giacché l’uomo per ciò appunto viene considerato somiglievole a Dio, e nominato nelle sacre carte immagine del trino ed uno suo Creatore, perché è dotato di un’anima, dalla cui profondità e nel cui specchio l’ingegno si configura nella fruttifera parola di vita.
Che se poi nella pratica applicazione separiamo affatto l’intrinseco valore della espressione, il pensiero della parola (né possiamo fare altrimenti), questo trova però luogo soltanto in quelle singolari combinazioni, nelle quali o tutti e due questi elementi, o per lo meno l’uno di essi più non adempie l’ufficio suo. Del resto il pensiero e la parola, siccome originariamente sono una cosa sola, così anche nella più varia loro applicazione non debbono mai disgiungersi del tutto, ma sì essere sempre ed in generale, quanto più è possibile, uniti e corrispondenti fra loro.
Per quanto poi questi due sublimi doni, i quali propriamente sono un medesimo, questo altissimo privilegio dell’uomo che solo fa esserlo tale, vogliam dire il pensiero e il discorso, possano essere spesse volte abusati, nondimeno il sentimento dell’originaria sua dignità, che portiamo profondamente stampato nell’animo nostro, apparisce dalla importanza che noi siam soliti attribuirgli nei nostri più abituali giudizj. Egli sarebbe superfluo il volere particolarmente mostrare quale influenza eserciti l’arte della parola sul nostro giudizio nella vita ordinaria, nelle civili e nelle sociali relazioni, o quale imperio s’abbia sul nostro pensare la forza dell’espressione. Come nel giudicar dei privati, così anche nel dar sentenza delle nazioni, noi ci lasciamo ordinariamente guidare da uno stesso principio; e siamo inclinati a conceder la palma d’ingegnosa ed incivilita a quella nazione, che si esprime più chiaramente, più conforme allo scopo ed in modo più determinato e piacevole. D’onde poi anzi, pel privilegio, che noi accordiamo all’esterna forma ed alla espressione, poniamo troppo frequentemente da un lato il rispetto dovuto all’interno valor del pensiero ed alla dignità del carattere. Né solo giudichiamo così dei privati e dei popoli che ci stanno d’intorno, o coi quali siam usi di vivere; ma applichiamo la stessa misura anche a coloro che ci stanno più da lontano.
Prendiamo ad esempio quei popoli, che noi siamo soliti di comprendere sotto il nome generale di selvaggi, per ciò solo che non ne abbiamo contezza. Subito che un viaggiatore giudizioso comincia ad intendere la loro lingua, si reca a dovere eziandio di cambiare assai essenzialmente l’ingiusto giudizio, che ne avea fatto dapprima. Selvaggi (suol quindi comunemente dirsi) selvaggi sono essi pur certo, ignoranti delle nostre arti e dei nostri raffinamenti, non meno che delle dannose loro conseguenze morali; ma non può negarsi ad essi un sano e forte intendimento del pari che una naturale e spesse volte maravigliosa perspicacità: estremamente toccanti e non di rado argute sono le brevi loro risposte; pieno di forze e significante il loro parlare, non mai scompagnato da somma chiarezza e precisione. Così siamo avvezzi ed inclinati quasi generalmente in tutte le relazioni della vita e nella pratica del mondo a giudicare l’ingegno dalla favella, e il pensiero dal modo con che vien espresso. Pure non sono questi se non particolari giudizj sopra oggetti particolari: ma la dignità e l’importanza di tutte le scienze e le arti scritte o parlate si fanno manifeste assai meglio, se noi consideriamo quanto esse contribuiscono al merito ed al destino delle nazioni nella storia del mondo. Quivi solo si mostra a letteratura nella sua vera ampiezza come il complesso di tutte le intellettuali capacità e produzioni di un popolo.
[continua]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 04.09.07 06:57




