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03.09.07

Effetti della letteratura sulla vita e sul merito delle nazioni (1815), 1

di Friedrich von Schlegel

[Ricopio il secondo paragrafo, intitolato appunto "Effetti della letteratura sulla vita e sul merito delle nazioni", del primo capitolo della Storia della letteratura antica e moderna di Friedrich von Schlegel, pubblicata nel 1815 e tradotta in italiano tredici anni dopo, presso l'editore Gabriele Marotta di Napoli, in una traduzione di Francesco Ambrosoli che è stata ristampata almeno fino al 1974. Quella che ho sottomano è la seconda edizione, del 1838. Non conosco edizioni in commercio di quest'opera; sul mercato nell'usato la si trova in edizioni recenti a prezzi ragionevoli].

Friederich von Schlegel
La separazione della classe letterata da quella gentilmente educata, e di tutte e due dal popolo, è il più grande impedimento all’universale coltura di un paese: ché a voler raggiungere la perfezione nelle produzioni dell’ingegno, od a volerla sentire, debbono anzi cooperarvi tutte, in un certo grado, le varie naturali attitudini e circostanze dell’uomo. Come potrebbe nominarsi perfetta un’opera contribuito alla quale non abbiano insieme, la forza e l’entusiasmo della gioventù, l’esperienza e la maturità della vecchiaja? E neppure il delicato sentimento delle donne non vuol essere escluso dal cooperare e dal contribuire col suo giudizio a quelle opere dell’ingegno, le quali si stanno dentro i confini del bello, ogni qualvolta lo spirito di una nazione si voglia veramente formare, e conservare nobile il sentimento. Le opere dello spirito non possono avere alcun altro vivo terreno in cui mettere le radici, fuorché i sentimenti che son comuni a tutte le persone nobilmente educate e religiose, poi l’amore del proprio paese, e le nazionali rimembranze del popolo nella cui lingua queste opere si compongono, e sopra il quale esse debbono principalmente esercitare la loro efficacia.

Che la coltura dello spirito umano richiegga l’unione delle varie attitudini dell’uomo, non che di tutte le forze e gli esercizj da noi troppo spesso divisi e isolati, è questa una verità che per lo meno si è cominciata a sentire. La dottrina dell’osservatore; il pronto vedere e il sicuro giudizio di chi è versato negli affari; la severa immaginazione del solitario artista; e il facile e presto cambiarsi delle gentili impressioni, quella fuggevole finezza, che si trova e s’impara a trovare soltanto nella vita sociale, sono ora poste tutte in contatto fra loro, o per lo meno non istan più disgiunte le une dalle altre, com’erano per l’addietro.

Ma per quanto nei nuovi tempi la letteratura abbia in parecchi paesi guadagnato, e siasi fatta più nazionale, più efficace sulla vita ed anche più viva per sé stessa, non per questo il male è tolto del tutto. Nella Germania vediamo tuttavia la letteratura, e la scuola, e la vita spesse volte intieramente divise, starsene a guisa di due mondi vicini ed opposti senza alcuna relazione fra loro, o con una modesta influenza che da un lato disturba e confonde, e inceppa e storpia dall’altro. Quindi tutta quella varietà di forze morali e di produzioni, che noi comprendiamo sotto il nome di Letteratura, va quasi intieramente perduta pel mondo, od almeno non ha di lunga mano quei grandi e benefici effetti sull’uomo e sulla nazione ch’essa potrebbe e dovrebbe avere. E basta considerare soltanto lo stato delle lettere, e particolarmente le opinioni tuttora signoreggianti nell’universale degli uomini intorno alla letteratura ed alle relazioni di lei colla vita. Al poeta ed all’artista si concede come un privilegio ch’essi vivano e viver debbano soltanto nel loro mondo ideale, senza punto impicciarsi del mondo reale; e quanto ai letterati, ciascuno è solito già a presupporre ch’essi non sono di alcuna pratica utilità. Al destro oratore neghiamo tanto pià facilmente credenza, come a colui che ha in suo potere di piegare la verità al proprio scopo, d’illuderci e di trarci in errore. L’esperienza poi e la storia del nostro secolo stesso insegnano, che la filosofia spesse volte guida all’errore, e precipita nella più sventurata confusione l’età, nella quale predomina, piuttostoché illuminarla e tenerla nella regione del vero. E le reciproche querele ed accuse dei filosofi stessi hanno fatto conoscere anche agl’idioti, come sovente essi non s’intendon neppure fra loro.

Quindi si è venuta allargando quella opinione, che i filosofi in generale non possono raggiunger la meta che si propongono, neppure in sé stessi; e che rade volte conoscono veramente ciò ch’essi vogliono. Tuttavolta egli è ingiusto di biasimare e gittar nel dispregio il più nobile sforzo di cui l’uomo sia capace, lo sforzo che tende a conoscere e ad investigare la verità, col far sempre menzione soltanto dei mal riusciti tentativi e delle difficoltà dell’impresa. Frattanto in questa condizione di cose non dee far meraviglia se alcuni uomini, i quali sono occupati continuamente nei più importanti oggetti dello Stato e della vita, tengono in conto di un semplice giuoco insignificante ed indifferente le minute controversie degli scrittori. Anche l’innumerevole quantità dei libri ha dovuto produrre sulla maggior parte dei leggitori una tanta sazietà, che, generalmente parlando, nulla può comparire di più inetto e di più superfluo che un nuovo libro venuto ad accrescere il numero preesistente.

Io ho già tacitamente ammesso che gli scrittori, i letterati, i poeti e gli artisti pagano essi medesimi per la maggior parte il fio di quella disistima della letteratura, la quale nel mondo è senza dubbio universalmente diffusa, sebbene di rado affatto chiaramente si esprima. Ma quand’anche i rimproveri che si fanno agli scrittori ed all’opere loro fossero universalmente fondati, e giusti, quand’anche non vi fossero alcune eccezioni degnissime di rispetto, quand’anche non si dessero né letterati né opere d’ingegno che in quanto si riferiscono al mondo in generale, o alla patria ed alla età loro in particolare, adempissero tutti i requisiti, non si potrebbe però [fare] a meno di trovar biasimevole, generalmente parlando, il mentovato disprezzo, siccome quello che fondandosi sopra l’abuso, giudica malamente di un oggetto così grande e così importante. Egli è inoltre dannoso, perché fa sempre più forte e più durevole la divisione fra la vita interna intellettuale ed il mondo reale, fra la scuola e lo Stato; divisione che non di rado degenera poi in aspre nimicizie, e finisce in una mutua rovina ed oppressione.

Ma quanto la letteratura in sé stessa sia grande, considerata nella sua originaria destinazione; quanto sia importante rispetto al merito ed alla prosperità di una nazione, tutto questo è, fuor d’ogni dubbio, chiaro e facile da conoscersi, o vogliamo riguardare all’interna natura della medesima, o alle sue varie conseguenze ed alla sua grande efficacia.

[continua]

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 03.09.07 07:48

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