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16.08.07
"Un lungo discorso su Faletti e D'Orrico"
Pubblico, con il suo permesso, la lettera (intitolata appunto "Un lungo discorso su Faletti e D'Orrico") che Davide L. Malesi mi ha inviata ieri. La lettera risponde a due domande che rivolgevo a Davide nella discussione in calce all'articolo Antonio D'Orrico vs. Marcel Duchamp. Le riporto qui per comodità dei lettori:
"Davide, due domande. Scrivi: La copertina del Magazine non è un museo. Non è aurata dalle qualità di autorevolezza, prestigio, etc. che il visitatore, casuale o avveduto che sia, riconosce nel museo ecc. Quindi: di quali qualità (diverse da quelle tipiche di un museo) è 'aurata' la copertina del Magazine? Poi scrivi: D'Orrico non ha in alcun modo il potere di far entrare Faletti nel Canone. Quindi: dove lo fa entrare?". gm]
di Davide L. Malesi
Caro Giulio, l'atto di dare risposta alle tue due domande, questa volta, si è preso uno spazio veramente eccessivo per un commento. Quindi, ti rispondo qui, premettendo che quelle che ti riporto sono ipotesi e sensazioni, e non certezze: e che non posso produrre alcuna testimonianza diretta in merito alle motivazioni dell'agire di D'Orrico. Si tratta solo di ragionamenti che mi sembravano avere un senso. Inoltre, per dare senso alle mie argomentazioni mi vedo obbligato a essere oltremodo pedante, e ad iniziare con una lunga premessa prima di passare alle risposte vere e proprie.
La mia sensazione è che il gesto di D'Orrico abbia tutte le caratteristiche dell'iperbole; anzi, di un particolare tipo di iperbole. Non credo che D'Orrico, sbattendo la faccia di Faletti in copertina al "Magazine" e dichiarandolo "il più grande scrittore italiano", si aspetti di essere creduto hic et nunc; né credo stia facendo un'operazione di critica letteraria. Non lo credo in primo luogo perché non mi pare che il "Magazine" sia teatro di operazioni critiche serie (leggi: di un certo livello) che prendano a oggetto la letteratura: e in secondo luogo perché mi pare che la strategia di D'Orrico ubbidisca a regole diverse di quelle dei discorsi di critica letteraria. Infine, mi pare che la copertina del "Magazine" sia il luogo ideale per la strategia operata da D'Orrico, ma l'ultimo possibile tra i luoghi consoni ai discorsi di critica letteraria.
Il tuo riferimento iniziale era al gesto di esporre un oggetto impresentabile (vedi l'Orinatoio) in un contesto museale. Ora: un Museo è, credo, un Luogo Ove Sono Esposte Le Cose Mostruose (nel senso etimologico di "cose da esporre": cose eccezionali, stupefacenti, che meritano di essere viste almeno una volta nella vita, etc). Credo che noi italiani, che viviamo in un Paese-museo pieno di antichità e di musei, e che fin dall'infanzia veniamo addestrati a credere che la grandezza della nostra cultura sta nel suo passato zeppo di modelli inarrivabili, tant'è che nei corsi scolastici di letteratura si parte dalla letteratura antica e non ci si duole troppo se non si arriva affatto al Novecento; credo che noi italiani, dicevo, siamo peraltro abituati a pensare il Museo come un Luogo Ove Sono Esposte Le Cose Mostruose Del Passato. Mi viene in mente che nella città in cui son cresciuto io, Roma, l'assenza di uno spazio espositivo istituzionale per l'arte contemporanea è stata per anni considerata fisiologica e, pure, una volta annunciata la creazione di un luogo ad hoc, si è data minor priorità alla ristrutturazione e all'allestimento degli spazi necessari, piuttosto che, mettiamo, alla sistemazione dell'Ara Pacis. Credo di interpretare un pensiero molto diffuso se dico che al Museo si va a vedere Gian Lorenzo Bernini o Piero della Francesca: ciò che è contemporaneo è percepito come estraneo dagli spazi museali, salvo che dai patiti di arte contemporanea. Dunque il Museo è un luogo di cose morte, che sono già accadute, e che hanno valore proprio in quanto sono morte e già accadute, esposte alla nostra osservazione. Il Museo - sempre stando alla percezione diffusa di cui ti dicevo - è un luogo di cose che furono create in un tempo che alla percezione dell'osservatore ignaro di cose d'arte appare indefinito, vago, ma comunque appartiene invariabilmente al passato. E questa sensazione è fortissima da noi in Italia, credo, ma non dovette essere estranea neppure all'ambito in cui Duchamp espose il suo Orinatoio: altrimenti sarebbe venuta a mancare la provocazione, l'effetto disturbante, l'indignazione piccolo e medioborghese (che nella storia dell'Occidente, dagli Impressionisti in poi, è una risorsa ideologica e pubblicitaria preziosissima per chi fa l'arte). Dunque: Museo come luogo di cose morte, antiche. Laddove il "Magazine" (e, anzitutto, la sua copertina) sono Luoghi Dove Succedono Le Cose Notevoli. Succedono qui, ora, subito: e, soprattutto, succedono. Non so se hai presente quella battuta famosa, sulle labbra del direttore di giornale (o del magnate dell'editoria giornalistica, non ricordo bene) nell'età eroica del giornalismo d'assalto americano: Se non lo pubblichiamo noi [un certo fatto], non succede. Adesso ho dimenticato se viene da un film, da un romanzo, o se sia stata in effetti pronunciata da, o messa artificiosamente in bocca a, un magnate sul genere di Hearst. Ma certo è che si tratta di una battuta straordinaria e profetica: ché anticipa tutta l'ipertrofia e la pervasività dei media in quella che autori più competenti di me hanno chiamato a più riprese "l'Età dell'Informazione". Un personaggio, un evento, annunciati dalla copertina del "Magazine" acquistano di colpo rilevanza: una faccia sulla copertina del "Magazine" non è più solo una faccia tout court, ma è il Volto Di Un Personaggio.
E dei Personaggi si parla, si discute. Alle loro vicende ci si appassiona. Questo è sempre stato vero, mi sa: ricordo di aver letto tempo fa in un saggio (di Furio Jesi o Georges C. Duby, mi pare: la memoria mi fa difetto, ora) che le compagnie del teatro itinerante, tra il Millequattrocento e il Seicento, imbastivano sovente canovacci tragici basati sulle vicende di famiglie come i Trinci da Foligno o i Varano di Camerino, i Medici e i Pazzi, o i vari sovrani inglesi e francesi: erano eventi che il pubblico conosceva, di cui si parlava, e al pubblico piaceva di rivederli in scena, o di vedere in scena rappresentazioni che a quegli eventi s'ispiravano. E pare che il teatro elisabettiano di Shakespeare e Marlowe sia, addirittura, un'evoluzione di queste forme. Ebbene: a quei tempi e fino a prima del Romanticismo, per appassionare il pubblico, bisognava raccontare le gesta di qualche potente di sangue blu: un individuo, per essere anche un Personaggio, doveva avere crismi di eccezionalità plateali. Riccardo III non avrebbe mai potuto essere un gobbo e basta: doveva essere un gobbo con pretese di erede al trono, allora sì che andava bene. Un tipo come Elephant Man, storpio e deforme senz'altro carisma né blasone, quel pubblico non l'avrebbe inteso né ammirato. Il Romanticismo ci ha fatto entrare nell'ottica per cui il Personaggio può anche essere uno come noi: basta che abbia fatto qualcosa di interessante; e il fenomeno dei reality show ha abolito anche quest'ultima restrizione. Siamo al punto in cui chiunque può diventare Personaggio, senza aver vissuto una parabola tragica come quella di Marylin Monroe o aver sperimentato l'ascesa politica travagliata di un Charles De Gaulle, senza aver pronunciato discorsi clamorosi come Churchill o essersi seppellito, suicida, sotto le rovine della Cancelleria del Reich come Hitler. Non serve nemmeno più essere ricchi, belli, attori o divi: basta comparire sui media, e si diventa di colpo Personaggi. Ovviamente la celebrità e il prestigio di molti di questi Personaggi nati dalla semplice apparenza sono effimeri: diventano famosi subito e vengono scordati presto. Forse inconsapevolmente si riferiva a questo, la famosa profezia warholiana dei quindici minuti.
Fatto sta che molti di questi Personaggi non hanno nerbo: e, credo, è per questo che muoiono (i Personaggi, s'intende: non gl'individui in carne ed ossa che ad essi prestano le facce). Questi Personaggi sono effimeri perché difettano di spessore, s'appoggiano a drammaturgie mosce e intrecci frusti, non hanno chi gli scriva buone battute né sanno inventarsene in autonomia. Mi sembra che durino di più e funzionino meglio, invece, quei Personaggi che si son visti assegnare in sorte o costruire dai media un background irradiante suggestioni che chiamerei letterarie: l'infanticida Franzoni, Personaggio sapido di umori da tragedia greca, o la "lolitina" Ambra (in una intervista che vide la luce in coincidenza con l'uscita di Saturno contro, Ambra Angiolini lamentava di come il Personaggio fabbricatole addosso da Boncompagni le fosse rimasto, per anni, appiccicato).
Ma sto divagando. Se sono arrivato fin qui, è per rispondere alle tue domande. E dunque:
1. Di quali qualità (diverse da quelle tipiche di un museo) è "aurata" la copertina del Magazine?
La caratteristica della copertina del "Magazine" è di essere un Luogo Dove Succedono Le Cose Notevoli. Tuttavia: se Faletti vi compare, annunciato come "più grande scrittore italiano", non è detto che passi automaticamente la nozione che Faletti è effettivamente il più grande scrittore italiano. Anzi. Il lettore del "Magazine", anche quello non troppo colto né "lettore forte", ha maturato una diffidenza istintiva che gli viene da anni di frequentazione con i media, luoghi ove di continuo si annunciano svolte definitive (della politica, del costume, della legislazione tributaria, delle abitudini di vita, del modo di fare affari) che poi definitive non sono mai. I fatti sono provvisori: il Grande Amore Destinato a Durare Tutta La Vita finalmente trovato dalla velina di turno è tale fino al prossimo Grande Amore; la Non Rimandabile Crisi della maggioranza di governo è tale fino all'Inevitabile Inciucio; Craxi è stato la Rovina del Paese e il Simbolo Vivente di Tangentopoli, oggetto di lanci di monetine e di lazzi triviali, fino a che non si è ritrovato eletto al rango, postumo, di Uomo di Stato; il Definitivo Modello di Auto Sportiva è tale fino all'apparizione di un Modello ancor più Definitivo. Oso dire: il lettore del "Magazine", anche quello non troppo colto né "lettore forte", s'è abituato a far la tara alle iperboli, che dal linguaggio della pubblicità sono migrate in quello del giornalismo.
2. "D'Orrico non ha in alcun modo il potere di far entrare Faletti nel Canone". Quindi: dove lo fa entrare?
Ma: se la copertina del "Magazine" è un Luogo Dove Succedono Le Cose Notevoli, allora una Cosa Notevole in quel messaggio ("Faletti più grande scrittore italiano") dovrà pur esserci: e il lettore del "Magazine", consciamente o no, la rileva dal sottotesto. Da cui: l'informazione vera non è nel fatto che Faletti sia il più grande scrittore italiano, ma nel cambio di ruolo del Personaggio Faletti: che da Personaggio televisivo defunto, stracotto, ormai dimenticato, disperso, non pervenuto, diventa Personaggio Scrittore: che si avvale, perdipiù, di un solido background di Ex-Personaggio Televisivo fallito, inventore di un'icona degli anni Ottanta qual è Vito Catozzo, e non importa se è trash, ché il lettore del "Magazine" ha ben orecchiato in giro che il trash è in corso di rivalutazione e di ripescaggio critico. Quella copertina provoca nel lettore del "Magazine" un cortocircuito cognitivo per cui ci può essere sì diffidenza verso la statura di scrittore di Faletti, ma non sulla rilevanza del Personaggio Scrittore Faletti: che viene immediatamente acquisito come un Personaggio Scrittore che magari non sarà il più grande scrittore in Italia, ma ha pienamente diritto allo spazio che occupa in termini di visibilità, e ciò significa: recensioni, apparizioni tv, e compagnia cantando. La copertina del "Magazine" rilancia Faletti sulla breccia, lo svecchia, anzi lo estrae con gesto acrobatico dalla naftalina in cui se ne stava: l'operazione poi non incontra nessuna resistenza psicologica nel lettore del "Magazine", perché, se è vero che un italiano su due ha il suo bravo romanzo nel cassetto, e più uno è alfabetizzato e più è probabile che ce l'abbia (e, di conseguenza, se uno legge il "Magazine" ce l'ha: esagero sì, ma neanche tanto) allora il lettore del "Magazine" vede confermarsi davanti ai suoi occhi quel mito per cui chiunque, anche un Ex-Personaggio Televisivo fallito, può diventare Personaggio Scrittore: anzi, che il fatto di diventare Personaggio Scrittore è un atto salvifico, che redime persino dalla condizione di Ex-Personaggio Televisivo fallito, condizione che più miserrima non si può: dacché, se la visibilità mediatica è il desiderio proibito più diffuso nei nostri tempi, nessuno è misero come colui che ce l'aveva eppoi l'ha perduta.
D'Orrico ha pure l'astuzia di condire il suo rilancio di Faletti con una spezia piccantissima destinata però, non al lettore-tipo del "Corriere", ma ad altri critici e recensori: l'elevazione di Faletti a "più grande scrittore italiano". Bum. Una cosa del genere non poteva non suscitare reazioni indignate: e infatti qualcuno c'è cascato, e giù articoli su articoli di denuncia, di condanna, di rappresaglia, pareri e contrpareri che si sono sprecati: un battage clamoroso e del tutto gratuito. Che poi nessun critico serio abbia ceduto alle sirene di D'Orrico, e dunque il Canone resti sbarrato per Faletti, è cosa da poco: il rilancio di Faletti come Personaggio Scrittore è comunque riuscito magnificamente. Dunque, D'Orrico con il suo agire non proietta Faletti nel Canone, bensì nel Mondo dei Personaggi, ovvero lo rilancia alla grande: gli conferisce il diritto a esistere in pubblico. Prova ne sia il fatto che oggi nessuno si stupisce che venga dedicato un grandissimo spazio a Faletti, sui media e nei discorsi sulla letteratura, e questo persino al difuori del contenuto dei suoi libri, quale che sia. Tant'è che per condannare Faletti e usarlo a mo' di esempio di ogni malcostume letterario non c'è bisogno di leggerlo: basta citare i suoi denigratori pubblici o denigrare direttamente D'Orrico; ugualmente, basta far riferimento positivo all'agire di D'Orrico per incensare Faletti e usarlo a mo' di esempio di una presunta "rinascita" della letteratura patria (che ha imparato a scrivere anche libri-blockbuster, libri-che-si-fanno-leggere, libri che "parlano la lingua del non lettore, etc.)
Ciao, e scusami per la lunghezza.
[Per carità. I ragionamenti hanno bisogno di spazio e di tempo. gm]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 16.08.07 18:58
Interventi
Ohhh, D'Orrico ha dichiarato Faletti il più "grandeee". Ohhh... chi se l'aspettava. :-)))
Non era proprio previsto. Quindi adesso Piperno e Colombati e tutti gli altri passano ad essere secondi, terzi, quarti ecc. ecc. più grandi ecc. ecc. Questa volta sono tentato di dare ragione a D'Orrico: Giorgio Faletti è il più grande. Anzi, non è che sono tentato, sono d'accordo: è il più grande. Mi spiace per tutti gli altri che adesso hanno persa la prima posizione, ma la pole position è uno sport bastardo di natura, bisogna essere cattivi e Faletti ha la grinta del cattivo del duro di quello che ti conquista il mercato non solo italiano ma anche straniero. E non disprezziamo Vito Catozzo, un personaggio che ha disegnato gli anni Ottanta e le sue manie perfettamente, per non dire delle ottime prove pasoliniane come paroliere-poeta, "Minchia Signor Tenente", brano che ancor oggi a sentirlo ti si accappona la pelle, e poi le bellissime liriche scritte insieme ad Angelo Branduardi, il menestrello italiano della musica d'autore. Si aggiunga a tutto questo che Giorgio Faletti è anche un egregio attore, che riesce bene nei ruoli, soprattutto in quelli a cui deve dar voce e credibilità a delle macchiette, come ad esempio ne "La notte prima degli esami". Faletti per ogni thriller ti vende minimo 1.000.000 di copie: credo sia l’unico scrittore italiano capace di scrivere storie come un Connelly o un Deaver, senza scadere nell’obsoleto cliché dei thrilleristi italiani infognati tra le mura di Milano o al limite di Bologna e dintorni, questo perché Faletti riesce ad avere visione molto ampia dell’orizzonte narrativo, ne consegue quindi che infonde credibilità a ogni sua storia sia essa ambientata dietro l’angolo di casa mia, a Nizza o negli USA. Non è uno Scerbanenko che non sa scrivere, che scrive di fretta per sbarcare il lunario e il libro come viene viene e chi se ne fotte: no, Giorgio Faletti lavora di bulino, i personaggi così come le ambientazioni sono del mondo e ad esso appartengono.
Sì, questa volta sono d'accordo con D'Orrico, in pieno. Senza scherzo né fallo.
P.S.: Lo scrittore se non è anche il Personaggio non acquista né ha in sé latente la 'esse' maiuscola. Faletti è Personaggio, è Scrittore, arriva e ti "uccide" dentro.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 16.08.07 22:31
Mi pare che tra gli amati e osannati da D'Orrico ci sono pure Camilleri, Niffoi, Piperno, Cappelli... Son tutti personaggi?
Pubblicato da: Giulio - 17.08.07 13:26
Ossì che sì. Tutti.
Ma adesso è più Personaggio Faletti, gli altri sono diventati, per naturale conseguenza, delle comparse, stando alla logica di promozione dorrichiana. In fondo se uno accetta di stare e di farsi, anzi di saper farsi amare da un critico come D'Orrico deve mettere in conto che oggi c'è e domani potrebbe lasciarti a piedi in mezzo al deserto senza neanche una mezza borraccia d'acqua per tentare di sopravvivere per qualche ora appena.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 17.08.07 19:38
Infatti, ci sono ancora da un po' di anni: Faletti, Niffoi, Piperno, Ammanniti, Vitali,quasi tutti no? Forse manca solo Colombati. Io gli direi grazie a D'Orrico, che con la critica mummificata e schierata per bande, si muove liberamente con fantasia e indipendenza. Sicuro ha dato un bel contributo all'aumento della lettura contemporanea italiana. Se poi ha usato Faletti, come un Cavallo di Troia per tirar fuori poi perle come Piperno, Niffoi e Cappelli, viva Faletti e pure il grande Vito Catozzo coi roberti della cugina.
Pubblicato da: Giulio - 18.08.07 09:37
Se tu vuoi illuderti che D'Orrico usi Faletti come Cavallo di Troia, e soprattutto se vuoi doppiamente illuderti che Faletti si faccia usare quasi fosse il primo fesso preso per strada, nessuno te lo vieta: le illusioni sono fatte di niente e costano solo a chi le partorisce.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 18.08.07 11:50
@Giulio, chiedi: "Son tutti personaggi?". Mi vien da risponderti: Alcuni di più e altri meno, ma si può ravvisare la tendenza di D'Orrico, leggendo i suoi pezzi sul "Magazine", a presentarli come tali. Quando D'Orrico vuol consigliare un libro, lo spazio che dedica al libro in sé è forse il 20% del pezzo: il resto è occupato da considerazioni sullo scrittore, sul suo background, su quel che mangia, sulla gente che frequenta, su come va in giro vestito, sull'auto che guida, sui posti in cui va in vacanza. Mi pare che la tendenza a voler "creare un Personaggio" sia evidente.
Pubblicato da: davide l. malesi - 18.08.07 12:50
Credo che Faletti non sia così scarso come autore, al di là del lavoro fatto da D'Orrico per imporlo come personaggio e tutto ciò che ne consegue (ma se non sbaglio è passato qualche annetto da quella copertina di Magazine, e noi se ne parla ancora).
Sarebbero poi da evitare certe considerazioni sulla letteratura cosiddetta di genere: Poe, Simenon, Chandler, sono ancora letti e apprezzati, segno che qualcosa di interessante sulla natura umana sono stati capaci di dirlo, mentre molti che si sono cimentati con la cosiddetta letteratura alta da pen club sono stati dimenticati, perché evidentemente non sono riusciti nell'intento. Per quello che se ne sa, Sergio Vastano o Alvaro Vitali potrebbero aver proposto delle loro opere narrative, ma il loro essere personaggi non è stato sufficiente a convincere qualcuno a lanciarli come autori, perché mancava un minimo di stoffa (a proposito, adesso è uscito anche il giallo del paninaro di drive in, Enzo Braschi).
Con questo non voglio dire che Faletti sia destinato a restare nel tempo, penso anzi l'esatto contrario, ritengo però che i giudizi sulla qualità degli autori, o narratori, o scrittori, dovrebbero essere dati facendo uno sforzo di maggiore equidistanza rispetto sia al contorno mediatico-editoriale che ai generi. Non dico obiettività perché quella è impossibile, probabilmente.
Pubblicato da: montekristo - 18.08.07 17:01
@montekristo, dov'è che qui si fanno "considerazioni sulla letteratura di genere"? E soprattutto, a quali considerazioni alludi scrivendo "certe considerazioni"?
Pubblicato da: davide l. malesi - 18.08.07 17:45
C'è un po' di confusione sul "personaggio".
Il redattore del magazine generalista, se vuole imporre all'attenzione del grande pubblico uno scrittore deve in qualche modo calcare la mano sul "personaggio" potenzialmente visibile nello scrittore. E' il codi ce interno del media in oggetto, cioè il magazine, che lo impone.
Questo non significa che come scrittore sia inconsistente. Non mi si venga a dire che lo sono scrittori come Philip Roth, Mordecai Richler, ma anche Avoledo, Vitali, Niffoi, lo stesso Camilleri. Poi uno può essere più o meno in sintonia col genere o col target cui lo scrittore si rivolge, ma si tratta di scrittori di pregio.
Io credo che accanto a questi, D'Orrico provi ogni tanto a "imporre" un libro, magari meno oggettivamente qualitativo ma per qualche verso secondo lui importante, anche per il gusto di farlo, in fondo è questo il massimo potere cui può aspirare un recensore, trasformare le sue simpatie in gusto comune. Allora Gomorra, che è noioso per metà ma importante per altri versi, Piperno e Colombati per far incazzare i critici di sinistra e farla finita col neorealismo dei tinelli, e Faletti perchè come dicevo più sotto la maggior parte dei lettori vogliono leggere un libro che è un film americano che ti dura una settimana, è un fatto di percezione molto condivisa e poco letteraria, Faletti lo fa benissimo e forse soprattutto l'ha fatto per primo in Italia, con la convinzione che gli scrittori "laureati" non avevano. D'Orrico è uno a cui interessa scovare nuovo pubblico ai libri, non compiacere quello tradizionale. E' uno che sposta consensi sul prodotto libro, all'editoria fa bene.
Se i critici veri sono spariti dai quotidiani e le recensioni sono per lo più presentazioni del prodotto, cioè se nessuno o pochissimi fanno una cernita critica e una presentazione dei libri alternativa alla sua, che colpa ne ha lui?
Pubblicato da: valter binaghi - 18.08.07 18:30
@Valter, scrivi: "Il redattore del magazine generalista, se vuole imporre all'attenzione del grande pubblico uno scrittore deve in qualche modo calcare la mano sul 'personaggio' potenzialmente visibile nello scrittore. E' il codice interno del media in oggetto, cioè il magazine, che lo impone". E' il verbo "dovere" che qui non mi convince. Non tutti quelli che scrivono di libri su magazine generalisti fanno questa cosa. Tiziano Gianotti, per esempio, non la fa: e le sue recensioni su "D" (supplemento di "Repubblica" ne rilasciano ampia testimonianza). Anche altri recensori non lo fanno.
Scrivi poi: "Questo non significa che come scrittore sia inconsistente". Infatti. Il pezzo non affronta la "consistenza" del Faletti scrittore (né degli altri scrittori che nomini, se è per questo) bensì la strategia retorica di Antonio D'Orrico.
Pubblicato da: davide l. malesi - 18.08.07 18:46
@Davide
Però Gianotti non è la regola, e nemmeno D ha il target del Corriere magazine. Però te lo concedo, nessuno obbliga a fare così. E' che D'Orrico ha occupato uno spazio vuoto, quello della spettacolarizzazione della letteratura per un pubblico che non sia quello dei premi letterari. E' un'operazione di svecchiamento, ho detto che funge agli editori, non all'elevazione del gusto dei lettori, che resta secondo me immutato. Al lettore "forte" non basta D'Orrico per decidere di acquistare, almeno credo.
Pubblicato da: valter binaghi - 18.08.07 20:00
@davide: Da un lato mi sono preso la licenza di allargare il discorso, aggiungendo la considerazione sulla letteratura di genere, argomento che aleggia sempre quando si parla di gialli, thriler, noir etc... Dall'altro lato, più esplicitamente, ho preso spunto dal tuo intervento originario (...che ha imparato a scrivere anche libri-blockbuster, libri-che-si-fanno-leggere, libri che parlano la lingua del non lettore...), che non citava esplicitamente il discorso della letteratura di genere ma mi sembrava lo evocasse. Infine facevo riferimento all'ironico intervento di Giuseppe Iannozzi (...Faletti per ogni thriller ti vende minimo 1.000.000 di copie: credo sia l’unico scrittore italiano capace di scrivere storie come un Connelly o un Deaver, senza scadere nell’obsoleto cliché dei thrilleristi italiani infognati tra le mura di Milano o al limite di Bologna e dintorni, questo perché Faletti riesce ad avere visione molto ampia dell’orizzonte narrativo, ne consegue quindi che infonde credibilità a ogni sua storia sia essa ambientata dietro l’angolo di casa mia, a Nizza o negli USA. Non è uno Scerbanenko che non sa scrivere...) Per non appesantire l'intervento, avevo omesso di chiarire questa parte, lo faccio volentieri adesso. Dire "certe considerazioni" non voleva essere un modo subdolo di alludere senza dire.
Pubblicato da: montekristo - 18.08.07 22:25
Ha lanciati anche Saviano e Avoledo, tra gli altri. Poi, dopo un po', ci ha provato con Leonardo Colombati, ma facendo un "buco nell'acqua" così pazzesco che i due poli si sono sciolti, alla faccia del "Rio", uno tsunami che ha spazzato via ogni cosa, Londra compresa. Con Piperno gl'è andata bene: ma era il suo primo libro. Il secondo, se mai lo scriverà, non credo proprio che avrà lo stesso successo di "Con le peggiori intenzioni". D'altro canto è impossibile enumerare quante volte D'Orrico ha detto che Tizio e Caio i più grandi scrittori viventi italiani: li mette sulla scacchiera, ci gioca un po', poi rimane in piedi uno solo, o meglio un solo pezzo, il Re o la Regina! Con Faletti gli è andata proprio di lusso, ma andava a colpo quasi sicuro: in fondo Faletti era reduce da un passato come cabarettista non indifferente (vedi il Drive In ideato da Antonio Ricci, e Faletti coi suoi personaggi Vito Catozzo, Carlino, Suor Daliso, il testimone di Bagnacavallo), poi conduttore anche di "Striscia la notizia" - che se oggi non conduci almeno una volta la notizia strisciante non sei nessuno men che meno un comico -, e ancora paroliere e cantante in prima persona, attore; e in tutte queste prove Giorgio Faletti non aveva sbagliato mai, riuscendo sempre a prendere su di sé il plauso del pubblico, come minimo. E chicca che qualcuno ama non ricordare, perché forse gli fa scomodo, anno 1995: l'album "L'assurdo mestiere" vince - sturatevi gli orecchi - il Premio Rino Gaetano per i testi, quindi per la parte "più" letteraria delle canzoni. Forte del successo sanremese e non solo, scrive canzoni per Mina (Traditore), Fiordaliso (Mascalzone), nonché i testi degli album "Camminando camminando" (1996) e "Il dito e la luna" (1998) di Angelo Branduardi, rilanciando il menestrello della canzone italiana. Arriviamo al 2002, "Io uccido", tre milioni e mezzo di copie: e quando mai un autore italiano, per giunta di thriller, ha fatto tanto? Il 2005 è metà e metà per Giorgio Faletti: riceve dal Presidente della Repubblica il Premio De Sica per la Letteratura. Tuttavia è anche testimonial per la campagna a favore della tutela del diritto d'autore, che fa inalberare qualcuno. Ma il terzo romanzo, "Fuori da un evidente destino" lascia alle spalle quella che qualcuno considera una macchia, mentre così non è, perché il diritto d'autore è sacrosanto e troppa teppaglia oggi crede di potersi fare la legge da sé e applicarla a destra e a sinistra a proprio modo e piacimento. E nel 2007 scrive per Milva: la coppia Milva-Faletti riesce bene, nonostante Milva abbia oramai un po' di anni e non sia più seguitissima come un tempo.
E' chiaro che se oggi D'Orrico deve puntare su qualcuno, punterà su Faletti o su "un" Faletti. Non penso che punterà ancora su Roberto Saviano: mi sembra che oramai dopo "Gomorra" non abbia più nient'altro da dire. Che farà Saviano? Scriverà ancora di Mafia? O si darà alla fiction, o al saggio totale? Interrogativo troppo "grande e grasso" perché si possano fare scommesse su un suo futuro successo. E' invece più probabile ipotizzare che scriverà articoli, come già sta facendo, e che poi finiranno per diventare il suo secondo libro: una raccolta di articoli, che poi non fanno altro che ribadire la cronaca di questi ultimi due anni e le cui idee sono state in buona parte già state dette in "Gomorra".
Tronco qui il discorso... troppo lungo per stare tutto tra i commenti... ma tanto si è capito, o no. E se non si è capito, poco male. :-)))
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 19.08.07 00:22
Valter Binaghi scrive: "D'Orrico ha occupato uno spazio vuoto, quello della spettacolarizzazione della letteratura per un pubblico che non sia quello dei premi letterari". Una domanda potrebbe essere: come mai quello spazio era rimasto vuoto? Gli editori industriali, con tutto il loro marketing, non ci avevano pensato? (in alternativa: ci hanno pensato, ed è saltato fuori appunto il fenomeno-D'Orrico; ma su questo ho seri dubbi, perché il D'Orrico mi pare assai autonomo).
Pubblicato da: giuliomozzi - 19.08.07 09:25
In effetti... aspettiamo altre lezioni sul Dadaismo. Ma non qui, diamine. All'Accademia dei Lincei. Barbieri, ci saremo.
Pubblicato da: Vito - 19.08.07 09:47
Il post di cui sopra era per la discussione: Antonio D'Orrico vs. Marcel Duchamp pardon.
Pubblicato da: Vito - 19.08.07 09:52
@Valter, non dico che Gianotti sia "la regola". Però "D", anche se non ha lo stesso target del "Magazine", è lo stesso una magazine generalista (e tu ti riferivi, genericamente, a questo tipo di pubblicazioni, senza esplicitarne il target). Ad ogni modo, vorrei chiederti: se Gianotti non è "la regola", chi è tra i recensori dei quotidiani e dei magazine generalisti che, secondo te, incarna questa regola? (D'Orrico a parte, s'intende).
@montekristo, il mio discorso non intendeva evocare in alcun modo la letteratura cosiddetta "di genere", perché - questa è la mia opinione - tutta la letteratura è letteratura "di genere". La "Divina commedia" è un poema didascalico, dunque appartiene a un "genere". "Le relazioni pericolose" è un romanzo epistolare, dunque appartiene a un "genere". "I Promessi sposi" è un romanzo storico, dunque appartiene a un "genere". Eccetera eccetera. Capisco, ad ogni modo, a cosa ti riferisci tu parlando di "letteratura di genere". Tuttavia, la domanda resta: dov'è che, nel testo, tu hai letto mie considerazioni su quella che chiami "letteratura di genere"? E quali sarebbero, queste considerazioni? A me non sembra di averne fatte.
@Giulio, non potrebbe essere che D'Orrico abbia avvertito la strategia retorica di "spettacolarizzare la letteratura" come molto vicina alle sue corde, e di conseguenza ci sia semplicemente arrivato prima di altri, trovandola naturale e spontanea?
Pubblicato da: davide l. malesi - 19.08.07 13:24
@Davide: Beh, mi sembra di aver già risposto, se tu dici che nel passaggio da me citato non intendevi evocare la letteratura di genere, nel senso da me inteso e da te compreso, allora possiamo chiudere qui questa parte del discorso. Del resto, avevo già specificato che si trattava di uno degli elementi che mi avevano spinto alla considerazione, non dell'unico.
Semmai, mi viene da osservare che forse non è il caso di dare un'importanza eccessiva al sor D'Orrico. Credo che Gomorra, ad esempio, si sarebbe con ogni probabilità affermato a prescindere dal suddetto, mentre in altri casi, come è stato rilevato, il colpaccio non gli è riuscito. Resta il fatto che lo slogan del miglior scrittore italiano a suo tempo appiccicato a Faletti ha funzionato, proprio come una campagna pubblicitaria azzeccata che si scava spazio nell'immaginario e decreta il successo del prodotto, e questo fatto in qualche modo è diventato il fulcro di un discorso più generale sulla letteratura e l'editoria italiana, di cui questa discussione partita da un'orinatoio è una diramazione. Allora un modo interessante di riformulare le questioni qui in ballo potrebbe essere: perché quella famosa copertina è diventata il fulcro etc etc...?
Pubblicato da: montekristo - 19.08.07 20:41
In effetti, quest'ultima è una buona domanda.
Pubblicato da: davide l. malesi - 20.08.07 09:07
Ed è appunto la domanda sulla quale si chiude il mio precedente abbozzo d'articolo.
Pubblicato da: giuliomozzi - 20.08.07 09:24
"Infatti, ci sono ancora da un po' di anni: Faletti, Niffoi, Piperno, Ammanniti, Vitali,quasi tutti no? Forse manca solo Colombati. Io gli direi grazie a D'Orrico, che con la critica mummificata e schierata per bande, si muove liberamente con fantasia e indipendenza. Sicuro ha dato un bel contributo all'aumento della lettura contemporanea italiana. Se poi ha usato Faletti, come un Cavallo di Troia per tirar fuori poi perle come Piperno, Niffoi e Cappelli, viva Faletti e pure il grande Vito Catozzo coi roberti della cugina."
Condivido in pieno, in particolare la faccenda dei roberti della cugina.
Pubblicato da: Marco - 20.08.07 12:21
Piperno ha scritto un solo libro.
Com'è possibile che ci sia da un po' di anni?
Di quale Vitali perli, Giulio: ce ne sono un po' di Vitali.
Faletti, il discorso l'ho già fatto: gli ha dato un calcetto d'avvio con "Io uccido", poi Faletti è andato avanti da sé.
Saviano, pure lui ha scritto un solo libro.
E come già detto credo gli sarà dura tirare fuori un altro libro. Per me è già esaurito, letterariamente parlando.
Colombati con la recensione di D'Orrico è peggio che se l'avessero ghigliottinato.
Piperno, come ho già detto, è solo un "piperno": aspetto l'altro piperno, per fare la coppia almeno. Ma non avrà lo stesso successo del primo lavoro.
Narrativa popolare. Non Letteratura.
Però Faletti, che tu dici Cavallo di Troia, ha venduto più di tutte le tue perline, con un solo romanzo. Alla faccia del Cavallo di Troia!
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 20.08.07 13:09
PS
in effetti i due roberti erano della cognata di Vito Catozzo.
PPs
Massimo rispetto per Faletti. Che è pure simpatico.
ppps
Andrea Vitali (olive comprese, il segreto di Ortelia, il procuratore). Scuola lacustre provincia godereccia che ha il capostipite in Piero Chiara.
Pubblicato da: Giulio - 20.08.07 16:15
@Davide: Scusa se vado fuori tema, almeno in parte, ma per curiosità ho dato un'occhiata alle tue recensioni sul blog, e ho visto che hai una certa tendenza alla stroncatura. Non discuto il merito delle stesse, ma volevo chiederti: ci sono autori italiani viventi, diciamo sotto i quarantacinque anni, che hai recensito o recensiresti in maniera positiva?
Una piccola nota su Saviano: non è vero che sia narrativa popolare, non è narrativa punto. Trovo che l'aspetto migliore di Gomorra sia quello informativo, personalmente ho capito e scoperto cose della Campania che non sapevo, come ad esempio il traffico di rifiuti tossici provenienti dal nord. Sotto questo aspetto ha dei meriti, però sono meriti da inchiesta giornalistica, che tuttalpiù può essere definita romanzata. Ma la narrativa, popolare o meno, mi sembra sia altra cosa.
Pubblicato da: montekristo - 21.08.07 01:49
@montekristo, ci sono sicuramente autori italiani viventi che ho recensito positivamente. Per esempio: i miei ultimi due pezzi usciti su "Stilos" prima della pausa estiva riguardavano, guardacaso, due libri di autori italiani ("Città di parole" di Alessandro Portelli, "I compagni del fuoco" di Ernesto Aloia): libri che mi hanno fatto una impressione davvero buona e dei quali non faccio che parlar bene. Portelli, tuttavia, ha di sicuro più di quarantacinque anni.
Pubblicato da: davide l. malesi - 21.08.07 08:45
Ah, l'Andrea Vitali di "Una finestra vistalago"!
"I romanzi di Andrea Vitali, sono una rarità, rappresentano campioni dell’antica arte del racconto italiano." (Antonio D’Orrico, «Sette»)
Bei tempi quelli in cui il Corriere Magazine si chiamava ancora Sette: forse c'era un po' di spirito critico in più rispetto ad oggi. E per "Olive comprese": "Andrea Vitali è il medico scrittore che onoro da tempo come uno dei migliori narratori italiani." (Antonio D'Orrico)
Ma anche per "La Signoria Tecla Manzi" ebbe almeno almeno una buona parola: "E' tempo che il grande pubblico scopra l’estrema e godibilissima bravura di Andrea Vitali." (Antonio D’Orrico, «Sette»" E per "Il procuratore": "Andrea Vitali è ogni volta più bravo. Lavora come un orologiaio su meccanismi infinitesimali. Con mano fermissima." (Antonio D’Orrico, Sette - Corriere della Sera)
Si può dire che Andrea Vitali e Antonio D'Orrico viaggino mano nella mano: se non c'è il calcio d'avvio del critico D'Orrico, Vitali non parte da sé.
Per "Con le peggiori intenzioni" di Alessandro Piperno è invece possibile godere di questa chicca: "Sul tappeto verde della letteratura, Alessandro Piperno ha giocato la sua vita. E ha sbancato." (Antonio D'Orrico, "Corriere della Sera") Mentre per Alberto Ongaro: "Ongaro ha qualcosa dei re di una volta, è munifico, ricchissimo, nobile di sentimenti, nel suo inchiostro scorre sangue blu." (Antonio D'Orrico, "Corriere della Sera") E ancora sempre per Ongaro: "I romanzi di Ongaro sono fatti della stessa materia dei sogni." (Antonio D'Orrico, "Corriere della Sera") Per arrivare alfine a questa dichiarazione che è da imparare a memoria per donarla ai posteri come perla di saggezza: "Ongaro è per me il più grande narratore italiano vivente." (Antonio D'Orrico, "Corriere della Sera") Ma poi, parlando di un presunto post-pipernismo, D'orrico recensendo "Rio" di Leonardo Colombati, scrive: "...Alessandro Piperno e Roberto Saviano e propongo un brindisi a tutti e tre: i salvatori della letteratura italiana."
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 21.08.07 08:46
E soprattutto, quello di Portelli non è un romanzo. Avevo omesso di specificare che mi riferivo alle opere di narrativa. Vabbè, resta Aloia.
Quanto a D'Orrico, resta da stabilire se e quanto i suoi iperbolici commenti abbiano una vera influenza sulle scelte di chi legge e quindi sulle vendite. Caso Faletti a parte, c'è anche la possibilità che si sopravvaluti il suo ruolo, e che nelle stanze degli addetti ai lavori i suoi peana rimbombino più forte di quanto non accada nelle librerie. La butto lì.
Pubblicato da: montekristo - 21.08.07 13:04
Mah, Montekristo, D'Orrico, nel bene e nel male, ha sempre il suo peso: può farti vendere all'inizio, il cosiddetto calcio d'avvio, lo start, ma dopo devi saper correre con le tue gambe, insomma la classe ce la devi avere altrimenti rimani fermo pure col calcio di D'Orrico. Come per Colombati con "Rio": D'Orrico il calcio gliel'ha dato, bello forte, ma Leonardo non s'è mosso proprio, o meglio per via del calcio è caduto al suolo per rimanerci inchiodato. Per altri scrittori, se non c'è D'Orrico che gli dà il calcio d'avvio a ogni nuovo uscita in librerira, forse da soli combinerebbero ben poco o non così tanto. Tullio Avoledo funziona, gli basta un calcetto di Loredana Lipperini e uno di Sergio Pent, ma potrebbe farne a meno: oramai il suo pubblico ce l'ha consolidato.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.08.07 07:07
qualcuno la pensa così (da "Il barbiere della sera", 4 settembre 2003. http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=8863)
04.09.2003
D'Orrico, ma come si permette?
di Alviero
Per criticare un libro, dà della «poveretta» alla sua autrice. Non sarà mica l'ennesimo caso di ferocia recensoria che dissimula l'astio degli scrittori falliti?
Ci sono poche occasioni per sentirsi più fortunati di qualcun altro.
A me capita almeno una volta alla settimana, quando esce il “Sette” del Corsera, con la paginuzza pedagogico-editoriale di Antonio D'Orrico.
Il quale da anni sembra lavorare - forse inconsapevolmente - in una sola direzione: rafforzare nei lettori il diffuso sospetto che dietro un critico letterario, molto spesso, ci sia uno scrittore fallito.
Fallito, ingrommato pertanto di risentimento verso gli ex colleghi che abbiano - per merito, per destino - superato la frontiera che divide gli autori pubblicati a spese dell'editore da quelli che non pubblicheranno mai, oppure lo fanno a proprie spese.
Può darsi che il signor Antonio D'Orrico non sia uno scrittore fallito, con ogni probabilità fin dall'infanzia la sua vocazione era quella del recensore.
O meglio dell'educatore. Nella sua paginuzza settimanale, infatti, D'Orrico non si limita a riferire di quel che ha letto, approvando un libro e disapprovandone un altro.
No, il suo è il tono ultimativo del sergentello addetto alla decimazione del battaglione inetto: tu sì, tu no. L'uno di nuovo al fronte, l'altro al muro col plotone alle spalle.
Senza appello, senza - soprattutto - mai un dubbio. Soprattutto, con l'infinito disprezzo che un Creatore pentito potrebbe nutrire per un universo malandato: equanimemente esercitato verso i lettori dissenzienti come nei confronti degli autori colpevoli di non aver scritto secondo il suo altissimo gusto.
Perché scrivo questo? Perché stamattina, a pagina 103 del “Sette” di oggi 4 settembre 2003, nel solito colonnino che da mesi D'Orrico stancamente esaurisce scrutinando le proposte dei lettori sul tema delle migliori morti letterarie, ho letto quanto segue.
«... Viva Anna Karenina e abbasso chi, come ha fatto una poveretta pubblicata da Adelphi, la nomina invano nel titolo di un suo libro orribile (ma anche dire orribile è dire troppo, in altre civiltà per reati molto meno gravi di questo tagliano le mani)...».
Non ci vuol molto per capire che D'Orrico si riferisce a “Libera la Karenina che è in te” di Rosa Matteucci, uscito a marzo da Adelphi. Libro che può piacere e può non piacere (a me è piaciuto), come l'opera precedente di un'autrice colta, eccentrica, spiazzante, sicuramente anomala nel desolato scenario di una letteratura italiana in cui, proprio grazie a gente come D'Orrico (1), la moneta cattiva scaccia ormai da tempo quella buona.
Io mi chiedo - e vi chiedo - se questo tono sguaiato, insolente, truculento, volgare si addica a un recensore che tenga a una reputazione di attendibilità presso i lettori.
Un critico ha il diritto di definire «orribile» un libro; e pazienza se nel prosieguo della sua invettiva sbaglia nell'uso degli avverbi, scrivendo “troppo” dove avrebbe ragionevolmente dovuto scrivere “poco”. Tutto questo gli è permesso dall'articolo 21 della Costituzione.
Non così il resto: l'allusione alle sanzioni coraniche è segno di cattivo gusto e di ignoranza. Cattivo gusto, dati i tempi.
Ignoranza, perché nella nostra “civiltà” pubblicare un libro che D'Orrico giudica “orribile” per fortuna non è ancora un reato.
Soprattutto, mi fa inorridire l'uso del termine «poveretta»: una scelta lessicale che gronda malanimo, livore, disprezzo.
E che spero non resti priva di conseguenze giuridiche (penali o civilistiche) per il su responsabile. Nel giudicare un libro, infatti, molto è permesso, quasi tutto, tranne insolentirne l'autore.
Chi si spinge oltre tale limite di decenza dà modo di ipotizzare a proprio carico il fatto personale, con l'autrice oppure con il suo editore; l'invidia, magari, per chi figuri - magari immeritatamente - nel catalogo di una casa prestigiosa come Adelphi.
Ma chi è il signor D'Orrico, per esprimersi così? Quali titoli può vantare, accademici ed editoriali, per fondare un'autorevolezza che egli dà per scontata in ogni sua frase?
Con quali meriti ha ottenuto il pulpito dal quale settimanalmente diffonde le sue tossiche e tossicolose omelie?
In ragione di che cosa, infine, questo signore si sente autorizzato a dare della «poveretta» a una persona che forse non ha mai visto nemmeno in fotografia, ma che ha la colpa capitale di aver scritto un libro che non gli è piaciuto?
E come si permette, infine, di usare la parola “civiltà” se dimostra di non conoscerne il significato?
NOTA
(1) “Vespe”, da Il Sole 24 Ore del 23 gennaio 2003:
Urge consulto internazionale di oftalmologi per il critico letterario di «Sette» Antonio D'Orrico, affetto da una grave forma di «megalopsia»: un'alterazione della facoltà visiva per cui gli oggetti (e le persone) appaiono più grandi del reale.
Da un po' di tempo, infatti, D'Orrico vede dappertutto Grandi Scrittori.
Dopo avere gratificato della qualifica iperbolica di «più grande scrittore italiano» l'ex-comico di «Drive In» Giorgio Faletti, questa settimana affibbia il titolo di «grande» a un altro esordiente assoluto, Tullio Avoledo.
La sindrome sta diventando seria. Vista attraverso la lente deformante di D'Orrico, la narrativa italiana non sembra più in grado di produrre scrittrici e scrittori piccoli o medi, lunghi o corti, magri o grassi, ma soltanto grandi. Romanzieri kingsize, extralarge.. Insomma, da Nobel.
Ma siamo sicuri che si tratti soltanto di un problema oculistico? Se la memoria non ci inganna, anni fa il valoroso critico era stato aggredito in redazione da uno scrittore, non grande né grosso, di certo prestante, che lo aveva preso a pugni per una stroncatura.
Quell'episodio deve avere comprensibilmente lasciato un segno nella psiche di D'Orrico. Sicché, quando ha visto il titolo del romanzo di Faletti, Io uccido, avrà pensato: questo non si limita a qualche cazzotto. Fa sul serio. Meglio incoronarlo subito, così si dà una calmata. La mossa è astuta, ma rimane un'incognita: e se, gli scrittori «non grandi», nel loro piccolo, si incazzassero?
Pubblicato da: fabrizio - 22.08.07 08:59
@ FABRIZIO
Che D'Orrico domani incoroni un altro Nessuno il più grande scrittore italiano vivente è fuor di dubbio, come è fuor di dubbio che oramai Faletti non ha più bisogno di D'Orrico, in quanto viaggia benissimo da solo. Purtroppo c'è da dire, considerata la fama di cui gode bene o male D'Orrico, che se stronca un autore o se lo incensa e non gli riesce di portarlo su, quello scrittore farà probabilmente una fatica del diavolo per rimettersi in piedi, sempre che ci riesca. Il che non è affatto detto.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.08.07 10:07
quindi, o D'Orrico o morte.
è inquietante, Giuseppe.
ma vero.
Pubblicato da: fabrizio - 22.08.07 15:58
@ FABRIZIO
Sì, inquietante che un critico possa decidere della sorte di un autore. Del suo futuro, per i posteri anche. O per meglio dire: che un solo critico sia tanto influente, soprattutto sulle persone comuni - che ogni tanto si fanno prendere l'uzzolo di leggere un libro -, non dico tanto sugli addetti ai lavori che, se non sono proprio rincoglioniti di loro, ogni tanto si spremono pure le meningi col rischio però d'andare incontro a un coccolone abituati come sono a "non pensare"!
Poi, a ben guardare, D'Orrico è diventato famoso lanciando Giorgio Faletti: io direi, senza osare neanche troppo, che è stato Faletti a lanciare definitivamente Antonio D'Orrico. E oggi D'Orrico, bellamente, a chi gli chiede se ripeterebbe l'esperienza di portare Giorgio Faletti in copertina: "Tre volte di fila. Perché è servita moltissimo. Ha svelato il trucchetto, vale a dire che quella conventicola di diciotto persone che si crede Dio in terra invece non conta nulla. Questa è una trasformazione epica da sottolineare. Così come accadde con Camilleri peraltro. Se il libro di uno scrittorello di quel salotto avesse avuto il successo di “Io uccido” ora avremmo uno stronzetto mafiosetto che pontifica ovunque. Cosa che non è avvenuta con Faletti. La cui opera seconda è certo inferiore, ma questa è solo la prova che Faletti non ha una casa editrice alle spalle. Però non si cancella il fatto che sia bastato un comico a spazzarli via tutti." (fonte: D’Orrico il flâneur - da una intervista di Corrado Ori Tanzi)
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.08.07 16:41
Non è "inquietante" che "un critico possa decidere della sorte di un autore": e non lo è soprattutto perché non succede.
Della "sorte di un autore" decidono, oltre all'autore stesso (che ha molte libertà d'azione): l'editore (la sua direzione editoriale, il suo ufficio marketing, la sua redazione, il suo ufficio stampa), l'agenzia di promozione, l'agenzia di distribuzione (queste due spesso coincidono), i librai, eccetera. E, ultimi ma non ultimi, i lettori.
Immaginare che l'azione di un soggetto solo possa determinare la "sorte di un autore", significa immaginare questo soggetto come un dittatore pressoché onnipotente.
E, per quel che ne so, il mercato del libro non funziona così.
(Tra parentesi: il "lancio" di Faletti è stato fatto da D'Orrico. Se D'Orrico non fosse stato disponibile e interessato, lo avrebbe fatto qualcun altro. Il punto è che D'Orrico ha tentato il lancio di Faletti *in quel modo lì*. Su questo, secondo me, vale la pena di riflettere).
L'intervista di Corrado Ori Tanzi a D'Orrico è qui:
http://www.16noni.it/libri/2005/dorrico.htm
Pubblicato da: giuliomozzi - 22.08.07 17:00
"Il nostro male si chiama editoria. Abbiamo editori pessimi, furbacchioni, incapaci di rischiare".
gira che ti rigira, si arriva sempre là. che il lancio l'abbia fatto *in quel modo lì*per questo motivo?
Pubblicato da: fabrizio - 22.08.07 19:07
>>> Della "sorte di un autore" decidono, oltre all'autore stesso (che ha molte libertà d'azione): l'editore (la sua direzione editoriale, il suo ufficio marketing, la sua redazione, il suo ufficio stampa), l'agenzia di promozione, l'agenzia di distribuzione (queste due spesso coincidono), i librai, eccetera. E, ultimi ma non ultimi, i lettori.
Poco ma sicuro che è come tu dici. Entro un certo limite.
Ecco perché:
- se un D'Orrico stronca un autore, e i lettori credono in quel che D'Orrico ha detto, c'è ben poco da fare per l'autore: potrà sbracciarsi quanto vuole, ma se gli aspettava un successo pari a 100, dopo D'Orrico se lo troverà buttato all'ortiche: il caso Leonardo Colombati, troppo incensato da D'Orrico, dovrebbe far riflettere, difatti si è riso abbastanza, abbastanza perché alla fine sono (forse) più coloro che hanno letto la recensione di Antonio D'Orrico che non quelli che hanno comperato e apprezzato "Rio";
- l'editore può decidere una strategia di pubblicità, oltre a una di pubblicizzazione; ma la pubblicità non è gratis, costa e non poco, quindi l'editore deve avere capitali da investire per fare pubblicità al libro e quindi all'autore. Diversi canali per la pubblicità, internet con un semplice banner, ma soprattutto giornali, radio e televisione: e qui la pubblicità è molto costosa, quasi mai sicura per un prodotto che è "il libro";
- la distribuzione poi è importante, soprattutto per un piccolo o medio editore; non è un problema per il gruppo RCS o Mondadori, ma se il libro è quel che è, anche se portato negli autogrill lì resta, poi finisce, con un po' di fortuna, nei remainders; e poi, i librai spesse volte sono dei lettori, non dico di libri solamente, di recensioni soprattutto, perché in fondo il loro mestiere è indicare al lettore sprovveduto e poco "lettore" il libro più conveniente ai suoi gusti;
- i lettori si fanno conquistare molto dalle recensioni, siano esse in Rete, siano esse su canali più tradizionali; il lettore "debole", quello che legge sì e no un paio di libri durante l'anno, praticamente dipende dalle recensioni positive, possibilmente griffate; ma anche il lettore meno navigato di fronte a una recensione che dice troppo bene di un libro, alla fine, comincia con l'interrogarsi e a far raffronti con altre critiche, spesse volte chiedendo al libraio se è proprio così che quel libro vale tanto o si è un po' esagerato.
Io dico che D'Orrico ha lanciato Faletti, ma è forse più vero che Faletti ha lanciato D'Orrico nell'olimpo: Faletti non era già al tempo di "Io uccido" il primo che capita, vantava già un curriculum non da poco, per Antonio D'Orrico è stato facile farne anche un personaggio buono alla letteratura. Quindi se D'Orrico non l'avesse detto il più grande scrittore italiano, l'avrebbe fatto qualcun altro, poco ma sicuro, magari un Vincenzo Mollica con le debite conseguenze per tutto quel "dopo il lancio di Giorgio Faletti, ecco che Vincenzo Mollica indica un altro grande scrittore..."
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.08.07 23:12
bisognerebbe ulteriormente distinguere, Giuseppe, tra libri che hanno bisogno di recensione e libri che si affermano da soli. per le due categorie: Colombati e Harry Potter. tra questi due estremi ci sono le varie gradazioni. in questo grafico si potrebbe collocare meglio la figura di un D''Orrico.
Pubblicato da: fabrizio - 23.08.07 00:06
Solo una nota, caro Fabrizio: oramai Harry Potter, in quanto libro-prodotto che va via come il pane e di più, non ha bisogno di un forte battage pubblicitario, anche se poi viene fatto e alla grande. Se domani uscisse, per assurdo, un nono capitolo di Harry Potter questo andrebbe a ruba con o senza pubblicità. Perché il lancio promozionale è stato fatto ab imis, con il primo capitolo del maghetto, un battage pubblicitario che si è installato nella memoria di chi oggi segue il maghetto. Il primo capitolo di Harry Potter era un buon prodotto, l'editore ci ha investito su e ha fatto bene, ha fatto la fortuna della Rowling nonché la sua: forse la Rowling, in quanto a fama tra il popolo, oggi è seconda solo a Dan Brown. Se anche oggi D'Orrico dicesse che Harry Potter è una cagata pazzesca, che Dan Brown è un azzeccagarbugli delle lettere, le sue recensioni negative nei confronti di autori così tanto amati dal pubblico non sortirebbero alcun effetto, riuscirebbe solo ad attirare su di sé un po' di sano odio del pubblico. Ci sono poi libri che vanno avanti solo grazie alle recensioni, solitamente ipertese, o meglio ancora oltremodo pompate e inverosimili: è il caso della recensione che D'Orrico ha affibbiato a "Rio" di Leonardo Colombati, ma ottenendo come tutto risultato di affossarlo invece di far emergere autore e libro. Leonardo Colombati forse era sicuro che D'Orrico l'avrebbe portato in alto, eleggendolo a novello Proust, come già gli era riusscito con Piperno: così non è stato, il post-pipernismo millantato dal critico D'Orrico ha fatto ridere a crepapelle critici e pubblico. Quella che doveva essere una critica per far di Colombati un novello grande scrittore italiano alla fine si è rivelata un macigno legato al collo del povero Colombati, che non ha potuto far proprio niente per non annegare nel suo "Rio". Colombati ci ha provato, voleva forse "arrivare", entrare in quella schiera di grandi scrittori dorrichiani: non ce l'ha fatta. Perché? Il romanzo non è quel che D'Orrico ci ha raccontato. L'idea del post-pipernismo è diventata una barzelletta sulla bocca di pubblico e critica non di stampo dorrichiano. Non è più tempo per il radical chic, moda che non interessa più il lettore: sono questi, a mio avviso, i precipui motivi per cui Colombati è affondato. Non D'orrico, difatti siamo ancora qui che ne parliamo nel bene e nel male: D'Orrico continua ad essere seguito, forse anche in virtù del fatto che ci fa sorridere di tanto in tanto. "Rio" era un libro che avrebbe potuto funzionare discretamente a forza di recensioni oneste, equilibrate. Ma in verità è solo un romanzetto, o il canovaccio per una soap-opera scarsa di mezzi e di idee originali; tuttavia se ci fossero state dall'inizio critiche oneste "Rio" avrebbe trovato maggiori consensi, perché in fondo in fondo le soap-opera sono seguite. Essendo che è stato spacciato per qualcosa di più di una soap-opera, la conseguenza è stata che l'interesse per "Rio" si è quasi totalmente limitato alla non veritiera critica di D'Orrico.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.08.07 07:54
Giuseppe, non sono al corrente delle fortune di Colombati, però ho cercato il suo libro da Feltrinelli e non l'ho trovato. già esaurito? Insomma, non sarà certo Harry Potter né Il codice da Vinci, ma un bel numero di copie le ha vendute. merito di D'Orrico?
Pubblicato da: fabrizio - 23.08.07 09:18
@ FABRIZIO
"La Feltrinelli" ha il brutto vizio di prendere in conto deposito anche solo "un pezzo" di un articolo. Non dico assolutamente che sia il caso di "Rio". Però mi è capitato su ben tre grossi centri Feltrinelli in Torino, e non una volta ma ripetutamente, sia per i libri che per i dischi. Guardavo sul sito la disponibilità del prodotto, mi veniva restituito il messaggio che l'articolo era presente, arrivato in negozio, niente, e allora chiedo: "Finito", "Ma ho guardato sul vostro sito e me lo dava disponibile!", "Può darsi che in quel momento il sito non fosse stato ancora aggiornato. O è anche possibile che si tratti di una copia difettosa", "Ma non sarebbe più logico non presentare come disponibili le copie fallate?", "Non sono io che decido queste cose"... Sorridiamo entrambi, come due cretini, lui imbarazzato e io pure. O mi rivolgo altrove o prenoto l'articolo e forse entro una settimana ci sarà. E' quanto faccio di solito: prenoto, perché tanto sono cliente, perché tanto se andassi altrove non avrei lo sconto di chi ha la tessera Feltrinelli, perché il libro è già in promozione, e perché altrove mi ci vorrebbe più tempo. Potrei cercare l'articolo altrove, probabilmente lo troverei, qualche volta mi è capitato, perché ne avevo bisogno subito, di solito alla Fnac.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.08.07 11:42
Iannozzi, io dico che della "sorte di un autore" decidono molti soggetti, e non il potere di uno solo.
Tu dici: "Poco ma sicuro che è come tu dici. Entro un certo limite".
Uno si aspetta, dunque, che tu mostri il "limite" della mia affermazione, ovvero che tu faccia esempi nei quali la "sorte di un autore" è fortemente determinata dal potere di un solo.
Invece tu allinei una quantità di esempi di situazioni nelle quali appunto molti fattori, e non certo il potere di uno solo, decidono della sorte di un autore.
Che i lettori "si facciano conquistare molto dalle recensioni", mi pare cosa da dimostrare. I sette anni di esperienza in Sironi mi porterebbero a dire, piuttosto, che le recensioni non conquistano lettori. Gli articoli di costume, invece, sì.
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.08.07 13:07
Penso che la sorte di un autore, poichè i lettori "forti" sono sempre meno, venga determinata dai non-lettori. Cerco di spiegarmi meglio. Se Faletti vende tre milioni di copie, si sarebbe portati a credere che ci siano almeno tre milioni di lettori in Italia. Possibile? Io non credo, piuttosto ci sono molti milioni di non-lettori, che pur non essendo interessati alle recensioni e al mondo letterario in genere, possono prendere in considerazione l'acquisto di un libro. A condizione che: la televisione ne parli, l'autore sia facilmente individuabile. In questo contesto anche gli articoli di costume, certo, sono importanti, perchè stuzzicano l'interesse, a volte morboso, di chi (anche nell'acquisto di un libro) può trovare il modo di uniformarsi a un modello a cui ambisce. E' come un volersi riconoscere in un gusto che appartiene a molti. E' un modo di apprezzarsi e di essere a posto con se stessi.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 23.08.07 13:59
@Carlo Cannella, dunque per te, chiunque non sia un "lettore forte" è un non-lettore?
Pubblicato da: davide l. malesi - 23.08.07 14:41
@ davide l. malesi. Dipende da cosa si intende per "lettore forte". Per me chi legge meno di 3 libri l'anno è un non-lettore, o per essere buoni un lettore accidentale, di quelli che non annusano la carta, ma che acquistano per caso, per noia o per shopping compulsivo (soprattutto negli ipermercati).
Pubblicato da: Carlo Cannella - 23.08.07 15:37
Ah, poi ci sono i casi Faletti e le grandi sirene del conformismo, of course.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 23.08.07 15:39
>>> Gli articoli di costume, invece, sì.
Allora scriveremo sol più articoli di costume.
Difatti l'altro giorno, mi trovavo fra alcuni bancali di libri, con una bella signorina la quale, imbarazzatissima, mi confessava che lei andava matta per i maccheroncini da quando aveva letto un articolo su Novella 3000 che ad Eco piacciono spolverati con un po' di tartufo e niente 'giallo zafferano'!
>>> Uno si aspetta, dunque, che tu mostri il "limite" della mia affermazione...
In realtà, solo tu ti aspettavi una cosa del genere, infatti sei "uno".
Ma facciamotelo questo esempio: http://www.24sette.it/contenuto.php?idcont=756
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.08.07 16:02
Poi sì, certo, Cannella ha ragione: ci sono 3 milioni e 500mila lettori accidentali che hanno comperato Giorgio Faletti - per tenere conto delle sole stime a "Io uccido" - e che però hanno preferito farsi uccidere da Faletti piuttosto che da un Pinco Pallino. Io li ringrazierei gli accidentali, che se non fosse per loro i librai e quindi gli editori non camperebbero mica: hai voglia a tirar la cinghia e forse sarebbe meglio per tutti noi forti lettori.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.08.07 16:09
domanda provocatoria. un lettore forte dovrebbe leggere *anche* Giulio Mozzi. ho fatto il giro dell'Italia del Sud, in questi giorni, e nessuna libreria aveva i suoi titoli. a quali librerie si rivolgono i lettori forti? quale meccanismo può far sì che non debba acquistare per forza "Mille splendidi soli"?
Pubblicato da: fabrizio - 23.08.07 16:54
Uffi uffi uffi! Non credo sia essenziale leggere Giulio Mozzi per essere considerati dei lettori forti: poi, a mio giudizio, "Questo è il mio giardino" è il solo libro (di racconti) che merita veramente d'esser letto. Gli altri sono simpatici, carini, ma non "genuini e freschi" come la prima prova letteraria di Mozzi. Dopo "Questo è il mio giardino" si è come chiuso su sé stesso.
Hosseini è un autore che è "fresco e genuino" in entrambi i romanzi che ha pubblicato, disarmante bellezza direi che pecca d'una felice ingenuità nel tracciare il disegno tragico di un popolo ma sempre con un filo di magia bambina. E' uno Scrittore di grandissima classe, che ti fa emozionare dentro: perlomeno questo è quanto accade al sottoscritto. Ho parlato come semplice lettore circa Hosseini. E' di freschezza: credo semplicemente che i lettori se ne siano accorti, d'altro canto basta leggere alcune pagine per poi voler continuare la lettura: così è accaduto con me. Mi ha convinto la freschezza genuina della scrittura di Hosseini. Se uno scrittore ti emoziona allora è uno Scrittore. Hosseini c'è riuscito, con me, e parrebbe con qualche altro milione di lettori. :-)
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.08.07 17:19
allora non c'è scampo: sono costretto a comprare "Mille splendidi soli":-)
Pubblicato da: fabrizio - 23.08.07 18:03
Iannozzi, se tu sostieni un'opinione e, per sostenerla, porti degli argomenti che non la sostengono, io penso che nella tua testa c'è un po' di confusione.
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.08.07 18:10
Circa la definizione di "lettore forte":
http://www.grinzane.net/Osservatorio2003/Osservatorio2003_ITA.html
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.08.07 18:35
@ GIULIO
>>> io penso che nella tua testa c'è un po' di confusione.
Quali argomenti avrei portato che non la sostengono?
Ma a te in questa occasione (ma anche in altre) piace portare avanti la parte del testone a tutti i costi: dunque, *** la "sorte di un autore" fortemente determinata dal potere di un solo ***, ti ho dato pure il link, la recensione di D'Orrico a "Rio" di Colombati. Une esempio così lampante e per giunta per "il potere" di D'Orrico.
Se ti piace fare il testone, be', i muri sono duri e la tua testa evidentemente anche. :-)
@ FABRIZIO
E sì, io direi che ti conviene.
Sempre come lettore: rarissimamente oramai rimango profondamente emozionato da un libro. Dì pure che c'ho la puzza sotto il naso, ma è sempre più raro che un romanzo mi tocchi "di dentro". Hosseini c'è riuscito. Posso dire questo.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.08.07 18:44
Ah, Giulio, io leggo pure le istruzioni per la carta igienica, quindi sono un libro aperto su tutti i fronti, un lettore forte, sia con la stipsi che con la colite. :-))) Di sicuro c'è anche che sono un gran stronzo. :-)))
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.08.07 18:49
Iannozzi, mi chiedi di dire ciò che ho già detto.
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.08.07 19:59
Mozzi, anche tu mi chiedi di ripetermi.
Non riusciamo quasi mai a comunicare sulla stessa linea io e te.
Per mia fortuna questo inconveniente accade solo con te.
Sei proprio un Napoleone. :-)))
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.08.07 20:02
Iannozzi, la tua stupidità mi sfianca.
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.08.07 21:29
Mozzi, tu invece sei divertente, come la campagna di Russia!
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.08.07 21:53
In finale, credo che d'Orrico abbia capito una cosa tutto sommato abbastanza semplice, e abbia agito di conseguenza: il libro è un prodotto commerciale, come qualsiasi altro bene o servizio che qualcuno vende e qualcun altro acquista. Non può fare a meno di esserlo, per quanto alte siano le aspirazioni rispetto al contenuto che l'autore, e talvolta perfino l'editore, possano riporre nell'oggetto-libro, che poi magari è pure un romanzo. D'Orrico ha sperimentato con Faletti un lancio pubblicitario di quel prodotto, e gli è andata di lusso, anche perché il personaggio-autore era perfetto per un'operazione del genere. Poi ci ha riprovato, con alterne fortune, ma il meccanismo resta. Credo sia successo questo, né più né meno, ed è successo perché c'erano le premesse sociali e merceologiche per tentare con successo la cosa. Che poi Piperno abbia scritto un solo libro, Colombati sia stato ghigliottinato etc... tutto ciò è in fin dei conti secondario rispetto alla questione in ballo. L'orinatoio, sebbene rovesciato, nel momento in cui lo si usa va pur sempre preso al centro, o almeno così si dovrebbe fare.
Pubblicato da: montekristo - 24.08.07 14:05
Sì, son d'accordo con Montekristo tutot sommato: Faletti era l'ideale per una operazione dorrichiana. Già personaggio di fama, talentuoso, D'Orrico è andato a colpo sicuro: ma credo non si aspettasse tutto questo successo per Faletti. In tal senso gli è andata di lusso, perché pure la fama di D'Orrico si è allargata a dismisura con il dopo-Faletti. Ma puntare su Faletti non sarebbe mai stato un rischio o un flop, per chiunque.
Nota di colore: ho contate le copie, alla Fnac, di "Rio": 18. ^____^ Ce n'erano 20 all'uscita del libro. 2 copie vendute, forse! ^_____^
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 24.08.07 14:19
Iannozzi, basta rivolgersi a un commesso e chiedere quante copie hanno caricate in magazzino, quante ne hanno riordinate, eccetera. In un minuto si può sapere esattamente quanto un libro ha venduto presso quel punto vendita.
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.08.07 15:25
E' quel che ho fatto.
Ma essendo come san tommaso, le ho volute contare.
Nessun riordino.
Di questo passo gli bastano fino al natale del 3000. ^___^
Però sono riuscito a ghermire l'ultimo (cofanetto) rimasterizzato delle più grandi incisioni di Duke Ellington. Semplicemente divino.
P.S.: Mica vero che se vai dal commesso e gli chiedi simili informazioni quello te le dà! E chi sei tu, mio fratello o quel tipaccio delle tasse, ma vedi d'andare a farti un cannolo alla crema... Così meglio trattarli bene i signori commessi e soprattutto meglio ancora se si è loro amici. ^_^
P.S. II: Sì, lo so, sei sfiancato. ^_^
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 24.08.07 16:09
E allora, Iannozzi, se hai la certezza (perché ti sei informato) che le copie vendute sono due, come mai scrivi: "due copie vendute *forse*"?
Informazioni del genere, in librerie con il magazzino informatizzato, non ho mai avuto difficoltà a ottenerle. Basta chiedere.
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.08.07 21:52
Scrivo *forse* perché, che ne so io, magari erano copie fallate o chissà che altro. O forse son state proprio vendute. Bisogna tener conto di tutto. Fidarsi è bene ma non fidarsi è *** molto meglio ***.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 24.08.07 23:49
Quindi quando hai fatto intendere di dare un'informazione, hai mentito. Non sai quante copie di quel libro sono state vendute. Non ne hai la minima idea.
Pubblicato da: giuliomozzi - 25.08.07 09:46
Mozzi Napoleone God-zilla :-D
senti, io ho detto una cosa, tu ti fai l'interpretazione a tuo modo, cioè secondo tua convenienza, o alla boia d'un giuda, e io che ci posso fare? :-)))
Ho contate coi miei occhi DICIOTTO COPIE, per altro ben nascoste in un angolo in alto, molto in alto, dove ci arrivano praticamente solo gli spilungoni come me - e tu che sei un mezzo tappo già non riusciresti ad arrivare allo scaffale se non con un generoso sgabello sotto i piedi -, quindi la gente bassa non ci arriva proprio.
Però ora Mozzi Napoleone God-zilla ^_____^ sono stufo di giocare con te. Se non mi credi, chiama la Fnac di Torino, chiedi informazioni, chiedi quante copie hanno di Rio di Colombati, e poi, semmai, ti potrai anche permettere di dire che ho mentito. Altrimenti fumati una sigaretta: tanto oramai quel che dovevi crescere sei cresciuto, quindi anche se fumi non t'impedisce la crescita. :-))) Ti consiglio comunque di mettere delle scarpe con il tacco, molto alto, o di farti fare delle scarpe specifiche per persone basse che soffrono di complessi di inferiorità data la loro bassa altezza.
Sua Altezzosità, mi licenzio e m'inchino.
Suo fedele servo, Iannozzi
sua spina nel fianco destro
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 25.08.07 12:38
Iannozzi, se tu dici che alla Fnac di Torino il tal giorno c'erano diciotto copie, e all'uscita del libro ce n'erano venti, non ho ragioni per non crederti.
Il guaio è che se conti le copie il giorno dell'uscita (il 7 marzo 2007) e le riconti dopo quattro mesi e mezzo (il tuo commento è del 24 agosto), può essere successo di tutto. Possono effettivamente essere andate vendute due copie. Possono esserne state vendute parecchie, con successivi rifornimenti da parte della libreria. Questo, mi pare, non è difficile da capire.
A me non me ne frega niente di sapere quante copie di quel libro sono andate vendute alla Fnac di Torino. M'interessava sapere se quando buttavi là "2 copie vendute. Forse!" stavi fornendo un'informazione o stavi dicendo una sciocchezza senza fondamento.
Trattasi di sciocchezza, mi par di capire. Tu non hai la minima idea di quante copie di quel libro siano state vendute presso la Fnac di Torino; e in più sai benissimo che andare a contare le copie, a quattro mesi e mezzo di distanza dalla pubblicazione, non permette di stimare il numero di copie vendute.
Quindi, Iannozzi, prova a soddisfare questa mia curiosità: perché butti là che un certo libro in un certo posto ha venduto due copie, quando non hai la minima idea di quante copie quel libro abbia vendute in quel posto (e non hai neanche fatto il minimo sforzo per saperlo)?
Se penso che lo fai perché semplicemente hai voglia di deridere quel libro; e se penso che pur di deridere quel libro non ti fai problemi a dire il falso, sbaglio?
Pubblicato da: giuliomozzi - 25.08.07 15:08
Giulio, ti sfugge un particolare: ho detto, anzi ho scritto *** forse ***, perché non posso avere la certezza che siano state effettivamente vendute due copie. Ho anche scritto (vedi commenti precedenti) "nessun riordino", quindi trattasi della prima fornitura. Non penso che il commesso avesse voglia di prendermi per i fondelli. Ma chi lo sa: magari si sarà detto, "perché mai dovrei dirgli a questo tipo qui quanto abbiamo venduto di quel libro...". Che ne so io di che cosa passa nella testa della gente? Assolutamente niente. E per mia natura anche se mi assicurano che è co io non ci credo: sono oltremodo sospettoso, diffidente e paranoico. Quindi, ho saputo che non ci sono stati riordini, che mancano due copie dalla prima fornitura, che ce ne sono 18. Morta lì. Altro non so e sinceramente non mi interessa.
Avessi immaginato che tiravi su tutto 'sto pippone per una "nota di colore"...!
Poi, pensa quello che diavolo vuoi: chissà che interesse avrei nel deridere questo o un altro libro. Che me ne viene nelle tasche? Niente. Come niente me ne viene a star qui a discutere di un buco fatto di niente. Giulio, io me ne sono reso conto, non so tu: qui stiamo parlando di un bel nulla.
Puoi sempre telefonare alla Fnac di Torino e informarti personalemente: una volta che ti presenti come Giulio Mozzi di Sironi, che sei amico dell'Autore Colombati, ecc. ecc. non penso che ti faranno storie se una persona rispettabile si interessa delle sorti di un libro scritto da un amico. Tutto qui. E adesso, io chiudo. Ma veramente.
Ciao.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 25.08.07 17:01
Iannozzi, prima scrivi: "Mica vero che se vai dal commesso e gli chiedi simili informazioni quello te le dà!".
Poi scrivi: "Non penso che il commesso avesse voglia di prendermi per i fondelli".
Dalla prima frase si ricava che non hai avuta nessuna informazione dal commesso. Dalla seconda si ricava che l'hai avuta.
Non è che ti spieghi tanto, eh!
(Ah: i commessi delle Fnac, dalle loro postazioni, possono accedere solo ai movimenti delle ultime quattro settimane. Ora, pressoché tutti i distributori in agosto chiudono. Quindi è sicuramente vero che nelle ultime quattro settimane non è stato fatto nessun riordino - del libro in questione come, probabilmente, di nessun altro libro. Per dati che risalgano più addietro bisogna rivolgersi negli uffici).
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.08.07 11:22
Le due frasi così messe, estratte dal loro contesto originario, certo, dicono malamente.
Allora, quotiamo con chiarezza:
IANNOZZI: *** P.S.: Mica vero che se vai dal commesso e gli chiedi simili informazioni quello te le dà! E chi sei tu, mio fratello o quel tipaccio delle tasse, ma vedi d'andare a farti un cannolo alla crema... Così meglio trattarli bene i signori commessi e soprattutto meglio ancora se si è loro amici. ^_^
IANNOZZI: *** Non penso che il commesso avesse voglia di prendermi per i fondelli. Ma chi lo sa: magari si sarà detto, "perché mai dovrei dirgli a questo tipo qui quanto abbiamo venduto di quel libro...". Che ne so io di che cosa passa nella testa della gente? Assolutamente niente.
MOZZI, NON SAI QUOTARE.
MOZZI, INCOLLI LE FRASI IN MANIERA DISORDINATA PER CONFONDERE CHI NON HA SEGUITO IL THREAD. O PER FARLO ANDARE AVANTI ANCHE SE NON C'E' NIENTE DA DIRE.
SEI PEGGIO D'UN GIORNALISTINO DI PROVINCIA.
Continua da solo.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 26.08.07 11:43
Ma insomma, Iannozzi: ti sei informato o no? Hai o non hai chiesto quante copie di quel libro sono state prenotate, se ci sono stati rifornimenti dal 7 marzo a oggi, eccetera?
(Non serve farsi amici i commessi. Basta chiedere).
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.08.07 12:00
Eccoti la mia risposta, si fa per dire:
http://img406.imageshack.us/img406/662/giuliomozzisimpsonatoxo2.png
in stile Simpson sei molto più simpatico :-)
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 26.08.07 18:47
Iannozzi, ti sei informato? Sì o no?
Pubblicato da: giuliomozzi - 28.08.07 11:09
questa tua tenacia è ammirevole.
Pubblicato da: fabrizio - 29.08.07 00:39
Beh? finita così? Io sto recuperando tutto quello che non sono riuscito a leggere in vacanza, ora però voglio sapere come va a finire....
(per la cronaca, Giulio, tu hai detto: "In un minuto si può sapere esattamente quanto un libro ha venduto presso quel punto vendita." [giuliomozzi - 24.08.07 15:25] e Iannozzi ha risposto: "E' quel che ho fatto. Ma essendo come san tommaso, le ho volute contare." Quindi mi pare che abbia risposto alla tua domanda.)
Ezio
Pubblicato da: Ezio - 29.08.07 17:26
No, Ezio. Iannozzi dice che ha contato le copie presenti in libreria in quel momento confrontandole col numero delle copie presenti all'uscita del libro (cosa che non permette di sapere quante copie siano state effettivamente vendute, visto che possono esserci stati dei riordini), ma subito dopo dice anche: "Mica vero che se vai dal commesso e gli chiedi simili informazioni quello te le dà!". Il che mi fa pensare che non abbia chiesta nessuna informazione al commesso a proposito appunto di eventuali riordini, rese, eccetera.
Peraltro, per avere queste informazioni basta telefonare. Il commesso è in grado di fornire, dalla sua postazione, informazioni sui movimenti delle ultime 4 settimane; per informazioni che risalgano più indietro bisogna farsi passare il magazzino (o, meglio, il direttore del reparto libri).
Pubblicato da: giuliomozzi - 30.08.07 11:53




