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26.08.07
Laureati al bivio (nel 1909)
di Benedetto Croce
[Questo articolo di Benedetto Croce (al quale rimanda l'articolo Il giovane scrittore italiano di Giovanni Papini), disponibile nel volume La voce 1908-1913. Cronaca, antologia e fortuna di una rivista, Giuseppe Prezzolini, Rusconi 1974, apparve nella Voce il 4 febbraio del 1909. Il volume di Prezzolini è fuori commercio e nel mercato dell'usato ha un prezzo rispettabile (100/150 euro). Ringrazio Lorenzo Ireni che ha scovato e copiato il testo. gm]
Scuola o giornalismo? Ecco il bivio innanzi al quale sembra si trovino, ai giorni nostri, i giovani italiani, che escono dall'Università laureati in lettere e filosofia. E molti, troppi di essi vediamo prescegliere la seconda via e correre a ingrossare le file del giornalismo, facendo seguire, senza intervallo, all'erudita tesi di laurea gli articoli luccicanti sul Giappone e sul Marocco, o sulla psicologia della signora Cifariello e di Madama Steinheil.
Naturalmente, non parlo di coloro che si risolvono per l'una o per l'altra via, tratti da naturale e irresistibile vocazione. Chi ha anima di educatore e maestro, fa benissimo a darsi all'insegnamento; chi ha passione e intelligenza per la vita pratica e politica, fa benissimo a darsi al giornalismo, ad aggregarsi a un partito, a promuovere con la parola e con la penna gl'indirizzi che stima salutari, ad appoggiare o combattere uomini e istituzioni.
E non parlo neppure di coloro che non hanno vocazione nessuna, o, meglio, hanno la vocazione di procacciarsi la sussistenza col primo mestiere che venga loro innanzi, e , tutt'al più, aspirano alla funzione sociale (è funzione anche codesta) di vivere, di far numero nella popolazione, di mantenere e accrescere tale numero prendendo moglie e procreando figliuoli. Sarà una disgrazia, così per la scuola come pel giornalismo, come i mestieranti vi si caccino dentro; ma è disgrazia comune a tutte le professioni, e irrimediabile. Il rimedio, anzi, se potesse attuarsi, sarebbe peggiore del male, perché darebbe luogo a una classe di spostati, minaccianti la società nel suo complesso. Lasciare che la danneggino, qua e là, in dettaglio, è pretium emptae pacis.
Ma parlo di quei giovani, che non appartengono né al primo né al secondo gruppo. Non al primo, perché non hanno vocazione vera e propria né per la scuola né pel giornalismo. Non al secondo, perché non sono privi d'interessi ideali, e mostrano amore e buone disposizioni pel culto della scienza e dell'arte. Se essi potessero sottrarsi al dilemma, se ne sottrarrebbero volentieri. Ma debbono provvedere in qualche modo alle basi economiche della loro esistenza per acquistar quella calma, quell'otium, che arte e scienza richiedono; e la produzione letteraria matura tardi, e anche quando matura ed è accompagnata da buona fortuna, di rado basta a fornire i mezzi della più modesta vita materiale. Le corti e i mecenati, che facevano vivere un tempo gli Ariosto e i Tasso, non vi sono più; e non vi sono più beneficii ecclesiastici e prebende. Ed eccoli perciò al bivio: Scuola o giornalismo? La scuola li attira con la sicurezza della carriera; ma li respinge coi magri guadagni, con la dura necessità della residenza in paeselli di provincia, con gli orarii inflessibili, con l'oscurità cui si è condannati per anni e anni. Il giornalismo li respinge bensì con la natura instabile e sempre pericolante dell'impiego; ma più fortemente li attira coi pronti e spesso larghi guadagni, con la vita nelle grandi città, con la relativa libertà nell'uso della propria giornata, con la notorietà che accompagna già i primi passi. Per questa ragione, i laureati in lettere e filosofia si vedono passare, ora, in così gran numero, dalle aule universitarie alle redazioni dei giornali.
Ne conosco ormai tanti, che hanno compiuto questo passaggio, e ho ricevuto tante confidenze, e ho dato tanti consigli privati (quasi sempre senza frutto; altrimenti, sarebbero consigli?), che posso permettermi di generalizzare il caso, descrivendolo come ho fatto; e generalizzare il consiglio, non foss'altro per ribadire, in forma esortatoria, l'analisi del caso. Quando non si può correggere un male, si deve sforzarsi d'acquistarne esatta cognizione.
Anzitutto, il dilemma travaglioso potrebbe essere formulato con qualche maggiore larghezza; perché, oltre la scuola, altre professioni, adatte a uomini contemplativi, sono offerte p.e. da biblioteche musei e archivi, e perfino da alcuni rami di amministrazione più lontani dagli ufficii di cultura. Ma, sia che s'includano tutte queste altre professioni nella parola «scuola», scelta a rappresentante anche di esse, sia che si escludano dalla considerazione perché di poco peso nella presente questione, dico che, a quei giovani, bisogna inculcare risolutamente: Scuola, scuola! - e non mai: Giornalismo.
Il giornalismo, coltivato per mestiere, distrae le menti degli aspiranti scienziati e artisti; le disabitua dalla considerazione attenta e scrupolosa della verità; rafforza in chi vi è disposto, e svolge in chi non vi sarebbe disposto, la tendenza all'unilateralità, alla imprecisione e al sofisma (nella scienza) e alla ricerca dell'effetto e del successo (nell'arte); costringe all'improvvisazione e, perciò, più o meno, al ciarlatanesimo. Nella vita pratica, impedisce la formazione di quelle qualità di ordine e di lavoro regolare e continuo, indispensabili all'artista non meno che allo scienziato. Dopo qualche anno di esercizio giornalistico, i giovani diventano, di solito, incapaci di studio penoso e prolungato, e perdono l'amore per la diligenza e l'esattezza. Infine, il contatto troppo diretto con gl'interessi degli uomini e con la lotta della vita attutisce la virtù contemplativa e riflessiva, per la quale è necessario il distacco e una qualche distanza, dall'oggetto della contemplazione e della riflessione.
La scuola, invece, per quelle stesse condizioni di fatto, che sembrano le sue miserie, opera all'inverso. Sembra sequestrare un uomo dalla vita, e dà di questa il desiderio, e, col desiderio, l'intuizione e l'intelligenza. Sembra mortificare le forze spirituali creatrici; e, con gli ostacoli che pone, le ravviva. Sembra asservire i giovani, privandoli della libertà; ma accresce l'amore per la libertà e ne garantisce il possesso, creandone la disciplina. Fa stentare; e gl'ingegni veri si temperano fra gli stenti. Mantiene l'animo raccolto; e sviluppa la tendenza ad arricchire il mondo interiore (che è quello dello scienziato e dell'artista), in compenso del mondo esteriore, cui si è dovuta fare rinunzia.
Dalla vita d'insegnante si traggono, dunque, non pochi vantaggi pel culto severo dell'arte e della scienza; da quella di giornalista, nessuno. Il che potrebbe essere confermato dai nomi, che vengono in mente a tutti, dei poeti, letterati e studiosi, che la scuola ha dato all'Italia negli ultimi cinquant'anni; nomi, ai quali non so quanti se ne potrebbero contrapporre, forniti dalla categoria dei letterati-giornalisti.
Si dirà che il partito, qui sostenuto, se giova alla formazione dei poeti e degli scienziati, danneggia poi l'istituto stesso della scuola, che verrebbe a essere affidato a uomini i quali, piuttosto che servirlo, se ne servirebbero; e se ne servirebbero, per giunta, come di una medicina amara. Ma le scuole sono molte e hanno d'uopo di molti e molti insegnanti: quelli, che vi si dedicano esclusivamente per vocazione irrefrenabile e disposizione piena, sono scarsi; onde è necessario ricorrere anche ad altri, meno disposti e meno perfetti. Se vi si accolgono, come si è detto, perfino i mestieranti, non si vede per quale ragione dovrebbero esserne cacciati gl'ingegni poetici e scientifici.
Del resto, costoro sono di maggiore nocumento alla vita sociale nel giornalismo, anziché nella scuola. Qui essi potranno mostrarsi, talora, non dotati di tutta l'attitudine pedagogica che sarebbe necessaria (benché l'onest'uomo conosca e ritrovi molti mezzi per sopperire alle deficienti attitudini naturali, quando si tratta di compiere il proprio dovere); ma, pure tra i loro difetti, esercitano buona efficacia con la cultura larga e l'ingegno vivace, e destano simpatia e amore negli scolari. Nel giornalismo, invece, operano da corruttori, sotto specie di nobilitarlo mercè la letteratura. Ai profughi delle facoltà di lettere e filosofia si deve, fra l'altro, l'invenzione di un nuovo genere letterario, introdotto da alcuni anni in qua nei giornali: l'articolo impressionistico o paradossale, il quale sostituisce la seria informazione e discussione delle cose, o, quando non la sostituisce, l'accompagna con una finzione di pensiero e d'arte, che non so a chi possa piacere. Agli uomini di buon senso, no di certo; agli spiriti fini, neppure, perché si accorgono dello sforzo e scoprono presto l'artifizio. Il giornalismo progredisce e si nobilita per opera dei giornalisti-nati; non già dei letterati mancati.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 26.08.07 11:38
Interventi
Interessante anche questo scritto.
Inoltre, oggi che più di ieri il giornalismo è sintesi, esso impedisce, per ragioni di spazio, di approfondire i temi. Se il giornalismo può aiutare ad acquisire una certa concisione, per l'altro verso prosciuga a poco a poco le sensibilità dell'artista.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.08.07 13:27
A quanto pare i tempi cambiano ma le problematiche restano, anche a distanza di un secolo. Il bivio, per i giovani laureati in Lettere, resta più o meno lo stesso. Solo che oggi entrare nel mondo dell'insegnamento è difficile almeno quanto entrare nel giornalismo. E l'uno e l'altro garantiscono precariato a vita e magri guadagni. Non sono tuttavia d'accordo con l'osservazione che anche Di Monaco fa propria. Parlo di me, ovviamente, giornalista per necessità (è l'unico lavoro che mi consente di scrivere, quindi di esercitare il mio credo unico talento) e scrittrice per passione. La sintesi del giornalismo attiene al giornalismo (posto che si tratti di sintesi e non di pressappochismo) e nulla ha a che vedere con la scrittura cosiddetta creativa. Quindi l'esercizio della sintesi non prosciuga le fonti dell'arte, tanto meno la sensibilità dell'artista. Anzi, il contatto quotidiano con persone, luoghi e fatti al di fuori della propria ristretta cerchia fornisce allo scrittore/giornalista un luogo privilegiato di osservazione ed ispirazione.
Laura
Pubblicato da: Laura Costantini - 26.08.07 15:32
Caro Giulio, Croce parla di un giornalismo rispettabile. Quello vissuto da persone che lo hanno praticato, e lo intendono ancora, come il cogliere la realtà tra la gente, nel mondo. Ma essendo il giornalismo "caduto in basso" chiunque é giornalista in questi spazi letterari viene considerato/a di serie b. I sopravvissuti si prendono i pesci in faccia. E' cosi'. Parla con Candida, o gente del genere, che tu sponsorizzi. Che ti ti domanda:
Sono una giornalista. E scrivo. Con i miei maledetti refusi, perché devo fare presto a raccontare, e il tempo é vita, scrivo. Perché se scrivo esisto. Mi indignio. E mi incazzo pure.
Buzzati era un giornalista...
Pubblicato da: stefania nardini - 27.08.07 00:02
scusate manca quello che chiede Candida
"Ma percheé tu scrivi? Che cosa hai da dire? tu che cosa hai da dire?"
ecco mancava un pezzo di post che si é cancellato. Il fato forse...
Pubblicato da: stefania nardini - 27.08.07 00:39
E manco a dirlo c'é un refuso indigno, che é senza i.
Me ne scuso
Pubblicato da: stefania nardini - 27.08.07 00:40
Stefania, "Gente del genere"?
Pubblicato da: Marco - 27.08.07 09:13
Però indignio, come licenza poetica, non era male.
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 27.08.07 13:43
Andrebbe fatto leggere nelle scuole di giornalismo.
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 27.08.07 13:47
questione di occhiali mi indigno con me stessa. E' che avevo letto con la i poi ho rettificato al contrario. Insomma ho fatto casino.
Me ne scuso
Pubblicato da: stefania nardini - 27.08.07 13:54
Il testo di Croce andrebbe fatto leggere nelle scuole di giornalismo.
E specialmente il brano:"Il giornalismo, coltivato per mestiere, distrae le menti degli aspiranti scienziati e artisti; le disabitua dalla considerazione attenta e scrupolosa della verità; rafforza in chi vi è disposto, e svolge in chi non vi sarebbe disposto, la tendenza all'unilateralità, alla imprecisione e al sofisma (nella scienza) e alla ricerca dell'effetto e del successo (nell'arte); costringe all'improvvisazione e, perciò, più o meno, al ciarlatanesimo. Nella vita pratica, impedisce la formazione di quelle qualità di ordine e di lavoro regolare e continuo, indispensabili all'artista non meno che allo scienziato. Dopo qualche anno di esercizio giornalistico, i giovani diventano, di solito, incapaci di studio penoso e prolungato, e perdono l'amore per la diligenza e l'esattezza. Infine, il contatto troppo diretto con gl'interessi degli uomini e con la lotta della vita attutisce la virtù contemplativa e riflessiva, per la quale è necessario il distacco e una qualche distanza, dall'oggetto della contemplazione e della riflessione".
Gustosissimo
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 27.08.07 15:27
Insomma, l'Italia era un paese di imboscati e aspiranti imboscati pure allora! E Croce suggerisce l'imboscamento più proficuo. Paese di cialtroni e vaniloquenti...
Pubblicato da: Paolo S - 27.08.07 17:34
Non trovo attuale e non condivido la tesi di Croce, in particolare la presunta distrazione delle giornalistiche menti dalla "considerazione attenta e scrupolosa della verità". Né potrei mai sottoscrivere l'equazione giornalismo uguale imprecisione o, peggio, "improvvisazione" e "ciarlatanesimo". Come ogni professione anche il giornalismo ha tanti volti. Io lavoro nella vecchia carta stampata, in un giornale che approfondisce fin troppo, tanto da essere spesso tacciato di ipertecnicismo. Sono circondata da persone che fanno del rigore e dell'esattezza i loro comandamenti.
Se poi di bivio vogliamo parlare, dobbiamo prima ricordare un fatto: più che dalle facoltà di lettere e filosofia il giornalismo italiano ha attinto a piene mani dagli inesauribili bacini dei partiti politici. Per molti il dilemma non era "scuola o giornale?" ma: giornale o sezione? lotta di penna o lotta di piazza? Per moltissimi la tessera (di partito) è stata ed è ancora la chiave per l'accesso al tesserino (da giornalista). A mio avviso nascono da qui i mali più diffusi del nostro giornalismo, quelli che gli studiosi definiscono "derive": la partigianeria, la spettacolarizzazione, la tendenza a confondere i fatti con le opinioni.
Un'ultima considerazione: sostenere che il giornalismo impedisce il distacco e la contemplazione o che addirittura attenua la sensibilità è un assoluto non-sense. Concordo pienamente con Laura: l'apertura e l'attenzione all'"altro-da-sé" sono stimoli potenti per la creatività.
Pubblicato da: Manuela - 27.08.07 18:56
Alla fine, il succo, stringi che stringi, è che ieri è uguale a l'oggi. Non c'è altro, che si possa tradurre nell'attuale mondo delle lettere di oggi.
Oltremodo datata e inutile l'idea di De Croce sul giornalismo. Ma il pezzo risale a 100 anni fa. Anzi, a 98 anni fa. Poteva andare bene allora, non oggi.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 27.08.07 19:11
essendo io un prodotto ibrido, versione discont s'intende, posso poi dire che il giornalista serio è solitamente più preciso dello scrittore.
meglio, poi, farsi mettere in... croce da uno come leo longanesi: che sapeva cos'era una redazione.
postilla.
mai difeso la categoria, io, anzi. sul barbiere della sera ci son tracce critiche, e basta.
ma non è vero che il giornalismo è solo sintesi.
è un imparare a raffrontarsi - dal momento che un giornale non è come una mutanda - a spazi precisi.
a volte 20 righe non bastano. ma tu quelle hai.
ha volte tu devi scrivere 3000 battute, e t'arrampichi sugli specchi perché 1000 basterebbero.
il giornalismo è una scuola.
20 minuti per buttare giù un pezzo di nera, perché il giornale chiude e in tipografia bestemmiano.
croce non c'entra con i mali del giornalimso, oggi.
che ne sa lui, poveraccio, che il giornalismo d'inchiesta non esiste praticamente più perché per gli editori è troppo costoso?
con l'ansa e un paio di telefonate si fa tutto.
Pubblicato da: remo bassini - 27.08.07 19:18
Remo Bassini scrive:
"... che ne sa lui, poveraccio, che il giornalismo d'inchiesta non esiste praticamente più perché per gli editori è troppo costoso?
con l'ansa e un paio di telefonate si fa tutto".
Parole sante. No: santissime.
Pubblicato da: Manuela - 27.08.07 19:20
ciao
vabbé diamo la croce a Benedetto e non se ne parli più.
a Remo:
"posso poi dire che il giornalista serio è solitamente più preciso dello scrittore."
Preciso in che senso? Più preciso dello scrittore serio? Ma lo scrittore per esser scrittore serio deve essere preciso? Preciso rispetto a cosa? Alla realtà? Ma così facendo non si finisce per mescolare il giornalista (che fa lo scrittore per svago) con lo scrittore (che fa il giornalista per campare)? Così facendo non si mescola la cronaca con la letteratura? Il pennivendolo con l’artista? L’intelligenza con la creatività?
f.s.
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 27.08.07 23:16
Boh, mi confonde questo tentativo di riportare lemmi lontani e riadattarli, quasi incastrarli a forza, all'interno della realtà attuale.
Il giornalismo ha, almeno in Italia, un'unica grande pecca: l'Ordine dei Giornalisti.
Blackjack.
Pubblicato da: Blackjack - 27.08.07 23:54
per la precisione sono le tre del pomeriggio e due minuti.
la precisione è la precisione.
va bene per tutto, del resto è la precisione che predicava cechov, mi pare, o anche mozzi quando dice che un autore di un suo personaggio deve sapere tutto, anche il tipo di biancheria intima che indossa.
e la precisione ha nessi e connessi con la "memoria", che è cosa ben spiegata dalle lezioni sempre di giulio mozzi. che solitamente consiglio a tutti.
scrittori e giornalisti.
Pubblicato da: remo bassini - 28.08.07 02:01
ciao
remo
Ohibò, giulio è vivo e saprà far di conto da sé.
Croce invece, porello, si rivolta nella tomba.
MA se l'ha detto Giulio nella scuola creativa che la precisione è la precisione, che essa fa di un tizio uno scrittore e di un altro uno scrivano, chi sono io per iniziare qui un discorso su Croce e le difficoltà di far letteratura?
Tanto di capello ai giornalisti scrittori! Di far polemica non mi va.
Dico solo che il napoletano non è l'ultimo turista del villaggio letterario, nonostante sia da un pezzo nella tomba a sbatacchiarsi le ossa.
Poi, ognuno gira la frittata letteraria a proprio agio.
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 09:47
Manuela, dove lavori? Sono curioso.
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 28.08.07 10:03
La precisione ci vuole anche per guidare un autobus. Lo posso dire anche senza scomodare Croce.
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 28.08.07 10:07
Ma niuno ce l'ha col Croce, posciaché illo è vissuto al suo tempo, per il suo mestiere di ieri. E di ciò gli siam grati noi posteri; però oggidì noi guardiam avanti, ché se uno gitta lo sguardo a le spalle infra le trame insidiose de il passatismo si trova in trappola, come verme senza nerbo et occhio attento.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 28.08.07 10:34
ciao
iannozzi
le decomposte riflessioni del croce valgono più delle tue e delle mie teorie "uebbiche" messe insieme. FAtti la croce.
Studiare, leggere e rifarsi ai grandi studiosi (auctoritas) è da passatisti?
Ho percaso detto di non essere critici con Croce?
I grandi studiosi hanno la scadenza come lo yogurt?
La cultura viva è quella dei giornalisti?
Te sei giornalista, ne vero?
E' nato prima il giornalista o lo scrittore?
Meglio un giornalista oggi che uno scrittore domani?
Non ci sono più mezzi scrittori?
La precisione ci vuole per guidare un autobus, anche senza patente?
Posso dire tutto ciò senza scomodare qualche altra auctoritas "uebbica"?
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 10:51
Anche sulla medicina si è scritto molto. Volendo potresti farti curare così come prescrive la medicina magico-teurgica per mezzo di Aura Mazda. Ma dubito seriamente che oggi un medico serio invochi Aura Mazda e che vada in giro per i campi in cerca di strane erbe taumaturgiche. E che vogliamo fare, liquidare con un colpo di spugna la medicina mesopotamica, le abluzioni e i sacrifici espiatori di questa scienza, solo perché qualcuno ha detto che per la pazzia oggi è meglio l'elettroshoc e la lobotomizzazione? Non sia mai e poi mai!
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 28.08.07 11:10
Pardon, elettroshock.
Ma secondo me è meglio la lobotomizzazione in ogni caso. Secondo me offre più garanzie. Poi, be', bisognerebbe chiedere a uno psichiatra o a un neurologo. Per quanto un bel sacrificio espiatorio potrebbe confermarsi buono in alcuni casi di pazzia, perlomeno in quelli più deboli. Vado a consultare i miei libri di medicina. :-D
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 28.08.07 11:13
ciao
iannozzi
infatti la letteratura è una scienza naturale.
Andiamo bene, mister. Mi sa che ti sei perso qualche passaggio culturale lungo il cammino.
passo e chiudo.
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 11:28
Chiudi e basta, che è meglio.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 28.08.07 11:55
Interessante, Iannozzi. Ogniqualvolta ti si fanno delle domande che richiedono il possesso di un'informazione vera, o l'impegno di un neurone o due, vuoi chiudere la conversazione.
Pubblicato da: giuliomozzi - 28.08.07 12:35
Per Francesco,
personalmente preferisco salire su un autobus guidato da un autista senza, piuttosto che prendere un passaggio da un autista patentato che mi conduce in un burrone.
Quanti sono i giornalisti regolarmente iscritti con tanto di tesserino che possono definirsi realmente professionisti?
L'intervento di Croce è interessante, proprio perché appartiene al suo tempo. Va contestualizzato. Si dice cosi? E altrimenti perché abbiamo un cervello e un briciolo di intelligenza se poi non cerchiamo di farli funzionare entrambi?
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 28.08.07 12:36
Per Angelo: lavoro al Sole-24 Ore. Mi occupo di sanità, bioetica e medicina. La mia redazione è a Roma: cura un settimanale specifico, più altri prodotti ancora più specializzati a latere.
La precisione e il rigore sono d'obbligo. Naturalmente, mai mi sognerei di definirmi scrittrice per questo. Ma neanche "pennivendola".
Quello che contesto nel ragionamento di Croce (Francesco, non è mancanza di rispetto verso un pilastro della nostra cultura, ma pura analisi critica) è l'idea che il giornalismo come ripiego possa danneggiare, inaridendole, le qualità dell'artista. Non è così.
Pubblicato da: Manuela - 28.08.07 12:41
Ma perché Giulio Mozzi ci fa leggere queste cose?
(Grazie a Manuela, curiosità appagata. Del resto ci sono giornalisti che non si sono mai sognati di diventare scrittori, quindi dov'è il problema?)
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 28.08.07 12:47
secondo me, il problema che pone Croce (e Papini nell'altro articolo) non è giornalisti vs scrittori (tematica vecchia poi, basta leggere lo stesso Leopardi del Dialogo di Tristano) ma che futuro hanno i giovani nostri dopo che se ne escono con la loro laurea in lettere, storia etc etc?
loro vorrebbero stare nel campo letteraio/culturale, università, riviste specializzate etc etc; però molte molte - per quali motivi Croce non lo dice - devono "accontentarsi" di fare i giornalisti.
Ora chi ha vissuto un po' nelle redazioni sa che, pur non essendo la maggioranza, ma c'è una buona dose di ragazzi che cerca lavoro in un giornale perché vuole scrivere di cultura, libri, teatro, cinema (dove lavoravo io ho assistito a circa 20 colloqui di lavoro, su 20 8 e parlando con altri giornalisti mi pare che possa essere una proporzione reale).
questo indica che da qualche parte tra l'uscita del corso di studi e il campo letterario c'è una strettoia molto strettoia. Se un super conoscitore di Shakespeare (questo è un colloquio a cui io ho assistito), vuole venire a scrivere di cultura in un giornale che fa le recensioni delle compagnie di non professionisti che allestiscono spettacoli in dialetto, significa che abbiamo un problema
d.
Pubblicato da: demetrio - 28.08.07 12:58
Interessante Mozzi, in quanto Francesco Sasso scrive al commento delle 11:28 in data odierna:
"passo e chiudo.
f.s."
Mozzi, comincia col fumare meno sigarette e soprattutto comincia a leggere con molta attenzione, prima di sparare castronerie e offese. A questo punto, suppongo che l'offesa e la menzogna reiterate facciano parte del cattolicesimo, in quanto tu cattolico fondamentalista non neghi né l'offesa personale né la menzogna.
Mi aspetterei, come minimo, delle scuse pubbliche.
Ma da uno come te, non ci si può aspettare niente di niente.
Adesso, in questo momento, ora, sì che passo e chiudo.
g.i.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 28.08.07 13:06
Demetrio, tu hai ragione: il problema che pone Croce è l'assenza di sbocchi "istituzionali" adeguati per i laureati in lettere. Però non puoi negare che, mentre pone questa questione, di fatto sostiene che il giornalismo inaridisce e impoverisce le qualità dell'artista.
Si può fortemente dissentire?
E si può aggiungere che il giornalismo culturale è "altro", soprattutto in Italia, patria della Terza pagina, dal giornalismo tout court?
Pubblicato da: Manuela - 28.08.07 13:07
ciao
concordo con demetrio
MAnu
"l'idea che il giornalismo come ripiego possa danneggiare, inaridendole, le qualità dell'artista. Non è così."
Ma perché no? Al di là del fattore umano (unico e irripetibile per ognuno di noi, quindi le eccezioni ci sono), non credi che chiunque (scrittore o barista) "ripieghi" verso un lavoro diverso da quello a cui è destinato per talento (passione) non subisca un danneggiamento artistico e spirituale? Umano, dire! Questo vale per ogni mestiere manuale o intellettuale. Insomma, Croce mette in fila tre tipologie:
“Naturalmente, non parlo di coloro che si risolvono per l'una o per l'altra via, tratti da naturale e irresistibile vocazione. Chi ha anima di educatore e maestro, fa benissimo a darsi all'insegnamento; chi ha passione e intelligenza per la vita pratica e politica, fa benissimo a darsi al giornalismo, ad aggregarsi a un partito, a promuovere con la parola e con la penna gl'indirizzi che stima salutari, ad appoggiare o combattere uomini e istituzioni.”
Quindi non parla di chi è “tratti da naturale e irresistibile vocazione” all’insegnamento o al giornalismo.
“E non parlo neppure di coloro che non hanno vocazione nessuna, o, meglio, hanno la vocazione di procacciarsi la sussistenza col primo mestiere che venga loro innanzi[…]”
ma
“Ma parlo di quei giovani, che non appartengono né al primo né al secondo gruppo. Non al primo, perché non hanno vocazione vera e propria né per la scuola né pel giornalismo. Non al secondo, perché non sono privi d'interessi ideali, e mostrano amore e buone disposizioni pel culto della scienza e dell'arte.”
Parla di chi è “tratti da naturale e irresistibile vocazione” allo studio, alla scrittura. Parla dell’artista o studioso, che coltiva il giornalismo (o l'inseganmento) per mestiere (per la pagnotta o ripiego) e non per vocazione. (“Il giornalismo, coltivato per mestiere, distrae le menti degli aspiranti scienziati e artisti;”).
Perché pensi che l'arte di uno scrittore, costretto a ripiegare verso un altro mestiere, non ne risenta?
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 13:22
E poi
"Il giornalismo, coltivato per mestiere, distrae le menti degli aspiranti scienziati e artisti;"
Distrae e innaridisce dato che, banalmente, il giornalismo di ripiego (o qualsiasi altro mestiere di ripiego) sottrae tempo ed energie vitali, le stesse energie che uno vorrebbe "tratti da naturale e irresistibile vocazione" dedicare alla scrittura o alla ricerca.
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 13:31
Perché Pessoa faceva l'impiegato in una ditta di Lisbona. Perché Kafka era impiegato in una compagnia assicurativa. Perché Buzzati lavorava al Corriere della Sera. Perché Avoledo, per citare un esempio dei giorni nostri, fa il bancario. Perché non è assolutamente vero che fare un altro mestiere, qualunque esso sia, impedisca di essere scrittori di talento. E' una falsità.
Pubblicato da: Manuela - 28.08.07 13:37
iannozzi
il mio "passo e chiudo" era un atto dovuto.
Che volevi,di grazie, che io continuassi a dialogare con te che, invece di ragionare insieme, spari puttanate in stile ottocentesco/scuola alberghiera(e sono buono)?
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 13:39
MAnu
Anche Vico con gli impicci, non era messo bene.
Ma loro sono "grandi".
Ma noi "piccoli"? Noi piccoli "tratti da naturale e irresistibile vocazione”, che non siamo nati per essere "eccellenti", ma non per questo potremmo contribuire ugualmente, nel piccolo?
Noi piccoli che abbiamo la vocazione ma non il "grande" talento che sopperisce alle avversità, che facciamo?
E aggiungo- ma è una mia idea, discutibile, come ogni mio commento- che chi è "tratti da naturale e irresistibile vocazione” per lo studio e la scrittura, meglio sarebbe ripiegare su un mestiere lontano anni luce dalla scrittura (assicuratore, bancario ecc) e coltivare la vocazione in privato.
scusate, ho buttato giù i miei pensieri in malo modo, in fretta e furia, devo andare.
a presto
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 13:53
ho letto.
così facendo non si mescola la cronaca con la letteratura? Il pennivendolo con l’artista?
sto pensando a giornalisti morti e ammazzati.
o picchiati.
o licenziati.
o che lavorano in nero per passione.
pennivendoli, già.
potrei chiedere, perché qui si usa fare così, nomi e cognomi per favore.
(e non è lesa maestà. chi mi conosce sa che sono un giornalista a rischio, che prima di fare il giornalista ho fatto altro, e che non mi sono mai sottratto alle critiche alla categoria).
leggetevi il post di macchianera di ieri, per favore.
buona giornata
Pubblicato da: remo bassini - 28.08.07 13:53
Manu al tuo elenco aggiungerei: "Perché Paolin fa l'ufficio stampa"
comunque
secondo me bisogna dividere la sussitenza, la pagnotta, dal resto.
io appunto faccio l'ufficio stampa per la pagnotta, ma non reputo questo lavoro svilente per ciò che sono quando scrivo d'altro.
né che svilisca ciò che io scrivo, anzi.
il discorso di francesco sembra altro però: sembra dire che fa uno che ha come vocazione quella d'essere uno scrittore o uno studioso e si trova chiusa l'entrata nel campo letterario?
intanto se trova chiusa l'entrata, prova a passare dalla finestra mi viene da dire. Non è detto che ad esempio per scrivere un saggio sul barocco, bisogna essere dei dottorandi universitari, bisogna scriverlo e poi provare mettersi in contatto, telefonare, scrivere, smarronare le persone.
Deve, questo ipotetico giovine di talento ma sfortunato, fare il "giro largo" e prima o poi qualcuno che stimi e creda del suo saggio sul barocco lo troverà. A patto che il giovane sia di talento e non si creda di talento.
d.
ps.
Manu ci sarebbe, però, da aprire una discussione su la terza pagina, ovvero la cultura nei giornali, insomma siamo ben la patria del giornalismo culturale ma negli ultimi tempi non i giornali non hanno proprio tenuto fede a questa eredità, non credi?
Pubblicato da: demetrio - 28.08.07 13:56
A Francesco: a parer mio non c'entra la distinzione tra "grandi" e "piccoli". La carenza di sbocchi per chi voglia coltivare gli studi letterari è un discorso, che riguarda la carriera accademica, lo stato (penoso) della ricerca nel nostro Paese, la qualità degli investimenti in cultura (musei, biblioteche ecc.). Altro discorso, che però tu avevi in qualche modo difeso, è la ipotetica nefasta influenza del giornalismo o di altri mestieri sul talento letterario e artistico. Grandi o piccoli che importa?
A Demetrio: pardon, ti avevo escluso dall'Empireo! Che cosa intendi per "entrata nel campo letterario"? La pubblicazione? Ma se è ancora questo il tema allora perché scomodare la scuola e il giornalismo e i loro presunti effetti nefasti sui giovani laureati in lettere?
Quanto alla Terza pagina, in realtà a mio avviso è stata proprio lei l'origine dei mali del nostro giornalismo culturale. Ha avuto il pregio di concedere spazio ai nostri migliori intellettuali, ma con il tempo questa tradizione si è via via persa, lasciando i redattori in una condizione di "separatezza" dal corpus del giornale, trasformandoli in un ibrido (loro sì) tra intellettuali, critici e giornalisti.
A Remo: sono d'accordo. "Pennivendolo" è brutta parola che andrebbe usata con molta cautela.
Pubblicato da: Manuela - 28.08.07 14:15
manu
non sono io che ha evocato l'esperienza dei "grandi".
ma mi sono spiegato male.
Corro
ciao
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 14:26
manu.
non intendevo la pubblicazione. Intendevo qualcosa come il "riconoscimento" del mio statuto.
es.
il giovane talentuoso ha tutte le capacità per essere un grande critico del barocco, ma non è riuscito ad entrare in università, né a lavorare per una casa editrice che s'occupa di barocco.
io penso a questo quando penso all'esclusione.
d.
Pubblicato da: demetrio - 28.08.07 14:31
a remo
non mi dire che non ci sono pennivendoli.
Ma se dicevo scrivani? Andava bene?
Ah, checché ne dicono, la categoria dei giornalisti è l'unica categoria lavorativa a soffrire il precariato sociale, le morti sul lavoro (vedi i cantieri) ecc.
Ogni categoria ha i suoi martiri, non c'era bisogno tirarli in ballo, usando la retorica.
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 14:32
prima di fare il giornalista (poi mi fermo) ho fatto l'opoeraio, il portiere di notte, mi sono laureato pulendo cantine e correggendo bozze. potrei smorranaore tutti elencando quel che ho fatto: cariucare i piattelli per il tiro a segno, in nero, per esempio...
allora.
come giornalista, mi sono ritrovato la macchina sfasciata mentre facevo, guardacaso, un'inchiesta e, prima di tangetopoli, fu confezionato ad arte un dossier su di me.
e mi fermo.
i momenti peggiori, quindi, li ho vissuti da giornalista.
allora, sapendo che c'è gente, giornalisti intendo, che ne hanno passate peggio dico che quel termine è infamante, diffamatorio, pressapochista.
e quel che si sa di saviano serve.
perché saviano non è stato l'unico.
ce ne sono stati altri che hanno rischiato e rischiano.
dico anche che il giornalismo è pieno zeppo di cose che non vanno.
è una casta.
privilegi, ma di alcuni.
culi pesanti, pressapochismo.
ma generalizzare, sparare un "poennivendolo" a casaccio come è stato fatto qui, è un insulto che tanta gente non merita.
scusate lo sfogo.
buona giornata
Pubblicato da: remo bassini - 28.08.07 14:45
Sì, Demetrio, e Manuela soprattutto, ma Croce dice questo:
"Naturalmente, non parlo di coloro che si risolvono per l'una o per l'altra via [giornalismo o scuola, ndr], tratti da naturale e irresistibile vocazione. Chi ha anima di educatore e maestro, fa benissimo a darsi all'insegnamento; chi ha passione e intelligenza per la vita pratica e politica, fa benissimo a darsi al giornalismo, ad aggregarsi a un partito, a promuovere con la parola e con la penna gl'indirizzi che stima salutari, ad appoggiare o combattere uomini e istituzioni."
Kafka, Avoledo, Fenoglio, Biondillo, e il resto dell'interminabile fila di scrittori che si potrebbero citare, sono, o sono stati, dei lavoratori, ma, io credo, (non sono sicurissimo per Biondillo), solo successivamente si sono scoperti scrittori.
Ora, mi rendo conto, questo è un discorso rischioso, e bisognerebbe provare a chiedere a loro, (a Biondillo, a Avoledo), ma una cosa è voler essere uno scrittore, e lavorare per diventarlo, una cosa è trovarcisi dentro in questo ruolo, per talento, per fortuna, o per qualche altra ragione.
Dico che questo è un discorso rischioso, perché qualsiasi scrittore (a tutt'oggi soltanto Giulio Mozzi conosco, che ha una storia diversa) dirà sempre che lui scrive da quando ha sette anni, e che ha coltivato sempre l'ambizione di diventare uno scrittore. Mi chiedo, però, se "coltivare l'ambizione" sia lo stesso che "lavorare per diventare uno scrittore".
A orecchio, chi "coltiva una ambizione", nel senso che ho cercato di chiarire, è attratto soprattutto dagli aspetti esteriori dell'essere scrittore. Chi "lavora per diventare uno scrittore", invece, sempre a orecchio, mi sembra più sedotto da elementi interiori, direi spirituali, e vede nello scrivere una pratica, un'abito di vita, una scelta di posizionamento nel mondo.
Una cosa è essere un lavoratore, e scrivere un romanzo, riuscire a pubblicarlo, con più o meno fortuna; altro è lavorare per diventare uno scrittore, e per occuparsi di lettere, sempre.
Il discorso è rischioso, e impopolare, anche. Si può, infatti, facilmente obiettare che uno scrittore 'deve' lavorare, 'deve' fare parte del tessuto vivo della società, e non rinchiudersi in biblioteche polverose, o nel proprio cantuccio. A questa obiezione, magari, si potrebbe controargomentare che non si capisce perché uno scrittore, in quanto scrittore, non possa essere già parte del tessuto vivo della società, e essere già un 'lavoratore' - magari di concetto. E ancora, che chiudersi nelle biblioteche polverose o nel proprio cantuccio, non è così diverso che chiudersi per otto ore in ufficio a confezionare articoli per un giornale, o bolle e fatture, o piani della qualità, sempre uguali a se stessi.
Certo, un argomento valido, per me, sarebbe questo: uno scrittore non è che deve o non deve lavorare, deve o non deve fare esperienze; uno scrittore, o un uomo di pensiero, un uomo che vuole dire qualcosa agl'altri, e per gl'altri, 'deve' fare esperienza di una condizione esistenziale, e poi riferirla. E' facendo esperienza di una condizione esistenziale, impossessandosene, che si troveranno lì dentro tutte quante le storie da raccontare. Non è che facendo un poco di esperienza di qua e un poco di esperienza di là (come gli americani ci hanno abituato, per esempio), allora posso mettere assieme qualche storia, e raccontarla, e fare lo scrittore. Ecco, non credo sia questo che l'uomo di pensiero fa, o quantomeno, l'uomo che vuole diventare uno scrittore, e non soltanto che coltiva l'ambizione di diventarlo.
Poi c'è il fatto che questo articolo è stato scritto da Croce, e Croce conosceva bene il valore della meditazione di un pensiero, o di una struttura sintattica, anche solo di una parola, e per fare questo, per meditare (al di là degli specifici talenti di ognuno), ci vogliono situazioni che consentano di concentrarsi, e non ci vogliono condizionamenti. Vale a dire, Croce sta facendo un richiamo a un ruolo di scrittore quasi ideale, difficile, difficilissimo da concretizzarsi.
Pubblicato da: Marco - 28.08.07 14:47
Una segnalazione, provate a leggere questo libro:
Tredici giornalisti quasi perfetti
di Randall David.
Io l'ho appena iniziato. L'autore ha fatto le sue personali nomination segnalando quali sono stati, nella storia del giornalismo americano, i migliori reporter.
Si scopre, per esempio, che uno dei migliori cronisti, aveva una montagna di difetti e persino una educazione formale che si è fermata ai 13 anni. Mandato al fronte come inviato venne rimandato a casa, per una serie di motivi.
Tuttavia è diventato un grande nella sua professione, tanto da ricevere persino il premio Pulitzer.
Non so, magari è una lettura che può allargare i nostri orizzonti.
Il giornalismo è una prateria molto vasta, scorazza di tutto.
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 28.08.07 14:52
non incominciamo da nessuna parte a mettere le patacche sulla maglietta.
il lavoro in quanto tale è sempre onorevole, basta farlo bene, basta volerlo fare bene.
non credo che dobbiamo stare qui discutere se
a) uno bravo scrittore è un bravo giornalista
b) se un bravo scrittore è un pessimo giornalista
c) se un pessimo scrittore è un bravo giornalista
d) se un pessimo scrittore è un pessimo giornalista.
il problema è quello del "lavoro intellettuale" (che non è solo di colui che vuole scrivere il romanzo dell'anno). Faccio un esempio. Giovane uomo, 28 anni, veterinario. Dopo sei mesi di prova gli viene offerto lavoro in una clinica.
Tempo di lavoro: 5 su 7 + una notte (20-8) a settimana + un fine settimana al mese (8 -20 sia sabato che domenica).
retribuzione: 500
Necessaria apertura partita iva.
Quando è venuto da noi a farci vedere questa proposta di lavoro, io gli ho detto: Dì al tuo datore di lavoro di cambiare l'intestazione, non contratto di Lavoro, ma contratto di schiavitù.
Il problema che pone Croce è che valore ha il lavoro intellettuale, che sbocchi ha chi vuole campare di lavoro intellettuale?
e non parliamo delle fughe di cervelli, delle università senza fondi per la ricerca.. etc etc...
se invece ci mettiamo qui a dire che io son scrittore io son giornalista.. siamo finiti.
d.
Pubblicato da: demetrio - 28.08.07 14:56
I giovani bravi e svegli e che se la sentono, se vogliono campare bene del proprio lavoro intellettuale, vanno all'estero.
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 28.08.07 15:03
Iannozzi, hai la possibilità di smentirmi. Ti sono state fatte delle domande. Impegna qualche neurone, e rispondi.
Pubblicato da: giuliomozzi - 28.08.07 15:06
Non mi piace difendere la categoria. Remo e Manu lo sanno. Pero' non amo le generalizzazioni. Dico solo che il mestiere, é cambiato. E a cambiarlo ci hanno pensato gli editori.I giornalisti "cani da guardia" non piacciono, sono scomodi.
Meglio il desk. Meglio accedere alla professione attraverso le scuole, pur rispettando i colleghi che hanno seguito questo percorso.
Comunque immaginate cosa significa scrivere un pezzo a braccio. Quattro appunti e il dimafonista al telefono. Immaginate che significa lavorare in luoghi non proprio tranquilli e con le minacce che ti arrivano dai camorristi.
Immaginate di scrivere tra le macerie di un terremoto o di una guerra.
E' un esercizio in cui si mettono in gioco emozioni, sensibilità.Un esercizio umano che poi puo' trasformarsi nell'idea di scrivere romanzi. E perché no? Jean Claude Izzo era un cronista. Ha raccontato la sua Marsiglia con la sensibilità del cronista. Poi, ripeto, i mutamenti imposti dalle logiche economiche impediscono a molti giornalisti di esercitare la professione dal vivo. Come pure molti giornalisti non provano neanche più ad alzare la voce rispetto a un editore, basta vedere cosa sono gli organi sindacali nei giornali.
Pero' al di là di cio' che afferma Croce in una certa epoca, mi piace ricordare una donna di quella generazione. Matilde Serao. Lei scrisse il "Ventre di Napoli", lei fondo' un giornale, Il Mattino, con Scarfoglio, sporcandosi le mani in una città affamata e disperata.
Vivere una realtà e raccontarla forse é poco artistico.
Pubblicato da: stefania nardini - 28.08.07 15:10
Per Marco: esattamente per il ragionamento che porti avanti tu, secondo me, Croce sbaglia. Perché lavorare nella scuola o nel giornalismo può anche significare occuparsi di lettere, coltivare l'arte e la scienza. Non lo esclude né danneggia la sensibilità necessaria a farlo.
In sintesi: a chi si riferisce Croce? Allo Scrittore Ideale? All'Intellettuale ideale? Al Letterato ideale? Dove vedrebbe meglio questi giovani laureati, finita l'era delle corti e dei mecenati? Se non nelle scuole e nei giornali dove? Nelle università, nei musei, nelle case editrici?
Demetrio, tu chiedi quali siano gli sbocchi di chi vuole campare di lavoro intellettuale. Secondo me la scuola e il giornalismo sono sbocchi onorevolissimi.
Nel tuo elenco delle cose che non dovremmo discutere, però, hai dimenticato l'opzione "e", quella in fondo propugnata da Croce, che suonerebbe pressappoco così: un bravo giornalista finirebbe per diventare, a causa della natura dell'attività quotidiana che svolge, un pessimo scrittore.
Ri-cito il periodo crociano già riportato da Angelo, che è chiarissimo:
"Il giornalismo, coltivato per mestiere, distrae le menti degli aspiranti scienziati e artisti; le disabitua dalla considerazione attenta e scrupolosa della verità; rafforza in chi vi è disposto, e svolge in chi non vi sarebbe disposto, la tendenza all'unilateralità, alla imprecisione e al sofisma (nella scienza) e alla ricerca dell'effetto e del successo (nell'arte); costringe all'improvvisazione e, perciò, più o meno, al ciarlatanesimo. Nella vita pratica, impedisce la formazione di quelle qualità di ordine e di lavoro regolare e continuo, indispensabili all'artista non meno che allo scienziato. Dopo qualche anno di esercizio giornalistico, i giovani diventano, di solito, incapaci di studio penoso e prolungato, e perdono l'amore per la diligenza e l'esattezza. Infine, il contatto troppo diretto con gl'interessi degli uomini e con la lotta della vita attutisce la virtù contemplativa e riflessiva, per la quale è necessario il distacco e una qualche distanza, dall'oggetto della contemplazione e della riflessione."
In questo periodo sono contenute affermazioni gravi che non posso condividere e che ritengo fuorvianti, perché fanno apparire scontata l'equazione tra giornalismo e inesattezza, tra giornalismo e pressapochismo. Ecco: ci tenevo a sottolineare che non è affatto scontata. E non è per mera difesa corporativa.
Pubblicato da: Manuela - 28.08.07 15:20
ciao
"se invece ci mettiamo qui a dire che io son scrittore io son giornalista.. siamo finiti."
concordo demetrio
A remo.
Secondo me, pressappochista è il tuo discorso fortemente retorico e autoreferenziale.
Riassunto
Tu fai un’affermazione sulla scrittura:
“essendo io un prodotto ibrido, versione discont s'intende, posso poi dire che il giornalista serio è solitamente più preciso dello scrittore.”
Io ti chiedo- ricordo che la frase invocava la precisione nella scrittura dello scrittore:
Preciso in che senso? Più preciso dello scrittore serio? Ma lo scrittore per esser scrittore serio deve essere preciso? Preciso rispetto a cosa? Alla realtà? Ma così facendo non si finisce per mescolare il giornalista (che fa lo scrittore per svago) con lo scrittore (che fa il giornalista per campare)? Così facendo non si mescola la cronaca con la letteratura? Il pennivendolo con l’artista? L’intelligenza con la creatività?
Dato che la figura del pennivendolo è universale (mi riferivo sia al giornalista che allo scrittore, non contrapponevo il giornalista allo scrittore, ma tra chi fa il mestiere dello scrittore e chi è scrittore, vabbè, dovevo scrivere scrivano, la foga, succede) e si parlava di precisione nella scrittura dello scrittore; bene, Remo a creduto che i pennivendoli sono di esclusiva giornalistica, redazionale, e che la categoria va difesa, nonostante egli vada retoricamente affermando che lui dice peste e corna su di essi.
Al che, remo risponde con una scrollata di spalle:
“per la precisione sono le tre del pomeriggio e due minuti.
la precisione è la precisione.
va bene per tutto, del resto è la precisione che predicava cechov, mi pare, o anche mozzi quando dice che un autore di un suo personaggio deve sapere tutto, anche il tipo di biancheria intima che indossa.
e la precisione ha nessi e connessi con la "memoria", che è cosa ben spiegata dalle lezioni sempre di giulio mozzi. che solitamente consiglio a tutti.
scrittori e giornalisti.”
Insomma, invoca l’auctoritas Giulio negando il valore di auctoritas del Croce.
Allora io gli ricordo:
“Dico solo che il napoletano non è l'ultimo turista del villaggio letterario, nonostante sia da un pezzo nella tomba a sbatacchiarsi le ossa.”
Poi, il nostro amico, travisando il concetto del “pennivendolo”, ricordo che si parlava di scrittura e non di giornalismo, mi ricorda che ci sono stati:
“sto pensando a giornalisti morti e ammazzati.
o picchiati.
o licenziati.
o che lavorano in nero per passione.”
A mio parere questo tuo discorso, caro remo, è intriso di pressappochismo e di una certa civetteria.
Infatti, subito dopo ti ricordo che:
“Ogni categoria ha i suoi martiri, non c'era bisogno tirarli in ballo, usando la retorica”
E poi il tuo ultimo sfogo retorico- sentimentale del self-man: tiri in ballo morti ammazzati, saviano ecc.
Non ho voglia di starti dietro, ma rileggi per piacere tutto a mente fredda. Ho mai negato il sacrificio dei giornalisti, ma di grazia, sei stato tu a tirare in ballo l’autoritas dei martiri, mentre si parlava d’altro.
Per concludere, non hai mica l’esclusiva del lavoro duro, sai? Io ho fatto vari mestieri umili, tra i quali il cameriere, il commesso supermercato, pulizie ecc mentre studiavo lettere, e non sbatto la mia storia personale in difesa della categoria dei ricercatori, né invoco tocco le calde corde del sacrificio umano.
E pedinando la tua deriva retorica-sentimentale, rispondo a queste tue righe:
“come giornalista, mi sono ritrovato la macchina sfasciata mentre facevo, guardacaso, un'inchiesta e, prima di tangetopoli, fu confezionato ad arte un dossier su di me.
e mi fermo.
i momenti peggiori, quindi, li ho vissuti da giornalista.”
Rispondo, bene, vieni dalle mie parti, ti presento mio padre, operaio metalmeccanico per quarant’anni (a dicembre la pensione), non gli avranno distrutto l’auto, ma ti assicuro che il corpo è a pezzi. Oppure ti narro di qualche suo collega morto di amianto, o vuoi che ci facciamo un giro nel ex italsider di taranto, dove molti miei amici coetanei si sono feriti gravemente (vuoi i nomi?), dove muoiono più dei giornalisti, o andiamo nei cantieri, ma dài queste cose le sai, ma i giornalisti son messi peggio, urca, son da tutelare, da difendere, sono una categoria nobile.
MA poi mi dico, perché tiri fuori queste argomentazioni retorico-sentimentali?
Retorica per retorica: ti consiglio di mollare il giornalismo e di venire a Taranto a lavorare senza talento per quarant’anni.
Poi mi dirai.
A Stefania.
ma scusate, ma croce non mette in "croce" chi fa giornalismo per vocazione.
ricopio
" Naturalmente, non parlo di coloro che si risolvono per l'una o per l'altra via, tratti da naturale e irresistibile vocazione. Chi ha anima di educatore e maestro, fa benissimo a darsi all'insegnamento; chi ha passione e intelligenza per la vita pratica e politica, fa benissimo a darsi al giornalismo, ad aggregarsi a un partito, a promuovere con la parola e con la penna gl'indirizzi che stima salutari, ad appoggiare o combattere uomini e istituzioni."
miseria 'sti giornalisti, son proprio bravi, riescono sempre ad autoincensarsi, anche se non si parla di loro.
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 16:02
Posto che i cialtroni esistono dappertutto, nel giornalismo come nella pubblica amministrazione, basterebbe contrapporre ai giudizi di Croce i nomi di Buzzati, Montanelli, Monelli e sicuramente anche altri, per dimostrare che il talento giornalistico sfociava spesso in quello letterario. O no?
Con tutti i limiti dei giornalisti, magari di questi giornalisti, non si può dire che non avessero talento. O no?
Faccio un esempio fra i tanti. Le cronache sportive di Buzzati al Giro d'Italia sono dei pezzi giornalisti che, letti assieme, diventano una straordinaria raccolta di racconti, diciamo così, letterari.
Oggi è molto più difficile, se non impossibile, e non per colpa solo dei giornalisti, praticare la professione in questi termini.
Le parole di Croce fanno pensare che quando lui scriveva, il giornalismo fosse in sostanza una pozzanghera nera, popolata di cialtroni, dilettanti della penna, pennivendoli, pressapochisti. Qui sta il punto. Le cose stavano come le raccontava Croce?
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 28.08.07 16:03
manu questo è vero.
La frase che tu citi di croce è però un luogo comune; pensa cosa dice Leopardi delle Gazzette o a cosa dice Alfieri.
Il discorso di Croce in questo senso è ottocentesco.
sempre generalizzando: alfieri era nobile, foscolo insomma, manzoni era nobile, leopardi pure, belli era nel clero etc etc... l'autore, lo scrittore, si sostentava con altri mezzi.
poi arriva il '900 qualcosa cambia, e Croce si trova a vedere un fenomeno diverso e ad applicare categorie vecchie per un fenomeno nuovo.
Per Croce Buzzati sarebbe stato solo un giornalista che scriveva racconti o romanzi, perché lo scrittore come lo intendeva lui è una figura ottocentesca, che noi stentiamo quasi a costruirne i contorni.
poi provo a rispondere a Marco: io parlo per me. Non ho sentito la vocazione da piccolo a scrivere. Anzi. Ero svogliato in italiano, molto più bravo nelle materie scientifiche. MI piaceva leggere questo sì, ma non sentivo il bisogno di dire delle cose mie, di scriverle. Poi un giorno un po' per caso o un po' per caso ho scritto qualcosa è piaciuta alla persona a cui l'ho fatta leggere, poi ne scritte altre etc etc.
Non riconosco in me nessun sacro fuoco.
Eppure ho scritto qualcosa che a qualcuno piace.
So, perché forse sono razionale, perché sono pratico, che quello che scrivo non mi dà da mangiare e allora lavoro. Faccio un lavoro che mi permetta di avere abbastanza tempo per scrivere, senza dimenticare che mi piace andare a cena fuori con gli amici, bere un bicchiere, andare a fare una passeggiata in bici. Io quando scrivo una cosa ci penso, ci medito, faccio silenzio e la scrivo.
Cioè Marco quello che tu descrivi come attività dello "scrittore" fulminato sulla via di Damasco, lo faccio pure io tutti i giorni e tutte le volte che mi metto a scrivere.
d.
Pubblicato da: demetrio - 28.08.07 16:07
Demetrio, era proprio quello che volevo dire: quella frase di Croce e molte altre che si ritrovano nel suo testo sono luoghi comuni, ma non così datati. In Italia i giornalisti non sono mai stati molto amati, per la ragione opposta per cui sono odiati altrove. Come ricordavo all'inizio, l'origine "politica" del nostro giornalismo, il reclutamento attraverso i partiti ha generato l'accusa, purtroppo spesso fondata, di servilismo. Chi esce fuori dal coro, nel giornalismo politico, è mal visto, isolato e anche allontanato (Stefania ha pienamente ragione).
Nella tradizione anglosassone l'antipatia nei confronti della categoria nasce invece nel suo ergersi a watchdog, "cane da guardia" dell'opinione pubblica contro gli abusi del potere. Ma anche laggiù ultimamente hanno qualche cedimento, perché il potere delle lobbies può rivelarsi più sottile e più infido di quello dei politici.
Sono d'accordo, dunque, con la tua lettura. L'inizio del Novecento ha visto la progressiva scomparsa dell'intellettuale puro, che viveva di rendita o vagabondava bohemien oppure soffriva la fame e gli stenti. C'è stata una sorta di democratizzazione dell'accesso alle professioni intellettuali, che le ha anche strutturate molto più che in passato. Ma mi chiedo: è stata forse un male?
Pubblicato da: Manuela - 28.08.07 16:27
Manuela,
meglio mangiare che vagabondare bohemien oppure soffrire di fame e di stenti.
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 28.08.07 16:57
Intendiamoci, il giornalismo ha determinato molta letteratura - e soprattutto molta fortuna della letteratura. Il new journalism di Truman Capote con l'invenzione della faction e non della fiction, assomiglia al modo più profondo di perseguire l'idea di letteratura. Hemingway ha dato lezione alla letteratura, con la sua attenzione per il racconto delle cose nude, senza ornamenti: per la sua cosiddetta oggettività (la "focalizzazione esterna"). E Tondelli, afferma da più parti, che a lui interessa raccontare, e raccontare, e raccontare. E Fallaci, che, nel giornalismo vedeva il modo per occuparsi della storia contemporanea. Ma cosa dire di Dostoevskij? Anche lui, a modo suo, dal giornalismo...
Quanto alla scuola, anche qui non mancano gli esempi. Tolstoj era maestro elementare. Wittgenstein. Lucio Piccolo. Per non dimenticare gli esponenti di quella che io chiamo la "letteratura parruccona". Che è quella degli Umberto Eco, Claudio Magris, David Lodge, e, in genere, di tutti i professori universitari, un poco bizzarri, e pazzerelli, al punto di volersi cimentare loro stessi nelle scritture della letteratura che conoscono, e amano, all'osso. E metterei come grande padre di questa "letteratura parruccona" Jorge Louis Borges.
Arrivo a dire che, visti gl'esiti, il Novecento letterario ha inglobato, e irrobustito, due forme fondamentalmente: il giornalismo (come metodo di scrittura) e poi il saggio. Non a caso, diversi autori di filosofia hanno parlato del Novecento, come discorso sul fare poetico, più che come fare poetico, e la forma saggio si è così radicata, che ancora con qualche titubanza, si comincia ad accettarla anche all'interno della forma romanzo (che è una forma che si nutre di altre forme letterarie, peraltro; e che se andiamo a vedere, già col Moby Dick, la forma saggio la conosceva per bene).
Di tutto questo, che qui è stato riassunto in modo rozzo, superficiale, ma comunque sufficiente per discutere tra noi, io credo, si può dire questo: che non esiste una reale contrapposizione tra giornalismo, scuola, saggistica, letteratura. Non è che il metodo del giornalismo fosse qualcosa di radicalmente nuovo, ed estraneo alla letteratura, tanto che si potrebbe definire la contrapposizione tra giornalismo-oggettività e letteratura-lirismo. In fondo più di uno scrittore, e ben prima di Hemingway e della sua infinita schiatta di ammiratori (de quorum ego), e prima di Carver, e di tutti questi che hanno sembrato inaugurare il modo di raccontare le cose minime, e nude, per quel che sono, senza coloriture liricheggianti, retoricizzanti, più di uno scrittore ha cercato sempre di raccontare "la verità", "la realtà".
Io dico che quel che accomuna tutti questi signori, è la capacità più o meno grande di aver raccontanto una condizione dell'uomo: questo fa di loro degli scrittori, al di là delle specifiche sensibilità per il linguaggio, e dei metodi applicati (l'oggettività, la freddezza; tutte cose anche un poco enfatizzate, e travisate, a mio avviso).
Bene, il concetto è: che sia giornalismo, che sia scuola, che sia "vita" (operaio, impiegato, dirigente, avvocato, scioperato), non è questo che è in discussione, io credo, nell'articolo del Croce. Quello che il Croce vuole dirci nel suo articolo è: "Sei pronto ad assumerti tu la responsabilità di essere uomo di pensiero, e di farlo fino in fondo? Sei pronto a non cercare impieghi che siano soltanto ripieghi? Fai giornalismo perché sei un giornalista-nato oppure perché sei un letterato-mancato? Con quale sensibilità fai il giornalista? Con chi vuol fare il suo mestiere, e va bene così? Oppure con chi lo vuol fare, ma anche con la volontà di, talora, metterlo in discussione, e di reinventarlo, senza essere per forza prostati?"
Dice questo, Croce. Non a caso, Truman Capote, Ernest Hemingway, Oriana Fallaci, Buzzati, sono anche tra i maestri di giornalismo. In fondo si può considerare letteratura ogni cosa scritta con maestria, e con arte: qualcosa che in sè, col suo stesso esistere, ci ammaestri. In fondo, non è curioso che noi consideriamo maestri persone che per tutta la loro vita non hanno fatto che ripetere che loro niente ci stavano insegnando? E' il fatto artistico in sè che ammaestra, ed è di esempio.
Pubblicato da: Marco - 28.08.07 17:20
Butto giù un'idea, allora.
Tiriamo fuori i nomi di quelli scrittori, notoriamente bravi, che hanno scritto e pubblicato e che nella vita facevano tutt'altro. Per esempio: scrittori, commercianti di vernici. Scrittori, operatori nel settore delle onoranze funebri, scrittori preti, scrittori frati, scrittori suore, scrittori alpinisti, scrittori medici, scrittori farmacisti, scrittori veterinari, scrittori disoccupati, scrittori metronotte, scrittori guardiani del faro.
Facciamo una lista. Scriviamo nome e cognome. Mettiamo i riferimenti storici: quando sono nati, quando hanno esordito, eccetera.
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 28.08.07 17:40
no sasso, tu non sai cosa vuol dire avere qualcuno che confeziona un dossier su di te.
non ne hai la più pallida idea.
ciao ragazzo
Pubblicato da: remo bassini - 28.08.07 19:24
candida,
io, arbitrariamente, tra i "maestri" avrei inserito Marquez e tolto l'Oriana.
Pubblicato da: remo bassini - 28.08.07 19:46
"no sasso, tu non sai cosa vuol dire avere qualcuno che confeziona un dossier su di te.
non ne hai la più pallida idea.
ciao ragazzo"
Concordo con Remo. E poi se la mettiamo sul piano della qualità del lavoro ci sono le miniere. Qui si parla di cosa puo' accadere in nome della verità , dell'informazione. E di cio' che si scrive. E tu, caro Francesco, non lo sai. Non basta passare per mestieri umili per immaginare di avere raggiunto l'esperienza. Il percorso dell'esperienza é lungo. Mentre sapere che ti vogliono far fuori tuo figlio mentre gioca in giardino perché tu hai scritto delle cose é duro.
E merita rispetto. Non chiacchiere filosofiche.
Buona serata
Pubblicato da: stefania nardini - 28.08.07 20:35
ciao
ripeto, cari giornalisti, Stefania e Remo, qui si parlava d'altro, non sono stato io a tirar fuori, grettamente, i caduti, ma è giusto così, voi due conoscete la vita, perbacco, con voi non si può discutere, conversare, ma solo restare ammirati; non siete mica per la filosofia o le lettere, cose da invertebrati, ma per la dura legge della strada, wuau, comunque mi sa che qualcosa non torna.
complimenti.
vi onoro e vi ammiro.
f.s
Pubblicato da: francesco sasso - 28.08.07 23:31
Parlare di morti ammazzati non è elegante, è gretto Esco immediatamente da questa conversazione che riguarda la filosofia e le lettere. Torno sulla mia strada. Dove c’è la vita , la morte, e anche il rispetto per quelli come te. Chiudo qua.
Pubblicato da: stefania nardini - 29.08.07 07:56
vorrei dire una cosa a Remo, ti spiego perché il tuo commento "quello sul dossier" è sbagliato, secondo me.
ognuno di noi ha delle specificità. faccio esempi:A hai avuto un dossier su di te, B è vissuto per un periodo sotto scorta, C è affetto da una grave malattia, D è stato per anni innamorato di un giovinetto, E gli è morto in padre in un incidente etc etc.
se quando ci mettiamo a discutere di una cosa incomiciamo a dire: ma io "sono" questo e quel "sono" è un modo per dire: bimbo tu non puoi capire allora tanto vale che discutiamo.
due esempi personali.
Quando ho scritto Una tragedia negata, alcuni hanno avuto il tuo medesimo comportamento: hanno incomcinciato a dire che il mio testo faceva acqua di qua e di là, io ribattevo tranquillamente dimostrando che non era così, quando erano alle strette dicevao: ma io li ho vissuti e tu no, tu non sai cosa voleva dire stare in piazza allora. E siccome non c'eri, tu di questo non puoi parlare.
Convieni con me che questo come direbbe, il sempre compianto Scoglio, è un discorso ad minchiam.
altro esempio, siamo a pisa sempre a presentare il libro, una ragazza mi chiede: ma dopo che hai scritto questo libro, hai avuto ripercussioni politiche?
Come a dire se scrivi un libro così, o diventi un martire e non va bene niente.
(e io a diventare martire non ci tengo...)
questo per dire.
che se vogliamo discutere lasciamo da parte le nostre particolarità: tu hai avuto, remo, la tua dose di dolore, ma non puoi sapere cosa ha vissuto francesco, io non lo so ad esempio.
Alla tua affermazione, lui potrebbe risponderti: " e tu che ne sai di cosa vuol dire non avere una gamba, non avere una mano, essere ciechi?" per quanto tu conosci francesco tutto questo potrebbe essere vero.
se la nostra esperienza umana viene condivisa per aprire un dialogo ben venga, ma se viene messa per tracciare confini, di ciò che è vietato e ciò che è permesso dire allora è sconveniente al dialogo.
una risposta a stefania.
La filosofia e le lettere sono piene di morti, di morti ammazzati, di riflessioni sulla morte. Ti consiglio un bel libro: Vollmann, Come un'onda che sale e che scende (Mondadori).
E' un grande libro di letteratura, scritto da una persona che la morte la va a cercare in Bosnia, in Iraq e anche nei posti più sperduti.
Pubblicato da: demetrio - 29.08.07 08:59
una mia amica che vive a Berlino mi dice che in Gramania esiste un sussidio per giovani scrittori di talento. Forse se in Italia esistesse un sistema in favore della ricerca, in senso lato, ora non saremmo qui a discutere degli articoli di Croce e Papini. Però sono convinta anche che il grande talento in qualche modo viene sempre fuori, a dispetto delle difficoltà e delle frustrazioni o magari proprio grazie alle difficoltà e alle frustrazioni.
Pubblicato da: adriana iacono - 29.08.07 09:00
ciao
stefania
"Parlare di morti ammazzati non è elegante, è gretto "
No, cara stefania, anche tu sensazionalistica?
invece è poco rispettoso verso i caduti generalizzare a quel modo, inserendo l'argomento in un contesto diverso e solo perché si è letta (fraintesa) una parola.
E' poco rispettoso verso l'interlocutore non rispondere alle domande (ho posto delle domande a Bassini sulla scrittura) e argomentare tirando in ballo cose dolorose (i morti sul lavoro) per attaccare l'altro (trattando l'altro come fosse uno stupido)
E' poco rispettoso trattar l'altro come uomo di serie B solo perché fa un altro mestiere.
In un dibattito, è poco rispettoso salir sul piedistallo degli accidenti della propria vita con l'arroganza di non dover dir altro (tipo, guadate me, ho detto tutto)
E' poco rispettoso verso l'interlocutore dire dire "tanto sei uno che non sa la vita, mentre io...", poiché non si sa nulla della vita dell'altro...
ecc
potrei continuare... entrando nel merito dell'articolo e di come entrambi avete travisato Croce, ma certamente sbaglierei io, voi siete giornalisti.
chiudo.
Pubblicato da: francesco sasso - 29.08.07 09:07
Andriana, se in Italia esistesse un sussisidio per gli scrittori giovani di talento, andrebbe nelle tasche dei miliardari, sicuro come l'oro.
Pubblicato da: Lo stronzo realista - 29.08.07 09:23
Manuela scrive: "Quella frase di Croce e molte altre che si ritrovano nel suo testo sono luoghi comuni, ma non così datati".
Il punto, secondo me, è proprio questo: la *persistenza* di certi luoghi comuni che vi si trovano. In 98 anni di storia sembra - a legger quell'articolo - che non sia cambiato nulla. Viene formata una contrapposizione tra chi scrive in un magico mondo e chi scrive per campare, che è come dire: "stare bene è meglio che stare male"; "non avere preoccupazioni è meglio che averle"; "essere perfettamente liberi è meglio che essere costretti"; e così via. Notevoli banalità, in somma. Come se il giornalismo non potesse essere una potente vocazione, come se il giornalista non dovesse possedere qualità civili e morali, come se il giornalista non fosse consapevole della potenza degli strumenti che adopera (la scrittura, la titolazione, l'impaginazione, la fotografia - e oggi i servizi video ecc.).
Ci sono giornalisti che non valgono nulla, come ci sono scrittori che non valgono nulla, come ci sono cuochi, intagliatori, guide turistiche, architetti ecc. che non valgono nulla.
La domanda (che viene richiesta da varie cose apparse nella discussione) è: è vero o non è vero, che l'industria dell'informazione ha bisogno - al tempo del Croce; e/o oggi - di un giornalista fatto in un certo modo? (modo che non ci piace). E' vero o non è vero che la distinzione tra "giornalista" e "scrittore" è funzionale a un discorso culturale che distingue tra "alto" e "basso" (come se fosse "basso" andare a Baghdad e raccontare com'è!), tra "proprio" e "improprio", eccetera?
Che cosa fa, questo discorso produttore di distinzioni?
Pubblicato da: giuliomozzi - 29.08.07 09:23
Io ti chiedo questo, Stefania: ma non è curioso che un giornalista, se il giornalismo è questa attività nobile in se stessa, come senz'altro è, desideri essere altro? Perché un giornalista sente il desiderio di essere anche uno scrittore?
Uno scrittore sente il desiderio di essere un giornalista? Oddio, può darsi il caso, e ci saranno un sacco di casi; ma, facendo un discorso sempre un poco a orecchio, generalizzando, uno scrittore fa il giornalista per necessità. Un giornalista, invece, non fa lo scrittore per necessità. Perché essere uno scrittore non garantisce nulla di più che essere giornalista: non garantisce nessuna forma di guadagno, nessun potere, nessuna fama. Perché, allora, desidera farlo? Perché un giornalista non è già soddisfatto pienamente del suo ruolo, che è un ruolo - inutile ribadirlo - nobile?
Provo ad arrischiarmi in qualche risposta: lo vuole fare per vanità. Ci sta. E' brutto, ma ci sta. Lo vuole, invece, perché attraverso la forma del romanzo può sciogliere meglio alcuni nodi, che gli stanno a cuore. Può approfondire. Può chiarire meglio. Questo è molto più nobile, per se stessi; ma, se facciamo attenzione, è più nobile, per la professione del giornalismo? Dichiarando questo, si sta dichiarando che a causa di ragioni oggettive (e non soltanto per il, per così dire, "pennivendolismo"), non si può godere di quella totale, assoluta libertà di dire, e di esprimersi, che, invece, la forma romanzo garantisce. Quanto poi quest'ultima affermazione sia vera, non lo discutiamo adesso. Si può, poi, aggiungere che scrivere un romanzo significa prendersi il tempo per farlo, senza bombe che ti cadono sulla testa - almeno non nel momento in cui si sta scrivendo -, e senza redattori che ti strillano che bisogna correre.
C'è, poi, una ragione più profonda, psicologica, che non sia soltanto la vanità più bassa (ragione negativa per se stessi), o il desiderio di una maggiore libertà o di una maggiore tranquillità (ragione negativa per il mestiere del giornalismo), ed è questa: ma non è che alcuni di noi, noi che lavoriamo (e qui mi distacco dal solo giornalismo), non accettiamo di essere quello che siamo? Non accettiamo il nostro ruolo? Non riconosciamo nel nostro ruolo qualcosa di utile e importante in se stesso? Qualcosa che non ha bisogno di essere, eventualmente, raccontato ad altri? Qualcosa di buono, positivo in se stesso, e che fa di noi persone che già contano? Perché, per forza, e non per necessità, voler essere qualcosa di diverso da quello che siamo, tanto più se amiamo quello che siamo - come tu, Stefania, e tu, Remo, avete chiaramente dimostrato?
In fondo, se c'è una lezione morale che possiamo ricavare dal Novecento - e in parte dall'Ottocento -, ma arrivo a dire, anche dalla marmellata televisiva di questo inizio di secolo, è che importante è avere una identità precisa, e portatrice di valori precisi, e non tanto essere chissà che cosa, espandendosi in mille campi. Pasolini, forse, intendeva questo, quando si dichiarava interessato alle persone che hanno fatto la quarta elementare: in fondo, perché si studia, si prende la laurea, e tutto quanto, se non per 'affrancarsi' da una posizione originaria che non ci piace? Questo voler essere quel che non si è, tra l'altro, in termini più adatti per esprimersi nella società di oggi, nemmeno 'funziona'- vedi la marmellata televisiva, dove 'funziona', chi "porta se stesso", come si dice.
Ora, tutto questo è discutibile, certo che lo è, perché è ovvio che una persona cerca di vivere meglio, ed esistono mestieri che garantiscono tenori di vita molto migliori. Certo, questo è vero, ma non è, a ben guardare, verissimo. Ci sono operai che guadagnano più degli impiegati - e parlo all'interno della stessa ditta. Un barbiere guadagna molto di più di un professore di liceo, io credo. Ma a parte questo, il discorso è sensato soprattutto se riferito al ruolo dello scrittore, che non garantisce nulla se non quello di essere considerati, quando va bene, scrittori.
Perché, allora, si desidera così tanto essere scrittori?
Pubblicato da: Marco - 29.08.07 10:20
Scusa Marco esiste un divieto?
Io non mi sono mai definita scrittrice. Ma, come già detto, di giornalisti che sono stati e sono ottimi scrittori ne sono piene le pagine della letteratura.
Pubblicato da: stefania nardini - 29.08.07 11:07
Scusa Giulio, una domanda.
Che cosa intendi per "discorso culturale"?
Intendi forse ideologia?
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Mi risulta che ci sono stati giornalisti, bravi giornalisti secondo l'accezione del momento, sia in Italia, sia all'estero, che non hanno mai sognato, voluto, desiderato scrivere un romanzo.
Tuttavia è piuttosto in voga, fra i giornalisti, tentare la strada del romanzo, vista come forma più pura, articolata e complessa, quindi più appagante, del lavoro.
Un esempio? Gianni Mura, inviato di punta e di prestigio per Repubblica, ha pubblicato di recente un giallo, ispirato alla sua professione. Perché lo ha fatto? Ne aveva proprio bisogno?
Poteva anche non farlo, secondo, me e nulla avrebbe tolto al suo valore di ottimo giornalista. (Fra parentesi il libro mi è anche piaciuto).
Tenere le distinzioni può servire. Nel senso lombardo del termine: a ciascuno il suo mestiere. Se sei un asso di giornalismo, come inviato o come cronista, perché devi avventurarti in un terreno - il romanzo - che magari conosci male? Viceversa, se sei uno scrittore, affermato, stimato, perché collaborare per Vanity Fair, un esempio a caso... A meno che non subentrino altri fattori, squisitamente economici. Ti pagano. Ok, hai bisogno di quei soldi.
Personalmente apprezzo gli scrittori che intervengono su quotidiani o settimanali, a condizione che rimangano se stessi e si adeguino quel tanto che serve ad essere pubblicati (rispetto delle misure e di altre coordinate tecniche del media). Può essere un contributo interessante, valido, utile per il lettore.
In Italia, storicamente, la tendenza ad elevare il giornalista, dicendo che è stato anche scrittore o soprattutto scrittore, c'è stata, come se il lavoro di cronista valesse di meno.
E' un atteggiamento snobistico che impregna tutta la cultura italiana. E' un po' come dire pittore al posto di imbianchino. Come se, nella sostanza, cambiasse davvero qualcosa mutando il nome delle cose. Quello è, esercita quel mestiere, bello o cattivo, faticoso o d'ingegno.
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 29.08.07 11:22
Per Angelo: "ideologia" può andare.
A Marco che domanda (si domanda) se non sia curioso che un giornalista "desideri essere altro", ossia uno "scrittore", rispondo: quando pubblicai il mio primo libro, nel 1993, facevo il fattorino; e veniva trovata assai curiosa questa cosa, che un fattorino "desiderasse essere altro", ossia uno "scrittore".
Io poi domando: si può forse dire che le "opere letterarie" (intendendo per "opere letterarie" quelle "opere" che pretendono di essere "letterarie") prodotte da giornalisti sono generalmente (salveremo tutte le eccezioni, naturalmente) più brutte delle "opere letterarie" prodotte da "scrittori" (intendendo per "scrittori" coloro che non vivono d'altro che della loro scrittura, o del loro patrimonio, o della loro povertà)? E poi, di fila: si potrebbe fare la stessa verifica per le "opere letterarie" prodotte da ingegneri chimici, da avvocati, da operai metalmeccanici, da fattorini, da commercianti di profumi, da pizzaioli eccetera?
E poi: vorrà dire qualcosa, il fatto che da quando lavoro nell'editoria, nonché da quando scrivo fittissimamente in rete, non ho più pubblicato un libro nuovo?
Pubblicato da: giuliomozzi - 29.08.07 11:45
"Scusa Marco esiste un divieto?"
Con questo, Stefania, vuoi forse sottintendere che se esistesse un divieto, allora non lo faresti, non vorresti essere scrittrice? Basterebbe un vincolo giuridico, una sanzione, per spegnere ogni desiderio? Sarebbe come dire che poiché è vietato drogarsi, allora la droga non può rientrare tra i desideri di un uomo. Dico droga, perché c'è qualcosa di affine tra il drogarsi e lo scrivere, e una di queste affinità è proprio che la scrittura, quando è praticata con pienezza, si praticherebbe anche in condizioni di illegalità, e di contrabbando.
Bisognerebbe provare, comunque. Dico: istituire un divieto. Chi vuol fare il giornalista non può fare lo scrittore, e chi vuol fare il giornalaio non può fare il giornalista o lo scrittore. Bisognerebbe provare a istituire la legge seguente: puoi fare un solo lavoro, un solo mestiere, e ogni altro ti è precluso.
Allora, sì, forse, riusciremmo ad accorgerci chi è uno scrittore vero, chi è un giornalista vero, chi è un giornalaio vero, e chi è... vero.
Pubblicato da: Marco - 29.08.07 11:55
Giulio, mi scrivi:
A Marco che domanda (si domanda) se non sia curioso che un giornalista "desideri essere altro", ossia uno "scrittore", rispondo: quando pubblicai il mio primo libro, nel 1993, facevo il fattorino; e veniva trovata assai curiosa questa cosa, che un fattorino "desiderasse essere altro", ossia uno "scrittore".
Allora ti invito a rileggere quel che ho scritto:
"Io ti chiedo questo, Stefania: ma non è curioso che un giornalista, se il giornalismo è questa attività nobile in se stessa, come senz'altro è, desideri essere altro? Perché un giornalista sente il desiderio di essere anche uno scrittore?"
Allora, Giulio, potrei rispondere: ma non è curioso che un fattorino, se fare il fattorino è questa attività nobile in stessa, desideri essere altro?
Proprio questo è il punto, Giulio: se tu consideri la tua condizione di fattorino bastevole, allora perché desideri fare anche lo scrittore? Alla base c'è uno stato di insoddisfazione - anche leggitimo, nel caso tuo. Fare il giornalista, però, è un mestiere invidiabile: sono state costruite mitologie e mitologie sul mestiere del giornalista - a parte che qualche forma di reddito ti è garantita. Allora, perché un giornalista vuole diventare uno scrittore? Dove stato lo stato di insoddisfazione che ti spinge a voler essere altro?
(Nel commento che ho lasciato a cui ti riferisci, Giulio, di seguito si cerca di elencare le ragioni di questa insoddisfazione)
Pubblicato da: Marco - 29.08.07 12:10
Giulio,
non ho capito perché non pubblichi più?
Sei appagato così?
Oppure è esaurito il filone creativo?
Era meglio prima. Eri fattorino, avevi un sogno, avevi voglia di emergere (legittimo) e ci sei riuscito.
P.s. Ma la casalinga di Voghera ha mai scritto un romanzo? E se no, che cosa aspettano gli editori a farsi avanti?
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 29.08.07 12:18
La scrittura dei blog distrae le menti degli aspiranti scienziati e artisti; le disabitua dalla considerazione attenta e scrupolosa della verità; rafforza in chi vi è disposto, e svolge in chi non vi sarebbe disposto, la tendenza all'unilateralità, alla imprecisione e al sofisma (nella scienza) e alla ricerca dell'effetto e del successo (nell'arte); costringe all'improvvisazione e, perciò, più o meno, al ciarlatanesimo. Nella vita pratica, impedisce la formazione di quelle qualità di ordine e di lavoro regolare e continuo, indispensabili all'artista non meno che allo scienziato. Dopo qualche anno di esercizio blogghistico, i giovani diventano, di solito, incapaci di studio penoso e prolungato, e perdono l'amore per la diligenza e l'esattezza. Infine, il contatto troppo diretto - grazie all'istantaneità delle comunciazioni in rete - con gl'interessi degli uomini e con la lotta della vita attutisce la virtù contemplativa e riflessiva, per la quale è necessario il distacco e una qualche distanza, dall'oggetto della contemplazione e della riflessione.
Pubblicato da: Benedetto Croce 2007 - 29.08.07 12:41
Ora spengo il computer, cerco una finestra e inizio a contemplare il cielo di Milano che, oggi, è proprio una merda.
Pubblicato da: Alessandro Manzoni 2007 - 29.08.07 12:51
No, Marco. Io non ho mai considerata come "bastevole" la mia "condizione di fattorino", semplicemente perché non mi è mai passato per la testa di considerare quella del "fattorino" una "condizione". Campavo di quello; mi piaceva camparci; lo trovavo un mestiere più piacevole di quello che facevo prima; nonché più sano e più adatto a me. E quindi? Oltre che essere un fattorino, ero tante altre cose: una creatura, un essere umano, un figlio, un innamorato, un lettore, un sociologo dilettante, un collezionista di edizioni degli anni Cinquanta, un esperto di rock progressivo, eccetera.
Ma nessuna di queste cose che "ero", fuorché quella d'essere una creatura, le pensavo (né, credo, le avrei mai pensate) come una "condizione" dentro la quale mi risolvevo tutto.
Diciamo che tutte queste cose, tranne l'essere una creatura, le pensavo (e le penso tuttora) come determinazioni (ad esempio, l'essere essere umano, l'essere figlio) e accidenti (ad esempio, l'essere fattorino, l'essere esperto di rock progressivo) della mia unica "condizione": quella di creatura.
L'essere "scrittore" non mi pare una condizione; e, ti dirò, nemmeno una determinazione. Un accidente, quindi.
(Faccio questo discorso in questo modo per vedere se si riesce a scovare un lessico più pratico).
Pubblicato da: giuliomozzi - 29.08.07 12:53
Giulio, e però scrivi:
"Ma nessuna di queste cose che "ero", fuorché quella d'essere una creatura, le pensavo (né, credo, le avrei mai pensate) come una "condizione" dentro la quale mi risolvevo tutto."
Ti domando: l'impossibilità di pensare una condizione dentro la quale 'risolversi tutto', non è quello stato di insoddisfazione di cui io parlo?
Che siano 'determinazioni, 'accidenti', 'condizioni', questo mi pare, adesso qui conta relativamente. Quel che mi sembra contare, invece, è che esiste un ruolo che non ci soddisfa a pieno. Che sia quello di esperto di rock progressivo o di collezionista di edizioni degli Anni Cinquanta o di giornalista, comunque non c'è "una "condizione" dentro la quale risolversi tutto" - come appunto tu stesso ammetti.
E io domando: perché?
Credo che di una qualche utilità potrebbe essere discutere sul perché ci sono persone che non sanno essere una cosa - avendola scelta, io mi auguro per loro - e non sanno essere soddisfatti di quella cosa che sono - e questo non soltanto quando sono "collezionisti di edizioni degli Anni Cinquanta", ma anche quando sono "giornalisti", "banchieri", "magistrati". Che desiderano espandersi in mille campi. Ora mi piacerebbe trovare delle risposte che non siano "perché è nella natura dell'uomo" o "perché l'avidità di possesso è alla base dell'agire umano". Interessante sarebbe avere, invece, la descrizione degli elementi che portano a essere insoddisfatti della propria condizione - insisto su questa parola.
Pubblicato da: Marco - 29.08.07 13:15
A Marco, soprattutto. Conosco fior fior di giornalisti che non hanno alcuna intenzione di scrivere libri. Esattamente come tanti fattorini, tanti impiegati, tanti calciatori e via dicendo. E' però più facile per un giornalista, che già scrive e racconta per mestiere, avvicinarsi alla letteratura, spaziare oltre la cronaca e lasciare a briglie sciolte l'immaginazione.
In sintesi: credo che quella che tu chiami "aspirazione" a diventare scrittori sia molto più il frutto di una contiguità pratica (che significa proprio dimestichezza con lo strumento e con il metodo) che il risultato di un'insoddisfazione o di una non completa accettazione del proprio ruolo.
In fondo, sono molto d'accordo con quanto sottolinea Giulio: l'essere "scrittore" è un accidente, ma è anche un'identità ammantata di nobiltà e fortemente connotata di valori "ottocenteschi" nel senso inteso sopra da Demetrio. Nel discorso di Croce c'è questa sprezzante considerazione verso ciò che non è scrittura o arte "pura". Ma qui dovremmo aprire una parentesi su quanto fossero effettivamente liberi gli artisti nelle corti cui allude Croce. E su quanto fosse "chiuso", allora, il mondo della cultura. Penso al ruolo delle donne, ma anche ai talenti che non hanno potuto coltivarsi perché non dotati, per fare un esempio illustre, dello straordinario patrimonio e della straordinaria biblioteca del conte Monaldo Leopardi.
Pubblicato da: Manuela - 29.08.07 13:21
Manuela, mi pare che il tuo discorso sia filante, come una stella. E, però,: 1) Mi devi spiegare che cosa significa "contiguità pratica (che significa proprio dimestichezza con lo strumento e con il metodo)"; 2) E che cosa spinge, allora, se non è una insoddisfazione, a scrivere una cosa come un romanzo, che è una fatica dura, e che non dà molto altro: il piacere di farlo? Ma, domando: il "piacere di fare altro" non ha alla base una forma di insoddisfazione?; 3) In che cosa consiste l'accordo con Giulio e con Demetrio: che cosa sarebbe questo 'essere scrittore come accidente', ma anche 'come identità ammantata di nobiltà'? 4) Infine il tono sprezzante di Croce, non è affatto così sprezzante, come dimostra, se vuoi, l'ultima frase dello scritto: "Il giornalismo progredisce e si nobilita per opera dei giornalisti-nati; non già dei letterati mancati".
Ecco, insisto un po', perché, mi pare, così possiamo contrapporre, qui, praticamente, due metodi: il metodo giornalistico, che è quello di Manuela, di confezionare una prosa brillantina, esplosiva, e quella, invece, che Benedetto Croce predica: quello di non lasciarsi trascinare dalle parole, e dai loro suoni, ma di meditarli, e soppesarli, uno per uno.
Pubblicato da: Marco - 29.08.07 14:03
marco.
provo a dire.
Io sono demetrio a prescindere dal mio essere scrittore. Giulio è giulio a prescindere dal suo essere scrittore.
tipo pensa a Levi, Primo. Non sarebbe mai stato scrittore se non gli fosse capitata la ventura di finire ad Auschwitz, il suo essere scrittore è un accidente, che ha prodotto tre libri, almeno, che sono tra i capolavori del '900.
Nelle sue interviste Levi dice che il suo lavoro di chimico gli piace e gli è sempre piaciuto. Si definisce, ovviamente con ironia, uno scrittore del sabato e della domenica.
Non esiste solo una insoddisfazione che fa muovere verso la scrittura: per insoddisfazione definisco quel movimento che mi porta da uno stato "a" (cartoliere, operaio, sindacalista, supereroe) a quello di scrittore.
Io non scrivo perché sono insoddisfatto di me, io scrivo perché ho delle cose da dire e, per una qualche carambola genetica, culturale etc etc, il modo migliore per dire quelle cose è la scrittura.
Avrei potuto cantare: sono stonato.
Avrei potuto suonare: non so senso del ritmo.
Avrei potuto disegnare: non ho la mano.
So scrivere e quelle cose che voglio dire, le dico scrivendo.
io penso che la tua visione dello scrittore sia "fortemente" ottocentesca - qualcosa come lo scrittore come una specie di vocazione - per me lo scrittore è uno stato legato al "gesto dello scrivere" e il gesto dello scrivere è dovuto al bisogno di esprimere una cosa.
io, forse come giulio, ma mica posso parlare per lui veniamo da esperienze simili che ci hanno fatto vedere la scrittura come qualcosa di *strumentale*.
Fare l'ufficio stampa, ad esempio, a me ha forinito questa consapevolezza: ho imparato a scrivere per altri, ho imparato a scrivere qualcosa per conto terzi. MI arriva la telefonata di uno che parla in strettissimo piemontese e mi dice due o tre concetti confusi, che io non capisco e alcune volte non condivido, epperò mi metto lì e scrivo e glielo scrivo.
per questo quando mi dicono perché ho iniziato a scrivere o perché scrivo, rispondo per rimediare un appuntamento, perché in realtà io non ho mai sentito nessuna vocazione, nè tanto meno mi sento insoddisfatto di ciò che sono, ma semplicemente avevo e ho delle cose da dire e le dico con l'unico mezzo di comunicazione che so di saper usare: la scrittura.
Pubblicato da: demetrio - 29.08.07 14:19
Caro Marco, sorvolo elegantemente sulle tue considerazioni a proposito del mio metodo e della mia prosa.
Rispondo alle tue domande partendo dall'ultima:
4) Se rileggessi attentamente il brano di Croce, lo meditassi e lo soppesassi troveresti questa frase, che dimostra senza alcun dubbio il disprezzo nutrito nei confronti del giornalismo come attività, indipendentemente dal fatto che esso sia esercitato da giornalisti-nati o dai letterati mancati:
"Dalla vita d'insegnante si traggono, dunque, non pochi vantaggi pel culto severo dell'arte e della scienza; da quella di giornalista, nessuno. Il che potrebbe essere confermato dai nomi, che vengono in mente a tutti, dei poeti, letterati e studiosi, che la scuola ha dato all'Italia negli ultimi cinquant'anni; nomi, ai quali non so quanti se ne potrebbero contrapporre, forniti dalla categoria dei letterati-giornalisti".
Poiché Croce è uomo che ha consacrato la sua esistenza al culto della scienza e dell'arte, sostenere, come fa in vari passaggi, che il giornalismo esclude la possibilità di coltivare la scienza e l'arte significa, ipso facto, disprezzare il giornalismo.
Rispondo alle altre domande:
1) Dimestichezza con lo strumento e il metodo significa dimestichezza con la penna e con il racconto. Due elementi che, ammetterai, sono presenti anche nel lavoro dello scrittore e che, al contrario, non sono presenti nel mestiere del fattorino e in quello del calciatore. Usare gli stessi strumenti e lo stesso metodo - seppur con diversi obiettivi, diverse esigenze di "verità" e diversissimi paletti e gradi di libertà - facilita il passaggio tra un'attività e l'altra.
2) La spinta al romanzo è differente da individuo a individuo. A mio avviso, ma altri sapranno dirti sicuramente meglio di me, non è sempre l'insoddisfazione. Può essere semplicemente il possesso di una storia (reale o immaginaria) davvero buona o davvero "utile" e il bisogno di raccontarla in un romanzo, affrontando la dura fatica necessaria per scriverlo. Avere qualcosa da dire e non poterne fare a meno, se non nella "forma romanzo": non leggo in questo processo alcuna mancanza, alcuna insoddisfazione. Semmai una tensione aggiuntiva, un "di più".
3) Nel senso di cui al punto 2, l'essere scrittore può definirsi quale "accidente". L'espressione "ma è anche un'identità ammantata di nobiltà e fortemente connotata di valori ottocenteschi..." voleva richiamare il ragionamento di Giulio sul discorso culturale "alto" e "basso".
Spero di essermi spiegata meglio.
Pubblicato da: Manuela - 29.08.07 14:31
Demetrio, io sono incondizionatamente d'accordo con te. La scrittura è questo: c'è chi ci capita a sette anni (come De Cataldo), c'è che ci capita a dodici (come me), c'è chi ci capita a trenta (come te, come Giulio). In ogni caso, e con diverse capacità, scrivere è l'esigenza di manifestarsi: di dire delle cose, di dire che si esiste, di dire.
Solo, Demetrio, che questo è altro discorso da quello che qui si sta facendo. Qui io mi chiedo: che cos'è che spinge una persona a voler diventare uno scrittore oppure (in un senso deteriore) a coltivare l'ambizione di essere uno scrittore?
Questa domanda, io l'ho fatta, e ha trovato la risposta di Giulio, che ha messo avanti la sua esperienza - quello che Giulio qui non dice è che non è stato solo un fattorino: ha lavorato in un ufficio stampa, prima di decidere, e volontariamente, di diventare un fattorino, e proviene da una famiglia colta. Bene, va benissimo. Io, però quella domanda l'ho fatta perché mi piacerebbe capire che cosa muove un giornalista (e lo vogliamo dire che un giornalista ha anche più potere di uno scrittore?; è o non è un giornalista in grado di determionare la vita o la morte editoriale di uno scrittore? Sì, lo è) a coltivare l'ambizione di diventare scrittore. Così come mi piacerebbe capire perché uno scrittore si vuole mettere in testa di fare il cantante o il videoartista. Tutte cose nobilissime, e sacrosante, che si possono fare, però, senza per questo volerne coltivare l'ambizione. C'un illustre precendente, che già ho citato: PierPaolo Pasolini, che si innamorò del cinema al punto, di usare la sua autorevolezza di scrittore per diventare regista.
Io credo che sia importante ragionare su questo, oggi, in Italia,
Pubblicato da: Marco - 29.08.07 14:46
Il giornalista di cui parla Croce è il giornalista non creativo. E a questo riguardo ci sono e ci sono stati fior di giornalisti non creativi. Si pensi a Montanelli che, giornalista tra i più grandi, non è riuscito ad andare al di là del racconto Il generale della Rovere, mentre il tentativo di un romanzo (Giorno di festa, del 1939) andò fallito. Si pensi al lucchese Mario Pannunzio, maestro riconosciuto di giornalismo.
Poi ci sono giornalisti-scrittori, ed uno dei maggiori esempi in Italia è rappresentato da Curzio Malaparte. Ma in casi come questo, di Malaparte, si deve pensare più allo scrittore che si mette al servizio del giornalismo.
Ossia, dal mio punto di vista, quando incontriamo nella stessa persona le attitudini al giornalismo e alla letteratura è quest'ultima che la fa da regina e consente allo scrittore di essere anche giornalista. Difficile se non impossibile il passaggio da giornalista a scrittore; elementare quello dello scrittore che si dedica al giornalismo. E il giornalismo dello scrittore è diverso dal giornalismo del giornalista. Quando Arpino e Buzzati facevano del giornalismo, in realtà esercitavano ancora la loro qualità costitutiva di scrittore.
Secondo me l'aspirazione che è in tutti, anche in quelli che possiamo definire giornalisti puri, di diventare scrittori, risiede nel fatto che il passaggio a scrittori significa riconoscere ed affermare il dono raro della creatività, che eleva l'uomo a somiglianza di un piccolo dio.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 29.08.07 15:02
Manuela, l'affermazione che riporti di Croce non mi pare che sia la prova del disprezzo di Croce medesimo per il giornalismo. Croce sta dando dei consigli: e ci sta dicendo: "Attenzione, perché se pratichi la via del giornalismo per, al fine di, con lo scopo di diventare uno scrittore, un poeta, un filosofo, guarda che forse pratichi la via più faticosa. Perché l'esperienza ci dice che non sono venuti fuori grandi pensatori dalle palestre del giornalismo, eccettera". D'accordo, qui Croce emette un giudizio, fornisce un'opinione, ma dovrà pure farlo, se vuole sconsigliare la strada del giornalismo. Non è disprezzo per il giornalismo, Manuela, in questo sbagli. E' scarsa considerazione del giornalismo come via per arrivare a diventare buoni uomini di pensiero. Prova a riflettere sulla differenza.
Per la 1) scrivi:
"Dimestichezza con lo strumento e il metodo significa dimestichezza con la penna e con il racconto. Due elementi che, ammetterai, sono presenti anche nel lavoro dello scrittore e che, al contrario, non sono presenti nel mestiere del fattorino e in quello del calciatore"
No, non lo ammetto. Non lo ammetto affatto. Noi siamo fatti costitutivamente di storie. Una storia è in grado di raccontantartela un fattorino, un calciatore, e non soltanto un giornalista, o uno scrittore. Quanto allo scriverla una storia: sembra quasi che un giornalista sappia come una storia di scrive - come se esistesse un solo modo di raccontare storie. Invece, e questo è quasi scontanto, basta leggere i diari, anche di contandini, che erano alfabettizati quanto basta, per scoprire ottimi raccontatori di storie. Poi, su questo, potrei dire molte altre cose.
Per la 2) vale quello che ho scritto a Demetrio sul commento prima di questo.
Absit iniuria verbis, Manuela.
Pubblicato da: Marco - 29.08.07 15:04
Io, una volta, un giornalista che ambiva a scrivere un romanzo, l'ho conosciuto. Le sue motivazioni erano molto semplici. E venali. Diceva: "sono qui a scrivere articoli per la cronaca locale. Va bene, mi piace, ma è roba che leggeranno in cento, forse mille persone. Un romanzo ne può raggiungere molte di più. Questo vuol dire celebrità, ma soprattutto soldi. Immagina: milioni di copie in tutt'Italia, poi le traduzioni all'estero, poi i diritti cinematografici." Il romanzo, quel giornalista, non l'ha ancora scritto, però è sempre consumato da quella febbre. Ecco, mi faceva un po' ridere a ripensarci, dopo tutti questi discorsi sul fuoco sacro della scrittura e sull'esigenza di riciclarsi in altri ambiti per sopravvivere.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 29.08.07 15:08
Scusa, Marco, ma non puoi usare ora la parola "condizione" e ora la parola "ruolo", come se volessero dire la stessa cosa.
Mi domandi: "L'impossibilità di pensare una condizione dentro la quale 'risolversi tutto', non è quello stato di insoddisfazione di cui io parlo?".
Credo di essere tutto risolto nella condizione di creatura. Non mi pare che mi sia impossibile pensare una condizione dentro la quale "risolvermi tutto".
Poi, le determinazioni e gli accidenti ti portano a fare varie cose nella vita.
Pubblicato da: giuliomozzi - 29.08.07 15:10
Giulio, invece, credo che "condizione" e "ruolo" sono compatibili, almeno qui.
Condzione è "situazione psicologica, fisica o sociale in cui si trovano persone o cose".
In quanto scrittore mi trovo in una certa condizione o ruolo sociale: posso fare o non fare delle cose, posso godere o non godere di alcuni poteri (molto pochi, come scrittore puro e semplice).
Pubblicato da: Marco - 29.08.07 15:31
Marco, penso senza astio che non riusciremo a trovare un accordo.
Scrivi: "Qui Croce emette un giudizio, fornisce un'opinione, ma dovrà pure farlo, se vuole sconsigliare la strada del giornalismo. Non è disprezzo per il giornalismo, Manuela, in questo sbagli. E' scarsa considerazione del giornalismo come via per arrivare a diventare buoni uomini di pensiero. Prova a riflettere sulla differenza".
La "scarsa considerazione del giornalismo come via per arrivare a diventare buoni uomini di pensiero", per me, è sinonimo di disprezzo. Dopo averci riflettuto non soltanto adesso ma da almeno dieci anni, ripeto: il giornalismo non distrae dal pensiero, tutt'altro. Le affermazioni di Croce sono luoghi comuni.
Anche su quella che ho definito "contiguità pratica" tra l'attività del giornalista e quello dello scrittore resto della mia opinione, senza negare valore all'evidenza che tutti possono saper raccontare.
Saluti.
Pubblicato da: Manuela - 29.08.07 15:35
Ma quando parlate di giornalismo che cosa intendete?
Quello di chi fa l'inviato speciale?
Quello di chi collabora con una testata locale per pochi euro, nella speranza di una assunzione?
Quello di chi - raccomandato - riesce a farsi assumere dopo poche settimane di apprendistato sul campo?
Quello di chi, amico di qualche politico, riesce ugualmente a farsi assumere da qualche parte, meglio in Rai?
Quello di chi non riuscire mai a farsi assumere e comunque riuscirà in qualche modo a vivere interamente o parzialmente di giornalismo?
Quello di chi frequenta Università, master, scuole di giornalismo degli Ordini professionali e poi trova l'agognato impiego in una redazione?
Quello di chi non è riuscito a finire l'università - per varie ragioni - e comunque con la fortuna e la bravura è riuscito a entrare in questo mondo?
Quello dei cosiddetti culi di pietra che stanno ore e ore davanti ai desk di agenzia ma non sono mai usciti a fare un servizio scarpinando per strada come si faceva, romanticamente e faticosamente, una volta?
Quello di chi si imbuca nei ricevimenti-conferenza stampa spacciandosi, appunto, per giornalista rimediando a scrocco pranzo e un briciolo di notorietà?
Quello di chi scrive solo commenti, discettando su tutto come fa un noto collaboratore del Corriere della Sera?
Quello di chi scrive solo di sport?
Quello di chi scrive solo di calcio?
Quello di chi scrive solo su riviste specializzate che non si vendono nemmeno in edicola?
Quello di chi scrive - per campare - e produce house organ o altro di simile?
Quello di chi collabora solo con le defunte terze pagine?
Quello che fa un altro mestiere per campare e scrive solo per vedere il proprio nome stampato sulla carta?
Quello di chi fa il giornalista seriamente, con l'idea di avere una vocazione, e arriva al punto, persino, di mettere a repentaglio la vita?
Quello di Almerigo Grilz, freddato da una pallottola mentre ritraeva una scena di guerra?
Pubblicato da: Alessandro Manzoni 2007 - 29.08.07 15:51
Galleria serissima e verissima, distinguo sacrosanti. Ma a volte parlare per macro-categorie astratte (Scrittori, Giornalisti, Insegnanti, Fattorini e così via) è necessario per interrogarsi e confrontarsi.
Posso dire però che sicuramente il Giornalismo di cui parlava Croce nel 1909 non è il Giornalismo del 2007, nonostante alcuni pregiudizi sulla professione siano rimasti intatti.
Pubblicato da: Manuela - 29.08.07 16:01
attualità delle affermazioni di Benedetto
Croce, che, dei giornalisti, scrisse:
«più fortemente li attira coi pronti e spesso larghi guadagni»
Forse Croce pensava a Santoro e a Biagi.
«con la vita nelle grandi città»,
chi schifo la provincia, già
«con la relativa libertà nell'uso della propria giornata»,
qui ci casca il Croce che della vita di redazione sapeva tutto, ma tutto tutto.
perché infatti, in redazione, uno dice al caporedattore: o bischero, te lo chiudi tu il giornale alle undici, che io vado per morose stasera.
veramente una grande conoscenza.
(poi la relativa libertà è un capolavoro: ci sta tutto, anche l'ora d'aria dei detenuti).
«con la notorietà che accompagna già i primi passi».
c'è un barlune di verità, ma dal momento che si parla di Buzzati ricordate che Buzzati, soprattutto, passava i pezzi. Il cronista andava in giro, lui, redattore riscriveva. E firmava poco. (Ai tempi di Buzzati si firmava molto meno di oggi).
«Per questa ragione, i laureati in lettere e filosofia si vedono passare, ora, in così gran numero, dalle aule universitarie alle redazioni dei giornali».
aveva le statistiche dell'ordine, Croce? perché l'ordine piange da una vita: troppo pochi i giornalisti laureati in Italia.
state bene, ora vado a fare un giro.
ho il permesso di Croce.
Pubblicato da: remo bassini - 29.08.07 16:06
Bene, Manuela. Da ora in poi lo chiameremo Il Giornalista ignoto. Come il milite ignoto.
Un giornalista che sta nella media e che riassume pregi e difetti di tutti quanti.
Pubblicato da: Alessandro Manzoni 2007 - 29.08.07 16:18
Manuela, ci siamo confrontati, e va bene anche un piccolo attrito. Io non ho una posizione negativa sul giornalismo (magari non mi piacciono gli opinionisti, che parlano senza nemmeno aver conosciuto da vicino - cioè andando sul posto - certe vicende, oppure quelli che dividono goffamente giornalismo e filosofia, come luogo dell'azione, della parola vivente quello, e luogo, invece, della chiacchiera fine a se stessa questo).
Però, anche qui, ti chiedo (è una domanda retorica; non sei tenuta a rispondere): ma che cosa ti infastidisce esattamente del disprezzo del Croce per il giornalismo?
Se si tenessero distinti i ruoli e le diverse funzioni di ogni ruolo, e se si attribuisse importanza (e non "la giusta importanza", ma importanza a tutto tondo) a ogni ruolo e a ogni funzione, allora, forse, non ci sarebbero particolari scontri almeno su che cosa sia meglio o peggio: se raccontare o narrare, se versificare o filosofare.
Un giornalista deve informare dei fatti, e nel modo più completo possibile. A lui non spetta la funzione di evidenziare le aporie del linguaggio, i guasti, i paradossi: questo compito è della filosofia. E nemmeno spetta al giornalista la narrazione dei fatti, magari, il racconto oggettivo sì, ma non la narrazione dei fatti - o quantomeno quel narrare colorito contro cui si scaglia anche il Croce. Questo è il compito di uno scrittore, che è questa entità misteriosa, che non si sa bene come collocarla in un salotto, e che un poco scandalizza, un poco diverte, un poco fa riflettere, ma soprattutto, ecco, "parla strano", fa uso di un linguaggio tutto suo.
C'è, e apposta lo dico, c'è in tutto questo, mi pare, una scontentezza del proprio ruolo, della propria condizione: come se 'pensare' sia superiore che 'raccontare' e 'versificare' superiore a 'raccontare' e 'pensare'. Sarà anche così, ma una volta che io ho fatto le mie scelte, una volta che ho scelto a quale mitologia appartenere (quella dei cinici giornalisti, piuttosto che quella di quei chiacchieroni dei filosofi, o di quei vanagloriosi degli scrittori), ecco, perché dovrebbe venirmi la voglia di cambiare?
Perché, in Italia, ci sono tutte queste persone dotate di questo straordinario eclettismo? Che cambiano. Ora scrittori. Ora cantanti. Ora pittori. Mi piacerebbe sapere non il "come" (per il loro straordinario talento, la loro intelligenza impareggiabile), non il "dove" e il "quando" (la risposta di Giulio: "Sapete com'è, non è colpa mia... Passavo di lì... Ero un maniscalco, e, toh, accidenti della vita che ti capitano, mi ritrovo rockstar tutto d'un tratto..."), ma proprio il "perché", le motivazioni profonde. "Perché lo faccio?".
Se domani mi proponessero di fare il sarto, con un contratto e tutto quanto, io, magari, ci penserei un momento. Direi: "Sì, ma io il sarto lo so fare?". Invece, se domani mi proponessero di fare l'attore, io non ci penserei due volte. In fondo, che mi fa? Faccio due smorfie, due movimenti pelvici, ed è fatta. No?
Cioè, c'è questa convinzione che pensare, recitare, fare lo scrittore, sia una cosa che basta arrivarci, in un modo o in un altro modo: poi, non è che bisogna essere dotati di un talento? Chi ce l'ha il talento? Nessuno, ce l'ha il talento.
Ma non sarebbe meglio che ciascuno facesse il suo, e possibilmente un suo che sceglie, e che persegue, a dispetto di tutto, di tutti, e che lo soddisfi ogni giorno, sempre?
Pubblicato da: Marco - 29.08.07 16:20
Del disprezzo di Croce mi infastidisce il presupposto: l'assoluta convinzione che il giornalismo sia tagliato per persone "pratiche" e che distolga non soltanto dall'approfondimento e dalla meditazione, ma persino dalla verità. Mi infastidisce la categorizzazione netta. G




