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29.08.07

La poesia in "redingote" (1910)

di Enrico Thovez

[Il testo che segue è tratto dall'ultimo capitolo, intitolato appunto La poesia in "redingote", del volume Il Pastore, il Gregge e la Zampogna. Dall'Inno a Satana alla Laus Vitae di Enrico Thovez, pubblicato nel 1910 presso l'editore Ricciardi. Lo traggo dalla quarta edizione, stampata nel 1926. Non ne conosco edizioni in commercio ma il volume, in una delle sue varie edizioni, si trova facilmente e a buon prezzo nel mercato dell'usato. gm]

Enrico Thovez[...] Poiché era accaduto questo fatto meraviglioso, insospettato, inverosimile: il pubblico italiano era stato riguadagnato alle Muse: non pascolava più che sui prati di Elicona, non beveva più che alla fonte Castalia.
Eravamo avvezzi da anni ed anni a udir lamentare l’assoluta ed inguaribile indifferenza del popolo italiano per la poesia in generale e per la lirica in particolare. Inutilmente più d’un valentuomo aveva cercato le ragioni per le quali la letteratura non è popolare in Italia; inutilmente altri le aveva additate nell’abito arcaico della lingua letteraria e nel carattere aulico dello stile poetico; invano i giovani e smaniosi verseggiatori levavano le più alte strida su pei giornali perché il pubblico non voleva saperne di poesia e soprattutto non comperava i loro libri. Inutilmente. Il pubblico continuava a non leggere, e a non comperare. […]

Dunque, se il pubblico italiano della vera poesia non poteva capire lo spirito, se continuava per fatale legge psicologica a non amar nei versi che le gale, a non gustar che gli spumoni, a non sentir che l’istrionia, se continuava a provare una compassione annoiata ed una avversione paurosa per il poeta di stampo antico, anima ritrosa e solitaria che si contentava di cercare una risonanza al suo canto in poche anime fraterne disperse a traverso il tempo e lo spazio, per contro quando gli si presentò dinanzi un poeta che facesse il buffone o il pazzo melanconico da romanzo, non solo si divertì, ma si accese di irrefrenabile entusiasmo.

I poeti dicitori del decennio decorso ebbero questa intuizione meravigliosa: che a voler far trionfare la poesia ed acclimatarla nei cuori borghesi, bisognava trasformarla di entità impalpabile in realtà tangibile, di astrazione spirituale in meccanismo vivo. Bisognava coltivare quell’indigeno caprifico d’Arcadia, bisognava sfruttare quella commozione lagrimosa, quei raggianti entusiasmi, quella fatica delle mani e dei piedi per la frase detta a viva voce sopra una scena. bisognava fare della lirica qualche ocsa di simile alle canzonette dei buffi napoletani che il pubblico dei cafè-chantants fa ripetere cinque, sei, dieci volte in un delirio d’applausi. Appena dieci persone su mille possono capire e gustare un canto di Dante, un sermone del Foscolo, una ode barbara del Carducci; ma tutte mille possono accendersi di entusiasmo quando quelle parole e quei ritmi si traducano in guizzo di muscoli, in ondeggiare di falde, in sonorità di voce, in strabuzzare d’occhi. Bisognava fare per la poesia ciò che si fa per la musica. Su le mille persone che applaudono una sinfonia del Beethoven, novecentocinquanta applaudono il dimenarsi del direttore, l’andar su e già degli archi, il gonfiar delle gote delle trombe, l’agile diteggiare dei flauti. Fate che l’orchestra suoni invisibile, e il teatro resterà vuoto; ed è logico: il pubblico non saprebbe occupare che uno solo dei suoi sensi, e il meno importante.

Dunque la grande novità fu di far vedere la poesia, e di farla vedere in azione. Il poeta dicitore divenne un fenomeno: ora il fenomeno è pel pubblico il sommo del piacere estetico, sia un uomo che cammina sulla corda, o un gorilla che accende la pipa, o un elefante in mutandine che balla il cancan, spara una pistola e gira il manubrio del telefono: pochi comprendono la bellezza, ma tutti comprendono la difficoltà, e l’ammirazione della folla non è per chi ha concepito la maggior bellezza, ma per chi ha vinto la difficoltà maggiore; non per Fidia che ha scolpito l’Ilisso, ma per colui che ha intagliato un monumento equestre in un tappo di sughero o il busto di Garibaldi in un nocciolo di ciliegia. […]

C’è dell’altro. Ogni buon italiano è un declamatore nato; ogni buon italiano che abbia da citare un verso, il verso più semplice, intimo e piano: Tanto gentile e tanto onesta pare, per esempio, sente il bisogno imprescindibile di declamarlo. Se è in compagnia, si arresta, e alzando la mano e protendendo l’indice con mimica ammonitrice, scande le sillabe con tono fatidico, le gonfia di sonorità tonante come se pronunziasse un oracolo delfico. Ha bisogno di cantare anche le cose meno cantabili: ogni verso è per lui qualche cosa di simile ad uno spunto di waltzer: l’intimità dell’espressione non gli par degna della poesia: per lui la poesia deve essere necessariamente qualche cosa di illustre, di magniloquente, di scenico, di teatrale; e se il poeta non ci ha messa la teatralità e la magniloquenza, anzi le ha schivate con cura, ce le mette lui con la voce e con la mimica. L’artifizio inevitabile d’ogni arte non gli basta: gli occorre aggiungervi una falsità maggiore, qualche cosa di piacevolmente istrionico.

Così dunque avvenne che un bel giorno i giornali ci recarono la impensata, incredibile novella che il pubblico si era acceso, palpitava, si struggeva di un subitaneo, tenerissimo amore per la poesia, anzi per la lirica, cioè per quell’altissima espressione dello spirito che secondo il Platen tradotto dal Carducci a sorde orecchie suona inutil flauto. Era bastato che una schiera di dicitori annunziassero le loro recitazioni poetiche perché quella gente, che non si muoveva per sentire un’opera del Wagner e non avrebbe fatto quindici passi per vedere una statua greca, quella folla che non provava abitualmente nessunissimo bisogno di leggere versi e che per la poesia aveva quella salutare diffidenza che contrassegna la gente per bene, accorresse fervente e si inebriasse di entusiasmo e domandasse il bis. […]

Ma che farci? Coll’entusiasmo non si ragiona. Al pubblico italiano era stato inoculato il virus poetico, ed esso aveva oramai un irresistibile bisogno di veder almeno una volta al mese al proscenio le muse, o per meglio dire, i musi dei dicitori, e i solisti della poesia, i flautisti del verso, i virtuosi della recitazione erano divenuti moltitudine. Per anni ed anni i teatri della penisola furono sacri a quella ecatombe di poesia. Nei pomeriggi invernali, primaverili e autunnali dolcemente invitanti alle passeggiate, sulla soglia dei botteghini una folla inverosimile si accalcò fremente di bramosia, pazza di attesa, interamente abbrutita dall’entusiasmo anticipato: professori di statistica, conservatori delle ipoteche, impiegati del registro, generali a riposo, e anime più austere, più asserragliate contro ogni insidia estetica, più immuni da ogni tenerezza di sentimento, gente che poteva mostrare una vita intera senza macchia di poesia; e poi donne: un esercito, una moltitudine, una immensità di donne invase da furore isterico: vecchie zitelle incartapecorite, mamme venerande di pinguedine, ragazze fiorenti; e quella marea umana si premeva gocciolante di sudore, ansimando, lottando a gomitate, a spintoni per avvicinarsi alla contesa soglia della beatitudine verbale… […]

E il solenne sacrificio fu compiuto. Nulla fu sacro dinanzi alla libidine dei declamatori: tragici orrori dell’Inferno dantesco, dolcezze velate del monte del Purgatorio, sublimità spirituali di Beatrice, umane debolezze di Laura, magnanimi sdegni dell’Alfieri, sottili ironie pariniane, marmorei fantasmi e profetiche visioni del Foscolo, scorati accenti leopardiani, virulenti invettive del Carducci, tenuità idilliche del Pascoli, intimità voluttuose e decorazioni pagane del D’Annunzio, tutti i monumenti letterari più insigni della letteratura italiana, dalle origini ai giorni nostri, furono vociferati e danzati come da un’orda di coribanti colpiti da furore orgiastico, con grande strepito di cembali e di bronzo percosso, ma di bronzo monetato, e senza però il cruento sacrifizio per cui andò celebre Attys nel concitato verso giallambico di Catullo.

* * *

Devolsit ilei acuto sibi pondera silice. Catullo, Carm. LXIII, v. 5. Si tagliò i coglioni, in somma.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 29.08.07 11:06

Interventi

Interessante. Incompleto, forse insincero. Qualche annetto prima, Nietzsche faceva dire a Zarathustra qualcosa di simile. Stanotte il testo e lo posto.

Pubblicato da: Paolo S - 29.08.07 14:32

Va bene, un'altro tassello della grande descrizione storica del campo letterario italiano (GDSCLI). Ma a che serve?
Abbiamo bisogno di leggere questo pezzo di antiquariato per capire che le foto in fila del Binaghi (colonnino di destra della homepage), formano un metaforico convoglio di tre vagoni attaccati alla motrice, cioè la foto del volume pubblicato da Sironi, quindi servono per accalappiare un po' d'attenzione, piegando la testa al nulla che comanda?
Già, perchè non è obbligatorio nullificarsi, si può utilizzare la propria immagine per dire qualcosa di utile al mondo, ritengo.
Di sicuro c'è chi lo fa, oggi come nel 1910.

Pubblicato da: andrea barbieri - 29.08.07 16:17

Andrea, però, se ci pensi, Binaghi ha scritto un romanzo, e, magari, si sarà anche impegnato per scriverlo, e chissà quanto, e tu lo liquidi in due maliziosissime righe, e, magari, nemmeno hai letto il frutto del suo lavoro.

Cioè con le tue parole, Andrea, tu rendi a Binaghi il servizio opposto a quello che vuoi dargli: tu così fai lui un eroe.

Pubblicato da: Marco - 29.08.07 16:33

Marco, devi avere un browser che visualizza in modo strambo: qui ho fatto un paragone tra quello che dice lo scrittore citato da Mozzi e la strategia pubblicitaria di Mozzi. Penso che Mozzi sia anche contento che qualcuno abbia notato l'analogia. Poi chiamo questa strategia 'nullificazione' e forse qui è meno contento, ma basta che si dica tra se e se - un giudizio di valore non è un fatto! - ed ecco tornare la quiete nel suo cuore.
Quindi non ho detto niente ma proprio niente del libro di Binaghi.
Un'altra cosa. Non è vero che si può giudicare un libro soltanto dopo averlo letto dall'inizio alla fine. Spesso bastano poche pagine per capire cosa si ha in mano. Non credo infatti che Mozzi legga tutto ciò che gli arriva in redazione dall'inizio alla fine prima di decidere di non pubblicarlo. Allora non capisco perché questo diritto spetta agli stimati editori e non ai lettori intelligenti.

Pubblicato da: andrea barbieri - 29.08.07 18:07

Di questo passo, a forza di proporre il passato reperibile nel mercato dell'usato diventeremo tutti degli antiquari professionisti del nulla.

Completamente d'accordo con Barbieri, anche per quanto concerne la promozione di Binaghi.
Oddio, l'ho sentito cantare.
Oddio, ma è terribile.
Che sarebbe quella roba?
Binaghi di certo non è Muddy Waters, ma neanche un John Mayall.
E' un Giuliano Palma con una fortissima raucedine gracchiante.

Passo e chiudo, tanto è tutta robetta trita e ritrita e che poi l'avevano già detta uomini più illustri e pesanti, come il già citato F.W. Nietzsche.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 29.08.07 18:45

Certo che è tutta roba trita e ritrita, ragazzi. Il passato è passato. Non ce ne frega nulla.

Pubblicato da: giuliomozzi - 30.08.07 09:35

Caro Giulio, se ti rivolgevi anche a me, non capisco la battuta. Personalmente sto dicendo proprio l'opposto della tua ironia. A me del passato frega molto, ma in relazione al presente. Quindi se posso imparare qualcosa. Pubblicare una lamentela del 1910 per una situazione esattamente uguale al presente - addirittura a quello che è presente sul tuo blog! - mi fa dire: parliamo direttamente del presente. E infatti il mio era un invito a chiedersi: è possibile parlare di libri utilizzando dei concetti invece che facendo fare siparietti agli autori? Secondo me sì, e penso che sia più rispettoso verso il lavoro degli autori (che come dice Candida faticano a scrivere), e verso il pubblico (che spende cifre alte per i libri).
Come vedi siamo alle solite, ci si attacca tanto al pensierino che un libro sia anche o soltanto una merce, poi però dal marketing si prendono tutte le strategie possibili meno una: la qualità assoluta del prodotto.
Forse perché non si sa raggiungere?

Pubblicato da: andrea barbieri - 30.08.07 13:14

Direi, Andrea, che quelle pagine di Thovez sono più una "satira" che una "lamentela". E ci penserei due volte prima di dire che essere parlano di "una situazione esattamente uguale al presente". (Tra parentesi: va preso in considerazione non solo ciò di cui quelle pagine parlano, ma anche la posizione da cui parlano. La posizione di Thovez non è "esattamente uguale" a nessuna posizione "presente").

A me interessano le differenze. E trovo interessante il tentativo di liquidare la ricerca delle differenze dicendo "è tutta roba trita e ritrita", come fa Iannozzi esibendo un atteggiamento che, così a occhio, ho l'impressione sia molto diffuso.

Pubblicato da: giuliomozzi - 31.08.07 09:14

Il registro è ironico, ma la sostanza di quello che dice è un reclamo, una lamentela nei confronti del pubblico e di chi si mette le orecchie a molla per divertirlo.
Sono d'accordo che le differenze sono importanti, però penso che l'analogia tra quello che dice Thovez e per esempio la casellina 'Binaghi canta il blues' sia perfettamente legittima. Le analogie non sono meno importanti delle differenze per capire le cose.

Vediamo di capire meglio il discorso promozione. Sono uno che spende molto in libri. I parametri della mia scelta possono essere, all'interno delle classificazioni del prodotto (narrativa, poesia, saggistica ecc.): qualità e prezzo. Ovviamente parliamo di libri reperibili in normali librerie, non nel circuito antiquario.
Ora, il prezzo di un volume oltre tanto non può andare (a meno che non sia un libro d'arte o cose del genere) quindi il prezzo incide in minima parte sulla mia scelta, che al -diciamo- 95% ha come parametro la qualità.
Da cosa deduco la qualità di un libro:
- dal libro stesso se ho la possibilità di leggerne delle parti;
- dalle persone che ne parlano (e qui comincia a entrare in gioco l'autorevolezza);
- dall'autorevolezza dell'autore.
Come posso capire se un autore è 'autorevole'? La rete è uno strumento ottimo, perché posso leggere il punto di vista dell'autore su tante cose. Se un editore crede nel proprio autore mi dà modo di incontrare la sua intelligenza. Se non crede nel proprio autore cerca di mettermi sotto il naso un personaggio, non so, lo trasforma in autore canterino, anche se è una cosa che con la qualità della scrittura, con la capacità di pensare non c'entra proprio nulla.
Quando penso alla qualità, mi viene in mente prima di tutto l'editore Coconino Press. Puntano tutto sulla qualità: dei titoli, della innovazione del medium, della cura editoriale. Anche quando ho visto sul sito di Igort due o tre brevi filmatini, erano in una chiave non paludata delle piccole interviste molto belle, per esempio in una Gipi parlava di suo padre e del libro che raccontava la sua morte. Cose vitali quindi. E dal mio punto di vista questa è grandissima qualità. Cosa succede allora?, che io compro Coconino press quasi a scatola chiusa, e non mi sono mai pentito.
Capisco che nel fumetto d'autore c'è meno offerta, e forse è un po' più facile tirare fuori la testa. Però questo è vero in Italia. Coconino pubblica con la stessa strategia anche in Francia, dove l'offerta è molto più vasta. E vende abbastanza da sostenersi e vince premi.
Pensiamo alla frase 'tirare fuori la testa', non ha soltanto il significato di emergere da un mare di proposte editoriali, di diventare visibile. Dentro la testa c'è un cervello che pensa. Tirare fuori la testa è promuovere l'intelligenza di chi scrive.

Pubblicato da: andrea barbieri - 31.08.07 10:06

Binaghi canta e suona da sempre, da anni e anni fa degli spettacoli di narrazione e musica. Dovevo forse nascondere la cosa? Dimostro forse di non credere nell'autore Binaghi, se metto un link a un'attività artistica di Binaghi diversa dalla scrittura?

Pubblicato da: giuliomozzi - 01.09.07 13:01

Giulio, la risposta è sì, secondo me dimostri di non crederci.
Ma non fissarti su Binaghi, vai al senso della cosa: chiediti quanto credi ora nei libri, quanto credi che possano essere utili alla gente, quanto credi che possano arrivare, quanto sei disposto a sacrificare, perché tanto si sa che è un sacrificio scrivere o fare l'editore in un certo modo. Chiediti se col tempo sei diventato più prudente, perché se sei più prudente vuol dire che ci credi di meno.

Pubblicato da: andrea barbieri - 02.09.07 01:15

Non mi pare di esser diventato più prudente.

Pubblicato da: giuliomozzi - 02.09.07 10:01

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