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25.08.07
Il giovane scrittore italiano (del 1909)
di Giovanni Papini
[Questo articolo di Giovanni Papini, che traggo dal volume Eresie letterarie, Vallecchi 1932, apparve nella Voce il 18 febbraio del 1909, quando Papini aveva ventott'anni. Non mi risultano in commercio ristampe del volume, ma lo si trova facilmente nel mercato dell'usato, in varie edizioni o ristampe, a prezzi accessibili (10/15 euro). gm]
Cosa ha da fare, secondo voi, un giovane scrittore italiano - dico italiano perché gli altri paesi non li conosco quasi punto - cosa ha da fare, domando, se, pur essendo giovane, scrittore e italiano non è ricco e non vuole né bruciare il suo ingegno nel giornalismo né soffocare lentamente nelle scuole mezzane?
Per non ricco non intendo già la miseria assoluta che fa morir di fame, ma quella odiosissima mediocrità che ti fa vivere a forza di ripieghi, d'incerti, di piccole fortune e di lunghe attese. Faccio un caso che può sembrar personale, ma che potrebbe magari esser comune e ridomando: Cosa ha da fare costui?
Aggiungiamo, per ombreggiare meglio la figura, che codesto scrittore giovane e italiano sia anche una persona per bene e per conseguenza non voglia imputtanarsi scrivendo roba qualunque per piacere alla gente e senta invece la difficoltà e grandezza dell'arte, cioè il bisogno di studiare senza remissione fino alla morte.
Aggiungiamo un'ultima qualità: che questo giovane senta o creda di avere in corpo qualcosa di forte e di nuovo che non può esser capito subito da chi vende e compra letteratura, eppure abbia bisogno di vivere col ricavato di fogli scritti e stampati, e domando per l'ultima volta: Che deve fare quest'uomo?
Tutti noi sappiamo quali sono le dure porte alle quali debbono battere coloro che fanno questo malfamato mestiere di scrivere.
Ci sono, prima di tutto, i giornali. Dopo quel che ha scritto qui, pochi giorni fa, Benedetto Croce, non ho bisogno di spiegarmi tanto. Sono d'accordo con lui e basta. Ma nei giornali, dicono, si può scriver da lontano, di tanto in tanto, senza sciuparsi o compromettersi troppo. E' vero: ma succede assai spesso, a chi vive lontano dalle redazioni, di non imbroccare sempre il punto giusto che fa comodo al giornale, e di non saper trovare ciò che chiamano, nel loro gergo, l' "intonazione" precisa! E allora articoli se ne pubblican pochi e son pagati poco e non bastano per andare avanti.
Ma ci son le riviste! Qui le difficoltà son minori. Si può trovare, dopo qualche anno di lavoro e di pazienza, una buona rivista che consenta a pubblicare, ogni stagione, una novella, un sggio di critica o magari una poesia.
Ma anche qui ci son gli stessi scogli: non sempre gli argomenti che piacerebbero allo scrittore sono adatti alla rivista e nel modo di trattarne bisogna aver l'occhio alle fissazioni dei direttori e alle simpatie degli abbonati. Se no cestinamenti o castrature. Un racconto troppo sincero, un giudizio troppo acerbo in molte riviste non vanno. O piegarsi o rimanere a tasca vuota. E neppur se uno si piega, la tasca si riempie proprio fino alla bocca. Le riviste italiane, non certo per loro colpa, pagano poco e quelle che hanno voluto far le magnifiche son morte dopo pochi mesi di sperpero. E quelle che pagano, sia pur poco, non son molte e sono spesso in discordia, cosicché se scrivi in una non sempre puoi scrivere in quell'altra. Se poi desideri pubblicare scritti su argomenti speciali oppure ti piace sfogare il cuore dicendo tutta la santa verità, ti conviene mandar le cose tue o alle cosiddette riviste scientifiche o a quelle giovanili e rivoluzionarie e le une e le altre, per quanto oppostissime per caratteri e fini, sono d'accordo in questo: che non posson pagare. Non parlo di proposito del teatro ch'è una industria a parte. Gli "articoli" più spacciabili e meglio pagati sono i libretti d'opera ele commedie borghesi spiritose, sentimentali o no. Non è roba per uno che si stimi.
Ci son poi le conferenze, le quali però si avviano a diventar odiose a chi le fa e a chi le ascolta. Prima di tutto le più son fatte per mettersi in mostra o per beneficenza o per aiutare società o idee e allora bisogna farle per l'amor d'Iddio, cioè col solo pagamento di un po' di sbattìo di mani alla fine e con cinque righe di riassunto spropositato nei giornali. E quando anche le conferenze son pagate non c'è gran che da stare a tavola: le spese del viaggio o poco più. A meno che il conferenziere non sia celebre e qui, rammentiamoci, si parla del giovane scrittore che non è ricco né troppo conosciuto.
Tra i lavori adatti per il letterato, e che un editore è disposto a compensare, ci sono le traduzioni. E anche qui siamo alle solite. Manca, spesso, la libertà di scegliere il libro da tradurre e mancano i grossi guadagni. La traduzione di un libro, anche difficile e voluminoso, non è mai pagata più di qualche centinaio di lire e per farla bene ci vogliono parecchi mesi. Eppoi non sempre giova il tradurre a chi deve scrivere la lingua propria, con arte, per conto suo. Qualche volta sì, ma non sempre. Ci si guasta e non si gode.
Ma cosa fa mai questo scrittore italiano, diranno, che non scrive libri? Eccoci ai libri. Sì, lo scrittore italiano giovane e povero scrive anche libri e forse ne scrive troppi e può accadere che non solo li reputi, lui, buoni e nuovi - questa è credenza comune a tutti - ma che siano, certe volte, proprio davvero nuovi e buoni. Ma credete voi, signori ben seduti e ben scaldati, che sia tanto facile stampare un libro in Italia? Ecco qui tutti i casi possibili: lo scrittore fa stampare da sé, a spese sue, il libro, e allora bisogna che sia abbastanza ricco per arrischiare una certa somma e di più che abbandoni quasi metà del possibile ricavo a quell'editore che consente a mettere il suo nome sulla copertina e a spedire le copie ai librai - o trova un editore il quale gli fa il gran piacere di stampargli il libro, ma non gli dà nemmeno un centesimo - oppure, se il libro fa sperare una certa vendita e il nome non è proprio nuovo, l'editore si adatta a promettere un tanto per cento sulla vendita o una piccola somma subito.
Soltanto la grande tiratura dovuta a un'improvvisa celebrità può dare al nostro scrittore qualche vaga idea dell'agiatezza. Ma per ottener queste fortune bisogna scrivere libri per le scuole o romanzi sudici, e non tutti hanno l'ingegno del compilatore bamboleggiante o l'istinto ruffianesco. Dico per chi vuole ottenerli subito, perché coll'andar del tempo, batti e ribatti, a forza di fame, di sacrifizi, di silenzio e di canzonature, si arriva anche alle forti tirature con schiette e serie opere d'arte. Credo, ad esempio, che, ad onta di tutto, si sian vendute di più le poesie del Carducci (leviamoci il cappello) che i ormanzi del Notari (con rispetto parlando).
Ma qui si parla di chi comincia, e bisogna cominciare coll'andar a genio all'editore, il quale non ha altro pensiero che di contentare quelli che comprano, i quali compratori non sempre son disposti a comprare un libro buono se non è condito col pepe della lussuria o incoronato dalle frasche della réclame. Gli editori più grossi, ora, hanno formato una specie di trust e gli scrittori che non vogliono crepare nelle vetrine di provincia debbono sottostare alle loro condizioni. E questi editori si fidano di consiglieri o "lettori" i quali hanno simpatie e antipatie letterarie, come tutti gli uomini di penna, e possono aprire o chiudere gli usci della fortuna a lor talento. Bisogna piacere agli editori, ai loro lettori e non basta: anche ai giornalisti. Senza la grande stampa complice, un libro difficilmente si vende. Ma come si fa ad andar d'accordo con tutti i critici dei grandi giornali? Bisognerebbe che il giovane scrittore di cui parliamo facesse comunella con loro, menasse buoni i lor gusti, non desse noia a' lor consorti, chiudesse gli occhi, fosse disposto a diventar lui stesso critico e critico indulgente quando ai suoi critici piace diventare autori e così via di seguito...
Dunque: o esser già celebri o diventar celebri a forza di strisciature, finzioni, bassezze e simili lordure. A meno che non si abbia alcun bisogno di soldi o si guadagni da vivere in altro modo. Lasciamo stare i ricchi di nascita: fra loro pochi arrivano ad essere veramente scrittori grandi e non pare che ci si mettano proprio sul serio. E che dire poi di que' ricchi che, pur non avendo la scusa del bisogno, son capaci di leccare un'intera fabbrica di scarpe pur di acchiappare per aria qualche fogliolina d'alloro? E pensare che l'indipendenza dalle borse degli altri sarebbe la felicità suprema per quelli che non possono dir tutto e in quel modo che vorrebbero, per paura della miseria! Quelli che hanno una buona rendita e fanno i vigliacchi andrebbero fucilati.
La soluzione migliore, dopo questo catalogo di miserie, mi par l'ultima. Fin da ragazzo, leggendo le memorie di Giovanni Stuart Mill, mi fece effetto il consiglio ch'egli dà a chi scrive e pensa di non ricavare i mezzi di vivere dagli scritti e dal pensiero. Quel consiglio mi piacque tanto più venendo da uno che dava il buon esempio. Come molti sanno il buon ragionatore inglese (non dico filosofo per non offendere certi amici miei che negano l'uso di questa parola a chi non la pensa come loro) era impiegato alla Compagnia delle Indie. Anche in Italia, del resto, e precisamente oggi, abbiamo uno storico e romanziere ch'è fattore in campagna, un letterato che fabbrica l'olio, un poeta che fa il farmacista e un altro che dirige una fabbrica di carburo. Ma non basta: ci sono ancora troppi giornalisti e troppi amestri di scuola.
E d'altra parte, andando proprio in fondo, anche quest'accomodamento va bene fino a un certo punto. Per scriver ottimamente, per dir cose grandi bisogna esser liberi, liberi, liberi, aver tempo di fantasticare, di riflettere, di oziare e di studiare Chi ha da star dietro agli affari difficilmente potrà seguire i sogni e le idee e una delle due: o farà fallimento o scriverà opere mediocri.
E allora? Ma io non ho scritto queste cose perché avessi pronto in cassetta, da tirar fuori all'ultima scena, con un bel sorriso, il rimedio unico e perfetto ad uso dello scrittore italiano!
E non ho avuto neppur l'intenzione di lamentarmi o di prendermela col fato e i suoi tempi perché non ci son più mecenati che dian pensioni, o editori prodighi e geniali, o lettori numerosi e simpatici. Ma che lamentarsi! Bisogna lavorare, e bene, e meglio che si può, e sciuparsi per il guadagno meno che sia possibile. Dopo sarà quel che sarà: il buio o la gloria.
Ho voluto esporre ingenuamente, in quali condizioni si trovi uno scrittore non ancora conosciuto e non volgare, che voglia guadagnarsi da vivere senza prostituirsi né avvelenarsi, e intenda creare qualcosa di degno e di non comune.
Nient'altro.
Se qualcuno è capace di individuare gli scrittori coltivatori, fabbricanti di carburo ecc. citati verso la fine: grazie. [gm]
[Un uomo finito di Papini letto da Bartolomeo Di Monaco]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 25.08.07 12:32
Interventi
Scritto quasi cento anni fa, le problematiche che incontra un giovane scrittore alle prime armi sono rimaste pressoché le stesse.
Polemista acuto come sempre, Papini!
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 25.08.07 13:43
Giulio, riguardo alle richieste che hai fatto sui letterati citati da Papini, avrei qualche supposizione.
Quello che fabbrica l'olio potrebbe essere Enrico Pea (vedere: Rosalia qui: http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/enrico_pea_rosa.html), anche se nel romanzo egli scrive che commercia “candele, sapone, scope ed altro: vino e spirito in damigiane”;
Quello che fa il farmacista potrebbe essere Mario Tobino, che però era *figlio* di farmacista e di professione, com'è noto, faceva il medico "dei matti".
Se fossero questi due, Papini li cita con qualche imperfezione, ma era assolutamente normale che avesse contatti con entrambi, toscani come lui (tra Firenze e Lucca ci sono appena 70 Km), e soprattutto ben sapendo che Pea era, in quegli anni, per tutti i letterati italiani, un punto di riferimento. Si pensi agli inconri che avvenivano al famoso Quarto platano di Forte dei Marmi.
Quello che faceva il fattore in campagna potrebbe essere Federigo Tozzi (però non mi risulta che si sia interessato anche di storia), visto che alla morte del padre, che aveva dei poderi, ritornò a Siena a curare gli affari di famiglia, prima di trasferirsi a Roma. Ma anche qui potrebbe trattarsi di una imprecisione causata dalla passione del polemista.
Su quello che dirigeva una fabbrica di carburo non ho proprio idea.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.08.07 12:25
Grazie Bart. Tobino sicuramente no, visto che è nato l'anno dopo questo articolo di Papini. Avrei dubbi su Tozzi, visto che il suo esordio è del 1911 con una raccolta di versi (però magari pubblicava in riviste ecc.). Pea non so: il suo primo libro è del 1910, cioè l'anno dopo questo articolo. Però era amico di Ungaretti (si erano conosciuti ad Alessandria d'Egitto, che era nel "giro" della Voce). Secondo me ti sei fatto ingannare dalla data del volume dal quale ho preso il testo (1934): devi pensare che Papini scriveva nel 1909...
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.08.07 13:00
Verissimo. Non ho pensato al 1909, ma al 1932.
La testa, ahimè...:-)
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.08.07 13:21
Il "letterato che fabbrica l'olio" è di sicuro Mario Novaro, direttore della rivista «La Riviera Ligure» (vedi http://www.fondazionenovaro.it/).
Pubblicato da: Cano - 28.08.07 10:58
Datemi il nome di riviste, prego, aspetto, grazie, sono curiosa.
Pubblicato da: corridrice - 28.08.07 11:00
Il Novaro. Giusto. Grazie.
Per la corridrice. Oggi il panorama è assai diverso dal 1909.
Riviste. Per la prosa:
- "Nuova prosa", Greco e Greco editori, di grande qualità.
- "Tabula rasa", Besa editrice
http://www.besaeditrice.it/collane/riviste/riv25.htm
- "Il primo amore" (web & carta)
www.ilprimoamore.com
Tutte quelle cose in rete che non si sa se si possono chiamare riviste o altro, da vibrisse a Nazione Indiana.
Pubblicato da: giuliomozzi - 28.08.07 12:40
Che deve fare quest'uomo, se già è difficile e quasi impossibile dire e vivere una frase così bella: "bisogno di studiare senza remissione fino alla morte"?
Pubblicato da: sara@gmail.com - 28.08.07 15:20
eccomi.
[Vuoi che mi ricordi di te? [] Yes [X] No]
Pubblicato da: marvin - 31.08.07 13:49
grazie giulio, ora le cerco, le sfoglio, e poi ne cerco gli indirizzi.
Pubblicato da: corridrice - 09.09.07 16:27




