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21.08.07

Funeste conseguenze della lettura dei libri malvagi (1857)

clicca qui per ingrandire il frontespizio del libretto[Credo si possa dire che, oggi come oggi, per il lettore comune, la "letteratura" si identifica grosso modo con il romanzo. E credo si possa dire che, oggi come oggi, il romanzo abbia effettivamente conquistato il centro della scena letteraria occidentale. Si producono in abbondanza racconti, poesie, pièces teatrali: ma niente è importante come il romanzo. Tipi di scritture (uso questa espressione per non dire: "generi letterari", perché creerei un bisticcio) un tempo tranquillamente accolti nella letteratura (la scrittura storica, la scrittura morale, la scrittura politica, la scrittura filosofica, la scrittura critica: Machiavelli, Guicciardini, il Convivio di Dante, le opere di Giannone o Genovesi ecc., fino a De Sanctis e Croce, tanto per esemplificare) ne sono stati espulsi. La letteratura, dunque "è" il romanzo. E al romanzo si riconoscono grandi meriti, come ad esempio quello (cito dei luoghi comuni) di aver "formato la coscienza europea" o "della borghesia europea", di "aver dato voce alla crisi dell'Occidente", eccetera. Non c'è da vergognarsi, oggi, a scrivere romanzi; e tantomeno a leggerne. (Ci sono romanzi che vengono esecrati: ma non è il "romanzo in sé" che viene esecrato). Ma, come noto ma troppo poco spesso (secondo me) ricordato, non è sempre stato così. Propongo come esempio e promemoria la Introduzione a un libricino anonimo (pubblicato come quinta dispensa di una Collezione di operette ameno-morali-popolari), intitolato Funeste conseguenze della lettura dei libri malvagi, pubblicato a Milano nel 1857 presso la ditta Pirotta e C. gm]

Introduzione

Hai tu letto, mia cara, l'operetta testè pubblicata?... No, a dirti il vero, ché neanche mai sentii farne parola... Come? la è cosa inconcepibile!... nulla può immaginarsi di più interessante e di meglio scritto. Io per me non già la lessi, ma la divorai, né seppi levarmene l'occhio, finché non ne raggiunsi l'ultima linea. Ah cara! è veramente necessario che anche tu te la procuri. Credimi: non si può scorrerla, senza provare un gran diletto.

Ma qual è mai il libro che questa giovane lesse con tanta soddisfazione, e che sì ardentemente desidera far conoscere alla sua compagna?... E' egli forse un di quei libri eccellenti che tendono ad illuminare una gioventù inesperta nei suoi doveri e sui pericoli che la circondano? E' forse uno di quegli scritti assai utili, in cui la morale e l'istruzione, presentate sotto piacevoli forme, abbellano e ricreano lo spirito, mentre assai influiscono a bene informare i cuori?... E' forse in fine, una di quelle operette stese da mano saggia ed esperta, che ricorda la vita degli uomini illustri e la storia de' passati tempi, e che con la varietà de' soggetti e l'eleganza dello stile suscita grande interesse e si cattiva l'attenzione?...

No: ché tali pregevoli operette al giorno d'oggi non son più ricercate con tanta avidità, né decantate con tanto entusiasmo... Questo libro che si legge, divora, loda ed esalta, altro non è che un romanzo.

Ma... sarà forse una storiella semplice ed innocente, riportata in modo da commuovere il lettore sensibile;... forse sarà una ingegnosa invenzione per poter combattere indirettamente que' disordini che il secolo falsamente delicato non permetterebbe si attaccassero di fronte;... forse sarà una lezione di morale posta in azione, onde più vada a genio a quella moltitudine d'uomini cui non si può dare istruzione se non per la via del diletto...

No: no: egli è un vero romanzo, ed un romanzo assai pernicioso. Egli è un di quei libri in cui le regole dell'onestà, le massime della morale, i principii della social convenienza, ed i precetti dettati dalla religione si pongono in discussione, si travolgono e fin anco si disprezzano. Esso non tende, per verità, a questo fine d'una maniera franca ed aperta, né cerca pervertire con argomenti chiaramente espressi, ma tutto ciò tenta rggiungere per via di insinuazioni perfide, e d'esempii ancor più funesti.

Ma, io non ci veggo poi alcun che di male, dice quella giovinetta la cui fronte, mentre dovrebbe essere la sede della modestia e del candore, fra poco più non arrossirà di cosa alcuna.

Chiunque però voi vi siate, deh! non vi lasciate sedurre da tali fallaci parole. Misero colui il cui spirito affascinato più non vale a distinguere il bene dal male! Misero colui il cui cuore informato alle impressioni del vizio, più non ha vigore per difendersene, o sentimento per riconoscerlo!... forse un nemico in agguato, non è per ciò stesso più formidabile?... la vipera che ti riscaldi nel seno, quasi mansueto ed utile animaletto, non attenterà ella per ciò più facilmente alla tua vita?...

Ma, non è poi bene, né si può, tutto ignorare. - Triste e funesta scienza che è mai quella del male!...

Ma, per conoscere il mondo, è necessaria la lettura. - E dove mai voi men apprendete a conoscderlo che ne' bizzarri ed immaginarii racconti, in cui regna solo lo spirito della menzogna?...

Ma... ma, non è bene il privarsi di sì gran numero di opere egregiamente scritte, la cui lettura tanto può servire alla formazione dello stile. - Amereste voi dunque la compagnia d'un uomo che mentre vi parla con modi dolci ed adulatorii attende impaziente l'istante di levarvi la vita?...

Son scritti bene!... E' queta una asserzione pressoché sempre falsa; e qualor fosse vera, sarebbe un argomento più forte per farli maggiormente temere. E che? lascereste voi dunque nelle mani a un fanciullo un veleno, solo perciò che non gli disaggrada al palato?... avreste voi piacere di coprirvi degli abiti d'un appestato, perché hanno una forma elegante e graziosa?... Animereste voi forse i vostri di casa a recarsi a divertimento su d'un profondo abisso, perché la sua superficie è ammantata di verzure e di fiori?

Informerebbero il vostro stile!... Io voglio anche supporlo per ora, ma siate sinceri, ditemi: per addestrare i vostri figli, amereste voi vederli giocare con spade ed armi cariche?... Ciechi genitori!... Il solo nome di veleni e d'armi da fuoco vi fa tremare per la vita dei vostri figli, e poi vi rimanete in una colpevole indifferenza allor che si tratta del contagio del vizio, e di tutto che può corrompere la loro innocenza?...

Informerebbero il vostro stile!... vecchio pretesto inventato dalla mala fede, e che ciascun uomo sensato sa apprezzare secondo il suo giusto valore!... i libri cattivi, i fatali romanzi ad altro non valgono che a pervertire i cuori, ad allontanare dalla vera sorgente del bello, a rendere disgustosa la verità, e corrompere gli spiriti. "Dalla lettura de' cattivi libri", a detta d'un illustre penitente [1], la cui autorità non si può disconoscere "non s'impara punto l'eloquenza, ma il vizio; per essa si apprende a scorgere il male senza orrore, a parlarne senza vergogna ed a commetterlo senza freno".

[1] S. Agostino

[E faccio notare come l'avversario dell'anonimo estensore di questo volumetto sembri identificare come proprio avversario non tanto la narrazione in sé, quanto la narrazione verosimile. Quella cioè che, pur raccontando avventure d'invenzione, sembra raccontare storie vere. Non quindi i libri di cavalleria che fecero uscir di testa il povero Don Chisciotte, ma piuttosto i romanzi che condussero alla disperazione e al suicidio la signora Emma Bovary. Il cui romanzo fu pubblicato in rivista nel corso del 1856 e finì sotto processo nel gennaio del 1857 - lo stesso anno della pubblicazione delle Funeste conseguenze. Che peraltro, tolta l'Introduzione qui riportata, altro non sono che un breve romanzo nel quale una fanciulla, traviata dalla lettura dei romanzi, attaversa svariate disavventure e alla fine si redime. Ua narrazione del tutto analoga a quella dei romanzi che intende condannare e combattere (e, va detto, molto antiquata rispetto all'anno di pubblicazione: perciò immagino che si tratti di una ristampa d'un'operetta di svariati decenni prima). gm]

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 21.08.07 10:21

Interventi

splendido!

Pubblicato da: gianni biondillo - 21.08.07 10:43

Proviamo a storicizzare: voglio credere che all'epoca in cui è stato scritto, questo pezzo, la possibilità di leggere non fosse equanimemente distribuita da un dio, antropologico e puro. In altri termini, coloro che erano in grado di leggere, si suppone, avessero anche gli strumenti per discernere il buono dal cattivo, il bello dal brutto, ed, in ultima istanza il bene dal male. Annettere delle capacità fuorvianti ad un testo, indubbiamente, è tesi di un certo fascino. Aggiornando potremmo estendere alla pubblicità (con conseguenze di gran lunga più nefaste: visto lo spot di una banca d'affari, che simula una rapina in piena regola, dando per inteso che alla fin fine è cosa veniale ?). Che dire ? Il tema è affascinante. Ma circoscriverlo alla forma "romanzo", depotenzia il "portato" del j'accuse dell'estensore. Perchè da un racconto non potrei esser investito ?

Pubblicato da: cletus - 21.08.07 11:11

Oddio! Perché non la ristampi l'operetta?
Il fatto solo che si parli d'una fanciulla traviata dovrebbe essere d'un'attualità impressionante: ci son sì tante fanciulle in fiore e deflorate da una vita e traviate a destra e a manca davanti e di dietro di sopra e di sotto che un'operetta così non mancherebbe d'attrarre più d'una lettrice di harmony e non solo, anche un buon numero di palati finemente cristiani che per il dramma c'hanno sempre l'occhio lungo, in tiro come per il caso dell'On. Mele e di Francesca Pocahontas.
Dài! Un po' di coraggio editoriale. Meglio un rustico romanzetto di quasi due secoli a uno scritto oggi da un contemporaneo - tutto seghe casalinghe e scuole di scrittura -, ma scevro di qualsivoglia libido da crociffigere nei cafè letterari fumando lunghe bianche sigarette col bocchino!

P.S. che è un O.T.: Giulio, sapendo che ami i dizionari on line, adesso ce ne sono altri due che sicuramente faranno la tua felicità :-)

http://dizionari.repubblica.it/


Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 21.08.07 12:21

Ancora più istruttiva la lettura del "De spectaculis" di Tertulliano. La preoccupazione del moralista classico o cristiano è legata all'effetto "mimetico" del teatro o della letteratura. Piano a riderne: dopo l'analisi che del meccanismo mimetico ha fatto Renè Girard, esso sembra molto meno innocuo.
Oggi nessuno condivide queste preoccupazioni rispetto ai libri, ma solo perchè abbiamo dei media molto più potenti per diffondere la mimesi della vita, come il cinema o la TV.
Vi piacciono i Reality Show?

Pubblicato da: valter binaghi - 21.08.07 12:53

Un De Spectaculis a portata di click:
http://www.filosofico.net/tertullianooooodeespectacuuli1isasda.htm

Pubblicato da: giuliomozzi - 21.08.07 13:24

L'avversario dell'anonimo bacchettone potrebbe essere monsignor Huet, che circa due secoli prima di lui scriveva:

"Non vi è cosa che tanto dirozzi lo spirito, e giovi tanto a incivilirlo e a renderlo proprio per lo mondo, quanto la lettura de’ buoni Romanzi. Questi sono precettori muti, che succedono a quelli del Collegio, e che insegnano a parlare e a vivere d’un metodo più istruttivo, e molto più persuasivo del loro, e del quale puossi dire quel che Orazio diceva dell’Iliade di Omero, ch’ella insegna la morale più fortemente, e meglio che i Filosofi più dotti".

Buffo notare come Huet, chierico e vescovo, avesse dei romanzi una concezione molto più 'laica' di quella espressa dall'anonimo moralista ottocentesco.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 21.08.07 14:43

Però lo Huet scriveva quando la narrazione verosimile era appena appena a i suoi inizi...

Pubblicato da: giuliomozzi - 21.08.07 15:14

...tra l'altro, non ne sono certo, ma immagino che più di qualcuno si sia speso circa gli effetti catartici delle cattive letture.

Sotto quest'aspetto si potrebbero rivalutare cose tipo i reality. O no ?

Pubblicato da: cletus - 21.08.07 15:38

ultima cosa, passata del tutto inosservata nei commenti precedenti, ma che m'ha fatto sobbalzare nel leggerla (e si che ultimamente peso di meno...) questo passaggio "...a quella moltitudine d'uomini cui non si può dare istruzione se non per la via del diletto..." (grande, l'ho sempre pensato, ma chi era costui ?)

Pubblicato da: cletus - 21.08.07 15:43

Mi interrego molto sul rapporto che il romanzo "verosimile" ha con il mondo reale (ammesso che vi sia una definizione di questo)..
Spesso e volentieri mi sono perso in romanzi "verosimili",a volte credo che mi siano di grande utilità nella conoscenza e nella comprensione dei sentimenti e delle vicissitudini umane, altre volte ho provato una grande rabbia verso questi romanzi, perchè ciò che credevo di aver imparato dalle vite dei personaggi non trovava corrispendenza nelle mie relazioni "reali" o negli uomini "reali" che osservo quotidianamente.
Può un romanzo narrare la realtà?può contribuire alla sua comprensione? O ci racconta soltanto dell'uomo che lo ha scritto?

Pubblicato da: cornelius - 21.08.07 17:26

Giulio, non so a che punto fosse, all'epoca del 'Trattato', la gloriosa storia del realismo nella letteratura occidentale, ma Huet aveva l'occhio lungo, tanto da dire che "I Poemi hanno più del maraviglioso, benché sempre del verisimile: i Romanzi hanno più del verisimile, benché qualche volta del maraviglioso". O ancora che "la verisimilitudine che non sempre si truova nella Storia, è essenziale al Romanzo".

Insomma, nella sua concezione di romanzo la verosimiglianza gioca un ruolo molto importante. Huet vede il romanzo come un congegno di finzioni organizzate in modo da rassomigliare al vero, e ai romanzi assegna un ruolo pedagogico, laddove il nostro anonimo li dichiara nefasti. Credo proprio che se si fossero incontrati, quei due, avrebbero fatto scintille.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 21.08.07 18:25

Se fossi l'Huet de noantri oggi direi che un talk show o un reality sono molto più dannosi di un romanzaccio o di una telenovela, perchè in questi ultimi la fiction è dichiarata. La semplificazione del reale (non il realismo) dei primi è più nefasta perchè reclama un consenso diverso da quello di uno spettacolo dichiarato tale: interviene direttamente sulla formazione del principio di realtà.

Pubblicato da: valter binaghi - 22.08.07 00:28

Sposterei il discorso dalla "cosa in sé" (il poema è meraviglioso, il romanzo è verosimile, il reality è fiction ma non dichiarata ecc.) alla "percezione della cosa".
Il librettino "Funeste conseguenze" ecc. sarà stato scritto, immagino, perché gli effetti della lettura dei romanzi sulle persone erano molto, molto forti. D'altra parte, "Madame Bovary" è lì a ricordarcelo. Noi oggi ingurgitiamo senza problemi tanti romanzi, senza farci "ingannare", e cioè percependoli soprattutto come "finzioni" (per di più "dichiarate", come nota Valter).
Il punto di distinzione è quando abbiamo che fare con "finzioni" che, a prescindere dal fatto che siano dichiarate o no, vengono percepite come "verosimili" o addirittura "reali" o comunque (mi si accetti la barbarie) "abbastanza verosimili/reali" da far scattare dei processi d'imitazione.
Torno ai miei amati Aqua: "Imagination: life is your creation", cantavano in Barbie Girl (http://www.vibrissebollettino.net/giuliomozzi/archives/2007/08/un_post_filosof.html).
Teniamo conto che il "reale" dei racconti di finzione è un "reale possibile", come diceva già l'Aristotele. Un romanzo verosimile è un romanzo che racconta storie che non sono accadute, ma potrebbero benissimo accadere: "E, se io mi impegno, le farò accadere!", dice il lettore che si fa "prendere".
Io non posso negare che alcune pagine di "Camere separate" di Pier Vittorio Tondelli abbiano ri-formata la mia affettività. Quelle pagine "sono intervenute direttamente sulla formazione del mio principio di realtà", tanto per usare le parole che usa Valter nei confronti dei reality show. E, sinceramente, non mi sento di dire che mi abbiano fatto del male.

Pubblicato da: giuliomozzi - 22.08.07 10:02

Però l'influenza di un testo scritto sulla formazione di una persona non riguarda unicamente i romanzi. Io non posso negare che parecchie pagine de "Il declino dell'uomo pubblico" di Richard Sennett abbiano grandemente contribuito a rimodellare la mia percezione del mondo. Quelle pagine "sono intervenute direttamente sulla formazione del mio principio di realtà", eppure "Il declino dell'uomo pubblico" non è un romanzo.

Ricordo ancora l'enorme impressione ch'ebbi leggendo questo semplice passaggio: “Portare una maschera è quella attività che ci consente di vivere al riparo gli uni dagli altri, e tuttavia di fruire della reciproca compagnia. Portare una maschera è l’essenza della civiltà”. Da lì in poi, per me, la vita non è stata più la stessa cosa (mi si perdoni l'affermazione un poco melodrammatica, ma è quella che più si avvicina alla verità).

Pubblicato da: davide l. malesi - 22.08.07 11:05

Ma è bizzarro che una storia inventata provochi in noi reazioni reali...

Pubblicato da: giuliomozzi - 22.08.07 13:15

Perché dici bizzarro, Giulio? L'effetto è noto almeno fin dai tempi di Aristotele.

Pubblicato da: Paolo S - 22.08.07 14:12

Il problema della rappresentazione della realtà e dell'influenza che, attraverso la fruizione delle rappresentazioni stesse, queste hanno sul pubblico, sulla "gente", credo che qui sia ben rappresentato.
Per mio conto, ciò che l'autore dice a proposito dei "romanzi" andrebbe paro paro riportato per buona parte della cosiddetta "cultura di massa", film, fiction & cultura televisiva in genere, all'interno della quale inserisco pure una buona dose di romanzi scritti come se fossero ( o per diventare ) sceneggiature televisive e/o cinematografiche. Ciò che era un vezzo borghese 150 anni fa (e quindi percepito dai più come segno di progresso e benessere) è diventato, grazie a queste "magnifiche sorti e progressive", un sostituto della cultura orale e della consegna delle tradizioni tra generazioni, un caminetto monologante che emana luce blu, oltre che ad un potente mezzo di condizionamento/stordimento dell'opinione pubblica. È cambiato poco, mi sembra, da allora ad oggi, tranne forse per il fatto che oggi il farsi fottere la testa con delle puttanate è percepito dai più addirittura quasi come un diritto.

Pubblicato da: Stefano Calosso - 22.08.07 15:55

Certo che è noto, Paolo. Non per questo mi sembra meno bizzarro.

Pubblicato da: giuliomozzi - 22.08.07 16:23

Non so se è OT, ma vorrei segnalarvi un esempio che ci porta all'altro lato della questione.
Le due gemelle di Garlasco, cugine della ragazza assassinata, che hanno chiesto il ritocco della foto con la parente uccisa sapendo che sarebbe stata pubblicata e trasmessa in TV.
C'è un bell'articolo di Massimo Gramellini su "La Stampa" di oggi: "Fotomontaggio con sciacalle".
Le nostre categorie di uomini gutemberghiani (letterati insomma) forse non funzionano più.
Ormai siamo molto lontani dal libro o dal film che riformulano il nostro principio di realtà - qui siamo di fronte a una realtà interamente assorbita nella dimensione spettacolare: la comunicazione tra fiction e quotidiano continua, ma è cambiato il senso di marcia. La vita non è più tale se non è in vetrina, offrendosi come fiction per qualcun altro.
Uso il termine "vetrina" non a caso. Uno dei libri più interessanti che ho letto recentemente (e consiglio a tutti in questo thread) è "La vetrinizzazione sociale" di Vanni Codeluppi (Bollati Boringhieri, 2007).

Pubblicato da: valter binaghi - 22.08.07 16:25

Intervengo in punta di piedi e me ne vado subito.
Una volta c'erano scrittori che scrivevano perchè sentivano di non poter fare altro. Davano la vita e l'anima per realizzarsi. Realizzarsi per loro significava tentare di guadagnarsi da vivere con la propria scrittura. Non cercavano altro. Ora, oltre i "morti di fame", abbiamo avvocati, magistrati e altri benestanti che scrivono nel tempo libero invece di godersi la vita. E scrittori che, invece di scrivere, fanno il lavoro dei magistrati e girano infatti sotto scorta.
Lungi da me pontificare, criticare nè denigrare alcuno. Ma perchè si vuole a tutti i costi attribuire funzioni e significati angestrali a una "semplice" attività quale lo scrivere? Uno dovrebbe scrivere solamente perchè non ne può fare a meno e scrivere quello che gli gira, senza doversi porre il problema di cambiare il mondo nè la vita delle persone. Tra l'altro, non ci riuscirebbe mai nè ci è mai riuscito nessuno.
Ora andate piano con le randellate. Grazie.

Pubblicato da: felice muolo - 22.08.07 21:38

un aiutino da Raymond Carver: "Se la letteratura possa veramente cambiarci la vita, questo non lo so. Sarebbe bello se fosse così. In effetti, può darsi che un racconto o un romanzo sia in grado di cambiarci la vita, di cambiare la nostra vita emotiva, mentre lo leggiamo. Forse se lo facciamo abbastanza spesso alla fine avverrà un processo di osmosi che ci aiuterà ad affrontare quello che ci aspetta" ("Niente trucchi da quattro soldi", Minimum fax).

Pubblicato da: fabrizio - 23.08.07 00:43

Come dice Giulio Mozzi, è bizzarro che una storia inventata provochi nei lettori sensazioni reali. Su bizzarrie di questo genere però gli studiosi della mente e del cervello stanno molto lavorando. Proprio ieri, 22 agosto il sito web www.chessbase.com ha citato uno studio pubblicato nel 2002 da un team di psicologi della Pacific University di Seattle, guidati da Jeffrey Joireman. ChessBase si occupa di scacchi, e l'articolo (intitolato «Chess: the ultimate invisible game» e firmato da Christian Hesse) sostiene la tesi che gli scacchi siano un gioco «invisibile» perché quello che si mostra sulla scacchiera è solo la punta visibile di un iceberg di processi che avvengono per la maggior parte nella mente dei giocatori, e che non vengono in gran parte mai esplicitati. Gli spettatori di una partita, per capire e gustare quello che sta succedendo, devono a loro volta impegnarsi a pensare le mosse e le varianti, come se la partita la stessero giocando loro.
Non sono sicuro che questo meccanismo sia equiparabile a quello dei lettori che leggono storie inventate ma ne traggono sensazioni reali. Tuttavia uno degli esperimenti fatti dagli psicologi di Seattle riguardava la secrezione di ormoni come il testosterone nel sangue di scacchisti impegnati in partita, e il risultato è stato paragonabile alle secrezioni di coloro che praticavano il banjee jumping, il parapendio e le immersioni subacquee. Supponendo che a parità di secrezione di ormoni corrispondano parità di emozioni, ciò significherebbe che l'eccitazione derivante dagli scacchi sia la stessa di sport molto più movimentati.
Chi guarda una partita di scacchi, dove sembra «non succedere niente», si emoziona come se la stesse giocando. Chi legge un libro, bangee in poltrona, si emoziona come se stesse vivendo in prima persona la storia. Chi sogna non si muove di un millimetro dal proprio letto, eppure si emoziona tantissimo. Chi va allo stadio a vedere una partita di calcio, anche se in campo fanno 0-0, si emoziona tantissimo.
Guido Tedoldi

Pubblicato da: Guido Tedoldi - 23.08.07 08:39

la differenza interna potrebbe essere questa: la letteratura ha lo scopo di suscitare emozioni, come il racconto del primitivo alla tribù, fatto di urla, gesti, fisicità; il gioco degli scacchi deve invece imbrigliare le emozioni e incanalarle nei movimenti dell'intelligenza. entrambi tendono a cambiare qualcosa: il modo di vedere il mondo, di dominarlo o di gestire il fascino e la paura che suscita.

Pubblicato da: fabrizio - 23.08.07 09:32

Meno neuroscientificamente (copioeincollo da filosofico.net) Aristotele poneva al centro il problema della mimesi e questa alla facoltà di apprendimento. La pensava così:
"Ed infatti in primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive ad imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione; ed in secondo luogo tutti si rallegrano delle cose imitate. Prova ne è quel che accade in pratica, [10] giacché cose che vediamo con disgusto le guardiamo invece con piacere nelle immagini quanto più siano rese con esattezza, come ad esempio le forme delle bestie più ripugnanti e dei cadaveri. La ragione poi di questo fatto è che l’apprendere riesce piacevolissimo non soltanto ai filosofi ma anche agli altri, per quanto poco ne possano [15] partecipare. Per questo infatti si rallegrano nel vedere le immagini, perché succede che a guardarle apprendono e ci ragionano sopra riconoscendo ad esempio chi è la persona ritratta; se poi càpita che non sia stata vista prima, non sarà in quanto cosa imitata che procura il piacere ma per l’esecuzione, per il colore o per un altro motivo di questo genere."

Pubblicato da: Paolo S - 23.08.07 09:48

Molto a proposito questa citazione Aristotelica.
In duemila anni di storia della filosofia non conosco intelligenze più acute della sua: peccato solo che non si sia dedicato ad esplorare lo staturo ontologico dell'immagine, che è il cuore di tutta questa problematica. Se l'immagine fosse solo un segno, ci farebbe apprendere, non sperimentare emotivamente la cosa rappresentata. L'immagine identificata alla cosa declina invece l'allucinazione patologica. Nella società dello spettacolo, che somiglia sempre più all'inferno mimetico (Girard) cioè a una gabbia di matti, niente è più urgente che riflettere su questo.

Pubblicato da: valter binaghi - 23.08.07 10:09

La stretta connessione tra mimesi, piacere e apprendimento è un'intuizione antropologica ed etologica non da poco, che secondo me risponde a Giulio.
@ Valter: potremmo considerare il mito di Narciso come un monito greco contro l'allucinazione patologica, e un mostro come Medusa come monito contro la potenza dell'immagine in generale (è l'aspetto di Medusa che pietrifica, e la sua testa mozzata mantiene il potere). I Greci si rendevano ben conto che il potere delle immagini andava gestito con saggezza!

Pubblicato da: Paolo S - 23.08.07 11:09

Vista la piega che questa discussione ha presa, consiglio di andare a rivedere questo articolo di Gabriele Lodari:
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/06/la_scrittura_tr.html

Pubblicato da: giuliomozzi - 23.08.07 12:38

Errata corrige, 2 post sopra, prima riga:
e questa alla= e collegava questa alla, spero fosse chiaro. Scusate.

Pubblicato da: Paolo S - 23.08.07 12:40

@Paolo
Sul mito di Narciso McLuhan la pensava proprio così. E trovo che sia un'intuizione importante, sto cercando di svilupparla per iscritto. Mi sembra che tu sia molto avanti su questa riflessione, mi piacerebbe parlarne ancora con te.

Pubblicato da: valter binaghi - 23.08.07 13:05

riscrivo commento sparito

@Giulio
bello il saggio di Lodari, in effetti
Il punto focale mi pare:

"L’esperienza clinica mi ha appreso a rovesciare questo luogo comune di una realtà sussistente di per sé secondo leggi proprie, e di considerarla piuttosto come un racconto. La storia di ciascuno di noi (che sia nevrotico, psicotico, oppure che si creda “normale” non ha qui molta importanza, dal momento che non è così facile tracciare confini), non è che la storia derivata dai racconti che noi costruiamo sulla nostra esistenza. Certamente, se siamo immersi in un racconto nevrotico, racconteremo di una storia segnata dai fallimenti o dalle umiliazioni, e potremo eventualmente assegnare a questo nostro racconto l’attributo dell’ineluttabilità. Mentre se siamo, per così dire, “normali” vivremo la nostra vita come una serie di racconti a lieto fine, persino colma di fascino e soddisfazioni. Ma sempre di racconti si tratta. La vita avrebbe forse qualche valore, ma di più, avrebbe qualche consistenza al di fuori del racconto che ne facciamo?"

Questo spiega perchè la fiction può integrarsi al nostro racconto personale, ma non perchè a volte si e a volte no. Cosa decide che certi contenuti vengano mimeticamente indossati, ristrutturino il nostro principio di realtà, e altri meno? Secondo me qui entra in ballo il consenso sociale dato all'opera in questionje: non necessariamente il consenso in termini di copie vendute ma, poniamo, il suo apprezzamento da parte del gruppo o ambiente culturale cui il soggetto appartiene.

Pubblicato da: valter binaghi - 23.08.07 15:14

Dissento con Lodari (1) per la "valenza ontologica della bacinella". Parliamo di attribuzione discorsiva condivisa, l'ontologia è un'altra cosa.
(2) per la totale scrivibilità di una vita. Oppongo l'argomento di Foucault: quando scrivo, non vivo. E, estensione, non posso scrivere che scrivo che sto scrivendo... che sto vivendo.
(3) sul lieto fine: di solito, mi pare, si muore. E pochi sono coloro che possono dire la morte come lieto fine, nessuno che possa scriverlo.
(4) conosco nevrotici capaci di raccontare la loro vita in termini di fiction (secondo loro) molto stimolanti. Alcuni pubblicano :D

Condivido invece "La vita talvolta tediosa (quella che chiamiamo la “vera” vita di tutti i giorni) è in realtà la nostra cristallizzazione nella finzione di un personaggio che ci siamo ritagliati con la stoffa delle nostre convinzioni, dei nostri luoghi comuni o dei luoghi comuni che abbiamo subito da coloro che ci circondano." E ciò ci riporta all'argomento di Giulio: che ciò che è finto, mimetico, ma stimolante (e secondo Aristotele riguarda il piacere e l'apprendimento - nel senso di "afferramento" di una possibilità che prima ci sembrava inafferrabile) abbia potere sulle nostre vite. Io continuo a non trovarlo bizzarro.

Sul resto, sospendo.

Pubblicato da: Paolo S - 23.08.07 16:59

"Come dice Giulio Mozzi, è bizzarro che una storia inventata provochi nei lettori sensazioni reali."


Non sono d'accordo. Tanto la poesia (con le tecniche piu' spinte del linguaggio) quanto il teatro (con le sue dramatis personae) mirano proprio a costruire una realta' che i piu' appassionati riconoscono come effettuale e che chiama realta' analoga.

La Mosca, Annina, La capra, il Bisenzio, Glenn, Minne, Luino e decine di altre sono entita' letterarie del Novecento Italiano dotate di vita propria e riconosciute da chi fa poesia a livello consapevole. Molta della poesia d'eccellenza odierna e' dialogo con quelle persone e tentativo di crearne altre. Tali personae influenzano profondamente i comportamenti tanto dei poeti quanto dei lettori piu' assidui.

Pubblicato da: GiusCo - 23.08.07 17:20

Okay, allora bisogna riconoscere che anche Lara Croft lo è.

Pubblicato da: valter binaghi - 23.08.07 20:05

Il saggio di Gabriele Lodari proposto da Mozzi mi sembra contenere alcune imprecisioni, legate al modo in cui concepiamo la realtà.

Per esempio Lodari scrive: «Mi sento di affermare che l’esperienza clinica mi ha appreso a rovesciare questo luogo comune di una realtà sussistente di per sé secondo leggi proprie, e di considerarla piuttosto come un racconto».
Però, mi pare, una realtà esterna agli esseri umani esiste. Se piove, piove, e tutti coloro che si trovano sotto quella certa nuvola si bagnano se non si dotano di ombrello, o si rifugiano in un luogo coperto. E anche la gravità esiste. Alcuni uomini hanno pensato che si potesse volare, e hanno infatti costruito degli apparecchi che li rende capaci di staccarsi agilmente da terra. Ma per costruirli hanno dovuto riconoscere un tot di regole all'interno delle quali muoversi.
Perfino le speculazioni di borsa e le «bolle» esistono, e non sono solamente storielle che vengono raccontate sui giornali. Gli argentini e chi ha comprato i bond del loro governo qualche anno fa lo hanno sperimentato duramente.

Poi Lodari cita Milan Kundera che parla di don Chisciotte e di un referendum per stabilire se una bacinella da barbiere possa diventare o no un elmo da cavaliere: «Il ballottaggio si risolve in favore del nostro tragicomico eroe, e vorrei aggiungere al commento di Kundera - per cui l'elmo acquisisce uno statuto ontologico soltanto a partire dal voto stesso -, che tale statuto si sostiene, in realtà, a partire dal consenso che si è stabilito intorno al fascino di un semplice racconto».
Anche in questo caso, mi pare, c'è una realtà che sussiste al modo in cui la si racconta. Una bacinella da barbiere è un oggetto di metallo sagomato in modo che un cavaliere possa metterselo sulla testa per difendersi in battaglia. Su quell'oggetto di metallo si possono poi fare delle considerazioni estetiche, perché nessun cavaliere alla moda si abbasserebbe a indossare una simile... padella, per non parlare delle proteste dei barbieri a vedere malutilizzate così le loro bacinelle. Tuttavia queste considerazioni non cambiano i fatti: quell'oggetto di metallo può essere anche utilizzato come dice don Chisciotte.

Lodari dice anche: «La scienza non è che un racconto, fra tutti forse quello più suggestivo».
Ciò mi fa ricordare uno scambio di battute di quando andavo a scuola, avvenuto tra un mio compagno di classe e un professore di chimica. Lo studente diceva che, se gli atomi fossero stati cubici invece che il risultato di calcoli astrusi di meccanica quantistica, il mondo sarebbe stato più bello. E l'insegnante rispose: «Se riesci a dimostrare che gli atomi sono cubici, siamo tutti contenti. D'altra parte con i calcoli astrusi della meccanica quantistica otteniamo risultati industriali apprezzabili, oltre alla bomba atomica e a molte altre cose».

Non sto dicendo che mi pare Lodari sbagli tutto. Le parole con cui esprime la sua 'esperienza professionale: «Come analista, questa è la condizione di pensiero con cui mi dispongo ad accogliere chiunque si rivolga a me: lo accolgo come qualcuno che vive semplicemente imprigionato (e che tale potrebbe stare vita natural durante) nella sua crisalide, nell’abbozzo di un racconto stereotipato, ignorando che questo è suscettibile di spiegarsi per mutare nel capolavoro di un altro racconto» sono le stesse parole con cui descriverei anche il mio percorso personale di uscita dal bozzolo.

E poi Lodari risponde, mi pare efficacemente, a Mozzi e al suo sconcerto riguardo l'impatto reale delle storie di fantasia: «La vita libera e vera non è, infine, che una vita intellettuale (occorre riesumare questo aggettivo tanto screditato)». Il motivo, mi pare, è che l'intelletto è lo strumento che abbiamo per rapportarci al mondo – sia al mondo esterno a noi sia a quello interno a noi.

Guido Tedoldi

Pubblicato da: Guido Tedoldi - 23.08.07 23:04

Le mille e una notte, che qualcuno fa risalire al X° secolo, suggeriscono che raccontare può salvare la vita. credo sia vero, come conferma nove secoli dopo un personaggio del calibro di Victor Frankl. probabilmente siamo così sensibili ad ogni tipo di racconto perché siamo coscienti, a vari livelli, di questa verità.

Pubblicato da: fabrizio - 24.08.07 00:06

Ritengo che tutte le creazioni artistiche (scrittura, pittura, musica, scultura e così via) siano manifestazioni di sé, sia pure complesse, allo stesso modo che sono manifestazioni di sé le parole e le azioni degli uomini, ivi compresi i comportamenti.
Peraltro, anche le parole e le azioni non sono mai manifestazioni semplici e dirette.
Esse (creazioni artistiche, parole, azioni, comportamenti) dispiegano quella comunicazione tra esseri umani necessaria per la sopravvivenza.
E' attraverso una tale etereogenea e complessa comunicazione che l'essere umano, influenzandosi l'uno con l'altro per vocazione immessa e imprescindibile, progredisce (al di là della distinzione tra il bene e il male) verso la conoscenza di sé.
Si potrebbe dire che l'universo (la natura e altro) che lo circonda sia, in effetti, ciò che gli è stato offerto (lo strumento) per arrivare alla conoscenza di sé.

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 24.08.07 09:14

Scrittura = verità.

Se un romanzo è vero, lo considero scrittura di romanzo.
Se un romanzo non è vero, non lo considero un romanzo. Dunque, se ciò che viene raccontato non è verità, non è romanzo.

La ragione conduce alla verità. Noi possiamo con la ragione capire che il mondo è ordinato e possiamo di seguito capire che quest'ordine non è fatto per caso. Dunque, riassumendo quello che verrebbe dopo questo ragionamento, il romanzo deve andare nella direzione della sua fonte. Quindi deve andare nella direzione della verità.

Pubblicato da: pulce - 28.08.07 13:29

Dunque; direi, non se un romanzo sia vero o se non sia vero, bensì, quale romanzo è vero e quale non è vero. Direi: il male è nel romanzo non vero; il bene è nel romanzo vero.
Dunque, risalire fino alla fonte del romanzo è difficile.

Pubblicato da: pulce - 28.08.07 19:04

In sostanza; il romanzo inteso come chiacchiera è inutile.
Tutto sta, poi, nel chiedersi cosa abbia prodotto la chiacchiera. Domandare, per riceve risposta. Dopo, che si è domandato, si aspetta fiduciosi.
Dopo, rinunciare alla chiacchiera.
Dopo; chi vuol scrivere romanzi per davvero, ha questo breve vademecum.
Chi vuol scrivere chiacchiera, si crogioli nella palude della chiacchiera.
Così parlò pulce; augh!;.

Pubblicato da: pulce - 29.08.07 11:40

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