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15.08.07

Antonio D'Orrico vs. Marcel Duchamp

di giuliomozzi

[vedi anche: Un lungo discorso su Faletti e D'Orrico, di Davide L. Malesi]

Un'opera di Marcel Duchamp Un'opera di Antonio D'OrricoE’ tutta colpa del pisciatoio di Marcel Duchamp. Tutti sanno che cos’è: un pisciatoio che fu esposto, rovesciato e firmato, in una mostra d’arte; e che è considerato, oggi, un’opera d’arte.
Esponendolo in una mostra, Duchamp esibì la pretesa che quel pisciatoio fosse considerato un’opera d’arte; il suo discorso fu accettato (non senza opposizioni: ma oggi è accettato e basta); e quel che ne consegue, oggi, è che «opera d’arte» è ciò che viene esposto in una mostra d’arte con la pretesa che lo si consideri opera d’arte. Il fatto che vi sia una pretesa è la prova che la «cosa», di per sé, arte non è; l’opera d’arte, si può dire, è la pretesa stessa; o, più esattamente, è l’accettazione della pretesa. E’ opera d’arte, insomma, ciò che ha la forza di farsi accettare come opera d’arte: e non è necessario che tale forza appartenga alla «cosa»; è più che sufficiente, e forse è proprio necessario, che tale forza appartenga a chi compie le azioni che conducono altre persone a considerare la «cosa» un’«opera d’arte». La «cosa», quindi, produce una discriminazione: tra coloro che la considerano opera d’arte, e coloro che non la considerano tale. Se la forza di chi compie l’azione è veramente grande (ovvero: se trova alleati ecc.), ne conseguirà che tutti coloro che riconosceranno la «cosa» come opera d’arte saranno riconosciuti capaci di riconoscere che cosa è opera d’arte; e coloro che non la riconosceranno saranno denunciati come incapaci di riconoscere che cosa è opera d’arte. Il pisciatoio di Marcel Duchamp dice che chi non riconosce il pisciatoio stesso come opera d’arte non è capace di riconoscere che cosa è opera d’arte.

Rovesciando il pisciatoio, Marcel Duchamp impone una differenza tra un pisciatoio qualunque e il suo pisciatoio. Non tutti i pisciatoi sono dunque opera d’arte, ma solo quelli che hanno subita un’azione da parte di una persona: l’artista. L’azione è tanto minima da rendersi del tutto evidente. Il pisciatoio non distrugge dunque l’arte e l’idea di opera d’arte; peraltro rafforza l’artista e l’idea di artista, perché con ogni evidenza la forza di sostenere la pretesa che la tal cosa sia opera d’arte, purché l’artista la faccia oggetto di una sia pur minima azione, appartiene solo all’artista e ai suoi alleati. Basta poco, e lo statuto di opera d’arte sarà applicabile ormai solo all’artista e al suo agire artistico, ovvero alla forza dell’artista di sostenere la sua pretesa di dichiarare che cosa è e che cosa non è opera d’arte.

Firmando il pisciatoio, ma non con il suo nome, Marcel Duchamp separa la sua persona dal pisciatoio; e, nel contempo, crea contemporaneamente all’opera d’arte (il pisciatoio) anche l’artista (il firmatario). Marcel Duchamp rinuncia quindi a essere, lui stesso, un artista? Sì: perché Marcel Duchamp ha la pretesa di essere, lui stesso, l’arte; o, meglio, il potere che dice che cosa è arte. Tutte le opere d’arte prodotte successivamente al pisciatoio di Marcel Duchamp sono, in effetti, opere di Marcel Duchamp, ossia di colui che ha stabilito che cosa è arte e che cosa non lo è; e, se non sono o si rifiutano di essere opere di Marcel Duchamp, sono arte solo per quei babbei che non si sono accorti di una cosa del tutto evidente: che Marcel Duchamp ha vinto, e che i suoi oppositori hanno perso.

Tutto questo, gli artisti che producono le opere di «arte figurativa» lo sanno bene. Ma gli scrittori? Coloro che producono le opere di «arte letteraria»? Lo sanno? Oppure ciò che ha fatto Marcel Duchamp non vale per loro? Oppure ciò che ha fatto Marcel Duchamp ha effetti limitati al solo campo delle arti figurative?

Consideriamo il signor Antonio D’Orrico, giornalista in forze al Magazine, ossia al supplemento illustrato del giovedì, del Corriere della sera. Qualche anno fa il signor Antonio D’Orrico dedicò una copertina del suddetto Magazine, e un corposo articolo all’interno, all’autore di un libro. La copertina portava una headline che, salvo miei errori di memoria, recitava: «Voi non ci crederete, ma questo [forse: quest'uomo] è il più grande scrittore italiano». Dietro l’headline, la faccia di Giorgio Faletti: che ogni italiano sa riconoscere, avendolo visto in televisione.

[Domanda: c'è qualcuno che ce l'ha, questa copertina? Se sì, me ne può mandare un'immagine? Grazie. gm]

Possiamo paragonare il gesto di Marcel Duchamp, che prende un pisciatoio, lo rovescia, lo firma con un nome non suo, e lo espone in una mostra d’arte, al gesto di Antonio D’Orrico, che prende Giorgio Faletti, lo espone sulla copertina del Magazine del Corriere della sera, e lo dichiara «il più grande scrittore italiano»? Possiamo paragonare, sì. Per vedere le differenze.

Giorgio Faletti è, in questa operazione, nel posto del pisciatoio. Non se ne avrà a male, essendo quello probabilmente il pisciatoio più famoso al mondo (e il più costoso, benché ne circolino alcune repliche e, forse, dei veri falsi). La prima cosa da osservare è che Giorgio Faletti, nell’operazione di Antonio D’Orrico, non viene rovesciato. Lo vediamo, nella foto in copertina del Magazine, esposto nel giusto verso. Sicuramente il Giorgio Faletti che vediamo lì è uno dei tanti Giorgio Faletti disponibili (ne abbiamo visti tanti in televisione, nei film, nelle fotografie dei giornali), e quindi a tutti gli effetti un prodotto di serie, come i pisciatoi; tuttavia Antonio D’Orrico, forse abbagliato dal fatto che ogni Giorgio Faletti esistente nei giornali e in televisione rimanda a un Giorgio Faletti reale e specifico, residente all’Isola d’Elba (credo), non ha osato trattarlo come un oggetto qualunque: non ha osato quindi rovesciarlo.

Giorgio Faletti è firmato? No. Ogni esemplare di Giorgio Faletti porta il nome di Giorgio Faletti; può portare, eventualmente, anche il nome di Antonio D’Orrico (ad esempio, nella quarta di copertina), ma non vi è alcun dubbio che la firma apposta su ogni Giorgio Faletti è appunto quella di Giorgio Faletti. Antonio D’Orrico si trova quindi declassato dal ruolo di creatore (il creatore firma) a quello di semplice fan.

Antonio D’Orrico, infine, ha commesso un grave errore. Ha scritto: «Voi non ci crederete». Marcel Duchamp non fu così ingenuo da dire: «Voi non ci crederete, ma questo pisciatoio è un’opera d’arte che cambierà tutto nel mondo dell’arte». Marcel Duchamp, a essere precisi, non disse nulla. Mise lì il suo pisciatoio rovesciato e firmato, e andò a bersi una birra. Dire: «Voi non ci crederete» significa ammettere la propria debolezza. Significa ammettere di non essere del tutto convinti di ciò che si sta facendo. Significa ammettere che ciò che si sta facendo, lo si sta facendo per finta o per gioco o per burla: per finta, ossia per ingannare; per gioco, ossia per godere di un’illusione condivisa; per burla, ossia per stupire con un’illusione solo apparentemente condivisa. Marcel Duchamp non ha esposto, rovesciato e firmato il suo pisciatoio né per finta, né per gioco, né per burla. Marcel Duchamp aveva due palle così.

Tra le tre ipotesi su Antonio D’Orrico, io propendo per la burla. La burla non ha ragioni precise: si compie una burla semplicemente perché si vede la possibilità di compierla. Una burla non è compiuta in vista di un vantaggio: le burle non danno vantaggi (al massimo danno notorietà transitoria). Una burla è, assai più del gioco, un atto compiuto solo per il proprio piacere (il gioco è compiuto in vista di un piacere condiviso; la burla potrebbe essere definita come «gioco insensato»). La burla fonda la sua esistenza sull’apparenza. Non si potrebbe compiere una burla se non si potesse proporla come un gioco, cioè come un agire dentro una illusione condivisa. La burla non è altro che un improvviso cavarsi fuori da un gioco. Il burlatore avvia un gioco e poi se ne cava fuori: di solito, assumendo all’improvviso un comportamento assolutamente serio – ossia spostandosi dal gioco in corso (dall’illusione in corso) in un altro gioco (in un’altra illusione) appartenente a un rango superiore (ossia, in genere, produttivo di conseguenze ritenute reali: mentre il «gioco non serio» è considerato «non serio» appunto in quanto non produce conseguenze ritenute reali).

Qual è dunque la burla di Antonio D’Orrico? Esaminiamola. Quel «Voi non ci crederete» non è altro, quindi, che un espediente retorico: ti dico che tu non crederai a quello che ti dico per invogliarti invece a crederlo; ti dico che ciò che sto per dirti è paradossale perché tu entri (e crederai di esserci entrato da solo) in un gioco di pensiero che ammette il paradosso; ti dico che ciò che sto per dirti non ti piacerà per liquidare preventivamente il tuo «Non mi piace»; eccetera. Vecchia, cara, solida retorica.

Poi: Antonio D’Orrico non dice: «Giorgio Faletti»; dice: «questo» [o "quest'uomo"]. D’altra parte, c’è la foto. Appunto: c’è la foto. Giorgio Faletti è presente, nella copertina del Magazine del Corriere della sera, come una «cosa»; che, in quanto «cosa», non ha ancora un nome, non è individuata, è un semplice elemento della serie [un "uomo", un elemento della serie umana]. Antonio D’Orrico si propone come Nuovo Adamo, colui che dà il nome alle cose. Che qualunque Giorgio Faletti abbia un nome, cioè «Giorgio Faletti» (peraltro un nome seriale, applicabile a tutti gli elementi della serie), è cosa che al Nuovo Adamo non interessa. Lui vuole assegnare un nome («il più grande scrittore italiano») a «questo», perché ha l’urgenza di trasformare Giorgio Faletti in un’altra cosa. Mentre s’illude di mimare Marcel Duchamp, il Nuovo Adamo però non si accorge dell’errore: Marcel Duchamp diede un nome alla sua opera d’arte (peraltro banale: «Fontana»), ma mai e poi mai si arrischiò a sostenere che essa fosse qualcosa d’altro da un pisciatoio rovesciato e firmato e battezzato.

Va detto che l’impresa tentata da Antonio D’Orrico è più difficile di quella tentata da Marcel Duchamp; è sicuramente più facile trasformare un pisciatoio in un’opera d’arte che trasformare un Giorgio Faletti nel più grande scrittore italiano; ma questo non per qualità intrinseche del pisciatoio, dell’opera d’arte, del Giorgio Faletti o di un grande scrittore italiano; bensì perché Giorgio Faletti, avendo effettivamente scritto un libro, è già uno scrittore italiano. In effetti, è più facile trasformare una cosa in un’altra cosa che trasformare una cosa in ciò che è già. E’ più facile sostenere che un pugno di terra è cibo, che non sostenere che una minestra ributtante è un buon cibo. L’illusione, per funzionare, ha bisogno di sottrarsi a qualunque verifica: quindi funzionano le illusioni che trasformano una cosa in un’altra, non funzionano le illusioni che tentano di assegnare a una cosa, mantenendola tale, delle qualità. Il pisciatoio di Marcel Duchamp è, in quanto rovesciato, inutilizzabile come pisciatoio (in alternativa: non è più efficiente, come pisciatoio, di un portapenne o di una padella; una volta pisciato, non c’è scarico che porti via il nostro piscio; lo specifico del pisciatoio – che non è “permettere di pisciare", bensì “far scomparire il piscio" – è annientato). Invece il Giorgio Faletti di Antonio D’Orrico è perfettamente utilizzabile come scrittore (e il suo libro è perfettamente utilizzabile come libro: per leggere, per prendere sonno, per raddrizzare un mobile ecc).

Chiunque càpiti in un museo e s’imbatta nel pisciatoio di Marcel Duchamp, difficilmente penserà: «Guarda quanto è bello». In effetti, la bellezza non ha alcuna relazione col pisciatoio di Marcel Duchamp: Marcel Duchamp, esponendo rovesciato e firmato e battezzato il suo pisciatoio, grazie alla forza propria e a quella dei suoi alleati, ha sottratto il pisciatoio (e, da allora in poi, tutte le «arti figurative») da qualunque relazione con la bellezza; e, in particolare, da qualunque relazione con quella forma elementare di godimento della bellezza che è il cosiddetto «piacere». Antonio D’Orrico, compiendo su Giorgio Faletti un’operazione non di cambiamento di natura ma di cambiamento di qualità, e quindi un’operazione molto più difficile, ha fallito. Chiunque legga il libro di Giorgio Faletti, in effetti, si aspetta da quel libro ciò che è abituato ad aspettarsi da qualunque libro (e dico questo, qualunque cosa ciascuno si aspetti da un libro), e si terrà pienamente autorizzato a dire: «Mi piace, non mi piace».

Conclusioni prime. Marcel Duchamp con il suo orinatoio ha provocato un cambiamento di paradigma. Antonio D’Orrico con il suo Giorgio Faletti ha commesso l’errore di muoversi all’interno del paradigma (pur fingendo, per burla, di voler provocare un cambiamento di paradigma: la burla effettiva, ora lo posso dire, consiste appunto nel fatto che il libro di Giorgio Faletti è leggibile come qualunque altro libro). Marcel Duchamp ha agito «seriamente», ossia ha agito dentro il gioco dell’arte nel tentativo di modificare alcune regole, e perciò la sua azione ha provocato un cambiamento di paradigma nel mondo delle arti figurative; Antonio D’Orrico ha agito per il piacere della burla in sé, e perciò la sua azione è priva di conseguenze e non ha mutato nulla nelle regole del gioco in vigore nel campo letterario.

Conclusioni seconde, ovvero qualche domanda. Che cosa ha provocato Marcel Duchamp con il suo pisciatoio nel campo letterario? Sono avvenuti nel campo letterario eventi paragonabili a ciò che Marcel Duchamp ha compiuto nel campo delle arti figurative? Perché il tentativo di emulare Marcel Duchamp compiuto da Antonio D’Orrico ha fatto tanto chiasso nel campo letterario, se si tratta di un tentativo fallito e senza conseguenze? Che cos’è che è avvenuto senza che ce ne accorgessimo?

[Questo articolo, benché già fin troppo lungo, è da considerarsi un semplice abbozzo. bm]

Su argomenti simili:
- Quando un libro si venderà? (appunti), in vibrisse, di giuliomozzi (e discussione in calce), e il successivo Quando un libro si venderà? (sconda puntata), di Bhikshu (e discussione in calce).
- per il tema dell'Autore Autorizzato: Bloggers, siete peggio di Liala!, in Nazione indiana, di Tiziano Scarpa (la discussione, tutta centrata sulla questione blog, è poco pertinente).

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 15.08.07 10:37

Interventi

Penso che tu ti riferisca al Pisciatoio di Marcel Duchamp.

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 15.08.07 11:38

Marcel, e non Michel. Che cantonata! Grazie. Correggo.

Pubblicato da: giuliomozzi - 15.08.07 11:41

Percepisco una ulteriore distanza tra il gesto di Marcel Duchamp e quello di Antonio D'Orrico. Duchamp ha esposto il suo orinatoio in un museo: D'Orrico ha piazzato la foto (o, forse più esattamente: è stato il fautore della pubblicazione della foto) di Faletti sulla copertina del Magazine. La copertina del Magazine non è un museo. Non è areolata dalle qualità di autorevolezza, prestigio, etc. che il visitatore, casuale o avveduto che sia, riconosce nel museo; e che godono, mi sembra, di pieno riconoscimento da parte della società e delle istituzioni: prova ne sia il fatto che gl'insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado portano gli studenti a "visitare il museo", dando per assunto che in esso si trovino opere di rilievo, che valga la pena di vedere.

Ora, mi vien da chiedere: quale sarebbe, oggi, per la letteratura in generale e la narrativa in particolare, l'equivalente del museo? Mi vien da rispondere che per la letteratura, il Museo è il Canone (il cui scopo, secondo Harold Bloom, è identificare e raccogliere quei libri che "l'individuo che, in questo tardo momento storico, desideri ancora leggere, dovrà tentare di leggere"). Stando così le cose, il gesto di D'Orrico mi sembra sempre più lontano da quello di Duchamp, perché:

1. D'Orrico non ha in alcun modo il potere di far entrare Faletti nel Canone: anzi, già l'idea sembra ridicola;

2. Il Canone, che pure ha la sua influenza sulla formazione culturale degl'individui (influisce, ad esempio, sulla proposta didattica delle scuole) non ha lo stesso "appeal" del museo. Il più ignorante bifolco americano del Midwest, appena giunto a Firenze, viene istradato verso gli Uffizi quasi per automatismo: difficilmente lo stesso bifolco verrà istradato alla lettura di Dante, Petrarca o Boccaccio (anzi, può darsi che non li senta mai neanche nominare).

Pubblicato da: davide l. malesi - 15.08.07 14:11

Davide, due domande.
Scrivi: "La copertina del Magazine non è un museo. Non è areolata dalle qualità di autorevolezza, prestigio, etc. che il visitatore, casuale o avveduto che sia, riconosce nel museo" ecc. Quindi: di quali qualità (diverse da quelle tipiche di un museo) è "areolata" la copertina del Magazine?
Poi scrivi: "D'Orrico non ha in alcun modo il potere di far entrare Faletti nel Canone". Quindi: dove lo fa entrare?

Pubblicato da: giuliomozzi - 15.08.07 14:17

Caro Giulio, ti ho scritto privatamente: le risposte alle tue domande erano davvero troppo lunghe per un commento.

Pubblicato da: davide l. malesi - 15.08.07 20:31

Non sono riuscito a leggere il post fino alla fine. Mi annoiavo...
Direi, comunque, che il pisciatoio di Duchamp, volendo separare l'oggetto dalla sua funzione, è bello.
Non capisco perchè parlare di Faletti in questo modo. Se uno ama la musica jazz, giusto per passare dal figurativo all'udibile, non gl'importa una sega se Ramazzotti vende 100 volte più di Paolo Fresu o che gli Abba abbiano venduto incommensurabilmente più di John Coltrane. Non gli frega nè si sognerebbe di sostenere che Eros Ramazzotti sia il più grande musicista italiano del secolo. Ma Ramazzotti ha tantissime persone che lo ascoltano volentieri, molte più di quanti non ascoltino Fresu. E allora? Il mondo è bello perchè è vario. Ma forse la vostra è solo invidia.

Pubblicato da: tR - 15.08.07 22:15

Nell'articolo Faletti viene paragonato a una delle opere d'arte più famose del Novecento. Non mi pare un maltrattamento. (E comunque l'articolo parla non di lui ma di Antonio D'Orrico).
Se l'industria musicale decidesse che Paolo Fresu genera così pochi profitti che non vale la pena di pubblicargli i dischi, mentre conviene assai pubblicare quelli di Ramazzotti: di' un po', non te ne fregherebbe niente?

Pubblicato da: giuliomozzi - 15.08.07 23:30

L'"Industria musicale" è un termine molto vago. La realtà è più complessa.
Paolo Fresu non venderà mai come Ramazzotti ma non avrà problemi a pubblicare perchè è un musicista con le palle.
Alla fine conta questo: le palle.
Vedi, io non sono uno scrittore, quindi non comprendo le vostre "seghe". Io leggo e scelgo e cerco di scegliere quelli buoni, compatibilmente col mio budget. Non faccio parte del WWF degli scrittori e, sinceramente, credo ce ne siano troppi, ma veramente troppi in giro. Questo mi danneggia, come lettore e nel portafoglio, perchè, quando esco fuori dai miei soliti binari, nel 90% dei casi prendo inculate pazzesche che fanno male anche (perchè no?) al conto corrente.
Personalmente credo che l'industria editoriale dovrebbe essere più selettiva rispetto agli autori da poche copie. Anche a tutela dei consumatori e dei loro soldi.D'altra parte, il blog è un ottimo mezzo per fare gavetta e selezione, insieme ad altri.
Una volta c'erano i romanzi d'appendice sui quotidiani, da quelli importanti a quelli di provincia. Ora succede che uno si sveglia il mattino e decide di pubblicare un libro, attività che non deve essere sentita come una missione. A volte,piuttosto che scrivere conviene impiegare il tempo a controllare il livello dell'olio nel motore...

Pubblicato da: tR - 16.08.07 00:37

Allora, per piacere, spiega perché il mio articolo sarebbe una "sega".
Buttar là un insulto è facile.

Trovo bizzarra la richiesta di una maggiore selezione "rispetto agli autori da poche copie". Gli "autori da poche copie" rappresentano, per un editore, gli esperimenti. Sono il collaudo (sul mercato, sul piano della critica ecc.) del suo lavoro di Ricerca e Sviluppo.
Nel corso dell'Ottocento si pubblicarono, in Italia, moltissimi romanzi. Ne sono sopravvissuti tre ("Le ultime lettere di Jacopo Ortis", "I promessi sposi", "Le confessioni di un italiano"). L'esistenza di tutti gli altri (molti dei quali, per l'esperienza che ne ho, davvero bruttissimi) era comunque necessaria a creare e mantenere un mercato per il romanzo. Se quel mercato non fosse esistito - e se non fosse stato florido -, al conte Alessandro Manzoni, autore di Inni e di Tragedie, non sarebbe mai venuto in mente di cimentarsi in un genere basso e volgare come il romanzo.

Confesso che in libreria mi succede assai raramente di prendere cantonate. Sarà che ci passo un bel po' di tempo (prima regola: mai fare acquisti d'impulso), sarà che raramente compero libri nuovi (nei due sensi della parola).

Conosci Anthony Braxton?

Pubblicato da: giuliomozzi - 16.08.07 08:51

@tR
quello che tu dici per i libri, per me è con la musica. c'è tantissima musica, e non so quanta di quella che viene incisa e venduta sia valida. Eppure, tu mi dici, quelli con le palle incidono e pubblicano e hanno un loro seguito. Beh, ma ci sono anche scrittori con le palle che scrivono e pubblicano e hanno un loro seguito. Magari non vendono quanto, tanto per citare uno inflazionato, dan brown, però ci sono. tornando alla musica, non è che ci sia, anche lì, tutta questa selezione in più rispetto a. certo, se andiamo a considerare certi generi etc, magari sì, non lo so. tu parli di fresu, ecco. ummm. diciamo che, se nella musica ci sono etichette che fanno certo tipo di ricerca, così ci sono case editrici che operano allo stesso modo. poi, quando si entra in un negozio di dischi, il nostro sguardo sarà invaso da Virgin e Sony, così come in una libreria ci saranno Mondadori e Einaudi.
Non lo so, ecco. A me sembra che se "industria musicale" individua una realtà complicata, beh, anche "industria editoriale" lo fa. Da cui penso che la realtà sia ben complicata e difficile da ridurre in poche righe.
Però che bello Fresu;-)

Pubblicato da: andrea branco - 16.08.07 10:51

Derrida diceva che l'opera d'arte di riduce al dux: il gesto della firma.

Pubblicato da: Marco - 16.08.07 12:50

Seghe. Intendevo quelle mentali, volendo indicare una propensione a girare intorno ai problemi con una sorta di moto perpetuo e dal solito punto di vista, quello di chi scrive, piuttosto che quello di chi compra (non ho detto "legge" ho detto proprio "compra").E non mi riferivo in particolar modo al tuo articolo ma a una certa tendenza in voga sui blog gestiti da "scrittori". Uno sfogo, forse. E non ho mai usato tante virgolette come in questo commento.
Conosco Anthony Braxton, molto bene per la sua produzione prima dei '90, abbastanza per la sua produzione successiva.
Non è una questione di ore passate in libreria (ne passo tante anche io...) è una questione di quel che ci si aspetta da un libro, da un romanzo, dalla letteratura.

Pubblicato da: tR - 16.08.07 13:24

"Una certa tendenza in voga sui blog gestiti da 'scrittori'.". Quali, ad esempio?

Pubblicato da: Ada Castorino - 16.08.07 13:54

Con l'operazione Faletti D'Orrico non ha inventato nulla ma ha probabilmente svelato qualcosa che era già nell'aria ma che nessuno degli operatori del campo letterario aveva il coraggio di rilevare pubblicamente. E cioè che il maggior numero di lettori non cerca pregevole letteratura ma un certo tipo di fiction che somigli il più possibile al cinema nei modi e nei ritmi della narrazione. Questo non perchè la cultura letteraria si è svilita, ma semplicemente perchè il mercato del libro si è esteso. Così come non è bastato obbligare tutti gli italiani a prendersi un diploma per farne degli intellettuali, non basta che i più si mettano a leggere perchè il loro gusto estetico migliori. Chi è grossolasno lo rimane, e ama libri di conseguenza.
Berlusconi non è l'italiano migliore, ma certo è il più amato dagli italiani. Lo stesso per Faletti. D'Orrico ha solo capito per primo che la critica letteraria si è dissolta nella pura e semplice presentazione del prodotto, ed ha agito di conseguenza.

Pubblicato da: valter binaghi - 16.08.07 15:45

Sinceramente mi è dispiaciuto leggere questo articolo di Giulio Mozzi dove prende in esame il lavoro di Duchamp (di D'Orrico non mi interessa)perché lo trovo insieme privo di attenzione, di informazione, e, come molte cose di Mozzi, nonostante tutto capace di vincere il lettore. Non voglio che i (pochi) lettori di questo post se ne vadano in giro con gli occhialini deformanti che queste parole appoggiano impercettibilmente sul naso. Allora ho scritto una cosa io, spero sia utile.

Sono passati novant’anni da quando mr R. Mutt nacque, era infatti il 1917. La nascita coincise con la creazione di un celebre ready-made ottenuto da un orinatoio in ceramica bianca. R. Mutt risultava il firmatario dell’opera. Quel nome, composto probabilmente da Richard (“riccastro” in francese gergale) e Mutt (un personaggio comico dell’epoca) era stato inventato contemporaneamente all’opera dall’artista Marcel Duchamp.
Che cos’è un ready made?
Il significato letterale dell’espressione è “già pronto”, ma qui interessa il significato figurato, che allude a opere d’arte ricavate da oggetti industriali (quindi già pronti, o comunque minimamente elaborati), tolti dal loro contesto abituale, funzionale, e accoppiati a un frammento di testo, che finisce per costituirne il titolo.
Il titolo esatto del ready-made ottenuto dall’orinatoio era Fountain (Fontana). Proprio così, in inglese, perché nel 1917 Duchamp lavorava a New York e aveva scelto di utilizzare la lingua del posto.
Riferirsi a quell’opera come “orinatoio” o addirittura “pisciatoio” senza utilizzare il titolo originale, oltre a essere un comportamento cialtrone verso l’autore e l’ascoltatore, è parecchio fuorviante dato che nel ready–made il titolo fa parte dell’opera. Come il fumetto, il cinema, il teatro, la canzone un ready-made utilizza contemporaneamente strumenti espressivi (media) diversi.
In alcuni casi sono proprio i testi a essere andati persi. Per esempio se resta almeno la fotografia dell'Égouttoir (Scolabottiglie, del 1914), non si sa come Duchamp lo avesse definito: è diventato un ready-made mutilato.

Una considerazione divertente è che Duchamp produsse parecchi ready-made, utilizzando di tutto: un badile, una ruota di bicicletta e uno sgabello, uno scolabottiglie, una finestra, una gabbia e dei blocchetti di marmo ecc. Eppure i critici si sono sempre solo accaniti su Fountain. Evidentemente nel loro ambiente sono costretti a un linguaggio molto severo, così quando possono utilizzare parole “proibite” “sporche” fanno a gara, si sentono liberi e felici, come i bambini narratori nella Grammatica della fantasia di Gianni Rodari.

Un luogo comune vuole che Duchamp sia stato un furbo che si è arricchito facendo credere arte cose che non erano arte. In realtà Duchamp fu furbo nel farsi mantenere da donne ricche, e se sfruttò i ready-made, fu soltanto quando ebbe davvero bisogno. Costruì delle valigie che contenevano le sue opere più famose miniaturizzate. Tutto qui.
Però fu sempre un artista libero, seguì dei progetti economicamente irragionevoli, lavorando anni per concepire idee probabilmente inconcepibili. Tuttavia quando il suo lavoro andava in porto, come nel caso dei ready-made o del Grande vetro otteneva risultati grandiosi, che portavano l’arte nel futuro. Non poteva fare altrimenti, coi pennelli era portentoso, appena adolescente dipingeva come i migliori impressionisti, e anticipò lo stile dei Fauves. Per questo abbandonò subito la pittura del suo tempo, che chiamava “retinica”, per cercare altri modi di esprimersi, altri “pennelli” per così dire.

Il ready-made è proprio questo, un modo di dipingere utilizzando pennelli innovativi: gli oggetti stessi e le parole. Il concepimento fu in due tempi. Prima, intorno al 1914, Duchamp acquistò alcuni oggetti industriali attirato dalle loro qualità formali. Due anni più tardi ebbe l’intuizione di accompagnarli a giochi di parole per completarli.
Il risultato come in ogni opera d’arte è qualcosa che colpisce gli occhi, perché gli oggetti sono forma, e Duchamp aveva un grande gusto per la forma, un’eleganza inconsueta. Allo stesso tempo colpivano la mente, creavano sconcerto, curiosità, senso del mistero. Questo è il suo mondo poetico.

E Fountain? Duchamp lo preparò per l’esposizione della Society of Independent Artists, ma essendo parte del comitato direttivo decise di utilizzare uno pseudonimo, appunto "R. Mutt". Nonostante il lavoro di Duchamp fosse già stimato, Fountain firmato da un artista sconosciuto non ricevette attenzione. Non fu esposto, né riprodotto nei cataloghi. Rimase nel ripostiglio della galleria, visibile soltanto scoprendo la tenda che lo riparava.
Finì smarrito e forse distrutto poco tempo dopo, come molti altri ready made, per l’incomprensione della gente. Quelle che vediamo esposte ora sono copie dell’originale.

Pubblicato da: andrea barbieri - 17.08.07 11:29

"Copie dell'originale" fatte da Duchamp stesso. (C'è comunque una situazione bizzarra: perché l'oggetto, pisciatoio o orinatoio che si voglia chiamarlo, è comunque un oggetto di serie). La sparizione dell' "originale" non ha peraltro diminuito la potenza, dispiegatasi nel tempo, del gesto di Duchamp. L'opera non è necessaria, necessario è il discorso.

L'oggetto dell'articolo è ciò che ha fatto Antonio D'Orrico. L'opera di Marcel Duchamp serve come termine di confronto. Il mio articolo non fornisce nessuna informazione. Mi sono permesso di dare per scontato che alcune cose siano note al lettore medio - o facilmente reperibili in qualsiasi enciclopedia.

Pubblicato da: giuliomozzi - 18.08.07 11:23

L'opera è necessaria, tant'è che è stata riprodotta come oggetto in alcuni esemplari, e come fotografia innumerevoli volte. Se non fosse stato così, avrebbero messo una targhetta col tuo tanto venerato "discorso".
Caro Giulio, hai scritto delle castronerie, altro che presupporre delle informazioni nel lettore.
Il problema temo è che parli di cose che non conosci, non senti tue, e in definitiva nemmeno ti interessa conoscere (le tre cose sono ovviamente dipendenti una dall'altra). Solo che tu sei uno scrittore, quindi hai la tecnologia giusta per trasformare qualcosa che "è", in un discorso, in "è detto", e l'abilità per portare quel discorso ovunque. Del resto tu sei quello che aveva imparato la - definizione tua - "gestione dell'ambiguità linguistica".
Ora tu avrai già digitato la frasetta: dimmi dove ho detto castron...
Eh no, bello, ormai ho imparato come si deve fare con te, ho già scritto tutto sopra, non voglio farmi portare sul tuo terreno, di interpretazioni e controinterpretazioni e contorcimenti infiniti sempre più lontani dall'oggetto. Ti dirò che la spiegazioncina inizialmente l'avevo scritta proprio così, come confutazione puntuale (e divertente). Poi ho capito che era come se mi ingabbiassi, mi chiudessi nell'enclave dove ti sei chiuso tu lentamente in questi due anni, fatta di 'tutto è discorso' nonché di un pubblico in generale terribile (eh già, anche l'interlocutore ingabbia. Tu che rifletti sempre sulla retorica dovresti cominciare a pensare al tuo pubblico prima).
Riscritta tutta la spiega dunque, diventata soltanto costruttiva, per "mostrare" semplicemente qual è il mondo poetico di Duchamp, cosa è un ready made, e cosa è Fountain. Tre punti che mi pare di aver toccato molto bene.

Probabilmente ci ritornerò sopra, perché mi piacerebbe ricordare come vedevo i ready made a circa sei-sette anni, ma non certo su Vibrisse per te.


Pubblicato da: andrea barbieri - 18.08.07 14:54

Oh Barbieri, cavolo che spocchietta. Però dicci dicci dove uscirà questo gran pezzo su come vedevi i ready made a circa sei-sette anni, che tutto il mondo sta fremendo nell'attesa... Immagino poi la tristezza del D'Orrico, sapendo che non è oggetto della tua sapienza infinita. Oh genio, non esser pigro, dacci la possibilità anche a noi umili mortali di leggere tutta la tua opera ingiustamente ancora inedita. Sii più generoso col tuo pubblico. Dai.

Pubblicato da: Giulio - 19.08.07 09:43

Aspettiamo altre lezioni dal prof. Barbieri sul dadaismo. Non in questa sede indegna, ma per appuntamento e a pagamento. Grazie.

Pubblicato da: Vito - 19.08.07 09:50

Andrea, scrivendo: "L'opera non è necessaria, necessario è il discorso", riassumevo l'ideologia su cui si costituisce il mondo dell'arte oggi. E mi pareva si capisse (facevo anche il verso al D'Annunzio della "Laus Vitae": "Vivere non è necessario, necessario è navigare").

La mia convinzione è che nulla è più deleterio del sopravvento del discorso sull'opera.

Ti confesso che la tua "spiegazioncina" non mi par confutare proprio niente di ciò che ho scritto: semplicemente, parla d'altro.

Pubblicato da: giuliomozzi - 19.08.07 10:45

Ah, Vito e Giulio, vi stavo proprio pensando... Altro che lezioni mie a voi, ci mancherebbe, piuttosto sono io che ho bisogno del vostro aiuto. Vi spiego.
Mi sento molto ignorante, così mi intimidisco davanti alle finezze degli intellettuali veraci. Per paura di fare figuracce quando parlano annuisco anche se non capisco una beata mazza. Voi invece c'avete la capa buona, allora spiegatemi una cosa.
Un signore (che deve essere di origine nobile, ha anche la lettera puntata in mezzo al nome) qui ha scritto che i musei sono "areolati". Cavolo questo è un parolone, mi sono detto, quindi sono di fronte a un intellettuale verace. Giulio Mozzi (altro fine intellettuale, infatti chiama il "garage" "autorimessa" e ci tiene i libri) anche lui ha usata la parola: areolato di qua, areolato di là...
All'inizio a dire la verità pensavo volessero scrivere "aureolato", poi mi sono detto, eccheccavolo no, mica il museo c'ha un'emanazione aurea, dei raggi luminosi come l'aureola dei santi, no no. Poi mi sono detto, che volessero fare una nuova parola da "aura"? Poi mi sono risposto, è vero che nei musei c'è l'aria condizionata, ma sicuramente questi due intellettuali non vogliono dire che al museo si trova un bel venticello, un'aura appunto, no no. Alla fine, cari Giulio e Vito, è arrivata l'illuminazione. Mi son ricordato di aver letto un romanzetto porno pieno di "areole" cioè quel tondino intorno ai capezzoli. "Areola", una piccola area circoscritta, come un'aiuola tondeggiante sulla vetta del seno, e al centro un tenero bocciolino. Eccheccacchio mi sono detto, quindi questi due intellettuali hanno fatto un'allegoria, mi vogliono dire che un museo è come una bella tetta, sì sì. Ma a questo punto mi rimane un dubbio: secondo voi, cari Vito e Giulio, il capezzolo, il bocciolino, è l'opera d'arte?

Pubblicato da: andrea barbieri - 19.08.07 11:32

Caro Giulio, tu inebetisci il lettore ammantando col tuo discorso sull'arte truffaldina delle opere che sono davvero espressione di un mondo poetico - e ti dirò che probabilmente è anche un mondo poetico più profondo del tuo.
Io non confuto un bel nulla. Quello che proponi tu qui è il solito tribunale sui discorsi, questa volta facendo leva sulla sociologia, mentre altre volte faceva leva sulla logica (paralogismi, in realtà). Vorrei soltanto aprire gli occhi del lettore in modo che si renda conto che quelle opere che tu distruggi hanno una bellezza. Vorrei anche che il lettore capisse che l'idea che proponi qui (non so in che misura sia fedele al libro) è un'idea allettante e semplificatrice che per irrobustirsi ha bisogno di un discorso fondativo diciamo così "mitico". Così tu prendi Duchamp e lo fai diventare il demiurgo dell'arte imbrogliona. Purtroppo prendi una cantonata ancora più grande di quando lo chiamavi "Michel Duchamp". Crei un discorso che è distruttivo quanto quello degli imbonitori del mondo dell'arte - che sicuramente esistono - solo da un punto di vista diverso.
Quando vorrai parlare di arte contemporanea, cercare polpa e fuffa, ti seguirei con gioia, ma quando proponi un ordine del discorso che porta a condannare artisti veri, mi spiace non posso che fischiarti.

Pubblicato da: andrea barbieri - 19.08.07 11:51

Ah, un'altra cosa. Finiscila con la cantilena dell'opera non necessaria. Se oggi abbiamo copie di Fountain invece dell'originale, è grazie a gente che la pensava come te, non vedevano altro che un "pisciatoio" (a proposito credi di essere più fine a usare l'accezione volgare?). Per questo, questi oggetti sono finiti dispersi, che poi significa distrutti, e per farcene un'idea restano le fotografie.

Pubblicato da: andrea barbieri - 19.08.07 12:01

Caro Andrea e caro Barbieri,
evidente che non tutti i capezzoli son opera d'arte... Pensa a quelli della Bellucci e a quelli di Platinette. Quando interroghi fai davvero paura. Lo sai?

Pubblicato da: Vito - 19.08.07 15:21

Non mi par di distruggere un'opera d'arte quando dico che da quando essa (con i tutti i suoi discorsi appresso) è apparsa, l'arte non è più stata la stessa cosa.

In alcuni suoi scritti Duchamp parla dell'oggetto chiamandolo "pissoir" (non ho la citazione sottomano. Potrebbe essere in "Duchamp du signe, écrits").

Per aure e areole, ci hai ragione. Ora correggo. Grazie.

Pubblicato da: giuliomozzi - 19.08.07 15:30

Viva Pierino Barbieri, non sfugge nulla al tuo occhio critico, auree aureole, aeree tette, capezzoli museali, area di rigore, aria condizionata...
Peccato che vai fuori tema: il tema era D'Orrico vs Duchamp. O fai come all'esame di geografia rispose lo studente che sapendo la Francia, alla domanda sulla Spagna disse: La Spagna si sa, confina con la Francia. Dunque la capitale della Francia è Parigi.... aurevoir prof.
(e poi le bacchettone questioni di lana paglierina sul pisciatoio/orinatoio/fontana...mamminamia che pedanteria...)

Pubblicato da: Giulio - 19.08.07 16:55

Barbieri, poiché il fautore del lapsus calami sono io, in effetti la mia intenzione era di scrivere "aureolata": proprio a intendere, in senso metaforico ovviamente, che il museo abbia "un'emanazione aurea, dei raggi luminosi come l'aureola dei santi". Ho visto che Giulio ha corretto con "aurata", ma va bene lo stesso, la sostanza del discorso rimane intatta. Grazie comunque per averci avvisati: facendolo ti è riuscito, in mezzo a tanti discorsi astiosi e distruttivi, di compiere un'azione utile.

Pubblicato da: davide l. malesi - 19.08.07 18:58

ops, queste debbono essere le giornate del lapsus calami: mi rendo adesso conto che ho scritto "fautore del lapsus calami" invece di "colui che ha operato il lapsus calami". Mi vado a sparare un colpo di testa, che è ora ;)

Pubblicato da: davide l. malesi - 19.08.07 19:10

un colpo IN testa, pardon. ;)

Pubblicato da: davide l. malesi - 19.08.07 19:13

Caro Malesi, credo che Mozzi abbia capito benissimo quello che ho detto su Fountain e gli sia venuto più di qualche dubbio.

"Aurata" o "aureolata" sono vicinissimi come significato, richiamano l'oro. Invece "aura", la parola che usa Benjamin, è il soffio, la brezza. Allora credo bisognerebbe inventare una nuova parola, "auratico" "auraticità", però è orrenda, e poi qui che c'entra? La cosa migliore è cercare di scrivere nel modo più semplice possibile, in modo da essere capiti da tutti (anche da se stessi magari). I musei, le istituzioni hanno più che altro una "autorità" che va dalla semplice "stima", al "potere" sui discorsi che riguardano l'arte (cioè di stabilire chi parla e chi no). La copertina del magazine non ha un potere sui discorsi che riguardano la letteratura, però può godere della stima di un certo pubblico e orientarlo.

Pubblicato da: andrea barbieri - 20.08.07 01:27

Andrea, scrivi: "Credo che Mozzi abbia capito benissimo quello che ho detto su Fountain e gli sia venuto più di qualche dubbio".

O che, adesso pretendi di leggere nel pensiero?

Pubblicato da: giuliomozzi - 20.08.07 08:35

Barbieri, io non mi riferivo al "potere" che i musei esercitano o possono esercitare, tant'è che nel mio commento al pezzo di Giulio mi riferivo alle "qualità di autorevolezza, prestigio, etc. che il visitatore, casuale o avveduto che sia, riconosce nel museo; e che godono, mi sembra, di pieno riconoscimento da parte della società e delle istituzioni". Mi riferivo al fatto che il visitatore, casuale o avveduto che sia, riconosce nel museo certe qualità, e lo fa - in genere - di sua propria sponte. Il che, dal commento in sé, mi pare abbastanza chiaro.

Pubblicato da: davide l. malesi - 20.08.07 09:05

Egregio Conte Malesi di Torrealta, io modestamente, nella mia modestia di mezzadro, penso sommessamente, che se abbiamo una parola che è addirittura senza sforzo già "concetto" perché restituisce due significati 1. il potere (esercitato bene o male non ci interessa) di decidere chi può parlare di arte e cosa è arte; 2. la stima, che può essere determinata da autorevolezza, come da un semplice appeal, dicevo se noi abbiamo già questa parolina che si attilla tanto bene a quello che vogliamo descrivere, mi perdoni l'ardire Barone, ma io userei quella, sebbene l'alto lignaggio suggerisca di utilizzare parole rare come "aurora" "aurorato" "auriga" "aruspice" ecc ecc.
Questo detto con sconfinata profondissima riverenza.

Vi lascio, Principi e Messeri, alla rigorosa indagine sul campo letterario condotta attraverso l'acquisizione di documentazione fotografica (librerie del Regno d'Italia). Sono certo che sarà cruciale!

Pubblicato da: andrea barbieri - 20.08.07 10:12

interessante - forse - la disquisizione su duchamp / ma davvero giulio mozzi ritieni che sia sensato perdere così tanto tempo e spendere tante parole su d'orrico e faletti? perchè? è come voler sollevare uno spillo con un argano, mi pare / macchinoso e privo di senso /

Pubblicato da: parergon - 22.08.07 11:21

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