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06.07.07
Pulce nell'orecchio: l'editor e il critico
di giuliomozzi
La persona che si firma "pulce", e il cui link rimanda a questo blog qui, nella discussione in calce all'articolo di Paola Borgonovo a un certo punto ha scritto:
Ma perché l'editor interviene prima della pubblicazione e il critico interviene dopo la pubblicazione? Perché un editor può intervenire sul testo e un critico può solo incidere più o meno marginalmente sul testo successivo? La critica è una disciplina ben articolata, con regole canoniche, paradigmatiche? Può esserlo l'editing? Punto di domanda.
Premesso che il termine "editor" (lo si è visto anche nella discussione citata) è usato spesso in modo onnicomprensivo (mentre si dovrebbe distinguere tra "scout", ossia "cercatori", redattori, consulenti, editor veri e propri ecc.; distinzione difatto impossibile se non nelle grandi aziende);
premesso che ci sono e ci sono stati critici che fanno gli editor (e/o editor che fanno i critici), così come ci sono e ci sono stati narratori e poeti che hanno fatto gli editor e/o i critici;
premesso che, evidentemente, finché un testo non è in qualche modo pubblicato, nessuno (tranne l'autore, i suoi amici, il personale della casa editrice) lo può leggere e quindi nessuno può farvi sopra esercizio critico;
premesso che un editor non "interviene" su un testo, ma affianca l'autore - in una posizione direi da "consulente" - durante il lavoro di scrittura e/o di revisione del testo;
premesso che la critica non è "una disciplina ben articolata, con regole canoniche, aradigmatiche";
premesso tutto questo, la questione sollevata da "pulce" non mi pare trascurabile.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 06.07.07 17:47
Interventi
Forse ho limiti di comprensione, ma come farebbe il critico ad essere obiettivo nella valutazione di un'opera se ha partecipato in prima persona alla sua stesura o alla revisione del testo? A me pare che l'esercizio critico, quando realmente libero, non possa essere influenzato o imbastardito da interessi di parte.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 06.07.07 18:58
La risposta alla domanda è: no.
Non ci si dovrebbe preoccupare di queste cose, ma
visto che qui si tenta ora di farsi un 'idea anche sull'editing invito tutti i frequentatori del "campo letterario", come si usa dire qui, a leggersi il servizio del Venerdì di Repubblica sulla nuova collana Fandango diretta da Baricco e Voltolini.
Baricco dice in sostanza che ADESSO lui pubblicherà testi di esordienti senza sottoporli ad editing, che ORA ha capito che l'editing distrugge le potenzialità, seppure ancora imperfette, di uno scrittore. Di fatto mina l'editing alla base, togliendolo dal campo dove più si usa, cioè con gli addomesticabili autori esordienti.
Io dovrei essere contento, essendo questo ragionamento "più o meno" quello che sostengo da dieci anni in varie sedi e anche in questa.
NON LO SONO PER NIENTE.
Perché? Perché Baricco non mi piace come scrittore ma è sicuramente il più grande copywriter d'Italia e probabilmente il più scaltro uomo di comunicazione nel "campo letterario", e anche questo suo intervento sarà distruttivo per i seguenti motivi:
1. Baricco ammette che lui stesso da esordiente si è sottoposto all'editing (ovviamente siccome lui è figo con la migliore editor sulla piazza ai tempi..). Quindi, non ha avuto le palle di difendere la sua scrittura, ma adesso ha le palle per mostrare a tutti gli altri come si deve fare.
2. Baricco, con la scuola Holden, è stato il primo a sistemizzare una pratica soggettiva di collaborazione privata tra autore e scrittore. Ha lavorato quindici anni per far passare l'idea che "insegnare" modi di manipolare testi per qualsiasi fine in campo editoriale fosse una cosa ottima. Ora, deve aver pensato, c'è troppa concorrenza, quindi creo una nuova tendenza e spiazzo tutti. Ma in questi quindici anni distruttivi per la nostra editoria lui dove stava, solo a forgiare "talenti" per le fiction nostrane?
3. I primi 3 esordienti di questa nuova collana vengono dalla Holden (complimenti per la pubblicità)
4. Con questa mossa Baricco distribuisce il PATENTINO. Chi scrive lì non si è fatto fare l'editing, tutti gli altri anche negli anni passati si, o almeno questo sembra voler intendere l'articolo. Cosa assolutamente non vera, per quanto riguarda me e credo molti altri scrittori.
5. Torme di esaltati seguiranno questa sua idea come si segue la moda.
6. In conclusione, come sempre, invece di essere onesti con se stessi e con gli altri, gli allegri gestori primari del campo letterio mirano alle solite cosette da quartiere benestante e, con leggiadra ipocrisia, decidono di cambiare vascello quando più gli conviene. Un po' per uno, come in politica, cercando di sostenersi a vicenda, con il solito giochetto "Tutto deve cambiare affinché nulla cambi". La cosa è ciclica, accade più o meno ogni cinque anni, cioè quando bisogna trovare nuove risorse economiche per vivere, e anche baricco ha il suo tenore di vita da mantenere. Baricco è solo l'esempio più illuminante in quanto più illuminato dai riflettori dei media. Ma state pur sicuri che per i prossimi cinque anni di danni ne farà abbastanza.
Mi scuso per la lunghezza, spero che altri si sentano abbastanza scossi e reagiscono coscienziosamente a questi modi di operare nel campo letterario che da anni ci devastano e ci impoveriscono. Ora, se nessuno mi insulta vorrei tacere almeno fino all'anno prossimo. Grazie.
Pubblicato da: simone battig - 07.07.07 12:30
Ciao Simone. A Roma alla Feltrinelli dalle parti di Trastevere ho visto il tuo romanzo. E' un edizione molto bella :-) (Ho visto anche il diario di Brekane).
Pubblicato da: Marco - 07.07.07 13:05
Ehi! sono io quello del titolo. E' un gran piacere leggere un proprio commento in prima pagina. Premetto che non me l'aspettavo. Grazie. Ora non so cosa dire, comunque mi fa piacere aver sollevato una questione non trascurabile. Mi domandavo se ci fossero delle somiglianze tra il lavoro fatto prima della pubblicazione e il lavoro fatto dopo la pubblicazione, cioè tra l'editing e la critica. Secondo me, per quello che ne posso sapere, l'editing è già in parte svolto dall'autore. Non capisco difatti come possa un'altra persona sapere cosa l'autore di un testo voglia dire nel suo lavoro. Sono d'accordo che alcuni testi sono scritti di getto, per cui sta poi all'editor apportare le correzioni necessarie; però queste correzioni necessarie sono dovute alla mancanza di tempo o di voglia dell'autore. Nel caso invece uno scrittore avesse più volte elaborato il proprio lavoro, a cosa servirebbe una ulteriore correzione da parte di una persona certemente esperta ma ignara delle intenzioni, delle motivazioni e delle aspirazioni dell'autore? Va bene, mi direte, nonostante tutto il lavoro di sgrossatura, di finitura ecc, il testo è ancora suscettibile di modifiche; questi ritocchi essendo necessari per rendere il testo migliore. Ho capito, risponderei, però l'autore di certo ce l'ha messa tutta, ha provato e riprovato; se non può fare meglio, accettatatelo per quello che è. Voi siete del parere che le persone le dobbiamo cambiare? Che dobbiamo far sì che gli altri ci assomiglino, che siano uguali a noi? Risponderei di no. Accettiamo le persone così come sono. E i loro lavori? Perché non accettarli, anche loro, così come sono? Scusate se mi sono dilungato, però nel titolo ci sono io e allora ne ho approfittato.
Con l'occasione si porgono i migliori saluti.
Pulce Ross (MdLdLP)
Pubblicato da: pulce - 07.07.07 13:08
Senti, Pulce, per quel che ne sappia l'editor non decide su due piedi di cambiare un testo! L'editor (di solito)si mette in contatto con l'autore, discute i punti oscuri, lo interroga sulle intenzioni, propone modifiche etc. Ma lascio spazio a chi ne sa più di me. :-)
Pubblicato da: Mary - 07.07.07 14:00
premesso che un critico a motivo di esistere con tale nome unicamente e interpreta/giudica un opera compiuta, e non una in divenire, e premesso che non ci sia alcuna disciplina, premesso che io per primo sono stato un critico d'arte [ma non in letteratura], premesso che c'è necessità di due lati della medaglia, premesso che ci sono persone che altrimenti non avrebbero ragione di esistere e premesso il mitologico "picchio contrario", io direi che, in fondo, la questione è trascurabile.
ci sarà sempre un artista, o non, che caga.
e ci sarà sempre qualcuno che urlerà al miracolo e qualcuno che dirà semplicemente "che puzza".
la discussione diventa totalmente trascurabile nel momento in cui capisce che un critico ha valore unicamente se ha un profilo di gusto e di critica simile al proprio e che sia semplicemente un'estensione dei propri gusti che non hanno il tempo di "provare tutto".
Pubblicato da: caino - 07.07.07 14:46
Ho capito: tutti parlano dell'editor ma nessuno sa cosa l'editor fa per davvero. Anche me sottoscritto non so; non ho mai avuto a che fare con l'editor. Però penso: "Se un testo non riesce a spiegarsi da solo, allora scusate il disturbo"; pazienza, direi. Però, da molti commenti - o forse è solo una mia idea - sembra che non ci sia l'intenzione di accettare una visione o uno stile o un modo di lavorare che sono l'indicativo di una personalità unica e irripetibile (si può dire indicativo, in questo senso?...). A me non pare che ci sia solo il punto di vista dell'editor!
Pulce Ross (MdLdLP)
Pubblicato da: pulce - 07.07.07 16:40
Dico la mia, pulce, mi pare concordando con te.
Non so che cosa avvenisse nel passato (dico ai tempi dei grandi romanzi di fine Ottocento e dei primi del Novecento). Forse anche qui, ci sono stati gli zampini degli editor del tempo. Qualcuno, non so dove, ne parlò. Ma sarei profondamente deluso se romanzi come I promessi sposi; Il mulino del Po, Il trono di legno, ed altri che non sto a elencare, avessero subito un rimaneggiamento di un estraneo, anche se con il consenso dell'autore.
Un vero scrittore - è la mia opinione - deve possedere tutti gli strumenti per raccontare la sua storia. Egli deve essere - ogni volta che rilegge il testo - il solo editor di se stesso. Non si può far passare alla storia un autore, il cui testo non è più esclusivamente suo. Si ingannerebbe e si inganna - quando ciò sia avvenuto - la posterità. Si faranno, da parte dei posteri, ossia, confronti fasulli, non veritieri.
Quando ho pubblicati i miei romanzi e i miei gialli, c'è stato un solo caso in cui ho avuto l'intervento dell'editor. Si tratta del romanzo La scampanata, pubblicato da Marco Valerio di Torino. Esso riguardava, però, non la mia scrittura, ma il suggerimento di ampliare la descrizione delle corti lucchesi. Ciò che feci nella giornata stessa in cui ricevetti la telefonata, e il testo così ampliato è stato pubblicato senza alcun ritocco, compresa la punteggiatura. Personalmente non sarei orgoglioso di un testo che è stato modificato per strada da mani estranee. Piuttosto preferirei rinunciare o mettere in copertina anche il nome di quello che in realtà è diventato il coautore.
Ciò non riguarda, ovviamente, ritocchi di refusi e piccolezze simili.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 07.07.07 19:45
Oggi è stata pubblicata una mia intervista che potrebbe in qualche parte (verso la fine) essere in tema.
Qui: http://www.loschermo.it/articolo.php?idart=356
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 07.07.07 19:46
Ho capito. Di nuovo grazie. Comunque, per esempio, scrivo una storia. Non è un capolavoro, ok. L'ho scritta, è la mia storia. Ci ho messo un anno, ci ho messo dieci anni? poco importa; l'ho scritta, mi è piaciuto, mi sono divertito, ho imparato molte cose. Avrei potuto andare in giro per locali, oppure al mare; se lo avessi voluto lo avrei fatto (di fatto oggi non perdo più tanto tempo come ieri). Se un editor mette mano alla mia storia può tirar fuori un capolavoro (facciamo per finta). Ma io non voglio che sia un capolavoro. E' la mia storia.
Posso ampliare alcuni punti? Ci ho pensato. Però ho deciso di non ampliare alcun punto. E' in equilibrio. Mi piace. La voglio così. Non passerò alla storia? Non fa niente, va bene così. Sono soddisfatto. Mi prende un piacere particolare quando penso a ciò che ho scritto (parlo per me). Ebbene, sono così. Se scrivo una storia che mi piace, perché non dovrebbe piacere anche agli altri? Sono un uomo medio (mediocre, mediocrissimo) perché i miei "simili" non dovrebbero apprezzare ciò che scrivo? Devo scrivere per loro, per me, per chi? Penso che tra i miei mille errori di scrittura ci sia un fondo di verità. Perché apportare modifiche e cambiare il mio essere così come sono?
Pulce
Pubblicato da: pulce - 07.07.07 20:35
scusate se approfitto di questo spazio, ma visto che siamo in tema:
come si impara a fare l'editor?
uno scrittore professionista o comunque una persona che ha scritto un buon libro non è in grado di farsi l'editing da solo?
in base a quali criteri una persona viene scelta per fare l'editor? è semplicemente un altro scrittore, o lavora come lettore oppure (magari oltre a questo) ha specifiche competenze professionali? e se si dove si acquisiscono? es. lavorando a fianco di altri editor, ci sono corsi appositi o cosa?
l'editing di solito viene fatto a tutti gli autori o solamente a esordienti e semi-esordienti?
grazie
Pubblicato da: buendia - 07.07.07 21:58
Se fossi uno scrittore, vorrei avere un editor. Perchè si ha bisogno dell'Altro per trovare sé stessi. Perchè non se ne può più della sacralità dell'Autore. Perchè chi ha veramente talento non ha nulla da temere (al massimo ci litigherà con l'editor). Perchè idealizzare la propria autosufficienza è, quasi sempre, un puro esercizio di narcisismo.
Pubblicato da: omniaficta - 07.07.07 23:10
Buendia, quelle che tu fai sono appunto le domande che ci stiamo facendo. Salùtami Aureliano.
Pubblicato da: giuliomozzi - 08.07.07 12:02
Io arriverei a dire questo: come autore, da un editore PRETENDO di essere affiancato da un editor. Per la semplice ragione che nessuno è perfetto giudice di se stesso, per quanta sapienza artigianale abbia maturato negli anni. E questo indipendentemente dal fatto di essere esordiente o no (io ho pubblicato 4 romanzi). Che poi l'editor proponga e non imponga, questo è altrettanto sacrosanto. Naturalmente, l'editor è legittimato a stare lì dal suo editore, che per sceglierlo si basa su competenza letteraria, ma anche capacità di relazione. Io credo che la difficoltà a recepire queste evidenze da parte di molti stia soprattutto in una scarsa consapevolezza di ciò che è non la SCRITTURA ma IL LIBRO. La scrittura uno può vederla come espressione di sè, e legittimamente rifiutare qualsiasi ingerenza altrui. Il libro, invece, è ALTRA COSA. Chiedendo a un editore di pubblicarmi, io gli chiedo di costruire con me una COMUNICAZIONE PUBBLICA, che tiene conto oltre che dell'espressività del testo della sua pubblica fruibilità. L'editore è garante dell'autore e del lettore, non ce lo dimentichiamo, please.
Pubblicato da: valter binaghi - 08.07.07 12:38
valter, confesso che se un editor mi domandasse di riscrivere un capitolo o l'intero romanzo, non sarei in grado di farlo.
Spero che non mi accada mai. E' un mio limite? Non so rispondere. Io so soltanto che - pur modesti che siano - vado orgoglioso dei miei romanzi, dei miei racconti, delle mie leggende, dei miei saggi, perché sono esclusiva espressione, per contenuto e stile, di me.
Ciò non toglie che sia valida l'opinione contraria.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.07.07 13:31
In aggiunta a ciò che scrive Simone Battig, si può notare che il lavoro di editing è, per l'editore, un costo. Pubblicare opere senza editing significa, quindi, pubblicare opere nelle quali l'editore investe (e rischia) meno.
Il che, da un punto di vista economico, visto che si tratta di esordienti, può essere sensato.
Pubblicato da: giuliomozzi - 08.07.07 14:39
L'editore è un PRODUTTORE. In quanto tale, è libero di decidere se mettere sul mercato un testo così com'è, oppure sollecitare l'autore ad apportare alcuni cambiamenti, migliorativi dal suo esclusivo punto di vista. Convenzione, buona creanza e soprattutto onestà intellettuale vogliono che i cambiamenti siano sempre concordati, o meglio contrattati, fra editore e autore. Se l'autore non accetta è liberissimo di rifiutarsi di apportare i cambiamenti proposti, ma a quel punto l'editore è pure liberissimo di rifiutarsi di pubblicare, cioè di PRODURRE, il libro intoccabile. Ovvio che se l'editore è incapace (o se l'editor è incapace, ma tanto è uguale perché l'editor lavora per l'editore), vorrà dire che manderà sul mercato una versione del testo più brutta di quella originaria, ma questo sarà un problema prima di tutto SUO, e POI dell'autore - e in questo caso: l'autore avrà sbagliato non ad accettare di apportare le modifiche proposte, ma a scegliersi l'editore.
Se invece l'autore paga di tasca propria il problema non si pone: il libro uscirà come dice lui, perché in quel caso l'editore non ha alcuna forza contrattuale. Insomma la forma finale del libro la stabilisce chi mette i soldi - o al limite chi garantisce al produttore di ottenere un prodotto valido, come nel caso di un autore famosissimo e bravissimo, che in forza del suo comprovato talento ha una capacità contrattuale pari, se non addirittura superiore, a quella dell'editore stesso (in quel caso il comprovato talento equivale a un capitale).
Mi rendo conto di aver detto banalità, ma veramente non capisco perché questo semplce meccanismo sia tanto difficile da comprendere: i libri, come tutte le merci, si producono coi soldi. Ovviamente: mettere soldi in un progetto editoriale può anche voler dire non puntare a far soldi, ma al massimo risultato in termini di qualità, di immagine della casa editrice, di incidenza politica perché no (e al diavolo le perdite) - insomma è sempre chi mette i soldi che decide se investirli per diventare ricco, o se metterli a servizio di una buona causa (buona dal suo punto di vista), o se sperperarli per sua pura soddisfazione. Se uno non ci sta per principio allora pubblichi online, o partecipi a un concorso con premio-pubblicazione, che ne so.
Pubblicato da: untitled io - 08.07.07 19:52
@ pulce
rientrato ora, leggo e rispondo al tuo quesito sui libri autoprodotti: non ci vuole nessuna licenza, nessuno scontrino, nessuna bolla di consegna, nessun numero isbn.
tu stampi, distribuisci, e ritiri i soldi.
ora esiste una realtà importante per gli autoprodotti, almeno per quelli di qualità: da un anno c'è autocircuito, una rete di librerie indipendenti sparse in tutta italia - ad oggi sono più di 80 - che tengono nei loro scaffali i romanzi degli autori più bravi; si entra dopo una selezione da parte dei librai stessi.
dai un'occhiata al sito www.autocircuito.it
ciao,
m/merisi
Pubblicato da: andrea sperelli - 08.07.07 21:13
Si è parlato molto dell'editor e di come si arriva all'oggetto libro, ma si è parlato poco di come il libro viene poi proposto al mercato. Ogni editore ha un ufficio stampa che deve comunicare che libro è alla rete commerciale la quale si rivolge ai librai (per evitare ad esempio che un thriller finisca nello scaffale della cucina di Suor Germana) e ai giornalisti eventuali recensori. Quest'ultimo è un passaggio delicato, perchè i giornalisti sono invasi da pile di libri. L'ufficio stampa può riuscire a comunicare il carattere del libro, ma è pia illusione pensare che i recensori recensiscano tutto quello che gli arriva. Si spera che seguano almeno un criterio di interesse, ma molto spesso ci sono puri scambi di favore o attenzione esclusiva agli amici degli amici. Secondo me il vero anello debole della catena è questo, ed è abbastanza pesante come effetto, perchè se non ci sono recensioni qualitative e anche stroncature, il peso economico delle campagne pubblicitarie che solo i grossi editori possono permettersi diventa determinante e il libro di qualità non può arrivare al suo lettore potenziale.
Pubblicato da: valter binaghi - 09.07.07 02:04
La mia esperienza personale con un editor che mi ha affiancato nella revisione del libro prima di pubblicarlo è stata molto bella.
L'editor più o meno ha scritto 80 note a fianco del testo: domande, commenti, suggerimenti da discutere eccetera eccetera.
Alla prima lettura delle 80 note ho mandato mentalmente a cagare l'editor.
Alla rilettura ho iniziato a pensare che su alcuni punti avesse ragione.
Alla fine si è parlato a lungo con l'editor di tutte e 80 le note con questo risultato: una trentina le ho accettate (e IO ho operato dei cambiamenti), circa altre 30 coincidevano con dei dubbi che già avevo e quindi ho operato i cambiamenti che comunque avrei operato, per le altre 20 ho detto di no argomentando il perché e lì il testo è rimasto identico (va aggiunto a tutto questo che per almeno un'altra decina di passi ho modificato IO il testo in alcuni punti dove l'editor non aveva trovato nulla da ridire).
Pubblicato da: Roberto Tossani - 09.07.07 06:52
@Roberto: hai avuto un ottimo editor! Ti ha spinto lontano dal lato oscuro della forza ;) Battutacce a parte, la tua esperienza come scrittore con editor è speculare alla mia, modestissima, come editor di scrittori (non professionisti). Una bellissima definizione di editor, secondo me, "Note a fianco del testo".
Buona giornata!
Pubblicato da: Grenar - 09.07.07 09:40
sono davvero in difficoltà quando si parla di questo argomento perché fare editing è il mio lavoro. è difficile rispondere a chi ti chiede "ma a cosa c... serve il tuo lavoro"? gira davvero tanta mitologia su questo argomento, curiosamente in sensi opposti. in alcuni casi ci si lamenta perché l'editor è invadente, in altri perché è timido: segno di grande confusione. anche i critici/recensori che di solito irridono il lavoro di editing se ne escono con frasette " ci voleva un editing spietato". assurdo. l'editing deve aiutare un testo ad essere ciò che è, non ad essere altro. se un testo è brutto, l'editing lo lascia brutto. non provo neanche a essere esaustiva, dovrei scrivere un papiro, però vorrei chiarire una cosa: l'editor NON è un coautore, non riscrive, non è l'eminenza grigia del processo creativo. l'editor è una presenza di riscontro di cui lo scrittore maturo sa approfittare per condurre al meglio la propria scrittura. il processo di editing è un processo relazionale, a molti livelli, in cui l'autore verifica il proprio intento. ci sono tante sfumature. bisognerebbe procedere per esempi e non è questa la sede. ma io, nel mio piccolo, sono contenta perché ho lavorato con autori tra loro diversissimi e ho sempre lavorato bene: segno che il mio lavoro non appiattisce su un MIO stile ma si immedesima in ciò che ciascuno di loro fa. conto un caso solo - a oggi - in cui proprio non c'è stato feeling. capita. in ogni caso il metodo dell'editing è il dialogo e il soggetto che decide è l'autore. per rispondere a una domanda che ricorre: ma l'autore non può farsi editing da solo? la risposta è: no. per la mia esperienza è evidente che no.
Pubblicato da: paolab. - 09.07.07 10:34
Ho bevuto il lievito di birra e mi scappa una scoreggia
Pubblicato da: pulce - 09.07.07 10:35
Chiedo scusa alla signora Paola B. Non è un commento al suo post ma un commento ai post precedenti. Difatti la differenza di tempo è di un minuto, tra i due post, quindi non avrei potuto leggere, e comunque quando ho commentato, il suo commento non c'era.
Pubblicato da: pulce - 09.07.07 10:40
@ M/Merisi
Grazie.
Pubblicato da: pulce - 09.07.07 11:25
@pulce, ho scritto un commento così fautore di peti? mi duole: prendi un antispastico, magari
Pubblicato da: Roberto Tossani - 09.07.07 15:44
TU hai scritto, TU hai commentato. TU, TU, TU puoi scegliere. Tutti hanno la possibilità di scegliere. Per amore scegliere di cambiare.
Pubblicato da: pulce - 10.07.07 13:23
Pulce, non ti conosco, ma secondo me TU non hai capito niente della scrittura e quel che è peggio della vita.
Da tutti i tuoi interventi, non solo da questo.
Spero solo che TU sia molto giovane, avresti una scusante.
Ciao da ME che metto nome e cognome a TE che parli tanto di essere come sei, che non vuoi cambiare come sei e neanche dici chi sei: complimenti.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 10.07.07 15:00
@ Roberto Tossani
"Da tutti i tuoi interventi, non solo da questo."
Fammi un esempio per piacere.
Pubblicato da: pulce - 10.07.07 17:41
@ Roberto Tossani
Cosa importa del nome?
A me il tuo nome non dice nulla. Potevi scrivere un nome qualsiasi. Perché hai scritto il TUO nome e non un nome messo a TE da altri? Qualcuno ha mai corretto il TUO nome?
Pubblicato da: pulce - 10.07.07 19:14
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Pubblicato da: Kxzvktzb - 10.07.07 21:26
(Giulio, quando riesci, togli gli spam per favore?)
Pulce, con te reputo inutile discutere: quando aprirai gli occhi e magari sarai sveglio, ci riproveremo.
Ciao.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 11.07.07 07:02
@ Roberto
Ciao Roberto. Non essere troppo sicuro che possa svegliarmi. Ci proverò. Grazie.
Pubblicato da: pulce - 11.07.07 10:27
Quattro libri pubblicati e mai avuto un editor. Mi risulterebbe difficile averlo e al primo impatto avrei lo stesso tipo di reazione indicato da Roberto Tossani: lo avrei mandato mentalmente a cagare. Però mi è capitato (ci è capitato, io scrivo a quattro mani con Loredana Falcone) di scrivere un racconto, di inviarlo ad un supervisore (editor ma non di mestiere) e di vedercelo tornare indietro con un commento secco: "non mi piace!"
Panico, rabbia, tentazione di dire "che vuoi che capisca questo?"
Ma il supervisore è persona adorabile, bravissimo a scrivere, una persona della quale ci fidiamo. Ci siamo messe a rileggere, abbiamo capito. Non abbiamo dovuto riscriverlo, semplicemente dare importanza ad un quadro piuttosto che ad un altro. E mentre lo facevamo, ci rendevamo conto che il nostro racconto prendeva forza e incisività. Alla fine glielo abbiamo mandato. La risposta è stata: "Mi piace!"
Ma non per questo quel racconto non era più nostro. Io il lavoro di un editor lo immagino così e credo che, da quello che scrive, Paola Borgonovo faccia esattamente questo.
Laura Costantini
Pubblicato da: Laura Costantini - 13.07.07 09:24