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09.07.07

Un’operazione culturale nella quale gli autori hanno un ruolo al tempo stesso centrale e marginale

di Matteo De Simone

Uno. Poche ore fa, ho letto su Venerdì di Repubblica un pezzo scritto per promuovere Quindicilibri.

Quindicilibri, per chi non ne avesse avuto notizia, è la nuova opera di Alessandro Baricco, un’opera monumentale, che si comporrà di quindici volumi, il primo dei quali è già stato pubblicato da uno dei migliori editori italiani del momento, Fandangolibri.
Il primo capitolo di questa nuova avventura non si intitola Questa storia e nemmeno I Barbari, ma Les Adieux e porta la firma di Arianna Giorgia Bonazzi, giovanissima scrittrice friulana che come me, e molti altri, ha frequentato il master in tecniche della narrazione della Scuola Holden, fondata dallo scrittore dodici anni fa.

Questo è il primo di una serie che vedrà spuntare sugli scaffali delle librerie altri quattordici libri, due dei quali ancora a firma holdeniana. E’ naturalmente impossibile recensire un’opera non ancora completa (l’opera in realtà è già tutta scritta, ma sarà pubblicata nell’arco di molti mesi), ma come tutte le grandi opere, il suo autore ha provveduto a fornirla – usando parole care alla vecchia sinistra –
di un manifesto programmatico. Una tavola dei dieci comandamenti stampata sulla prima pagina del primo volume, e già ampiamente circolata nei giorni scorsi, che per comodità ripropongo qui sotto:

1. La collana pubblica solo primi e, occasionalmente, secondi libri.

2. Tutti gli autori pubblicati in questa collana percepiscono lo stesso anticipo e la stessa percentuale.

3. Da quando si decide che il libro verrà pubblicato a quando il libro viene effettivamente pubblicato, non devono passare più di sei mesi.

4. L’autore non è obbligato a sottoscrivere alcun tipo di opzione e rimane proprietario di tutti i diritti secondari.

5. L’autore deve presentare il proprio libro in pubblico in almeno 10 sedi concordate con l’editore.

6. Sul libro non compaiono foto dell’autore, né note biografiche maggiori di tre righe.

7. I libri sono scelti da Alessandro Baricco e Dario Voltolini.

8. Il prezzo di copertina non dovrà superare quello di due biglietti per il cinema (prima visione).

9. I testi si pubblicano così come sono. Quando è proprio necessario si permette un editing leggerissimo che non prevede interventi strutturali né profonde modificazioni.

10. La collana pubblicherà 15 libri, poi chiuderà.

Nonostante la scelta ingannevole di presentarlo come una collana editoriale, Quindicilibri è in tutto e per tutto il nuovo libro di Alessandro Baricco, supervisionato da Dario Voltolini e con la valente collaborazione di quindici autori esordienti (ghost writers, per lo meno nelle pagine, certamente colpevoli, dei giornali) che hanno immolato eroicamente la loro opera (giustamente dietro compenso) alla costruzione di un progetto più ampio, chiamato Quindicilibri, destinato a incidere il panorama letterario ed editoriale con la nuova folgorante intuizione di Alessandro Baricco.

Due. La folgorante illuminazione di Baricco, basata sulla sua personale esperienza con l’editing dei suoi libri, consiste nell’aver capito che lo scrittore deve saper essere editor di sé stesso. Sapersi far specchio da solo. Diventare così bravo da riconoscere, senza l’ausilio di uno sguardo esterno, in che cosa il suo libro vada aggiustato, ritoccato, corretto. Questo è quel che Baricco afferma di aver fatto con i suoi lavori, (a partire dal secondo romanzo, però, non dal primo) e che questo sia stato un bene o un male non ha nessuna importanza. Ad avere importanza è la concezione dell’editing da cui Baricco è partito per dar vita alla nuova collana di esordienti che pubblicherà testi intatti, autentici, come mamma li ha fatti.

Tre. Per arrivare a concepire Quindicilibri, Baricco deve guardare all’editing come a una sorta di tosaerba, un’operazione artificiale che mira a far diventare il testo come un prato all’inglese, pulito, ragionevole e senza sterpaglia superflua. Quello che più o meno è, per i tecnici del suono, il compressore, strumento che permette di controllare i picchi di volume delle emissioni vocali o dei colpi di basso più potenti, conferendo al suono una patina cristallina, che in caso d’eccesso può annullare la personalità dell’interpretazione. Insomma, Baricco pensa che gli editor cerchino di sopprimere il carattere dell’autore esordiente per rendere tutto perfettamente pulito e ordinato, come certe casalinghe maniache dell’igiene.

E’ certamente una visione di convenienza.

Baricco si tiene consapevolmente ben lontano dal considerare che esiste un altro tipo di approccio all’editing, un approccio molto meno schematico, molto meno attento alle regole strutturali e lessicali del romanzo “ben scritto". Esiste un editing che lavora per l’autore e non contro l’autore, interamente teso a enfatizzarne la personalità. La differenza che passa, nel campo della musica rock, tra una produzione artistica di Carlo Ugo Rossi (Baustelle) e una di Giorgio Canali (Verdena). E’ un approccio oggi rintracciabile tanto tra i piccoli quanto tra i medi e grandi editori (lo stesso discorso vale per le etichette discografiche).

Non voglio per questo fare un elogio dell’editing. Anche dopo queste considerazioni, ripeto (dicevo sul serio) che quella di Baricco è una folgorante intuizione e che gli autori esordienti e pre-esordienti debbano sentirsi chiamati in causa, così come tutti gli editori, giovani e meno giovani.

Quattro. Per salvare i giovani autori da editor manidiforbice, e realizzare effettivamente una collana editoriale, Baricco e Voltolini avrebbero dovuto fare una cosa che invece non hanno fatto. Avrebbero dovuto prendere bei testi imperfetti di giovani autori e metterli nelle mani di editor manidifata, aiutando gli autori, anzi, i loro testi, non tanto a essere pubblicati (che in Italia, come dice lo stesso Baricco, è facile), ma a decollare.

Purtroppo, la verità è che da questa operazione, verrà fuori un nuovo, monumentale libro di Alessandro Baricco, intitolato Quindicilibri, dove agli autori non sarà permesso di essere autori, ma inevitabilmente piccole cavie (ma i giovani d’oggi ci sono abituati). A loro sarà chiesto di essere il bue e l’aratro glorioso con il quale i direttori della collana tracceranno un nuovo solco nel campo della cultura italiana. E dico questo senza offesa per l’esordio di Arianna Giorgia Bonazzi, che ho letto solo in poche parti, ed è probabilmente un ottimo libro. Ma, fosse addirittura un superbo capolavoro (caso in cui dubito che avrebbe ispirato, come invece ha fatto, la collana Quindicilibri) la sostanza della mia valutazione, come è facile capire, non subirebbe alterazioni.

Cinque. Andando a chiudere, quella di Baricco e Voltolini è in sostanza un’operazione culturale nella quale gli autori hanno un ruolo al tempo stesso centrale e marginale; e questo deve essere chiaro agli esordienti che hanno inviato e invieranno i loro manoscritti a Quindicilibri. Se avete scritto un libro bellissimo, non solo pieno di carattere, ma anche davvero molto ben scritto, non contate di essere pubblicati in quella collana. Perché l’esperimento riesca, serviranno libri sbilenchi e malcostruiti, che pochissimi leggeranno con piacere e che nessun altro editore avrebbe pubblicato. Pubblicare libri “impubblicabili" è uno dei motti (dal sapore vagamente samaritano) di una collana dove il talento avrà rilievo solo nella sua dimensione di potenza. Un talento in piena forma, un talento in atto, non interessa a Quindicilibri. Ma conservare e fissare pubblicamente un talento zoppo non ha nessuna utilità per l’autore. Non gli insegna nulla di nuovo. Non lo aiuta a crescere. Lo espone a un probabile insuccesso. E’ un’operazione culturale che afferma un’idea. Un’ottima idea, bisogna dirlo, tuttavia realizzata nell’interesse esclusivo dell’idea (e dei suoi ideatori). Senza contare che il gusto di “osservare l’animale scrittore" nel momento intimo della creazione naturale e imperfetta ha poco di letterario e molto di voyeuristico.

Sei. Che ci crediate o no – e chiudo veramente – non ce l’ho con Baricco. Lo considero in fede buona e coerente e penso che confermi, anche in questo caso, freschezza e qualità di pensiero capaci di innescare, se non altro, riflessioni importanti. Parlo invece in favore degli esordienti, vecchi e giovani.

“Farsi pubblicare, in Italia, non è difficile", dice il direttore di Quindicilibri. E’ vero, dico io. Quello che è meno facile è che un libro venga pubblicato nell’interesse esclusivo del suo autore, del libro stesso e dei suoi futuri lettori.

Mi permetto di suggerire quindi agli autori esordienti, presenti e futuri, di Quindicilibri, di fare attenzione: l’abbraccio di un padre accogliente può trasformarsi in un giogo.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 09.07.07 10:03

Interventi

Sei
In Italia gli aspiranti scrittori sono moltissimi, e molti (non tutti) leggono parecchio. L'operazione di Baricco sembra un massaggio invitante a costoro. Lusinga la loro speranza di essere pubblicati invitandoli innanzitutto a comprare il prodotto che sembra valorizzarne al massimo le aspirazioni.
Sulla buona fede di Baricco non mi pronuncio perchè non lo conosco. Il target dell'operazione però è populismo peloso (finge di mirare alla promozione dell'autore e in realtà mira alle vendite). L'esatto contrario di vibrisselibri.

Pubblicato da: valter binaghi - 09.07.07 10:40

Perché è "populismo peloso"?

Pubblicato da: giuliomozzi - 09.07.07 10:49

1. Ecco: questo fatto che la sinistra non dica mai le cose puntuali: "primi libri, e stop". Perché mettere una clausola salvaqualcuno ("magari però in certi casi si farà uno strappo alla regola")? Eh no! La sinistra sia coerente: primi libri, punto!!

9. E beh! un piccolo machillage, un trucco leggero è anche permesso...

Come puoi considerare la buona fede e la coerenza?
Pulce Ross (MdLdLP)

Pubblicato da: pulce - 09.07.07 11:12

@Giulio
Il messaggio sembra: scrivi "così così"? Fa niente, pubblichiamo così com'è (naturalmente se prima sei passato dalle forche caudine della Holden).

Pubblicato da: valter binaghi - 09.07.07 11:46

Che operazione originale: se anche Baricco avesse meno di tre righe biografiche, avrebbe quasi inventato Untitl.Ed (con due anni di ritardo però).
Parliamo del clic?

Pubblicato da: untitled io - 09.07.07 11:52

Per Pulce. Ci sono autori che hanno pubblicato i primi libri presso editori piccolissimi e non distribuiti. Ha senso quindi, secondo me, mettere la "clausola salvaqualcuno".

Per Valter. Non sono d'accordo sulle "forche caudine della Holden". Baricco si è inventato un tot di anni fa la Holden. Voltolini ci lavora. Mi pare del tutto naturale che, nel loro lavoro di ricerca, abbiano più probabilità di incontrare persone che sono in qualche modo passate per la Holden. Quando Sironi, dove lavoro, iniziò a pubblicare, tra i primi titoli qualcuno notò una forte presenza di autori veneti. Non è che io volessi far passare gli autori per le forche caudine della veneticità. E' che, semplicemente, abitando io in Veneto, avevo avuta la possibilità di allacciare relazioni particolarmente forti con persone che abitavano non a mille chilometri da me, ma a distanze più praticabili.
Messaggi del tipo: "Frequenta la Holden, pubblicherai con Fandango!", io non ne vedo.

Pubblicato da: giuliomozzi - 09.07.07 11:55

Ah, ho detto "quasi": noi siamo voyeurs, ci piace di osservare l’animale scrittore nel momento intimo della creazione naturale e imperfetta eccetera.

Pubblicato da: untitled io - 09.07.07 11:56

Per Untitled. Secondo me, in questa iniziativa di Fandango, la cosa interessante è la chiusura del numero. Quindici, e non più di quindici. La cosa può apparire bizzarra: e se ci fossero sedici geniali scrittori, potrebbe dire uno, ne lascereste uno inedito?
Invece a me la cosa appare non bizzarra, ma ragionevole. Un programma di ricerca deve avere dei limiti. Una ragionevole programmazione economica ti fa dire: "Quanti esordi possiamo fare? dieci? ventotto? quindici? Facciamo quindici. A certe condizioni, però: che l'autore sia disponibile per un certo trattamento promozionale; che l'autore accetti il patronage dello scrittore famoso (con tutti i rischi conseguenti di cui parla Matteo nell'articolo), che le spese di produzione (editing) siano ridotte al minimo". Un editore industriale, come Fandango è, se ragiona così, ragiona bene.
Ora, questa è una innovazione nel Clic.

Pubblicato da: giuliomozzi - 09.07.07 11:59

Sì, lo è. Nel Clic. Sei passato al maiuscolo vedo: non ci sono più i vetrinisti?

Pubblicato da: untitled io - 09.07.07 12:02

Arianna Giorgia Bonazzi:“I cannibali, bulimici dell’infanzia. Essere piccoli nel decennio del boom della TV commerciale” Prefazione di Aldo Nove, Arcipelago Edizioni, Milano 2006.

Pubblicato da: per la precisione - 09.07.07 12:29

Altra precisazione, per Valter Binaghi.
La Holden non è una fucina di autori Fandango. Purtroppo. Lo dico da holdeniana... Del resto non mi sembra nemmeno fuori luogo che, essendo la Holden un'ottima scuola, alla quale si accede mediante ottima selezione, lì si incontrino buoni scrittori. Sarebbe buona cosa non cadere nel luogo comune che qualsiasi cosa faccia Baricco, volente o nolente, è un'operazione commerciale fine a se stessa. Vibrisselibri fa i suoi esperimenti. Penso li possa fare anche Baricco, senza per questo dover essere in malafede. Forza Baricco e un mare di auguri agli autori che con Quindicilibri hanno la possibilità di esordire. perché checché se ne dica, esordire è tutt'altro che facile, almeno per la mia esperienza.

Pubblicato da: patrizia - 09.07.07 13:17

Non avevo capito bene. Da una lettura distratta e veloce dell'articolo 1 avevo capito che pubblicavano solo il primo libro e dopo, forse, un secondo. Ma in effetti non così non avrebbe avuto senso. Chiedo scusa agli interessati.

Pubblicato da: pulce - 09.07.07 13:22

Curioso che nessuno sia ancora intervenuto scrivendo:
"Per forza Mozzi difende l'operazione Quindicilibri perché c'è di mezzo Voltolini e con Voltolini ci ha fatto pure un libro, figuriamoci: è la solita conventicola".

Pubblicato da: Roberto Tossani - 09.07.07 13:29

Per quel che mi riguarda, ho deciso di non parlare più dei miei manoscritti. Cioè: lo faccio adesso a poi entro nel silenzio stampa! Manderò i miei manoscritti in giro come ho già fatto, come faccio e come farò e non dirò più una parola a riguardo, se piacciono, bene, se li amano, bene, sennò come dico pazienza. Oooooooh!

Pubblicato da: pulce - 09.07.07 13:35

Ecco.
La mia opinione su questa cosa l'ho già espressa qui nei commenti al post "Pulce...editor e critico", invitando tutti ad andare a vedersi lo sconcertante articolo. Le parole di Matteo De Simone mostrano un'operazione editoriale ancora più in malafede di quello che uno poteva immaginare, basta confrontare quello che dice De Simone e quello che scrive l'articolo del Venerdì facendo pubblicità nemmeno tanto occulta, e il lettore medio potrà capire che lo stanno nuovamente prendendo per i fondelli.
Ma a me non sconcerta Baricco, a me sconcertano le reazioni e i commenti. Il sostenere, di fronte all'evidenza,la buona fede e la normalità del tutto. Siamo un popolo senza dignità. Ci meritiamo quello che abbiamo, ogni peggior cosa. Anche il partito politico di Corona.
Da parte mia invierò al giornale in questione il seguente messaggio, il resto è tristezza:


Nel numero 1007 del Venerdì di Repubblica uscito in edicola il giorno 06/07/2007 è apparso uno sconcertante articolo intitolato Il “barbaro” Baricco inventa lo scrittore fai da te.
Mi rivolgo, in quanto scrittore, all’autrice dell’articolo, Brunella Schisa, e alla redazione del Venerdì per chiedere di rettificare il pensiero che trasmette questo articolo nei modi ritenuti più opportuni dal giornale. Lo chiedo in quanto, per quello che viene riportato e per il personaggio che riporta tali idee, si ingenerano nel lettore una serie di convinzioni false, non approfondite e in generale ingannevoli.

Da quindici anni sostengo in varie sedi opportune la stessa tesi che propone Baricco riguardante l’editing, ma non sono per niente contento di aver letto quello che ho letto.
I motivi sono i seguenti:
1. Il signor Alessandro Baricco è stato il primo in Italia a sistemizzare il processo di editing fondando la Scuola Holden e propugnando per anni l’idea che manipolare e riscrivere testi per qualsiasi fine in campo editoriale fosse una cosa giustificata e ottima. Prima di ciò l’editing era una pratica esistente ma basata sul rapporto personale tra scrittore e casa editrice mentre, grazie all’apporto sostanzioso di Baricco, questa pratica si è diffusa fino a diventare un “obbligo” editoriale. Questa realtà, dato che lo stesso Baricco ammette di essersi servito di un editor per il suo romanzo Castelli di Rabbia, non può non essere stigmatizzata se in seguito l’articolo attribuisce a Baricco stesso, che non ha saputo difendere la propria scrittura, il compito di mostrare a tutti come si deve fare, attribuendo patentini di genuinità letteraria con frasi come questa che riporto, copiandola dall’articolo in questione:

“In questi dodici anni ho visto passare diversa gente che ha scritto libri imperfetti e per questo motivo non ha trovato un editore; i più fortunati invece sono entrati nel frullatore degli editor, che hanno il compito di restituire una forma al testo, dargli un certo galateo, annullando le imperfezioni.”

Questa frase, equivoca, perché riferita alla Holden ma anche alle persone che Baricco ha visto passare nel campo editoriale da lui molto frequentato e gestito prima alla Rizzoli e ora alla Fandango, ingenera l’idea che quelli che hanno pubblicato e pubblicano debbano necessariamente farsi fare l’editing, tranne quelli che adesso pubblicherà Fandango come dichiarato poche righe prima dallo stesso Baricco. Questa informazione indotta, volontariamente o meno, è falsa e deve essere rettificata.
Mentre il signor Baricco faceva pubblicare i suoi studenti in varie case editrici proprio grazie all’editing, scrittori come me e molti altri rimanevano senza editore per anni proprio nella convinzione di non doversi piegare a questa pratica assurda e penalizzante.
Come scrittore che ha difeso i suoi libri per anni mentre il signore in questione si faceva fare editing e reggeva una scuola dove addirittura si insegnava a farlo, chiedo al vostro giornale di precisare che il signor Baricco ha cambiato completamente, nei fatti, idea, mentre l’articolo descrive le idee del signor Baricco come idee nuove di zecca (si legga in primis il titolo dell’articolo dove viene usata la parola inventa).

2. L’articolo dovrebbe contenere la dicitura INFORMAZIONE PUBBLICITARIA, in quanto dedicato non ad un libro o ad uno scrittore ma ad una collana di libri di prossima uscita (quindi al momento non giudicabile e non commentabile), e usa in maniera spregiudicata l’argomento dell’invenzione e della nuova idea per differenziarla da tutte le collane di libri esistenti. Viene inoltre sottolineato che le prime tre uscite di titoli saranno di libri scritti da studenti della Scuola Holden, società privata di cui il signor Baricco è socio fondatore. Fornisce quindi pubblicità indiretta ad una scuola di scrittura dove, in palese contraddizione e per definizione, si insegna a manipolare i testi spontanei e si diffonde un metodo di lavoro.

3. Come già detto, per anni io stesso non ho pubblicato libri per aver difeso in sedi pubbliche e private la mia scrittura dall’idea di doverla rendere omogenea al campo editoriale. Gradirei quindi che il vostro giornale precisasse, tramite i miei libri o quelli che più gli aggradano, che esistono libri, anche di esordienti, non sottoposti ad editing di alcun tipo.
Il mio primo libro è stato pubblicato quando avevo 22 anni (il libro è stato scritto tra i 18 e i 20) s’intitola OMISSIS (Theoria1997) e non ha subito nessuna forma di editing da parte dell’editore (chiedere a Giulio Mozzi al tempo responsabile della collana).
Il secondo OMISSIS(Theoria 1999) non ha subito nessun editing. (chiedere ad Ennio Montanari, responsabile di collana all’epoca)
Il terzo OMISSIS(Barbera editore 2006) non ha subito nessun editing. (chiedere a Gianluca Barbera, direttore editoriale di Lorenzo Barbera Editore)
Il quarto OMISSIS(Barbera Editore 2007) non ha subito nessun editing (chiedere sempre a Gianluca Barbera).

4. In conclusione mi auguro che il vostro attento giornale, rendendosi conto dell’enorme confusione e delle palesi contraddizioni che ha ingenerato codesto articolo di pessima informazione, ponga rimedio rendendo giustizia a chi non sguazza nel quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti. A chi non mercifica persone e cose a seconda del vento che tira e per interessi privati. Perché un giornale, in ogni campo ma in special modo quando parla di cultura, ha il dovere di informare in modo corretto e non superficiale i propri lettori.

Fiducioso che, anche senza fare pubblicità ai miei libri, sarete in grado di rettificare e precisare meglio le condizioni del campo editoriale e di diffondere pagine culturali dove tutti siano trattati con il dovuto rispetto e non santificati i costruttori e manipolatori di sistemi, mi aspetto di vedere presto un articolo riparatore che obnubili le falsità indotte dall’articolo in questione da voi pubblicato.

Pubblicato da: simone battig - 09.07.07 14:12

Circa ciò che scrive Simone Battig. Se per "editing" Simone intende: "Manomissione del testo da parte dell'editore per scopi di omologazione culturale e di appeal commeciale", confermo: il suo primo libro non ha subito alcun editing; così come in Italia, per quel che ne so, e sempre intendendo "editing" in quel senso, quasi nessun libro "vero" (cioè: escludendo i libri del cavolo, le raccolte di barzellette, le memorie della persona famosa che non sa neanche parlare, eccetera) subisce editing.

Dei due romanzi brevi che compongono il primo libro di Simone Battig, lui e io discutemmo a lungo in almeno due occasioni (vado a occhio: sono passati diversi anni). Il testo che Simone consegnò alla stampa non era identico al testo sul quale discutemmo. Nessun intervento sul testo fu compiuto, se non da Simone stesso.

Pubblicato da: giuliomozzi - 09.07.07 15:11

Caro Simone,
le tue argomentazioni sono tutte ottime, ma credo che tu abbia spostato il discorso. E' chiaro che ci sono editori che, senza sottolinearlo, scelgono di pubblicare un testo senza editarlo, ritenendolo già idoneo alla pubblicazione. E' sempre successo e credo che in italia accada più di quanto si pensi. Di Baricco si parla perché quel che fa lo fa in forma provocatoria, magari anche scardinando furbescamente il sistema che lui stesso ha posto in essere (anche se si tende a dare a Baricco più responsabilità di quante ne abbia in realtà). Questi però sono affari suoi. Baricco, nel suo lavoro, può fare quello che gli pare, compreso cambiare idea e sparigliare le sue stesse carte. Quel che a me sembra discutibile è il fatto che siano chiamati in causa autori esordienti. Autori, di talento, scelti non per aver mostrato quel talento, ma per averlo solo fatto annusare. Autori che si suppone non ancora idonei alla pubblicazione, secondo presunte leggi del sistema editoriale e che verrebbero "salvati" (e messi in una riserva, o meglio: in una gabbia d'osservazione) dalla nuova collana. E' inutile e vezzosa l'idea di prendere talenti ancora acerbi ed esporli impudicamente al rischio del mercato. L'azione sarebbe molto più interessante e istruttiva se i quindici libri in questione fossero testi inediti mai pubblicati e mai editati di scrittori come Camilleri, Veronesi, Ammanniti, Lucarelli e perché no, dello stesso Baricco. In questo modo, invece, gli esordienti diventano strumento di un'operazione culturale e commerciale al cui vertice restano sempre e comunque Baricco e i suoi (a mio avviso, lo ribadisco, interessanti) esperimenti (o meglio: rischi calcolati). C'è una piccola disonestà, in questo, ma non è quella di cui parli tu. E' invece quella che fa leva sulla "debolezza" dello scrittore esordiente, per il quale quel che conta è pubblicare, pubblicare prima di tutto, e far parlare di sé. Debolezza che prevede un crollo delle facoltà critiche, di fronte alla quale è facilissimo vacillare, specialmente se la lusinga viene da un direttore editoriale prestigioso.I libri di questi esordienti, nel caso presente, sono meno importanti della collana che li raccoglie.

Pubblicato da: matteo de simone - 09.07.07 15:24

Il problema qui si chiama: autoreferenzialità. Se Baricco&Voltolini non toccano e pubblicano testi provenienti da ex allievi Holden, cosa stanno DAVVERO comunicando?

Sul discorso della collana chiusa: e se gli autori geniali fossero meno di quindici? Il programma di ricerca deve prevedere mezzi adatti alla sua realizzazione. Ricercare 15 nuovi autori mi sembra un programma buffo, pubblicare 15 libri un mezzo poco adatto a ricercare nuovi autori in generale.
Qui mi sembra piuttosto un caso tipo: dobbiamo spendere 'sti soldi che ci hanno dato un contributo di tot. Vendiamola bene.

Pubblicato da: Troppo cattivo? - 09.07.07 15:51

@ matteo de simone

Hai ragione. Un po' ho spostato l'obiettivo, perché spesso ho l'impressione che continuando a discutere vari episodi collegati a vari eventi da punti di vista soggettivi si continui ad ignorare che c'è un contesto sistematico che condiziona tutti gli eventi al suo interno. Per essere più chiaro: ho l'impressione che le forme di vita dentro il campo letterario non si ammalino perché nascono malate ma perché l'ambiente in cui vivono le infetta e loro non fanno niente per vaccinarsi. Io risolverei prima di tutto i problemi relativi all'ambiente, prima di considerare e curare i singoli casi.
Questo non vuol dire che io non sia perfettamente d'accordo con le argomentazioni e gli spunti di riflessione che qui hai proposto. Li condivido e non avevo niente da aggiungervi.
Rimango solo esterefatto dall'abitudine dei lettori (quali tutti qui siamo, spero) ad accettare supinamente queste, scusate l'espressione, gran stronzate che continuano a propinarci su ogni mezzo di comunicazione.

@ giulio

Anche tagliare una pagina o venticinque, come è stato fatto per Piperno, è editing. Del tipo che non condivido.
Per il resto ricordi male. I due romanzi brevi che compongono il mio primo libro (e questa fu una tua decisione, che spettava a te e che io ho condiviso in toto) sono identici ai MANOSCRITTI ORIGINALI che ancora conservo. Forse ricordi di aver letto a Transeuropa solo "una parte" del primo romanzo, come era stato chiesto dall'editore di inviare.
A libro stampato (con qualche refuso di troppo), al telefono dicesti "Ho spostato una virgola", io ti risposi "No, non è vero". E questo è tutto.

Pubblicato da: simone battig - 09.07.07 15:53

Mah, scusate la mia ingenuità. Non mi sento all'altezza di poter contribuire ulteriormente alla discussione perché evidentemente, essendo fuori dalle logiche autoriali, editoriali,..., non so bene di cosa state parlando, almeno mi sembra così. Solo una domanda mi sorge spontanea leggendo l'articolo che Simone Battig manderà a Repubblica: ma perché tanta bile? Ti (scusa il "tu") hanno fatto così tanto male?

Pubblicato da: patrizia - 09.07.07 16:02

Mi ripeto. Se vogliamo dare alla parola "editing" il significato di "Manomissione del testo da parte dell'editore per scopi di omologazione culturale e di appeal commeciale", credo che in Italia i casi di "editing" siano rarissimi.
I miei libri numero uno, due, tre e cinque sono stati stampati dall'editore tali e quali io li avevo presentati. Il numero quattro è passato per le mani di un editor (Dalia Oggero, in Einaudi), che mi ha proposte molte osservazioni assai sensate (delle quali, in tutta libertà, ho tenuto conto).
I libri che sono stati pubblicati in questi ultimi sei danni da Sironi sono tutti passati attraverso un accurato lavoro di editing, ossia: sono state fatte all'autore tutte le osservazioni che si riteneva opportuno fare, si è discusso con lui, dopodiché l'autore ha fatto esattamente ciò che gli pareva: tenendo conto delle osservazioni e delle discussioni, oppure non tenendone conto.
Sospetto, Simone, che ciò che tu rivendichi, ossia il riconoscimento all'autore di un potere assoluto sul testo, sia ciò che praticamente nessuno mette in discussione.

Pubblicato da: giuliomozzi - 09.07.07 16:31

Patrizia, ci si potrebbe anche domandare: perché tutto questo entusiasmo per questo progetto da parte del "Venerdì" di "Repubblica"? (Che non brilla certo per attenzione nei confronti dei libri d'esordio).

Pubblicato da: giuliomozzi - 09.07.07 16:56

I Quindicilibri probabilmente venderanno molte copie. Ma io non sarò tra i loro acquirenti. Non andrò a comprare un prodotto non finito, così come non comprerei un abito con le cuciture storte, l'accostamento dei colori scelto male, magari qualche bottone mancante.
Così come non comprerei un automobile con le 4 gomme messe quasi a caso, di marca e tipo diverso, o con gli spigoli vivi e non lavorati sul cruscotto, o con i sedili solo per metà imbottiti.
Così come non comprerei un computer... ok, nello specifico dei computer esiste il modding, la passione di alcuni per la trasformazione e l'elaborazione. Un computer funziona anche a pancia aperta, con la piastra verde bella in vista, i cablaggi tenuti insieme con lo scotch, il monitor anteguerra a fosfori e la tastiera non inscatolata. Sì, può funzionare anche così. Ma se io sono un fabbricante di computer e ho rispetto per il mio pubblico, cerco di vendergli un prodotto fatto bene. Rifinito, se non altro.

E se non comprando quei libri mi perdessi la possibilità di leggere dei capolavori? Be', questo rischio esiste. Esiste sempre, in realtà. Chissà quante volte ho rischiato di incontrare l'illuminazione, ma non l'ho fatto per motivi assolutamente futili. La mia unica scusante è che continuo a cercarla, cercando le vene che mi paiono più feconde ed evitando di perdere tempo con quello che mi paiono (per i motivi più diversi) sterili.

Guido Tedoldi

Pubblicato da: Guido Tedoldi - 09.07.07 17:13

'Na cacchiata. Amen.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 09.07.07 21:39

Ho seguito un po' distrattamente questa cosa dei 15 (nel senso che ho letto un paio di articoli e amen), e adesso leggere questo tuo pezzo mi lascia abbastanza strabiliato, caro Giulio, perché mi sfugge il collegamento tra i 15, pubblicati, a quanto si dice, grezzi, e l'ultima opera del Baricco, che sarebbero gli stessi 15. Baricco si esprime e scrive attraverso essi? La collettività dell'unico romanzo si configura attraverso la scelta? Cioè è la scelta che fa il romanzo?

Pubblicato da: mauro baldrati - 09.07.07 22:01

off, mi scuso con l'autore, infatti il pezzo non è di Giulio ma di Matteo.

Pubblicato da: mauro baldrati - 09.07.07 22:04

'Na cacchiata perché non dà visibilità a nessun autore. E come è già stato detto gli autori saranno solo delle cavie per il prossimo libro di Baricco. Una abitudine che pare gli frutti bene, già con I Barbari.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 09.07.07 22:22

Per Guido Tedoldi. "Non andrò a comprare un prodotto non finito", dici. Però, se comprerai altri libri, comprerai "prodotti" che non sai se sono "finiti" o no: visto che - in linea di massima - non hai modo di sapere se quei libri hanno o non hanno attraversato un lavoro di editing.
Dei miei cinque libri di racconti, ad esempio, quattro non hanno avuto alcun editing. Né l'hanno avuto i libri di Simone Battig.

Definire "non finito" un libro del quale si sa che non ha attraversato un lavoro di editing mi pare un'esagerazione. Ne conseguirebbe che dovremmo considerare "non finiti" la Divina commedia e I Malavoglia, Madame Bovary e Moby-Dick.

Pubblicato da: giuliomozzi - 09.07.07 22:30

@ giulio

Hai ragione.
A parole nessuno mette in discussione ciò che io rivendico, cioè il potere assoluto di uno scrittore sul proprio scritto. Ma quando uno scrittore chiede poi che il suo scritto sia pubblicato e letto tutto cambia. Se tu facessi un questionario anonimo come quello che hai proposto di recente, avente per tema le richieste di "manipolazione" fatte da editori a scrittori ne verrebbero fuori delle belle. Dico anonimo perché, sfortunatamente, la maggior parte di chi scrive, non avendo altra motivazione che pubblicare, cede a queste richieste (come dice di aver fatto anche Baricco..il 40% di modifiche del testo ha quantificato...metà libro) pur di vedere il suo nome su un libro, e poi diventa organico al sistema editoriale e perpetra certi comportamenti come opportuni e saggi. E vuole pure insegnarti a vivere.

@ patrizia

Non confondere le cose. La mia storia personale è mia, ma quella che tu chiami "bile" è semplicemente indignazione. In questo paese non c'è più traccia di persone che abbiano capacità di indignazione. Siete tutti SPETTATORI, che poi scambiano la difesa dell'onestà per invidia, acrimonia o risentimento. Che qui, e non in televisione, uno come me si senta chiedere se sputa bile perché gli è stato fatto del male certifica che Maria de Filippi ha bruciato il cervello a parecchia gente. E non mi riferisco a te, Patrizia, mi riferisco di nuovo al fatto che l'ambiente è talmente inquinato che nessuna discussione è immune dai modelli di ragionamento che abbiamo assorbito negli ultimi vent'anni.
Io sono sempre dell'idea che è l'esempio che conta, non le intenzioni e i buoni propositi, ed è anche per questo che difendo la mia scrittura, perché difendo me stesso e tutti i libri che vorrei leggere oggi e domani. E' semplice.
La mia lettera è stata inviata come segnalazione anche all'antitrust, all'indirizzo antitrust@agcom.it
Invito tutti a fare la stessa segnalazione, per lo meno per condannare la pubblicità mascherata sulle pagine culturali. Per fare questo non serve condividere tutti i miei pensieri sull'editoria, basta essere cittadini, o no?
Mi scuso con Giulio per tutto lo spazio che occupo qui, non era mia intenzione, quindi non risponderò più. Per tutto il resto la mia mail è pubblica.

Pubblicato da: simone battig - 10.07.07 10:02

L'Orlando Furioso ha avuto un bell'editing;-) e I promessi sposi? Per non parlare dei testi teatrali, dico. Non è un'invenzione americana, l'editing. Se il libro che viene fuori alla fine è come l'autore pensa debba essere, il resto è fuffa. Se gli hanno detto, guarda secondo me è meglio senza quelle 50 pagine e lui le ha tolte, sono problemi suoi. Non di quello che gliel'ha consigliato. Comincio a pensare che non sia da parlare di chi fa editing, ma di chi l'accetta. Allora diventa un problema tutto interno a chi scrive. L'importante è che il prodotto finale non sia disconosciuto da chi l'ha scritto perché ha subito troppo editing per essere pubblicato. Chi l'ha scritto poteva benissimo non accettarlo. Poi, non è uno scandalo modificare uno scritto, se si sente che può essere migliorato. Anche con l'aiuto di altre persone.

Pubblicato da: andrea branco - 10.07.07 10:15

@ giulio
certo, giulio, ma allora le domande da farsi sono moltissime.

@ simone

condivido ogni parola circa l'essere spettatori senza indignazione. e sono convinta che l'unico modo per provare a cambiare qualcosa è agire ciascuno nel suo piccolo con gesti e azioni "giuste" per quel che può, sperando che tanti piccoli esempi cambino pian piano le coscienze. Quello che osservavo è che troppa ira mette chi agisce in una situazione di debolezza e rischia di non fargli mettere a segno l'azione. Mica solo di baricco e di repubblica c'è da indignarsi e dicendo questo non metto tutto ciecamente nel calderone. è che allora il discorso deve tornare a monte. Tanti di quelli che del mondo editoriale fanno parte e che scrivono anche in questa sede sono sicuri di appartenere a logiche diverse da quelle di baricco e repubblica? io vedo gente così attaccata alla propria poltroncina che da un momento all'altro non ti saluta neanche più per paura di perdere qualche privilegio. Insomma, secondo me il mondo editoriale è marcio come tanti altri, scagliarsi con tanta forza contro baricco o il venerdì di repubblica non colpisce il bersaglio.

patrizia

Pubblicato da: patrizia - 10.07.07 10:26

Sono d'accordo. Non siamo più abituati ad indignarci e al contrario ci siamo abituati a fare quel che ci dicono. Siamo proprio diventati spettatori di tutto, perfino della nostra stessa esistenza.

Pubblicato da: pulce - 10.07.07 13:03

non capisco per quale motivo il progetto 'quindicilibri' venga visto in maniera così negativa... e lo dice uno che per Baricco non ha particolare simpatia (nè letteraria nè 'a pelle'). Penso che Baricco o chi per lui vaglierà - immagino con attenzione e serietà - i lavori proposti e/o quelli di cui sarà in possesso tramite vari canali, sceglierà per la pubblicazione quelli ritenuti per uno o più aspetti meritevoli e farà in modo, con gli strumenti di marketing in possesso, di venderne più copie possibili. Che cosa c'è di così 'malefico'? Il fatto che eviterà per queste opere l'editing? Mah. Confido che sceglierà dei lavori che non ne avranno bisogno. D'altronde (lo stesso Mozzi l'ha scritto) la stessa cosa accade (o meglio può accadere) normalmente per altri libri presso altri editori. E se con la Holden si è sempre comportato in maniera diametralmente opposta, ok, avrà preso ora una direzione differente. La coerenza obbligata è malattia degli imbecilli. E perchè poi secondo Matteo De Simone "agli autori non sarà permesso di essere autori, ma inevitabilmente piccole cavie"? Anzi, credo che per gli autori pubblicati tutto questo non potrà che essere un trampolino di lancio invidiato, per svariate ragioni. Poi, come si suol dire, se son rose fioriranno. Se tra questi lavori pubblicati ci saranno una o più opere interessanti, venderanno bene e i rispettivi autori ne beneficeranno. In caso contrario, è probabile che sia i libri sia gli autori cadranno presto nel dimenticatoio. Il ritorno di immagine di Baricco? Sì, i riflettori saranno inizialmente puntati su di lui (sicuramente in misura maggiore - e paradossalmente - rispetto agli autori), ma poi il tempo è galantuomo: se qualche libro potrà emergere, per merito, lo farà senza dubbio.

Pubblicato da: Doors - 10.07.07 14:51

"1. La collana pubblica solo primi e, occasionalmente, secondi libri"
Ribadisco che secondo me - dopo aver letto, questa volta, bene - un'operazione di questo tipo andava fatta coerentemente fino in fondo: o primi o secondi. Di fatto, ognuno fa quello che vuole. Nessuno può dire ad un altro cosa deve o non deve fare. Detto questo, detto tutto.

Pubblicato da: pulce - 10.07.07 17:35

@ Giulio Mozzi
Nel tuo commento pubblicato il 9 luglio alle 22:30 dici: «Definire "non finito" un libro del quale si sa che non ha attraversato un lavoro di editing mi pare un'esagerazione. Ne conseguirebbe che dovremmo considerare "non finiti" la Divina commedia e I Malavoglia, Madame Bovary e Moby-Dick».
In effetti i libri che citi sono capolavori, e affermare (come ho fatto) che non siano finiti perché non hanno ricevuto un editing esterno rispetto a quello già apportato dagli autori, è azzardato.
Osservo però che i libri da te citati sono stati scritti in epoche, diciamo così (utilizzo una definizione unica per inglobare sistemi talvolta radicalmente diversi tra loro) preindustriali. Autori come Dante o come Verga agivano in contesti professionali artigianali, in cui la specializzazione del lavoro era molto meno marcata di quanto sia accaduto in seguito, e di quanto stia accadendo ancora oggi. Se da un lato è vero che Dante abbia dato alle... ehm, stampe (Guthenberg sarebbe venuto qualche decennio dopo, in effetti) un prodotto esclusivamente frutto del proprio lavoro, è anche vero che nel Clic della sua epoca non erano previste figure come gli editor, o degli addetti ai rapporti con la stampa, o dei distributori alle librerie.
Il passaggio da logiche artigianali a logiche industriali ha fatto sì che i singoli abbiano perso il controllo sull'intera filiera di lavorazione dei loro prodotti. E se questo da un lato è svantaggioso perché si è perso un po' il concetto della «cura», o addirittura di «passione» per quello che si fa (in termini industriali si parla oggi di «qualità», ma non è propriamente la stessa cosa) dall'altro lato ha avuto l'ambizione di rendere ogni passaggio migliore perché affidato a specialisti.

In ambito industriale è quindi ovvio che i prodotti, anche quelli artistici, siano «opere collettive dell'ingegno». Lo sono per esempio (è addirittura la legge italiana che li definisce così) i giornali. Lo sono, per fare un altro esempio, i prodotti cinematografici.
Ma se per un film è chiaro l'ambito del discorso (il cinema è nato in un'epoca in cui la logica industriale era già in pratica affermata) per un libro non lo è. La letteratura ha una storia lunga e gloriosa alle spalle, un retaggio artigianale che non si può ignorare.
Oggi è possibilissimo che un autore mandi alle stampe quello che ha scritto, non una virgola cambiata. Alcuni partecipanti a questa discussione, Mozzi compreso, hanno ricordato casi in cui è successo a loro in prima persona. E c'è anche l'esempio di Oriana Fallaci, che grazie al proprio carisma di grande scrittrice ha piegato come voleva lei le logiche industriali di un'opera collettiva dell'ingegno come il Corriere della Sera (con quella sua controversa invettiva contro l'Islam pubblicata nei giorni successivi all'11 settembre 2001).
Tuttavia, per chi non ha il carisma di una Fallaci, quasi sempre (faccio di tutte l'erbe un fascio, metodo che ha successo spesso ma non sempre) interventi esterni sono salutari. La stessa Fallaci il suo carisma se l'è costruito in anni di attività, in anni di credibilità conquistata riga per riga scritta.

Guido Tedoldi

Pubblicato da: Guido Tedoldi - 10.07.07 17:44

@ Guido
Secondo te sarebbe legittima la richiesta di un autore di non avere alcun tipo di editing?

Pubblicato da: pulce - 10.07.07 17:54

cito (da: Com'è fatta una poesia?, di Nicola Gardini, Sironi. scusate il non premeditato pro domo mea, ma l'ho appena letto e mi cade troppo a fagiolo). «Un caso eclatante di selettività poetica, nel Novecento, è Waste Land di T.S. Eliot. Pound, come sappiamo, sottopose il testo a una severa revisione. Il troppo, in poesia, è inammissibile. Il manoscritto si coprì di freghi e di cancellature. Molti passi furono espunti. La seconda parte diventò l’incipit – il celebre incipit. Il passo di Fleba Fenicio (la quarta parte di Waste Land), una decina di versi, è il risultato di una sottrazione di ottantadue versi (bad, cioè “brutto”, diceva a margine la nota di Pound).» qualcuno vuole dire che Eliot non è in tutto e per tutto autore del suo poema? a me pare che, nell'oscuro timore di non riesco a capire cosa, in questa discussione si stia scivolando in una sorta di autismo dell'autore, di delirio di onnipotenza... ma io credo che l'autore che pubblica non sia una monade, tant'è che con tutte le sue forze si inserisce in un ecosistema, in cui la sua voce e l'orecchio del lettore hanno pari e cruciale importanza. in mezzo c'è l'editore (figura plurale di varie professionalità) che è una sorta di trombetta acustica. sono sconcertata dalla vera e propria ostilità che a volte si legge tra le righe degli interventi. credevo che editor ed autori lavorassero insieme per uno scopo comune. ma quello che davvero mi sorprende è la totale assenza della preoccupazione, amichevole, per il lettore. ma scrivere è un atto masturbatorio o è anche un atto relazionale?

Pubblicato da: paolab. - 10.07.07 18:11

Simpatico e illuminante l'esempio portato da Guido Tedoldi. Uno può avere tutto il carisma che vuole, conquistare la propria credibilità riga per riga, ma quando a pagina 27 del suo "Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci" la signora arriva a sostenere che i cristiani maroniti venivano crocefissi dai musulmani DOPO che questi gli avevano tagliato gli arti, (letterale: pensi ai mussulmani che in Libano crucifiggevano i cristiani maroniti. Dopo avergli mozzato gli arti e cavato gli occhi, bada bene."), beh, allora tutto il discorso sull'editing acquista un significato ben preciso. Di fronte a errori marchiani come questi non c'è carisma che tenga, mi sto ancora chiedendo come si possa crocefiggere qualcuno dopo avergli mozzato gli arti. Forse chi scrive è davvero troppo immerso nel proprio testo per accorgersi degli errori, correggerli, o anche soltanto per migliorarne la forma.

Pubblicato da: Carlo Cannella - 10.07.07 18:16

Qualcuno ha detto che scrivere è scendere dentro se stessi. Dunque un autore scende dentro se stesso, e trova quel che trova, poi risale in superficie e scrive quel che ha trovato. Dov'è la relazione?

Pubblicato da: pulce - 10.07.07 18:31

Scusate l'interruzione, ma siccome lì da noi abbiamo tirato in ballo questo post e i precedenti, nonché alcuni commenti degli astanti, per correttezza metto qui il link:

http://www.untitlededitori.com/adr/2007/7/10/derive-e-ammuina.html

Pubblicato da: untitled io - 10.07.07 18:42

aggiungo: con chi è la relazione?

Pubblicato da: pulce - 10.07.07 19:09

mi vengono dei pensieri irreprimibili: ma Guido Tedoldi è Marco Candida?

Gaber, in una delle sue opere ingiustamente misconosciute, cantava: "mi sono fatto da me, mi sono fatto da me, mi sono fatto di mm....".

non dimentichiamo che un'opera come la Divina Commedia è passata attraverso più editing di tutte le opere contemporanee: basta pensare agli innumerevoli codici, alle correzioni dei copisti della più varia estrazione ecc.

ho il dubbio che il solo Italo Calvino potesse fare a meno dell'editing, in quanto maniaco delle correzioni, come spiega bene in "Se una notte d'inverno un viaggiatore", e come si evince dalla sua lingua praticamente perfetta.

Pubblicato da: fabrizio - 10.07.07 19:21

Non confondete i termini della questione.
L'autore non si fa da sé. Non collegate le due cose. Una cosa è l'unicità dell'autore; un'altra è la sua formazione.
Detto questo, sul seguito direi: Non mi piaciono i giudizi inutili sulle persone; nulla di che, s'intende; non mi pare il caso di attribuire mm.. ad alcuno. I giudizi personali, per cortesia, lasciamoli fuori dalla discussione, altrimenti non si arriva al nocciolo della questione.
Si è parlato di relazione dell'autore. Domanda: dov'è la relazione? Con chi è la relazione?

Pubblicato da: pulce - 10.07.07 19:33

ehi, non ho attribuito niente a nessuno e tantomeno giudicato:-)
la citazione gaberiana serve a demitizzare l'assolutezza dell'opera, neh!

Pubblicato da: fabrizio - 10.07.07 19:55

"trova quel che trova, poi risale in superficie e scrive quel che ha trovato. Dov'è la relazione?"

nello "scrive".

Pubblicato da: Fabio Carpina - 10.07.07 19:56

Ma l'opera è assuluta in quanto è una cosa unica.

Pubblicato da: pulce - 10.07.07 19:59

@ Fabio.
Completa la tua risposta.
Con chi è la relazione?

Pubblicato da: pulce - 10.07.07 20:01

Il problema dell'editing, a volte, è che è un condizionamento della contingenza su un'opera che mira all'eternità, e scusate le parole roboanti ma è per spiegarmi meglio e semplicemente.

Spesso da una parte c'è un professionista tecnico e dall'altra un'artista (se buono o pessimo è da valutare, ma non conta ai fini del discorso; se non è un'artista... che ce ne frega degli effetti dell'editing?!?).

L'esempio di Dante è calzante, ma non tanto per l'effetto "editing" della tradizione manoscritta, che si può comunque apprezzare soltanto leggendo una edizione critica. Se andate invece a vedere le "correzioni" che Bembo (dico Bembo, mica Cincella dell'Aiazzi!) avrebbe apportato alla Divina Commedia, c'è da impaurirsi al pensiero di cosa avrebbe potuto diventare la Commedia sottoposta al vaglio di un umanista "professionista"! E' vero che si parla di secoli di diversi ma è per dire che anche ad altro livello, l'incontri di due intelligenze anche altissima ma "programmate" per fare cose diverse difficilmente è privo di conseguenze.

Altra questione è un editing non invasivo, bensì un confronto su alcuni aspetti del testo corredato di consigli su cui l'autore deciderà in indipendenza. Per quello, però, a volte basterebbe avere qualche amico (scrittore o lettore) intelligente e sincero. E l'editor potrebbe tranquillamente essere considerato un amico in più . Nella mia personale esperienza (nel mio immensamente piccolo rispetto a questi livelli) confrontarmi con persone competenti prima della pubblicazione è sempre stata un'occasione proficua di approfondimento delle ragioni di ogni singola parola e della sua necessità. Capisco che qualche fortunato più dotato possa anche non averne bisogno. In ogni caso dovrebbe essere lo scrittore a valutare autonomamente il tipo di intervento che è disposto a sopportare e l'editore a valutare se può accettare il testo che ne consegue.

Un altro caso interessante fu il primo romanzo di Parise "Il ragazzo morto e le comete", che Neri Pozza mando in stampa accompagnato da una nota in cui l'editore stigmatizzava "l'ostinazione spavalda" con cui Parise aveva rifiutato gli interventi di editing da lui consigliati, "per togliere storture ed errori".

Per quanto riguarda, infine, l'origine della discussione, non ho letto l'articolo su Repubblica ma il post di De Simone, mi sembra nutrito di opinioni personali e pregiudizi, che per quanto siano condivisibili rimangono tali perché esposti senza fondamenti che non siano soggettivi. A tal proposito permettetemi di esprimere un certo fastidio nel vedere opinioni che anch'io condivido esposte in modo così poco scientifico nella sostanza tanto quanto vorrebbero apparire logiche, esaustive e assertive. Per spiegarmi, lo stesso fastidio che ho provato vedendo Fahreneit 9/11.

Pubblicato da: Martino - 10.07.07 21:23

Scusate, ma il problema qual è? l'editing, l'autore, il relatore,Baricco, lo sgomitare per farsi notare? altro? (mo' anche questo è un sondaggio :)) A me piacerebbe sapere, invece, come sono stati reclutati iQuindici. Pardòn, i quindici. Quanti vengono dalla scuola holden? tre? dieci? tutti? Quali sono i criteri per pubblicarli? C'è un progetto oltre alla mossa commerciale e alla strategia pubblicitaria? (niente in contrario a vendere libri, d'altronde)Dice: e chiedilo a Baricco, no? Appunto. Qui in vibrisse non si doveva fare un'inchiesta su come si entra nel clic? Non si dovevano scoprire come funzionano i meccanismi di cooptazione? Dobbiamo stare a leggere il Venerdì di Repubblica per poi farci su delle pippe?

Pubblicato da: caracaterina - 10.07.07 21:58

per mauro baldrati, che numerosi commenti fa ha scritto: "[...]mi sfugge il collegamento tra i 15, pubblicati, a quanto si dice, grezzi, e l'ultima opera del Baricco, che sarebbero gli stessi 15. Baricco si esprime e scrive attraverso essi? La collettività dell'unico romanzo si configura attraverso la scelta? Cioè è la scelta che fa il romanzo?"

in realtà non ho parlato di "romanzo", ma soltanto di "opera" e di "libro".

"Baricco si esprime [...] attraverso essi?"

Esatto, intendevo qualcosa del genere.

per doors:

Ho parlato di scrittori "cavie" in senso chiaramente provocatorio. L'idea, come ho già detto, di pubblicare libri non editati dichiarandolo apertamente, inverte le regole di un sistema che lo stesso Baricco ha contribuito a costruire (come ricorda Simone Battig). Questo, preso nell'insieme (costruire un sistema e poi disfarlo a piacimento invertendone la tendenza) è vero talento commerciale. Uno, e non il meno importante, fra i talenti che Baricco possiede. Fin qui, spero che sia ormai chiaro, non c'è niente di riprovevole. Anzi, grazie a questo talento, Baricco è capace da sempre di muovere grandi e importanti operazioni culturali. I punti però sono due: 1 - per il modo in cui è stata realizzata, Quindicilibri risulta un'operazione targata Baricco e gli autori che ne faranno parte porteranno in fronte la targa Baricco. 2 - parlo di targa Baricco perché l'operazione è dedicata a scrittori esordienti, scrittori ancora privi di un proprio pubblico. In questo modo, Baricco ha conservato la paternità dell'idea e insieme la paternità degli autori (cosa che non sarebbe successa pubblicando primi romanzi inediti e ineditati di autori largamente affermati). Se il pubblico si avvicinerà agli esordienti di Quindicilibri sarà così alla ricerca di almeno un briciolo del gene Baricco, quella proprietà unica che distingue le opere (e le operazioni) di Alessandro Baricco. Operazione che per giunta, in questo caso, come abbiamo ormai svelato nel corso di questo dibattito, si fonda su una premessa corretta solo in teoria. Su un luogo comunque piuttosto trito e ritrito: quello del genio rifiutato in prima battuta o massacrato da editor macellai. Nella pratica diffusa, lo abbiamo scoperto, in Italia gli editor non lavorano mai o quasi mai contro l'autore, bensì per l'autore e, in ogni caso, in accordo con l'autore. Di Quindicilibri, dunque, non c'era affatto bisogno. La mia perplessità si rivolge quindi a una realizzazione che espone pubblicamente talenti ancora fragili e imperfetti, "scoprendoli" nel vero senso del termine. Nel senso tradizionale, infatti, Quindicilibri, in realtà, li "copre".
Naturalmente, in quello che dico c'è della malafede e lo confesso: infatti traduco l'aggettivo "imperfetto" come sinonimo di "debolezza", per portare acqua al mio mulino, mentre so bene che Baricco, quando parla di imperfezione, intende un punto di forza. Baricco cerca "il naso storto di Marlon Brando". Ma in questo è esattamente, niente di più, niente di meno di ogni buon editore e ogni buon editordi questo Paese. D'Europa. E del mondo.

Pubblicato da: matteo de simone - 10.07.07 22:19

@ Pulce

Nel tuo commento pubblicato il 10 luglio alle 17:54 mi domandi se considero legittima la richiesta di un autore di non avere nessun tipo di editing. Sì, la considero legittima. Così come considero legittima la richiesta dell'editore, invece, di sottoporre il testo ad adeguata revisione.

Personalmente, quando mi sono trovato nella condizione di essere un «editore», ho praticamente sempre chiesto agli autori di rielaborare i testi che mandavano in redazione.
Ho messo il termine editore tra virgolette perché la mia non era un'attività economica: facevo parte della triade (pomposamente ci chiamavamo Trimurti, come gli dei principali del pantheon indù) di direzione di una fanzine letteraria. Ero poco più che adolescente, così come i miei compari, e sapevo pochissimo del mestiere editoriale. Tuttavia, rispetto al materiale che arrivava in redazione, ero regolarmente il più critico. Moltissime delle cose che ci arrivavano (racconti e poesie soprattutto, ma anche articoli di critica e recensioni) non mi piacevano. Mi sembravano brutte, spesso, ma qualche volta solo imperfette. E mi è capitato di rispondere agli autori chiedendo una revisione e cercando di argomentare le mie perplessità.
Quasi mai ho ricevuto risposta, e quelle che arrivavano esprimevano vibrate proteste riguardo al mio diritto di metter bocca nel processo creativo altrui. Una sola volta mi è capitato che un autore riguardasse il suo testo tenendo conto delle mie indicazioni. Probabilmente gli autori che rifiutavano percepivano la mia inesperienza.

Peraltro, che fossi inesperto, lo sapevo da me. Così come sapevo che l'esperienza non protegge in assoluto dal commettere errori.
Ma, pur sapendo di poter sbagliare, volevo lo stesso metter bocca nel processo creativo altrui? Sì. Perché l'autore ha delle motivazioni e delle aspettative riguardo al testo che ha scritto. Ma l'editore ha pure lui delle intenzioni riguardo ai testi che riceve. Per la mia rivista avevo degli obiettivi, e scrivevo testi che pensavo mi facessero avvicinare a quell'obiettivo. Anche gli altri della Trimurti avevano le loro aspettative, e con quelle in mente scrivevano i loro testi.
Così capitava che alcuni testi che ricevevamo, e che a me non piacevano, venivano pubblicati lo stesso. Eravamo una Trimurti democratica. Stavamo producendo una opera collettiva dell'ingegno.

Ma la mia è una testimonianza statisticamente irrilevante. Là fuori c'è un Clic vastissimo, dove potrebbero succedere cose del tutto diverse.

Guido Tedoldi

P.S. Non sono Marco Candida. Una mia rubrica è ospitata sul suo blog.

Pubblicato da: Guido Tedoldi - 10.07.07 23:16

pulce, se la relazione sta nello "scrivere", la relazione è con chi legge. chiunque egli sia.

Pubblicato da: Fabio Carpina - 11.07.07 10:01

@pulce. scusa, non ho letto per un po'. la prima relazione è con il lettore e tale relazione si svolge in tutto il "processo" di scrittura, dal momento in cui si concepisce al momento in cui si scrive al momento in cui si rivede, perfino al momento in cui si butta via. ogni scrittore ha il suo lettore cosiddetto "ideale" al quale la sua urgenza di comunicare si rapporta in attesa che sorga la relazione con il lettore reale. forse ti parrà banale, ma io credo sia così.
@ martino. scrivi: «Per quello, però, a volte basterebbe avere qualche amico (scrittore o lettore) intelligente e sincero.» non credo. questa è una professione. si impara. i dilettanti possono essere molto acuti e colti, ma il mestiere si impara.
infine, forse, per dirimere la questione basterebbe cambiare vocaboli? vedo che in questa comunità il termine editing non ha più valenza neutra, tecnica, ma ha preso un'accezione intrinsecamente negativa: "intervento esterno su di un testo che stravolge - poco o tanto - il medesimo testo per fini estranei al testo in questione, di solito a scopo di lucro". allora usiamo un'altra definizione, con la quale si intenda "il lavoro di lettura 'commentata' di un testo da parte di un professionista in rapporto dialogico con l'autore". scopo di questo rapporto è richiamare l'autore a un "di più" di consapevolezza rispetto alla propria opera.
infine, chiedo: la faccenda di eliot e pound (vedi mio comemnto sopra) non vi solleva qualche domanda? io l'ho trovata parecchio interessante (essere eliot e vedersi "bad" scritto da pound... sorbole!)

Pubblicato da: paolab. - 11.07.07 10:07

@ Martino
Perché sostieni che la D. C. sia stata fatta oggetto di editing? Sei sicuro che la notizia è attendibile?

@ Guido
Sei libero di fare come credi. Da qui a dire che deve essere così, ce ne passa.

@ Fabio
il lettore può intervenire su un testo letterario?

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 10:16

@ Paolab.
Dici: "scopo di questo rapporto è richiamare l'autore a un "di più" di consapevolezza rispetto alla propria opera.".

E' proprio ciò che dico: non è possibile. Hai un'idea sbagliata dell'editing.

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 10:20

"questa è una professione. si impara. i dilettanti possono essere molto acuti e colti, ma il mestiere si impara."

beh, insomma, detta così la cosa è un bel po' vaga. cosa distingue il dilettante acuto e colto dal professionista? a occhio direi: che uno è pagato e l'altro no. Naturalmente si viene pagati perché chi ci paga ci riconosce una competenza, e una utilità: ma questo riconduce tutta la questione a CHI paga, e soprattutto perché...

Pubblicato da: Fabio Carpina - 11.07.07 10:26

"@ Fabio
il lettore può intervenire su un testo letterario?"

pulce, è questa la domanda giusta? cioè: che il lettore possa o meno intervenire direttamente sul testo letterario, ha effetto sulla natura di "relazione" del testo letterario stesso?

Ti giro la domanda: ammesso che la faccenda stia nei termini che avevi esposto, cioè "un autore scende dentro se stesso, e trova quel che trova, poi risale in superficie e scrive quel che ha trovato", per quale motivo questo percorso si conclude con uno "scrivere", se non per "mettersi in relazione"?

Pubblicato da: Fabio Carpina - 11.07.07 10:33

@ Fabio
Il tuo ragionamento non fa una piega. Comunque è sbagliato. Ti sfugge qualcosa.

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 10:37

sempre pronto a imparare. cosa mi sfugge?

Pubblicato da: Fabio Carpina - 11.07.07 10:41

sulla commedia "editata", ovviamente non sappiamo niente, sappiamo solo che la commedia così come la leggiamo è un testo che è stato stabilito da alcuni filologi, il Petrocchi ad esempio, e che negli ultimi tempi un altro studioso Sanguinetti, il figlio, ha editato una "nuova" commedia, diversa da quella sulla quale tutti noi abbiamo studiato.
Il discorso editing e altro: ci sarebbe anche da leggere le lettere che Tasso scrisse e ricevette durante la stesura de la Gerusalemme liberata e che produsse la Conquistata.

il discorso eliot pound mi pare interessante, perché secondo me postula un *rapporto* tra autore e suo "editatore"; ovvero l' "editatore" deve credere nel testo, mi sembra questo non venga spesso detto, e nello stessso tempo si ponga, come ha detto paola, in modo che l'autore tiri fuori quel "di più".

nessun testo è sacro, io penso, io ho avuto due esperienze di editing per i miei libri (il pasto grigio e una tragedia negata) che sono state molto belle. Mi sono state fatte delle osservazioni, espressi dubbi, ma in positivo mi è stato detto che una data situazione era bella, e che forse io l'avevo lasciata un po' andare, o l'avevo trascurata; ho potuto riflettere su alcuni miei tic linguistici, che ho cercato di *sorvegliare* maggiormente. Ma, in ultimo, che è la cosa più importante, si è creato un rapporto forte, attraverso il quale mi sono reso conto di come il libro che io ho scritto nella mia *petrarchesca* cameretta aveva trovato un suo primo interlocutore e di come questo fosse interessato a quello che il libro voleva dire. Ne era così interessato da prenderci appunti, spendere tempo, ascoltare le mie controrepliche, i miei mugugni, le mie manie.
Gaja, l'editor di una tragedia negata, sa che io le ho mandato, credo, 6 versioni diverse dell'ultimo capitolo, perché non ero mai convinto dell'incipit.
Eppure se è rimasta lì e le ha lette tutte e sei è perché, pur odiando me e il mio vizio di riscrivere tutto, era convinta della bontà del libro.

era per dire una cosa.

d.

Pubblicato da: demetrio - 11.07.07 10:43

Pulce, sei un comico nato: dire a Paola Borgonovo che ha un'idea sbagliata dell'editing è bellissima, sei riuscito a farmi ridere.

(credo che il tuo sia un caso irrecuperabile: non ascolti / non leggi quello che gli altri dicono / scrivono, mi ripeto, ma un dialogo con te è improbabile)

Pubblicato da: Roberto Tossani - 11.07.07 10:46

@ Fabio
Non è la domanda giusta. Ritenta

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 12:37

Non mi ritengo degno di entrare nella discussione del colonnino. Sono un campagnolo, l'unica cosa che posso capire e ritenere utile è comprare il primo libro della collana di Baricco-Voltolini, leggerlo e poi parlarne, anche alla luce del famoso decalogo. Penso che qui non l'abbia fatto nessuno.
Però vorrei salutare Fabio Carpina, credo di aver letto l'ultimo suo commento in rete due anni fa. Fabio mi riporta a un bel momento per la letteratura in rete, c'era infinitamente meno eppure infinitamente di più. A proposito del meno, lo sapete vero che la rivista Fernandel in versione cartacea chiude? L'editore dice che le difficoltà distributive sono diventate insuperabili e pronostica la scomparsa dalle librerie delle così dette "riviste di cultura". Resterà una versione di Fernandel in rete, aggiornabile più velocemente. Noi fernandelliani siamo tutti un po' tristi.

Pubblicato da: andrea barbieri - 11.07.07 12:44

per De Simone:

"[...] gli autori che ne faranno parte porteranno in fronte la targa Baricco. Parlo di targa Baricco perché l'operazione è dedicata a scrittori esordienti, scrittori ancora privi di un proprio pubblico." : ok, quello che intendo dire io è che lo scrittore esordiente privo del proprio pubblico, se vale, saprà affrancarsi dall'influenza Baricco per giungere a un percorso tutto suo. Che importa, a me lettore, se c'è Baricco dietro? A me importa che il libro che sto leggendo sia interessante, che mi doni emozioni.

"Se il pubblico si avvicinerà agli esordienti di Quindicilibri sarà così alla ricerca di almeno un briciolo del gene Baricco, quella proprietà unica che distingue le opere (e le operazioni) di Alessandro Baricco": per poi nell'eventualità scoprire, aggiungerei io, un nuovo autore magari valido (questo sarà da dimostrare, ovviamente). Insomma: se tramite Baricco e la sua operazione commerciale/furbetta/ecc. ecc. io, lettore, ho l'opportunità di arrivare a nuovi e validi autori, ben venga. Se saranno validi, questi autori abbandoneranno presto la chioccia Baricco. Se i lavori pubblicati saranno mediocri, verranno presto dimenticati e lo stesso Baricco verrà ricordato come padre di un'operazione che non ha portato a nulla di buono.

Pubblicato da: Doors - 11.07.07 13:00

Non sono d'accordo sul fatto che un esperto possa tirar fuori dal sé dell'autore qualcosa di migliore di quanto l'autore abbia in sé. Non per altro; sono convinto della professionalità del lavoro, e non discuto l'impegno che ognuno mette nel fare il proprio mestiere. E' questa pretesa, questo voler tirare fuori l'autore da sé, che non mi trova d'accordo. All'autore forse gioverebbe una seduta terapeutica, forse farebbe bene una pizza e una birra in compagnia degli amici; ma, andiamo! la scrittura è una allegra comitiva di compagnoni?... Nessuno vieta di bersi una birra, di conoscersi, tra autori; e non ho nulla verso gli editor, intesi come persone, nemmeno, a ben guardare, ho nulla verso il lavoro in sé, quello di mettere mano ad un testo per pulirlo da errori e sviste, anche bacchettare l'ignoranza dell'autore, perché no. E' il ruolo che l'editor si ritaglia all'interno del lavoro di edizione, la cosa che non condivido. Non può l'editor intervenire nel processo di creazione, non può tirar fuori nulla che non sia falso. Non può dare un indiritto ad un'opera letteraria; arbitrario, benché basato su un'ottima esperienza. Sarebbe un falso.
Pulce Ross (MdLdLP)

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 13:02

@ pulce

Non sono io a sostenerlo. Lo dice fabrizio, paradossalmente indicando come "editing" il lavorìo dei mille fattori (tradizione orale, copisti, filologi...) che hanno condizionato il testo fino a farcelo giungere come lo leggiamo. Io affermavo piuttosto il contrario e mi chiedevo che catastrofe sarebbe accaduta se davvero qualche umanista (un po' il prototipo dei nostri editori) avesse davvero potuto editare la Divina Commedia e facevo l'esempio del Bembo, che nelle "Prose della volgar lingua" si lancia in "correzioni" che, se attuate metodicamente, avrebbero neutralizzato la lingua della commedia. Cerco e copio qualche citazione in un commento a parte, per rendere l'idea.


@ Paolab.

Stiamo proprio discutendo di questo. Di quanto si può imparare e quanto si può insegnare, di quanto si può improsse e di quanto si può accettare. In sostanza, è l'intelligenza relazionale che conta più di ogni altra cosa, e quella non si impare come un "mestiere". In ogni caso, non ho affermato una regola assoluta ma forse converrai che è meglio un lettore autorevole di un editor autoritario...

Pubblicato da: Martino - 11.07.07 13:03

"E' il ruolo che l'editor si ritaglia all'interno del lavoro di edizione, la cosa che non condivido. Non può l'editor intervenire nel processo di creazione, non può tirar fuori nulla che non sia falso. Non può dare un indiritto ad un'opera letteraria; arbitrario, benché basato su un'ottima esperienza. Sarebbe un falso."

o le cose stanno realmente così, cioè almeno alcuni editor operano in questo modo che tu dici; oppure non stanno così (nessun editor ecc. )
Nel secondo caso, ti stai ponendo un problema che non ha riscontro nella realta, quindi lasciamo stare.
Nel primo caso, esistono libri che vengono pubblicati e che secondo quanto tu asserisci sarebbero "falsi". Ora: guardando solo il prodotto finito, quello che esce in libreria, come si distinguono i libri "falsi" da quelli "veri"?

Pubblicato da: Fabio Carpina - 11.07.07 13:10

Ecco un'esempio delle correzioni che il Bembo avrebbe apportato alla D.C.


[2.V.] [...] E il vostro Dante, Giuliano, quando volle far comperazione degli scabbiosi, meglio avrebbe fatto ad aver del tutto quelle comperazioni taciute, che a scriverle nella maniera che egli fece: "E non vidi giamai menare stregghia / a ragazzo aspettato da signorso;" e poco appresso: "E si traevan giú l'unghie la scabbia, / come coltel di scardova le scaglie."

Come che molte altre cose di questa maniera si sarebbono potute tralasciar dallui senza biasimo, ché nessuna necessità lo strignea piú a scriverle che a non scriverle; là dove non senza biasimo si son dette. Il qual poeta non solamente se taciuto avesse quello che dire acconciamente non si potea, meglio avrebbe fatto e in questo e in molti altri luoghi delle composizioni sue, ma ancora se egli avesse voluto pigliar fatica di dire con piú vaghe e piú onorate voci quello che dire si sarebbe potuto, chi pensato v'avesse, et egli detto ha con rozze e disonorate, sí sarebbe egli di molto maggior loda e grido, che egli non è; come che egli nondimeno sia di molto. Che quando e' disse: "Biscazza, e fonde la sua facultate,". Consuma o Disperde avrebbe detto, non Biscazza, voce del tutto dura e spiacevole; oltra che ella non è voce usata, e forse ancora non mai tocca dagli scrittori. Non fece cosí il Petrarca, il quale, lasciamo stare che non togliesse a dire di ciò che dire non si potesse acconciamente, ma, tra le cose dette bene, se alcuna minuta voce era, che potesse meglio dirsi, egli la mutava e rimutava, infino attanto che dire meglio non si potesse a modo alcuno -.


Qui il testo integrale delle "Prose della volgar lingua", da cui ho preso la citazione: http://www.classicitaliani.it/bembo/bembo03.htm

Pubblicato da: Martino - 11.07.07 13:13

@ Roberto
Ho espresso la mia opinione in modo educato senza dare giudizi su nessuno. Non ho detto cose tanto strane, in particolare avendo detto che preferisco che un romanzo venga rispedito al mittente piuttosto che fatto oggetto di analisi, soprattutto nei termini in cui se ne è parlato in questi commenti.
Bischero.

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 13:23

@ Martino
Ok. sul lettore autorevole potrei essere più d'accordo. Questo sì mi piace. Grazie per la lucida intuizione.

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 13:28

@ Fabio
Vedi? hai cambiato i termini della mia questione, e hai prodotto un commento che è un falso. Hai capito Adesso?

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 13:39

@ Martino
E' interessante ciò che porti come argomento, però si tratta di una lingua, se non sbaglio, ancora mutevole. Oggi la lingua cambia in modo più lento. E' una lingua che comprende molti neologismi, alcune caratteristiche inoltre del giornalismo e della televisione, però oggi abbiamo una lingua che nella sua struttura è molto stabile, se non mi sbaglio.

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 13:43

per Pulce.
la lingua cambia velocemente anche oggi. guarda un giornale di soli 20 anni fa. guarda alla lingua come viene usata, la struttura linguistica degli sms in cui si perdono vocali. la lingua cambia velocemente.

Pubblicato da: andrea branco - 11.07.07 14:03

pulce, è possibile che io abbia cambiato i termini della tua questione, come è possibile che tu non ti sia reso conto di aver detto qualcosa che equivale a ciò che ho detto io. Se non provi a chiarirmi/chiarirti il tuo pensiero, non lo scoprirai mai.

Pubblicato da: Fabio Carpina - 11.07.07 14:16

@pulce. scrivi:
«E' il ruolo che l'editor si ritaglia all'interno del lavoro di edizione, la cosa che non condivido. Non può l'editor intervenire nel processo di creazione, non può tirar fuori nulla che non sia falso. Non può dare un indirizzo [qui ho corretto un refuso: potevo? se no ripristino l'originale "indiritto"] ad un'opera letteraria; arbitrario, benché basato su un'ottima esperienza. Sarebbe un falso».
caro/a pulce, questa è la tua idea di editor non la mia. anzi (mi cito da un commento al post precedente che apparentemente avevi letto, ma forse non abbastanza da comprenderlo...) io ho detto: « l'editor NON è un coautore, non riscrive, non è l'eminenza grigia del processo creativo. l'editor è una presenza di riscontro di cui lo scrittore maturo sa approfittare per condurre al meglio la propria scrittura. il processo di editing è un processo relazionale, a molti livelli, in cui l'autore verifica il proprio intento.» quando parlo di un di più di consapevolezza non intendo un processo in cui l'editor mette in testa cose sue allo scrittore, ma esattamente il contrario: aiutare lo scrittore a verificare se ha fatto quel che voleva come voleva. se poi la mia idea di editing sia sbagliata, tutto può essere. ma a te l'onere di convincermi ;-)

Pubblicato da: paolab. - 11.07.07 14:18

Scrive Matteo de Simone
"Se il pubblico si avvicinerà agli esordienti di Quindicilibri sarà così alla ricerca di almeno un briciolo del gene Baricco, quella proprietà unica che distingue le opere (e le operazioni) di Alessandro Baricco."

Ma questo, Simone, è un pensiero tuo. Perché la dai per verità? Ma chi l'ha detto? Ma perché?

Pubblicato da: patrizia - 11.07.07 14:45

Scrive Matteo de Simone
"Se il pubblico si avvicinerà agli esordienti di Quindicilibri sarà così alla ricerca di almeno un briciolo del gene Baricco, quella proprietà unica che distingue le opere (e le operazioni) di Alessandro Baricco."

Ma questo, Simone, è un pensiero tuo. Perché la dai per verità? Ma chi l'ha detto? Ma perché?

Pubblicato da: patrizia - 11.07.07 14:46

Pulce, scrivi continuando a non leggere: inventi editor inesistenti che entrerebbero nel processo "creativo" (oh, la creazione dell'opera, oh l'incanto), parli senza aver mai discusso con un editor di un tuo testo e quindi senza sapere quello che significa, e se qualcuno cerca di farti capire in tutti i modi che l'editor non impone nulla, che l'editor inizia il suo lavoro quando è già stato firmato il contratto di edizione e quindi la casa editrice crede già in quel libro, che è un dialogo tra due persone e che l'autore (anzi, l'Autore) dice che quello che ha scritto va bene così non lo picchia nessuno, che non lo si costringe a fare niente, tu ancora nulla, vai dritto con i paraocchi e i paraorecchi per la tua strada, continuando a ripetere come un mantra i tuoi assiomi con tutti i corollari annessi.
Io sarò bischero, ma te sei una zecca, altro che pulce.

Pubblicato da: Roberto Tossani - 11.07.07 15:09

@ Roberto
Una zecca... Uhuh! non ci avevo pensato. Sei simpatico però.

Pubblicato da: pulce di zecca - 11.07.07 16:59

@ Fabio
cheppalle...

Pubblicato da: pulce di zecca - 11.07.07 17:01

@ Paolab.
Perché ha scritto "caro/a"?
a) perché non ha capito se sono maschio o femmina
b) perché non sa se parla un maschio o una femmina

Nell'ipotesi a, sarei molto lusingato.
Nell'ipotesi b, risponderei che parlo solo per me, uomo over 40 (cervello piccolo però - ma, diciamcelo francamente, in questi post gli uomini non fanno mai una bella figura).
La ringrazio moltissimo. Si aspetti un ultimo post pirotecnico, a lei dedicato.
Intanto la saluto sinceramente.

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 17:22

Pulce, non lasciarti andare. Qui sono tutti cattivi e vendicativi. Non rendere la pariglia. Direi di più: Questa vita sgraziata è l’unico modo che hai per amare
Cosa vuoi fare di diverso nella vita?
Non perdere tempo, ama
Non distrarre le tue idee, ama
Non essere triste, ama
Non amarti, ama.
Non hai tempo da perdere
non hai altre possibilità
Ama.

Pubblicato da: Carlo Cannella - 11.07.07 17:55

Uh! non ho capito. E' una cosa che ho scritto. Mi pare una bella cosa.
Guarda che sul tono del commento ti stai sbagliando. Guarda che ho fatto un po' di casino per paolab, perché a me non importa più ti tanto. Il pensiero che tu hai qui riportato dovresti leggerlo con convinzione ma guarda che a me calza benissimo. Dunque tu credi che io sia falso, che scrivo una cosa e poi sono fatto diversamente? Allora ricomciamo??!! Ok, ok; vedi che mi diverto, eppoi basta che leggi il commento nel diario; e guarda che è divertente; ma poi, cosa pensi di me, che possa scrivere di queste cose senza viverle e provarle nel cuore? Ma allora scrivo proprio da schifo e non si capisce davvero??...
Bello che sei. Senti, devo stare in città. E' una metafora: aspetto di fortificarmi un po'. Al manicomio non mi vorrebbero perché sono nel limbo tra i sani e malati (malati - cosa vuol dire?). Ciao e grassie.

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 18:17

Gentile signora Paola,
è senza dubbio un buon editor, però mi lasci dire che ha pretese da agente letterario. Buone pretese.
Un caro saluto, con il migliore augurio di Buona Fortuna.

Ross "pulce" (MdLdLP).

Pubblicato da: pulce - 11.07.07 19:56

l'editor è una figura benedetta. un inno all'umana imperfezione, una commovente epifania del soccorso umano, equo e solidale, non esente dal commercio, ma sacro come ogni sudore della fronte. errori ed orrori finalmente accolti in un grembo che li rigenera a una vita, se non eterna, almeno più leggibile.

Pubblicato da: fabrizio - 12.07.07 00:28

mozzi ha scritto

I libri che sono stati pubblicati in questi ultimi sei danni da Sironi sono tutti passati attraverso un accurato lavoro di editing, ossia: sono state fatte all'autore tutte le osservazioni che si riteneva opportuno fare, si è discusso con lui, dopodiché l'autore ha fatto esattamente ciò che gli pareva: tenendo conto delle osservazioni e delle discussioni, oppure non tenendone conto.

mia personale esperienza. con mursia, fernandel, newton compton le cose sono andate così (e anche con laura bosio che fece l'editing al mio primo libro suggerendomi di aggiungere un capitolo: e le diedi ascolto).

pulce non ti conosco.
ma conosco, e son contento di conoscerlo, l'autore sironi che, a mio avviso, è uno dei più grandi scrittori che abbiamo in italia (è talmente grande, lui, che non si definisce nemmeno scrittore, anzi gli vien da ridere), e cioè luisito bianchi.
ed è stato luisito bianchi (sono io che al suo confronto faccio ridere se mi definisco scrittore) a parlarmi di paola borgonovo, della sua capacità a vedere nella scrittura quel che altri non vedono.
io, paola borgonovo l'ho vista solo una volta, quest'anno al salone del libro, stand di sironi. un saluto veloce. ma la ricordo fin dai tempi del blog di mozzi, con piacere. per la sua, come dire, gentilezza, sì, credo che gentilezza sia il termine esatto.

sugli editor aggiungo qualcosa, ora. che magari conoscono i congiuntivi e sanno come accentare le é é, perché andavano bene di italiano, ma spesso, molti di questi editor, non sanno far di conto.
non s'abbassano a far di conto.
se io a trent'anni apro un negozio, va bene che siamo a pagina 5, ma quarant'anni dopo, anche se siamo a pagina 22 (e quindi chissenefrega?), io ho settant'anni, e non sessanta. basterebbe un pallottoliere, o una calcolatrice, o una matita, o un po' d'attenzione: da parte di chi scrive e dell'editor (poi la colpa non è di nessuno).
buone cose

Pubblicato da: remo bassini - 12.07.07 01:00

@pulce
Ho pubblicato con tre editori e non ho MAI incontrato un editore della competenza (e sapienza aggiungerei) di Paola Borgonovo. Aggiungerei che autori più celebrati di me, passati da Sironi ad editori di maggiori dimensioni, la rimpiangono.

Pubblicato da: valter binaghi - 12.07.07 09:39

non fingerò di non essere grata per gli apprezzamenti che ho letto sopra. perciò grazie. ciò detto, tuttavia, vorrei che la discussione non si focalizzasse sul secondario problema editor bravo vs editor incapace (ci son medici bravi e medici incapaci, ma nessuno per questo mette in discussione la medicina in sé). invece mi sembra di poter semplificare dal complesso della discussione che alcuni - scrittori e no - hanno un'idea essenzialmente negativa dell'editing: giudicandolo nel migliore dei casi pleonastico ma spesso addirittura un intervento falsificante del testo. altri - per lo più redattori o editor che dir si voglia e alcuni scrittori con esperienze editoriali costruttive - esprimono un giudizio positivo sul processo di editing. per provare a fare un passo in più nella discussione, mi (vi) chiedo: l'editing è un momento "necessario" o solo "utile"? (fatto salvo, ovviamente, chi pensa tout court che sia disutile). la domanda non è oziosa. come già accennava giulio, l'incidenza economica per un editore della revisione di un testo è significativa. per questo non tutti gli editori la prevedono: piccoli, ma soprattutto grandi... (aneddoto: recentemente un'autrice - di saggistica per altro - pubblicata da un grande editore, mi raccontava con dispetto, che su richiesta dell'editore stesso ha dovuto consegnare in anticipo un suo libro. non solo questo libro non ha poi ricevuto editing, e ha dovuto provvedere lei in fase di bozza, ma ha anche dovuto contrattare l'inserimento del 60% delle correzioni "perché costava troppo inserirle tutte"). il caso di fandango fa "rumore" perché rivendica l'assenza di editing come un merito, laddove altri editori la passano sotto silenzio, percependola almeno come una "omissione". ma voi, come lettori e/o come scrittori, ritenete che un editore, quando non attiva nella sua filiera l'editing, sia più o meno affidabile? ritenete che un editore quando attiva nella sua filiera l'editing sia un editore per ciò stesso più "commerciale"? o al contrario più funzionale al suo ruolo "culturale"? Non è forse l'editing una operazione più al servizio del libro in sé che della sua appetibilità commerciale? infatti, per come vedo io, la valutazione delle prospettive commerciali di un testo si attua nel momento in cui si decide se pubblicare o no. non si rende un testo più o meno commerciale con l'editing! (non credo che Luciana Littizzetto mandi testi degni di Goliarda Sapienza che gli orridi editor trasformano in volumetti ad alta vendibilità...). l'interesse dell'editore è "indiretto" (e tutto da verificare): la fama di editore di "qualità" da un lato crea fiducia nel pubblico (che sarà ben disposto all'acquisto di libri di quell'editore), dall'altro "attrae" autori di valore che desiderano veder curato adeguatamente il proprio lavoro. scusate la lunghezza.

Pubblicato da: paolab. - 12.07.07 11:47

"ritenete che un editore, quando non attiva nella sua filiera l'editing, sia più o meno affidabile? ritenete che un editore quando attiva nella sua filiera l'editing sia un editore per ciò stesso più "commerciale"? o al contrario più funzionale al suo ruolo "culturale"? Non è forse l'editing una operazione più al servizio del libro in sé che della sua appetibilità commerciale?"

queste domande, perfettamente formulate, contengono già la risposta. forse richiedono un'appendice: ci sono due tipi di scrittori sui generis: il tipo Calvino e il tipo Silone. Calvino non aveva bisogno di editing, per i motivi che ho detto sopra; Silone non aveva bisogno di editing per i motivi opposti: lui sosteneva di scrivere col sangue, mentre gli altri scrivevano con l'inchiostro. non sono una massaia, ma credo che le macchie di sangue siano più difficili da lavare rispetto a quelle d'inchiostro. e a volte si conservano come reliquie.

Pubblicato da: fabrizio - 12.07.07 12:15

Ricordo ancora le parole di quell'editore che era contento per avere scoperto un autore che "non ha bisogno di editing". Quella volta pensai che parlasse di maturità artistica. Le parole di Paola Borgonovo mi insegnano che, invece, parlava d'altro.
Quanto alla domanda di Paola (L'editing è necessario o utile?), direi che una risposta univoca non c'è. Penso sia necessario per un testo che deve uscire "per forza" (e nel per forza ci stanno tutti i motivi commerciali di questo mondo), mentre è utile quando fornisce all'autore spunti di riflessione sul proprio scritto e di miglioramento del testo, anche se l'opera sarebbe buona lo stesso. Ecco, mi pare che un buon editing nasca dal dialogo. Tra due persone che si ascoltano, possibilmente.

Pubblicato da: mauro - 12.07.07 13:13

anche monica winters è una bravissima editor

Pubblicato da: giancarlo - 12.07.07 13:31

Forse sarà pleonastico, visto quando ho già scritto prima, ma sottoscrivo le parole di Mauro ("Ecco, mi pare che un buon editing nasca dal dialogo. Tra due persone che si ascoltano, possibilmente.")

Nel particolare, credo che un editore che non attivi l'editing per i testi che decide di pubblicare sia meno affidabile. L'importante è che il fulcro di tutto sia l'autore (come accade nei casi migliori). L'editing è un servizio a disposizione dell'autore che saprà servirsene o non servirsene come vuole. Un po' come l'ascensore. C'è chi lo prende solo per salire, chi solo per scendere, chi preferisce fare comunque le scale perché fa bene alla circolazione.

Battute a parte, il tema si fa ancora più scottante quando si parla di editing di poesia, dove il servizio editing non è praticamente contemplato. Secondo voi è completamente da escludere l'esercizio dell'editing per un editore di poesia?

Di primo impatto direi di sì, e anche in modo piuttosto deciso. Eppure a volte ci sono situazioni che fanno riflettere, in particolare con la poesia che tende verso forme di narratività, ma non solo. Me ne è capitata una recentemente. Il bel libro di Flavio Santi "Il ragazzo X", con cui ho l'onore di condividere la collana di pubblicazione, contiene una informazione errata: cita una partita di calcio vista nell'adolescenza dal protagonista (visto il tipo di poesia in questione, si possono usare anche le categorie della narrativa), sbagliando però a ricordarne il risultato. In un romanzo sarebbe un plateale errore e basterebbe un minimo intervento, che un buon editor avrebbe sicuramente suggerito. Ma in poesia? Si può considerare quell'errore altrettanto importante? Sarebbe stato quindi auspicabile un intervento dell'editore?

Pubblicato da: Martino - 12.07.07 15:13

Dopo Marta Marzotto, Martino Marziller.

Pubblicato da: Marianna - 12.07.07 16:54

la poesia non è esente da errori e orrori. oggi ci sono i newsgroup, i blog, dove ci si corregge a vicenda, si suggerisce, si propone. il web aiuta la poesia, sostiene e purifica la scrittura. c'è una nuova forma di editing che sfugge alle logiche consuete, che s'infila nelle pieghe del gratuito, dell'amicale, d'ogni sorta d'informale, una poesia e una prosa fatte a più mani, che rischiano di diventare un pericoloso precedente, una denuncia del culto del proprio, dell'assolutizzazione dell'io, dell'arrogante autosufficienza dell'autore, ovvero, a volte, dell'autistico attore dei suoi scritti.

Pubblicato da: fabrizio - 13.07.07 00:44

Fabrizio dice: "ho il dubbio che il solo Italo Calvino potesse fare a meno dell'editing" ecc.

L'editor Vittorini fu molto utile al Calvino: sia perché gli bocciò brutalmente alcuni libri già iniziati e portati assai avanti; sia perché gli consigliò caldamente - dopo aver pubblicato nei Gettoni il "Visconte dimezzato" - di insistere nello scrivere "favole" di quel genere (che Calvino considerava una produzione così "minore" da volerle pubblicare a puntate su riviste ma non in volume: Ferretti, "Vittorini editore", Einaudi 1992, p. 245); sia perché gli diede preziosi consiglisul testo del "Barone rampante" (I. Calvino, "I libri degli altri", Einaudi 1991, pp. 222 sgg.).

Pubblicato da: giuliomozzi - 13.07.07 11:59

parlavo della lingua "perfetta" dell'ultimo Calvino, Giulio. ha dovuto camminare parecchio per arrivarci, ma alla fine è stato insuperabile (a mio modesto - molesto? - avviso). dico "molesto" perché qualcuno trova fredde le prove della sua maturità. ma lui parlava - e scriveva - di cristallo e fuoco: il miracolo è lì.

Pubblicato da: fabrizio - 13.07.07 12:18

Ehm, caro Giulio, non ti concedo il nesso tra "essere utile" e "bocciare brutalmente"; se uno ti boccia un'opera (brutalmente o gentilmente) questo non fa di lui una persona utile.
:-)

Pubblicato da: Marco - 13.07.07 14:05

Vittorini bocciò brutalmente dei progetti fallimentari con i quali Calvino stava cincischiando e perdendo tempo.

Pubblicato da: giuliomozzi - 13.07.07 15:22

su Vittorini editore o editor qualcosa di interessante si trova qui:
http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?feature=cover&isbn=880612143X

Pubblicato da: fabrizio - 13.07.07 15:53

Irriverentemente: se Harrison Ford per essere Indiana Jones ha bisogno di sottoporsi palestra e dieta merluzzo (lo ha fatto anche ai tempi dell'Arca Perduta, mica solo oggi), perché ogni aspirante scrittore dovrebbe nascere già con la lingua perfetta? Il fatto di scegliere un testo (non vale solo per un esordiente!) vuol dire, spesso, che ci sono molte potenzialità nel testo stesso, non che tutte siano state realizzate pienamente.
Se un editor aiuta a realizzare le potenzialità di un autore (per lingua, per ritmo, per visione compelssiva della trama), ben venga!

Pubblicato da: Paolo S - 13.07.07 17:26

Ho qualche perplessità a condividere le posizioni di Matteo, di cui riconosco comunque la validità, e che mi sembra sia importante affermare se non altro per indurre una serie di riflessioni. Personalmente, ho da subito guardato a questa operazione IQuindici con totale disincanto, nel senso che ne ho compreso il potenziale ritorno pubblicitario sia per i curatori che per la casa editrice. Però, al tempo stesso, anche per gli autori...A mio avviso, un modo utile di considerare questo progetto, è quello di applicare ad esso la logica delle antologie. I quindici libri che formeranno la collana sono un po' il corrispettivo di quindici eventuali racconti che potrebbero andare a formare un'antologia. In ogni progetto antologico, de facto, l'interesse suscitato dall'insieme supera quello suscitato dalle singole parti. "I Cannibali", "Gli Intemperanti", "Ragazze che dovreste conoscere", "Men on Men", "Principesse Azzurre", "I Persecutori"...ci ricordiamo i nomi delle raccolte, più raramente i nomi dei singoli autori che in esse hanno pubblicato. Ma questo vuol dire forse che gli autori sono stati di volta in volta cannibalizzati o sfruttati o usati come cavie?
Sì e no...nel senso che la loro creatività è stata messa "al servizio" di un progetto collettivo ma all'interno di questa limitazione sono stati lasciati liberi di esprimersi.
Il progetto de IQuindici sottende in un certo senso una logica-antologica, estendendola però a un'intera collana, e in questo sta sicuramente il suo limite ma anche il suo pregio.
Gli autori saranno forse messi in secondo piano, rispetto al "concept" generale, ma ne avranno comunque un innegabile vantaggio (di cui, suppongo, siano consapevoli altrimenti non accetterebbero di pubblicare).
Il vantaggio sta nel fatto che la loro opera d'esordio non sarà gettata nel maremagnum delle migliaia di pubblicazioni annuali, costretta a farsi a nuoto e spesso da sola la traversata verso un minimo di visibilità, ma potrà essere traghettata da una comoda imbarcazione. Che poi la maggiorparte delle persone guarderanno più alla barca che ai passeggeri, non mi sembra un grande scotto da pagare.
La realtà è quella che è: le opere prime passano sistematicamente inosservate, ma forse una collana di opere prime no.
Ripeto, non sono così ingenuo da non accorgermi della strumentalità dell'operazione, ma credo che, esattamente come in un "buon affare", entrambe le parti coinvolte potranno averne un loro profitto.
Quindi, ridimensionerei parte delle cose che sono state dette. Anche per un altro motivo...
Non sta certo a Baricco e neanche a Voltoini investire tempo e denaro su degli esordienti, curandoli uno per uno, aiutandoli ad affermarsi. Perché dovrebbero farlo? Non è il loro lavoro.
Quindi più che giudicare loro, il mio (silenzioso) giudizio lo rivolgo a quegli autori che in quella collana decideranno di pubblicare.
E' un po' il vecchio gioco del produttore e dell'attricetta: se l'attricetta per avere la parte deve scendere a qualche compromesso, la colpa è del produttore che fa la proposta o dell'attricetta che la accetta?
Un'ultima osservazione relativa all'editing. Penso, o meglio mi auguro, che l'editing che non sarà fatto a valle verrà fatto a monte. Nel senso che probabilmente saranno selezionati già da subito testi che possiedano una loro compiutezza e organicità. Non credo - non voglio credere - che esordienti del tutto acerbi vengano mandati allo sbaraglio.
Come dicevo prima, non sarebbe un buon affare per nessuna delle due parti.


Pubblicato da: misia - 14.07.07 12:48

Caro Misia, sono perfettamente d'accordo con te.
A parte gli ultimi due paragrafi. Lo sbilanciamento sta proprio in questo: Baricco e Voltolini (Baricco più di Voltolini) l'affare l'hanno già fatto, l'hanno fatto a priori, che i testi siano belli o brutti (ma saranno certamente belli), proponendo e smuovendo attenzione intorno a un'idea che è formulabile così: l'editing ammazza il talento/noi l'editing non lo facciamo/ noi salviamo il talento.
Come si è visto nel corso di questa discussione (che mi ha dato modo di approfondire i miei ragionamenti e della quale ringrazio tutti i partecipanti) la premessa maggiore di questa terzina è una falsa premessa: Non corrisponde alla realtà, per lo meno la realtà della prassi italiana. Si fonda su un pregiudizio, un luogo comune Insomma, possiamo dire che Quindicilibri si fondi su un'opinione di Alessandro Baricco, facilmente condivisibile da quegli scrittori che temono di sacrificare la propria opera affidandola alle grinfie di editor spietati o incompetenti. Facilmente condivisibile da chi dei meccanismi editoriali non ne sa proprio un'acca, perché ha quel sapore di piccola rivolta contro il sistema che non guasta mai. E' un'idea che sa di nuovo. Ma non è niente di più che un'opinione. Sebbene, e questo è fondamentale, un'opinione capace di generare un consenso trasversale.
A chi conosce il personaggio Baricco, non sfuggirà inoltre che Quindicilibri si colloca all'interno di una riflessione che riguarda il rapporto tra talento e mestiere e che lo scrittore conduce da molti anni, anzi da sempre. Per questo ho parlato provocatoriamente di Quindicilibri come del "nuovo libro di Alessandro Baricco".
Insomma, il paragone con le antologie reggerebbe perfettamente, Misia, se stessimo parlando di una collana a tema o di un'antologia fondata su un criterio assoluto (Per esempio, Under 25 di Tondelli: pubblico solo racconti di scrittori sotto i 25 anni, e stop). Qui, però, il progetto si fonda su un'idea (anzi, ripeto: un'opinione discutibile che fa leva su un luogo comune e in questo modo genera un consenso trasversale). La partecipazione alla collana diventa quindi, inevitabilmente, ideologica.
Però da qualche tempo a questa parte, come canta Pierpaolo Capovilla in una splendida canzone del Teatro degli orrori, "in fondo alla bocca del serpente fa un buio pesto. Sarà per questo che non vediamo niente".
Si fa una gran fatica a riconoscere ciò che è ideologico da ciò che non lo è.
E quindi hai probabilmente ragione tu Misia, diventa una pura questione di affari.

Pubblicato da: matteo de simone - 14.07.07 15:22

Mah, caro Matteo, avere ragione mi spaventa quindi preferisco rimanere insieme a te/voi nel dubbio.
Una cosa però non ho capito, e forse dipende dal fatto che non sono "persona informata dei fatti", nel senso che sto seguendo questa operazione de IQuindici molto alla lontana.
Tu poni l'accento sul discorso dell'editing, ma dal manifesto programmatico non mi sembra un punto così saliente da farne addirittura una premessa ideologica.
Il tuo sillogismo o meglio il sillgismo su cui ritieni si poggi l'intera operazione: l'editing ammazza il talento/noi l'editing non lo facciamo/ noi salviamo il talento... dove compare esattamente nella "loro" presentazione?
Mi deve essere sfuggito qualcosa...
Ad ogni modo, c'era un altro punto che non mi convinceva, ma non ricordo chi lo abbia sottolineato.
E cioè il fatto che Baricco si contraddica facendo simili affermazioni in quanto ha fondato una scuola di scrittura che implicitamente afferma l'importanza dell'editing.
Bè, questo è fuorviante, secondo me.
Fondare una scuola di scrittura non significa automaticamente affermare la necessità dell'editing; al contrario, significa casomai affermare l'importanza per un narratore di costruirsi una formazione teorico-critica che gli consenta di risparmiare tempo di fronte agli intoppi e agli impacci della scrittura, acquisendo possibilmente in prima persona quella capacità di "distacco" di fronte al proprio testo che gli risparmierà in futuro anche un intervento troppo invadente dell'editor di turno.
Insomma, per come la vedo io, una scuola di scrittura tende piuttosto a formare degli autori che diventino degli "editor di se stessi".
Del resto, lo stesso Baricco, ha pubblicamente affermato di non amare ( e spesso di ignorare del tutto) gli editing dei suoi testi.
Per il resto, sulla questione generale che si dibatte, io credo che l'operazione della Fandango non abbia la forza di poter spostare l'opinione comune sul lavoro dell'editor e sulla sua importanza.
Ha una sua (piccola) portata provocatoria ma il tutto mi sembra si esaurisca lì.
Chi scrive sa quanto sia utile e prezioso confrontarsi con persone intelligenti e sensibili riguardo al proprio lavoro.
Resta poi altrettanto vero che è lo scrittore a dover decidere per se stesso e che questa libertà gli vada in ogni modo riconosciuta.
Concludo ripetendo, però, che ancora mi sfugge il motivo per cui tu veda il punto 9 (quello sull'editing) come il fulcro intorno a cui ruoti ideologicamente tutta l'operazione.
Non lo dico come una critica, anzi, ma personalmente non ci avevo proprio badato.
Da qui, la sensazione fastidiosa di essermi perso qualche "pezzo" per strada...

Pubblicato da: misia - 14.07.07 15:44

io la metterei sul piano delle idee. l'editoria, a meno che non si tratti dei nomi consacrati, vive di lanci pubblicitari, di "rumore". pensiamo a un fenomeno come Pulsatilla (per carità, bravissima) o anche operazioni come l'Harry Potter. conta più la sostanza o la forma dello spot pubblicitario? naturalmente, tutto questo non è una novità. non so cosa avesse in mente Dante quando scriveva la Commedia o Boccaccio mentre lavorava al Decamerone: certamente pensavano di dare una specie di pugno nello stomaco, di fare notizia, insomma. Baricco cerca di agitare le acque. vedremmo quello che resta quando lo stagno tornerà alla sua immobilità originaria. aspettando il prossimo sasso.

Pubblicato da: fabrizio - 14.07.07 15:57

Pignoleria. IQuindici è una cosa. Quindici libri è un'altra cosa.

Pubblicato da: giuliomozzi - 14.07.07 16:03

Refuso d'infanzia :) Ecco a cosa servono gli editor. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi...

Pubblicato da: misia - 14.07.07 16:23

Misia, scusami se ti sono parso perentorio, non pretendo di avere ragione, ma di affermare le ragioni di un dubbio.
Quel sillogismo, in ogni caso, compare nell'intervista a Baricco riportata all'interno di un articolo sul Venerdì di Repubblica della scorsa settimana dal quale ha preso le mosse il mio scritto (compare il concetto, che io mi sono preso l'ardire di riassumere così). Quell'articolo verteva sui punti 1 e 9: esordienti non editati.

Per concludere, e lasciare poi calmare le acque dello stagno, come suggerisce Fabrizio, vorrei dire ancora una cosa, che però mi sembra importante. Il messaggio subliminale di quindicilibri si racchiude in una dichiarazione di Baricco: “Continuo a pensare che in Italia esordire non sia difficile, ma quello che mi interessava da anni era dare la possibilità al lettore di leggere un’opera prima così com’è. Leggere opere imperfette è un piacere prezioso. E gli inizi di uno scrittore rappresentano proprio il regno dell’imperfezione.” Qui c'è il nocciolo genuino di Quindicilibri. E' un messaggio contenuto nell'operazione a priori, non desunto dalle opere (che per i 14/15 non sono ancora state pubblicate) ma suggerito in fase di lancio editoriale. Il messaggio dice, provo a interpretare, che: il talento dei giovani autori è un'esperienza preziosa. Il talento dei giovani scrittori è spettacolare. Il talento dei giovani scrittori va gustato intatto e puro e vale assolutamente la pena. Insomma, viene affermata la spettacolarità del godimento del talento in sé, a prescindere dall'esperienza particolare.
Questo significa, con tutto il rispetto, fare i sommeiller di vino californiano (al quale, tra l'altro, Baricco ha dedicato un bel capitolo dei suoi Barbari).
E significa che il senso di Quindicilibri non sta nella qualità delle opere, ma nella qualità dell'esperienza proposta. C'è una bella differenza.

Pubblicato da: matteo de simone - 14.07.07 18:25

Sì, strada facendo sono andato a documentarmi, e ho contestualizzato quello che dicevi :)
Mi trovi d'accordo sulle premesse, ma continuo a trovare difficoltà a "percepire" quel retrogusto amaro (visto che siamo in tema di vini) che sembra lasciare nella bocca di molti l'operazione Quindici libri e che, mi sembra ma potrei anche sbagliare, sia originato dal sospetto che gli esordienti in questione vengano più strumentalizzati che effettivamente valorizzati.
La mia difficoltà deriva da questo: non ci dimentichiamo che le parti in causa sono due, da una parte i curatori della collana ma dall'altra gli autori.
Siamo sicuri che gli autori esordienti si sentano delle cavie e non, per esempio, dei privilegiati?
Non credo in questa immagine di circo letterario in cui "giovani talenti" vengono spettacolarizzati a tutto beneficio dei domatori.
Credo piuttosto in una inteligente ed efficace politica di marketing in cui entrambe le parti sono consapevoli del loro ruolo.
Sul resto ho già detto: dubito che questa operazione imprimerà un nuovo corso all'editoria o ai rapporti tra autori ed editor, ma rimarrà probabilmente negli annali della promozione letteraria.
Perché alla fine il caso c'è.
Questione di affari, su questo eravamo d'accordo :)

Pubblicato da: misia - 14.07.07 18:42

"Leggere opere imperfette è un piacere prezioso".

difficile falsificare questa affermazione, Matteo.
nell'epoca dei format, potrebbe essere legittima: si sa che molti oggi invocano, ad esempio, un reality reale fino in fondo, non telecomandato nei dettagli, "imperfetto". i telegiornali sono inamidati e conservati in naftalina, per cui la giornalista francese che si rifiuta di dare in prima notizia Paris Hilton fa scalpore (ma non sarà stato programmato anche questo?). l'imperfezione, da una parte, è un relitto del passato: l'informatica fornisce modelli preconfezionati, le scuole di scrittura creativa - non quella di Giulio, ovviamente - sfornano professionisti delle forme letterarie che non sbagliano una virgola. dall'altra, questa presunta perfezione è il massimo dell'imperfezione, l'automatismo infernale della cultura postmoderna, l'angelo della luce che brilla di diabolici riflessi narcisistici. cosa vuole fare Baricco? una rivolta contro la disumanità del formato omologante? un ripescaggio in extremis dell'umano in un contesto robotico? una riscoperta delle memorie del sottosuolo, con la loro carica eversiva rispetto alla desolante omogeneità editoriale? questo può dirlo solo lui.
il problema, secondo me, è che non l'ha detto.

Pubblicato da: fabrizio - 14.07.07 19:00