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22.07.07
Citazione e noterella (ovvero: se la conoscenza della cattiva letteratura sia o non sia indispensabile per scrivere buona letteratura)
di Pierre Bourdieu
Notiamo, per inciso, quando sia infondato l'argomento secondo cui la sociologia (o la storia sociale) della letteratura, spesso fatta coincidere con una certa forma di statistica letteraria, avrebbe l'effetto di "appiattire" in qualche modo i valori artistici operando una "riabilitazione" degli autori di secondo ordine. Al contrario, tutto induce a pensare che si smarrisca l'essenziale di ciò che costituisce la singolarità e la grandezza medesima dei sopravvissuti quando si ignora l'universo dei contemporanei con i quali e contro i quali si sono costruiti. Oltre a essere segnati dalla loro appartenenza al campo letterario di cui permettono di cogliere gli effetti e nel contempo i limiti, gli autori bollati dai propri fallimenti o dai propri successi di bassa lega e destinati a essere cancellati dalla storia della letteratura finiscono tuttavia con il modificare il funzionamento del campo per il solo fatto di esistere e per le reazioni che essi provocano. L'analista, che del passato conosca soltanto gli autori che la storia letteraria ha riconosciuto come degni di essere tramandati, si vota a una forma di comprensione e di spiegazione intrinsecamente viziata: può soltanto registrare, a sua insaputa, gli effetti che, secondo il principio di azione e reazione, gli autori da lui ignorati hanno esercitato sugli autori che egli pretende interpretare, avendo questi ultimi contribuito, con il loro rifiuto attivo, a far scomparire i primi; egli si impedisce quindi di capire veramente tutto ciò che, nell'opera stessa dei sopravvissuti, è, come i loro rifiuti, il prodotto indiretto dell'esistenza e dell'azione degli autori caduti nell'oblio. (P. Bourdieu, Le regole dell'arte. Genesi e struttura del campo letterario, Il Saggiatore, pp. 129 sg).
Noterella (di giuliomozzi)
Faccio notare come, almeno nella tradizione italiana, la scuola stessa inculchi l'idea che "soltanto gli autori che la storia letteraria ha riconosciuto come degni di essere tramandati" devono essere letti, generando quindi (nel migliore dei casi) una pratica di lettura ristretta alle sole vette dell'arte e un atteggiamento di disprezzo (del tipo: "Non voglio neanche saperlo, non voglio leggerlo, non voglio conoscerlo") verso la letteratura "di bassa lega".
Presumo che - oggi, ma non solo oggi -, uno o una che pretenda di scrivere letteratura non "di bassa lega" e si esima dal conoscere la letteratura "di bassa lega" si condanni a una singolare cecità: non potrà mai sapere, infatti quanto e che cosa vi sia, nella sua opera, di "indirettamente prodotto dall'esistenza e dall'azione" degli scrittori "di bassa lega".
Allo stesso modo, presumo che uno o una che pretenda di scrivere letteratura non "di bassa lega", se non vorrà formarsi una qualche conoscenza critica del funzionamento del campo letterario (cioè di quel campo nel quale agiscono lettori, scrittori, editori, funzionari editoriali, agenti letterari, critici, giornalisti, tipografi, autori di programmi televisivi, librai, grossisti, promotori, insegnanti di ogni ordine e grado, vetrinisti, dirigenti di catene di librerie, eccetera), non potrà mai sapere quanto e che cosa vi sia, nella sua opera, di "indirettamente prodotto" da questo o quell'attore del campo.
Ossia: si può presumere che lo scrittore o la scrittrice che dicono cose del tipo: "La letteratura di consumo non mi interessa, la ignoro. Tutte queste cose tecniche e commerciali dell'editoria, la distribuzione, i librai, la critica, il marketing, tutte queste cose non mi interessano, le ignoro, eccetera", siano esattamente lo scrittore o la scrittrice sulle cui opere la letteratura "di bassa lega" e tutti gli attori del campo hanno le influenze più incontrollate e incontrollabili (dall'autore o autrice).
Si può presumere che le opere nelle quali tali incontrollabili influenze agiscono, siano opere condannate alla bruttezza?
Su argomenti simili: il mio articolo del 3 gennaio 2006 Che cosa chiedo alla critica letteraria, e la risposta di Giacomo Sartori (dell'8 gennaio 2006) Che cosa chiedo ai critici dei critici.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 22.07.07 12:23
Interventi
forse la considerazione di una letteratura degli sconosciuti può essere solo compito di un grande contenitore come la rete. bisognerebbe avere il coraggio di creare sinergie tra fonti e mezzi diversi. sarebbe perfino struggente mettere vicino risultati lontani anni luce: darebbe l'idea di un universo pieno di falle, che precipita in vuoti paurosi e si accende di improvvisi bagliori. un universo complesso e tormentato, rugoso e liscio, liquido, freddo, incandescente: completamente diverso da come te l'aspetti, un universo fragile e franante, violento e minuto, straniero, inafferrabile e, proprio per questo, vero.
Pubblicato da: fabrizio - 23.07.07 01:32
Forse mi sbaglio. Ma le opere che resistono al tempo sono spesso il prodotto di scrittori "out", cattivi frequentatori dei salotti letterari della propria epoca e affinità commerciali. Penso a Celine su Sartre; Bufalino, Berto, Fenoglio su Moravia e Vittorini; Kafka sul D'annunzio romanziere e su moli altri ex famosi. Intendiamoci, non che Sartre, Moravia, Vittorini e D'annunzio siano stati dimenticati, ma valgono meno dei primi, secondo me. E i primi erano decisamente burberi, resistenti non dico al marketing, ma diciamo alla "macchina", per restare generici. Mi rendo conto che parlo di casi limite., gicché tutti gli autori che ho citato scrissero, in fondo, ottima letteratura.
Che poi sia necessario a chi scrive buona letteratura conoscere la cattiva letteratura e in particolare quale è problema della critica letteraria. Potrei sostenere che è forse utile a chi scrive buona letteratura conoscere anche la cattiva, ma non è indispensabile. Forse sarebbe meglio impiegare il tempo per conoscerne altra di buona, piuttosto che di cattiva. (E così il discorso scivola lentamente verso la dicotomia fra letteratura in qualche modo impegnata e letteratura dalle sole giustificazioni intrinseche)
Da un altro punto di vista, la letteratura occidentale, almeno fino agli anni '70 del '900 è imbevuta di classici greci e latini. Tali classici sono per antonomasia un millesimo della produzione letteraria antica; ma sono il millesimo migliore, a detta degli antichi stessi.
Pubblicato da: mignolo - 23.07.07 11:49
Com'erano i tre tipi di storia secondo Nietzsche? Antiquaria, Monumentale e Critica, se non ricordo male: ciascuno mancava di cogliere la "vita".
Lo storicismo in cui la cultura italiana (e la cultura letteraria pure) si dibatte ha ora questo ora quell'aspetto della storia colto da Federico N., ma in ciascun caso esso "manca la vita".
La letteratura (dei grandi o dei minori, d'autore o di genere) o intercetta forze vitali o manca il suo scopo. La storia, l'agiografia, la sociologia della letteratura o sono trampolini per balzare verso l'uomo (Bourdieu ne propone un uso di questo tipo) oppure sono, come il pavone del Libro della Jungla e i titolari di molte cattedre universitarie, solo coda e schiamazzi.
Pubblicato da: Paolo S - 23.07.07 11:50
temo la letteratura "egemone" come una cattiva musa: chi decide chi?
a cominciare dalla Scuola i danni al patrimonio artistico sono stati immensi: si è generata solo indifferenza, incultura, abitudine alla mediazione tra l'artista e il lettore; a questo aggiungiamo i colpi di mannaia del commercio sui gusti del pubblico già manipolati e stravolti dal grande fratello.
Pubblicato da: loredibia.splinder.com - 23.07.07 12:10
Grande invidia per vite tanto lunghe da poter leggere tutta la letteratura di bassa lega necessaria.
O Bourdieu si riferisce solo ai professionisti?
Ingiustizia della vita: nessuno mi paga per leggere, dovrò limitarmi alle grandi opere, sarò inconsapevolmente agito.
Pubblicato da: Bugatti - 23.07.07 12:29
seconda riga: "qualch emodo".
Pubblicato da: andrea branco - 23.07.07 12:33
Mi contenterei di sapere che i miei colleghi insegnanti di lettere leggono qualcosa che è stato pubblicato negli ultimi trent'anni. Per due terzi di loro i contemporanei sono Calvino e Pavese, la letteratura americana è Follett e Grisham e John Fante una carta da gioco. Alta e bassa lega coincidono con letto all'università (quando si aveva tempo per leggere) e non letto (ma tanto è tutta robaccia, non si scrive più come una volta).
I loro alunni, ovviamente, leggono solo se obbligati.
Pubblicato da: valter binaghi - 23.07.07 16:41
Mi chiarisco quanto ho detto prima: il problema non è tanto la letteratura della vetta, quanto la storicizzzione come metodo-base di tutto l'apprendimento della letteratura.
Storicizzre, in qualunque modo e con qualunque intenzione si faccia, è un movimento che non tocca la vitalità del testo, e che già prepara i loculi in cui stivare i testi a venire.
Già narrare la letteratura, affrontarla narrandola e guaradandola con strumenti da narratore, potrebbe cambiare radicalmente questo approccio.
Letteratura di vetta e letteratura bassa usando questo approccio possono non incontrarsi mai, perché nessuno mi darà mai a scuola le coordinate storiografiche per leggere un manga. Mi insegnassero a scuola un approccio narratologico o semiologico, potrei applicarlo anche a Ratman, senza difficoltà. Capire cose, imparare meccanismi.
A tal proposito, ricordiamo lo scandalo di Citati (Citati!) all'uscita di Apocalittici e integrati di Eco (di Eco!). Erano quaranta anni fa, ma ancora oggi «la scuola» pensa come Citati, e la traccia sbagliata su Dante (Dante!) alla maturità è solo l'ennesima riprova di questa sonnolenta priorità dello storicismo.
Pubblicato da: Paolo S - 23.07.07 17:16
Giulio Mozzi scrive: «Si può presumere che lo scrittore o la scrittrice che dicono cose del tipo: "La letteratura di consumo non mi interessa, la ignoro. Tutte queste cose tecniche e commerciali dell'editoria, la distribuzione, i librai, la critica, il marketing, tutte queste cose non mi interessano, le ignoro, eccetera", siano esattamente lo scrittore o la scrittrice sulle cui opere la letteratura "di bassa lega" e tutti gli attori del campo hanno le influenze più incontrollate e incontrollabili (dall'autore o autrice)».
Mi pare sia proprio per questo motivo che, quando lo stesso Mozzi ha deciso di riaprire VibrisseBollettino, ha fatto quella sua proposta riguardo al Clic (il campo letterario italiano contemporaneo) consistente nell'intervistare quando non stanare i personaggi che ne fanno parte per far loro rivelare come sono entrati a farne parte.
Ma, mi pare anche, questa proposta di lavoro non esaurisce il problema. Le risposte dei componenti del Clic saranno sicuramente interessanti e magari sfateranno alcuni pregiudizi come quello resistentissimo che facciano tutti parte di una consorteria maligna o di una mafia. Però quelle risposte riveleranno poco o niente (se non in maniera casuale) su dove i componenti del Clic medesimi vogliono andare, portandosi dietro l'editoria italiana.
Che libri stanno pubblicando, e perché? Che materiale vorrebbero ricevere dagli aspiranti scrittori professionisti, e perché quello e non altro? Di quali libri stranieri hanno comprato i diritti, e perché? A quali libri stanno lavorando, e perché hanno scelto quelli? Chiaramente le risposte riguarderebbero le scelte già fatte, ma le cui conseguenze il pubblico non ha ancora visto sotto forma di libri messi in vendita nelle librerie. Non si chiederebbero segreti industriali, o trattative ancora non concluse, o contratti ancora non firmati. Ma se una decisione è presa, farla sapere al pubblico costituisce il primo passo del marketing.
Queste mi sembrano domande più efficaci. Sapere come certi personaggi sono entrati nel Clic chiarisce il passato e il presente, sapere i progetti sui quali nel Clic si sta lavorando illumina il futuro. E in più, in base alle risposte, gli aspiranti scrittori professionisti potranno farsi un'idea di cosa scrivere, di cosa proporre e a chi. Alcuni potranno forse anche capire come mai i libri che hanno inviato da tempo non sono stati accettati.
In altre nazioni, come gli Stati Uniti, che certe cose siano rese pubbliche è normalissimo. Il giorno in cui uscirà il prossimo Harry Potter lo si sa con mesi di anticipo, ma alla stessa maniera si sa del prossimo Pynchon.
Guido Tedoldi
Pubblicato da: Guido Tedoldi - 24.07.07 07:33
Non sono convinto di quanto afferma Guido Tedoldi.
Scrive: "Quelle risposte riveleranno poco o niente (se non in maniera casuale) su dove i componenti del Clic medesimi vogliono andare, portandosi dietro l'editoria italiana."
Sorvolo sul fatto che così si limita l'appartenenza al clic a chi è direttamente collegato al mondo dell'editoria e ne influenza in qualche modo le sue scelte. Anche ammesso che sia così, a mio parere, è proprio osservando cosa è stato fatto finora che si può capire verso quale rotta si dirige la navicella del Clic. Credo che ci sia già sufficente materiale nel presente, per cercare di chiarire i quesiti di partenza.
Quanto alle domanda: "Che libri stanno pubblicando, e perché? ..."
può avere una risposta dettagliata, secondo me, solo nell'imminenza della pubblicazione, quando i giochi sono già fatti (c'è già la pre-stampa,il testo è già stato inviato ai lettori/critici/ecc. "che contano", sono state raccolte le prenotazioni nelle librerie ecc.) come spesso si fa a fini pubblicitari, e lo dico in senso neutro.
Per il resto, da quel poco che so, si tratta di work in progress, di decisioni che prima di essere definitive, anzi definitivissime, sono semi-definitive, semi-semi-definitive, quasi semi-semi-definitive.
Per non parlare dei tempi di pubblicazione di una nuova opera, specie di un esordiente, che spesso appartengono più al campo del vaticinio, essndo influenzati e influenzabili da infiniti fattori, molti di questi neppure sotto il controllo dell'editore.
Questo non significa che gli editori non approntino i loro piani di pubblicazione, piuttosto questi sono talmente soggetti a turbative che è illusorio sperare in una loro dettagliata divulgazione.
Per questi motivi, aspettarsi risposte precise su cosa uscirà nel futuro, ad esempio tra un anno (considerando i tempi biblici dell'editoria), per me assomiglia all'attesa di Arianna per il ritorno di Teseo a Nasso.
Pensare poi che, come scrive Tedoldi, "in base alle risposte, gli aspiranti scrittori professionisti potranno farsi un'idea di cosa scrivere" questa no, proprio non l'accetto.
A parte che non capisco cosa si intende per "aspirante scrittore professionista" (d'ora in poi asp).
A cosa aspira l'asp?
Quando un asp si trasforma in sp e basta?
Quando vende tanti tanti libri? Vince streghe e campielli? Pubblica colti reportage su riviste di tendenza? Battezza nuovi movimenti politici?
Dal punto di vista del lettore (almeno del lettore che cerca la qualità) penso che pochi abbiano piacere a leggere un testo confezionato in base alle tendenze dell'editoria. E' come un vino che sa di tappo.
Dal punto di vista dell'autore, farsi un'idea di cosa scrivere in questo modo, ehm, mi lascia alquanto perplesso,insomma più che a un asp lo avvicina a un aidc (aspirante impiegato di concetto, detto con rispetto per questa categoria).
Dal punto di vista dell'editore, torniamo al discorso dell'accoglienza riservata agli innumerevoli manoscritti cloni del Codice da Vinci, piuttosto che di Melissa P., inviati pensando di fare cosa apprezzata. Il cestino, il cestino.
E poi non mi convince neppure l'accostamento agli Stati Uniti. Non credo che indichi tutta questa trasparenza il fatto che sia divulgata con mesi di anticipo la prossima uscita di Harry Potter. Mi pare solo un'operazione di propaganda.
E da noi non è così? Non viene anticipata di mesi la notizia dell'uscita del nuovo Faletti? Questa è trasparenza?
Pubblicato da: Paolo Cacciolati - 24.07.07 11:22
Alla persona che si firma "mignolo". Sostenere che "le opere che resistono al tempo sono spesso il prodotto di scrittori out" è possibile. Il punto è che "spesso" non vuol dire niente di preciso. Si può altrettanto agevolmente sostenere che le opere che resistono al tempo sono spesso il prodotto di scrittori bene inseriti nella buona società del loro tempo (da Ariosto a Flaubert, da Goethe a Manzoni ecc.).
A Loredana di Biase: è assai facile dire che tutto è sbagliato, tutto è da rifare, il commercio è brutto ed è tutta colpa del grande fratello. Il punto è: si può dire qualcosa di più preciso? Si può dire qualcosa da cui ricavare una prassi?
Per Paolo Stanese. Scrivi: "nessuno mi darà mai a scuola le coordinate storiografiche per leggere un manga". Ma sarebbe bello, almeno, se a scuola fossero date le coordinate per leggere i Promessi sposi (ossia: com'è che il Conte Alessandro Manzoni, autore di Inni e Tragedie - generi assai confacenti al suo rango - decide tutto d'un tratto di buttarsi in quel genere letterario del tutto privo di credito che è il romanzo? Che era del tutto privo di credito al tempo suo, ovviamente; al tempo nostro - grazie a ciò che Manzoni ha fatto - di credito ne ha tantissimo).
Per Guido Tedoldi. Scrivi: "Sapere come certi personaggi sono entrati nel Clic chiarisce il passato e il presente, sapere i progetti sui quali nel Clic si sta lavorando illumina il futuro". Non ne dubito. Però vorrei fare una cosa alla volta.
Quanto al fasciarsi la testa in anticipo, prevedendo che a certe domande non si avrà risposta, mi pare inopportuno. Il mio lavoro prossimo sarà organizzare un gruppo di ricerca: e vedremo cosa riusciremo a combinare.
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.07.07 16:58
Ciao mi chiamo Riccardo Pio D'Avanzo ho 3 anni e 8 mesi e abito a Spezzano Albanese (CS)
sono un bimbo dolcissimo e bellissimo,ma tanto,tanto malato e tutto perchè?
a causa del trauma che ho subito alla nascita sono stato colpito da una malattia molto rara
la sindrome di West e per queste cose brutte che mi sono successe........io non parlo,non cammino,non reggo la testa e vengo alimentato tramite sondino gastrico,esiste qualcosa in Florida che potrebbe migliorare di molto la qualità della mia vita dove altri bimbi come me hanno avuto un netto miglioramento si tratta dell'ossigeno terapia,ma ahimè è troppo cara ci vorrebbe circa 300.000 euro per un anno e io dovrei farne almeno 3,per me e i miei genitori è solo un sogno,ma con il vostro aiuto potrebbe diventare realtà,aiutatemi a realizzare il viaggio della speranza,il mio futuro è nelle vostre mani,per sapere come potete aiutarmi telefonate alla mia mamma 0981.954632 cell 347.0084629 Turchio Giulia
e-mail: riccardopio@yahoo.it
oppure visitate il mio blog http://riccardopio.blog.tiscali.it
ho il mio sito http://riccardopio.altervista.org/index.html
grazie
Pubblicato da: riccardo pio - 24.07.07 17:01
Alla persona che si firma "mignolo". Sostenere che "le opere che resistono al tempo sono spesso il prodotto di scrittori out" è possibile. Il punto è che "spesso" non vuol dire niente di preciso. Si può altrettanto agevolmente sostenere che le opere che resistono al tempo sono spesso il prodotto di scrittori bene inseriti nella buona società del loro tempo (da Ariosto a Flaubert, da Goethe a Manzoni ecc.).
A Loredana di Biase: è assai facile dire che tutto è sbagliato, tutto è da rifare, il commercio è brutto ed è tutta colpa del grande fratello. Il punto è: si può dire qualcosa di più preciso? Si può dire qualcosa da cui ricavare una prassi?
Per Paolo Stanese. Scrivi: "nessuno mi darà mai a scuola le coordinate storiografiche per leggere un manga". Ma sarebbe bello, almeno, se a scuola fossero date le coordinate per leggere i Promessi sposi (ossia: com'è che il Conte Alessandro Manzoni, autore di Inni e Tragedie - generi assai confacenti al suo rango - decide tutto d'un tratto di buttarsi in quel genere letterario del tutto privo di credito che è il romanzo? Che era del tutto privo di credito al tempo suo, ovviamente; al tempo nostro - grazie a ciò che Manzoni ha fatto - di credito ne ha tantissimo).
Per Guido Tedoldi. Scrivi: "Sapere come certi personaggi sono entrati nel Clic chiarisce il passato e il presente, sapere i progetti sui quali nel Clic si sta lavorando illumina il futuro". Non ne dubito. Però vorrei fare una cosa alla volta.
Quanto al fasciarsi la testa in anticipo, prevedendo che a certe domande non si avrà risposta, mi pare inopportuno. Il mio lavoro prossimo sarà organizzare un gruppo di ricerca: e vedremo cosa riusciremo a combinare.
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.07.07 17:03
Mi scuso per il quasi anonimato (sono mignolo). Non vorrei sembrare sterilmente polemico, ma il fatto che vi siano stati (e vi siano, senza dubbio) buoni, anzi ottimi autori ben inseriti nel proprio contesto letterario nazionale non dimostra ciò che tu, caro Giulio Mozzi, affermi e cioè, se non ho capito male, che gli autori male inseriti nel proprio contesto letterario nazionale sono condannati a singolare cecità, nonché a produrre cattiva letteratura. (in altre parole sei tu che 'devi' dimostrare qualcosa, non io, io portavo solo delle eccezioni. Con la tua risposta mi giri le carte in tavola, come si suol dire)
Del resto, quel che mi ha spinto a mettere un post, a causa, credo, della mia formazione scientifica, è la seguente espressione di P. Bourdieu, quasi da "fisico della letteratura": "gli autori bollati dai propri fallimenti o dai propri successi di bassa lega e destinati a essere cancellati dalla storia della letteratura finiscono tuttavia con il modificare il funzionamento del campo per il solo fatto di esistere e per le reazioni che essi provocano." che mi ricorda vagamente i presupposti della meccanica quantistica di Plank. Ma ecco, e scusate il gioco di parole, non mi convince appunto perché è troppo 'meccanica'. Concordo perfettamente sul fatto che molti grandi autori hanno da sempre certamente letto un gran numero di cattivi autori (diciamo di autori minori) ma come sostenere che essi abbiano avuto una qualunque influenza? E non siano stati invece dimenticati? Io non me ne intendo di strumenti di critica letteraria eccetera ma è davvero possibile leggendo un testo di un grande autore 'misurare' (come sembra a Bourdieu), per così dire, le sue frequentazioni di letteratura minore? Comunque grazie a tutti, è una bella discussione.
Carlo Savelli
Pubblicato da: Carlo Savelli - 24.07.07 17:33
Caro Carlo, non ci intendiamo o non mi sono spiegato.
Io non "affermo" che "gli autori male inseriti nel proprio contesto letterario nazionale sono condannati a singolare cecità, nonché a produrre cattiva letteratura".
Nella citazione da Bourdieu c'è un'affermazione (che, ovviamente, nel libro dal quale l'ho tratta viene argomentata). Io ho presa l'affermazione di Bourdieu e ne ho ricavate delle ipotesi (introdotte dal verbo "presumere", che significa: "supporre in base a indizi, in mancanza di una conoscenza certa e precisa", secondo il dizionario on line De Mauro-Paravia). Queste ipotesi sono ipotesi di lavoro. Da verificare. Tant'è che concludo con una domanda (alla quale non so rispondere).
Non parlo, peraltro, di "inserimento nel contesto letterario nazionale", ma di conoscenza, da parte dell'autore intenzionato a fare letteratura non "di bassa lega", della letteratura "di bassa lega" e dei meccanismi del mercato. "Conoscenza" non è la stessa cosa che "inserimento" (mi pare).
Alla domanda, se sia "davvero possibile leggendo un testo di un grande autore 'misurare' (come sembra a Bourdieu), per così dire, le sue frequentazioni di letteratura minore", la risposta è: sì. Il lavoro dei filologi può mostrarlo da un punto di vista, cioè nei confronti testuali. Il lavoro del sociologo (quale Bourdieu è) lo può mostrare da un altro punto di vista. L'esempio di Manzoni che facevo poco fa è un tipico esempio di influenza della "cattiva letteratura" sulla "buona letteratura". Manzoni, che aveva i suoi bravi intenti letterari, etici, politici, religiosi ecc., decise di scrivere un romanzo anziché un'altra tragedia perché si era reso conto che il romanzo, in quanto "letteratura popolare", gli avrebbe permesso di rivolgersi a una platea più ampia di quella costituita dalla "buona società" e dalla "società dei letterati". Manzoni, in sostanza, ha usato uno strumento (il romanzo) che gli è stato fornito dalla letteratura "di bassa lega" (e in conseguenza anche di questo noi, oggi, non percepiamo il romanzo come letteratura in sé "di bassa lega": tutt'altro; lo consideriamo la più nobile e tipica forma della letteratura occidentale).
(Se intendi dire che nel testo di Bourdieu senti un certo sapore di "scientismo", una certa ansia d'una disciplina umanistica a proporsi come "scientifica": sono d'accordo).
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.07.07 18:18
Caro Giulio, grazie della tua cortese risposta ai miei dubbi in materia di critica letteraria. (a proposito, bello questo Vibrisse e grande pure che sembra un impero. Complimenti. Abbiamo in comune la passione per George Smiley. Perché non fondiamo un club di Smileyani con il preciso obiettivo di sfidare il potere degli onnipresenti bondiani?)
Certo un'ipotesi non è una tesi e può anche non essere verificata/verificabile, almeno fino a un certo punto (o anche a piacimento, salvo ipotesi che, verificate, si presentino migliori).
Che Bourdieu fosse (sia?) un sociologo non lo sapevo, pensavo un critico letterario. Di sociologia so ancora meno che di critica letteraria; ma credo che 'scientismo' sia la parola esatta.
Io Manzoni l'ho letto al liceo e l'ho grossomodo completamente dimenticato (eccezion fatta per la Provvidenza e l'azzeccagarbugli). Ma possiamo anche vederla al contrario di come dici tu (suppongo che sia quello che sostiene la critica letteraria). Che lo snob Manzoni volesse elevare a livello dei suoi inni e tragedie anche un genere molto popolare come il romanzo. Che volesse fare un lavoro tutto sul versante della forma anziché della sostanza. Il messaggio cristiano sulla provvidenza è peraltro molto degno di una tragedia . Reinventare il genere elevandolo o simili. Tanto più che I promessi sposi non mi sembra proprio un romanzo da popolino (ma, di nuovo, probabilmente mi sbaglio).
Ok, come non detto, sto occupando il tuo tempo e il tuo Vibrisse con insensate (e ignoranti) divagazioni. Forse si verifica quanto hai ipotizzato (con B.), la letteratura di "bassa lega" modifica lo spaziotempo letterario. Ma, ecco, per esempio, se rimaniamo allo scientismo e alla mia ultima metafora gravitazionale, sono i corpi grandi e grandissimi (i grandi e grandissimi capolavori letterari) a determinare il comportamento gravitazionale dei corpi piccoli come i pianeti e gli asteroidi (la letteratura di bassa lega), e non viceversa, se non in misura del tutto trascurabile.
Ok grazie ancora della discussione. A presto.
Pubblicato da: Carlo Savelli - 24.07.07 19:53
Io credo che la cattiva letteratura a volte venga compensata da alcune piccole perle che si affacciano umilmente dal nulla e iniziano a brillare di luce propria nonostante le rigide regole del marketing.
Per fare un esempio, ho letto un autore meraviglioso, che credo sia al suo debutto assoluto ( tre giorni fa ero per caso in vacanza a recanati, e il libro era presentato nel centro mondiale della poesia, sul colle dell'infinito di leopardiana memoria). non so se posso fare il nome dell'autore (sarebbe pubblicità, ma credetemi, lo merita ) comunque, se non sono impazzita per il gran caldo, credo che il suo libro sia la cosa più bella che ho letto da tanti, troppi anni a questa parte. credo che abbiamo di fronte un vero genio letterario che farà impallidire tanti autori fin troppo strombazzati. ho visto gente piangere durante la lettura di alcuni brani. infine l'autore ha rivelato che, nonostante la casa editrice sia pressochè sconosciuta, sono piovute offerte per farne un film e offerte per la traduzione all'estero (Israele e Usa, lui comunque è uno sceneggiatore professionista). ecco, per concludere voglio dire che la cattiva letteratura è figlia delle cattive abitudini, intese come grossi editori che snobbano gli esordienti. Per fortuna spesso le perle più preziose spuntano dai gusci più piccoli.
Pubblicato da: Arianna - 24.07.07 19:54
Per Arianna. non posso che essere d'accordo riguardo le cattivi abitudini dei grandi editori.
di sicuro il loro atteggiamento fomenta la cattiva letteratura. Cambiando discorso, e visto che sono curioso, ho visto su Google che il 21 luglio(come dici tu , tre giorni fa) è stato presentato a Recanati un romanzo, "Daniel il Giudeo" , di Valentino Grassetti. Quindi è facile capire che sia lui, il nuovo "genio letterario", come lo chiami tu.
Tenterò di procurarmi il libro, e poi ti farò sapere. Chissà, forse per una volta non parleremo di cattiva letteratura.
Pubblicato da: Mirko - 24.07.07 20:19
Caro Carlo, che Manzoni volesse "elevare il romanzo", è cosa di cui si può dubitare. Leggendo la sua corrispondenza si vede che il suo problema è quello di trovare una forma letteraria "popolare" (cioè: per i borghesi - non per i soli nobili come le tragedie). Ovviamente, nell'accingersi a fare un romanzo, ha cercato di fare un romanzo "all'altezza" delle tragedie. L'elevazione del genere, in somma, mi pare un effetto secondo.
Circa la metafora gravitazionale: un libro "di bassa lega" da un milione di copie non mi pare che abbia poco potere di attrazione. Ci sono due "forze gravitazionali" diverse: quella della qualità letteraria, e quella del successo.
Passo e chiudo, da Vulcano.
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.07.07 20:59
Paolo Cacciolati, nel suo commento pubblicato il 24 luglio alle 11:22, si dichiara non convinto di almeno 5 passaggi del commento che avevo pubblicato io qualche ora prima, il 24 luglio alle 07:33.
Vedo se riesco a chiarire.
1) Cacciolati scrive: «Così si limita l'appartenenza al clic a chi è direttamente collegato al mondo dell'editoria e ne influenza in qualche modo le sue scelte»
Il Clic lo ha definito Giulio Mozzi in altri suoi interventi, e vi ha inserito numerose categorie professionali che sono state messe in dubbio in alcuni dei commenti che si sono susseguiti. D'altra parte, in senso allargato, anche il pubblico dei lettori fa parte del Clic e con le sue scelte (soprattutto quelle di massa) ne influenza le direttrici di sviluppo.
Tuttavia mi pare che un lavoro di documentazione e scoperta delle tendenze del Clic dia maggiori risultati se condotto verso il centro del sistema, piuttosto che nei suoi comparti periferici. E mi scuso per l'imperfezione di linguaggio che questa metafora centro/periferia introduce nel discorso.
2) Cacciolati scrive: «A mio parere, è proprio osservando cosa è stato fatto finora che si può capire verso quale rotta si dirige la navicella del Clic. Credo che ci sia già sufficiente materiale nel presente, per cercare di chiarire i quesiti di partenza».
Se io avessi avuto la stessa sensazione di completezza informativa derivante dall'osservazione del presente, non avrei proposto un allargamento del campo d'indagine.
Mi pare inoltre che, tra i motivi di interesse di un'indagine sul Clic, ci sia anche la comprensione del modo in cui vengono effettuate le scelte editoriali. Proprio il capire perché un certo libro sì e un altro libro no. Questa comprensione è talmente scarsa tra i lettori, che molti sono convinti di non avere la possibilità di entrare a far parte del Clic perché «è tutta una mafia». E quando qualcuno del Clic (come per esempio gli editor intervistati su NazioneIndiana2.0) interviene a dire qualcosa, è tacciato di falsità perché «fa parte anche lui di quella mafia, e quindi non parlerà mai male dei suoi amichetti».
3) Cacciolati scrive: «Quanto alle domanda: "Che libri stanno pubblicando, e perché? ..." può avere una risposta dettagliata, secondo me, solo nell'imminenza della pubblicazione, quando i giochi sono già fatti (c'è già la pre-stampa, il testo è già stato inviato ai lettori/critici/ecc. "che contano", sono state raccolte le prenotazioni nelle librerie ecc.) come spesso si fa a fini pubblicitari, e lo dico in senso neutro».
Già avere risposte in queste fasi del processo di lavorazione dei libri mi sembra importante. Sono informazioni in più rispetto a quelle che il pubblico ha a disposizione normalmente.
Sto parlando di pubblicità? No, sto parlando di informazioni che possono permettere ai lettori di farsi un'idea, e possono contribuire al dibattito culturale. Capisco che siamo in un'epoca in cui la professione giornalistica è sputtanata, e dai mass media ci si aspettano in pratica solo marchette. Però iniziative nate in internet come Vibrisse vivono già nell'ambiente del web 2.0, ossia in un luogo dove i lettori partecipano alla discussione dei contenuti quando non alla loro definizione. Nell'ambiente dei mass media tradizionali, come dice anche Cacciolati, alcuni lettori «contano» più di altri e le aziende li ricercano a scopo di marketing. Nell'ambiente di Vibrisse ogni lettore conta uguale, se non altro perché ha uguale possibilità di intervento. Che poi intervenga effettivamente dipende dalla sua disponibilità.
3 bis) Cacciolati scrive: «Questo non significa che gli editori non approntino i loro piani di pubblicazione, piuttosto questi sono talmente soggetti a turbative che è illusorio sperare in una loro dettagliata divulgazione. Per questi motivi, aspettarsi risposte precise su cosa uscirà nel futuro, ad esempio tra un anno (considerando i tempi biblici dell'editoria), per me assomiglia all'attesa di Arianna per il ritorno di Teseo a Nasso».
Se io avessi la stessa sensazione di illusorietà rispetto ai piani a breve/medio termine delle aziende editoriali, non avrei proposto di indagarli.
Come ha detto Giulio Mozzi nel suo commento pubblicato il 24 luglio alle 17:03, «Quanto al fasciarsi la testa in anticipo, prevedendo che a certe domande non si avrà risposta, mi pare inopportuno. Il mio lavoro prossimo sarà organizzare un gruppo di ricerca: e vedremo cosa riusciremo a combinare». Incidentalmente, per quel gruppo di ricerca mi candido.
4) Tornando a Cacciolati, egli scrive: «Pensare poi che, come scrive Tedoldi, "in base alle risposte, gli aspiranti scrittori professionisti potranno farsi un'idea di cosa scrivere" questa no, proprio non l'accetto. A parte che non capisco cosa si intende per "aspirante scrittore professionista" (d'ora in poi asp). A cosa aspira l'asp? Quando un asp si trasforma in sp e basta? Quando vende tanti tanti libri? Vince streghe e campielli? Pubblica colti reportage su riviste di tendenza? Battezza nuovi movimenti politici? Dal punto di vista del lettore (almeno del lettore che cerca la qualità) penso che pochi abbiano piacere a leggere un testo confezionato in base alle tendenze dell'editoria. È come un vino che sa di tappo. Dal punto di vista dell'autore, farsi un'idea di cosa scrivere in questo modo, ehm, mi lascia alquanto perplesso, insomma più che a un asp lo avvicina a un aidc (aspirante impiegato di concetto, detto con rispetto per questa categoria). Dal punto di vista dell'editore, torniamo al discorso dell'accoglienza riservata agli innumerevoli manoscritti cloni del Codice da Vinci, piuttosto che di Melissa P., inviati pensando di fare cosa apprezzata. Il cestino, il cestino».
Qui mi pare sia una questione di definizioni.
Uno scrittore professionista è colui che ricava dalla pubblicazione di libri il proprio sostentamento economico, o una parte di esso. Altri professionisti lavorano in ufficio, uno scrittore, scrive. Ne consegue che l'«aspirante» scrittore professionista sia colui che aspira a fare della scrittura e conseguente pubblicazione di libri la propria professione.
Questa definizione è passibile di molte eccezioni. Per esempio un Baricco o un Lucarelli mi pare siano scrittori professionisti, benché poi facciano anche altre cose tipo condurre programmi televisivi.
Il fatto di sapere cosa un certo editore preferisca ricevere e cosa intenda mandare alle stampe, consente allo scrittore (professionista o meno) una possibilità di scelta maggiore rispetto a cosa scrivere. C'è chi trae piacere nello scrivere un libro clone di Melissa P., e chi non lo scriverebbe mai. Sapere che un certo editore vuole i cloni mentre un altro vorrebbe principalmente libri «mostruosi», può determinare anche (non foss'altro) un risparmio di spese postali nell'invio di un manoscritto.
Peraltro se uno scrittore concepisce se stesso come un professionista probabilmente non vorrà fare l'impiegato di concetto. Se gli va di scrivere qualcosa, la scrive, e si prende i rischi imprenditoriali che non venga accettata dagli editori. Ho scritto rischi «imprenditoriali», ma avrei potuto scrivere rischi «artistici che la sua opera non sia compresa dal pubblico». Per alcuni aspetti, mi pare che le due cose che ho scritto siano sinonime. Per altri aspetti magari sono molto diverse.
Per quanto riguarda ciò che i lettori hanno piacere di leggere, mi pare che le classifiche di vendita siano lì per essere guardate. Ci sono tendenze dell'editoria e lettori che comprano libri inseriti in certe tendenze.
5) Cacciolati scrive: «E poi non mi convince neppure l'accostamento agli Stati Uniti. Non credo che indichi tutta questa trasparenza il fatto che sia divulgata con mesi di anticipo la prossima uscita di Harry Potter. Mi pare solo un'operazione di propaganda. E da noi non è così? Non viene anticipata di mesi la notizia dell'uscita del nuovo Faletti? Questa è trasparenza?».
Qui devo fare un riferimento alla mia esperienza personale. Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 sono stato redattore di una fanzine di fantascienza, Metropolis sf. Internet non era diffusa come adesso, e la nostra (mia e degli amici con cui facevo la rivistina) fonte principale di informazione erano quelle 2 fanzine in croce che qualche corrispondente riusciva faticosamente a procurarsi negli Stati Uniti e in Francia. Tuttavia sapevamo tutto delle prossime uscite degli editori americani, e in parte di quelli europei. I contratti firmati, le saghe in arrivo, i vincitori dei premi letterari, l'attività dei noti e meno noti. Insomma avevamo a disposizione una quantità di materiale su quel che bolliva in pentola, e Per quanto riguarda le uscite dei libri italiani, sapevamo qualcosa dalla rivista della Editrice Nord, Cosmo Informatore, che però era in pratica un catalogo interno di vendita per corrispondenza. Su cosa facevano gli altri editori (perlomeno quelli specializzati o che avevano collane di fantascienza) non sapevamo in pratica niente.
Un conto è sapere che Faletti sta scrivendo un altro libro (cosa che lui stesso fa sapere urbi et orbi nel corso di una comparsata televisiva) un conto è sapere cosa sta facendo la maggior parte degli altri componenti del Clic. Non lo so se è una questione di trasparenza. Quello che vedo è che le case editrici italiane non sono abituate a dare certe informazioni, che a me paiono interessanti.
Pubblicato da: Guido Tedoldi - 25.07.07 07:47
c'è un libro introvabile in Italia, tradotto da una piccola casa editrice, di Thomas Taterka (mi pare si scriva così) sulla letteratura concentrazionaria, che si intitola *Dante Deutsch* in cui utilizza l'idea di campo letterario, mutuandola da Bourdieu.
Io non ho avuto la possibilità di leggere il libro, ma ho potuto assistere ad una conferenza di Taterka. Provo a riordinare un po' le idee, se prendiamo un *genere* (prendo la definizione più larga possibile, quella di Maria Corti, parlando di genere come *insieme* di libri che parlano dello stessa esperienza) come quello letteratrua concentrazionaria possiamo meglio comprendere il discorso e le noterelle di giulio.
Domanda: sarebbe esistito Se questo è un uomo, senza la miriade di racconti, di libri, di memoriali e di pubblicazioni che ci furono su l'argomento lager?
Solo nel 1945/46 mentre Levi scriveva uscirono una serie di testi importanti, come Mauthausen Bivacco della morte di Vasari (1945) e Mauthausen, Città Ermetica di Bizzarri (1945), senza contare Alteme La Specie Umana (1946), tralasciando Alteme in cui intenti letterari sono evidenti, le altre due pubblicazioni hanno un andamento testimoniale e non è un caso se il quel periodo le pubblicazioni degli ex deportati sono sostanzialmente elenchi di nomi (il primo mi pare è del 1945 a cura di Giuseppe Calore). Tutte queste pubblicazioni, sicuramente minori e in alcuni casi accessorie, vanno però ad occupare degli "spazi" nel campo che abbiamo donomianto "letteratura concentrazionaria".
quando Levi scrive Se questo è un uomo è tutto *gettato* in questo campo e in un certo senso fa delle scelte che sono influenzate dalle pubblicazioni che ha lette.
Stupisce leggendo il libro che parli di "un studio pacato dell'animo umano" e non scriva "questo è un atto d'accusa" (cosa che è tipica di molti dei libri pubblicati a ridosso del 1945). Stupisce che il libro si concentri non tanto sui fatti, ma già sviluppi una serie di riflessioni (già altri avevano fatto nomi, avevano stabilito riscontri). Stupisce infine che in Se questo è un uomo si parli della selezione, ma non di come funzionassero i forni crematori (questo argomento nel campo letterario da noi definito "letteratura concentrazionaria" era già riempito da un articolo che Levi aveva pubblicato nel 1945 - guarda un po' - su La Minerva Medica, una rivista di medicina, in cui si dava notizia dettagliata e scientifica su come funzionassero i forni e su quali fossero le malattie (con tanto di sintomatologia e decorsi) presenti ad Auschwitz).
Questo per dire come molte delle caratteristiche del libro di Levi siano influenzate dal campo letterario che l'autore frequenta e come forse, senza tutta questa pubblicistica, avremmo avuto un'opera, Se questo è un uomo, del tutto o in parte diversa.
d.
Pubblicato da: demetrio - 25.07.07 09:57
Alteme > Antelme
Pubblicato da: Bugatti - 25.07.07 10:51
Alteme > Antelme
Pubblicato da: Bugatti - 25.07.07 10:52
Caro Giulio, sono perfettamente d'accordo con il tuo modo di porre agli studenti la questione Promessi Sposi per Manzoni: sarebbe appunto un tentativo di riscoprire ciò che di vitale è alla base dei PS - ma senza trasformarlo nella notarella biografica del Manzoni, che sarebbe un'altra cattura.
Insomma, se io guardo un Caravaggio vedo: colore, al servizio di un tema pittorico. Da dove comincerò la mia analisi di un quadro, dalla storia biblica ritratta oppure dall'impatto emotivo della tela e dal colore che lo genera?
Se un'opera "rimane" è perché spacca le coordinate già costituite, chissenefrega della poesia d'occasione per il compleanno della duchessina. Morti per morti per morti, i versi per i personaggi e per i professori che li incasellano.
Ma mi sto allontanando tanto dal tema: che ci sia chi sa "scrivere bene" da un lato e chi ha "cose da dire" dall'altro è un segno grave dei tempi. E l'approccio museale della scuola ne ha buona fetta di colpa, il clic pure, ma forse in seconda battuta.
Pubblicato da: Paolo S - 25.07.07 11:02
bugatti grazie. scrivevo di fretta.
d.
Pubblicato da: demetrio - 25.07.07 11:05
Non credo che per fare buona letteratura occorra essere immersi nella cattiva. La cattiva letteratura ricicla e rimbalza mode del tempo presente, destinate a durare qualche mese se non meno. Tali mode sono talmente "mode" che ne veniamo interessati per mezzo di altri media che non i cattivi libri. Ne entriamo dunque in contatto ugualmente. La cattiva letteratura scritta bene diventera' al meglio un instant-book. Puo' anche essere che un instant-book abbia lunga vita, ma in genere svanisce l'interesse una volta che la moda e' passata.
Per conoscere ed evitare il recentissimo modo di dire: "tutta la vita" al posto di "certamente", non ho bisogno di leggere un libro.
Pubblicato da: GiusCo - 25.07.07 11:53
Buongiorno. Stavo cercando sulla rete la voce "Valentino Grassetti", un autore nuovo, e l'ho trovato qui, e mi sono trovato immerso in questo affascinante dibattito.Quindi tralascio per un momento la mia ricerca per dire la mia sul caso "letterario" di Levi. Mi sembra triste e insensato parlare di "Se questo è un uomo" in termini tecnici e stilistici. Quella è solo una meravigliosa testimonianza, e qui sembra che si voglia far passare per una furbata l'atroce esperienza dell'Uomo Levi. Non ragioniamo sempre in termini utilitaristici per cortesia, questo non fa onore a Levi e alla sua memoria. Apprezziamo lo sfoggio di cultura del signor Demetrio, ma voliamo bassi con le testimonianze e non mischiamole con i generi letterari. A proposito del dramma ebraico, se vi capita (e ritorno un attimo del perchè sono finito qui) , sfogliate "Daniel il Giudeo". Sono d'accordo con Arianna: l'ho avuto per una recensione, e credo che probabilmente ci troviamo davanti a un capolavoro del genere storico avventuroso.
Pubblicato da: Littorario - 25.07.07 15:17
Non mi sembrava demetrio volesse far passare Se questo è un uomo per una furbata, tutt'altro, mi sembrava volesse dire che Se questo è un uomo è nato in un certo periodo storico, in cui si pubblicavano anche altre cose sulle stesse esperienze, e questo ha probabilmente influenzato Levi nella stesura. Poteva anche dire, non so, che Il giovane Holden di Salinger non è il primo romanzo di formazione che si incontri nella storia letteraria, e che se è venuto fuori in quel modo, è stato anche perché aveva presente i romanzi precedenti e di quel dato periodo che affrontavano la formazione di un ragazzo. Era un discorso di testo e contesto.
Per quanto riguarda testimonianze e genere letterario, invece, perché la testimonianza non si può considerare genere letterario?
A me sembra riduttivo dire che Se questo è un uomo "è solo una meravigliosa testimonianza".
Come dire che la Gioconda è solo un meraviglioso ritratto.
Però posso aver capito male il senso di questa affermazione.
Grazie per la segnalazione di Daniel il Giudeo, la curiosità già c'è, manca solo una bella recensione;-)
ciao.
Pubblicato da: andrea branco - 25.07.07 15:34
Littorario forse non sai leggere. Io ho detto che Se questo è un uomo è una furbata?
Dove sta scritto?
Trova la parola furbata nel mio post. Io la cerco, ma non la trovo.
Mi sembra che sto parlando di "influenze", di campo letterario, di definizione di genere. Dove ho detto che è una furbata?
Perfavore fare copia e incolla.
Aspetta rileggo. Non trovo furbata come termine e non trovo furbata unita a Se questo è un uomo.
Io mi limitavo a dire, e mi sembrava un discorso così normale, che ogni grande libro è il prodotto di una serie di *influenze*, alcune delle quali legate al campo letterario in cui opera.
Perché se scrivi un libro entri in un campo letterario, in maniera inconsapevole, ma ci entri.
Mai detto che il testo di Levi non abbia un valore tesimoniale, ma andarsi a leggere Primo Levi. Conversazioni e Interviste (Einaudi, a cura di Belpoliti) e leggere in una delle sue interviste Levi dire che il suo libro è un libro "gremito di letteratura".
Leggere un libro come Se questo è un uomo in termini letterari e non solo testimoniali non sminuisce la portata *documentale*, ma la aumenta (non sono l'unico a pensarla così: Domenico Scarpa, Marco Belpoliti, Alberto Cavaglion, Roberto Gordon... consiglio pratico: oltre a leggere Daniel il Giudeo, fare anche una piccola incetta di saggi e contributi per scoprire che esiste da anni (almeno dal 1994) una branca della letteratura che va sotto il titolo di "letterutra concentrazionaria")
d.
Pubblicato da: demetrio - 25.07.07 15:37
Non mi sono espresso bene, e faccio ammenda. Nessuna furbata, e mi piace il calore genuino con il quale ti sei arrabbiato. Ti chiedo scusa d. ce ne fossero di persone così vive e vitali, nonchè intelligenti ( si capisce dalla qualità del tuo pensiero). Però leggendo Levi, io sentivo tutta la sua stanchezza interiore, e la sento ancora, e mi piaceva pensare che non era così importante parlare di generi letterari sul dramma che io percepivo. Tutto qua. Per il resto sono totalmente d'accordo con te. Riguardo Daniel il Giudeo, mi dicono che, per essere scritto da un illustre sconosciuto, sia già in ballo un film e richieste di traduzioni in varie parti del mondo. Di certo il libro è da brividi, ed era tanto che non mi capitava una lettura così.
Pubblicato da: Littorario - 25.07.07 17:22
Una testimonianza.
Certamente giungo in ritardo ma lo stesso vorrei affermare che, nello scrivere la mia "saga thriller-noir" (di cui sono già stati pubblicati e ristampati i primi due volumi dei quattro scritti), "ho utilizzato lo stile degli scrittori di bassa lega", (come da avvertenza riportata sul primo libro della saga), con lo scopo di raggiungere un numero più alto di lettori possibile. A vedere dai risultati, pare che il mio progetto sia riuscito. Senza tentare nessun paragone con Alessandro Manzoni.
Pubblicato da: felice muolo - 25.07.07 18:00
"soltanto gli autori che la storia letteraria ha riconosciuto come degni di essere tramandati" devono essere letti,
pensando a Primo Levi e a Bruno Vasari morto venerdì in quei di via dei Mille a Torino, d’impeto mi viene da scrivere, e qui mi fermo a commentare: tutti i “ghetti” in cui noi concentriamo, pur se per aulici destini rappresentano un confinamento al contrario, che esclude…
Sicuramente l’esclusione non riguarderà Daniel il giudeo, la splendida opera di Grassetti Valentino, in cui lo stile narrativo di incredibile importanza snoda una storia intrecciata magistralmente con la preparazione storica degna di un grande scrittore.
Grassetti, per chi lo ritiene uno sconosciuto, vanta un percorso di degno rispetto. È un lodevole sceneggiatore e molti dei vostri bambini al mattino si incollano davanti alla tv, cullati ancora un po’ dai personaggi dei cartoni animati, che vivono in mezzo mondo grazie proprio alla sua penna virtuale.
Immaginate di tuffarvi in una dimensione perduta di duemila anni fa. Assolutamente vera, in tutte le sue ricostruzioni storiche, nella vita quotidiana di schiavi, eroi e bambini; di combattere con uno scudo in mano o di scansare un fendente puntato al cuore. Immaginate le labbra sensuali dell’amore, o gli occhi assassini di un turpe imbroglio. Immaginate un giallo in piena regola catapultato tra i cartigli di un potente romano e poi andate oltre, in qualcosa che non potrete immaginare mai, qualcosa che vi sta già aspettando tra le pagine di questo romanzo.
Grassetti è un genio e Daniel il giudeo testimonia questa assoluta sua padronanza di essere un narratore perfetto. Leggetelo e regalatelo e scoprirete una storia che vi incanterà, che vi ruberà l’anima e i sorrisi e quando vi troverete commossi e in lacrime, scoprirete che sarà rugiada di gioia e ne sarete assolutamente soddisfatti. Provare per credere!
Pubblicato da: Moky - 25.07.07 23:01
Prendo atto delle precisazioni di Guido Tedoldi, contenute nel post pubblicato il 25.07.07 alle 07.47.
Peraltro quello che meno mi convince, come ho già scritto, sono le conclusioni, ovvero l'assunto che dai risultati dell'indagine "gli aspiranti scrittori professionisti potranno farsi un'idea di cosa scrivere."
E i miei dubbi non riguardano tanto i termini, ma piuttosto la motivazione. Il perchè si scrive. E ancora di più su cosa si scrive.
A mio parere, è un approccio scorretto
farsi un'idea di cosa scrivere in base ai risultati di un'indagine sulle tendenze editoriali.
Secondo me è una scorciatoia che non conduce a risultati apprezzabili.
Per questo motivo ho scherzosamente paragonato l'aspirante scrittore professionista a un aspirante impiegato di concetto.
Quanto al fasciarsi la testa, non so se Giulio Mozzi nel post del 24 luglio si riferisse a me.
E' vero che ho espresso scetticismo sulla possibilità di una dettagliata divulgazione, da parte dei gruppi editoriali, dei loro piani a medio-lungo termine, per i motivi che non sto a ripetere.
Tuttavia sarei lietissimo di essere smentito. E lo confermo candidandomi volentieri per il gruppo di ricerca in questione.
Pubblicato da: Paolo Cacciolati - 26.07.07 00:36
ritorno a bomba alla teoria di Bourdieu... mi pare che uno degli aspetti fondamentali della sua teoria, legata ovviamente alla citazione di cui sopra, è che all'interno del campo letterario le opere con il tempo in qualche modo tendano a "spostarsi" dai margini al centro, dalla letteratura per così dire di bassa lega, a quella che invece rientra nel canone letterario. questo è il motivo per cui una netta distinzione che sia universale e invariabile è impossibile, dato che il campo è sempre in continua evoluzione e trasformazione. Questo è dunque il motivo per cui un autore deve saper tener conto di tutta la produzione letteraria, dato che ciascuna opera può avere il potere di modificare il campo, per quanto possa sembrare assurdo, anche un romanzo di Moccia potrebbe essere in grado di farlo...
Pubblicato da: Valeria - 30.07.07 16:45
Non è per niente assurdo, cara Valeria.
Pubblicato da: giuliomozzi - 30.07.07 19:43
Buongiorno a tutti. Mi hanno avvisato che qualcuno stava spendendo il mio nome in uno spazio così prestigioso.
Ho mandato una mail al signor Mozzi, ma, visto che torna sempre indietro, sarò costretto a scusarmi pubblicamente con lui, dato che per causa mia è stato sottratto spazio ad argomenti ben più interessanti. Tuttavia mi sento in dovere di ringraziare questi "incursori" che dimostrano (magari esagerando, visti i termini entusiastici) di apprezzare la mia opera.
Cordialmente.
V.
Pubblicato da: Valentino Grassetti - 31.07.07 17:46
non potrebbe essere che Manzoni ha "guardato" quello che facevano all'estero?
(c'aveva pure i parenti!...)
Pubblicato da: oceanofnoise - 01.08.07 16:20
Certo che Manzoni ha guardato quello che facevano all'estero (tant'è che teorizzerà il "romanzo storico" in aperta polemica con Walter Scott; e i "Promessi sposi" furono recensiti e molto apprezzati da Goethe ecc.). Ma non bisogna dimenticare che il romanzo furoreggiava anche in Italia da un secolo e mezzo, con autori oggi dimenticatissimi come Pietro Chiari o Antonio Piazza (autori molto prolifici, e con tirature per l'epoca enormi). E c'erano autori contemporanei a Manzoni come Francesco Domenico Guerrazzi, autore de "L'assedio di Firenze", "Beatrice Cenci" ecc, nonché uomo politico importante - fu con Mazzoni e Montanelli nel triumvirato che governò la Toscana nel '48 dopo la fuga del granduca Leopoldo; o Massimo D'Azeglio, anche lui pure uomo politico, con l' "Ettore Fieramosca", ecc.: autori che non ce la fecero - cioè che non sono sopravvissuti nella lettura. Oggi chi legge Preti, Piazza, Guerrazzi, D'Azeglio? Sì, vabbè, li leggo io (perché sono maniaco), li leggono gli accademici (perché gli tocca), ma un pubblico proprio non ce l'hanno.
Perché Manzoni ce l'ha fatta? Perché il suo romanzo è "bello"? O (anche) per altre ragioni?
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.08.07 10:06
In effetti l'improvvisa sortita di A.Manzoni nel genere romanzo (per uno che scriveva algidi Inni sacri e Tragedie illegibili o irrappresentabili, era come se oggi un autore Adelphi decidesse di scrivere delle commedie per canale 5) ha del misterioso. E non sufficientemente sondato a parer mio. Non ho trovato risposta a tale domanda nemmeno in libri belli come quello di E. Raiomondi "Il romamzo senza idillio"). Che il genere romanzo fosse praticato nel '700 è cosa nota a chi ha approfondito l'argomento. Personalmente, come "oceanofnoise", ho letto - alla biblioteca Ambrosiana di Milano- alcuni romanzi dell'abate Chiari. Non sono proprio malvagi "La francese in Italia" e "Madame Tolot" (quest'ultimo ripubblicato da A. Consiglio negli anni '60 del secolo scorso). Tali romanzi ebbero un successo straordinario, al punto che l'Abate Chiari potè abbandonare la scena teatrale veneziana (che nell'analisi di Bourdieu del "champs littéraire" sarebbe come abbandonare il profittevole teatro dei boulevards parigini per vivere di... romanzi!) E ci viveva così bene al punto di combattere contro i soliti editori-librai napoletani che come oggi con i CD lucravano con le solite copie pirata.
Chiari capì la popolarità del genere ("la gente non chiede che romanzi" scriveva in una lettera) e intercettò, in una logica sanamente mercantile, con la propria offerta la domanda che veniva dall'esercito di fantesche, damigelle, uffizialetti... Quando Gramsci/Bonghi si chiederanno perché la letteratura nazionale non era anche popolare, la risposta -parziale- la si potrà trovare nella fortuna/sfortuna che il romanzo ebbe in Italia dal '700 in avanti. A mio avviso successe che il "popolo" dei lettori era più avanti dei letterati, la cui formazione classicista e tutta viziata dalla tradizione "lirica" (popolo di poeti e di librettisti, autori di "romanze" più che di "romanzi"!), impediva loro di adottare il genere romanzo che nell'Europa fredda dell'epoca era diventato il genere letterario preferito sia dal colto pubblico che dall'inclita guarnigione. Quindi la risposta è "a parte subjecti", mancò l'offerta, non la domanda. Tutto ciò fino all'arrivo del Grande (davvero Grande) conte Manzoni, che sdogana il genere, finalmente. Fu la rottura della diga: Guerrazzi, D'Azeglio, Grossi, verranno dopo.
Ma come e perché Manzoni abbia all'improvviso scelto il genere, per me rimane un mistero. Ho un'ipotesi. Nel 1810 Manzoni si reca a Venezia per un soggiorno di circa 10 mesi. Bene, allora la città lagunare era la "centrale" di smistamento del genere. Qui si traducevano "tutti" i romanzi allora pubblicati in Europa: Lesage, Prevost, Swift etc. Che abbia il conte fatto una perlustrazione accurata delle librerie che si aprivano nei sotoporteghi e nei sestieri e nelle fondamenta della Serenissima?
Pubblicato da: homais - 09.08.07 10:51
"la cui formazione classicista e tutta viziata"
rectius
"la cui formazione classicista è tutta viziata"
Pubblicato da: homais - 09.08.07 11:11
Il primo romanzo di Francesco Domenico Guerrazzi è, se non sbaglio, "La battaglia di Benevento", che uscì nel 1827 (lo stesso anno della prima edizione dei "Promessi sposi"). Tommaso Grossi (che del Manzoni era molto amico) scrisse varie narrazioni in versi (tra cui il poema "I lombardi alla prima crociata", 1826) ed effettivamente un romanzo ("Marco Visconti") solo nel 1834. L' "Ettore Fieramosca", primo romanzo di D'Azeglio, è del 1833.
Non so. Mi sembrano date troppo ravvicinate per sostenere che Manzoni ruppe la diga, e gli altri vennero dopo. Direi piuttosto che l'ingresso degli "scrittori seri" nel romanzo "era nell'aria" in quegli anni.
Quanto al "mistero" su "come e perché Manzoni abbia all'improvviso scelto il genere", devo dire che non mi risultano grandi fonti (ho letto l'epistolari, ad esempio, e non ce n'è gran traccia). Secondo Ezio Raimondi "non esiste forse romanzo la cui nascita appaia più misteriosa" ("La dissimulazione romanzesca", il Mulino 1990, p. 145): e se lo dice lui...
Mi sembra però interessante notare come molte sedicenti "storie della letteratura" si limitino a sorvolare la faccenda: che Manzoni abbia deciso all'improvviso di scrivere un romanzo, è presentata come cosa ovvia (al massimo, si parla di una specie di "scommessa" con l'amico Grossi). Mentre pagine e pagine, nelle stesse sedicenti storie, sono dedicate alla "rinuncia al romanzo" che Manzoni compirà successivamente.
(Rinuncia che è già però nelle origini. Quando Manzoni scrive al Fauriel - vado a memoria - di voler comporre una "favola storica" sul modello di Scott, la parola chiave è "favola". Dove si vede che Manzoni, modernissimo nel suo agire, è però ancora antiquato nella consapevolezza del suo agire. "Favola" è parola incompatibile con l'istanza realistica - così tipica del romanzo).
Quanto alla "rinuncia ai teatri di boulevard", potrà essere interessante sapere che già nel 1827, a romanzo appena finito di stampare, tale Giambattista Nasi diede alle stampe una versione teatrale dei "Promessi sposi" (in tre commedie), con lo scopo dichiarato di avvicinare il romanzo "a quella classe vulgare che non l'avrà letto, o leggendolo non l'avrebbe inteso" ("Storia della letteratura italiana" a c. di Enrico Malato, vol. 14, ed. Sole24ore, p. 715; l'autore del capitolo su Manzoni è Angelo Stella).
Pubblicato da: giuliomozzi - 10.08.07 10:29




