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30.06.07
"Il vero problema è: chi mi legittima nella mia opera di valutazione? "
di Paola Borgonovo
[Ricevo e volentieri pubblico questo intervento di Paola Borgonovo, editor presso Sironi editore. gm]
Provo a entrare con i piedi nel piatto, benché solo dal mio punto di vista, sicuramente limitato essendo di certo modesta la mia esperienza.
Pubblicare il risultato di una attività di scrittura, secondo me, non è un diritto. È solo un fatto che può verificarsi o meno. Dirò di più. Non è nemmeno un diritto che i propri scritti vengano letti dal o dagli editori cui essi sono stati inviati (a meno che uno non si rivolga ad agenzia che vengono pagate per questo servizio. In quel caso è un diritto che si compra). Io credo che per l’editore leggere i testi ricevuti non sia un dovere, ma sia un interesse.
Mi spiego (scusate se sarò un po’ lunga), cercando di usare solo la mia esperienza diretta. Benché in casa editrice non sia la mia occupazione principale, anche io dedico una piccola porzione di tempo in una prima valutazione dei moltissimi testi che ci arrivano (prima valutazione significa, per noi, la selezione tra ciò che merita una seria considerazione in ordine alla pubblicazione e ciò che invece no).
Come tante volte s’è già detto: la maggior parte dei testi sono bruttissimi. Per lingua, forma, storia, intenti, esiti. Lo dico con assoluto rispetto, per la passione e anche la perseveranza che stanno sicuramente dietro a tutte le pagine che leggo. Lo dico con la speranza che tutti coloro che scrivono abbiano nell’atto stesso di scrivere una felicità e una gratificazione che siano sufficienti in sé a giustificare il loro scrivere. So che non è sempre così. Io credo sia legittimo aspirare ad essere pubblicati, ma so anche che nel 99 per cento dei casi se quello è l’unico vero scopo dello scrivere sarà dolorosamente frustrato. Per tornare al corno del problema che mi pertiene, quando leggo un testo a dire il vero penso più al diritto del lettore a leggere un bel libro (e passatemi per ora la genericità della definizione) che al diritto dello scrittore a vedere pubblicato un suo testo.
Quindi il vero problema è: chi mi legittima nella mia opera di valutazione? (prendete la prima persona anche in senso generico: il lettore in casa editrice). In primis - par brutto, ma è così - il mio datore di lavoro. Il quale mi riconosce una competenza bastevole nel selezionare i testi interessanti per l’editore da quelli che sicuramente non lo sono. Posso valutare un libro interessante per l’editore per la sua indiscutibile bellezza, o per l’originalità, o per quanto è significativo, o innovativo, o al contrario di «tendenza», o utile ecc. Ecc. Su questo ci sarebbe moltissimo da dire, ma non è questo il posto giusto. Ciò che importa è che - potrebbe essere diverso? - non credo possano esistere procedure, tanto meno standardizzate, concordabili, accettabili e cogenti da e per entrambe le «parti» affinché un testo arrivi in lettura in casa editrice e/o alla pubblicazione. Questo perché l’intera filiera si basa su di una sequenza di giudizi. E i giudizi, per loro natura, ancorché si basino su criteri espliciti e debbano necessariamente essere comunicabili, non sono oggettivi e indiscutibili ma soggettivi e opinabili (e non bisogna però attribuire a «soggettivo e opinabile» un senso negativo, anzi. Non significa che il giudizio consapevolmente soggettivo e anche contingente sia per ciò stesso casuale, pretestuoso o loscamente eterodiretto). Si possono discutere i criteri, si può discuterne l’applicazione e via così, ma le parti in causa (il lettore di casa editrice, lo scrittore e l’editore) si devono reciproco rispetto e legittimazione.
Se uno scrittore mi invia il suo testo, implicitamente e attivamente mi riconosce competenza e diritto a valutarlo. Se così non è, non dovrebbe inviarmeli. È «scorretto» attribuire, in seconda battuta, a tresche e «raccomandazioni» il giudizio positivo raccolto da altri o quello negativo del proprio testo. È solo possibile prendere atto che quest’ultimo non è risultato interessante. Ci vorrebbe un di più di autocritica da parte dello scrittore nel chiedersi: sarà mica che il mio testo «letterariamente» non vale poi così tanto? Anziché commentare: è la solita conventicola.
Parallelamente, il lettore in casa editrice dovrebbe sentirsi al servizio non solo dell’obiettivo commerciale dell’editore (considerando l’appetibilità per il pubblico di un titolo) ma anche dell’obiettivo «culturale» dell’editore (e ci entra l’idea di bellezza, di senso, di apertura, di sperimentazione, di originalità ecc. Ecc. Tutto quello che si può pensare) e dunque dell’interesse del lettore a trovare in libreria qualcosa che, banalmente, apra la mente anziché mortificarla.
Detto questo, anche troppo prolissamente e confusamente, credo che l’unico modo per elevare la qualità dei libri pubblicati stia nella continua crescita intellettuale e umana di chi concorre alla selezione. Vorrei dire - sperando di non incorrere nel pubblico ludibrio - che nel mondo dei sogni mi piacerebbe vedere arrivare in redazione 3 dattiloscritti alla settimana anziché 30. Cioè mi piacerebbe che la prima selezione la facessero gli scrittori stessi su di sé (da parte di chi scrive, i modi e le motivazioni possono essere estremamente vari, ma spesso il risultato è di una ingenuità sconcertante. Che dire di chi invia un testo e subito dopo una lettera per dire: «non leggetelo, fa schifo, lo sto riscrivendo, poi ve lo rimando»? E di chi - testuale - attribuisce al proprio romanzo l’intento di «sputare in faccia al lettore»?).
Sembra banale, ma se devo leggere 30 testi di cui 27 orrendi, il rischio di perdermi per strada quelli degni di nota e di attenzione è enorme. E comunque il tempo per arrivarci è dieci volte tanto. È solo questa la ragione per cui uno spedisce e poi «non sa più niente». Come posso farci stare nella mia giornata lavorativa anche il dialogo con gli autori rifiutati se poi non mi basta il tempo per leggere i testi? Io so che questo silenzio alimenta le paranoie da: nemmeno leggono, inviano lettere prestampate perché nemmeno leggono, leggono solo i raccomandati, infatti non si ricordano nemmeno cosa ho scritto... Ecc. Ecc. Ma queste paranoie, sempre sulla base della mia esperienza, sono gratuite. Ritorno alla questione dell’interesse: è sulla base del proprio interesse (e utilizzo il termine nel suo senso più neutro e certo non unicamente monetario) che l’editore investe nello scouting tra gli esordienti o comunque tra gli out sider della repubblica delle lettere. Quanto più piccolo l’editore, tanto più alto è il suo interesse a tenere in alta considerazione i testi dei «non introdotti». Quanto più «di qualità» l’anche piccolo editore, tanto più esigente la selezione. Spero di aver dato qualche spunto di riflessione.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 30.06.07 09:43
Interventi
Bello questo intervento. Incoraggiante.
Pubblicato da: Bugatti - 30.06.07 11:05
Avrei preferito che ci raccontassi come sei diventata editor di Sironi. Che cosa si faccia da "scrematori" lo si sa già abbastanza. Anch'io -nel mio piccolo (= coordinatore del comitato di lettura di Vibrisselibri)-, aiuto a scremare, soprattutto i testi che iniziano con un personaggio che si risveglia ("Il sole era già alto quando..." e simili), credo l'incipit più gettonato in assoluto.
Quanto alla mia storia di scrittore, fui rifiutato da EL-Emme-Einaudi Ragazzi, poi accolto come traduttore, infine pubblicato anche come scrittore (come dire che una vera attenzione la ottenni solo dopo essere entrato in qualche modo nel recinto). Infine, come ho più volte raccontato, il F.U.M.E.R. (Fronte Unito Megere Editoria per Ragazzi), decise di lasciarmi a languire inattivo dopo alcuni scazzi interpersonali, un po' come Carmen La Sorella alla Rai, per dire...
Insomma l'editoria è un mondo in cui anche gli umori, le meschinità, i rancori, la diplomazia, le simpatie hanno la loro importanza, accanto a un talento che, ovviamente, in qualche modo deve pur esserci, magari preso a prestito dal ghost writer di turno, nel caso in cui si sia personaggi televisivi o comunque noti per altre ragioni:-/
Pubblicato da: Lucio Angelini - 30.06.07 11:14
Concordo con Angelini: Paola Borgonovo riporta argomentazioni già dette.
Non ho esperienza in merito, nessuna, ma ho l'impressione, leggendo l'articolo, di trovarmi di fronte alla costruzione di una prima barriera difensiva: troppi spediscono manoscritti, è impossibile leggerli tutti, la troppa mediocrità fa perdere anche i buoni.
Interessante l'accenno alle agenzie letterarie che vendono il 'diritto' ad essere letti e commentati. Saperne di più non guasterebbe e nemmeno spiegare, ad esempio, che legame esiste fra le agenzie letterarie e le case editrici. Insomma: quali sono i 'Lele Mora' della letteratura italiana? Cosa cercano?
Mi capitò fra le mani, qualche tempo fa, un volume degli anni '70 che descriveva, in modo spietato, le relazioni sociologiche all'interno del mondo letterario; vedrò di ritrovarlo e proporre alcuni spunti. Leggendo i primi interventi e i commenti, mi pare che nulla sia cambiato rispetto ad allora.
Blackjack
Pubblicato da: Blackjack - 30.06.07 12:05
Autore e titolo del volume?
Pubblicato da: giuliomozzi - 30.06.07 12:24
Ma non ho capito bene l'editor per chi lavora. Nelle repubblica delle lettere, l'editor che ruolo ha? E' un comandante, è un maresciallo? E' un consulente, forse? Ma, alla fin fine, è al servizio - in senso ottimo - del testo letterario? Ma, mi domando: in questo discorso entra a diritto l'autore di un testo, oppure l'indagine viene fatta solo sul testo? C'è, esiste forse, un'indagine retrospettiva sull'autore? Ma cosa c'entrerebbe, nel caso essa fosse esistente, una simile indagine conoscitiva?
Pubblicato da: pulce - 30.06.07 12:34
Parlo dal mio punto di vista, quello di lettore con alle spalle studi universitari in Lettere.
La lettura è un’azione concreta, un’attività: un lavoro che richiede sforzo, concentrazione, dispendio di energie. Perlomeno, leggere è per me un lavoro e una pratica caratterizzata da proprie esigenze e impostazioni metodologiche.
Sono convito che ogni lettore decide di affrontare la pratica della lettura se pensa di trarre un bene dal testo. Difatti, quando iniziamo un nuovo romanzo, noi lettori, speriamo sempre di essere ricompensati in modo adeguato per il lavoro di leggere. E quanto ciò non avviene, delusi dalla lettura di un testo, ci lagniamo non solo per il denaro speso, ma anche per il tempo e le energie sprecate.
In letteratura, la fatica e il godimento si devono bilanciare; sempre. Questo vale per gli scrittori, per i lettori (professionisti e non) e per gli editori.
Difatti, molti affermano: l’editore è un imprenditore che, come ogni altro, mira al pareggio del suo bilancio; e se può, al profitto.
Se ci riflettete, noi lettori (professionisti e non) chiediamo al libro la stessa cosa: almeno il PAREGGIO, su un piano differente, certo, non economico, ma di piacere.
Altro luogo comune, che mi viene in mente: una casa editrice fallita non pubblica libri né buoni né cattivi. Mentre chi continua a pubblicare libri, prima o poi potrebbe pubblicarne di buoni.
E continuando con la digressione, direi: come noi lettori che continuiamo a leggere i libri di autori contemporanei con la speranza, alla fine, di leggerne di buoni.
Ora, io faccio parte del comitato di lettura di VL. Anche in VL la lettura è un’attività fondamentale, a mio parere più della redazione o della comunicazione. Ogni lettore in VL deve trovare un giusto rapporto dialettico con i tanti testi che il capo del comitato di lettura mette a disposizione. Non è facile né divertente ( una cosa è leggere per scelta, altra perché vincolati da un progetto –Vibrisselibri- o obbligati da un datore di lavoro).
Al di là del senso che quest’idea assume in chi mi legge, secondo me, purtroppo, i libri non si dividono in buoni e cattivi, in scritti bene e scritti male; questo perché non esiste “il libro”, ma esistono i libri, ciascuno destinato a rispondere a differenti esigenze, come differenti sono i lettori.
Infatti, esistono libri per pensare, libri per imparare, libri per capire, libri per distrarsi. Come anche, si legge per leggere, per nutrire l’inconscio, per aumentare le proprie esperienze, e per autoerotismo. Si legge per conquistare l’amata/o, per tacere, per il piacere di toccare e odorare il libro, per il piacere di collezionarli, per il piacere di usufruire della gentilezza dei commessi/e delle librerie ecc.
Dove voglio arrivare? Da nessuna parte. Volevo solo comunicarvi la mia esperienza; ché, dopo un anno di attività come lettore di VL- includendo la fatica e la responsabilità valutativa- io sono in deficit e un po’ demoralizzato.
Come dicevo prima: in letteratura, la fatica e il godimento si devono bilanciare; sempre.
Scusate se sono stato prolisso.
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 30.06.07 12:44
Il godimento. Sappiamo bene che dopo un po' ci si abitua. Dunque; forse si legge troppo? L'inaspettato; che ruolo ha nella lettura di un libro? Non è forse vero che dietro a questi discorsi c'è un po' di paura? Non si ha più il coraggio di rischiare e si guarda a ciò che è strano, ma che non stupisce a lungo perchè ciò che è strano stanca.
Pubblicato da: pulce - 30.06.07 12:58
“Come tante volte s’è già detto: la maggior parte dei testi sono bruttissimi. Per lingua, forma, storia, intenti, esiti.”
Sottoscrivo. Perché allora si pubblicano tanti testi che sarebbe bene rimanessero nel cassetto e invece finiscono con l'avere un prezzo di copertina, per poi essere detti capolavori da sedicenti critici?
In quanto ai giudizi, chiaro che siano soggettivi ed opinabili, non a caso la storia della Letteratura è costellata di capolavori rimandati al mittente. Alt! Non sto dicendo che fuori ci sono tanti geni incompresi. Sto invece dicendo che è accaduto non poche volte che editor-scrittori-intellettuali famosi hanno respinto autori e loro opere in base al loro di giudizio soggettivo. Be', molto più che soggettivo: Elio Vittorini, per me, pessimo scrittore, pessimo giudice. Me ne ricordo il nome solo per la sua ignoranza nei confronti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Prevenire è meglio che curare: no, la domanda è generica e tale rimane, niente nomi di autori e di critici. Se qualcuno vorrà rispondere, lo faccia. Altrimenti fa lo stesso.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 30.06.07 13:19
ciao
Iannozzi: "Perché allora si pubblicano tanti testi che sarebbe bene rimanessero nel cassetto e invece finiscono con l'avere un prezzo di copertina, per poi essere detti capolavori da sedicenti critici?"
Non ho mai incontrato un editore in vita mia, ma una risposta me la sono data: ciò che dà una ragionevole garanzia di larga diffusione viene pubblicato anche se contiene una quota di pensiero ridotta. Colpa degli editori? No!
L'iniziativa parte dal lettore. Egli è il punto di riferimento, tale da orientare non solo la circolazione di idee, ma anche la loro produzione.
I lettori... i lettori... questi "fanulloni frenetici" (Luciano Bianciardi, La vita agra- però lui si riferiva al personale interno delle case editrici-, i lettori non sono le vittime, ma i carnefici.
caro Iannozzi, cerchiamo di uscire dagli schemi preconfezionati, che ne dici?
(occhio, che oggi mi sento in forma… sorrido, non amo le faccine, ma se non sottolineo le mie intenzioni, rischio di essere preso sul serio)
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 30.06.07 14:39
@ Francesco
Dunque, alla fine tutto si riduce: domanda e offerta.
D'accordo, questo lo sapevamo già.
Ed allora perché si pubblicano libri brutti che non vendono se non pochissime copie - forse tra gli amici dell'autore -, che vengono detti capolavori, che è un miracolo quando qualche remainders accetta di tenerne qualche copia in conto deposito?
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 30.06.07 15:05
Se fossi un editore, farei così:
arriva il manoscritto:
- buona scrittura; buona storia = Ottimo! Pubblicare subito!
- buona scrittura; brutta storia = va bene lo stesso (il lettore capirà). Pubblicare con comodo.
- brutta scrittura; bella storia = pubblicare!
- brutta scrittura; brutta storia = non pubblicare .
Dunque, se fossi un editore, non pubblicherei solo nel caso mi trovassi una brutta storia scritta male.
Pubblicato da: pulce - 30.06.07 15:25
Ma qui si ritorna sempre alle stesse domande, mentre l'idea di partenza mi pare fosse diversa. Lo sappiamo tutti che si pubblicano troppi libri e che nella maggior parte dei casi non ne vale la pena (e la carta, soprattutto), ma magari è anche vero che c'è gente che si compra il libro di barzellette di Totti, che per me sarebbe stato del tutto uguale se non fosse mai esistito. Non credo che si possa pensare di proporre e sostenere una dittatura del bello e dell'interessante secondo i propri personali criteri. Mi pare che il problema della sovrapproduzione di testi stampati sia a monte e sia un problema di iperconsumismo che tocca anche la cultura, ma gli strumenti per "risolverlo" sono allora altri e forse esulano da questo sito. Invece l'idea che ciascuno nel suo piccolo o nel suo grande (o nel suo medio) racconti come è entrato nel clic e perchè ci rimane, qual è la passione che lo/la muove forse è una bella idea, se non altro sul piano narrativo. Sempre di più- parlo come lettrice- mi appassiono alle storie in cui il narratore è l'autore e in cui si parla di reale.
Pubblicato da: alessandra - 30.06.07 15:38
A me piacciono le storie che dopo che le hai lette ti rimane ancora voglia di leggere e dici: "Che bella! ne vorrei ancora!". Per fortuna il libro finisce lì, e così c'è ancora appetito per nuove letture.
La pizza, per esempio. La pizza si fa con gli ingredienti originali: ci vuole il formaggio giusto, non quello fondente mezzo sintetico; il pomodoro vero, non quel liquido colorato che spacciano per pomodoro; la pasta vera, non quella fatta con strani pastrugni sapidissimi. Così secondo me il libro dovrebbe essere fatto con gli ingredienti genuini. Questo un editor dovrebbe certificare dopo aver assaggiato e degustato il lavoro di un autore. Come, altrimenti, un sommellier. Secondo me questa dovrebbe essere la legittimazione dell'editor: nella qualità, nella denominazione di origine controllata, ovvero protetta, ovvero garantita, ovvero nel certificato di prodotto genuino.
Tutto questo, secondo me, si trova nella bella scrittura. La bella scrittura è arte. L'arte è sublime. L'arte eleva lo spirito. Così l'autore ricerca l'arte nella propria scrittura; forse non ci arriva; forse non è del tutto consapevole di questa ricerca. Ben detto, ciò che è stato sopra detto, che una volta che l'autore ha finito di scrivere è già di questo soddisfatto. Concordo, perchè è così anche per me. Ciò che viene dopo è un di più, qualcosa di autonomo rispetto al primo movimento di scrivere.
Ross, detto pulce (MdLdLP).
Pubblicato da: pulce - 30.06.07 16:51
Ciao Giuseppe
“Ed allora perché si pubblicano libri brutti che non vendono se non pochissime copie - forse tra gli amici dell'autore -, che vengono detti capolavori, che è un miracolo quando qualche remainders accetta di tenerne qualche copia in conto deposito? “
Che vuoi che ti dica, Giuseppe? Se lo dici tu.
Razionalmente mi riesce difficile credere che un editore decida di sprecare soldi ed energie su testi che venderanno poche copie, spostando la sua bilancia in passivo. Ma io, come ho detto, non vivo dentro il mondo editoriale.
Comunque, sta a noi lettori cercare i buoni libri con un minimo di senso critico. Sta a noi lettori essere meno pigri. E se i più leggono schifezze, bene, sempre meglio di niente.
Tuttavia una cosa è certa. Rispetto a ieri, oggi non siamo messi tanto male. Ogni uomo occidentale mediamente istruito ha maggiori opportunità per far circolare le proprie idee e per recuperare le idee di altri. (internet, cd-rom ecc)
LA tua esperienza di critico in rete, come quella di tanti altri, testimonia ciò, o no?
Comunque, divago.
Esco.
Ciao.
f.s.
Pubblicato da: francesco sasso - 30.06.07 16:54
"Razionalmente mi riesce difficile credere che un editore decida di sprecare soldi ed energie su testi che venderanno poche copie, spostando la sua bilancia in passivo. Ma io, come ho detto, non vivo dentro il mondo editoriale."
Eppure basta fare un giro nei remainders.
Per fortuna che ci sono, per gli editori: forse che mettano in preventivo?
In ogni modo, sono soprattutto i grandi editori che si possono permettere anche delle uscite per cui sanno sin dall'inizio d'essere in perdita.
Non credo che in Sironi si tenda a pubblicare per andare in perdita, ad esempio. Penso invece che se Sironi decide una prima tiratura di 2.000 copie, spera di esaurire almeno quella, anche perché, a parte casi rari, difficilmente un piccolo editore riesce a piazzare d'un titolo più di 2.000 copie. Poi magari Sironi riesce a fare di più. Io dico in generale, 2.000 copie la 1a ediz. sperando di esaurirla con non pochi sacrifici di lavoro promozionale. A volte capita che ci sia la botta di sedere unita alla bravura e allora da un piccolo editore esce un Tullio Avoledo e vende e vende bene.
L'uomo occidentale, per come la vedo io, è bombardato di informazioni e nonostante i tanti mezzi a sua disposizione non riesce mai a recuperare men che meno ad analizzare tutto. Internet è una libertà e una prigione al tempo stesso. Ciò non toglie che oggi come oggi almeno un buon 50% dell'informazione è in Rete e in essa si sviluppa dando spesso risultati impossibili tramite mezzi più tradizionali.
Ciao
g.i.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 30.06.07 17:57
Giulio scrive che la sua è "Un'intenzione quanto mai velleitaria". Quindi sa già da sè le difficoltà che dovrà superare. Io aggiungo che la realizzazione di questa sua intenzione è ancora più velleitaria.
Sarà difficile, infatti, che si scomodino a parlare coloro che nel mercato editoriale detengono il potere. Una eventuale intervista con uno di costoro non potrà svelarci niente che pregiudichi o possa pregiudicare il primato del loro potere. Ormai il pubblico dei lettori - il vasto pubblico - è, come si dice, di "bocca buona", ossia in un libro non va a cercare le qualità che un lettore forte pretende da un buon libro, e il mercato tiene marginalmente conto del lettore forte, perché la massa dei lettori che determinano il guadagno è costituita da quelli che ho chiamato di "bocca buona".
Da qualche tempo, vado notando, per esempio in una rivista come vibrissebollettino, che ha uno spazio speciale dedicato alle recensioni e alla lettura, che si chiama Bottega di lettura, un decrescere dell'interesse verso una sezione che dovrebbe avere il compito di fare un po' di cernita nel confusionario mercato della produzione editoriale. Tanto che chi vi scrive - ad esempio il sottoscritto - prova un certo sconforto e un certo malessere. Se non fosse che io leggo e scrivo per raccogliere poi in un futuro libro, verrebbe voglia di smettere di svolgere questo servizio a chi ama la letteratura.
Che significa? Significa che più si va avanti, più sparisce il lettore di qualità. Naturalmente questa è un mia impressione, che spero possa essere smentita.
Di chi la colpa? Dell'editore che indirizza il mercato, o il mercato (colpevole forse la scuola) che è diventato di "bocca buona"?
Un po' tutti e due. Credo che sia soprattutto il mercato che fa difetto, e l'editore, per ragioni di guadagno, lo asseconda, avvitando sempre di più la spirale negativa.
Difficile che nelle case editrici (si possono contare sulle dita di una mano o giù di lì), ci siano consulenti che riescano ad imporsi all'editore con un libro che, pur essendo di qualità, non tira sul mercato.
E' molto più probabile che l'editore si circondi di consulenti ed editor che assecondino i suoi programmi, e non facciano tante storie.
Si crea così una cementificazione di un solido potere che offre al mercato ciò che il mercato oggi chiede, e lo asseconda aumentando la dose.
Si tratta di un potere immenso, oggi detenuto nella più parte dalle major, le quali non fanno fatica a eliminare dalla scena (con il gioco dei prezzi bassi) i piccoli editori che mettono i bastoni tra le ruote.
Dunque, nessuno che ha questo potere vorrà metterlo in gioco in una intervista o in qualche altro modo.
Comunque, sono curioso di vedere e leggere ciò che da questa intenzione velletaria uscirà fuori.
Chissà che Giulio non riesco a compiere l'impossibile. Glielo auguro.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.06.07 18:18
Vorrei dire grazie a Paola Borgonovo, perché, a mio parere, ha parlato con sincerità anche se ha detto cose che più o meno tutti quelli che gavitano in zona pubblicazione conoscono. Rimane il fatto che l'idea di una pre-cernita tra gli scrittori, un'autocensura nell'evitare di scomodare i lettori delle case editrici inviando loro troppi manoscritti rimane nel mondo dei sogni. Se ci credi, in quello che hai scritto, ci provi perché un libro è un libro quando diventa carta, inchiostro e copertina e chi scrive vuole essere letto, altrimenti scrive per se stesso, ma non è la stessa cosa e lo sappiamo tutti. Però leggere Paola ha restituito un volto alle case editrici e (povera lei e i suoi colleghi) credo abbia ridato un minimo di speranza. Tempo fa leggevo che era stato scritto un libro per spiegare l'esistenza, nelle case editrici maggiori, di una "stanza dei manoscritti", un inferno senza remissione per le speranze di tutti coloro che avevano spedito un lavoro, perché il manoscritto passava da quella stanza direttamente al macero, senza passare dal via di un'occhiata seppur distratta. La sola idea era assolutamente desolante. Così come desolante è la domanda che Paola si pone: chi mi legittima nel mio lavoro? Spero l'editore che dovrebbe avere tutto l'interesse a scovare nuovi talenti e dare loro ali di carta per volare alti, anche al di sopra delle cataste di Bruno Vespa nelle vetrine delle librerie. Se l'editore si fida di persone come Paola, allora le legittima ed è giusto accettare il loro giudizio. Anche se poi arrivano le leggende metropolitane (ma questa me l'hanno venduta per vera): pare che il manoscritto di "Io uccido" di Faletti fosse stato bocciato clamorosamente dal figlio di Alessandro Dalai, lettore per la casa editrice (perché è il figlio? Bah...). Ma papà Alessandro, in considerazione dell'amicizia nei confronti di Faletti, prima di accettare il verdetto, ha voluto dare un'occhiata a quel mattone da un milione e settecentomila battute. Mi piace immaginare, se la storia è vera (e dovrebbe esserlo perché chi me l'ha raccontata frequenta casa Dalai), che papà Alessandro abbia tirato il manoscritto in testa al figliolo poco accorto prima di dare alle stampe un best-seller da milioni di copie.
Laura
Pubblicato da: Laura Costantini - 30.06.07 18:39
E secondo te, laura, in base a quali criteri papà Alessandro avrebbe detto sì ad un libro che suo figlio invece aveva bocciato?
Comunque, se posso fare una critica, a volte ho l'impressione che - come purtroppo ho notato diverse volte- qui dentro, in queste pagine intendo, alla fine la gente che è nel clic a tutti gli effetti - con la debita eccezione di giulio- abbia la tendenza ad essere molto autoreferenziale e a parlare solo tra adepti. E forse questa osservazione ha qualcosa a che fare con il discorso che si sta facendo. Buone cose.
Pubblicato da: alessandra - 30.06.07 19:05
E' una responsabilità che non mi prenderei mai eheh.
Son troppo buono e pubblicherei tutto...
Tranne però "La mania dell'alfabeto"
Pubblicato da: Carlo - 30.06.07 20:30
"in considerazione dell'amicizia con Faletti". chi sa quanti non amici sono stati bocciati dal figlio di Dalai e non hanno avuto una prova d'appello dal padre. vabbè. buon per faletti. bell'aneddoto, però.
Pubblicato da: andrea branco - 30.06.07 21:24
Io la so diversa: erano poco convinti tutti e due i Dalai, ma è stato un consulente editoriale a convincerli dicendo: "Ma scherzate? Questo è uno che va in televisione!"
Pubblicato da: radio londra - 01.07.07 10:27
Non intendo insegnare il mestiere agli editori nè ai loro scrematori. Voglio semplicemente ricordare che, in occasione dell'ultima fiera del libro di Torino, è stato fatto un sondaggio in cui è risultato che la quasi totalità dei lettori che non legge si comporta in questo modo perchè la lettura fa venire la noia, non avvince. La colpa di questo stato di cose solo in parte è attribuibile agli addetti ai lavori. Credo che scrittori che abbiano la capacità di farsi leggere e amare da una massa di lettori ce ne siano pochissimi in giro. Non per nulla le case editrici che spuntano come funghi sono tutte cosiddette di nicchia, onde poter accontentare un ristretto fruitore di nicchia, non trovando 'altro materiale' da pubblicare per soddisfare l'esigenza dei tanti. E, più nicchie ci sono, più miserabile diventa il mercato editoriale.
Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Pubblicato da: Felice Muolo - 01.07.07 11:09
Scrive Alessandra: "Lo sappiamo tutti che si pubblicano troppi libri".
Secondo me questa affermazione (che è - e si propone giustamente come tale - un luogo comune) è falsa.
Provo a dire perché. Quello che segue è, pertanto, un esercizio di pedanteria. Chi non sopporta la pedanteria può andare direttamente al punto numero 9, dove tiro una conclusione, e al 10, nel quale con una domanda dico che cosa penso. Il bersaglio del mio discorso non è Alessandra, ma il luogo comune.
1. "Lo sappiamo tutti". Be', io non "so" che "si pubblicano troppi libri". Quindi, quantomeno, si dovrebbe dire: "Tutti, tranne uno, sappiamo che si pubblicano troppi libri".
2. L'affermazione: "Si pubblicano troppi libri" non è, mi pare, una descrizione. Frasi come: "Si pubblicano moltissimi libri", o "Si pubblicano molti più libri di quanti il mercato editoriale possa assorbirne", o "Si pubblicano moltissimi libri che vendono meno di mille copie", o "I 'lettori forti' (ovvero, secondo la definizione in uso in Italia, coloro che leggono tra i 10 e i 12 libri l'anno), intervistati in apposite ricerche a campione, dichiarano di sentirsi disorientati difronte alla grande quantità di libri pubblicati", eccetera: frasi di questo tipo sono delle descrizioni. Ma se io dico che i libri pubblicati sono "troppi", non fornisco nessuna descrizione. Quand'è che i libri pubblicati diventano "troppi"? Qual è l'algoritmo che mi permette di stabilire quando i libri pubblicati diventano "troppi"? Quali sono le altre misure (da inserire nell'algoritmo) in relazione alle quali affermo che i libri pubblicati sono "troppi"? Tutto questo, sinceramente, mi è oscuro.
3. "Si pubblicano troppi libri". Esco dalla lettura letterale e mi dico: Alessandra avrà voluto, con questa frase, manifestare il proprio disagio difronte alla grande quantità di libri pubblicati e alla difficoltà, per una lettrice forte come (legittimamente, credo) suppongo che essa sia, di scegliere con accettabile sicurezza che cosa leggere e (cosa ancora più importante) che cosa non leggere. Tuttavia, trovo incongruo che l'affermazione "Si pubblicano troppi libri", se il suo senso è quello che ho appena detto, sia introdotta da una proposizione principale come: "Tutti sappiamo che". Che cosa vuol dire, qui, "Tutti sappiamo che?". Vuol dire, immagino: "Questo disagio, che io ho, è condiviso da tutti". Ma allora, più correttamente, si doveva dire: "Tutti condividiamo un disagio difronte alla grande quantità di libri pubblicati", oppure, credo pleonasticamente: "Tutti sappiamo che tutti condividiamo un disagio difronte alla grande quantità di libri pubblicati". Dove però devo ancora far notare che io non condivido questo disagio: quindi l'affermazione "tutti condividiamo" è falsa; e dicendo che "tutti sappiamo" una cosa che è falsa Alessandra dice che ciò che tutti "sanno" è una cosa che è falsa.
(Tizio dice: "Tutti i cigni sono bianchi"; Caio esibisce un cigno nero. Allora Tizio dice: "Non tutti i cigni sono bianchi, ma la maggior parte sì"; e Caio dice: "Non stiamo così sul vago. Domandiamoci: quanti sono i cigni bianchi? E quanti quelli neri?").
4. Tolgo alla frase di Alessandra qualunque pretesa generalizzante, e ne traduco il senso così: "C'è un diffuso (ma non sappiamo quanto diffuso) disagio dei 'lettori forti' difronte alla grande quantità di libri pubblicati". Presumo che, se i libri fossero tutti ritenuti (da Alessandra) "buoni libri" non vi sarebbe alcun problema: dovremmo semplicemente rassegnarci a non padroneggiare tutto lo scibile umano. Presumo quindi che, se problema c'è, è perché tra i libri pubblicati ve ne sono molti che (secondo Alessandra) sono "cattivi libri". Quindi il senso dell'affermazione di Alessandra non è che il numero assoluto dei libri pubblicati sia di per sé eccessivo, ma che eccessivo è che il numero di "cattivi libri" pubblicati sia eccessivo (e, presumo ancora, tale da togliere visibilità ai "buoni libri", o addirittura da ostacolare seriamente l'accesso ad essi). Allora l'affermazione di Alessandra si potrebbe riscrivere così: "Si pubblicano così tanti 'brutti libri' che anche per un 'lettore forte' diventa difficile scovare, nella massa delle cose pubblicate, i 'buoni libri'".
5. L'affermazione di Alessandra, quindi, avrebbe questo senso: vi sono buoni e cattivi libri, e questi ultimi sono "troppi", ossia così tanti da oscurare i buoni libri. Il problema sta sempre nel fatto che questa affermazione è introdotta da un "Tutti sappiamo che". Dire "Questo libro è buono" o "Questo libro è cattivo" è un giudizio, e far precedere un giudizio dal verbo "sapere" mi pare una cosa un po' azzardata (io "so" che oggi è domenica, ma non "so" che è una bella giornata, anche se sono profondamente convinto che oggi sia una bella giornata). Io "so" un fatto, ma non "so" un giudizio. Credo.
6. Se "tutti sappiamo che" vi sono buoni e cattivi libri, e questi ultimi sono "troppi", ossia così tanti da oscurare i buoni libri, evidentemente lo sanno (poiché fanno parte del "tutti") anche coloro che scrivono, pubblicano, promuovono, vendono i "cattivi libri", nonché tutti coloro che agiscono positivamente affinché il mercato sia fatto appunto in questo modo: con tanti "cattivi libri" che oscurano i "buoni libri". Presumo che per chi agisce in questo senso l'oscuramento dei "buoni libri" da parte dei "cattivi libri" non sia affatto una cattiva cosa; arrivo addirittura a presumere che quei libri che appaiono "cattivi" ad Alessandra siano, per costoro, libri "buoni"; e viceversa.
7. Quindi, quando Alessandra dice "sappiamo", ossia usa la prima persona plurale, presuppone un "noi" che non corrisponde a un generico "tutti" (in quanto coloro che non condividono il giudizio di Alessandra su "buoni" e "cattivi" libri non possono far parte di quel "noi"). Quindi, quando Alessandra dice "noi", quale comunità identifica con quel "noi"? A occhio, presumo: la comunità dei 'lettori forti'. Ma forse potrei presumere: la comunità degli amanti dei "buoni libri". La prima identificazione può starmi bene, essendo basata su un criterio quantitativo. La seconda non può starmi bene, in quanto basata su un criterio qualitativo. Si potrebbe dire che quello di Alessandra è un discorso elitario. "Elite" è peraltro un termine piuttosto ambiguo, peraltro, poiché indica dei gruppi che possono essere definiti con criteri sia quantitativi (i "lettori forti") sia qualitativi (i "lettori di buoni libri"), sia con un misto di entrambi.
8. Quando dice "noi", implicitamente Alessandra parla come se fosse in grado di rappresentare il pensiero di una comunità alla quale lei stessa appartiene. Ora, mi permetto di dubitare che Alessandra abbia ricevuto un mandato a rappresentare. In alternativa, posso pensare che Alessandra ritenga di conoscere così a fondo la comunità inclusa in quel "noi" da sentirsi in grado di esprimere un'opinione che a suo giudizio è condivisa da "tutti" gli appartenenti a quella comunità. Ma, di nuovo, mi permetto di dubitare che Alessandra conosca davvero così a fondo la comunità inclusa in quel "noi" da poter esprimere un'opinione con la certezza che quell'opinione sia condivisa da quella comunità.
9. In conclusione: andiamoci piano con i luoghi comuni. Ogni volta che sento dire: "Tutti sappiamo che", mi vien da pensare che credere di sapere è il è modo più efficiente per rinunciare a sapere.
10. Tra un eccesso di produzione di libri e una limitazione della produzione di libri, preferisco l'eccesso. Infatti, chi può provvedere a limitare la produzione di libri? A chi si può assegnare tale autorità?
Pubblicato da: giuliomozzi - 01.07.07 13:05
La questione è particolarmente interessante.
Personalmente sono piuttosto d'accordo con l'Editor.
Tutto questo mi ricorda lo straordinario racconto di Borges; la Biblioteca di Babele.
Anch'io vorrei vedere maggiore spietatezza nei confronti degli autori allo sbaraglio. Sì, preferisco entrare in una libreria che accoglie 20 testi nuovi al mese piuttosto che una che ne riceve 200.
E se cerco un testo in particolare, si compra su Internet.
Pubblicato da: Matan - 01.07.07 15:07
@ giuliomozzi 10. alla carta. quando finirà, non ci saranno più libri;-)
Pubblicato da: andrea branco - 01.07.07 16:21
Ci saranno i vibrisselibri, sans papier.
Pubblicato da: giuliomozzi - 01.07.07 17:16
nono. sono anch'essi legati a oggetti. rimarranno quelli impressi nella memoria. rimarrà l'oralità. fino a quando ci sarà l'uomo. dopo, diventeremo i ricordi della terra. fino a quando ci sarà. dopo ancora, ricordi dell'universo, o di dio.
Pubblicato da: andrea branco - 01.07.07 17:40
Oppure ci saranno gli uomini libro, stile fahrenheit. A giulio: me lo rileggo, il tuo commento (oggi è domenica, fa caldo, mi si incrociano i neuroni) e poi magari provo a rispondere. Ma non sono intanto d'accordo che sia proprio un luogo comune: a me basta entrare in una libreria mediamente grande per rendermi conto, così, visivamente, che l'offerta è davvero eccessiva. Primo perchè personalmente non riesco a stare dietro a tutto ciò che mi viene offerto e mi dispiace (essendo lettrice forte, indovinato), secondo perchè, sempre essendo lettrice forte,vedo e leggo cose che sono culturalmente inutili, anche se questo è elitario, lo so. (Si sta scaricando la pila, sono costretta a smettere. Mi metterò a leggere). Riprendo domani.
Pubblicato da: alessandra - 01.07.07 19:23
Alessandra, se dici - come dici ora - che l'offerta è eccessiva perché *tu* non riesci a stare dietro a tutto ciò che ti viene offerto, allora stai prendendo te stessa a misura dell'eccessività dei libri publicati.
Ma ti invito a prendere l'altro corno della questione. Mettiamo che davvero si pubblichino "troppi" libri. Dimmi chi dovrebbe provvedere a limitarne il numero, e in base a quali criteri.
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.07.07 09:16
A me viene da scrivere una cosa che ho già scritto altre volte, ma dato l'argomento...
L'idea della raccomandazione, e degli amici, e degli amici degli amici, mi fa ridere.
Se fosse così, dato che ho avuti rapporti con, nell'ordine: Stefano Benni, Giulio Mozzi, Elena Testa, Gabriella D'Ina, Marco Drago (e cito solo quelli con cui il rapporto è stato abbastanza stretto) e dai e dai una casa editrice avrebbe dovuto pubblicarmi qualcosa, no?
Invece mi ha pubblicato un romanzo Marianna Martino, Zandegù Editore, per un caso abbastanza fortuito e spedendo il dattiloscritto così, senza nessuna spinta.
Tutta la storia dei raccomandati e delle amicizie, messa come viene messa di solito, è soltanto frutto di invidia e frustrazione.
Ovvio che se conosci qualcuno che ti "presenta" il tuo testo sarà letto con più attenzione: dopo di che la cosa si ferma qui.
Esattamente come in ogni altro lavoro: se vai a un colloquio "presentato", quello che ti fa il colloquio ti ascolta con più attenzione, ma se non vali abbastanza... o non ti prende, o se ti prende dopo sei mesi ti manda via (è come se un editore alla fine provasse a pubblicarti e tu vendessi solo 100 copie, ricevendo critiche o negative o inesistenti).
Non ho mai dato la colpa al mondo dell'editoria se per dodici anni non mi hanno pubblicato niente, lo trovo ridicolo: cos'è, soffriamo tutti della sindrome del grande scrittore scoperto postumo? Se nessuno prima di Zandegù mi ha mai pubblicato niente, e se nessun altro editore dopo si è fatto vivo con me come invece è successo a molti altri autori di piccole case editrici, la responsabilità è solo mia, mia nel senso di come agisco come uomo e mia nel senso di come scrivo come scritt'ore.
Basta, mi fermo qui.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 02.07.07 09:23
Alessandra, se dici - come dici ora - che l'offerta è eccessiva perché *tu* non riesci a stare dietro a tutto ciò che ti viene offerto, allora stai prendendo te stessa a misura dell'eccessività dei libri publicati.
Ma ti invito a prendere l'altro corno della questione. Mettiamo che davvero si pubblichino "troppi" libri. Dimmi chi dovrebbe provvedere a limitarne il numero, e in base a quali criteri.
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.07.07 09:24
La prima cosa che mi viene da dire è che 30 manoscritti a settimana sono pochi. Pensavo che le case editrici fossero sommerse di richieste di pubblicazione, prendo atto che così invece non è. 30 manoscritti a settimana equivale a dire che ognuno di essi meriterebbe una risposta personalizzata il giorno dopo il suo arrivo in casa editrice. Non più tardi. Soprattutto considerando che 27 sono orribili (le cose orribili si riconoscono al primo sguardo, potrebbero meritare una mezz'ora di lettura, non è necessario star lì a leggere fino all'ultima riga).
La seconda cosa è questa: se gli editori continuano ad essere disturbati dagli aspiranti scrittori la colpa è loro. Se si degnassero di rispondere in maniera seria ad ognuno di essi (e per maniera seria intendo dire stroncando sul nascere ogni velleitarismo di pubblicazione con commenti duri e senza appello) molti aspiranti scrittori comincerebbero a dedicare il loro tempo a passatempi meno impegnativi, tipo la costruzione di barchette in legno). Continuando ad essere ignorati, invece, non potranno che riempirsi il cervello di complotti e conventicole. Se ad esempio Sironi non mi risponderà entro i canonici 9 mesi di attesa, magari mi piangerò addosso per un po', ma poi scriverò qualche altra schifezza e gliela spedirò per una nuova valutazione, nella certezza che prima o poi il mio talento sarà riconosciuto.
La terza cosa è che il circolo aspirante scrittore-manoscritto-casa editrice si sta restringendo sempre più. Molti editori importanti (mi vien da pensare a Feltrinelli e Baldini & Castoldi ma non sono i soli) mandano direttamente al macero i manoscritti che arrivano in sede. Ultimamente anche editori medi tipo Minimum Fax adottano lo stesso criterio. Sarò anche pessimista ma secondo me ben presto tutti si comporteranno nella stessa maniera, rendendo evidente che per pubblicare bisogna essere "presentati".
Pubblicato da: Carlo Cannella - 02.07.07 10:15
caro carlo, non ho affatto detto che sono disturbata dai manoscritti che arrivano, ci mancherebbe, infatti ho detto che è nell'interesse dell'editore leggerseli tutti. e poi giudicare, assumendosi il rischio anche di dare un giudizio sbagliato (sia per il sì sia per il no). per fare un esempio lampante: perceber di leonardo colombati è arrivato per posta, ha transitato nell'armadio dei testi da leggere, è stato letto dal mio collega giuseppe vottari, il quale ha detto ohibò e l'ha piazzato in mano a giulio ecc. ecc. se poi a te 30 testi (parlo solo di quelli che arrivano per posta, e ne arrivano da ogni dove) paion pochi, forse pensi che in casa editrice l'unico lavoro sia leggerli. al contrario - dopo aver "scoperto" il testo pubblicando tra i molti inizia il grosso del lavoro: in altra sede si può anche descrivere minutamente quanto e quale lavoro sta dietro all'uscita in libreria, ma di solito chi pubblica con sironi resta stupefatto per quanto lavoro noi mettiamo in un libro. scordatevi il passaggio diretto dal file word alle rotative... sironi non può permettersi dei lettori esterni, quindi noi facciamo tutto e il tempo non basta mai... già che ci sono, mi accorgo leggendo i commenti, di dovere almeno una risposta - che sicuramente non risulterà esaustiva per pochi o molti, me ne scuso già - alla domanda: come sono arrivata a lavorare in sironi? forse il mio è un caso un po' sui generis. quando si decise di partire con il marchio sironi io lavoravo già in redazione in AlphaTest (che è la casa madre, si occupa di editoria tecnica, manualistica ecc.). Quando l'idea di provare a fare narrativa cominciò a prendere forma, una delle prime cose che l'"editore" fece fu guardarci in faccia e vedere se avevamo le competenze per provarci. il risultato fu che cercammo giulio, laddove su altri versanti (lettura, editing, ufficio stampa) pur con tutta la nostra immaturità ritenevamo di poter crescere e lavorar bene. quindi, in un certo senso, io e praticamente tutti i "sironiani" eravamo prima che sironi fosse. ciò non toglie che alcune cose io le abbia fatte, prima: quel tot di esperienze che per accumulazione ha costituito la mia "anzianità professionale" per cui mi sono trovata a fare la caporedattrice in sironi. lettrice da sempre (nulla di diverso o di particolare rispetto al popolo dei cosiddetti lettori forti), laurea in lettere classiche (con un innamoramento tardivo e un matrimonio troppo poco consumato con il sanscrito), un paio di anni di insegnamento alle scuole serali e dieci anni di lavoro in editoria prima: tante bozze per case editrici piccole e grandi, tanta scrittura, un po' di coordinamento redazionale. un po' di studio e passione per la lingua. tutto il resto lo si impara facendo. io a questa parte del mio lavoro ci sono arrivata così.
Pubblicato da: paolab. - 02.07.07 10:51
caro carlo, non ho affatto detto che sono disturbata dai manoscritti che arrivano, ci mancherebbe, infatti ho detto che è nell'interesse dell'editore leggerseli tutti. e poi giudicare, assumendosi il rischio anche di dare un giudizio sbagliato (sia per il sì sia per il no). per fare un esempio lampante: perceber di leonardo colombati è arrivato per posta, ha transitato nell'armadio dei testi da leggere, è stato letto dal mio collega giuseppe vottari, il quale ha detto ohibò e l'ha piazzato in mano a giulio ecc. ecc. se poi a te 30 testi (parlo solo di quelli che arrivano per posta, e ne arrivano da ogni dove) paion pochi, forse pensi che in casa editrice l'unico lavoro sia leggerli. al contrario - dopo aver "scoperto" il testo pubblicando tra i molti inizia il grosso del lavoro: in altra sede si può anche descrivere minutamente quanto e quale lavoro sta dietro all'uscita in libreria, ma di solito chi pubblica con sironi resta stupefatto per quanto lavoro noi mettiamo in un libro. scordatevi il passaggio diretto dal file word alle rotative... sironi non può permettersi dei lettori esterni, quindi noi facciamo tutto e il tempo non basta mai...
Pubblicato da: paolab. - 02.07.07 10:52
scusate per il semi-doppione...
Pubblicato da: paolab. - 02.07.07 10:53
Cara Paola, non penso affatto che il lavoro di una casa editrice si riduca alla lettura e alla valutazione dei manoscritti, ci mancherebbe altro. Non sono così ingenuo. Penso invece che in ogni casa editrice di medio e grande livello (e Sironi, per il lavoro svolto negli ultimi 2 anni lo è diventata) debbano esserci persone (almeno una) il cui compito sia quello di leggere e valutare i manoscritti, e possibilmente rispondere ai loro autori.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 02.07.07 11:04
Naturalmente in tempi non biblici.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 02.07.07 11:06
Scrive Carlo Cannella: "Se [gli editori] si degnassero di rispondere in maniera seria ad ognuno di essi [cioè a chi manda il proprio testo] (e per maniera seria intendo dire stroncando sul nascere ogni velleitarismo di pubblicazione con commenti duri e senza appello) molti aspiranti scrittori comincerebbero a dedicare il loro tempo a passatempi meno impegnativi, tipo la costruzione di barchette in legno".
Non è così. Se io rispondo al signor Tale che mi ha mandato un testo, difatto inizio una relazione con lui. Il che significa: accendere 30 relazioni per settimana.
Che tipo di relazioni?
Ad esempio, pochi minuti fa mi è arrivato (a casa) un plico. L'ho aperto. Dentro c'è la quarta versione di un certo romanzo. All'autore (che mi telefonò dopo il primo invio) dissi: è brutto, è brutta la storia, è scritto male, non c'è speranza. Adesso ricevo ogni sei mesi il testo un po' rimaneggiato, e dopo due settimane la canonica telefonata. Nella quale ripeto: non voglio nemmeno leggerlo, era troppo brutto fin dall'inizio, lasci perdere (in realtà un'occhiata ce la do).
Altro esempio. Ricevo un testo. Lo leggo. Lo trovo orrendo. Lo dico all'autore. L'autore mi scrive una lettera di minacce. Io non reagisco. L'autore comincia a lasciarmi messaggi nella segreteria telefonica, chiamando a notte fonda. Io non reagisco. L'autore dirada, ma non desiste: una o due volte al mese trovo insulti e improperi nella segreteria telefonica.
Altro esempio. Un tale mi manda un romanzo. Io lo trovo fatto benino, ma non pubblicabile. Chiamo l'autore e gli dico: guardi, è fatto benino, ma non più che benino. Ricevo qualche mese dopo un altro romanzo dallo stesso (di genere completamente diverso). Anche questo, fatto benino. Ritelefono: guardi, dico, la mia impressione è che lei più che benino non può fare. Successivamente ho ricevuto altri tre romanzi dalla stessa persona.
Mi rendo conto che questa aneddotica può apparire ridicola e crudele. Ma il punto è questo: chi spedisce a un editore un lavoro letterario molto, molto brutto (e, ripeto: la maggior parte dei testi sono molto, molto brutti), evidentemente manca di capacità di giudizio. E non è che telefonandogli o scrivendogli sia possibile fargliela spuntare all'improvviso. Quando rifiuto un testo, nessuno mi dice: "Peccato, credevo di aver fatto una cosa buona"; tutti mi dicono: "Visto che tu non lo vuoi, a chi mi posso rivolgere?".
In sostanza: il giudizio negativo non viene pressoché mai ricevuto.
Ora, io non voglio accendere 30 relazioni alla settimana. Se lo facessi, dopo tre settimane non avrei altro da fare che gestirmi le mie 90 relazioni: quasi tutte con persone che (con serena convinzione, e sapendo che posso sbagliarmi) secondo me non combineranno mai nulla di nuovo.
E poi: chi mi manda un dattiloscritto, non per questo acquisisce un diritto su di me. E' chiaro questo? Chi mi manda un dattiloscritto non ha diritto a una risposta. Ha diritto a una risposta chi ha già un rapporto avviato con me. Ha diritto chi è stato invitato da me a presentarmi il suo testo.
Si potrebbe dire che chi mi manda un testo molto bello ha diritto a una risposta? Sì. Ma è un diritto di tutt'altra specie: che è generato dalla bellezza del testo, non dal fatto che il testo mi è stato spedito.
Scrive ancora Carlo: "in ogni casa editrice di medio e grande livello (e Sironi, per il lavoro svolto negli ultimi 2 anni lo è diventata)". Falso. Sironi non è una casa editrice né di medio né di grande livello. E' una casa editrice piccolissima (per dire: nessuno ci lavora a tempo pieno; pubblica una quindicina di titoli l'anno; ha una quota di mercato che sarà dello zero virgola zero zero zero qualcosa...).
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.07.07 11:29
Nessun commento al mio intervento.
Infatti, come dicevo, non c'è peggior sordo.....
Colgo l'occasione per ringraziare Giulio Mozzi, mi scuso per non averlo fatto prima, per avermi fatto pubblicità dichiarando che ha acquistato un mio romanzo. Spero che altri lettori di bocca buona come lui lo imitino.
Pubblicato da: Felice Muolo - 02.07.07 11:52
Insieme a un altro paio di milioni di italiani, si sarà capito, io aspiro a pubblicare. Nonostante questo mi ritengo una persona tranquilla ed equilibrata. Non solo. Penso che la maggior parte delle persone lo sia, in questa maggior parte inserisco naturalmente anche gli aspiranti-scrittori. Di conseguenza faccio fatica ad immaginarmi questa categoria di persone come una schiera di pazzi, ossessionati dal pensiero fisso di veder pubblicati i propri lavori, pronti perfino a molestare e minacciare chi ha il potere di "metterci la parola buona". Fra di essi ce ne sarà sicuramente qualcuno, come anche fra i medici e i piloti d'aereo. E' come con gli anarchici. Qualcuno fa esplodere delle bombe, ma la maggior parte di essi è pacifica. D'altro canto per ogni anarchico che fa esplodere una bomba ci sono almeno decine di stati democratici che bombardano a tappeto popolazioni inermi. Questo per dire che non mi sembra ci siano i presupposti per accendere relazioni estenuanti con una banda di fanatici pronti a tutto. Se qualcuno ogni tanto capita, ci si fa presto il callo, come in tutte le cose. Io penso che se un editore invita pubblicamente gli aspiranti scrittori a farsi spedire i loro manoscritti, il minimo che questi ultimi possano aspettarsi è una risposta, sia pur negativa. Se non altro per educazione. E' vero che non è un obbligo per nessuno, ma in altri campi ci si comporta con più rispetto. Se ad esempio un ristoratore cerca un cuoco, inviterà i candidati a fargli vedere quanto son bravi ai fornelli. Alla fine non si limiterà ad assumere il più bravo, di sicuro si sentirà in dovere di comunicare a tutti gli altri l'esito negativo della loro prova.
Per concludere: se editori diversi ai quali ho inviato lo stesso romanzo venissero a dirmi che esso è orrendo, per lingua, forma e storia, non perderei certo altro tempo a scrivere. Ho una famiglia, una bambina piccola, dedicherei piuttosto il mio tempo libero a loro, almeno più di quanto faccia già adesso. E sono sicuro che almeno il 95% degli altri aspiranti scrittori si comporterebbe come me.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 02.07.07 12:16
(Non intendo fare pubblicità ai libri di Felice Muolo. Ne ho acquistato uno. Non l'ho ancora letto. Non ho idea se sia un buon libro o no. Se Felice Muolo ritiene che il semplice fatto che io abbia acquistato un libro comporti un giudizio positivo sul libro da parte mia, s'inganna. Se Felice Muolo tenta di far passare un mio semplice acquisto per un giudizio positivo, e di usare questo preteso giudizio per farsi pubblicità, si sta comportando scorrettamente).
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.07.07 12:17
caro carlo, fai l'esempio del cuoco.
hai mai provato a rispondere a inserzioni di lavoro? o mandare il curriculum spontaneamente? quante volte hai ricevuto risposta? io, forse tre (dalla germania, dall'italia mai) su, almeno, un centinaio.
Pubblicato da: monica - 02.07.07 12:21
Carlo: io da più di dieci anni ricevo e leggo dattiloscritti, intrattengo relazioni con persone che aspirano a pubblicare (e talvolta le porto alla pubblicazine), lavoro per editori, faccio corsi e laboratori di scrittura e narrazione, e così via.
Se quello che vuoi dirmi è che questa esperienza non vale un tubo, semplicemente perché tu fai fatica a immaginare che le cose stiano come risultano a me, che cosa posso dirti?
Tu "immagini che". Io "ho esperienza di".
Detto questo: sono sceso nell'aneddotica. Ho riportato tre casi. Uno di questi tre casi è un caso estremo. Gli altri due no: sono semplicemente casi di persone che, invitate a occuparsi d'altro, non hanno accolto l'invito, e hanno continuato a insistere.
Come ho già detto: l'invito a lasciar perdere, per l'esperienza che ne ho, non viene pressoché mai accolto. Il giudizio negativo netto ("è brutto, è impubblicabile") ottiene normalmente come risposta: "Se non lo vuoi tu, a chi posso rivolgermi per pubblicarlo?".
Carlo: pensi che io, quando dico questo, stia mentendo?
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.07.07 12:27
Che poi, l'esito paradossale di discussioni come queste, è: che una persona - io - che da un decennio abbondante a questa parte si sbatte per dare serie opportunità di pubblicazione alle opere che ritiene buone, passa per essere quello che blocca l'accesso alla pubblicazione; e che le persone che come me - Paola Borgonovo - fanno il possibile per esaminare i testi con attenzione e fare le scelte giuste, passano per essere quelli che vorrebbero pubblicare solo i soliti noti, i "presentati" eccetera.
Mi fa impressione: tu puoi lavorare anni e anni, fare cose, sbatterti eccetera. Ma non conta. Poiché sei dentro al campo letterario, sei uno stronzo per definizione.
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.07.07 12:32
Che poi, l'esito paradossale di discussioni come queste, è: che una persona - io - che da un decennio abbondante a questa parte si sbatte per dare serie opportunità di pubblicazione alle opere che ritiene buone, passa per essere quello che blocca l'accesso alla pubblicazione; e che le persone che come me - Paola Borgonovo - fanno il possibile per esaminare i testi con attenzione e fare le scelte giuste, passano per essere quelli che vorrebbero pubblicare solo i soliti noti, i "presentati" eccetera.
Mi fa impressione: tu puoi lavorare anni e anni, fare cose, sbatterti eccetera. Ma non conta. Poiché sei dentro al campo letterario, sei uno stronzo per definizione.
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.07.07 12:33
Per Giulio: Sarebbe quanto meno strano che una persona che si è appena definita tranquilla ed equilibrata si permetta poi di dare al suo interlocutore, che non conosce, del bugiardo e dello stronzo. Talmente strano che non è così. Ho solo espresso stupore per gli episodi da te raccontati, e questo perchè ho una visione positiva del genere umano nel suo insieme. Non credo sia una colpa grave. Non metto in discussione il fatto che sei stato molestato o minacciato da aspiranti scrittori, ma che nell'insieme essi rappresentino una percentuale significativa del campione. Anche tu, limitando la questione a una simpatica aneddotica, lo confermi. Se così non fosse, permettimi di pensarlo, avresti già smesso di sbatterti da un pezzo.
Per Monica: ho risposto a inserzioni di lavoro in rare occasioni. Non ho perciò molta esperienza in questo tipo di pratica. Mi sembra di ricordare di aver sempre ottenuto un colloquio e le relative risposte.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 02.07.07 13:57
Non so, io ho tentato di spiegare nel mio intervento precedente quello che mi è successo, ma a quanto pare non serve a molto.
Continua a serpeggiare una visione distorta del mondo editoriale e per quanto Giulio e Paola cerchino di spiegare come stanno le cose, non so, mi sembra che ognuno continui ad andare avanti per la stessa strada.
Lo trovo triste.
E anche poco produttivo per chiunque.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 02.07.07 14:09
@ Paola Borgonovo e Giulio Mozzi. Posso spedirvi in esame il romanzo di Comotti "L'organigramma"? Almeno a uno dei due dovrebbe piacere...:- )
Pubblicato da: Lucio Angelini - 02.07.07 14:12
Per Roberto Tossani: non stiamo parlando di visione distorta del mondo editoriale per nostra iniziativa. E' stato proprio Giulio ad aprire il problema affermando che luoghi comuni e rappresentazioni di senso comune riguardo l'editoria (gang e cordate, parentele che contano, pubblicazioni garantite solo agli amici)sono discretamente vere. Lo scopo di queste discussioni, dunque, dovrebbe essere quello di fugare questi dubbi. Le parole di Paola Borgonovo a me non li fugano. E' colpa mia? Può essere. Ti chiedi però perchè mai Giulio, che difende il diritto dell'editore di non rispondere agli autori sul valore letterario o meno delle loro proposte, si comporti poi in maniera del tutto diversa con chi spedisce un proprio manoscritto a Vibrisselibri? Si legge nel sito: che cosa succede se il testo viene rifiutato? L'autore riceve una comunicazione scritta. E' un controsenso che non aiuta a capire.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 02.07.07 14:38
Specie umana.
Pubblicato da: daniele - 02.07.07 14:59
Carlo, io ho collezionato decine e decine di risposte scritte di vario genere: da quelle prestampate a quelle più articolate (poche), tutte di rifiuto.
Mi sono servite? No.
Ho anche collezionato molti silenzi. Non mi sono arrabbiato per il silenzio in quanto tale, significava che non era piaciuto (caso mai ci sono stato male, ma è un'altro discorso questo).
Ricevere una risposta negativa non serve, perché nella nostra testa troviamo subito la scappatoia, anche se magari facendo un'autocritica feroce.
Io so che Giulio, quando faceva ancora il lettore per Theoria, prese il telefono in mano e mi telefonò (e non c'ervamo mai conosciuti, io sapevo a mala pena chi fosse allora): mi disse che quel mio romanzo l'aveva colpito molto, ma dubitava che qualunque casa editrice italiana me l'avrebbe pubblicato.
Dopo di che abbiamo fatto conoscenza, per quel poco che si può fare con me che sono un orso, e quando arrivò da Sironi mi chiese tutti i libri che avevo scritto.
Uno pensa, bene: adesso glieli pubblica.
No, dopo tre anni e alcuni incontri, Giulio mi disse che non li avrebbe neppure presentati al comitato editoriale, che mi stimava moltissimo, ma non mi amava (testuali parole, riprendendo volutamente il celebre dialogo tra la signora Pina e il ragionier Ugo Fantozzi).
Con me Mozzi si è dimostrato corretto e quindi presumo che sia corretto anche con tutti gli altri.
Se mi avesse detto che facevo schifo, avrei smesso di scrivere?
No, ma d'altra parte non mi avrebbe telefonato di sua iniziativa quando lui era ancora un lettore di una case editrice che è fallita e io un suo coetaneo del tutto sconosciuto.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 02.07.07 15:00
Per Daniele:
Risulta chiaro pertanto che la potenza specifica dell’umanità è la capacità o virtù intellettiva. (...)La potenza intellettiva di cui parlo non è rivolta soltanto alle forme universali o specie, ma anche, per estensione, alle forme particolari, per cui si suol dire che l’intelletto speculativo diventa, per estensione, pratico, ed il suo fine è l’agire e il fare. E mi riferisco all'agire che è regolato dall'esperienza politica, e al fare che è regolato dall'arte: l'uno e l'altro sono strumento della speculazione, che è il fine più alto per il quale la Prima Bontà ha dato l'esistenza al genere umano. Da ciò risulta ormai chiaro il passo della Politica, per cui "gli uomini intelligenti primeggiano naturalmente sugli altri".
(Dante Alighieri, Monarchia, in Tutte le opere, a cura di L. Blasucci, Sansoni, Firenze, 1989, pp. 250-252)
Pubblicato da: Carlo Cannella - 02.07.07 15:10
Non vorrei che questa discussione, centrata unicamente sulle frustrazioni di chi non riesce a farsi pubblicare, facesse perdere a Mozzi la voglia di insistere nel suo proposito. Sono molto interessato a leggere i risultati della sua inchiesta.
Pubblicato da: riccardo ferrazzi - 02.07.07 15:21
carlo dice "E' stato proprio Giulio ad aprire il problema affermando che luoghi comuni e rappresentazioni di senso comune riguardo l'editoria (gang e cordate, parentele che contano, pubblicazioni garantite solo agli amici)sono discretamente vere.» ma dove l'hai letto? giulio in realtà dice «poiché dentro il clic si entra solo e soltanto per cooptazione, il momento dell'ingresso mi sembra talmente decisivo da poter essere scelto come punto di osservazione (o, meglio, punto da osservare)». non mi sembrano affermazioni sovrapponibili. parlare apertamente di cooptazione significa provare a confrontarsi su meccanismi di "ingresso" che appunto riposano su giudizi individuali e non normati da criteri "algoritmici". è uno scandalo? è sbagliato? bisognerebbe fare i test con punteggi anche per pubblicare un libro? come si fa a dare un giudizio oggettivo di merito su un testo? come si fa a prescindere dalla propria sensibilità e dal proprio orizzonte culturale? e soprattutto: bisogna davvero? o non è esattamente l'orizzonte culturale del soggetto selezionatore ad avere un valore? l'editore ha o non ha un ruolo culturale? e come lettori glielo riconosciamo questo ruolo? che giudizio diamo del rischio di impresa di un editore? perché - solito esempio limitato ma basato su esperienza diretta - sironi viene ricordata solo per il successo commerciale di avoledo e non per il rischio imprenditoriale di un luisito bianchi? siamo sicuri che librai, lettori e aspiranti scrittori non siano i primi ad alimentare la deriva piattamente commerciale dell'editoria?
Pubblicato da: paolab. - 02.07.07 15:25
@ Cannella: riassumendo, l'offerta di *capolavori* è molto più alta della domanda; qualche titolo viene sacrificato di necessità. I respinti possono ricevere: 1)una risposta formale ("La sua opera non è in linea con le scelte della casa editrice", che vuol dire tutto e niente e non è offensiva; 2) una risposta schietta: la sua opera fa schifo al cazzo (in genere NON viene praticata, in quanto suonerebbe offensiva:- )); 3) un silenzio-dissenso (la più economica, dato che i francobolli costano soldi, le mail costano tempo).
Vibrisselibri ha scelto la soluzione n. 1, ma noi mica siamo lavoratori del settore. Il nostro è squallido volontariato culturale... :- /
Pubblicato da: Lucio Angelini - 02.07.07 15:28
Giulio Mozzi: il libro a cui accennavo è "Il mercato delle lettere", Einaudi 1979, Gian Carlo Ferretti.
Mi scuso per il ritardo, ma non mi riusciva, in tutto il mio casino, a ritrovarlo. Credo meriti una lettura.
Blackjack
Pubblicato da: Blackjack - 02.07.07 15:33
Per Paolab. : L'ho letto a pag. 15 del post intitolato "un'intenzione quanto mai velleitaria".
Se sono affermazioni sovrapponibili ad altre non lo so.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 02.07.07 15:36
Mi chiedi, Giulio, chi dovrebbe decidere quali libri pubblicare, insomma come si potrebbe o dovrebbe regolamentare il mercato. Non è una domanda facile, ammettilo, ma proverò lo stesso a rispondere, dopo aver però precisato che il mio "lo sappiamo tutti" nasceva - a ripensarci- anche dal fatto che di una simile discussione ho letto qualche mese fa (ed è durata molto a lungo) su Alias, il settimanale del Manifesto, che se ne è occupato a partire da un articolo di Pedullà, Gabriele. Per questo mi era sembrato il caso di dire che lo sapevamo già che si stampano troppi libri in Italia, perchè mi era- per me- un discorso già fatto, senza che se trovasse una soluzione, neanche tra quelli che si chiamano critici. (qui, il si chiamano può valere nei due sensi: vengono chiamati e si chiamano da soli. Ma è un altro discorso). Quindi, oltre a tutte le osservazioni che hai fatto nel tuo commento alla frase, aggiungi anche questa.
Ma venendo alla domanda che mi hai posto dopo, chi dovrebbe occuparsi di far pubblicare meno libri, dico ancora, utopisticamente, tutti. Nel senso che se tutti facessero il proprio "dovere", forse ci sarebbero meno libri. Se gli aspiranti scrittori avessero il senso della misura, se capissero che iniziare un romanzo con Il sole si alzava allora all'orizzonte forse è roba vecchia e non ha valore, se si fidassero di più delle parole degli editor. Se alcune persone non facessero a gomitate pur di apparire, come capita. Se nelle scuole e nei ministeri si avesse più a cuore la cultura e si insegnasse non solo a scrivere ma anche a distinguere ciò che è ben scritto da ciò che è scritto male e ciò che dice qualcosa da ciò che non dice niente e questo lo si insegnasse non solo su testi del passato - a cui siamo tanto affezionati- ma anche a testi del presente- che non arriviamo mai a leggere e a far leggere se non in rari e fortunati casi eccezionali. Se gli editori non fossero così interessati al mercato e badassero alla qualità della loro merce e non a quello che viene impietosamente impilato nei loro spazi di vendita. Se i commessi mantenessero la loro professionalità - che c'è in giro, la professionalità- e consigliassero ai clienti libri che valgono. Ma tutto questo, ripeto, sa molto di utopia ed è un vago ed inutile sogno. Almeno fin quando resta legato ad uno stile di vita, di comportamento e di pensiero che è quello attuale.
Pubblicato da: alessandra - 02.07.07 15:39
Immaginavo che il libro fosse quello. Di Ferretti c'è anche, più recente, la "Storia dell'editoria letteraria in Italia. 1945-2003", uscito sempre per Einaudi. Poi ci sono (oggi assai difficili da reperire) il suo studio su "Vittorini Editore" (sempre Einaudi) e il quasi-classico "Il best seller all'italiana", Laterza 1983.
Del "Mercato delle lettere" sono fiero di possedere una copia con dedica (non a me, però, bensì a Fernando Di Giammatteo, critico e storico del cinema morto un paio d'anni fa).
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.07.07 15:45
Cara Alessandra, tu dici in sostanza: se fossimo tutti più buoni, il mondo sarebbe più bello. E son d'accordo. Ma ti rendi conto che tra la tua prima affermazione ("Lo sappiamo tutti che si pubblicano troppi libri") e questo discorso c'è una bella differenza? Se il tuo è un "vago e inutile sogno" che "sa molto di utopia", che contributo dà alla discussione in corso o alla conoscenza del campo letterario? Letteralmente: a che cosa serve?
Un appunto circa la "professionalità" dei "commessi". Dà un'occhiata al blog dei lavoratori delle Librerie Feltrinelli (la principale catena italiana), e poi prova a rispondere a questa domanda: il livello di professionalità dei commessi dipende da loro o dal datore di lavoro? Basta che tu ti legga l'articolo che oggi appare in prima pagina:
http://effelunga.blogspot.com/
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.07.07 15:52
Nel senso che posso anche smettere di dire la mia, allora? Quanto alla professionalità dei lavoratori e alla feltrinelli, conosco bene le questioni di cui parli, non sono poi così sprovveduta e so benissimo che è una questione di datori di lavoro, come in tutti i campi, mi pare.
Pubblicato da: alessandra - 02.07.07 16:02
Personalmente mi interessano poco le discussioni che 'sbattono' contro le modalità di lettura delle case editrici. Le argomentazioni di chi cerca uno spazio per pubblicare e di chi deve fare selezione sono entrambe valide, se osservate dal rispettivo punto di vista, ma nulla tolgono e nulla aggiungono a quello che mi sembrava il proposito iniziale: analizzare il mondo letterario, le metodologie che adotta, le relazioni, etc...
Interessante sarebbe capire se, quanto afferma Ferretti (nell'unico suo libro che ho letto, anche se molto tempo fa), è ancora vero. La disanima che ne esce è molto poco tenera con il mondo editoriale italiano che, provo a riassumere, sarebbe pilotato da una intensa attività di lobbying che vede coinvolti e collegati fra di loro, i vari livelli decisionali.
Una mia personale convinzione (quindi non supportata da nessuna argomentazione logica) mi porta a pensare che, senza una conoscenza diretta di 'qualcuno' all'interno del sistema letterario, sia praticamente impossibile pubblicare. Sarebbe quindi necessario, prima di tentare la pubblicazione, allacciare qualche relazione che consenta al 'novizio' di districarsi nel labirinto delle case editrici.
Tornando a chi seleziona i testi: sicuramente i testi che ricevono sono molti, sicuramente molti sono pessimi, sicuramente è complicato per qualunque 'sconosciuto' farsi pubblicare, sicuramente anche le case editrici a volte scartano ottimi libri o perdono l'attimo fuggente (Busi fra gli italiani ad esempio). Ritorna quindi, prepotente, la domanda di Angelini: come si diventa Editor?
Aggiungerei un passaggio: chi diventa Editor e quali conoscenze deve possedere?
Blackjack
Pubblicato da: Blackjack - 02.07.07 16:17
(Caro Giulio, lei nutre molta diffidenza verso di me. Come se, facendomi pubblicità, chi sa quanti milioni di euro incasserei. Mica stiamo in televisione. -A proposito, quanti visitatori ha questo sito, non vorrei sbagliarmi e ritrovarmi ricco dall'oggi al domani-. Perchè non si limita semplicemente a prendere atto di quello che scrivo e la smetta di fare il processo alle intenzioni? Sarebbe molto più rilassante.)
Tanto, sappiamo benissimo entrambi come stanno le cose. Solo che a me da fastidio e a lei forse no. Perchè lei è un esponente (rappresentatnte?) di quelle case editrici di nicchia di cui ho detto sopra. Mandare un manoscritto alle quali e non sbagliare porta bisogna fare un corso universitario. Non gli basta sapere se è scritto in maniera tale da interessare un maggior numero di lettori. Vogliono capire di che tendenza sia, probabilmente lo preferiscono palloso e con la puzza al naso. Devono rispettare la fantomatica 'linea editoriale' che perdona la loro probabile incapacità di giudizio, salvo poi pubblicare qualsiasi schifezza se arriva dal solito noto.
Pubblicato da: Felice Muolo - 02.07.07 17:53
blacjack, dipende.
a fernandel l'editor è l'editore, giorgio pozzi, a feltrinelli non so.
so di una persona che conosco. ha fatto l'editor per una grossa casa editrice. contratto a progetto poi collaboratrice. veniva pagata ogni sei mesi. due esordienti sono stati pubblicati grazie a lei che, ora, fa altro. guadagnava un tubo.
ne conosco un'altra, fa la fame.
le grosse editrici si affidano ai service, che non conosco, però.
insomma, so abbastanza poco. la conoscenza di cinque sei editor non mi consente di dire altro.
Pubblicato da: remo bassini - 02.07.07 18:03
blackjack ami fare domande, ma non ascoltare quando qualcuno prova a rispondere... =)
cmq: ho già portato qui sopra un esempio di autore pubblicato da sironi senza essere noto prima e senza presentazioni. noi ne abbiamo diversi che "vengono dalla posta".
sempre sopra ho già brevemente risposto al "come sono diventata editor" e con quali "conoscenze". posso aggiungere che, per arrivare in Alpha Test, ho mandato un curriculum per posta insieme a qualche altro centinaio, rispondendo a un'inserzione su corriere lavoro nel novembre 1999. ho fatto due prove pratiche e un colloquio. cercavano una persona e alla fine ci hanno prese in due (sembra non riuscissero a scegliere...). la seconda persona era Gaia Amaducci, che qualche anno dopo ha messo in piedi Epoché Edizioni.
ma forse, quando dici «senza una conoscenza diretta di 'qualcuno' all'interno del sistema letterario, [è] praticamente impossibile pubblicare» tu in realtà pensi ai grandi editori e i piccoli li schifi.
Pubblicato da: paolab. - 02.07.07 18:54
Bassini: le mie considerazioni (da assoluto ignorante in materia) sono basate su un unico libro (quello che citavo prima) che trattava dell'argomento oggetto della discussione. Non ho altre fonti e sono più interessato a capire come funziona il sistema editoriale in generale e su quali regole si basa, per curiosità mia, che alle singole situazioni.
I casi singoli, qualunque 'sistema' si consideri, molto raramente sono significativi e/o rappresentativi del 'sistema' stesso.
L'idea proposta, raggruppando opinioni e conoscenze provenienti da fonti diverse, potrebbe portare (forse) a risultati interessanti. Sempre se chi riporta le proprie esperienze non perde obiettività.
Indubbiamente, come scrivi, c'è qualcuno che pubblica anche gli esordienti, ma sarebbe interessante capire, ad esempio, in base a quali criteri di valutazione (sempre che ce ne siano) alcuni esordienti sono pubblicati solo da case editrici piccolissime o medio piccole e altri, al primo colpo, dal grande nome.
Non credo sia solo una questione di qualità del testo sottoposto.
L'esempio lampante mi paiono (ho fatto un giro su internet e da lì ho ottenuto l'informazione) le grandi case editrici che, in un caso, addirittura chiedono agli esordienti, scrivendolo sul loro sito, di non spedire manoscritti non richiesti. Non li vogliono e saranno loro, le case editrici, a contattare gli eventuali esordienti. Tramite quali vie non è chiaro. Per divinazione? Chiaroveggenza? Agenzie Letterarie? Agenti? Conoscenze? Raccomandazioni?
Un bel rebus non le pare?
Blackjack.
Pubblicato da: Blackjack - 02.07.07 18:56
L'unica editor che ho incontrato in vita mia (perché non sono scrittrice di professione, è stato solo un caso che avessi un lavoro da pubblicare) mi è stata presentata come una Grande editor, con un Grande fiuto (alle sue spalle un Grande successo editoriale, inteso in senso di vendite). Quando ha bocciato il lavoro che mi ha fatto rifare quattro o cinque volte per poi dirmi che era meglio all'inizio, le edizioni che avrebbero dovuto pubblicarlo, per bocca della responsabile, mi hanno detto che spiaceva loro molto, ma avendo pagato fior di soldi alla Grande, non potevano, adesso, non tener conto del suo parere. Per dire che ci sono anche editor (questa è una free lance, comunque) che soldi ne prendono.
La Grande, l'anno successivo, ha fatto pubblicare un altro lavoro, che ora le edizioni hanno regalato a un'associazione da regalare, perché non sono riusciti a venderlo (il Grande fiuto ha ceduto, stavolta).
Il mio lavoro è stato pubblicato casualmente da un piccolissimo, minuscolo editore che conosceva uno che conosceva me, e che sapeva che cosa avevo scritto (quindi si può dire che ho pubblicato e venduto solo grazie a conoscenze personali).
Fine della mia esperienza con gli editor e con gli editori.
Quanto al "come", ricordo che pochi anni fa Eco aveva aperto una scuola per editor, biennale, privata, costosissima (almeno per me), frequenza obbligatoria a Bologna. Non so, c'è ancora?
D'altra parte, però, a tempo perso, grazie alle edizioni che NON mi hanno pubblicato (ma che comunque ormai mi conoscono), ogni tanto faccio anch'io l'editor di qualche piccola cosa. Mi pagassero anche, sarei felice :-P
Pubblicato da: Annalisa - 02.07.07 19:16
Paola: avevo letto la tua risposta ma, come per gli esempi riportati da Remo Bassini, il caso personale che riporti è appunto 'un caso'. Sicuramente significativo per quanto concerne Sironi, ma non generalizzabile né sufficiente per tentare una 'risposta' generale che descriva il funzionamento (complicatissimo mi pare) del 'sistema' editoria e non solo di Sironi che è una parte del 'sistema'.
Interessante come risposta, è indubbio, ma da sommare alle altre che arriveranno. Non mi è chiaro però come queste risposte singole possano poi essere classificate e utilizzate per tentare un approccio complessivo, ma è una mia prerogativa crearmi questi dubbi 'esistenziali'.
Per quanto riguarda le piccole case editrici nessun tentativo di 'schifarle'; non ne vedo il motivo e non mi pare di averlo mai scritto. Semplicemente, e da quanto ho letto - anche se in alcuni casi velocemente - mi pare esista uno scollamento fra chi è all'interno del 'sistema' e chi vorrebbe provare a entrarci.
Mancanza di conoscenza? Mancanza di comunicazione? Altro?
Non ne ho idea, ma sicuramente qualcosa manca. Scoprirlo potrebbe essere interessante sia per chi ambisce a pubblicare, sia per chi pubblica e indipendentemente dalle dimensioni della Casa Editrice che mi paiono, nel contesto di una discussione - inizialmente - per forza di cose generica, poco importanti.
Personalmente - da profano - credo che la scelta di un Editor non possa basarsi esclusivamente su conoscenze acquisite in ambito editoriale o su una laurea in lettere. Mi pare limitante. E' un'altra storia, credo, e sicuramente va a cozzare con esigenze economiche e organizzative che difficilmente è possibile approfondire in un contesto come quello utilizzato per questa discussione.
Blackjack.
Pubblicato da: Blackjack - 02.07.07 19:16
Per Carlo
genere umano:Homo habilis,Homo rudolfensis,Homo ergaster,Homo erectus,Homo floresiensis, Homo antecessor,Homo heidelbergensis,Homo neanderthalensis,Homo rhodesiensis,Homo pranensis, Homo georgicus, Homo sapiens.
Specie umana: Homo sapiens sapiens.
(Il concetto di specie è alla base della classificazione degli organismi viventi, trattandosi del livello tassonomico obbligatorio gerarchicamente più basso)Più preciso specie piuttosto che genere.
Pubblicato da: Daniele - 02.07.07 19:50
Per Alessandra. Scrivi: "Posso anche smettere di dire la mia, allora?". No. Ma è importante distinguere la descrizione delle proprie sensazioni da affermazioni generali.
Per Felice Muolo. Scrivi: "Tanto, sappiamo benissimo entrambi come stanno le cose". Vedi la prolissa risposta in dieci punti ad Alessandra. In sintesi: no, non sappiamo come stanno le cose.
Per Balckjack. Scrivi: "Sarebbe quindi necessario, prima di tentare la pubblicazione, allacciare qualche relazione che consenta al 'novizio' di districarsi nel labirinto delle case editrici". Necessario, no. Conveniente, sì.
Sempre per Blackjack. Scrivi: "Le mie considerazioni (da assoluto ignorante in materia) sono basate su un unico libro". E si vede, mi viene da aggiungere. Ma non è certo colpa di Blackjack: in effetti, il libro che lui cita è - per quel che ne so - l'unico libro che tenti una descrizione sistematica del funzionamento del potere editoriale. Ed è di ventotto anni fa.
Sempre per Blackjack. Scrivi: "Sarebbe interessante capire, ad esempio, in base a quali criteri di valutazione (sempre che ce ne siano) alcuni esordienti sono pubblicati solo da case editrici piccolissime o medio piccole e altri, al primo colpo, dal grande nome". In tutta sincerità: è una cosa che vorrei capire anch'io.
Sempre per Blackjack. Scrivi: "Credo che la scelta di un Editor non possa basarsi esclusivamente su conoscenze acquisite in ambito editoriale o su una laurea in lettere". Su che altro, secondo te?
Per Annalisa. "Ci sono anche editor (questa è una free lance, comunque) che soldi ne prendono". Curiosità. Nome e cognome di questa Grande, cominciano con la stessa lettera?
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.07.07 20:45
Molto interessante questo articolo, e molto gentile l'editor a raccontarci il suo punto di vista.
In ogni caso, sono daccordo con chi diceva che se le case editrici valutassero davvero i libri (o sapessero davvero valutarli) come dicono di fare, tutti i libri pubblicati sarebbero belli.
Poi avete mai letto un libro scritto da un editor? Sono terribili... ma i libri a loro chi glieli edita? ^^
Simone
Pubblicato da: Simone - 02.07.07 22:16
@Annalisa-Giulio
La lettera è la L?
Pubblicato da: valter binaghi - 02.07.07 23:46
Scusate se aggiungo, ma credo sia giusto dire qualcosa anche a favore degli editori. 30 testi a settimana sono un'enormità per chi li deve valutare, e non sempre chi manda un romanzo a una casa editrice lo fa nella maniera corretta (tipo studiarsi prima che genere di libri pubblica una determinata casa editrice o una lettera di presentazione chiara e sintetica). Insomma valutare i manoscritti non deve essere proprio un lavoro semplice...
Simone
Pubblicato da: Simone - 03.07.07 00:11
@Giulio Mozzi
@Valter Binaghi
O caspiterina.
Non solo Grande.
Anche Famosa. e Conosciuta. e Riconoscibile.
Meno male che non ho scritto ciò che di lei mi è stato detto da alcuni addetti ai lavori dopo che avevamo ingloriosamente finito l'editing (della famosa serie tv: "ma cosa ti aspettavi da una... così")
Pubblicato da: Annalisa - 03.07.07 06:59
Anch'io ho mandato qualcosa a Zandegù. Non un manoscritto (mi sono rotto a mandare manoscritti agli editori, da un pezzo non ne mando). Ho inviato una recensione altamente positiva di Manila B. apparsa recentemente su Booksblog. La patron della casa editrice mi ha cortesemente risposto (è già molto)che i miei scritti non rientravano nella loro linea editoriale (cito a memoria). Si può desumere da una recensione una analisi del genere? Poteva limitarsi a dire che avevano la pancia piena.
Pubblicato da: Felice Muolo - 03.07.07 08:42
Un importante contributo di Antonio Moresco alla descrizione del campo editoriale nel mio blog. ("Vita da editore", post di oggi.)
Pubblicato da: Lucio Angelini - 03.07.07 09:08
@Felice Muolo
Ma cosa ti doveva rispondere Marianna Martino, editrice di Zandegù (ok, io ho pubblicato con lei e adesso sembra che io la difenda perché e percome e che siamo tutti una conventicola... me ne sbatto il cazzo, a 'sto punto).
Non le hai mandato un testo narrativo e sulla base di quello che le hai mandato lei doveva dirti: "Bello, dai, sommergimi di parole?".
Io quando le ho inviato il mio romanzo l'ho fatto perché cercava testi più o meno surreali di giovani scrittori: dato che uno dei miei poteva rientrare nei paletti, l'ho mandato, sottolineando che però tanto giovane non ero avendo 45 anni allora.
Se tu non hai neppure voglia di mandare un testo a una casa editrice, che cosa pretendi da loro?
Di grazia che ti ha risposto.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 03.07.07 09:48
E per concludere il discorso: Marianna Martino non ha la pancia piena.
E' alla ricerca continua di testi da pubblicare, perché il 99,99% di quelli che le arrivano, Paola Borgonovo è stata gentile in questo senso, fanno schifo al cazzo.
Li ho visti, ne ho guardati, alcuni li ho letti.
Ci siamo anche fatti quattro risate su alcuni, lo ammetto, da snob elitari fantasmagorici rappresentanti di questo clic del cazzo di potere editoriale.
La maggior aprte delle persone non sa scrivere.
Il 50% dei pochi che sanno scrivere scrivono robe brutte.
Del rimanente 50%, il 25% invia manoscritti a editori che pubblicano con altre scelte editoriali.
Di questa ultima tranche mi ci metto anch'io, l'ho fatto per anni.
Ora che faccio il consulente editoriale part time mi rendo conto di come sia impossibile capire e farsi capire, dialogare su questi argomenti: perché chi capisce ha già capito e gli altri non sentono o non vogliono sentire.
Poi ci sono i raccomandati, quelli come Totti e compagnia bella, i chissàcomeriesconoapubblicare?
Ma chi se ne frega, che pubblichino.
Siamo noi che scriviamo a dover imparare a scrivere, ma soprattutto a vivere.
E smetterla di pensarci come scrittori, che non serve a un cazzo se non a farci seghe cerebrali o meno di quanto noi sappiamo, abbiamo talento, "sentiamo", siamo ipersensibili...
Ma per favore.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 03.07.07 09:58
caro simone, gli editor stanno (o dovrebbero stare) agli scrittori come gli allenatori stanno agli atleti. io personalmente non mi metterei a correre i 100 m anche se fossi un grande allenatore... ciò non toglie che qualche allenatore possa essere atleta in proprio. non generalizziamo. detto questo mi pare che la pecca di questa discussione sia che la maggior parte di noi ritiene di sapere già come vanno le cose e soprattutto di sapere ben come "dovrebbero andare", sicché ogni domanda è una domanda retorica perché le risposte che si discostano da quelle attese vengono recepite come o tendenziose o insignficanti (blackjack: perché il giudizio che trai dalla lettura di un libro dovrebbe annullare ciò che è la mia esperienza? almeno almeno si potrebbero mettere in rapporto dialettico...)
Pubblicato da: paolab. - 03.07.07 10:05
E' vero, Roberto, che molti di noi, un po' presi dalla fregola di voler pubblicare, inviano i propri testi senza star lì a riflettere se ne vale la pena o meno. Anch'io ho inviato il mio dattiloscritto a Marianna Martino, sbagliando , perchè le scelte editoriali di Zandegù si discostano molto dal mio modo di propormi. Ma questo non è un aspetto importante della questione. Se nel tuo testo qualcosa di buono c'è, per ogni Zandegù che gentilmente lo rifiuta, ci sono altri due editori pronti ad offrirti un contratto di pubblicazione. Il problema vero è: perchè Zandegù legge e pubblica Tossani, il tal dei tali legge e pubblica Cannella, e i grandi gruppi editoriali invece no? Succede forse perchè Zandegù può permettersi il lusso di sprecar soldi per gente che non sa scrivere e Mondadori invece sì? Dovrebbe essere il contrario: più le nostre risorse sono limitate più un calcolo economicamente razionale dovrebbe portarci a fare attenzione agli investimenti. In definitiva Zandegù, pubblicando Tossani, rischia molto più di Mondadori pubblicando Covito. Ne desumo che la qualità di quello che scrivi è alta, tale da permettere al tuo editore, che pure non ha una distribuzione capillare nelle librerie, di rientrare dei costi e possibilmente di guadagnarci. Il problema dunque è: perchè Tossani è stato sempre rifiutato dagli editori importanti? Tu dici perchè i tuoi testi non erano abbastanza buoni, io dico che un testo buono è buono in quanto tale e basta, per Zandegù come per chiunque altro. Può rientrare in un orizzonte culturale piuttosto che in un altro, ma nessuno potrà dirti che fa schifo al cazzo.
Pubblicato da: Carlo Cannella - 03.07.07 10:35
premesso che è a mio parere un ciclo naturale che chi scrive mandi a chi è preposto a leggere, perché un dattiloscritto lo mandi a una casa editrice e non a un supermercato, e che chi è pagato per vagliare il materiale ricevuto forse dovrebbe preoccuparsi nel caso non ricevesse nulla, ché significherebbe che lavora in una casa editrice senza importanza, pongo una domanda semplice semplice: tutti a dar giù ai libracci totti&co., alle cose orrende e bla bla bla, amici degli amici di amici che sono amici, la domanda è: ma il libraio vi punta una pistola per comperare un libro a vostro gusto brutto?
se in libreria sfogliate le prime pagine o in internet leggete pessime recensioni, avete forse l'obbligo morale di comperare? mi pare di no.
le case editrici non credo siano delle onlus pro bono. se non vendono le leggi di mercato puniranno le loro scelte editoriali. punto. se io acquisto una volta una schifezza non ci sarà di certo una seconda volta.
quindi non comperateli, se tanto fanno schifo, se tanto sono libri di amici di amici, se tanto offendono il vostro gusto di fantastici scrittori non presi in considerazione e che riescono a sentirsi denigrati persino quando l'editore ha il tempo e l'educazione di mandare un rifiuto. abbiate la modestia di non giudicare chi li compra e vivete tranquilli.
Pubblicato da: rael - 03.07.07 10:35
Paola: sarei infelicemente presuntuoso se dovessi trarre un giudizio definitivo su un sistema così complesso come quello editoriale, dalla sola lettura - lontana nel tempo - di un unico libro e non mi pare di aver 'annullato' la tua esperienza. E' sicuramente importante, così come sono importanti le esperienze riportate da Remo Bassini e Annalisa. Il 'difetto' delle esperienze è che difficilmente e per qualunque settore, sono significative in generale e sufficienti per descrivere un 'sistema'. Difatti la domanda 'esistenziale' successiva che mi ponevo era: come sarà possibile legare tutte queste esperienze per ricavare una descrizione generale del 'sistema' editoria?
Giulio Mozzi: vada per il conveniente. Altro passaggio che potrebbe restituire informazioni: quanti esordienti sono stati pubblicati perché 'conoscevano' e quanti per la sola qualità del testo?
Perché, in un 'sistema' che diffonde conoscenza, esiste un unico libro che cerchi di descrivere i meccanismi che regolamentano la distribuzione del 'potere' nel mondo editoriale? Ben strano. Non è che un simile approccio è considerato, dai possibili estensori, pericoloso e quindi evitato?
Per quanto riguarda gli esordienti e chi li pubblica ho una mia teoria, molto semplice e molto banale: chi ha conoscenze riesce a farsi pubblicare dalle grandi, gli altri remano e approdano alla prima spiaggia che li accoglie. Non è verificabile, purtroppo, questa affermazione, a meno che gli esordienti non dichiarino - tutti - con onestà, i loro inizi.
Un Editor, e va benissimo l'esempio dell'Allenatore, non può possedere solo conoscenze letterarie. E' limitante. Un libro non è solo grammatica - anche grammatica, per fortuna - ma anche esperienza, vita, idee, scenari, ambienti. Una moltitudine che non può essere valutata 'solo' con la grammatica; deve considerare, la valutazione, un insieme ben più complesso. Se sei l'allenatore di Benvenuti, boxer italiano bravissimo e classico bravo ragazzo, puoi sperare di portarlo al titolo di campione del mondo affrontando quasi esclusivamente problemi tecnici, ma se alleni Tyson non puoi essere solo un esperto di tecnica: devi saper gestire e valutare anche altro.
Molti allenatori non sarebbero mai riusciti a portare Tyson al titolo mondiale e sarebbe stata, per la boxe, una grande perdita.
Un Editor è nella stessa situazione e la sola conoscenza della grammatica - o una preparazione lineare orientata solo al mondo letterario - corre il rischio di appiattire la fase di valutazione e far 'perdere' testi importanti, anche se, probabilmente, difficili da gestire in prima battuta.
Blackjack
Pubblicato da: Blackjack - 03.07.07 10:52
@Carlo Cannella
Infatti a me non hanno mai detto che i miei testi facevano schifo.
Anzi: il contrario.
Però non erano "adatti": Adelphi che mi pubblica mi farebbe ridere, come a guardar bene anche Sironi o Mininum Fax o DeriveApprodi o Pequod o Marcos y Marcos.
Poi ci sono le major, che pubblicano di tutto: non hanno linea editoriale.
Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, Rizzoli eccetera (con tutte le loro sottocategorie editoriali) pubblicano qualsiasi genere: in quel caso la scelta è diversa, nasce da altri meccanismi (marketing, do ut des eccetera).
Ciò non toglie che alcuni abbiano esordito direttamente con le major: perché?
Perché in alcuni casi si erano fatti conoscere con altre iniziative (vedi Marco Drago con Feltrinelli) o perché c'è stata una "presentazione" di tizio a caio che ha fatto saltare la filiera infinita delle major (non ci trovo nulla di male) o perché la grande casa editrice ha annusato che si potevano fare i soldi (e anche in questo non ci vedo nulla di male).
Io scrivo da dio, ma quello che scrivo non è a prima vista molto commerciale: Marianna Martino mi ha pubblicato perché le è piaciuto il mio romanzo e perché le andava bene, senza grandi calcoli economici (è il primo romanzo che la Zandegù ha pubblicato).
Se fossi il direttore ediotriale di una major avrei forti dubbi a pubblicare le mie robe, a meno che non subentrasse un rapporto personale (cosa che mi era capitata con la Feltrinelli e che poi, per vicissitudini varie, non ha portato ad alcun risultato).
Un testo non è buono in quanto tale: è buono in proiezione, è buono in prospettiva, è buono perché, è buono in quanto fa scattare una molla (voglio dire, Joyce è amato e odiato e così Proust).
Detto questo: smettiamola di guardare gli altri e concentriamoci su noi stessi, credo sia meglio.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 03.07.07 10:55
Paolab ha ragione: troppa retorica e frasi che non vogliono risposta, cerchiamo di dire qualcosa di concreto. Provo io:
Forse in realtà chi pubblica con i grandi editori è davvero bravo, mentre chi sta a lamentarsi che non lo leggono e non gli rispondono è un rompipalle che non sa scrivere.
In quest'ottica, il mio ultimo romanzo che è adesso in valutazione da alcuni grossi editori sarà certamente pubblicato ^^, e un sacco di gente verrà a dirmi che il mil ibro non vale niente e che sono raccomandato. Pazientate qualche mese e vi farò sapere ^^
Simone
Pubblicato da: Simone - 03.07.07 11:06
Ultima cosa e chiudo: perché dite che le "major" non leggono? Io ho telefonato a 12 editori medio grandi e 5 mi hanno detto di "mandare" dichiarando che "leggono e rispondono a tutti". Non credo che dicano cose non vere...
Simone
Pubblicato da: Simone - 03.07.07 11:10
caro blackjack, come vedi, è difficile ascoltarsi. non ho mai sostenuto che si valuti un testo "con la grammatica", né che io abbia questo approccio. mi è stato chiesto come sono arrivata al mio lavoro e con quali percorsi. li ho raccontati e ho detto che il resto lo si impara con l'esperienza. infatti per me così è stato, con la gavetta prima e con l'esperienza poi. infatti mi azzardo a credere di lavorare meglio oggi di dieci anni fa. proviamo a non banalizzare le cose, per piacere, anche se forse non è facile nel breve spazio dei commenti.
Pubblicato da: paolab. - 03.07.07 11:13
Per Felice Muolo. Se a un editore mandi un dattiloscritto, è evidente che vuoi che la tua opera sia valutata sulla base del dattiloscritto. Se gli mandi una recensione, è evidente che vuoi che la tua opera sia valutata sulla base della recensione.
Trovo ignobile che tu, avendo avuto esattamente ciò che volevi - cioè una risposta sulla base della recensione - racconti qui il fatto per denigrare Marianna Martino.
Carlo Cannella scrive: "In definitiva Zandegù, pubblicando Tossani, rischia molto più di Mondadori pubblicando Covito". Sì. Si potrebbe dire la cosa anche in questo modo: finché ci saranno piccoli editori disponibili a svenarsi per fare ricerca, fare esperimenti, pubblicare libri rischiosi eccetera, perché mai dovrebbero fare la stessa cosa i grandi editori? Il grande editore sta alla finestra; se un autore pubblicato da un piccolo editore si fa notare, il grande editore fa un fischio all'autore, lo abbaglia col suo nome e coi suoi soldi, e se lo porta via.
Se i grandi editori non fanno ricerca, è colpa di quei cretini dei piccoli editori: che si assumono l'onere di farla per conto dei grandi.
Blackjack: appunto per trovare risposte a certe domande voglio tentare la ricerca di cui all'articolo precedente.
Pubblicato da: giuliomozzi - 03.07.07 11:58
Per giulio: ma se la ricerca di cui all'articolo precedente è quella che dici,allora perchè tirare in ballo tutte queste categorie( insegnanti, vetrinisti, tipografi, ecc) che in realtà con il problema non ci incastrano molto, mi pare, se il problema che si va delimitando è quello che riguarda editor, scrittori e case editrici? Che mi sta anche bene, che sia questo il problema, ma è un'altra storia da quella che sembrava - a me, ancora una volta- in partenza.
Per Lucio Angelini: un importante contributo di Antonio Moresco sul tuo sito? é una citazione da un suo libro, perchè definirlo contributo? per me, laureata in lettere, contributo vuol dire altro.
Pubblicato da: alessandra - 03.07.07 12:12
"Se i grandi editori non fanno ricerca, è colpa di quei cretini dei piccoli editori: che si assumono l'onere di farla per conto dei grandi."
Ovviamente è una frase ironica, e se qualcuno pensa che i piccoli editori siano dei "cretini" è sicuramente il manager di una grande casa editrice, non Giulio Mozzi.
Però farei una spiega:
- i piccoli editori saranno "cretini" agli occhi delle major, saranno pure editori dal "braccio corto" nel senso che pagano poco o niente gli autori, ma nonostante questo a volte sono, se non grandi editori, grandi uomini, mossi da una passione e intelligenza che davvero merita più della stima, secondo me merita attenzione, incoraggiamento e affetto.
- quando si entra nel discorso editoria la situazione è così grave che un linguaggio colorito e a tratti aggressivo - fino all'urlo - è normale, è segno di resistenza verso la politica del profitto che anima le major e anche verso l'esercito di protettori esterni di quella politica, fatto di autori e mediatori poco lungimiranti. Di questa resistenza fanno parte il discorso sulla "restaurazione" nato nella originaria Nazione Indiana, così come il discorso su "classici e puttanate" di Giulio Mozzi (concetto ribadito in un suo recente intervento, a dimostrare che non si tratta di uno sfogo estemporaneo ma dell'urlo contro una situazione insostenibile).
- quando si parla di "politica del profitto" bisogna capire a cosa ci si riferisce, altrimenti l'esercito dei protettori poco lungimiranti scatterà ribattendo che gli editori sono imprenditori e dunque il profitto è costitutivo e chi non lo capisce è un demente.
Spiego la cosa del profitto. Qualche giorno fa parlavo con un mio amico impiegato di banca. La sua banca è stata comprata da un gruppo che attraverso suoi manager sta rivoluzionando le cose - non vi riporto cosa questi brillanti uomini dicono nelle riunioni al popolo di sottoposti, vi farei soltanto star male. Il mio amico Roberto a un certo punto mi ha detto che l'asse del cambiamento è il PROFITTO. Io meccanicamente ho ribattuto che per una banca trovavo la cosa normale. Allora mi ha spiegato che ora il profitto deve essere elevatissimo e questo cambia le cose - e qui mi pare di capire che il cambiamento è non solo nella quantità ma anche nella qualità: insomma l'ultraprofitto porta merda in modo inaudito.
Dunque quando si dice che l'editoria è stata "rovinata dal profitto", si sottintende che è stata rovinata dal PROFITTO TROPPO ELEVATO, cioè imponendo target che mai si sono avuti in questo tipo di produzione, inconcepibili per questo tipo di produzione. Questo concetto fondamentale è contenuto nei libri di André Schiffrin, il primo dei quali è uscito già da parecchi anni, snobbato da quasi tutti gli intellettuali del paesone italico.
- Bisognerebbe affrontare il tema "moltiplicazione del numero delle uscite" in relazione a questa idea del profitto, perché è la moltiplicazione che sta facendo annegare la letteratura e ovviamente i nostri migliori autori.
Pubblicato da: andrea barbieri - 03.07.07 12:53
Cara Alessandra: alcune delle persone che intervengono in questa discussione sembrano affascinate da alcune parole: "editor", "raccomandazione", eccetera.
A me interessa qualcosa di più (quindi: *anche* le risposte alle domande che qui fa Blackjack, ma *non solo*), e cioè ciò che ho scritto nell'articolo precedente.
Il fatto che qui la discussione giri, secondo me ossessivamente, attorno pochi luoghi comuni del tipo: "Si dà spazio solo chi è ammanicato", "Gli editori non leggono e comunque non sanno scegliere", ecc., declinati in tutte le loro forme e varianti - a me sembra sbalorditivo.
Pubblicato da: giuliomozzi - 03.07.07 12:54
Paola: sicuramente non mi sono spiegato; provo a rimediare. A parte il mio primo commento, nel quale trattavo rapidamente il tuo post, le altre problematiche che pongo NON sono rivolte direttamente alla tua persona. Non avrei alcuna conoscenza né argomentazione per discutere le tue capacità professionali; semplicemente esponevo alcune mie convinzioni di carattere GENERALE e non personale.
Che poi alcune mie affermazioni - da non addetto e non scrittore - rischino di essere, o siano, banali, non mi stupisce: mi meraviglierei del contrario. Mi piacerebbe comunque comprendere dove sta la banalità, semplicemente per evitarla in passaggi successivi.
Ciò che ho scritto per quanto riguarda la figura dell'Editor è vero, dal mio punto di vista, per qualunque altra professione che preveda la gestione di 'risorse' esterne.
Giulio Mozzi: argomento molto interessante, leggerò.
Simone: auguri per i tuoi libri.
Blackjack
Pubblicato da: Blackjack - 03.07.07 13:06
D'accordo su ciò che Andrea Barbieri dice circa il "profitto troppo elevato".
Propongo un altro passo. Perché all'improvviso, qualche anno fa, i proprietari di aziende editoriali hanno cominciato a esigere profitti molto più alti?
Risposta: perché le aziende editoriali realizzavano tradizionalmente profitti piuttosto bassi; e i proprietari, da seri imprenditori quali sono, prima di semplicemente sbarazzarsene per investire i loro soldi in qualcosa di più redditizio, hanno provato a vedere se era possibile ricavarne dei profitti paragonabili a quelli garantiti da altre forme di investimento.
Quindi: o l'imprenditore riesce a strizzare dall'azienda un elevato profitto, oppure la chiude o la vende. Per lo più la vende. In questo modo si formano le grandi concentrazioni, che riescono a produrre l'ormai celebre elevato profitto grazie alle loro grandi dimensioni, alle situazioni di monopolio od oligopolio, alla unificazione imprenditoriale di diversi media (libri, giornali, tv, radio, web).
Pubblicato da: giuliomozzi - 03.07.07 13:12
Mi sembra giusto che l'autore si attenga alle regole dettate dalla casa editrice e che non ci sia obbligo per nessuno di forzare il muro della pubblicazione, perché è proprio di questo che si parla, o sbaglio? La conquista della pubblicazione non è in sé un valore, molti mi pare sono i fattori, tra cui la linea editoriale. Se un editore dice di mandare i manoscritti e aspettare, si aspetta. Che l'attesa sia un vantaggio o uno svantaggio per l'autore, chi lo può dire? Qui, Quo e Qua dicevano in un vecchio giornaletto di Topolino, che "la fortuna aiuta gli audaci, non gli imbroglioni". Un romanzo buono dunque prima o poi viene alla luce: abbiate fiducia. Di fatto ci sono quelli che mandano plichi ovunque, e quelli che inviano il romanzo in base ad un proprio criterio; chi scrive, ad esempio, ha visto un titolo che richiamava un argomento del suo lavoro e ha mandato il manoscritto. E' ovvio che nessun autore può forzare la linea editoriale. E' anche un fatto di buona educazione.
Propongo di restringere ulteriormente le linee editoriali e di restringere la lettura dei manoscritti solo a quelle storie che tutti possono comprendere.
"pulce" Ross (MdLdLP)
Pubblicato da: pulce - 03.07.07 13:21
@ alessandra. Vedo che il sense of humour non è il tuo forte...
Pubblicato da: Lucio Angelini - 03.07.07 14:37
Caro Lucio Angelini, può darsi che il senso dell'umorismo non sia il mio forte, anzi sicuramente è così, ma dimmi da cosa avrei dovuto capire, io semplice frequentatrice della rete e di questo sito, che non conosco la persona del Sig. Lucio Angelini, che la tua era una battuta. Anche perchè mi sembrava che il discorso fosse serio e quindi non mi aspettavo battute di spirito.
Quanto all'ultima risposta di giulio, sarei contenta se si tornasse al progetto iniziale, ma mi sembra che sia ormai piuttosto lontano.
Pubblicato da: alessandra - 03.07.07 16:50
@ Alessandra. Dici: "... é una citazione da un suo libro, perchè definirlo contributo? per me, laureata in lettere, contributo vuol dire altro".
Cioè, secondo te, io avrei chiamato impropriamente "contributo" (che di norma è volontario) la citazione dal testo di Moresco (iniziativa TUTTA MIA, anche se il passo è perfettamente pertinente al tema dei rapporti tra autori, editori eccetera) per mio inconsapevole errore? Quasi quasi mi offendo:- /
Pubblicato da: Lucio Angelini - 03.07.07 17:08
Per Roberto Tossani. Mi aspettavo che Zandegù rispondesse: ottima la recensione, mandami il testo che provo a darci un'occhita. Magari non tutto: una trentina di pagine, giusto per capire come cavolo scivi. (Non avrebbe trovato un gran numero di parolacce.)
Per Giulio Mozzi. Chi sa che gusto ci trovi a fare il processo alle intenzioni. Non mi sono mai sognato di denigrare Marianna Martino. Volevo solo sostenere, magari sbagliando ma non tanto, che gli editori sono stufi di ricevere manoscritti. Forse ti ha confuso la ghiotta occasione di darmi dell'ignobile. Ma c'è un motivo particolare per cui mi riempi sempre "complimenti?"
Pubblicato da: Felice Muolo - 03.07.07 18:41
Mi ha fatto davvero piacere leggere questo dibattito. Anche per capire quali sentimenti animano chiunque voglia far pubblicare un proprio romanzo o una raccolta di racconti. Personalmente non mi posso lamentare. Circa un anno fa ho spedito un manoscritto a Sironi. Non mi hanno risposto. Ma non c'erano problemi, assolutamente. So bene che, dopo un certo periodo, se non ci sono risposte, il manoscritto è archiviato. Poi capita spesso che se un manoscritto interessa, spunta fuori a sorpresa una casa editrice. Nell'ambiente si viene a sapere chi ha preso questo o quel manoscritto. Nel caso del sottoscritto, e mi riferisco a "Delitto all'Aquila Nera", la trattativa si è sviluppata con tre case editrici medio-piccole. I problemi si sono sviluppati attorno al contratto editoriale: alcune clausole erano eccessivamente tutelanti per l'editore (avete mai sentito parlare di un'esclusiva di prelazione decennale per tutti i successivi romanzi dello stesso autore?), più che per l'autore. Alla fine ho scelto di lavorare con Zona, e sono felicissimo di questa decisione (sul valore dell'editing e del confronto continuo con l'editor, rinvio a quanto scritto su NI).
Secondo me il problema sta alla radice, ed è riassumibile nelle seguenti domande.
Siamo in grado di scrivere "buoni" romanzi?
Siamo capaci di sperimentare nuove strade e soprattutto di saper coinvolgere il lettore nel modo giusto?
Abbiamo cercato di affrontare tematiche diverse e che non siano gli ennesimi "cloni" dei vari Codici Da Vinci, Caos Calmi, eccetera eccetera eccetera?
Siamo in grado di essere autocritici e di capire come e dove sbagliamo, senza accorgercene, fidandoci della "limitata" (intesa in quant




