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28.04.07
Leonardo Colombati: Rio (2007)
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco] [un'intervista a Colombati nella Bottega di lettura] [giuliomozzi legge Rio]
Dopo Perceber (Sironi, 2005), ecco uscire da Rizzoli nel 2007 questo Rio che ancora una volta, come il precedente, divide la critica su due fronti diametralmente opposti. Chi lodò ieri la struttura innovativa e complessa di Perceber, oggi grida che Rio ha abbandonato quel percorso per affrontarne uno più legato alla tradizione e, tutto sommato, semplicistico. Gli altri dicono il contrario.
Il 2 marzo 2007, a pochi giorni dall’uscita del nuovo romanzo, che andrà nelle librerie il 7 marzo, Colombati confessava, con un lungo articolo pubblicato su vibrisse, la sua spasmodica attesa e i suoi timori.
Non aveva tutti i torti, visti gli articoli che sono subito piovuti sul suo romanzo, a favore e contro. Questi ultimi soprattutto sono stati duri e ingenerosi.
Una bella scrittura ci introduce nella storia presentandoci il protagonista principale, che è lo stesso narratore, “rampollo di una famiglia di palazzinari arricchiti”, il quale si è recato a Londra per fare pratica presso uno dei più importanti studi legali del Regno Unito, il “Norton Rose in Camomile Street.” Frequenta un locale per nudisti molto famoso, il “Rio Center” appunto, da cui il titolo del romanzo, “aperto da mezzanotte all’alba”. Il Centro offre ogni confort, a partire dal bar, dove a servire i clienti c’è una biondina niente male rigorosamente nuda, alle saune, al bagno turco, alle vasche idromassaggio dove si vive una promiscuità curiosa e pettegola tra uomini e donne, quasi tutti di una certa età. È il primo quadro di insieme che incontriamo, importante perché ci offre un frammento interpretativo del romanzo. Un po’ come avviene ne L’immortalità di Milan Kundera, con quella scena iniziale dell’anziana donna che esce dalla piscina, la cui visione accompagnerà e impronterà di sé il romanzo. Colombati, in una Londra scelta molto probabilmente, oltre che per la sua storia e per il suo dinamismo, per l’indubbio fascino rievocativo che reca con sé (“una città che ha una gran voglia di essere un villaggio.”), ci ha condotto lì a fissare con lui, attraverso gli occhi del suo personaggio, una specie di vanità appassita e decadente che avvolge e s’insinua nell’uomo dei nostri tempi, senza che questi abbia “la benché minima percezione del disastro”: “quella fauna, appunto, è variamente brutta.” Non è difficile rintracciarvi i tratti moderni di un dandismo alla Oscar Wilde, che qui si avvertono ancora di più marcati da un vuoto e da uno scetticismo che si sono fatti universali: “cosa dobbiamo fare, dunque, della nostra vita? Qual è il nostro destino su questa Terra?”
Filippo Runeberg è il nome dell’anziano scrittore che incontra nella vasca idromassaggio, tanto famoso che “per qualche tempo usò le banconote come segnalibro.” Corpulento, bizzarro e dandy, incline alle donne e all’alcool, “A chi lo incontrava per strada poteva sembrare un gigante che percorreva la terra pieno di antica maestà.” È la grande occasione che il protagonista cercava: emergere, diventare famoso: non un avvocaticchio, dunque, anche se era considerato una promessa, ma un personaggio di successo. Ora, Runeberg, se fosse riuscito a farselo amico, lo avrebbe potuto aiutare. Così decide di spacciarsi anche lui per uno scrittore, ancora però alle prime armi.
Colombati punteggia la sua scrittura di riferimenti culturali che qualche critico ha interpretato come uno sfoggio di erudizione non proprio necessario. Se ricordate, uno sfoggio simile era già presente nella sua prima opera, “Perceber”, ma qui ha un compito, a mio avviso, più pregnante; infatti, contribuisce a disegnare l’ambiente in cui si muove la storia. Ne è elemento fondante, costitutivo, imprescindibile. Sono proprio i ricorrenti riferimenti culturali che mantengono intatta quell’atmosfera di dandismo alla Oscar Wilde che ho ricordato più sopra. Essi si trasformano, alla fine, in ricami molto appariscenti che taluni personaggi si portano addosso a corredo di un abito che deve esprimere assai di più del tessuto e dei colori che lo compongono. Runeberg, ad esempio, “gaudente globetrotter dell’italianità più chic”, sarebbe un personaggio spento se su di lui e intorno a lui la scrittura creatrice non imbastisse i suoi ricami culturali.
Diametralmente opposto, dotato di un ruvido dinamismo, anche lui alto e massiccio con un grosso sigaro perennemente in bocca, è, invece, Mr. Muss, l’amministratore delegato della Colson Group plc, dove il protagonista si trova a lavorare, per intercessione del ricco padre, dopo l’anno di tirocinio nello studio legale Norton Rose. Preso a ben volere, gli vengono promessi, a soli ventisei anni di età, mare e monti purché si aggiudichi l’appalto di una grossa commessa Enel. Allo scopo, gli sarà aperto un ufficio a Roma, di cui sarà il responsabile, e avrà carta bianca.
Nello scorrere il filo della memoria (sono trascorsi dieci anni dalla sua permanenza a Londra, ora è sposato e ha un figlio di tre anni, fa il costruttore edile, avendo preso il posto dell’anziano e malato genitore), il protagonista apre squarci della sua vita in cui l’autore sembra applicare uno stile più affabulatorio e sovente perfino brioso, come è il caso dell’episodio che riguarda il padre disturbato nella sua sessualità dagli impulsi del telecomando del vicino di casa, tale da confermarci nella prima sensazione ricevuta, che ci troviamo, ossia, davanti ad un testo aperto, la cui sola regola evidente è quella di assecondare i flussi della memoria. Si veda anche la storia del brigantino Amazon narrata dal vecchio capitano irlandese Kilkenny. O il ricordo delle vacanze trascorse a Forte dei Marmi, a quel tempo frequentata da nomi altisonanti della cultura, della finanza, dell’industria e della nobiltà. O il ritratto di quella specie di cantante che si esibisce con la sua orchestrina in Leicester Square, con il nome di Lord Cornelius Plum.
Le riflessioni, le argomentazioni che il protagonista fa di volta in volta (“Posso dire di essere un uomo per tutte le mezze stagioni.") non sono altro, dunque, che il risultato della memoria lontana che, sgravatasi dei segni del tempo trascorso, si è rivestita con i colori grigi (“La pace è quando non c’è la guerra. Ma quando qualcuno muove guerra contro di te, che tu risponda o no, la pace non c’è più.”) e con gli enigmi del tempo presente: “NON SO PERCHÉ ULTIMAMENTE io trascorra parecchie ore del mio tempo a riaprire l’album dove ho conservato le istantanee dei miei due anni londinesi: il mio presunto Momento di Gloria.” E più avanti: “come se il passato potesse esistere solo nel ricordo e venisse modificato incessantemente nel presente con un atto di memoria.”
Tutte quelle istantanee ruotano intorno alla figura centrale di Filippo Runeberg, il grande scrittore, di padre italiano (Rendine di cognome) e di madre svedese (appunto Runeberg): “Ci sono stati giorni in cui ogni cosa vista, letta, fiutata o ricordata s’intrecciava a Runeberg nella mia immaginazione.” La Londra, infatti, che acquista a poco a poco una dimensione pervicace e inquietante non è la Londra delle strade e dei palazzi, ma quella che si nutre delle luci e delle ombre che emanano da Runeberg e da ciò che ruota attorno a lui. Runeberg, “l’esponente più autorevole della sinistra culturale revisionista, l’uomo che secondo i duri e puri aveva barattato il sol dell’avvenire con le più fulgide luci della ribalta.”, diventa il sottile e ispirato modello in compagnia del quale il protagonista senza nome espelle una specie di complesso edipico trasformandolo in una esotica e lussuriosa avventura, nella quale il mondo di Runeberg ha gran parte (si pensi all’amore breve e sensuale tra la nipote di questi, l’estroversa Lea, e il protagonista): “avevo capito che ero lì al Rio Center per confondere tutte quelle imperfette nudità femminili con le troie che mio padre s’era scopato per odio verso mia madre, e dunque verso di me.” Di Runeberg, ad un certo punto il protagonista scrive: “quell’uomo era privo d’inconscio; sarebbe risultato refrattario a qualunque trattamento psicoanalitico. Com’era possibile? Come diavolo ci era riuscito?”
Il romanzo si rivela, perciò, sempre di più come un universo in cui l’esperienza londinese si traduce in una summa di narrazioni che si portano dietro i fantasmi di un passato e di una condizione interiore che ancora non riescono a liberarsi, e, forse, non sono ancora liberati nel momento in cui il protagonista tenta per l’ultima volta di affrancarsene mettendo sulla carta i frammenti di una memoria plasmata ormai irrimediabilmente dall’insoddisfazione e dall’inquietudine. La stessa malcelata insofferenza nei confronti delle chiacchiere salottiere dei soliti intellettuali che passano il tempo a nascondere dietro le parole una inconsistenza pericolosa, è il risvolto psicologico di una formazione difficile, zeppa di contraddizioni e di incertezze.
Di uno scrittorucolo arrogante che si confronta in una trasmissione televisiva con Runeberg, dice: “Credeva di essere scandaloso: non capiva che le sue provocazioni erano conformismi della più bell’acqua.”
Al contrario, Richard Muss, il capo del colosso Colson presso cui il protagonista lavora, rappresenta il riferimento antagonista, meno romantico e più concreto: “L’uomo che – si mormorava – a dieci anni faceva i compiti in classe di tutti i compagni per dieci centesimi l’uno.” Un vero e proprio pescecane, compra aziende su aziende in una diversificazione dei campi di intervento che ne fa un manager invidiato, un americano a Londra che vuole prendersi la sua rivincita su quel “complesso d’inferiorità” che ogni americano patisce nei confronti dell’Europa. Muss nutre della simpatia per il nostro, e lo fa assistere qualche volta a discussioni e a trattative d’affari importanti. Una simpatia ricambiata largamente: “Amavo quell’uomo. Aveva cinquantasei anni, ma lo stress e la cattiva alimentazione lo facevano sembrare prossimo ai settanta.”
E subito dopo: “Se mi avesse chiesto di troncare la mia relazione con Lea e di prendere Filippo Runeberg a calci nel culo, lo avrei fatto.”
Il romanzo fa delle figure maschili gli indicatori delle incertezze ed oscillazioni che fanno capo al processo di maturazione del protagonista. Le donne, invece, sono lampi fugaci in cui si riversano e si bruciano solo piccole molecole destinate a soccombere in una lotta aspra di sopravvivenza. Racconta il protagonista: “eccomi seduto davanti a un tavolo su cui ho disposto le fotografie di mio padre, di Mr. Muss e di Filippo Runeberg”.
In particolare Runeberg viene anche ad assumere sempre di più un significato che supera la sua stessa figura di personaggio, divenendo a poco a poco uno strumento di cui si serve il protagonista per attraversare percorsi dialettici che spaziano su molti campi, dalla guerra, alla politica, alla letteratura, all’alta borghesia, al carrierismo, al compromesso, all’ipocrisia, fino a svelarci che una cugina di Runeberg, Else, “ballerina e coreografa”, “nella primavera del 1943 sposerà un promettente regista teatrale che aveva incontrato durante la tournée organizzata per La morte di Kaspar. I due piccioncini si stabilirono in un delizioso appartamento ad Abrahamsberg, ma lui fuggì appena una settimana dopo le nozze, per poi tornare in tempo per il Natale e ingravidare la moglie: nel ’44 nascerà una bimba di nome Lena, ma quello stesso anno ci sarà anche il divorzio, a causa di un’altra ballerina, Ellen Lundstrom, che si era accaparrata il giovane talento. Fu così che Else smise il cognome di un marito buono per una sola stagione: e il cognome era Bergman – il nome è inutile farlo.” Anche Ellen non ebbe miglior sorte, giacché sappiamo che Ingmar Bergman nel 1951 inizierà una relazione con la giornalista Gun Hagberg che diverrà successivamente sua moglie. Non sarà l’ultima, tuttavia.
C’è un quarto uomo che si inserisce, comparendo fugacemente, ma non a caso, Jim Baker, “cinquantaduenne occhialuta leggenda”, che aveva inventato un cavo in fibra ottica in grado di sbaragliare la concorrenza. Questo geniaccio conduce una vita semplice, perfino in azienda ha a disposizione una stanza assai umile: “Mi veniva mostrata, in quello stanzino a vetri, la possibilità di essere felice senza soldi, senza potere, senza gloria: un fatto assolutamente nuovo e straordinario per me.”
La realtà si presenta, quindi, con il solito ghigno di sfida che ti aspetta al varco, pronta a giustificarsi davanti ai tuoi personalissimi errori, beffarda e cinica nella sua certezza di avere sempre una risposta affilata come una lama. Il protagonista del romanzo non può che essere, così, l’unico responsabile di se stesso e del suo destino. Poiché tutto gli è possibile, poiché tutto gli è apparecchiato innanzi, la scelta può risultare anche un atto irreversibile e definitivo, in cui rintracciare “il germe della mia nullità”.
Un po’ come accade quando, a Roma per i funerali di Runeberg, rivede la sua ex fidanzata Klaudia (che poi sposerà, non a caso): allorché si lasciano dopo un incontro vuoto, deludente, nel mentre la vede scomparire “dietro a un portone, scoprii che la distruzione s’era già impossessata di varie parti del suo viso.” In realtà, è per se stesso che il protagonista ha timore. La marcescenza insita nella grandezza e nel dandismo impertinente di Runeberg, lo ha irrimediabilmente contagiato ed il suo sguardo porta all’esterno, ormai, i riflessi contradditori e spaventosi di una malattia che nient’altro è che la propria lenta e già consapevole consunzione: “Ero attratto dal peggio delle cose e delle persone, spinto da un evidente desiderio di non essere più vivo.” Guardandosi allo specchio, scopre che il suo volto “disidratato era quello di un uomo di dieci anni più vecchio”. Lo stesso gli accade di vedere nei lineamenti di Lea: “una donna che sembrava invecchiata di vent’anni”.
Ora permettetemi una divagazione. Quando si arriva a pagina 250, al termine della terza parte del romanzo, che è diviso in quattro parti più l’epilogo, si cita il paese del Galles che ha il nome più lungo del mondo. Ebbene, mi ha sorpreso la singolare coincidenza che, contrariamente a quanto avevo fatto ultimamente per altri libri, per questo di Colombati, senza che ne sapessi niente, ho usato il segnalibro di pelle che acquistai proprio in quel piccolo paese, di circa 2.500 abitanti, visitato una ventina di anni fa, e che reca impresso a caratteri dorati quel nome lunghissimo, una specie di curioso scioglilingua inventato nel XIX secolo per attrarre i turisti. Ricordo il cavalcaferrrovia, su cui salii con mia moglie e i miei figli, la piccola piazzetta con i negozi, e a destra, guardando la ferrovia, la grande insegna che porta scritto il lungo nome del paese, con sotto la traduzione in inglese.
Dunque, tornando al romanzo, Colombati vi narra la storia di una consunzione, e più ancora la storia di una decomposizione, in qualche modo alla maniera di ciò che accade nel capolavoro di Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray. Ciò che al principio del suo viaggio a Londra appare al protagonista come la vigorosa pulsione di una vita in crescita che lo attende con la promessa di una liberazione dall’insopportabile peso di un padre odiato e dispotico, a poco a poco si rivela come il germe marcescente in forza del quale tutto si corrompe, a partire dagli stessi genitori, dalle sue ex, dal suo idolo Runeberg e da tutto il mondo che gira attorno non solo a quest’ultimo, bensì anche all’ormai contagiato protagonista che, incontrata al Rio Center una delle amanti di Runeberg, Mrs Rebecca Hillier, la vede dileguarsi “verso il bagno turco e presto non riuscii più a distinguerla dall’ammasso di carne in più o meno avanzati stati di decomposizione che straripava dalla sala delle vasche.” Rebecca gli dirà più avanti, a proposito del Rio Center: “Qui dentro mi sento sicura perché non c’è alcuna idea. Soltanto carne. Esiste solo il presente.” Sono da poco tornati entrambi dal piano di sopra, dove la donna gli ha mostrato il segreto di quel locale, dove Runeberg è morto: una specie di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, e forse qualcosa di più: un “nirvana che voglia farci perdere in un grande Tutto.”, “come se quella disordinata teoria di corpi che si allacciavano e si scioglievano in un ordine apparentemente casuale andasse a comporre un quadro che, se fosse stato possibile ammirare con un solo colpo d’occhio, avrebbe esaurito una volta per tutte le intere possibilità del desiderio e della disperazione umani.”
Sembra quasi di assistere, in quest’ultima parte, ad una dissoluzione liberatoria attraverso un percorso che, con toni meno violenti e fulminanti, si accende dei colori visionari di un Rimbaud che si trovi a rivivere la sua Stagione all’Inferno. La sfera, quasi un Satana dantesco, che Rebecca mostra al protagonista, finisce per essere il nostro presente mostruoso, che è e resterà anche il nostro passato.
Tutto ciò accadeva dieci anni prima. Splendori e miserie, illusioni e sconfitte (“Cosa mi ha dato l’illusione di essere così diverso da lui?” dirà, pensando al padre) restano impresse nella memoria, che è e sarà per ogni uomo (e non solo per il protagonista) il prezioso e segreto strumento rivelatore della reale natura della nostra vita, la quale ci da ad intendere di disegnare per ciascuno di noi un percorso rettilineo che ci spinge sempre in avanti, proprio mentre perfidamente ci conduce per mano a disegnare una circonferenza che ci riporta immancabilmente al nostro principio: “Si è chiuso il cerchio, direi. Sono come mio padre.”
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 28.04.07 09:12
Interventi
da crederci ? Ho comprato, appena uscito, questo libro. Non riesco a ricordare dove l'ho messo. Poi magari un giorno, rovistando fra video cassette porno, vecchie riviste di arte militare, trattati di odontoiatria, salterà magicamente fuori. Per quell'epoca, mi auguro di cuore, sia diventato un best-seller. [bella lettura, Bart]
Pubblicato da: cletus - 28.04.07 10:25
A questo punto, devi fare come me: costruirti un catalogo:-)
Grazie, cletus.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 28.04.07 14:27
Bella lettura, Bart. Ma rimango della mia opinione che "Rio" è un bruttissimo libro.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 30.04.07 14:02
Grazie, Beppe. In ogni romanzo è affascinante cercare di scoprire il percorso seguito dalla mente del suo autore. Un percorso che può risultare sconosciuto perfino a quest'ultimo. Lungo tutta la lettura di Rio non sono mai riuscito a levarmi dalla testa Oscar Wilde, l'ho incontrato dappertutto, e soprattutto quella decomposizione orripilante che colpisce Dorian Gray. Rio è mosso, a mio avviso, da una ispirazione molto simile.
Il tutto è accompagnato da una scrittura rotonda, che Leonardo sa padroneggiare.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.04.07 15:34
Dimenticavo, Beppe.
Hai visto la mia lettura de Il passo dei longobardi, del 25 aprile?
Un gran bel libro, quello, sull'avvento del fascismo, sulla guerra e sulla Liberazione.
La mancanza di commenti mi ha un po' deluso, tanto che sono stato tentato di inviarlo anche a Nazione Indiana per vedere se lì qualcuno si ricordasse ancora di questo grande giornalista e narratore.
Poi, sentendo che Franz (che conosco un po' di più) è assente per un po' dal web, ho desistito.
Ma mi convinco sempre di più che la letteratura comincia a perdere qualche punto anche su vibrisse. Su altre cose, si arriva a dibattere molto, e forse troppo, ma sulla letteratura tutto diventa striminzito.
Un amante della letteratura avrebbe dovuto fare salti di gioia nel vedere comparire un pezzo su Arrigo Benedetti!
E' il piccolo sfogo, questo, di un uomo al tramonto.
Un abbraccio.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.04.07 15:44
Caro Bart, guarda, ci sono pochi critici di cui mi fido veramente: non si contano neanche sulle punta delle dita. Uno sono io [ ^____^ ], l'altro sei Tu Te. Lo leggerò di nuovo "Rio": devo dire che mi hai aperto un orizzonte molto più largo vasto e fascinoso. Ecco la differenza fra critica e critica: D'Orrico m'ha fatto ridere e basta - e inalberare anche, non lo nego -, tu mi hai fatto riflettere su dei punti che non avevo preso in considerazione. Questa è la grandezza di chi sa leggere, e se una persona sa leggere un libro come te è un vero Critico.
Non credo d'esser smentito, perché do a Cesare solo quel che è di Cesare: sei sicuramente la punta di diamante di Vibrissebollettino.
L'ho letto eccome, "Il passo dei Longobardi": come potevo non leggerlo. Perdonami, non sempre riesco a lasciare commenti, ne lascio in giro tanti e un po' mi perdo anch'io tra i meandri della Rete. Però se c'è un appuntamento che non mi perdo sono le tue letture critiche, che spero raccoglierai in volume, perché preziose per noi, per chi ama la Critica fatta come ha d'esser fatta: con il cuore e con la mente, in egual misura.
Solo un appunto: non sei affatto un uomo al tramonto. Posso anche confessartelo: sono un po' tanto invidioso di Te, della persona che sei, della tua cultura. Se c'è qualcuno al tramonto, be', basta guardare in strada: ci sono tanti giovani che ciondolano da mane a sera e che non ragionano con la loro propria testa soprattutto. Quelli lì sì che sono "nel tramonto". E non tu, caro Bart.
Beppe
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 30.04.07 20:10
Sono contento che tu abbia letto la mia recensione a Il passo dei longobardi, davvero un gran libro, come del resto Il mondo è una prigione di Guglielmo Petroni e Il clandestino e il Deserto della Libia di Mario Tobino, per non dimenticare Bandiera bianca a Cefalonia di Marcello Venturi, di cui parlai qualche tempo fa. Sono tutti scrittori lucchesi. E' davvero una gran soddisfazione per un lucchese come me:-)
Gli scrittori lucchesi, li raccoglierò in volume nel 2008. Vibrisse li tiene a battesimo.
Le altre mie letture sono già uscite in tre volumi da un piccolo editore della tua città, Marco Valerio.
Ora i tre volumi li ho messi acquistabili sul mio sito in formato pdf al prezzo di euro 2 ciascuno. Mentre tutte le singole letture possono essere scaricate gratuitamente, come nel passato.
E' un sito, il mio, nuovo di zecca. Il dominio è restato lo stesso: www.bartolomeodimonaco.it
Sono pure contento se, alla luce di quanto ho scritto su Rio, avrai tempo di dare una seconda lettura al romanzo.
Hai usato nei miei confronti, Beppe, parole troppo generose, che comunque mi fanno piacere e di cui ti ringrazio.
Un abbraccio.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.04.07 20:47