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13.04.07

In corpore "vile". Appunti sulla vergogna in Primo Levi

di Demetrio Paolin

[In occasione dei 20 anni dalla morte di Primo Levi ho pensato di pubblicare questo scritto sulla sua opera, che dovrebbe apparire anche sul prossimo numero di Bombasicilia. Il testo ha una sua idea iniziale qui. Grazie per la lettura. dp]

Leggi un altro articolo di Demetrio Paolin su Se questo è un uomo di Primo Levi L’autore di Se questo è un uomo ha notato che il veleno distillato nelle sue pagine, quel ricettacolo di sofferenza, colpa, espiazione, dolore nominato dai lui “vergogna", fosse già tutto adombrato nel suo cognome. Non è, infatti, difficile immaginare Primo Levi che, giocando con proprio cognome, scriva su di un foglio bianco “primo vile" e senta su di sé

Un’angoscia atavica, quella di cui si sente l’eco nel secondo versetto della Genesi: l’angoscia iscritta in ognuno del “tòhu vavòhu", dell’universo deserto e vuoto, schiacciato sotto lo spirito di Dio, ma da cui lo spirito dell’uomo è assente: non ancora nato o già spento.

Leggi tutto in In corpore "vile". Appunti sulla vergogna in Primo Levi (formato rtf).

Pubblicato da Demetrio Paolin, il giorno e l'ora: 13.04.07 14:58

Interventi

Poco prima che morisse, mio padre (torinese) entrò nella casa di corso Re Umberto di Primo Levi. Doveva consegnargli dei libri. Un appartamento marrone nei ricordi (magari le pareti erano più chiare ma oscurate dalle imposte socchiuse), completamente spoglio alle pareti e di suppellettili.
Questo è un personale ricordo.

Il tema della vergogna, "dell'onta di esserci ancora" e di essere lì a testimoniare la propria sopravvivenza penso sia intimamente legata al nascondimento (fisico o psicologico). La vergogna nel mio immaginario interviene sempre dopo un'esperienza di paura. Ho avuto paura - mi sono nascosto per sopravvivere - sono sopravvissuto - ho ancora paura e mi nascondo perché ho paura di vivere.

Pubblicato da: patrizia - 13.04.07 17:45

Non ho parole quando penso ai campi di concentramento e alle persone che non ne sono mai più uscite: ebrei, rom, sinti, oltre alle persone con disabilità, alle persone con diversi orientamenti sessuali, e non so nemmeno immaginare la sofferenza di chi è sopravvissuto. Un pensiero mi va alla vergogna e alla fede in un Dio risorto, non dico per allleviare il ritorno e le sue sofferenze ma per essere nuovi come ristabiliti ogni giorno.

Pubblicato da: c.r. - 14.04.07 13:16

Levi e Dante sono tuoi cavali di battaglia.
Io credo che sia molto fecondo il collegamento Levi - Kafka, che forse meriterebbe qualche ulteriore considerazione.

Pubblicato da: Effe - 16.04.07 17:34

(i cavali son equini zoppi, evidentemente)

Pubblicato da: Effe - 16.04.07 17:35

a patrizia
è un ricordo, e come tale la malinconia di quella persona poteva essere un caso: chi ha avuto la fortuna di conoscere Levi personalmente e ne ha raccontato (Maruffi, Vasari, Tesio) parlano di un uomo molto giovale e sorridente.

a c.r
la grandezza di Levi è quella di elaborare questi pensieri in un orizzonte sostanzialmente a-teo. Per Levi non c'era dio prima di Auschwitz e non ci può essere, certamente, dopo.

effe.
Dante e Levi sono gli autori di ignoro qualcosina in meno.

Su Levi e Kafka, soprattutto sul discorso del sogno e del sognare, c'è un interessante intervento di M.Belpoliti in Al di qua del bene e del male (Franco Angeli).

grazie a tutti per la lettura.

d.

Pubblicato da: demetrio - 17.04.07 14:31

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