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04.04.07
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[vibrisselibri] [Monica Viola] [Tana per la bambina con i capelli a ombrellone]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 04.04.07 10:54
Interventi
che bello come dici "mai". mi ha ricordato come legge Ingeborg Bachmann. mi ha fatto pensare, non per la prima volta, che è importante saper essere arruffate e parlare piano.
Pubblicato da: monica - 04.04.07 11:06
Ci sarebbe stata bene una canzone di Billy Corgan. :-)
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 04.04.07 11:12
Monica, hai ragione: è stata la stessa sensazione che ho avuto io mentre lo guardavo... bellissima modulazione della voce, e intense le considerazioni che porta con sé. Io trovo che la musica sia splendidamente inquietante. Davvero ad hoc.
Giuseppe: anche Leonard Cohen non ci sarebbe stato male! Che ne pensi? :)
Pubblicato da: Gaja - 04.04.07 11:16
Mi sarebbe piaciuto fosse stato indicato che il libro è anche disponibile su vibrisselibri.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 04.04.07 12:50
Bello e non artefatto come se ne vedono molti...
Intensa la lettura e la suggestione delle immagini.
Come sottofondo ci sarebbe stato bene anche un David Sylvian d'annata.
Pubblicato da: Al De Santis - 04.04.07 14:13
Sì. Hai ragione, Gajetta viperina. :-) Birds on a wire, la versione dal vivo, quella pubblicata nel live del 1989. Fantastica.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 04.04.07 14:13
A me queste cose mi lasciano perplesso.
Sarà un mio limite, non lo so: queste autopromozioni lanciate anche su youtube ora...
mi sembrano cose non molto dissimili da quegli autori che si pubblicano i libri a proprie spese (non è questo il caso, lo so) e si fanno pubblicità da soli. Inoltre sembra quasi che sia più importante la promozione rispetto al libro che si è scritto. Capisco che si faccia di tutto per farsi conoscere, ma non dovrebbe esserci un limite alla 'decenza'? E poi in questo caso stiamo parlando di un romanzo mica tanto eccezionale: un romanzo in cui la storia viene 'detta', e non 'raccontata'. e non è una differenza da poco, mi pare...
Pubblicato da: Scerbanenko - 04.04.07 18:08
A me questa cosa é piaciuta moltissimo, tra l'altro m'ero sempre chiesto cosa fosse quel titolo e ora lo so e solo ora so quanto sia un
titolo importante.
Pubblicato da: marino - 04.04.07 20:09
ehi grazie!! mi fa piacere che vi sia piaciuto (a chi è piaciuto :-))!
david sylvian ci sarebbe stato meravigliosamente, come in qualsiasi cosa che parli di me del resto.. ma anche l'attacco di "woman in chains" dei tff, però sono tutte cose coperte da copyright, al contrario della musica di jadel andreetto, per fortuna ;-)
Pubblicato da: monicaviola - 04.04.07 23:10
Direi che è piaciuto a tutt*. Tranne a Scerbanenko.
Sinceramente non vedo che ci sia di male in un booktrailer. Ce ne fossero di più, di autopromozioni, pubblicizzazioni. L'unica indecenza è non farsi conoscere. Io la penso così.
'notte
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 05.04.07 00:17
I booktrailer sulla rete si trovano da tempo. Basta dare un'occhiata al sito di Fazi. Se poi si tratta di un'autoproduzione, ben venga! Quanto alla soundtrack, ci si avvale di quel che si ha a disposizione, copyright permettendo. Anche Salvatores voleva usare "Paint it black" per i titoli di testa di "Turné": peccato solo che costassero troppo per i budget di Cecchi Gori (neppure Kubrick per "Full metal jacket" si è avvalso di soli brani degli Stones: costavano troppo, tutti insieme!). Così ha dovuto ripiegare su un brano di Roberto Ciotti.
Un doppio bravo alle due Moniche.
Pubblicato da: Achille Maccapani - 05.04.07 01:09
Alla persona che si firma Scerbanenko. Avremmo dovuto scegliere, lavorare e pubblicare il romanzo di Monica Viola e poi non dirlo a nessuno? Monica avrebbe dovuto scrivere il suo romanzo e poi nasconderlo?
Non capisco.
Poi: questo cosiddetto "booktrailer" è un piccolo (molto piccolo) film. A me pare bello da guardare. Costituisce (così come il sito creato da Monica) una "espansione" del romanzo. E', diciamo così, la prosecuzione del lavoro artistico con altri mezzi.
(E, di nuovo: avendo prodotto questo piccolo film, che cosa avrebbe dovuto fare Monica? Non farlo vedere a nessuno?).
Il paragone con chi pubblica i propri libri a proprie spese è corretto. Se nessuno investe su di te, e tu credi in te stesso, tu stesso investi. E' sbagliato? A me pare di no.
Se poi uno dice: ma il libro è brutto, ma il piccolo film è brutto, ecc.: allora è tutta un'altra questione. Che non concerne i modi della promozione, ma la qualità dell'opera.
Pubblicato da: giuliomozzi - 05.04.07 10:23
Grande Monica. Brava Monica. Si vede che vieni dall'Actor's Studio e che hai interiorizzato la lezione di Stanislavskij:- )
Pubblicato da: Lucio Angelini - 05.04.07 11:13
Secondo me, quella dei booktrailer, è una bella idea. Se fatti bene, anche se in quello qui pubblicato - per esempio - a me non piace la voce fuori campo, arricchiscono il messaggio, quello contenuto nel libro e quello promozionale, pubblicitario... il che certo non è uno scandalo: che si pubblicano a fare i libri se no, se poi non li legge nessuno?
è così scandaloso pubblicizzare un buon prodotto?
Io credo di no.
Pubblicato da: luca intona - 05.04.07 11:50
belo piaciuto molto, brava bene monica, tu voce suadente, tu voce sexy, e belo il video e anche musica, complimenti, io legere libro nonostante che piace anche angelini, sì.
Pubblicato da: principe minkin - 05.04.07 19:35
@ Giulio Mozzi
Non volevo dare l'impressione di sparare a zero su questo video tanto per.
Ciò che tu sostieni, in linea di massima è giusto. è giusto che chi crede nel proprio lavoro investa su se stesso. Tanto Monica Viola, quanto voi di Vibrisse.
E sì, si potrebbe fare un discorso sulla qualità del romanzo o, più specificatamente, su quella del video, e quindi sull'uso troppo enfatizzato della voce off e sul modo di scandire le parole che restituisce un'idea di cosa troppo 'studiata', troppo finta.
E allora, quello che mi chiedo, giacché mi pare che l'autrice si prenda 'troppo' sul serio, è il perché gli autori, tutti, scadano ogni volta in questa sorta di autocelebrazione a tutti i costi, perché non siano mai un tantino più 'leggeri', 'ironici', perché debbano sempre ricorrere a cliché di immagini (la tromba delle scale, la giostra) e di suoni studiati per accrescere la tensione.
E poi c'è una riflessione ulteriore sulla rete e sulla promozione attraverso il web. So anche io che in giro ci sono molti 'booktrailer' (ma perché dobbiamo sempre usare l'inglese?) e il problema è proprio questo: la proliferazione di autori, di libri, che da lettore esigente e severo quale sono, mi chiedo se sia davvero indispensabile conoscere.
Ripeto, la mia non è una critica: è una riflessione. perché mi pare che la rete, oltre a promuovere i libri e gli autori 'esterni' a essa, ne stia creando continuamente degli altri, stia affogando di 'pagine elettroniche' una potenziale comunità di lettori, ricorrendo però agli stessi dettami del mercato editoriale cartaceo.
Non vedo molta differenza tra quanto trovo scritto nella rete, tra romanzi e racconti, rispetto a ciò che posso acquistare in libreria. E anzi, molto spesso la qualità è più scadente: basta leggere molti dei racconti che si trovano postati in decine e decine di blog.
Insomma, io da lettore non mi ci raccapezzo più. Mi pare quasi che la rete sia diventata un'occasione per tutti.
Si potrebbe dire che una volta c'erano gli editori a pagamento, mentre oggi c'è la rete, i booktrailer, i romanzi in pdf, i racconti underground (per la maggior parte tutti intimisti, adolescenziali, minimalisti, realisti, in un tribudio dell'ego, del narcisismo, dell'autoreferenzialità: e, mi dico, la Letteratura? Non so più cosa sia la Letteratura....)
E allora per concludere - e chiedo a tutti scusa se sono uscito dal tema, e in primis, chiedo scusa a Monica Viola: non ce l'ho certo con lei, perché se lei è davvero brava, avrà tutto il tempo per dimostrtarlo - pensando a come tutti ormai grazie alla Rete si professino scrittori, mi viene in mente un paradosso di Enrique Vila-Matas: il giorno in cui tutti si metteranno a scrivere, ognuno leggerà se stesso.
Pubblicato da: Scerbanenko - 06.04.07 01:04
Alla persona che si firma Scerbanenko.
Domanda: che cosa intendi esattamente per "prendersi 'troppo' sul serio"?
Poi: quando ti chiedi "perché gli autori, tutti, scadano ogni volta in questa sorta di autocelebrazione a tutti i costi", affermi (in quanto lo dai per scontato) che "gli autori, tutti, scadono ogni volta in questa sorta di autocelebrazione a tutti i costi". "Tutti", dici. E: "Ogni volta". A me pare un'affermazione davvero difficile da sostenere (basta che ci sia un solo autore che una sola volta non "scade", perché essa diventi falsa). La domanda è: proponi la tua affermazione come un luogo comune pressoché autoevidente (e allora non c'è niente da discutere: io dico invece che è un'affermazione evidentemente falsa, e stop), oppure sei disponibile ad argomentarla fornendo dati precisi, ricerche ecc.?
Altra domanda: scrivi che "il problema è proprio questo: la proliferazione di autori, di libri". La domanda è: è meglio avere tanti libri (molti dei quali brutti) o pochi libri? Io penso che sia meglio avere tanti libri, sopportando il fatto che molti di essi sono brutti, così come penso che sia meglio avere tante possibilità, tanta varietà genetica, tanta scelta in ogni occasione. Non intendo dire che questa che tu chiami "proliferazione" sia un bene; intendo dire che qualunque azione da me immaginabile per contrastare la proliferazione mi sembra più dannosa della proliferazione stessa.
Infine: vibrisselibri riceve centinaia di testi. Fa una selezione (che è un lavoro faticosissimo) e, di queste centinaia, ne ha pubblicati finora quattro. A questo punto, sentirmi dirmi dire che contribuisco alla "proliferazione" è una cosa che mi pare assurda. Anche perché, proprio parlando di vibrisselibri, mi è successo di essere accusato esattamente del contrario: cioè di voler "mettere il bavaglio", facendo appunto la selezione di cui sopra, alla libera espressione.
Nel tuo ragionamento tu metti insieme autopubblicazione e - chiamiamola così - pubblicazione "garantita da un editore". Ma sono due cose tanto, tanto diverse. Chiunque può autopubblicarsi in rete: e sono d'accordo che quasi tutto ciò che si trova autopubblicato in rete è tremendo. Ma il libro di Monica Viola è un libro che viene "garantito" dall'editore vibrisselibri (si può mettere in discussione, ovviamente, la capacità di vibrisselibri di essere un buon garante), che lo ha selezionato tra tanti. Se tu non sei capace di percepire la differenza tra un'autopubblicazione e una pubblicazione "garantita da un editore", allora il problema (almeno in parte) non è la "proliferazione", ma l'incapacità del lettore di distinguere una cosa da un'altra.
Non sto dicendo che tu hai difficoltà cognitive. Sto dicendo che questo è - per quello che ci capisco - un problema vero. Mentre nell'editoria cartacea la maggior parte dei lettori sa distinguere al volo un'autopubblicazione da una pubblicazione "garantita da un editore"; mentre nell'editoria cartacea molti lettori hanno ben chiara in testa una "gerarchia nella capacità di garantire" da parte degli editori (un romanzo Einaudi sarà probabilmente più "serio" di un libro Sperling&Kupfer; un saggio sull'omeopatia delle edizioni Masson sarà più attendibile di uno delle edizioni Mediterranee, ecc.): tutto questo non esiste (ancora) nelle pubblicazioni in rete.
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.04.07 08:55
Giulio,
Io non volevo coinvolgere Vibresselibri in questa 'polemica', che poi chiamarla polemica non è esatto: è solo una riflessione su qualcosa di molto vasto che io stesso non sono in grado di circoscrivere. Voglio dire che come lettore e persona dotata di senso critico, credo di essere in grado di discernere, all'interno di questo grande calderone che è la rete, ciò che è frutto di lavoro e di ricerca, da ciò che non lo è. e quindi una differenza tra quanto pubblicato da Vibrisse, con tutto il lavoro che è alle spalle, lo percepisco e come lettore mi 'rasserena', mi appacifica: può non piacermi quanto voi pubblicate, ma questo è un altro discorso che non intacca minimamente la qualità e l'autorevolezza del vostro impegno.
Ci tengo a dire e sottolineare questa cosa, perché io qui non sto certo 'attaccando' te o vibrisse, né mi permetterei mai, anche soltanto perché io 'non sono nessuno' e anzi, da lettore e conoscitore del mondo editoriale, ho un'immensa stima nei tuoi confronti.
è vero che alcune mie riflessioni, per come le ho poste, sembrano quasi essere delle affermazioni che non ammettono replica. forse sono stato un'tantino' superficiale, ma diciamo che ho fatto ricorso all'universalizzazione più come reazione a un mio senso di malessere, che come volontà di sviluppare un discorso critico di scambio di opinioni.
Certo che sento l'esigenza di confrontarmi. perché vedi, il fatto è che come lettore mi sento sempre più 'solo': non so spiegarti questa cosa. Accedendo alla rete, ho quasi la sensazione che nel mondo 'tutti siano, non so come, non so in base a quale investitura, diventati scrittori'.
E nonostante io sia consapevole della mia sensibilità di lettore, è come se tutti intorno a me reclamassero la loro attenzione, mi intimassero, in un modo o in un altro, di essere 'letti', e allora io, leggendoli, misurassi una sorta di smarrimento, di perdita dei miei punti cardinali. ma non come un arricchimento, una ridefinizione dei miei orizzonti, ma proprio come uno smarrimento di senso. è come se, banalizzando, nel momento in cui tutti (molti) si fanno portatori di storie e di cose da raccontare, non ci sia, per paradosso più niente da raccontare. Tu mi chiedi se non è preferibile avere a disposizione tanti libri, piuttosto che pochi. Io non credo che il problema sia questo, o forse lo è, ma il problema che io mi pongo è: se ci sono tutti questi libri, se ovunque io vada nella rete, ci sono storie, racconti, romanzi, questi, per il semplice fatto che stanno lì, reclamano di essere letti. c'è bisogno che siano letti. è come nelle grandi librerie. A volte, quando ci vado, perdo il senso della realtà e allora mi capita di acquistare diverse cose, per un senso compulsivo o di protezione. come per dare una casa a tutti questi figli bastardi. e allora mi metto a leggere tutte queste narrazioni, ma il mio senso critico, che è ritorna vigile, inizia a scalpitare e molti di questi libri restano a metà, a volte anche soltanto all'inizio, e io vengo visitato da un grande svilimento e mi chiedo: ma se questi libri sono illegibili, perché sono stati scritti?
Non lo so, magari sto divagando, magari non ho neanche risposto a tutti i tuoi interrogativi. Ma lo farò, pian piano, se hai tempo e voglia e possibilità di seguirmi in questi miei astratti furori.
Ps: quando dico che molti autori "si prendono troppo sul serio", forse sottilmente intendo dire che molti autori riescono, non so come, nonostante tutto quanto ho detto sopra, a non rendersi conto di tutte queste contraddizioni e a credere, non so come davvero facciano, di avere diritto a esistere. Non lo so, a volte li percepisco come ingenui e ottimisti. Se io fossi uno scrittore, resterei impelagato in tutti questi dubbi e non troverei neanche il coraggio di imporre le mie 'creature' nel mondo dell'editoria e in quello della rete...
Pubblicato da: Scerbanenko - 06.04.07 12:53
Ho letto i libri di vibrisse, i primi due buoni secondi me, gli ultimi due bruttini, quello in questione troppo ombelicale. Ma al di là della qualità delle opere, c'è un fatto per cui si fa fatica a dare autorevolezza alle pubblicazioni di vibrisselibri: i continui appelli a editori cartacei a comprare i diritti (sul blog di angelini uno al giorno). Come se il libro di vibrisse avesse bisogno di una conferma di essere un buon libro. Questi appelli, secondo me, sono ridicoli, oltre che inutili, visto che un editore non compra certo i diritti per un appello ma solo dopo oculato esame dell'opera e delle sue prospettive economiche (credo).
Pubblicato da: giuseppe c. - 06.04.07 13:22
Alla persona che si firma Scerbanenko intendo dire: grazie.
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.04.07 15:47
Per essere più esatti, nel momento in cui "vengo visitato da un grande svilimento", mi chiedo "perché questi libri che sono illegibili, sono stati 'pubblicati'? e quindi volevo correggere 'scritti' con 'pubblicati'.
Sul perché siano stati scritti è un'altra questione, ma anche questa però legata al mondo della rete. perché nella rete, alcune delle cose che noi leggiamo, non hanno trovato spazio nel mondo dell'editoria. e allora mi pongo una questione: sono 'scarti'?
Hanno la stessa valenza di quei manoscritti che vengono rifiutati dalle case editrici e che invece nella rete trovano una loro dignità? E se è così, non è perverso pensare che molte di queste cose 'rientrano' nel mondo dell'editoria a distanza di tempo? Mi riferisco a raccolte di racconti tratti dai blog che sono uscite per case editrici di tutto rispetto quali Einaudi, NewtonCompton e Minimum Fax.
Ma nello stesso tempo mi chiedo: scrivere per essere pubblicati in un libro o per uscire su un blog, è, da un punto di vista ontologico, la stessa cosa? O il diverso pubblico a cui noi ci riferiamo (sempre che sia costitutivamente diverso), implica che si tratta di due scritture differenti e che non possono essere equiparate? Scrivere è sempre solo "scrivere", ed è quindi indifferente il mezzo attraverso cui il nostro scritto prende la luce, o piuttosto il mezzo influisce sulla struttura, sulla forma, sul modo in cui noi scriviamo. Perché se decidiamo di scrivere un racconto per un blog lo scriviamo in un modo, se decidiamo di scriverlo per un libro, lo faremo in un altro. La rete e i libri concreti, sono cioè solo dei contenitori nei quali è racchiusa la nostra scrittura, o non contengono in sé delle regole che ci costringono, anche inconsciamente, a scrivere in un determinato modo? E allo stesso modo, quanto vale per la scrittura, non vale di conseguenza anche per la lettura? un buon lettore non dovrebbe percepire tutte queste differenze?
Pubblicato da: Scerbanenko - 06.04.07 15:48
Per Giuseppe Cascioni. Non mi par di vedere "continui appelli a editori cartacei a comprare i diritti" nel sito di vibrisselibri (e neanche qui nel bollettino).
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.04.07 15:51
@Scerbanenko
Ci ho pensato parecchio anch'io, è differente, ormai mi sono convinta. E' differente il pubblico ed è differente anche il mezzo e fa scrivere in modo diverso. Ci sono alcune belle scritture da blog che trasportate su carta perdono molto, non perché siano meno buone, ma perchè sono nate diverse.
Pubblicato da: Alcor - 06.04.07 21:43
Grazie Alcor, sono contento che siamo tutti qui a riflttere su questi temi e che ci confrontiamo.
e rileggendolo, mi dispiace per il tono del mio primo commento. era da saccente. mentre io sono solo un "piccolissimo" essere che si interroga continuamente sul senso delle cose.
Pubblicato da: Scerbanenko - 06.04.07 23:00
Dal booktrailer di promozione del romanzo di Monica Viola pubblicato in rete su Vibrisselibri, prendo spunto per una serie di questioni che però non vogliono essere una critica personale sul lavoro di questa giovane scrittrice, ma il tentativo di riflettere su questioni sulle quali è giusto che tutti noi ci interroghiamo. Perché è un fatto assodato che la rete in genere è diventata uno spazio ‘selvaggio’ in cui oggi si possono trovare parecchi materiali narrativi e il problema investe allora la proliferazione di autori, di libri, di racconti che da lettore esigente e severo quale sono, mi chiedo se sia davvero indispensabile conoscere.
Ripeto, la mia non è una critica: è una riflessione. perché mi pare che la rete, oltre a promuovere i libri e gli autori 'esterni' a essa (gli scrittori già ‘istituzionalizzati’ e ‘riconosciuti’ e ‘condivisi’), ne stia creando continuamente degli altri, stia in un certo qual modo ingolfando di 'pagine elettroniche' una potenziale comunità di lettori, ricorrendo però agli stessi dettami del mercato editoriale cartaceo.
Personalmente non percepisco molta differenza tra quanto trovo scritto nella rete, tra romanzi e racconti, rispetto a ciò che posso acquistare in libreria. E anzi, molto spesso nel web la qualità è più scadente: basta leggere molti dei racconti che si trovano postati in decine e decine di blog.
Insomma, io da lettore non mi ci raccapezzo più. Mi pare quasi che la rete sia diventata un'occasione per tutti.
Si potrebbe dire che una volta c'erano gli editori a pagamento, mentre oggi c'è la rete, i booktrailer, i romanzi in pdf, i racconti underground (per la maggior parte tutti intimisti, adolescenziali, minimalisti, realisti, in un tribudio dell'ego, del narcisismo, dell'autoreferenzialità) e allora mi chiedo: ma la Letteratura dov’è? Perché io uomo di questo tempo post-postmoderno, non so più cosa sia la Letteratura....
Anche se non è del tutto esatto: io da lettore preparato e come persona dotata di senso critico, credo di essere in grado di discernere, all'interno di questo grande calderone che è la rete, ciò che è frutto di lavoro e di ricerca, da ciò che non lo è. E quindi, ad esempio, una differenza tra quanto pubblicato da Vibrisse, con tutto il lavoro che è alle spalle, lo percepisco e come lettore mi 'rasserena', mi appacifica: può non piacermi quanto voi pubblicate, ma questo è un altro discorso che non intacca minimamente la qualità e l'autorevolezza del vostro impegno.
Però nello stesso tempo le mie idee e il mio senso critico a volte mi abbandonano e allora accade che come lettore a un certo punto mi senta molto 'solo': non so spiegare bene questa cosa. Diciamo che accedendo alla rete, spesso ho quasi la sensazione che nel mondo 'tutti’ siano, non so come, non so in base a quale investitura, diventati ‘scrittori'.
E nonostante io sia consapevole della mia sensibilità di lettore, è come se tutti intorno a me reclamassero la loro attenzione, mi intimassero, in un modo o in un altro, di essere 'letti', e allora io, leggendoli, misurassi una sorta di smarrimento, di perdita dei miei punti cardinali. Ma non come un arricchimento, una ridefinizione dei miei orizzonti, ma proprio come uno smarrimento di senso. È come se, banalizzando, nel momento in cui tutti (molti) si fanno portatori di storie e di cose da raccontare, non ci sia, per paradosso, più niente da raccontare. Giulio Mozzi si chiede se non sia preferibile avere a disposizione tanti libri, piuttosto che pochi. Io non credo che il problema sia questo, o comunque, non in questi termini, perché il problema fondamentale che ci si deve porre è: se ci sono tutti questi libri, se ovunque io vada nella rete, ci sono storie, racconti, romanzi, questi, per il semplice fatto che stanno lì, reclamano o meno di essere letti? C'è bisogno o no che siano letti? La Rete sembra assomigliare a una libreria infinita, senza limitazioni di spazio e forse di tempo. Nelle librerie reali, quelle circoscrite dai muri e con un’entrata e un’uscita e tantissimi scaffali, a volte, quando ci vado, perdo il senso della realtà e allora mi capita di acquistare diverse cose, per un senso compulsivo o di protezione. Come per dare una casa a tutti questi figli bastardi. E allora mi metto a leggere tutte queste narrazioni, ma il mio senso critico, che ritorna vigile, inizia a scalpitare e molti di questi libri restano a metà, a volte anche soltanto all'inizio, e io vengo visitato da un grande svilimento e mi chiedo: ma se questi libri sono illeggibili, perché sono stati pubblicati?
Sul perché siano stati scritti è un'altra questione, ma anche questa però legata al mondo della rete, se è vero che nella rete, alcune delle cose che noi leggiamo, non hanno trovato precedentemente spazio nel mondo dell'editoria.
E allora mi pongo una questione: sono ‘scarti’?
Hanno cioè la stessa valenza di quei manoscritti che vengono rifiutati dalle case editrici e che invece nella rete trovano una loro dignità/autorità? E se è così, non è perverso pensare che molte di queste cose 'rientrano' nel mondo dell'editoria a distanza di tempo? Mi riferisco a raccolte di racconti tratti dai blog che sono uscite per case editrici di tutto rispetto quali Einaudi, NewtonCompton e Minimum Fax.
Ma nello stesso tempo mi chiedo anche: scrivere per essere pubblicati in un libro o per uscire su un blog, è, da un punto di vista ontologico, la stessa cosa? O il diverso pubblico a cui noi ci riferiamo (sempre che sia costitutivamente diverso), implica che si tratti di due scritture differenti e che non possono essere equiparate? Scrivere è sempre solo "scrivere", ed è quindi indifferente il mezzo attraverso cui il nostro scritto prende la luce, o piuttosto il mezzo influisce sulla struttura, sulla forma, sul modo in cui noi scriviamo? Perché se decidiamo di scrivere un racconto per un blog lo scriviamo in un modo, se decidiamo di scriverlo per un libro, lo faremo in un altro. È così o meno? La rete e i libri concreti, sono cioè solo dei contenitori nei quali è racchiusa la nostra scrittura, o non contengono in sé delle regole che ci costringono, anche inconsciamente, a scrivere in un determinato modo? E allo stesso modo, quanto vale per la scrittura, non dovrebbe valere di conseguenza anche per la lettura? Un buon lettore non dovrebbe percepire tutte queste differenze?
E per concludere, non si sta forse per avverare il paradosso paventato da Enrique Vila-Matas e cioè che il giorno in cui tutti si metteranno a scrivere, ognuno leggerà se stesso?
Scerbanenko
ovverosia
Gianluca Minotti
Pubblicato da: Scerbanenko - 17.04.07 15:07
Le aggettivazioni di MonicaViola sono semanticamente interessanti.
Cioè che fruizione avranno? mi piacerebbe sapere l'età della gente che la leggerà.
C'è una volontaria descrizione infantile mentre racconta?
"non sono così..sono arruffata, un'impostora..."
mi piacerebbe sapere a chi è diretto questo libro.
Moccia vende a una fascia voluminosa di lettori che saranno tra i 15 ai 25 anni? Monica chi la leggerà? Non ne parlate dell'età del lettore.
Invece è importante, non tutti gli scrittori sono per tutti.
Invece di parlare di migliore o peggiore penso ci si debba chiedere a chi scrivo? quello che scrivo rappresenta le cose che ho vissuto? che vivo? il dolore, l'amore ecc.. che nella mia opera risiede è vero? o è simulato? non so.
Pubblicato da: reticolare - 18.04.07 20:16