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02.04.07

Citarsi addosso e guardarsi intorno

di Marco Beccaria

[Questo articolo di Marco Beccaria, di cui qui sotto leggete la sola conclusione, è apparso oggi nel settimanale Left Wing. gm] [altri articoli sul romanzo Rio]

Leonardo Colombati, Rio[...] Ma forse il motivo di tanta cecità interpretativa va ricercato altrove. Un ambiente letterario, intellettuale, della critica che sta ancora a baloccarsi sui concetti di “impegno" e “disimpegno" è, a sua volta, un mondo fittizio e verosimile con regole tutte sue, nel quale è impossibile concepire l’idea di una trasfigurazione della realtà che non sia meramente ideologica. Un mondo fuori dal tempo come quello di Jurassic Park. Un mondo i cui abitanti negli ultimi vent’anni non devono aver fatto altro che riproporre i propri riti sempre più esangui nei soliti templi sempre meno frequentati, senza accorgersi né dell’inattualità dei riti né del fatto che, intanto, i lettori hanno preso a frequentare altri ambienti, altri templi. Un mondo nostalgico, asserragliato nella sua presunta superiorità antropologica e culturale, che scambia la pesantezza per serietà e concepisce ogni diversità come eresia.
Allora, così come non avrebbe senso la comparsa di pirati della Malesia in un noir con protagonista il detective MarloweAmleto che risolve i suoi dubbi consultando l’onnisciente Hal 9000, è forse insensata a priori qualsiasi lettura che parta da presupposti di critica veteromilitante (sia in senso politico che per quanto riguarda “la funzione" della letteratura) per inquadrare il lavoro di uno scrittore che, almeno, dà l’idea, negli ultimi vent’anni, di essersi guardato un po’ intorno.

Leggi tutto l'articolo di Marco Beccaria in Left Wing.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 02.04.07 17:21

Interventi

"Mi chiamo Walter Siti, come tutti".

Non la sentite la differenza?
Qui l'ambiguità tra autore e narratore c'è e come, e se n'è pure parlato. Ma con altri toni.

Forse è diversa la stoffa, la sostanza, l'intenzione. Letteraria da una parte, promozionale dall'altra.

Pubblicato da: valter binaghi - 02.04.07 18:05

La frase che Valter Binaghi cita è la prima frase del romanzo "Troppi paradisi" di Walter Siti.
La differenza tra questa frase e cosa, Valter?

In "Rio", in effetti, non c'è alcuna ambiguità: il narratore non è l'autore. Punto.

Pubblicato da: giuliomozzi - 02.04.07 18:53

La differenza tra caso e caso.
In entrambi i casi si è parlato su blog e altro (stampa) di questa ambiguità che in un caso Siti crea ad arte nel romanzo e che nell'altro invece D'Orrico ha "giostrato" ad arte sul suo pezzo nel Corriere7, per scopi suoi (suscitare una di quelle polemiche paraletterarie che gli piacciono, come quando ha fatto di Faletti il più grande scrittore italiano) e certo non senza la complicità dell'autore, visto il prevedibile risultato promozionale.

Pubblicato da: valter binaghi - 02.04.07 19:42

Scusa, e se D'Orrico avesse incensato Siti?

Pubblicato da: helena - 02.04.07 19:48

Ma lo ha fatto, Helena. Non in quel modo, però, forse perchè il "personaggio" non si prestava.
Non ricordo a memoria la recensione ma era intrigante e molto sul libro, non sui ricambi generazionali in letteratura o sui tinelli, perchè D'Orrico sarà pure un piazzista ma è tutto meno che uno sprovveduto.

Pubblicato da: valter binaghi - 02.04.07 20:30

Ok, m'era sfuggita. Riformulo la domanda: se D'Orrico presenta un libro/autore come dici tu "da piazzista", questo per te significa che il libro non è buono?

Pubblicato da: helena - 02.04.07 20:52

Chi parla in un racconto? Ogni frase di un racconto scritturale può essere il risultato di un personaggio di cui parla un altro personaggio, di un personaggio tout court, di un narratore personaggio, o, infine, di un narratore. Fin qui ci siamo, mi pare. Ma in ultima analisi, volendo proprio essere 'pignoli' e andare fino in fondo, tutte queste frasi possono essere messe in conto all'autore, giusto? Se è così (ed è così) dobbiamo solo stabilire (ed è qui il punto di tutto, secondo me) se l'autore, non solo è "responsabile" di quanto dice il narratore e dicono i personaggi, ma anche di ciò che fanno. E non mi sembra un problema da poco, perché se sono responsabili, tutti i maestri dell'hard boiled americano, ad esempio, da Hammett a Chandler,andavano sbattuti in galera. E insieme a loro, inutile sottolinearlo, praticamente quasi tutti gli scrittori del mondo. Per non parlare poi dei registi...
Per cui?

Pubblicato da: Gianluca Minotti - 02.04.07 21:25

Quando ho letto D'orrico la mia prima impressione è stata che prendesse Colombati per i fondelli. O almeno che non lo prendesse sul serio, e che solo perciò facesse un'intervista "sporca" per così dire, mischiando autore e libro.
Poi ho capito che attraverso Colombati faceva un affondo a scrittori di diverso tipo. Mi chiedo quali? Io scrittori i cui tinelli puzzano di sugo non ne conosco, ma è un limite mio.

Su Siti non l'ho letto, perchè devo dire che non leggo mai D'orrico.
Ma Siti, che il suo libro piaccia o meno, pesa.

Per Helena, se uno come D'orrico, che sarà anche cinico annoiato e gigione, ma che sa distinguere uno scrittore dall'altro (dopo Colombati ho fatto un giro in rete per capire chi è e cosa pensa) decide di tagliare l'articolo come l'ha tagliato, cioè di fare il piazzista, non so Valter, ma io il libro non lo leggo perché vuol dire che neppure D'Orrico l'ha preso sul serio.

Tutto questo per dire che gli ha fatto un cattivo servizio presso un certo tipo di lettori, magari magnifico con un altro tipo, chissà. Essere un lettore vuol anche dire aver imparato a leggere i segni, non solo i libri

Pubblicato da: Alcor - 02.04.07 21:48

A parte tutte queste interpretazioni dell'operato d'orrichiano, "guardare cammello", ovvero, in questo caso leggere Colombati, no?

Pubblicato da: helena - 02.04.07 22:05

@Helena
Se un libro è presentato a partire da qualcosa che non è il suo valore letterario non significa che non è buono, ma certo vien da pensare che ne aveva bisogno. Io Colombati l'ho aperto e l'ho chiuso perchè voglio leggerlo quando sarò meno irritato dalle performances mediatiche del suo autore, ma qui il punto non è questo. L'articolo non parla del valore letterario del libro ma dell'equivoco che si è ingenerato su autore-personaggio. Mi sono limitato a segnalare che l'equivoco è stato creato ad arte. Ha ragione Alcor: non è detto che questi trucchetti funzionino sempre, perchè poi chi compra i libri e li legge può anche mettere in dubbio la credibilità del recensore, quando lo svecchiamento delle patrie lettere è affidato a capolavori come "Ci vediamo al Bar Biturico"

Pubblicato da: valter binaghi - 03.04.07 00:04

Al di là di D'Orrico - che tanto incensa più o meno tutti dicendo di questo e quello, a seconda del capriccio del momento, il più grande scrittore italiano vivente -, "Rio" è una storia, che io ho trovato noiosa. L'impressione finale di me lettore è uguale a quella iniziale: un polpettone o se si vuole dire diversamente, per far la pillola meno amara, una soap-opera.
Mi sembra che l'uscita di "Rio" sia servita più a D'Orrico che a chiunque altro: difatti è della sua recensione che si parla, del libro poco.
Poi che il libro sia "impegnato" o no, l'autore, volente o nolente, perlomeno suggerisce un'idea di sé, delle sue idee, al lettore, anche se la sua idea precipua era quella di scrivere solo e solo una storia.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 03.04.07 09:01

Per dirla in succo: ci vuole una buona ragione per leggere un libro, quando ne escono a decine, e la buona ragione è che uno di cui ti fidi ti dica con convinzione, leggilo, è davvero un gran libro.
Questo qualcuno puoi essere tu, che hai buon naso e sai sfogliare bene in libreria.
Un recensore che non ti ha mai tirato delle vere sole.
Un altro lettore di cui ti fidi.

Leggere un libro solo per dargli una chance, perchè anche lui ha il diritto di esser letto, è una ragione debolissima.
E' doloroso, ma è così, nessuno ha più lunghe vacanze in cui non c'è niente da fare.

Pubblicato da: Alcor - 03.04.07 09:29

A me è piaciuta, in particolare, questa parte dello scritto di Beccaria:"Ma forse il motivo di tanta cecità interpretativa va ricercato altrove. Un ambiente letterario, intellettuale, della critica che sta ancora a baloccarsi sui concetti di “impegno” e “disimpegno” è, a sua volta, un mondo fittizio e verosimile con regole tutte sue, nel quale è impossibile concepire l’idea di una trasfigurazione della realtà che non sia meramente ideologica. Un mondo fuori dal tempo come quello di Jurassic Park. Un mondo i cui abitanti negli ultimi vent’anni non devono aver fatto altro che riproporre i propri riti sempre più esangui nei soliti templi sempre meno frequentati, senza accorgersi né dell’inattualità dei riti né del fatto che, intanto, i lettori hanno preso a frequentare altri ambienti, altri templi. Un mondo nostalgico, asserragliato nella sua presunta superiorità antropologica e culturale, che scambia la pesantezza per serietà e concepisce ogni diversità come eresia".
E uno si accorge che è proprio così quando fa un giro al sabato sera nei centri commerciali aperti fino a mezzanotte e dà un'occhiata alla gente, ai ragazzi, agli adolescenti e gli scruta e cerca di capire che cosa pensano, che cosa leggono, che cosa vogliono. Ecco, mentre un certo mondo letterario si balocca nel proprio mondo arcadico ci sono folle pensanti che fanno la fila al sabato sera davanti al cinema per andare a vedere 300 oppure l'ultima e definitiva pellicola di Olmi.
Quanto al Berlusconi di Colombati mi è sembrato un personaggio piuttosto riuscito, senza farsi troppi problemi se è vero e o "finto".
Forse poteva essere quasi vero. O no?

Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 03.04.07 12:06

Alcor, in parte capisco e condivido. Le recensioni dovrebbero fare da agenzia matrimoniale fra libri e lettori, accoppiando quelli giusti e lasciando perdere le combinazioni improbabili. Se Iannozzi dice, l'ho letto, non mi è piaciuto, okay. Mi lascia perplesso invece che si parli o meglio si scriva di un libro senza averlo letto, semplicemente facendosene un'idea sulla base di un pezzo giornalistico. Non so tu- voi- ma non mi viene in mente un recensore con cui mi sia sempre trovata d'accordo. Direi piuttosto che cerco di conoscere i miei polli: i loro gusti, in anzi tutto, e poi magari, in secondo luogo, i loro giochi extraletterari. In questo, in un certo senso, D'Orrico può essere preso come Cordelli, Cortellessa o chi vuoi tu.
D'Orrico, secondo me, ha segnalato alcuni autori degni di essere letti e altri no: vedi il "Bar Biturico". Colombati- che per varie ragioni forse a te non piacerebbe- per me ha dimostrato sia con il primo che col secondo libro di essere uno scrittore, uno scrittore vero, con uno stile, pur nella diversità dei due romanzi, molto riconoscibile e personale. Con i suoi temi, le sue ossessioni, la sua voce e visione. E per me basta.

Pubblicato da: helena - 03.04.07 12:13

Infatti, ormai bisogna conoscere anche i recensori, ed è una fatica spesso mal ripagata. D'Orrico non lo conoscevo, adesso mi sono fatta un'idea.
Ormai è un pezzo (anni) che sfoglio le rubriche dei libri e le pagine culturali con molta diffidenza, e come tutti, credo, cerco di leggere tra le righe, come cerco di leggere tra le pagine quando sfoglio in libreria, insomma, è un percorso minato, anche perchè i libri costano cari e occupano spazio, poi, una volta comprati.

Però non sono un recensore, bensì una lettrice, se fossi un recensore cercherei di tenere a mente le regole, a mio avviso ancora auree, che aveva dettato Cases per L'Indice dei libri tanti anni fa.
E invece adesso capita anche che i recensori prima di essere recensori siano personaggi, e questo secondo me non va bene, per i lettori.


P.S. io i riti esangui di cui parla Beccaria non li ho mai celebrati e non capisco di cosa parla De Lorenzi, son diventata lettrice negli anni e attraverso i libri che ho letto, e mi fido di me.

Pubblicato da: Alcor - 03.04.07 12:58

E dire che proprio lo stesso Colombati, in apertura al romanzo, specifica la NON coincidenza tra l'autore e l'io narrante. Distingue le due identità. Poteva anche non farlo, ma il fatto stesso che si tratti di un romanzo, e non di un'autobiografia, lo doveva far desumere. Almeno, credo.

Pubblicato da: Achille Maccapani - 03.04.07 14:06

Per Alcor,
scusa, ma che cosa non hai capito?

Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 04.04.07 09:13

"Un ambiente letterario, intellettuale, della critica che sta ancora a baloccarsi sui concetti di “impegno” e “disimpegno” è, a sua volta, un mondo fittizio e verosimile con regole tutte sue, nel quale è impossibile concepire l’idea di una trasfigurazione della realtà che non sia meramente ideologica"

questa storia mi fa venire in mente come sia diventato un avvilente luogo comune il lamentarsi di certi luoghi comuni, sempre gli stessi. Ormai sentir dire, con fare convinto, che non ci sono più le mezze stagioni (se ciò avvenisse, ma non lo fa più nessuno, sebbene sia in qualche modo sempre più "vero") non mi darebbe metà del fastidio che mi procura chi è sempre pronto a sparare in faccia a chiunque incappi in una frase un po' banale (capita a tutti) la trita ironia di un "Sì, e non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio, eh...!"
Ecco, mi pare che buona parte delle energie di Colombati, in questo libro, siano dirette alla ripetizione di una (spesso superficiale e inconcludente) critica di quell'ambiente letterario e intellettuale di cui parla Beccaria, con un meccanismo del tutto simile a quella critica del luogo comune che assume il valore di luogo comune "di secondo grado". Fenomeno che si coglieva già in Perceber, ma più contenuto e comunque annegato nel gioco di rimandi e citazioni e artifici linguistici, mentre qui in una architettura più scarna risalta e prende (quasi) tutta la scena.

Pubblicato da: Fabio Carpina - 04.04.07 10:23

@De Lorensi

Non ho capito di cosa parli quando dici questo:

"Ecco, mentre un certo mondo letterario si balocca nel proprio mondo arcadico ci sono folle pensanti che fanno la fila al sabato sera davanti al cinema per andare a vedere 300 oppure l'ultima e definitiva pellicola di Olmi"

Quale mondo arcadico? Un certo mondo letterario è proprio quello che va a vedere Olmi, perciò non capisco come ti è venuto di metterli in contrapposizione.

Pubblicato da: Alcor - 04.04.07 11:19

Adesso però non mi sono fatta capire io.
Quelli che non leggono, o leggono molto criticamente alcuni libri di cui si è parlato qui, sono proprio quelli che vanno ancora a vedere Olmi, e non solo Olmi, quelli che cercano ovunque una forza espressiva, o uno stile o un barlume di verità.
Leggendo qui di contrapposizioni tra impegno o disimpegno mi chiedo chi frequentino quelli che ne parlano, in quale città d'Italia abitino, in quali decenni, perché di "impegno" e "disimpegno" tra gli intellettuali di una certa stazza non si parla da decenni, e perciò mi chiedo in quale "ambiente intellettuale" sarebbero sopravvissute targhette del genere?

Pubblicato da: Alcor - 04.04.07 11:25

Chiunque può andare a vedere Olmi. Diversi sono andati a vedere Olmi. Il film è stato abbastanza pubblicizzato anche perché Olmi è Olmi. Ed è un genio. Non volevo mettere in contrapposizione Olmi con nessuno. Personalmente ho visto L'albero degli zoccoli e il Mestiere delle Armi. Sono film splendidi. L'ultima pellicola, invece, è stata da taluni anche pesantemente criticata, però continuamo a toglierci tanto di cappello di fronte a Olmi, che è un maestro.
Scusate la digressione.
(Magari è un invito per parlare dell'ultimo film del regista anche su Vibrisse).

Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 04.04.07 11:57

Salve,
se posso approfittare, segnalo una rivista molto interessante che sta cercando di farsi un po' di spazio nella rete, si chiama www.ilcrise.com". Pubblica molti poeti giovani, ma anche scritti di Arnaldo Colasanti, Emanuele Trevi, e presto di Rocco Carbone, Pietro Fortuna...

fateci un salto se vi va!
ciao a tutti e tutte...
lalla.

Pubblicato da: Laura - 04.04.07 15:23

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