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24.04.07

A spasso con lo stregone

di Mauro Baldrati

veronesi_web.jpgmoretti-nanni.jpgLa notizia è questa: stanno per iniziare le riprese di un film – con la regia di Antonello Grimaldi – tratto dal romanzo di Sandro Veronesi Caos Calmo, e l’interprete sarà Nanni Moretti. Dunque, Il Caimano assume l’identità di Pietro Paladini, l’eroe narrante del libro vincitore del Premio Strega, un testo che contiene quella commistione di glamour, emozioni, sesso, scrittura colta e al tempo stesso pop, la giusta dose di trasgressione, riferimenti all’attualità, che costituisce un elemento classico e necessario di molti bestsellers. Vediamo quindi di addentrarci nelle pieghe dell’opera, per capire e, se possibile, scoprire anche qualche segreto.

Una delle travi portanti del romanzo è costituita dalla fusione tra due colossi televisivi privati, che darà origine al più grande gruppo del mondo (tipo Rupert Murdoch, per capirci). Fusione che tormenta i dipendenti, i funzionari, che vanno dal protagonista, Pietro Paladini, che è uno dei direttori, a sfogarsi, ad analizzare i meccanismi dell’operazione, a fare previsioni (e qui immaginiamo Nanni Moretti che, con un’aria tra lo svagato e il cinico, assiste alle loro esibizioni). Sono analisi, previsioni e preoccupazioni pertinenti, tecnicamente corrette, come molti altri elementi del libro, del resto, che ha quasi i caratteri di testo enciclopedico.

Ma chi è Pietro Paladini, e perché tutti vanno da lui a sfogarsi?

Pietro Paladini, a un certo punto della sua vita, è diventato una specie di ricettacolo del dolore altrui. Forse perché gli altri pensano che lui stesso sia stato travolto dal dolore, e il suo comportamento sia frutto del turbamento prodotto da quel dolore. Pietro Paladini, infatti, ha appena perso la moglie, la madre di sua figlia Claudia. Dopo un pirotecnico capitolo iniziale, in cui Pietro Paladini salva una donna che sta per annegare, la moglie all’improvviso muore in casa per aneurisma. Da quel giorno, Pietro Paladini si trasferisce con la propria auto davanti alla scuola elementare della figlia, ascolta i Radiohead e vi passa tutta la giornata, finché Claudia non termina le lezioni e insieme tornano a casa.

E qui arrivano alla spicciolata i personaggi che – come in certi romanzi di Henry Miller, dove folle di persone ossessionate e fanatiche riversano fiumi di parole sulla “roccia felice" Henry – col pretesto di mostrargli solidarietà danno libero sfogo alle fantasie e alle ansie che li tormentano. A parte le varie fasi della fusione, le cui notizie ci arrivano dai memoriali e dai pettegolezzi di manager e dirigenti (in questo romanzo sono tutti top: top manager, top imprenditori, top stilisti, in una carrellata di maschere altoborghesi in crisi, sempre piuttosto schizzati, nella migliore tradizione del ritratto sfatto della borghesia) la trama è tutta qui. Il resto è un teatro di attori e di caratteristi, miniature, storielle quotidiane, che Veronesi gestisce con talento stregonesco, digressioni nella saggistica, economia, scienza, enigmistica, gossip, in un continuo mutamento anche stilistico che ci trascina in labirinti caotici senza che talvolta ne siamo coscienti.

Per esempio, un giorno il narratore torna a casa e trova il fratello, stilista di moda, che fuma oppio in salotto. Ma il fratello doveva tenere Claudia, doveva portarla fuori a cena e poi metterla a letto. In effetti la piccola sta dormendo, ma Pietro Paladini sente montargli dentro una rabbia furiosa verso il fratello; accidenti, fuma droga in casa sua, quando aveva la responsabilità della figlia! Facile prevedere una rissa. Ma Pietro Paladini riflette, ricorda che il fratello fu sorpreso dal padre a fumare con gli amici e buttato fuori di casa per sempre. Capisce che la sua furia è la stessa del padre, e mentre accarezza la fronte della figlia addormentata riesce a calmarsi. Torna in salotto, deciso a non litigare, perché il fratello è tossicodipendente, ma in fondo si è comportato bene. Il fratello però lo spiazza offrendogli l’oppio. Lo prende in contropiede e Pietro Paladini, sorpreso e confuso, accetta. Seguono ottime pagine di scrittura oppiacea, con ricordi, flussi di coscienza, ma il punto è: come siamo arrivati a queste pagine? Siamo precipitati nell’ira e nel rancore verso il fratello e d’un tratto ci troviamo a seguirlo mentre fuma a sua volta. Lo stregone ci porta a spasso, ci confonde con la sua abilità di affabulatore.

E qui arriva il primo punto critico: dopo la fumata, al mattino, PietroPaladini si sveglia tremebondo e va in bagno a vomitare (evento normale dopo l’oppio). Mentre è chino sul water, pensa: “in quell’attimo mi sono vergognato come mai nella mia vita (...) come mai mi sono sentito sporco in quel momento, e stupido, e indegno perfino della pietà di un cane". Restiamo stupiti da questo attacco di vergogna, di voltolamento nel fango della colpa.

Eppure Pietro Paladini commette un altro peccatuccio, ma questa volta senza straziarsi nel senso di colpa. Anzi, ci ridacchia pure sopra, e noi ridacchiamo con lui. Durante una manovra con la Twingo della cognata provoca un danno a un’auto parcheggiata, una Citroen C3; correttamente lascia sul vetro il proprio numero di telefono. Ma qualche giorno dopo un camion va di nuovo a sbattere contro la C3 davanti a una piccola folla di testimoni. Non visto, con un gesto furtivo, Pietro Paladini toglie il proprio biglietto, che nessuno ha ancora rimosso, tanto “il Bonus/Malus della sua assicurazione (del camion ndr) scatterà in ogni caso"; tanto “rubare alle assicurazioni non è rubare".

Ma Pietro Paladini commette un terzo peccato, e di nuovo si tormenta nel rimorso e nell’autoflagellazione. Ha un rapporto sessuale con la donna che ha salvato dall’annegamento, che è una industrialessa. Il rapporto sembra essere solo orale, e Pietro Paladini vorrebbe andare oltre, ma quando capisce il perché, cioè le mestruazioni della donna (e qui colpisce il pregiudizio sul divieto di fare l’amore con una donna durante il ciclo mestruale), fa scattare il “tasto R2", cioè “finisco di abbassarti gli slip rimasti a mezza via e comincio a infilarti il medio su per il culo". 17 pagine dopo pensa che “avevamo fatto una cosa veramente sporca, ecco il punto, e se a vent’anni può essere gagliardo e magari anche costruttivo incularsi nel giardino di casa col rischio di essere sorpresi dai genitori, diventa idiota e quasi criminale farlo a quarantacinque anni col rischio di essere sorpresi dai figli".

Quindi Pietro Paladini si vergogna, si sente sporco, per alcuni peccati e per altri no. Perché? Sembra un controsenso. Ma non è così. Il senso di colpa e di sporcizia lo travolge quando la situazione peccaminosa vede coinvolta la figlia, che potrebbe sorprenderlo in pose sconvenienti o animalesche. Quella figlia che non soffre per la scomparsa della madre, anzi, è tranquilla, serena, come se nulla fosse cambiato nella sua vita. E la stessa tranquillità e mancanza di dolore coinvolge lui, Pietro Paladini, che vive in uno stato di sospensione nell’abitacolo–confessionale della macchina, osserva il mondo, i personaggi che popolano il quartiere, e assorbe il dolore degli altri. Ma lui non soffre. E talvolta si stupisce di questa mancanza di dolore, sembra chiedersi: perché non provo dolore? E noi ci chiediamo con lui: perché non prova nulla, e con lui la figlia?

E’ un buco nero, una sorta di antimateria che divora porzioni di lettura e lascia squilibrati. Sul bordo di questo buco c’è qualcosa, qualcuno che ci confonde, e ci mette a disagio. Un estraneo, che sembra sovrapporsi a Pietro Paladini, influenza pezzi della sua narrazione, lo obbliga a fare delle omissioni, a essere reticente. Gli impedisce di fare fino in fondo il suo dovere di narratore, cioè di inserire dei codici nella scrittura per cui noi leggiamo anche il non-detto, il non-scritto. Invece c’è un buco e basta, uno spazio vuoto: il rapporto esclusivo tra padre e figlia che corre per tutto il romanzo, quel padre che ha un sentimento di enorme affettività verso di lei, come è totalmente anaffettivo verso la madre scomparsa; quel padre che è geloso marcio della figlia, che digrigna i denti quando il fratello stilista la ammalia coi suoi racconti di modelle, di attrici e di cantanti famose, e la fa sognare.

Su questa indifferenza verso la moglie morta potrebbe venirci in mente una frase di Troppi Paradisi di Walter Siti: “sta famosa esperienza archetipa (la morte del padre ndr), si è rivelata deludente". E potremmo cavarcela citando un piccolo saggio di Giuseppe Genna su Carmilla: “per via tematica, va detto che la morte del padre, percepita come deludente, è il cuore della saturazione libidica. La delusione, che annulla il processo energetico dell'elaborazione del lutto, erode i margini della metamorfosi e della rinascita (...), e quindi immette in una zona grigia in cui, essendo assente il no, il dolore, la sofferenza, non si può più crescere, non si può più appassionarsi". Sarebbe, in fondo, la soluzione più comoda. Ma non toglierebbe la sensazione di disagio per la presenza dell’intruso che viaggia per il testo e blinda la personalità di Pietro Paladini, disarticola qua e là la lettura e ci impedisce di capire, nonostante il finale – coraggioso per alcuni aspetti – che sulla questione tenta di dare risposte obbligate ma un po’ affrettate. Perché l’intruso è sempre lì, schivo, girato di spalle, ma così invadente.

(Caos Calmo è stato letto anche da Cletus qui)

Pubblicato da Mauro Baldrati, il giorno e l'ora: 24.04.07 16:51

Interventi

Accidenti! Che bella lettura, perfettamente in tema con i toni del libro. Anche se la moglie ancora non è moglie, se non fosse morta lo sarebbe diventata entro pochi giorni, ma tant'è... Solo su un punto mi preme fare un'osservazione, che poi a mio avviso è il tema centrale del libro. L'assenza di dolore. A mio avviso il rapporto di Pietro con la figlia non è morboso. E' che venendo a mancare la madre di Claudia, a un certo punto si sente addosso tutta la responsabilità di questa figlia che ha perso la madre e non sa come gestirsela. Sente su di sé il dolore della figlia (come pensa debba sentirlo la figlia). La sua assenza di dolore è un fatto e in questo senso è un libro coraggioso. Lui non amava la madre di sua figlia anche se la avrebbe sposata e se ne rende conto con la sua morte ma non di meno quella morte è qualcosa con la quale dovrà fare i conti. Non si tratta di anaffettività, di assenza di dolore, piuttosto di anestetizzazione al dolore, di temporanea rimozione. Il libro finisce dove doveva cominciare e dove ricomincerà, dall'Evento. Quel finale è l'inizio dell'elaborazione, d'ora in poi ne dovrà fare i conti. Non elaborerà la morte della donna che amava, ma della madre di sua figlia e della donna che un tempo ha amato. Stando sotto la scuola di sua figlia si è nascosto. Quando gli eventi ci fanno paura ci nascondiamo per non affrontarli. La non esplosione del dolore non significa assenza di dolore. Può essere sospensione del dolore.

Alla fine mi dico: abbiamo detto la stessa cosa?
Beh, questo avevo da dire.

Grazie ancora.

patrizia

Pubblicato da: patrizia - 24.04.07 18:38

Di questa lettura mi aveva colpito l'assoluta credibilità e l'altrettanto evidente incredibilità. Credibile è il protagonista, reale, concreto, simile a tanti uomini che conosciamo, con la stessa immersione nella quotidianità fatta di lavoro, figli, pensieri, problemi. Incredibile è la processione di personaggi che sfilano nell'interno della sua auto a confessarsi da lui come se fosse un santone. Ma questo miscuglio sembra essere vincente e dà al romanzo la giusta chiave... romanzesca. Quanto all'anaffettività, all'incapacità di provare dolore, è meno rara e incredibile di quanto si creda. Una sorta di shock affettivo conseguente a un trauma emotivo, una forma di autodifesa per non morire di dolore. Capita, purtroppo. O per fortuna.

Pubblicato da: ramona - 24.04.07 19:20

Patrizia e Ramona, dite in sostanza una cosa simile, cioè che a un dolore segue spesso una mancanza di dolore, come difesa. Questo è vero da un punto di vista piscologico, ma nel romanzo io non ho trovato tracce di questo processo - non che un autore debba fare delle dichiarazioni o altro, non è certo un saggista, però ha mille mezzi per farlo capire, ha mille tracce da lasciare in una narrazione cosciente. Io non ho trovato nulla, una reticenza che l'autore tenta di risolvere nel finale, ma resta il buco nero di cui ho parlato. E' ovviamente una mia lettura, che non ha certo la pretesa di essere assoluta.

Pubblicato da: mauro baldrati - 24.04.07 22:04

Ottimo romanzo Caos Calmo di Veronesi, meritava il premio Strega e spero che il film sia all'altezza ma con Nanni Moretti è quasi scontato che sarà perlomeno un buon film.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 25.04.07 07:42

Forse la traccia è proprio il buco nero, l'assenza di traccia di dolore. Però poi va a sapere cosa c'era nella testa e nelle intenzioni di Veronesi. Certo è che quel buco potrà essere reso ottimamente da Moretti, non perché ami Moretti ma perché mi sembra perfetto per la parte.

Pubblicato da: patrizia - 26.04.07 10:14

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