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02.03.07

Ruminazioni private in luogo pubblico

di Leonardo Colombati

Dalle nove di questa mattina ho trascorso il mio tempo nell'attesa che arrivasse un corriere espresso. Finalmente, cinque minuti fa, la busta che aspettavo è planata sulla mia scrivania. Dentro c'è la copia-pilota del mio nuovo romanzo. Un romanzo che finalmente è un libro. Me lo rigiro tra le mani, lo sfoglio, lo richiudo, riprendo a guardarlo. Mi pare un bellissimo oggetto.

Ricordo l'emozione di quando vidi per la prima volta Perceber, la mia "opera prima". Era il 5 maggio 2005. Pensavo che ormai questo momento (il momento in cui la "cosa" prende la sua forma definitiva) non mi avrebbe fatto più la stessa impressione. Sbagliavo. E' come due anni fa.

E' anche un momento triste. Se è vera la frusta metafora che i propri libri sono come dei figli, so che anche questo secondogenito non potrò "frequentarlo". Ho vissuto "incinto" di Rio - per dirla con Henry Miller -, l'ho partorito e devo subito abbandonarlo. Non lo leggerò mai più.

Adesso comincia il momento del Terrore: che diranno? in quanti lo compreranno? chi sarà il primo a dire che mi sono svenduto sull'altare della grande editoria? saprò gestire il successo? e l'insuccesso? mi sarà data una terza opportunità?

Ma soprattutto: sarò in grado di scrivere ancora? Questa è la vera domanda. Perché la verità è che il primo libro, mi ha divertito farlo; era un fatto privato, un dopolavoro. Ma questo no, nessun divertimento - solo tanta fatica, e ansia, e dubbi, e troppe sigarette, troppi malditesta...

Scrive Milan Kundera: "La gloria degli artisti è la più mostruosa di tutte, perché implica l'idea di immortalità. Ed è una trappola diabolica, poiché la pretesa grottescamente megalomane di sopravvivere alla propria morte è indissolubilmente legata alla probità dell'artista. Ogni romanzo creato con vera passione aspira in maniera del tutto naturale al valore estetico duraturo, cioè al valore in grado di sopravvivere al suo autore. Scrivere senza ambizione è puro cinismo. (...) E' la maledizione del romanziere: la sua onestà è legata al palo infame della sua megalomania".

Anche stavolta, così come mi era successo con Perceber, sono notti che non dormo. Sogno ad occhi aperti il più clamoroso dei trionfi oppure il più sonoro dei fiaschi. La vanità - così presente in me, come (credo) in ognuno che esponga una sua opera al pubblico giudizio - la vanità, dicevo, è un vestito così scomodo da indossare! La sua stoffa è fatta anche di invidia, di risentimenti, e di una irrefrenabile paura.

La mia - ricorrente - è quella di essermi perso. Sono ancora la stessa persona di due anni fa? Se rispondo di sì, qualcosa, da qualche parte, inizia a far male - e penso ad esempio a certe vecchie amicizie che ho un po' troppo sacrificato a vantaggio di quelle nuove (più à la page, più "da scrittore"). E poi com'è che non riesco più a leggere un romanzo di un autore italiano contemporaneo? Li trovo tutti orribili, tutti "inferiori"; e quando mi capita di riconoscerne uno buono, lo chiudo subito, per paura di scoprire di non essere io poi tutta 'sta gran cosa.

Scusatemi, davvero, voi che state leggendo e vi domanderete perchè io sia qui ad importunarvi con questa specie di diario privato esposto con superbia al pubblico. Ma vibrisse è anche un po' casa mia, e mi sembra di rivolgermi (oltre che a qualche amico vero) a persone in qualche modo conosciute, anche se in realtà sono solo nomi - e pseudonimi - che ciclicamente ritornano: mi sembrano così familiari...

Ieri passeggiavo in centro, a Roma. Dovevo andare a un appuntamento. All'improvviso mi sono reso conto che tutto ciò che il mio occhio e il mio orecchio stavano registrando veniva immagazzinato da quella parte del cervello in cui le sinapsi fanno andare in corto circuito vanità e creatività: stavo osservando il mondo come se fosse un buon soggetto di cui scrivere.

In futuro, questa strana e fastidiosa mediazione tra l'esterno e l'interno si farà sempre più presente? E' così che succede? Ma io non voglio! Ho bisogno di riposare; di godermi lo spettacolo e non di metterlo incessantemente in scena.

Adesso basta. Chiudo il computer, prendo il cappotto e vado a casa per mostrare a mia moglie quant'è bello il mio secondo libro. Un po' come si fa con un orologio nuovo.

Pubblicato da Leonardo Colombati, il giorno e l'ora: 02.03.07 16:02

Interventi

Leonardo, non so cosa dirti. Pensieri di questa specie, io, non ne ho mai fatti. Non mi è mai importato nulla del successo o dell'insuccesso dei miei libri; e non ho mai pensato che, fatto un libro, fatti due libri, uno debba continuare a fare libri per sempre. E non ho mai pensato al mondo come a un soggetto di cui scrivere.
Hai avuto il privilegio di prendere la parola in pubblico. Hai una responsabilità.

Pubblicato da: giuliomozzi - 02.03.07 17:43

E infatti, Giulio, trovo che il tuo atteggiamento sia sano, mentre il mio no. Ma è quello che mi sta succedendo - e so che è "sbagliato". Dunque?

P.S.: Quanto a fare o non fare libri per sempre, nemmeno io lo so. Ovvero: sono convinto che non me l'ordina il dottore e che posso smettere quando voglio, ma mi piace scrivere romanzi (un piacere - come hai visto - un po' ambiguo).

Pubblicato da: Leonardo Colombati - 02.03.07 17:50

Anch'io ho un libro il uscita, esattamente il giorno dopo del tuo. E anch'io sto male. Perchè è il terzo di una trilogia che mi ha impegnato dieci anni. Una trilogia sulla società italiana, i cui primi due volumi sono stati venduti come giallo e come noir, e spariti nella marea dei romanzi di genere. Temo che accadrà lo stesso con questo, non per colpa di qualcuno, ma perchè questo è l'unico linguaggio che l'editoria è disposta a parlare, almeno che qualcuno non si prenda la briga di costruire su un libro un caso letterario.
A te è capitata questa opportunità.
Non ti lamentare.

Pubblicato da: valter binaghi - 02.03.07 17:58

Ho gradito il tuo commento, il tuo pezzo di vita, la versione elettronica di una pagina del tuo diario finita qua per sbaglio o come tu la voglia chiamare la fila indiana delle parole che hai lasciato su questo sito. Premetto che non ti conosco, non ho mai letto niente di tuo e ti confesso che dopo questo tuo "post" inizierò a cercare il tuo primogenito e poi il tuo secondo neonato-e-abbandonato pargolo. E questo, mi ha fatto riflettere, tanto da spingermi a lasciarti qua una mia impronta.

Sento di capirti, anche se in effetti non sono mai stato pubblicato, se escludiamo qualche coriandolo della mia travagliata tesi di laurea. Non sono uno scrittore, soltanto un grafomane e non ambisco a diventarlo. Quello che trovo sublime nella scrittura è la sua componente catartica, il foglio di carta è il lavabo dove vomitare dentro le proprie passioni. I tormenti diventano lettere, le masturbazioni parole, i graffi frasi, le cicatrici paragrafi. Lo stesso Giacomino (così come gli amici chiamano Leopardi) dice che non è importante saper scrivere per scrivere; è essenziale saper sentire. Una passione ti semina il cervello e se ne hai cura, la nutri, la coccoli, poi la partorisci e le doni una casa di carta.
o di vinile.
Ecco vedi in realtà io sarei un musicista, uso il condizionale perché in effetti non lo sono, mi piace definirmi un "presunto tale". Il mio primo album è stato pubblicato nel 2005, ha avuto un successo del tutto inatteso e dopo i botti e i colori non sono più stato in grado di far nulla: tutto sembrava spogliato di quel vecchio pigiama passionale che indossava il mio primo disco. Sarà brutto quel pigiama ma a me piaceva, ed ora non riesco più ad infilarmelo. Diventi famoso e devi cambiarti d'abito se vuoi correre coi grandi. Questa è una cosa che non ho mai sopportato, ma purtroppo per quanto si voglia, non se ne può fare a meno.
Ci sono musicisti e musicisti, quelli veri suonano, tutti gli altri vendono dischi.
E così, ci sono scrittore e scrittori.

La razza umana è così fatta che esseri sani di mente sarebbero pronti a sacrificare la loro giovinezza, il loro corpo, i loro amori, i loro amici, la loro felicità e molte altre cose ancora sull’altare di un fantasma chiamato eternità.
Amélie Nothomb, Igiene dell’assassino.

Pubblicato da: tom - 02.03.07 18:41

Bello, suona autentico. Non ho letto "Perceber", ma di "Rio" ho letto le pagine in internet e, dopo questo post, mi sa proprio che non me lo perdo. Che fosse quest'ultimo uno degli obiettivi secondari dello scafato autore? Sia pure.

Pubblicato da: ei fu - 02.03.07 19:17

in bocca al lupo, leonardo
(niente endecasillabi stavolta?)
;-)

Pubblicato da: paolab. - 02.03.07 19:34

Tranquillo, Leonardo. Per mal che vada, potrai sempre rifarti scrivendo un testo per un futuro festival di San Remo, come questo di Faletti:- )

"The show must go on"

Gli artisti falliti sono fuori dal gioco
non ci sono mai stati o ci son stati per poco
e ora parlano molto quasi a chiedere scusa
di aver perso la chiave di una porta ormai chiusa
di un'estate li intorno ch'è svanita in un giorno
e sembrava durasse in eterno
quando han preso la scala per salire al successo
ed invece sono scesi all'inferno
and the show must go on, the show must go on.
Gli artisti falliti hanno un sogno proibito
un teatro con fuori scritto "tutto esaurito"
e una nota sospesa con un'intonazione
che si alzi la sala e che esploda il loggione
o quant'altro ci sia per andarsene via
con tre o quattro persone di scorta
tra due ali di gente se non proprio per sempre
però almeno provarlo una volta
and the show must go on, the show must go on.
Avevo dentro un'anima da viverci tre vite
ma un cuore troppo piccolo per musiche infinite
e queste dita inutili guarda dove son finite
dai tasti del mio pianoforte a una calcolatrice
and the show must go on, the show must go on.
Gli artisti falliti hanno il passo strisciato
per vergogna d'impronte che non hanno lasciato
e una macchina fuori sempre mal posteggiata
che non sembra davvero sia mai stata lavata
ed un'alba slavata da mandare affanculo
perchè c'è un nuovo giorno nel pugno
e una birra ghiacciata da gelarci l'inferno
perchè loro siamo tutti o nessuno
and the show must go on, the show must go on.

Pubblicato da: Lucio Angelini - 02.03.07 23:41

E' comprensibilissima l'emozione che stai provando, perché significa che dentro il libro hai messo un bel po' di te stesso. Sarà così anche per i prossimi libri, non te ne puoi liberare.

In bocca al lupo.

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.03.07 00:09

Mi verrebbero da scrivere molte cose su questa pubblica confessione, ma strariperei.
Mi concentro su un punto: "stavo osservando il mondo come se fosse un buon soggetto di cui scrivere".
Per quel che vale la mia esperienza, questo modo di osservare il mondo ce l'ho ormai da trent'anni, ma allo stesso tempo mi sono reso conto che ogni volta in cui ho guardato il mondo così non mi è rimasto nulla di cui scrivere, mentre le volte in cui mi sono dimenticato di farlo e il mondo attorno-dentro a me l'ho vissuto, allora guardandolo dopo mi sono ritrovato pieno di idee e blablabla forti da scrivere.
Serve a qualcosa tutto ciò? Non credo, ma avevo bisogno di metterlo qui.

Pubblicato da: Roberto Tossani - 03.03.07 08:25

mi è piaciuto molto quello che hai scritto, e mi è piaciuto perchè alcune cose le ho provate anch'io ma soprattutto perchè si sente la passione e il tormento e la gioia di chi come te scrive.
In bocca al lupo per il nuovo romanzo! Ciao Lucia

Pubblicato da: lucia - 03.03.07 10:10

Non riucirò a leggere "Rio" prima dell'estate, ma lo metto in lista di lettura. Probabilmente non basta a ridarti il sonno... Potresti provare a invitare presso di te Morfeo sfiancandoti da subito su un terzo libro.
In bocca al lupo (e crepi il cacciatore)

Pubblicato da: girolamo - 03.03.07 10:46

Oh, povero, quante angosce, quante sensazioni a caldo… quanto astuto mestiere.
Scusa Leonardo, invidia a parte, che si appiccica a chiunque non appartenga al gotha di chi pubblica, a me questo libro pilota che plana sulla scrivania, questo bell’oggetto partorito che non ti appartiene più, questo prodotto frutto di fatica e mal di testa, sembra un liso luogo comune usato per una non troppo nascosta ricerca di accondiscendenza (ah, la ricerca della famiglia! Errore, la famiglia è il peggiore dei luoghi possibili).
Forse ci meritiamo di più, forse è ora di esigere di più, come lettori, un po’ meno retorica dello scrittore e un po’ più di sensazioni non mediate dalla foga di apparire in prossimità della pubblicazione; ecco, magari un bel lancio a picco nel baratro della vanità spinta all’osso, spinta dove non si osa dire (a partire dai sorrisi elargiti, dalle promesse fatte, dalla cene preparate a casa per queste nuove stomachevoli amicizie funzionali –le n.s.a.f. o le fans) e meno nostalgia per le mutande vendute. Scusa, ma io la penso così.
Dimenticavo: che bisogno c’è sempre di infarcire le proprie cose con ciò scritto da qualcun altro? Bisogna a tutti i costi affidarsi alle parole autorevoli di un autore riconosciuto per dare spessore a quanto si dice? Ben venga del sano autocitazionismo.

Ghega

Pubblicato da: Ghega - 03.03.07 15:46

Ghega (o come ti chiami veramente), ciò che hai scritto è assolutamente legittimo. Ma, una domanda: perchè "la famiglia è il peggiore dei luoghi possibili?".

Pubblicato da: Leonardo Colombati - 03.03.07 17:30

La retorica va forte, di questi tempi.

Pubblicato da: maurizio becker - 03.03.07 17:55

Ma perché è lì che si alleva e si uccide il piccolo egocentrico imperatore che c'è in ognuno di noi.

Ghega

Pubblicato da: Ghega - 03.03.07 21:31

ho letto la trama di Rio sul sito Rizzoli; mi incuriosisce molto.
Non sono una grande lettrice di autori italiani, e con Perceber non ce la potrei fare, ma questo mi incuriosisce (mi ha anche favorevolmente impressionata il tuo sito).

Pubblicato da: laura - 04.03.07 12:43

Anch'io Leonardo condivido gran parte dei sentimenti che provi in questi giorni. Il mio terzo libro è uscito quais un mese fa, e io ne ero terrorizzato. Non m'era successo con gli altri due. Li avevo vissuti con molta più leggerezza. Che sia qual che sia, in fondo ho cominciato per gioco e un gioco deve restare, pensavo. Quanto all'aspetto "successo" e/o "vendite", poi, non non me ne preoccupavo affatto, non mi sfiorava proprio il problema. Stavolta invece ho messo dentro al libro, per citare Tobino, "la mia casa fatta di carne". Ok, mi dicevo. Alla fine è solo una commediola con happy end e retrogusto amaro. Ma quell'amaro sono le mie stramaledette angosce, cavolo. Hai voglia a dire che ci son sei gradi di separazione fra la storia scritta e l'autore. Mi pareva di diver andare a piazza del Popolo a Roma e di dover rimanere nudo per mesi e mesi finché i giornali non avessero smesso di parlarne e i distributori non avessero ritirato l'invenduto. Sia chiaro. Della critica mi frega meno che niente. La critica, lo so gia, si aspetta i fuochi d'artificio linguistici di Mistandivò. E anche in "Niente da ridere" continua a trovare la lingua 'sincopata', 'rappata', 'espressionista'. Ma io ho fatto questo libro per raccontare una storia. Era quello che maggiormente mi interessava. Gli intervistatori che ti chiedono (ma che razza di idioti sono gli intervistatori?): "Quanto c'è di autobiografico?"... insomma però pian pano mi ci sto abituando. La gente legge e si diverte molto e mi scrive e trova gradevole il misto di umorismo e tragedia. La gente mi dice che non si stacca dal libro di 370 pagine finché non lo finisce. Vuol dire che ce l'ho fatta. Che ho fatto una storia, che ho escogitato un plot che 'cattura il lettore', come si dice. Ma, soprattutto, che i lettori -che sono un'entità diversa dai critici grazie a Dio- se ne fregano davvero poco se il protagonista Gregorio Parigino coincida con l'autore in tutto o in parte. La toria funziona da sé, e questo era quello che m'ero proposto già quando cominciai a scrivere la prima pagina. Ma ti assicuro che il terrore (proprio terror panico, molto simile al tuo, anche se riguardante altri aspetti della faccenda) mi ha pervaso per più di tre mesi antecedenti la pubblicazione. Però io avevo un antidoto. Poiché a questo romanzo ho lavorato veramente tanto, dopo l'ultimo giro di editing, un anno fa, mi son messo a scrivere una storia che avevo in mente da anni. Ho impiegato un anno a farla. Terza onnisciente, invece dell'insopportabile prima singolare. Mi è servita per dimenticare "Niente da ridere", e sta pure piuttosto piacendo a chi la faccio leggere (solo 180 paginette). Insomma io credo che uno scrive perché deve avere la necessità di raccontare una storia. Quando questa necessità gli viene meno smette. Non siamo cantanti. Io ho idea che non scriverò più per almeno 5 o 6 anni. Ho molta più voglia di leggere, adesso. O, come mi disse Giulio una volta, ho molta più voglia di chiacchiere al bar di ore con le persone che di sgobbare come un dannato (fatica, lo sai, immane: ma chi ti crede davvero? dimmelo: ti credo qualcuno?) davanti al pc per mettere in piedi una storia. Ti abbraccio.

Pubblicato da: Livio Romano - 05.03.07 09:52

Livio, Leonardo e Scrittori Tutti (Giulio no, che è superiore) se dovesse disegnarvi Massimo Giacon su scheda di Tiziano Scarpa, dalla vostra bocca uscirebbe invariabilmente una sola parola: "Amami":- )

Pubblicato da: Lucio Angelini - 05.03.07 10:25

Gà, ma quanto manca al giorno in cui ciascuno scriverà, pubblicherà, leggerà e rileggerà soltanto il proprio libro? Il narcisismo finirà - gioco forza - per bastarsi...

Pubblicato da: ei fu - 05.03.07 11:18

E io allora?
non lo faccio mai, d'accordo, non lascio commenti di questo genere, intendo, di solito non lo faccio o piuttosto lo faccio poco, e se non lo faccio è perchè molto spesso certe opinioni che vado facendomi lentamente, tra la gente che scrive o legge, mi sembrano comunque poco utili alla comunità, ma oggi mi sento punta sul vivo; oggi sento di avere questo bisogno; di avere proprio questa impellente necessità.
C'è un libro mio, pure, con alle spalle una vera casa editrice, che circola da una ventina di giorni. Ecco perchè.
Così quella che era sempre stata pura gioia di raccontare una storia, quello che era " guardare le cose come sono e mescolarle alle personali visioni, ai desideri, alle paure", si è trasformato in una specie di corsa.
Corro con un libro in mano, non so nemmeno perchè corro, tantomeno so dove vado, figurarsi, non so neppure che cosa esattamente ho costruito con questo libro qui, perchè senza parlarne con qualcuno a lungo non posso capirlo da sola.
Comunque non faccio niente: sono seduta alla mia scrivania e corro. Ancune volte ho l'impressione di correre sulla pista sbagliata. cioè mi sento cretina al pari di un tizio in gara da solo, senza altri concorrenti, ché gli altri son tutti affannati ma con giusto criterio, altrove, su un circuito diverso.
Ora fermarsi, prendere fiato e ricominciare a scrivere sarebbe la cosa pià saggia...

Pubblicato da: elisabetta liguori - 05.03.07 12:59

Tranquilla, Liguori. Come traduceva Ceronetti: "Fumo di fumi. Tutto non è che fumo":- )

Pubblicato da: Lucio Angelini - 05.03.07 13:15

Non vedo cosa c'entri il narcisismo. Mmha.

Pubblicato da: Livio Romano - 05.03.07 14:43

sorrido. mi fa sentire bene che anche un autore con già un'esperienza compiuta alle spalle sia attraversato dall'adrenalina che nasce così spontanea e bella. è un po' come sentirsi sempre bambini. senza una 'crosta' che indurisca i sentimenti. anche se posso capire che qualcuno ne sia distaccato, non per snobismo, ma forse per disillusione.
io non ho mai pubblicato - tranne alcune poesie su qualche rivista - , e mi è capitato di sentire la stessa elettricià che descrivi. qualcosa che ti fa spalancare sul mondo, che ti fa tremare ogni poro e ti mette in connessione con l'universo.
ben venga, dunque, sempre :)
auguri per il tuo nuovo libro!

Pubblicato da: iole - 05.03.07 17:30

in bocca al lupo a te
e a tutti quelli
che stanno per arrivare in libreria :)
per le pare c'è sempre tempo poi. purtroppo.
m

Pubblicato da: massimiliano nuzzolo - 05.03.07 18:46

@livio romano

dice a me? non pensavo a lei parlando di narcisismo, o non solo. nemmeno a me stesso o al signor colombati, che anzi più sopra ho dichiarato di apprezzare.
mi riferivo invece alla frasucola finale con cui il signor "ghega" ha siglato il proprio intervento in mezzo a questa serie di commenti per lo più buonisti, credendo certo di smarcarsi dal tono generale, ma finendo paradossalmente per sintetizzare il succo della malattia comune che qui si manifesta: "ben venga del sano autocitazionismo".

Pubblicato da: ei fu - 05.03.07 19:29

Il pardadosso è sempre il benvenuto.

(signora)

Ghega

Pubblicato da: Ghega - 05.03.07 21:58

Il leopardadosso, naturalmente.

Ghega

Pubblicato da: Ghega - 05.03.07 22:00

@ Colombati Binaghi Romano

sono preoccupata per voi, colombati ha ragione, NON è un atteggiamento sano.

Pubblicato da: Alcor - 06.03.07 12:48

Su, ragazzi, non prendetemi troppo sul serio. Era, il mio, un semplice sfogo. Ho la strizza della vigilia, e di solito, in questi casi, mi prende una cupa malinconia.
Più seriamente, un libro è un motore a due tempi. C'è il tempo della scrittura, che è l'unico che conta davvero; è il momento in cui sarebbe saggio non scendere a compromessi, in primo luogo con se stessi. Poi c'è il secondo tempo: il libro esce, volenti o nolenti bisogna promuoverlo, fioccano i giudizi, l'editore entra in fibrillazione, vieni trascinato in una giostra dalla quale è obiettivamente difficile scendere.
A me, finora, ha detto bene. Lavorare con Giulio e con Sironi è stato divertentissimo anche in fase promozionale. Più che lavorato, direi che abbiamo giocato.
Ed anche adesso, con Rizzoli, le cose procedono per il meglio e c'è una bella atmosfera.
Insomma, per chiudere il discorso, vi chiedo scusa. Ha ragione Angelini quando dice che sotto la superficie delle mie parole c'è il grido: "Amatemi". Non volevo giungere a tanto; ma ero un po' depresso e chiedevo solo una pacca sulle spalle. Ringrazio chi me l'ha data.

Pubblicato da: Leonardo Colombati - 06.03.07 17:59

Ciao Leonardo, trovo davvero bello e sincero questo tuo pezzo.
Marco

Pubblicato da: Marco - 07.03.07 14:41

a colombà ma davvero hai scritto, come leggo virgolettato sul magazine da d'orrico, che il tuo eroe Runeberg, ricchissimo e naturalmente dandy, tra i suoi capricci da dandy annovera "decapottabili a gogò - sic - cravatte di marinella - come mastella insomma - tweeds di saville road", che poi sarebbe savile row come tu che non sei mica uno di quegli sfigatissimi scrittori italiani che girano in due cavalli dovrebbe ben sapere. spero - mica tanto - che a sbagliare sia stato d'orrico. così magari smetti di tirartela da figo della madonna svezzato nientemeno che in lanton. eccheccazzo.

Pubblicato da: unokegirainaston - 08.03.07 17:25

L'ho letta anch'io l'intervista. La prossimità con Piperno la capisco: siete figli della stessa pippa.
Ma Saviano, che c'entra?

Pubblicato da: unochegirainbici - 08.03.07 19:00

Evidentemente Saviano ha capito che Piperno e Colombati sono due veri scrittori.

Pubblicato da: giuliomozzi - 10.03.07 11:48

Davvero?
Credevo che Colombati fosse una tua invenzione.

Pubblicato da: unochecadedalpero - 10.03.07 13:14

Purtroppo arrivo lungo: Leonardo ha ammesso che il suo sfogo, pur vero, era anche una richiesta di attenzione per un momento difficile, probabilmente ormai superato. Tutto umano e condivisibile. Se fossi arrivato prima gli avrei consigliato un bel respiro, venti gocce di Ansiolin e un bel: "Chi se ne frega!". Si può stare male per tantissime cose, ma aver pubblicato un romanzo con Rizzoli non credo che possa essere al vertice della scala.

Pubblicato da: Gianpaolo - 12.03.07 12:20

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