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15.03.07
Livio Romano: Niente da ridere (2007)
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Dopo Mistandivò, una raccolta di racconti uscita per Einaudi nel 2001, e il primo romanzo pubblicato l’anno successivo da Sironi, Porto di mare, l'ultima prova letteraria dell’autore, edita in una nuova collana da Marsilio, era attesa quale conferma di una delle voci più interessanti del nostro Sud, attenta alle modificazioni sociali di quella parte del territorio che ancora oggi patisce più che altrove gli inserimenti quasi sempre violenti della modernità.
Il cosiddetto progresso trova nella popolazione meridionale la cartina di tornasole di un malessere e anche di una follia che reca sempre con sé. Livio Romano a questo è attento e i suoi libri, accompagnati da una comicità amara, finiscono per essere una dura e ostinata denuncia contro l’ipocrisia, la mistificazione e l’inganno del vivere.
In una conversazione rubata al web, e precisamente alla rivista vibrissebollettino, curata dallo scrittore Giulio Mozzi, l’autore scrive a Leonardo Colombati, nel momento in cui sta per uscire, di lì a pochi giorni (il 7 marzo 2007), il suo romanzo Rio per Rizzoli:
“La critica, lo so già, si aspetta i fuochi d'artificio linguistici di Mistandivò. E anche in Niente da ridere continua a trovare la lingua 'sincopata', 'rappata', 'espressionista'. Ma io ho fatto questo libro per raccontare una storia."
Si comincia con un incidente stradale che rovina le gambe al protagonista Gregorio Parigino, trentacinquenne, insegnante e giornalista free lance, il quale, ricoverato in ortopedia, in una cameretta dove c’è un solo paziente, un ragazzino con la testa fasciata per un intervento chirurgico, e che soprannomina Tutankamen, si mette a rinvangare il suo modo di vivere frettoloso e disordinato per il quale non c’è “niente da ridere." La scrittura, moderna e piacevole, ha il ritmo frenetico della stessa vita che ci racconta, senza pause, in uno scorrimento che dà la sensazione reale dei secondi che scandiscono i gesti minimali e i pensieri minuti della nostra esistenza, la quale è in grado, attraverso l’usura della modernità, di trasformarci in esseri-marionetta dall’esilarante e malinconico destino. L’autore si trasforma così nello spettatore di questo teatrino di marionette, agitate da un perfido filo in mano altrui, e gioca con esse alla ricerca di una comicità che le riveli per ciò che sono diventate, e nello stesso tempo consente con la sua scrittura prensile di sedersi accanto a lui per assistere ad una esibizione la cui durata occupa tutto la spazio della vita. È ridendo, è divertendoci, in effetti, che prendiamo atto malinconicamente di come siamo, assimilati alle povere marionette che ci zompano davanti, così che il nostro riso e il nostro divertimento si rivelano come l’incosciente rappresentazione di una sconfitta. Il protagonista, infatti, pur riuscendo a fatica a destreggiarsi in un tale caos, ricorre continuamente alla “tonificante mandorla di Alprazolam", un ansiolitico che lo calmi: “Lascia che sia oh sì lascia che sia." I personaggi adulti hanno bisogno di farmaci che li aiutino ad affrontare le più disparate situazioni a cui la vita li mette di fronte. Niente da ridire, perciò, come suggerisce il titolo; piuttosto un bisogno di uscire dalla rete nella quale siamo stati imbrigliati per raccogliere i nostri pensieri e le nostre azioni e dare loro un senso più responsabile e più a misura d’uomo: “È la forza del senso che tiene vivi noialtri umani."
Quella in cui vive Gregorio è una famiglia del tipo pennacchiano, ma anche del tipo Casa Cupiello, in cui si va e viene trascinati dall’impellenza del vivere, che ha tradotto in macchietta la nostra vita. Delia, ufficiale veterinaria, è la moglie che deve badare, oltre che al marito e alle figlie, alla mamma di lui, alla mamma della mamma, ultracentenaria che si chiama Gregoria, e allo zio Filippo, che si è stabilito in casa loro, scacciato per debiti dalla moglie, nonché Rosina Giarricone, un’architetta “giunonica" amica di Delia, e “cinque bambine festanti che stanno demolendo un armadio.", di cui due sono le figlie e tre le loro cuginette. Ma quella casa è anche un porto di mare ricco di estrosi personaggi, a cominciare dallo scalcinato zio Filippo, e da Quintino Todisco, “di anni sessantasette", “Irrimediabilmente rincoglionito", che milita nel partito dei Verdi e propone a Gregorio (“Non sapevo neanche che fossero approdati i Verdi nella mia città.") di candidarsi nella loro lista.
Come in Porto di mare, la società con i suoi irrisolti problemi e le sue contraddizioni trova in questa occasione il modo di palesarsi in un giudizio severo che tocca in primo luogo l’ipocrisia e l’incapacità inveterata dei governanti: “Come se non sapessi che chiunque vincerà saprà ben farsi gli affari propri prima ancora che quelli della civitas."
Un candidato, suo avversario, “gira con la Kefiah palestinese intorno al collo e falce e martello d’oro bianco appesi alla catenina della cresima insieme con Madonna di Lourdes e Padre Pio."
Mettersi in politica, tuttavia, può avere i suoi vantaggi anche per uno come Gregorio, visto che l’Onorevole Turchetti, “ex picchiatore, già passato per il partito di Togliatti indi per quello di Spadolini.", gli promette mare e monti e un potere personale che può metterlo in vista agli occhi dei suoi, ed anche aiutarli a trovare una occupazione stabile.
Lo stile scoppiettante, giovanilmente moderno, riesce a trasformare il dramma sociale in un’ironica e burlesca rappresentazione di ciò che l’uomo è capace di combinare quando la ragione è messa al servizio dell’interesse personale, dell’egoismo, della vanità e del desiderio di ricchezza. Il lettore, come nel teatro goldoniano, si diverte e nello stesso tempo apprende le inadeguatezze e le distorsioni della nostra vita. Quella di Romano è un’operazione riuscita, proprio perché tiene incollato il lettore alla sua storia mostrandogli come dietro il riso che si scatena in lui si celi una profonda e inattesa delusione. E tuttavia, l’autore sembra suggerire di non farne un dramma tale da indurci ad odiare la vita, ma di prendere la nostra esistenza come un gioco senza vincitori né vinti a cui siamo stati chiamati a partecipare. Dice la moglie Delia a Gregorio: “mi basterebbe riuscire a trascorrere una giornata al mare da soli noi due e le bambine, tutto qui."
Direi che c’è un’immagine efficace la quale rende il succo della storia, ed è quella del capellone “ecuadoregno", detto anche “boliviano", “guatemalteco", “peruviano", “tedesco", “svizzero" e così via, raccattato da Rosina e portato in casa di Gregorio, il quale “ha un’andatura claudicante, direi proprio zoppa, è diosanto zoppo di una zoppia mai vista. Cammina sulla punta degli stivali e con gli arti superiori compensa lo squilibrio tenendoli piuttosto svolazzanti in avanti, preferibilmente verso le natiche di Rosina."
La parte centrale è rappresentata dalla campagna elettorale che Gregorio, con la sua gamba ancora ingessata, è costretto a fare su insistenza di Quintino. Le situazioni esilaranti non si contano. Eccone una: i due si recano da una famiglia il cui capo è un ferroviere che per passione si dedica alla “botanica, erboristica, alchimia, veleni, antidoti." Domanda ai visitatori se vogliano acquistare un collirio che fa bene agli occhi, visto che li hanno stanchi e arrossati. Naturalmente rispondono di sì, perché “bisogna dar gusto agli elettori": “A turno ci infiliamo nelle pupille tre o quattro gocce dell’intruglio che ci porta. Quintino dichiara di sentirsi un altro. Io comincio a non vederci più niente. Mi son messo negli occhi candeggina, altro che collirio. Peperoncino piccante, ortiche liquide, cosa cazzo mi son ficcato nei miei poveri occhi? Lacrimo e sento un prurito insopportabile. Faccio segno a Quintino di portarmi a casa. […] e sono pure mezzo ubriaco ché invece di vino il ferroviere ci ha versato acquavite a quaranta gradi, secondo me."
Durante questo periodo conosce Wanda, una bella “sventolona" che gira con un furgone e vende torrone. Intreccia una relazione con lei, perseguitato dai suoi sms ed e-mail accattivanti. Ma quando in campagna elettorale gli accade un increscioso infortunio, “Neppure l’sms di Wanda che proclama una mia somiglianza con Nicolas Cage mi fa riprendere." Il romanzo affronta questa avventura politica per segnarne con umorismo gli intrallazzi, i compromessi, le bugie e via discorrendo, in modo tale da stabilire una connessione stretta tra il caos della vita familiare e quello dell’ambiente politico, senza che sarà mai possibile, però, stabilire una gerarchia di causa e di effetto, a tal punto che il disordine sociale diviene anche leggibile quale conseguenza generalizzata di un mutato ordine di valori. Così accade che il caos che imperversa ovunque e la frenesia dei tempi nostri, si avvolgono in una spirale sempre più vorticosa e pervasiva che comincia a lasciare dolorose ferite: “Dobbiamo imparare a chiudere gli occhi e lasciare che il mondo vada allo sfacelo." Delia non ne può più di avere per casa tutta quella gente e se la prende con Gregorio, al quale scarica tutte le responsabilità fino a costringerlo ad abbandonare la casa. Altre peripezie attendono il protagonista che, uscito all’inizio del romanzo dall’ospedale con la gamba fratturata, ora vi deve far ritorno per il braccio, colpito da una palla da bowling: “Porto ancora le bende elastiche alla gamba sinistra e dopo un’ora dallo schianto con la palla rosso amaranto sono seduto sulla sedia a rotelle con questo braccio destro ingessato a L e issato a mo’ di saluto nazista."
La scelta dell’autore di passare in rassegna le sue giornate quasi minuto per minuto ed osservarle e metterle in risalto come se le vivesse attraverso una lente di ingrandimento, rende i paradossi che incontriamo talmente esilaranti e paradigmatici che il sorriso che si muove sulle nostre labbra è il sorriso di chi riconosce una realtà che gli appartiene. Gregorio siamo noi stessi immersi in quella specie di rivoluzione copernicana che percorre l’uomo moderno, non ancora arrivata a destinazione: un impasto incendiario che non sappiamo ancora se conduca alla distruzione o ad una rinascita: “La mia persona, questa piccola rotella a punzoni, cosa fa? Gira di nuovo a vuoto? Non ingrana con la grande ruota del mondo? Sfriziona di brutto?" Quintino, il vecchio professore “alto un metro e novanta" che lo ha trascinato alla candidatura, poi finita malamente, in un dialogo con il protagonista, che troviamo quasi al termine, dà indirettamente il senso di questa scrittura. Quintino sta scrivendo un romanzo e alle domande di Gregorio risponde: “Io sono un cronista, va bene? Io devo raccontare la vita delle persone. Di quelli come te, dei ragazzi che devono trovare un lavoro, dei vecchi come me che sognano ancora l’amore eterno, queste cose qua…" E ancora: “Non mi importa nulla dei posteri. Voglio vedere io stesso che reazione hanno quando leggono le mie storie."
Il romanzo evoca ogni tanto la figura del padre, che si pone come la sorgente di quella vita del protagonista che si sta srotolando nel disordine morale e materiale. Rude, distratto, freddo (“Tu tornavi e divoravi senza badare al sapore"), il padre, morto anni prima, è il rimando e l’alibi di una colpa, l’enigma freudiano la cui soluzione potrebbe d’un tratto ricomporre il tutto. La sua immagine si presenta ogni qualvolta la realtà intorno a Gregorio ammutolisce e si fa solitudine. Sembra che il padre, più ancora dell’adorata madre, sia il solo compagno capace di spronarlo nei momenti di smarrimento e di portarvelo fuori. Le colpe del padre, ossia, si trasformano in una vibrazione così forte da ridestarlo in tempo e proprio sulla soglia della sconfitta: “Io credo che gli uomini siano programmati per essere felici, come il resto degli animali."
E nel momento in cui Gregorio esce dal torpore e riacquista una lucidità prima smarrita, si fa sempre più intenso il ricordo della sua vita con Delia.
Siamo ora a Londra, Delia e Gregorio hanno trovato un nuovo lavoro fuori dall’Italia. Sono tornati a vivere insieme; la vita sembra non dar loro ancora quella tregua che cercano, ma si preannuncia, come fosse una nuova primavera, il lento, dolce risveglio alla speranza.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 15.03.07 18:56
Interventi
L'adulto ha bisogno del farmaco (in greco : veleno) per lenire i veleni della vita. Mi sembra, caro Bart, una forma di cura omeopatica particolarmente risucita in un contesto narrativo perfetto e come sempre da te descritto in modo efficace. C'è un'altro tema, a me caro, che hai evidenziato del romanzo di Livio Romano, ed è quello della marionetta, un dibattersi appesi ai fili dell'onorevole di turno (evenienza centrale in un Sud smandrappato e lasciato a se stesso) oppure alle trame invisibili dell'avventura senza sbocchi o anche soltanto affidato al capriccio del caso. Queste vite che penzolano fanno profonda malinconia, esprimono una inutilità del vivere che solo il sorriso può ricollocare nella dimensione del reale. 'Ma come sarebbe bello', invece, 'trascorrere una giornata al mare con te e le bambine'.
Un caro saluto
Carlo Capone
Pubblicato da: Carlo Capone - 16.03.07 10:22
Ho pubblicato un commento che non compare. Un salto e vibrisse e in particolare a Bartolomeo di Monaco.
Pubblicato da: Carlo Capone - 16.03.07 10:24
Carlo, ma sei davvero tu!!!
Che piacere rileggerti qui.
Ancora una volta il tuo commento è puntuale e attento.
Sono onorato della tua attenzione.
Ti auguro ogni bene.
Un abbraccio forte forte.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 16.03.07 12:36
Un abbraccio anche a te, Bart.
Carlo
Pubblicato da: Carlo Capone - 16.03.07 13:54
Carlo, un caro saluto anche da parte mia! E' un immenso piacere rileggerti e sapere di poter contare sulle tue meditate osservazioni!
E grazie, Bart, per la tua lettura di questa rappresentazione "a tutto campo" e attualissima del sud. Non ho ancora letto il romanzo di Livio Romano e sono pieno di arretrati di tutti i tipi, ma spero di poterlo fare al più presto.
Pubblicato da: Giorgio Morale - 16.03.07 14:27
Grazie Giorgio, un caro saluto anche a te.
Pubblicato da: Carlo Capone - 16.03.07 16:29
