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20.03.07
Ciò che deve accadere, accade: ed è insensato
di giuliomozzi
Informazione preliminare: in Breve storia di lunghi tradimenti, quinto romanzo di Tullio Avoledo tornano alcuni personaggi del primo, quell'Elenco telefonico di Atlantide che - grazie a un'articolessa di Antonio D'Orrico sulla quale, peraltro, nessuno ebbe nulla da ridire - finì rapidamente ai primi posti delle classifiche di vendita. Seconda informazione: l'informazione preliminare è falsa.
E' vero che in Breve storia tornano alcuni nomi dell'Elenco. Ma, secondo me, solo dei nomi: Giulio Rovedo, protagonista; Cecilia Mazzi, antagonista; e pochi altri. In realtà il Giulio Rovedo e la Cecilia Mazzi di Breve storia non hanno alle spalle la storia raccontata nell'Elenco; conservano alcuni tratti anagrafici (lui è il dottore in legge che lavora nell'ufficio legale della Ccctp, Cassa di credito cooperativo del Tagliamento e del Piave; lei è la giovane manager rampante spedita catapultata in Ccctp da Bancalleanza); ma mi sono sembrati personaggi del tutto diversi.
Anche Tullio, devo dire, in questo libro mi è sembrato uno scrittore diverso. Ma andiamo per ordine.
E' imbarazzante, ad esempio, quando all'aeroporto di Monaco, mentre te ne stai seduto sulla tua poltroncina, in ordinata attesa del volo per Amsterdam, e ti leggi il romanzo nuovo di Tullio Avoledo, è imbarazzante, dicevo, quando una signora germanica sui settanta, giunonica e cotonata, ti si avvicina e ti batte sulla spalla, porgendoti un pacchetto di fazzoletti di carta. E' imbarazzante, perché effettivamente stai piangendo.
E' imbarazzante, in un modo diverso, quando all'improvviso ti rendi conto che Breve storia non è quell' "intricato e divertentissimo gioco di scatole cinesi" che la quarta di copertina promette (e promette credibilmente: perché questo, benché non solo questo, ti aspetti da un libro di Tullio Avoledo): se c'è un "gioco di scatole cinesi", nel romanzo esso non viene raccontato; il complotto internazionale è nominato, alluso, ma nulla se ne sa; ci sono personaggi misteriosi che appaiono senza ragioni precise, senza precise ragioni narrative - così ti pare -, e il desiderio legittimo del lettore di sapere che cosa stia succedendo, che cosa succederà, o - almeno - che cosa sia successo, viene irrimediabilmente deluso. Il grande evento, la "madre di tutte le fusioni bancarie", avviene in mezza riga, a un passo dall'epilogo, senza alcun pathos. Doveva avvenire, avviene.
E allora? Siamo forse difronte a uno scrittore che, tirando stancamente in ballo i personaggi del suo libro inaugurale, tenta di rinverdirne i fasti? A me pare di no. Mi sono domandato che cosa abbia fatto o cercato di fare Tullio con questo romanzo; e non ho risposte chiare. Provo a dire quello che ho.
Giulio Rovedo si è spento. E' un personaggio meno brillante, meno caustico, meno pimpante, meno dotato di iniziativa (non fa altro che tentare di resistere senza nemmeno riuscirci, in questo romanzo) rispetto al Giulio Rovedo dell'Elenco. Non gli riesce di essere, come nell'Elenco, una sorta di antieroe involontario. In Breve storia Giulio Rovedo è, diciamola tutta, un piagnone. Uno che si piange addosso per le sfighe che gli sono capitate: il lavoro deprimente, lo stravolgimento anche di quel deprimente lavoro, l'incomprensibilità di tutto il suo mondo.
Cecilia Mazzi, da parte sua, non è più la brillante manager piena di intuizioni e dotata, nonostante il cinismo, di intelligenza e moralità: Cecilia Mazzi, in questo nuovo romanzo, è una donna che prende ordini. Non ha nessuna autonomia nel gioco. Esiste un Piano, esistono delle Autorità, e lei obbedisce. Se si prende delle libertà, come quella di danneggiare un'impiegata solo perché ha un nome ridicolo, sono libertà futili: quelle che si lasciano, per contentino, a chi sta in gabbia.
Non penso che la vena narrativa di Tullio Avoledo sia stanca. Penso, anzi, che il suo sguardo sul mondo sia diventato ancora e ancora più terribile. Ogni vitalità è spenta. Né gli amici né i nemici sono persone forti, libere, autonome. Perfino il complotto planetario è un flop. Quel che deve accadere, accade: ed è insensato.
Così, penso che Tullio abbia fatto bene a ritornare su questi due personaggi che indubbiamente sono, per lui, due Personaggi Mitici Fondativi. E credo che abbia fatto bene a raccontarci una storia nella quale la legittima richiesta del lettore ("Per piacere, fatemi capire che cosa sta succedendo") viene frustrata ancor più del solito. Non è bello, non è divertente, non è nemmeno interessante sentirsi dire che quel che deve accadere, accade, e che è insensato. Però così è.
E' questa lucidità, non nuova ma ancor più netta e tragica, che mi permetto di dire: qui, in questo romanzo, Tullio è diventato uno scrittore diverso. Più forte. Più rischioso. Più necessario.
(Perché piangevo, all'aeroporto di Monaco? Perché quando Tullio fa entrare nelle sue storie i bambini, io piango sempre. Non conosco nessun altro scrittore capace di rappresentare con tanta semplicità, in modo così diretto, l'esigenza di giustizia che i bambini portano con sé: e l'incapacità degli adulti a rispondervi).
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 20.03.07 16:24
Interventi
"Non conosco nessun altro scrittore capace di rappresentare con tanta semplicità, in modo così diretto, l'esigenza di giustizia che i bambini portano con sé: e l'incapacità degli adulti a rispondervi)."
C'è anche Eraldo Baldini.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 20.03.07 17:31
Per informare il lettore di Vibrisse.
"...un'articolessa di Antonio D'Orrico sulla quale, peraltro, nessuno ebbe nulla da ridire..." (Mozzi)
Credo sia vero che nessuno prese di mira le parole del giornalista citato, ma ricordo che si parlò parecchio - almeno in rete - del fatto che Giulio Mozzi fosse andato da D'Orrico a chiedere un passaporto per il successo di Avoledo. Era un gesto sconcertante, sicuramente fatto anche per generosità - sono sicuro che il motore di tutto non fosse far guadagnare l'editore. Eppure rimaneva sconcertante perché significava aspettare il cenno del capo di un uomo di potere, quello che manovrava le leve di una macchina di vendita basata sul "capolavorismo", sulla data di scadenza della grande tradizione letteraria, sullo slogan pubblicitario becero (per esempio il "post-pipernismo"). E' vero dunque, nessuno se la prese direttamente col giornalista. Nessuno - se ricordo bene - se la prese nemmeno con Mozzi. Ma in quel momento un metodo di vendita veniva "certificato", "universalizzato" anche a autori di valore come Mozzi e Avoledo. Si fondava una nuova era.
Pubblicato da: andrea barbieri - 20.03.07 18:39
Più ti leggo,Barbieri, e più penso che ti deve aver morso una tarantola, magari da piccolo. Come puoi pensare che un articolo di D'Orrico sia un passaporto per il successo? Un articolo molto visibile può dare molta visibilità a un libro, ma se è quella sbagliata (e forse Colombati ne sa qualcosa) crea solo delusioni. Io sono uno di quelli che ha saputo dell'esistenza di Avoledo da Dorrico, ma non compravo nè compro abitualmente i libri che recensisce, se ho comprato quello è perchè ci ho visto qualcosa che mi interessava. Io penso che un libro di successo sia tale perchè piace davvero a molti lettori, e libri come quelli di Avoledo meritano di essere mostrati a un pubblico vasto, perchè Avoledo cerca davvero il romanzo, con tutta la complessità e la raffinatezza di cui è capace lui ma il ROMANZO non la scrittura autoriale, bolsa o vigorosa ma di nicchia, che seleziona i propri lettori in una cerchia volutamente limitata. Ma forse sei disposto a riconoscere il valore solo a chi rimane altero e sfigatello. Liberissimo. Per me invece, la grande letteratura è grande romanzo, un genere popolare (in un senso che è troppo lungo definire qui) come lo sono stati il Don Chisciotte e Delitto e castigo, che ho visto leggere da persone di cultura minima oltre che massima. Quando hai in mano un libro come "L'elenco telefonico di Atlantide" non vai a proporlo su Nuovi Argomenti ma, se ci riesci, sul magazine del Corriere, perchè è un libro per tutti, non per esteti o professori o chirurghi della pagina.
Pubblicato da: valter binaghi - 20.03.07 18:57
Resta il mistero del perché tu non abbia pianto leggendo "Nenio":- )
Pubblicato da: Lucio Angelini - 20.03.07 19:14
Io di Avoledo ho letto solo 'Lo stato dell'unione'. Avevo in mente di leggere anche il resto ma qualcosa mi ha sempre allontanato. Forse perchè non è un grande scrittore, ma un buon mestierante. Se ti capita, per passare il tempo lo leggi in treno. O all'aereoporto di Monaco. Perchè no?
Pubblicato da: Christian Frascella - 20.03.07 22:37
'Lo stato dell'unione' è un gran bel libro.
Pubblicato da: gianni biondillo - 21.03.07 00:00
Per Andrea Barbieri. Quando si trattò di promuovere il libro d'esordio di Tullio Avoledo, ci rivolgemmo a una trentina di persone diverse: giornalisti di cultura, critici letterari, scrittori. Uno solo rispose: Antonio D'Orrico.
Non ci fu quindi una mia scelta di "certificare" il "metodo di vendita D'Orrico"; ci fu un disinteresse di tutti coloro ai quali mi rivolsi, tranne D'Orrico, nei confronti di Tullio Avoledo.
(D'altra parte, l' "Elenco telefonico di Atlantide" era un romanzo che molti editori - compreso l'attuale editore di Avoledo - [Aggiunta successiva: questa mia affermazione, come spiego nel commento inserito il 23 marzo, qui sotto, è falsa. Si tratta di un errore: un brutto scherzo della memoria] avevano rifiutato).
Dopo che D'Orrico fece il suo pezzo, tutti gli alri seguirono.
(Così come, pubblicato da noi Avoledo, gli editori maggiori cominciarono a inseguirci sventolando valigette piene di soldi - Mondadori, ad esempio, che offrì 180.000 euro, trattabili, per rilevarne il contratto).
Secondo me bisogna rendersi conto che Antonio D'Orrico è quello che è, e può permettersi di esserlo, anche perché ha deciso - astutamente - di occupare un vuoto. Quel vuoto nel quale, ad esempio, Avoledo sarebbe precipitato senza il pezzo in questione. (Perché, ci tengo a dirlo, il successo commerciale del libro d'esordio di Tullio Avoledo è dovuto *tutto* al pezzo di D'Orrico).
Pubblicato da: giuliomozzi - 21.03.07 08:24
Ho l'impressione che l'attenzione si stia spostando dai libri a chi (in una veste o in un'altra) li promuove. E che poco conti ciò che è scritto sulle pagine. La cosa avrà una retroazione. Anzi, già la ha, infatti si è finiti a parlare di D'Orrico anche qui, mentre il post con D'Orrico non ha nulla a che fare. Mentre il libro di Avoledo, anzi, l'interpretazione che ne viene proposta da Mozzi, mi sembra molto più degna di attenzione. Per esempio, Avoledo ha mutato il suo stile. Sono solo i suoi personaggi a essere stanchi o la sua scrittura si è evoluta (qualcuno potrebbe anche dire involuta, ma è scientificamente dimostrato che l'involuzione non esiste)? Insomma, il lettore che ha amato i precedenti libri di Avoledo lo riconoscerà o dirà: "Questo è il salto dello squalo?" (per il salto dello squalo confrontare e parafrasare http://www.dispenseronline.rai.it/shark.php).
Le risposte, che ognuno può darsi da sé, stanno tutte dentro al libro. Il resto è inutile. Diciamo che questo, a mio parere, era un argomento da Bottega di Lettura. E ho l'impressione, Giulio, che costituisca - per motivi che nnon credo opportuno dire qui - una sorta di dimostrazione empirica di tutto un ragionamento fatto nella lista di VL.
[poi c'è tutto un post scriptum, che è questo: fa bene ai libri la dietrologia sulle logiche editoriali, di mercato e giornalistiche? Non è che alla fine chi frequenta i blog letterari finirà a interessarsi più di quella che sta attorno ai libri piuttosto che a quello che ci sta dentro? Non è che, a parlare male di marchette e promozioni - dicendo il vero, o il falso, o il forse è così -, alla fine si dà vita solo a una teoria del complotto perenne e a un circolo vizioso di accuse e smentite?]
Pubblicato da: mauro - 21.03.07 09:00
@Mauro. Nel caso di Candida e dei suoi Backstage è l'autore stesso a tentare di interessare il lettore a quello che "sta dietro" il libro, anziché a quello che "ci sta dentro":- )
Pubblicato da: Lucio Angelini - 21.03.07 09:23
Ecco - spero che Marco non me ne voglia - grossomodo intendevo proprio questo.
[e, già che ci sono, nel mio precedente commento la frase "er esempio, Avoledo ha mutato il suo stile", necessita di un punto di domanda. Così:
"Per esempio, Avoledo ha mutato il suo stile?"
Pubblicato da: mauro - 21.03.07 09:33
Forse è il caso di chiarire il "grossomodo" di prima . Sta a significare che in linea di massima il backstage di Candida è un esempio di discussione intorno al libro invece che sul libro. Ma è anche vero che - se non ho capito male - il libro di Marco è imperniato su un significativo retroterra autobiografico per cui dire cosa sta attorno al libro potrebbe coincidere con ciò che ci sta dentro. Si potrebbe anche dire, molto meno elegantemente, che mi sembra sia un romanzo che mostra le viscere dell'autore, per cui, venendo meno la discriminante tra interiora e cute, la sostanza sembrerebbe coincidere con la forma. Resta solo da aspettarne l'uscita per scoprire se è vero.
Pubblicato da: mauro - 21.03.07 09:59
secondo me Marco in realtà non rivela ma vela il romanzo con i suoi backstage. Marco in un certo senso vuole allontanare i lettori dal romanzo e portarli in luoghi più *comuni*, perché credo che abbia ormai la certezza, ora che ce l'ha in mano, ora che lo sta correggendo, o forse che l'ha veduto stampato che quel libro non ha niente a che fare con quello che in rete lui ha fatto, detto e scritto.
E forse questo lo spaventa e spaventandolo ha bisogno di una zona di fuga, oppure una camera da decompressione... Io lo leggo come un ultimo tentativo di Marco di ingannarci e despistarci.
sul libro di Avoledo, come su quello di Colombati non dico niente, perché li ho comperati, ma non ho ancora iniziato.
e devo dire che se la letture, entrambe, di giulio sono giuste, siamo davanti a qualcosa di molto importante.
d.
Pubblicato da: demetrio - 21.03.07 10:38
Ci sono queste parole del post che mi hanno colpito.
"Non è bello, non è divertente, non è nemmeno interessante sentirsi dire che quel che deve accadere, accade, e che è insensato. Però così è."
Mi hanno fatto pensare al film Roberto Succo [http://www.tempimoderni.com/2002/settembre/film/succo/succo.htm], visto pochi giorni fa, dove accadono e vengono dette cose insensate, ma perfettamente calate nella narrazione filmica. Film bellissimo proprio per questo.
E anche In the bedroom [http://www.tempimoderni.com/2002/marzo/film/bedroom/bedroom.htm], dove la vita è rappresentata proprio come una serie di fatti che accadono, e la sensatezza e le certezze non hanno necessariamente cittadinanza.
Pubblicato da: mauro - 21.03.07 11:12
"Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia."
(Giacomino Leopardi)
Pubblicato da: Lucio Angelini - 21.03.07 12:28
interessante, avoledo.
so che è amico di palahniuk, tra le tante cose.
tipo scrivere di notte.
Pubblicato da: caino - 22.03.07 11:00
Il post di Giulio Mozzi su Avoledo contiene una menzogna detta per amor di tesi. Giulio lo sa. E sa che io so che lui sa. Desidererei una smentita ufficiale. Per amor di non so che.
Pubblicato da: dalia - 22.03.07 18:37
La "menzogna" alla quale allude Dalia Oggero (con la quale ho appena finito di parlare al telefono) è: che il primo romanzo di Tullio Avoledo fosse stato rifiutato da Einaudi (lo avevo affermato nel commento che potete leggere qui sopra).
La verità è che Einaudi non rifiutò il primo romanzo di Tullio Avoledo, perché Tullio Avoledo inviò il dattiloscritto a vari editori, ma non a Einaudi.
Non si tratta di "menzogna" da parte mia, ma di brutto scherzo della memoria. Il che non cambia molto: ho data un'informazione falsa.
Mi scuso con lettrici e lettori, con Einaudi, con Dalia e con Tullio.
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.03.07 15:31
"Breve storia di lunghi tradimenti" è davvero un grandissimo romanzo. Ha un fraseggio trascinante, vivo, potente. Mantiene forte la tensione, con un senso cinematografico. E descrive in modo forte gli sviluppi attuali delle multinazionali, le c.d. esternalizzazioni (già da qualche anno i call center per le grandi società americane sono ubicati in India). Un particolare: i software citati nel romanzo sono tutti veri, compreso CSS Free che consente di decodificare e vedere i dvd destinati al mercato statunitense (e non visibili sui lettori europei targati Regione 2).
Pubblicato da: Achille Maccapani - 25.03.07 13:57
Per Dalia. E' però vero che Einaudi (distinto da EinaudiRagazzi) ha sempre respinto le mie ghiotte proposte per adulti:- )
Pubblicato da: Lucio Angelini - 26.03.07 20:47
