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20.03.07
Ah, Rio!...
di giuliomozzi
[materiali vari su Rio: rassegna stampa, galleria dei personaggi, soundtrack ecc.] [un'intervista a Colombati nella Bottega di lettura] [Bartolomeo Di Monaco legge Rio]
Diversamente da altri, io ho letto il romanzo Rio di Leonardo Colombati. L'ho letto come leggo i libri quando sono un semplice lettore, senza preoccuparmi troppo di farmene un'idea, ma solo desideroso di leggere una storia interessante raccontata in modo interessante. (Quindi: non leggete questo articolo come una recensione). L'ho letto come leggo i libri degli amici, e cioè con la sensazione continua di non essere lì - come effettivamente ero -, col libro davanti, seduto al tavolo: ma di essere in uno stato di dormiveglia, magari a letto con la febbre alta - in effetti, ho attraversato qualche giorno di febbre alta -, mentre da qualche parte, da un luogo imprecisato, mi giunge la voce dell'amico che, appunto, mi racconta la storia. Mi è successo questo con Rio. Mi è successo anche nei giorni successivi, mentre tra un aeroplano e l'altro (sono stato a fare un lavoro ad Amsterdam) leggevo Breve storia di lunghi tradimenti di Tullio Avoledo, anch'esso appena pubblicato. E' una faccenda un po' spiritistica, ma non so che farci.
Si potrebbe immaginare che, trattandosi di romanzi di amici, la mia disposizione nei loro confronti sia pregiudizialmente favorevole. Io credo che non sia così. Al contrario, il romanzo scritto da un amico è un oggetto che mi turba e mi inquieta. So che quello che ho davanti è un romanzo, so che è un oggetto che aspira a una sua autonomia (e, se è bello, ce l'ha), eppure non mi è possibile evitare l'evocazione dell'autore: della sua voce, del suo corpo, delle nostre conversazioni e passeggiate, eccetera.
Se si tratta di un romanzo sul quale ho lavorato, o che addirittura ho visto nascere, la faccenda è più semplice: poiché ho potuto assistere, o addirittura partecipare, al lavoro di autonomizzazione che l'autore ha fatto, poiché ho assistito - per così dire - alle doglie del parto, so con assoluta certezza che quella cosa lì (l'autore) è distaccata, diversa, autonoma da quell'altra cosa lì (il romanzo). Ma non ho lavorato con Leonardo su Rio.
Ne lessi, su sua richiesta, una cinquantina di pagine, più o meno un anno fa, quando solo una cinquantina di pagine erano state scritte. Feci il possibile per non dire a Leonardo che cosa ne pensavo: perché [a] quel libro doveva essere pubblicato da Rizzoli, [b] in Rizzoli Leonardo aveva trovati i suoi interlocutori, e [c] non mi andava di mettermi in mezzo. Feci il possibile per non dire a Leonardo che cosa ne pensavo, e soprattutto per non dirgli che avevo fatta tanta fatica a leggere. Più fatica di quanto non mi fossero costate, qualche anno fa, altrettante pagine di Perceber: benché, indubbiamente, Rio si presentasse come una narrazione molto più cordiale e alla mano.
Pochi giorni prima di cominciare a leggere il finalmente pubblicato Rio, una persona mi aveva prestata La versione di Barney di Mordechai Richter. Lo avevo letto quasi tutto in treno, da Roma a Padova. Passando da Richter a Rio, ho avuta la sensazione di continuare a leggere lo stesso libro. E, in più, la sensazione di leggere un séguito, uno spin off, un supplemento del Dono di Humboldt di Saul Bellow. Attenti: non sto dando giudizi di valore. Sto dicendo che questi tre romanzi mi sembrano essere, nell'esperienza della mia lettura, romanzi della stessa specie. E tuttavia - qui dichiaro dei giudizi di valore - questa prossimità turbava la mia lettura: perché se La versione di Barney mi è sembrato tutto sommato nient'altro che un buon romanzo, Il dono di Humboldt mi pare uno di quei libri che legittimamente si possono chiamare, guardandolo ormai da una certa distanza, capolavori.
E dunque? Dunque, vorrei dire che benché la voce di Leonardo echeggiasse nella mia mentre leggevo, benché il romanzo che leggevo apparisse così tanto un romanzo di un certo tipo da parere quasi un romanzo di genere, benché effettivamente le prime cinquanta pagine mi siano di nuovo risultate un po' dure da leggere, alla fin fine Rio mi è sembrato un gran bel romanzo. Una storia di figure paterne contemporaneamente nobili e ignobili, raccontata da un figlio incapace tanto della loro nobiltà quanto della loro ignobiltà, probabilmente perché viziato dall'incapacità di amare del tutto egoisticamente.
Che poi su Leonardo piovano "schizzi di fango", lanciati da persone che preferiscono non leggere Rio - forse per il timore di contaminarsi? -, mi pare cosa di cui non preoccuparsi troppo. Il romanzo è lì.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 20.03.07 12:11
Interventi
Quando lessi Perceber (in vibrisse si può rintracciare la mia lettura), scoprii un autore interiormente molto ricco. Rio è appena il secondo romanzo di Colombati e mi aspetto, quando tra non molto lo leggerò, che questa vena scorra con altrettanta generosità. Hai detto bene, Giulio, ci sono alcuni che ne parlano senza averlo letto. E' molto triste.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 20.03.07 17:14
Ho letto "schizzi di fango" con i relativi commenti. Penso che leggerò Rio e mi farò un'idea. Il contorno delineato da alcuni commenti mi fa pensare che una delle "abilità" dello scrittore sia quella di fronteggiare fanghi e poltiglie varie, senza rimanervi sommerso.
Non so se ricordo bene, mi sembra che Giuliano Ferrara, rivendicasse il suo diritto di parlare male di un film, che mi pare fosse di Benigni, senza averlo visto. A me sembrava una sciocchezza, ma scopro ora che molti la pensano come lui.
emanuele
Pubblicato da: emanuele - 20.03.07 20:06
Una delle abilita' dello scrittore dovrebbe essere dileguarsi, non appena il romanzo esce.
Pubblicato da: Emanuele Pettener - 20.03.07 22:11
Non è umanamente possibile che Ferrara abbia pronunciato, o anche solo concepito, una frase geniale e polisemica come: "Non l'ho letto e non mi piace".
Lascia perdere le sue trasmissioni e i suoi articoli e vedi alla voce: Manganelli. Sarai più fortunato.
Poi, se ti va, rifletti sull'aggettivo "polisemico", magari eviti di addebitare agli altri "sciocchezze" che sono solo tue sterili congetture e conclusioni.
Vostradamus
Pubblicato da: Vostradamus - 20.03.07 22:58
“Un lettore di professione è in primo luogo chi sa quali libri non leggere; è colui che sa dire, come scrisse una volta Schweiller, “non l’ho letto e non mi interessa””.
(Giorgio Manganelli)
Pubblicato da: andrea barbieri - 21.03.07 12:25
"Schweiller"?
«Un lettore di professione è in primo luogo chi sa quali libri non leggere; è colui che sa dire, come scrisse una volta mirabilmente Scheiwiller, ‘non l’ho letto e non mi piace’». (G.Manganelli, Lunario dell’orfano sannita, Einaudi 1973, pag. 107)
Pubblicato da: Luca Tassinari - 21.03.07 14:31
Ok, il problema però è un altro, e cioè che oggi molti ragionano così: "Non l'ho letto, non mi interessa, però lo recensisco". E questo è scorretto.
Pubblicato da: sì però... - 21.03.07 15:40
In pratica, cosa?
Boh, sto pezzullo mi pare superfluo: diaristico.
Per quel che ho letto la narrazione è molto più cordiale e alla mano rispetto a "Perceber": a me pare uno spin off di Piperno. E per giunta, m'avete rovinato pure il finale del libro... come dico su. :-(((
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 21.03.07 16:08
Sono d'accordo con te su La versione di Barney e Il Dono di Humboldt.
Su Rio non lo so perché non l'ho letto e infatti in tutta questa diatriba (diatriba?) sono intervenuto soltanto per dire che ho tutto il frantumabile frantumato da queste diatribe (diatribe?).
E lo ripeto, davvero: trovo il mondo che gira attorno all'editoria del tutto incomprensibile e irritante.
Ci sono i libri, ci sono gli autori di questi libri.
Perché il 90% di cose che si dicono/scrivono non c'entrano nulla né con i libri, né con gli autori?
Solo e soltanto diatribe (diatribe?).
Devo essere inadeguato e stupido, lo sento.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 21.03.07 16:58
Il 90 per cento delle discussioni intorno alle arti sono diatribe.
Roberto: se vuoi, per cambiare, si possono usare le clavi. :-D Io uso quella chiodata. E tu? ^_____^
Oppure possiamo fare i calzolai. :-)
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 21.03.07 20:10
Iannozzi, complimenti per la scoperta dell'acqua calda.
Dici che il mio pezzo è "diaristico": il che è evidente a tutti.
Nego però che sia superfluo. Visto che il romanzo in questione è uscito da dieci giorni, e visto pare che non se ne possa parlare perché non s'ha da parlar d'altro che di un articolo di giornale che lo concerne, che cosa potevo fare per tentar di riportare l'attenzione sul romanzo stesso? O scrivevo un gran pezzo di critica (cosa di cui non sono capace), o scrivevo una pagina di diario.
Vedi che anche tu, definendo "Rio" "uno spin off di Piperno", cadi nella ludicamente tesa da D'Orrico. Se tu avessi detto (come ho detto io: ed è un'ovvietà) che l'autore di "Rio" palesemente guarda a certi modelli ebreo-americani (che sono, in parte, gli stessi ai quali guarda l'autore di "Con le peggiori intenzioni": ma non sono solo questi due autori a guardare a tali modelli...), avresti detta appunto un'ovvietà, ma almeno un'ovvietà corretta.
Pubblicato da: giuliomozzi - 22.03.07 08:28
Oh, ho scritto un commento sul post "Schizzi di fango".
Un altro.
No, perché se non lo scrivo qui, poi magari nessuno va più giù e rischio che non venga letto.
Che qua bisogna darsi da fare per esserci, magari sto imparando.
Lentamente, come è il mio solito.
Pubblicato da: Roberto Tossani - 22.03.07 09:09
Scusate, per fare in fretta ho preso la citazione dal blog di una persona che conosco, ma vedo che non è corretta. E dire che lui è sempre così precisino. Comunque l'avevo postata sostanzialmente per riportare a Scheiwiller la paternità di quel concetto semplice per cui non è possibile leggere tutto, e nel selezionare si fa un'operazione consapevole, di giudizio, che anche se indiziario può risultare corretto.
Io per esempio applico quel concetto sempre più spesso, e ascolto i consigli di pochissime persone, o di alcuni blogger che non conosco ma in cui riconosco serietà e intelligenza. Il mercato editoriale è pieno di robaccia pompata ovunque come "imperdibile" "divertentissimo ma profondissimo" "capolavoro" ecc.. I libri costano parecchio, il tempo non è tanto. Dunque non si può fare altrimenti.
Pubblicato da: andrea barbieri - 22.03.07 09:24
Giulio, a volte mi piace riscoprirla l'acqua calda. Soprattutto oggi che l'acqua è un bene prezioso, e che lo sarà ancor più fra qualche anno. Non fa dunque male riscoprirne il valore, dell'acqua, calda e fredda, e come metafora.
Io dico che è uno "spin off" di Piperno, ma in senso spregiativo: ovvero, già "Con le peggiori intenzioni" era per me un romanzetto da due soldi, ora leggendo "Rio" ho l'impressione che Leonardo Colombati abbia continuat"a" quella storia che Piperno aveva scritto, pubblicato 3 anni or sono, se non sbaglio. Se "Rio" avesse avuto titolo "Con le peggiori intenzioni 2", come certi filmetti di Christian De Sica e Massimo Boldi - e sono molto addolorato che la coppia adesso spaiata perché insieme mi facevano ridere col terrore fra i denti ma perlomeno ridevo - non mi sarei meravigliato, anzi avrei da subito plaudito, perché, senz'ombra di dubbio, avrei saputo a cosa stavo andando incontro. Come quando a Natale escono in sala Boldi e De Sica con i loro innumerevoli "Vacanze di Natale" che sono 1, 2 in Egitto, ecc. ecc. : se uno si caccia in sala è perché sa che andrà a vedere proprio De Sica e Boldi con le loro vacanze numerate. Con "Rio" - titolo che trae in inganno - ci troviamo di fronte a un Leonardo Colombati che ha, a mio avviso, scritto l'ideale seguito, o la nuova puntata, di "Con le peggiori intenzioni": un romanzo che mi ha un retrogusto fortemente di soap-opera. Come lettore sono rimasto molto deluso: non è di certo il romanzo che m'aspettavo dall'Autore di "Perceber". Forse pretendevo troppo, sempre come lettore. E bada bene che sto parlando "come lettore", non facciamo confusione. Meglio ripetersi più e più volte. In quanto ai modelli ebreo-americani, io, sinceramente, non ce li ho visti se non come qualcosa di molto nebuloso e costruito a tavolino: niente che abbia a che vedere con la naturalezza espressiva di Saul Bellow e con la sua innata capacità di evidenziare tensioni sociali. Ne consegue che: Piperno così come Colombati hanno scritto sì dei romanzi, non lo nego, ci sono le parole che li fanno, ma che in verità sono soap-opera (per il lettore), lontanissime anni luce dall'umorismo di Woody Allen, dall'introspezione sociale di Saul Bellow e dal realismo spirituale e sensuale di un Noah Gordon. E forse i lettori di appetiti semplici sanno apprezzare Piperno e ora Colombati proprio perché scrivono soap-opera facili, volgarotte, commestibili, che non mettono in campo tensioni troppo forti e originali. D'altro canto indiscutibile è il successo di "Con le peggiori intenzioni", un successo di vendite.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.03.07 09:43
In realtà la frase Scheiwiller va molto oltre il semplice 'non leggo quello che non mi interessa'. Quest'ultimo è un diritto sacrosanto del lettore, specialmente a fronte di un mercato editoriale che sforna 50.000 titoli all'anno.
'Non l'ho letto e non mi piace', invece, contiene un giudizio di valore, e dato che il giudizio segue immediatamente una dichiarazione di ignoranza ('non l'ho letto'), si tratta a tutti gli effetti di un pregiudizio. Scheiwiller con quella frase rivendicava il diritto di avere pregiudizi nei confronti di un libro.
Personalmente sono d'accordo con Scheiwiller e con Manganelli: ognuno ha il diritto di scegliere cosa leggere in base al proprio gusto e di giudicare brutto ciò che non sceglie. Però ha anche il dovere di ammettere che il suo 'non mi piace' è un pregiudizio, non un giudizio argomentabile.
Si può discettare pubblicamente di un libro non letto? Sì, secondo me si può, ma il non-lettore dovrebbe essere consapevole che gli unici argomenti che può portare nella discussione sono i motivi per cui 'non l'ha letto e non gli piace'. In altre parole, il non-lettore può argomentare solo i propri criteri di scelta, il proprio gusto personale, usando il libro non letto come pretesto. Se si avventura oltre dimostra scarsa intelligenza.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 22.03.07 10:29
Letto per metà, come lettore: vado a rilento, è che la storia mi annoia e per giunta conosco il finale, giacché Saverio Simonelli, nella sua recensione, non si esime dal raccontarcelo. :-(((
Giulio, metti un avviso. Non lasciare che altri leggano la recensione di Simonelli, senza sapere che andranno incontro alla "fine" del libro. Poi, per me... però a me m'ha guastata la lettura. :-(((
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.03.07 10:54
e il colpevole chi è il maggiordomo?
d.
Pubblicato da: demetrio - 22.03.07 11:51
Iannozzi, se sapere come una storia va a finire ti rovina il gusto della lettura, vuol dire che sei proprio un lettore da soap opera.
Vedo comunque che concordi in pieno con Antonio D'Orrico.
Pubblicato da: giuliomozzi - 22.03.07 11:51
Iannozzi, tanto per sapere, quante volte ancora hai intenzione di renderci partecipi del fatto che il libro di Colombati non ti è piaciuto?
Pubblicato da: libitum - 22.03.07 12:04
@ GIULIO
No, tu non capisci. O vuoi far finta di non capire.
Te lo dico in altra maniera: "RIO" è un tentativo di emulare quei temi che sono in Bellow, in Noah, in "Io e Annie" di Woody Allen, etc. etc. Il libro di Piperno faceva la stessa cosa: cercava di emulare gli autori di cui sopra. Risultato: canovaccio per dare corpo a una soap opera, e non a qualche cosa di diverso.
Non concordo affatto con D'Orrico, se non per il fatto che "Rio" lo si potrebbe intendere come proseguimento, come ulteriore puntata della soap opera iniziata da Piperno. Ma non parlo di pipernismo né di post-pipernismo, che mi fanno ridere altamente. Io parlo di soap-opera e basta: di soap opera, di scrittura finanziata dalle ditte di detersivi. E la differenza è NETTA fra soap-opera e il post-pipernismo che è un qualcosa di inventato di sana pianta da D'Orrico per dire di "Rio" alla sua di maniera. Colombati (per "RIO") e Piperno sono fra loro legati per il semplice fatto d'aver scritto soap opera per il volgo, per il popolino, al pari di tanti romanzetti harmony, perlomeno per quanto mi riguarda come "lettore". Solo che qui c'è un po' più di sesso esplicito e qualche magnate berlusconiano. Al limite si potrebbe coniare l'"harmonysmo"
Sì, sapere il finale in anticipo mi ha disturbato ENORMEMENTE. E ti spiego perché: 1. RCS non me l'ha mandato il libro e nemmeno l'Autore; 2. ho dovuto pagarlo di tasca mia e quindi in quanto "lettore" - sottolineo in quanto "lettore" - PRETENDO un minimo di rispetto, quello che non mi si racconti il finale, perché come "lettore" ho il sacrosanto diritto di essere anche un emerito imbecille che però ha tirato fuori di tasca sua 17 Euro per leggere un libro di cui leggendo una recensione viene a sapere il finale; 3. se io racconto a grandi linee metà, anzi poco meno della metà d'un libro, mi si rompono gli zebedei sino alla nausea...
Il 3 punto puoi pure fregartene, acqua passata con certa gente. Ma gli altri due non credo: altrimenti tanto varrebbe che io domani scrivessi una recensione a "Rio" partendo dal finale: ma se lo facessi, ci metto le mani e i piedi e gli zebedei sul fuoco, che verrei come minimo crocefisso senza anestesia né locale né totale. Però non ti preoccupare: sono ancora un "lettore", lo devo ancora finire di leggere "Rio", e non penso proprio di parlarne oltre che qui in sede di commento. Anche perché odio parlare di libri che per parlarne devo pagare di tasca mia, chiaro il concetto? Intanto, come lettore mi sento fregato, fregato, fregato.
Direi che ho impegnato fin troppe energie come "lettore" per parlare d'un romanzo di cui conosco il finale, e che però io sono a metà. E sono sempre io, il lettore. Se l'avessi scelto io di leggermi il finale - come insegna Pennac - allora era un altro paio di maniche. Non l'ho scelto IO LETTORE DI SAPERE IL FINALE DEL LIBRO.
Ciao
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.03.07 12:38
Iannozzi, tanto per sapere (e 2), quante volte ancora hai intenzione di renderci partecipi del fatto che il libro di Colombati non ti è piaciuto?
Pubblicato da: libitum - 22.03.07 12:45
Tassinari, l'ermeneutica ha teorizzato la "pre-comprensione" senza attribuirgli l'accezione negativa che la parola "pregiudizio" porta con sé. E non si tratta di un "diritto" ma di una tappa che porta alla comprensione (anche se qui ne parliamo per dire che non vogliamo procedere perché si ritiene la cosa inutile, e questo tipo di selezione è fondamentale per non dissipare le risorse). L'espressione di Scheiwiller si muove in quell'ambito lì, ed è anunciata brillantemente in forma di paradosso perché Scheiwiller è un grande editore e un grande snob.
Del resto gli editori non sempre (o quasi mai?) leggono un intero manoscritto, si giudica da poche pagine, no?
E questo lo fa anche il lettore, oggi più che mai, dato che le uscite sono migliaia e ognuno per farsi notare tende a spararla più grossa di tutti.
Quello che chi lavora coi libri non capisce (editori, librai, consulenti editoriali, talent scout, critici) è che proprio perché l'aria è così inquinata, bisogna marciare in direzione ostinatamente contraria. Capire che bisogna lavorare - mettendo in conto che occorrono anni- per costruirsi una credibilità basata sulla qualità assoluta di ciò che si pubblica e sui testi critici che li riguardano. Questo dovrebbe essere il faro, non il volume di pubblicità che si riesce a ottenere, o le rincorse più o meno assorbenti dietro i gusti del mercato.
Anche perché ad affidarsi a personaggi che hanno a disposizione vetrine golose come quella di D'Orrico, personaggi che sono molto lontani dal seguire il criterio della qualità (magari perché lavorano anche sui libri stampati dal loro datore di lavoro) alla lunga discredita, oltre a far introiettare certi meccanismi che finiscono per tenere lontani da ciò che è buono davvero.
Pubblicato da: andrea barbieri - 22.03.07 12:49
Iannozzi, vedo che sei sempre più d'accordo con Antonio D'Orrico, soprattutto nella riduzione di un libro alla pura "storia".
Pubblicato da: giuliomozzi - 22.03.07 12:56
Giulio, vedo che sei sempre più caparbio.
Trovami dove D'Orrico avrebbe scritto, o avrebbe dato un giudizio di valore per "Rio" che trattasi di una soap opera, e a quel punto, caro Giulio, ti darò ragione.
No, io sto dicendo di soap opera: non di riduzione di un libro a pura "storia".
Sapendo che tu ami molto il De Mauro Paravia on line, soap opera: "...un intreccio falsamente realistico e stereotipato di vicende patetiche e sentimentali, che coinvolge gli stessi personaggi o gruppi familiari per numerose puntate".
D'Orrico parla di pipernismo, io al limite posso parlare di harmonysmo.
E' inutile perder tempo...
Statti bene.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.03.07 14:31
Iannozzi, tanto per sapere (e 3), quante volte ancora hai intenzione di renderci partecipi del fatto che il libro di Colombati non ti è piaciuto?
Pubblicato da: libitum - 22.03.07 15:10
Iannozzi, mi sorprendi. Dire che una tal cosa è una "soap opera" non è, e non può essere, un giudizio di valore.
E di nuovo mi sorprendi: se tanto ti lamenti - al punto da volere i soldi indietro - di aver saputo come "Rio" va a finire, è evidente che d'un romanzo tu consideri apprezzabile null'altro che la "storia".
Pubblicato da: giuliomozzi - 22.03.07 15:11
Giulio, non capisci. O non vuoi capire.
A essere stupito sono io: credimi.
No, sto mentendo: per niente stupito.
Rio di Leonardo Colombati "non è realistico", "è stereotipato": sto emettendo un giudizio di valore.
L'avevo già fatto dicendo che "Rio" è una "soap opera".
Ti ho persino dato l'"aiutino" à la Venier citando il tuo amato De Mauro Paravia on line: ma tu fai il sordo da entrambi gli orecchi. E allora io che ci posso fare? Niente.
No, non voglio indietro i soldi. Statte buono.
Però, vediamo se capisci...
Il lettore ha "sì" o "no" il diritto di "non venire a conoscenza del finale di un romanzo (di un libro) leggendo una recensione per farsi un'idea sommaria" prima che egli, il lettore, abbia il tempo materiale di leggere il libro per intero?
La risposta, per cortesia, che sia un "sì" o un "no". Una risposta diversa la riterrò "inutile", "fuffa", "prender per i fondelli".
Ah: il lettore, intendi pure i "potenziali lettori", al plurale.
In coda al cine per vedere "IL Gladiatore": un tizio l'ha già visto, mi dice, "sai, bello, alla fine Russel Crowe entra nel Colosseo, con la barba ben aggiustata, e ha la meglio su tutti. Ha vendicato la famiglia. Roma l'applaude." Guardo il tizio di storto e sospiro: "Fortuna che non avevo fatto ancora il biglietto. Grazie per avermi rovinato la serata. A non più rivederci."
T'è chiaro il discorso?
No.
Non importa.
Buone cose... ecc. ecc. ecc.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.03.07 15:39
Iannozzi, tanto per sapere (e 4), quante volte ancora hai intenzione di renderci partecipi del fatto che il libro di Colombati non ti è piaciuto?
Ad libitum...
Pubblicato da: libitum - 22.03.07 15:52
spezzo una lancia in favore di (una) cosa detta da Iannozzi. non è bello sapere come finsice un libro. "scoprire" il finale non è l'unica ragione per leggere né l'unico metro con cui giudicare un testo, ma certo - soprattutto in un romanzo - il gusto della scoperta graduale può essere molto dolce. inoltre, il finale di un testo viene - o dovrebbe essere - costruito, ci sono molte scelte che uno scrittore fa in funzione del finale e del modo con cui arrivarci. da questo punto di vista il lettore può emettere un proprio giudizio sulla bontà ed efficacia delle strade stilistiche e narrative lungo le quali è condotto, spesso tramite piccoli passi e indizi. se leggendo si sa già il finale, è più difficile valutare l'efficacia dei passi con cui si è condotti. quindi non mi pare superficiale prendersela perché un recensore - senza avvertire! - svela il finale. poi ciascuno può darci più o meno peso, ma chi ci dà peso ha le sue sacrosante ragioni. ciao
Pubblicato da: paolab. - 22.03.07 17:14
@ PAOLA
:-)
Quoto tutto.
Uno dei piaceri nell'affrontare una lettura è dato dalla scoperta graduale della storia, della psicologia che fa muovere i personaggi, ecc. ecc. Credo che ogni lettore tragga "piacere" da una lettura, sia essa impegnata o meno, proprio dal fatto di "scoprire pagina dopo pagina".
Io, per mio, se devo parlare di "Guerra e Pace", di un classico, bene, posso partire anche dal finale, perché non è l'attività promozionale a muovermi... o meglio non c'è solo solo questa, è secondaria per certi versi. Ma se di un libro appena uscito mi viene svelato il finale, Giulio, capisci che un po' mi dà fastidio. Poi ci sono diversi modi di fare recensioni critiche, non lo metto in dubbio. Però il rispetto per il lettore, a mio avviso, è fondamentale. Per mio, al massimo, esagerando, quando racconto d'un libro appena uscito ne dico metà della trama: non mi spingo oltre. Se invece parlo de "I promessi sposi" parto e finiscono da dove più mi pare giusto per impostare un discorso...
Giulio: perché con Paola, sempre gentilissima, riesco a comunicare e con te c'è una sorta di background noise? :-)))
Vabbe'.
Ciao
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.03.07 17:28
Ma parla Iannozzi, che nelle sue recensioni fa il riassunto di tutta la trama fino alla fine?
Pubblicato da: ma da che pulpito... - 22.03.07 19:16
Ma sei io i libri non li leggo se non per le note di copertina, per la quarta di copertina, per la bandella quando c'è, come farei a raccontare tutta la trama dall'inizio alla fine? O_____o
E' proprio vero: il diavolo fa le pentole e non i coperchi. [ Segue cachinno luciferino, il mio, molto divertito... come lo farebbe un Benigni ^____^ ]
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 22.03.07 22:19
Le poche volte che un libro lo leggi davvero, le tue recensioni sono riassuntini da elementari.
Tutte le altre volte, fai finta di aver letto il libro di cui parli, e di solito chi lo ha letto davvero si accorge che fai finta praticamente subito. Un titolo a caso: il "Dies irae" di Genna, del quale era evidente che non sapevi nulla, ma proprio nulla, però hai continuato a stroncarlo in tutti gli spazi commenti di tutti i blog, per mesi, per meri motivi di antipatia personale nei confronti dell'autore. All'epoca, chiunque il libro lo avesse letto davvero ti sgamava immediatamente, perché era chiaro che a malapena lo avevi sfogliato.
Pubblicato da: possibilissimo - 23.03.07 00:46
A parte che sei un anonimo e a me mi fanno schifo gli anonimi.
C'è solo un piccolo particolare: io ho sempre detto che Dies Irae non l'ho letto né mai lo farò, che solo ho letto alcuni stralci on line, e qualche pagina rubata, il che mi bastava e avanzava. Mai detto d'aver letto il Dies Irae. E lo ripeto: non l'ho letto né mai lo farò, perché quel poco che ho letto mi basta e m'avanza. Aspetterò semmai una edizione moltooo economica: ma non so mica se lo prenderò.
Sempre e solo questo ho detto: fanno fede i miei commenti, quelli autentici, non quelli taroccatti e piratati.
Al solito, il diavolo fa le pentole e mai i coperchi. E i detrattori possono andare a zappare la terra in Brasile.
Però ho letto Cesare Battisti: e non lo negherò mai e poi mai, perché l'ho detto io, un cane scrive assai meglio di Battisti. Adesso scriverà in prigione. Ah Ah Ah
Statti bene. E fine qui, perché non mi sembra giusto occupare lo spazio di Rio con attacchi a me. Se hai voglia fegato e coraggio, provaci a venire da me che ti faccio ballare io come si deve, la tarantella. Da me non mi censuro... Vieni, venite. Avanti: let's go party, Baby. :-)
[ Segue cachinno luciferino, il mio, molto divertito... come lo farebbe un Benigni ^____^ ]
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.03.07 06:42
Iannozzi, sono sorpreso. L' "Orlando furioso" indubbiamente "non è realistico". Né, se permetti, lo era "Perceber" (vedi la storia di Grancy, la gracevola cabarettista: tanto per dirne una). Se dico di una narrazione che "non è realistica", sto descrivendo: non sto emettendo un giudizio di valore.
La "soap opera" è un genere. Quando dico che una cosa è una "soap opera", dico che appartiene a un certo genere: di nuovo, sto descrivendo. (Se dico che una certa bestia è una "cavalletta", emetto forse un giudizio di valore?).
Alla domanda: "Il lettore ha 'sì' o 'no' il diritto di 'non venire a conoscenza del finale di un romanzo (di un libro) leggendo una recensione per farsi un'idea sommaria' prima che egli, il lettore, abbia il tempo materiale di leggere il libro per intero?".
Rispondo: "no". L'unico modo per garantire questo diritto sarebbe:
- stabilire il divieto per un recensore a raccontare l'intera trama di un romanzo,
- instaurare un servizio di censura preventiva sulle recensioni, o almeno prevedere un diritto al risarcimento del lettore da parte del recensore.
A entrambe queste cose, in quanto mi sembrano grottesche, sono contrario.
Per il resto, una recensione si può leggere o non leggere; si può leggerne solo metà, eccetera. Si può pensare e dire e sostenere che recensire raccontando tutta la trama non sia la cosa migliore; ma parlare di un "diritto" del lettore a non sapere come finisce un romanzo mi pare un'idiozia.
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.03.07 10:31
>> "A entrambe queste cose, in quanto mi sembrano grottesche, sono contrario."
Per te, dunque il lettore non può accampare il diritto di non venire a conoscenza del finale.
Allora, poniamo un caso pratico: io racconto tutta la trama d'un libro, di uno appena uscito in libreria - o che ho avuto modo di leggere prima degli altri in quanto critico -, verso cui c'era grande attesa da parte del pubblico e dei critici.
Avrò fatto sì o no un buon "lavoro", onesto, nei confronti dell'autore e dei lettori?
>>Per il resto, una recensione si può leggere o non leggere...
Anche la pubblicità. Anche i libri.
Tutto ciò che è scritto nero su bianco.
Quindi se io d'ora in poi raccontassi tutta la trama dei libri che leggo - pardon, dei libri che non leggo -, finale incluso, non starei facendo un'idiozia, tutt'al più mi si potrebbe riprendere bonariamente dicendomi "si poteva fare diversamente, ma era un tuo diritto raccontare filo e per segno il libro nella maniera che hai scelto."
Bene, Giulio, quando sei tu a dirlo, sicuramente molto più esperto di me, io sol più dico che forse hai ragione tu e che io forse ho detto un'idiozia sostenendo che il lettore ha il diritto di non sapere il finale d'un libro, d'un film, ecc. ecc.
>> La "soap opera" è un genere.
Vero.
Ma, se per assurdo, io mi esprimessi in questi termini: l'"Orlando furioso" di Ludovico Ariosto è una soap opera, darei sì un genere all'opera di Ariosto ma emetterei anche, e soprattutto, un giudizio di valore, ovvero "vicende patetiche e sentimentali".
Dire d'un romanzo, metterlo in un "genere" è anche emettere un "giudizio di valore".
Pensa solo a quanti scrittori, oggi, s'inalberano perché considerati, messi in un "genere", quello della sf, del giallo, del thriller, del rosa... S'incazzano e di brutto.
Dobbiamo continuare con questo... ehm... gioco? :-)))
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 24.03.07 12:41
santo cielo,
fermate Mozzi. ma è modo di porsi questo?
Pubblicato da: paolo - 25.03.07 04:37
Iannozzi, no. Assegnare un romanzo (o una qualsiasi opera letteraria) al "genere" al quale eventualmente appartiene, è un atto di descrizione. Può essere un giudizio di valore (mascherato, quindi secondo me non limpido) solo se chi dichiara l'appartenenza di un certo testo a un certo genere è convinto che *tutti* i testi appartenenti a quel certo genere sono brutti (o belli) e/o che un testo di quel certo genere non può che essere brutto (o bello). Ma allora il giudizio di valore non è: "questo romanzo appartiene al tal genere, e quindi è brutto (o bello)", ma è: "tutti i romanzi che appartengono al tal genere sono brutti (o belli)". Non si ha più, in somma, un giudizio su un testo specifico, ma un giudizio generale su un intero genere. Che è una cosa diversa.
Se dici di un romanzo che contiene "vicende patetiche e sentimentali", non emetti alun giudizio di valore: semplicemente, descrivi il contenuto narrativo del romanzo (ci sono svariati capolavori che raccontano "vicende patetiche e sentimentali", da "Pamela" di Richardson in poi).
Gli scrittori che oggi si "inalberano" perché vengono "messi in un genere", ho l'impressione che si "inalberino" perché si rendono conto che dietro la "messa in un genere" sta un giudizio di valore mascherato (non limpido). Ed effettivamente mi pare molto più sano e onesto dire: "Questo libro mi par brutto", piuttosto che dire: "Questo libro è una soap opera", sottintendendo che se un libro è una soap opera, necessariamente è brutto (il che è tutto da dimostrare).
Iannozzi, sì. Scrivi: "Quindi se io d'ora in poi raccontassi tutta la trama dei libri che leggo [...], finale incluso, non starei facendo un'idiozia, tutt'al più mi si potrebbe riprendere bonariamente dicendomi 'si poteva fare diversamente, ma era un tuo diritto raccontare filo e per segno il libro nella maniera che hai scelto'."
Sì, appunto, ma con una precisazione: chi fosse poco o per nulla d'accordo, o avesse un carattere bilioso ecc., potrebbe decidere di "riprenderti" anche non "bonariamente". Ma non sarei certo io a "riprenderti".
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.03.07 10:27
Alla persona che si firma Paolo con indrizzo woihd@oqiwhd.it.
Se descrivi qual è il "modo di porsi" che io adotto, e se spieghi perché secondo te non va bene, magari si capisce che cosa vuoi dire. Sennò, non si capisce: ed è come se tu non avessi detto nulla.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.03.07 10:28
Dare un "genere" a un'opera letteraria e/o narrativa quindi, in definitiva, può anche significare un "giudizio di valore", non limpido, forse non trasparente, non del tutto comunque.
Ma non è forse l'atto stesso di descrivere un romanzo, o un'opera, "l'assegnare in automatico" un giudizio (di valore) su quanto si sta portando a conoscenza d'un eventuale pubblico di lettori? Se io descrivo anche solo un oggetto comune, un bicchiere, quello che uso per il caffè e dico: "un bicchiere di plastica, dozzinale, per di più d'una plastica sottile che quando prendi il bicchierino rischi di rovesciare il contenuto..." Sto descrivendo sì il bicchiere ma sto anche dicendo che quel bicchiere non è dei migliori, anzi.
C'è il pregiudizio dominante (?) che assegnare a un libro a un genere, fosse anche quello giusto, significhi esprimere un netto giudizio di valore. L'espressione gergale, comune: "Ma che è, fantascienza?!" Quando uno sbotta così, non credo stia portando un complimento.
I generi ai più non piacciono, perlomeno agli autori che io conosco, che considerano i generi delle "gabbie".
>>"Questo libro mi par brutto", piuttosto che dire: "Questo libro è una soap opera"
Forse sarebbe più sano e onesto. Forse sì.
Ma dicendo "è una soap opera" sortisco nel lettore e nel critico un rimescolamento di budella maggiore.
Se mi limitassi a un "mi par brutto", be', esprimo solo il dubbio che per me quel libro potrebbe essere brutto.
Io invece tolgo il dubbio da subito: "una soap opera".
A me pare più onesta la seconda formula (critica).
>> Ma non sarei certo io a "riprenderti".
I caratteri biliosi... Lasciamo perdere, che è meglio. Credimi.
Comunque non racconto mai i libri, tranne nel caso siano già dei classici, o un libro che si presume abbiano letto tutti. Di certo non racconto tutta la trama d'un libro appena uscito.
Ci sono diversi modi di fare recensioni.
Una recensione riassuntiva, totale o parzialmente totale, ben scritta vale più d'una recensione che si arrampica sugli specchi per cercare di spiegare le peculiarità e le qualità d'un romanzo. Almeno io la penso così.
Comunque, i caratteri biliosi: bisogna sempre starci attenti...
Grazie della bella discussione.
Ciao
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 26.03.07 10:54
Iannozzi, io prendo il caffé del mattino in "un bicchiere di plastica, dozzinale, per di più d'una plastica sottile che quando prendi il bicchierino rischi di rovesciare il contenuto". E questo bicchiere lo amo e lo adoro; ci bevo il caffè del mattino da vent'anni; non rinuncerei a quel bicchiere neanche se mi offrissero un'intera vetreria di Murano...
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.03.07 12:27
@ GIULIO
Giulio, e dammi del tu, Giuseppe. Come sei! :-)
Comunque. Anch'io prendo il caffè in detto bicchierino. Ma lo cambierei volentieri con uno più robusto. Però non ce li passono bicchierini più robusti, di plastica.
Siamo arrivati a: tu non lo cambieresti e io invece sì. E' un risultato.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 26.03.07 13:54
Ecco, quando Giulio fa così, mi fa semplicemente impazzire. ;-)
Pubblicato da: gianni biondillo - 26.03.07 23:20
La descrizione di un oggetto, Iannozzi, è tutt'altra cosa dal giudizio di valore sull'oggetto. Qui non sono "arrivato": qui sto.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.03.07 23:55
Ho un cappello.
L'ho comprato per poco. Non ricordo quanti Euri.
Tenuto in testa riscaldava come il diavolo. Lo toglievo che ero tutto sudato. Eppure fuori faceva un freddo boia. Proprio un cappellaccio, di quelli che si mettono perché non si ha nient'altro a portata di mano o più spesso perché tanto si sa che finirà rovinato dalla pioggia, dalla neve. Quando lo mettevo la gente mi guardava storto: sguardi così, di traverso, per farmi capire che "ero un poveraccio", "uno svitato" a mettermi roba simile addosso. Io per dispetto lo calcavo sulla testa, con forza: la mano si posava su qualche cosa che era un materiale sintetico, nemmeno di quelli buoni, probabilmente di scarto, altrimenti non l'avrei pagato quel che l'ho pagato: poco.
Era nero. Non era di pelle.
E' durato poco.
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Ti ho descritto un cappello che avrei potuto avere.
Dalla descrizione è venuto "sì" o "no" fuori un risultato? E che tipo di risultato? positivo o negativo?
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 27.03.07 08:58




