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05.02.07
"Scrivete, scrivete, qualcuno pubblicherà"
di Antonio Armano
[Questo articolo di Antonio Armano, riferito all'iniziativa Esor-dire (sulla quale vedi in vibrisse anche l'articolo di Silvio Bernelli) è apparso nel quotidiano Il Giornale sabato 3 febbraio 2007. gm].
«Ma insomma che libro volete che scriviamo?». È questa la prima domanda posta dal pubblico a Esor-dire, incontro con gli editor di narrativa italiana organizzato dalla Scuola Holden di Baricco al Circolo dei Lettori di Torino. Risposta di Giulio Mozzi (Sironi e vibrisselibri.net): «Ve ne dovete fregare di cosa vogliamo!». Risposta dietro le quinte di Mozzi: «Se il resto del pubblico non si è alzato a linciarlo vuol dire che qualcosa non va!» [*]. Mozzi aveva appena spiegato che riceve decine di manoscritti firmati Alessia Q. e Brigitta D., imitazioni di Melissa P. E gli autori a volte sono uomini, e hanno superato i 40! La letteratura emulativa è floridissima ma senza chance di pubblicazione. Prima era Jack Frusciante, ora Melissa P. «Un libro deve essere scritto col cuore, nascere da una urgenza narrativa» spiega Michele Rossi (Rizzoli).
Una delle curiosità più diffuse è questa: le case editrici leggono i manoscritti che ricevono? Risposta di Rossi: «Ho insistito che in Rizzoli venisse assunta una figura che si dedichi unicamente a questo scopo. L’anno scorso abbiamo ricevuto 428 manoscritti. Li ha letti tutti. Da quello il cui autore si professava lo Spirito Santo a quello di buona scrittura. Non ne pubblicheremo neanche uno». Attenzione (cosa che ha sconvolto non poco il pubblico di «aspiranti», in gran parte giovani dai 25 ai 35 anni, carini e casual): Rossi pubblicherà le memorie di un barbone incontrato per strada, un extracomunitario dalla rocambolesca esistenza. C’è sempre un’ultima spiaggia. «Ma che discorsi deprimenti» sbuffa una ragazza durante una pausa.
Paola Gallo (Einaudi) riceve 2000 manoscritti l’anno. L’Einaudi ha dei lettori professionali pagati a una tariffa base lorda di 25 euro a manoscritto (prima erano 50mila lire, cambio perfetto per una volta!). In molti casi ci si ferma alle prime pagine, non vale la pena di andare avanti. Ma il conto è fatto: 25 euro per 2000 manoscritti fa 50mila euro l’anno. Con 50mila euro si possono comprare i diritti di un autore straniero di grido. E cosa conviene fare? «Gli esordienti sono la forza rigeneratrice della scrittura» dice Giulio Milani, della tondelliana Transeuropa. Ma pure Tondelli, che aveva il progetto di «dare una risposta a tutti, a un certo punto si arrese».
I nuovi talenti sono una risorsa importantissima, ribadisce Rosaria Carpinelli, entusiasta di esser passata da Rizzoli a Fandango, dove «ho potuto realizzare finalmente un sogno, fare un libro con quattro copertine diverse, Questa storia di Baricco». Non bisogna demonizzare il discorso mercantile, un libro che non vende è un libro che non viene letto. Va da sé che può essere ottimo. Lo sottolinea Rossi: «Per questa logica è stata chiusa una collana di ricerca come Sintonie. Ora ne abbiamo creato un’altra analoga, 24/7». «Quando vai in libreria a proporre Saramago ti chiedono 50 copie», spiega sconsolata la Gallo, «30 di McEwan, e solo 2 di Pinco Pallino».
Ma che genere di libri scrivono gli esordienti? «Autobiografici», dice Alessia Polli, di Fazi. «Una tendenza che non riguarda solo loro e non mi dispiace, purché ci sia la giusta dose di fiction». Coniglio, editore romano, pubblica pure fumetti, ricorre al canale distributivo dell’edicola e ha una collana che prende il nome dal lemming, il roditore che per sfuggire ambienti sovraffollati emigra anche a costo di correre rischi mortali, una metafora del cercare strade alternative. «I Lemming sono agili e ironici volumi di 90 pagine, 45 minuti di tempo di lettura (l’abbiamo calcolato come fanno a Vanity Fair!), 5 euro di prezzo di copertina» dice Alessandra Sabatini. In mano ha un Lemming, La vita sessuale di Alessandro Baricco, di Gianluca Colloca. Provocazione! «È la storia di alcuni ragazzi italiani in vacanza a Copenaghen che cercano di rimorchiare spacciandosi per Baricco». Funziona? «Sì ma usano tutti lo stesso stratagemma e si mettono nei casini».
Dura la vita dell’aspirante! Ma con un lume, meglio barlume in fondo al tunnel. «Io pubblico anche manoscritti che mi sono arrivati via posta» dice Marco Vicentini, fondatore e proprietario di Meridiano Zero. «Ma non mandateli in giro indiscriminatamente». Non ha senso mandare un romanzo splatter all’Adelphi. «Se io ricevessi un Joyce non lo pubblicherei, lo segnalerei a un altro editore». Scoppia un tormentone. Tutti si chiedono se lo pubblicherebbero anche se non hanno una collana ad hoc. Gianluca Barbera, già Sironi, ora editore in proprio, dice che la varerebbe e lo ha fatto per un esordiente che andrà in libreria quest’anno. Poi il tormentone demenziale si conclude. Bisognava porsi il dubbio quando Joyce non era ancora un mito e voci autorevoli come quella della Woolf esprimevano parere contrario! Altri casi Proust, Kafka... E Guido Morselli che si è sparato dopo l’ennesimo rifiuto?
Ma se è difficile pubblicare senza avere contatti nell’ambiente, non dico spinte, ciò non toglie che sia possibile. O almeno non impossibile. «Come vincere al Superenalotto» dice la Gallo che ammette: «Il numero di esordienti cui diamo spazio è modesto, diverso il discorso per Stile Libero». E Marco Cassini, tra i fondatori di minimum fax, editore piccolo ma visibile che pubblica Carver, rivela: «Dei manoscritti che abbiamo ricevuto via posta ne abbiamo pubblicato solo uno. Ma era Valeria Parrella e il suo successo mi ha spinto a continuare a leggere tutto».
Ma se pubblicare non è impossibile, il difficile è continuare a farlo dopo il secondo o terzo libro. Questo porta movimento nel mercato. Ci sono autori che passano da un editore all’altro, da un piccolo a un grande editore e viceversa. «Io non posso permettermi di pubblicare tre libri l’anno di Tiziano Scarpa!» dice la Gallo. «Mi è costato lacrime e sangue farglielo capire ma ora lui ha anche altri sbocchi editoriali ed è contento così». Il nome di Scarpa torna per un articolo polemico in cui sostiene che in Italia si ghettizzano gli scrittori bollandoli come giovani fino a 40 anni mentre i Moravia e i Leopardi erano maturi a 20. Tutti gli danno torto, i tempi sono cambiati, ma ammettono che è più facile esordire se si è giovani. Vicentini cita il caso di Francesco Permunian, che esordì con successo in Meridiano Zero ma non riuscì a vendere a Francoforte: nessun editore straniero voleva un esordiente cinquantenne!
Giro finale per sapere quanti dei libri che i relatori pubblicheranno quest’anno in narrativa italiana sono di esordienti: 3 su 20 (Einaudi), 70 per cento (Lemming), 10 su 11 (Fazi), 3 su 6 (Meridiano Zero), 5 o 7 su 14 per Sironi e 10 su 10 per Vibrisse, 2 su 14 per Fandango (ma è in gestazione la collana Fandango 15 che pubblicherà solo esordienti, 15 l’anno appunto), 6 su 43/45 (Rizzoli), 2 su 7 (Barbera). E la tondelliana Transeuropa? Solo una antologia di racconti. Ma salta fuori che uno degli esordienti (Einaudi) è postumo, cioè morto. Non è mai troppo tardi.
[*] Nota pedante a tutela della mia onorabilità. La domanda del ragazzo era, secondo i miei appunti: «Che cosa devo scrivere per essere pubblicato?». La mia risposta fu: «E chi se ne frega! Scrivi quello che vuoi, e affronta il rischio di non essere pubblicato». La battuta "dietro le quinte" è tal quale l'ho pronunciata. [gm]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 05.02.07 11:09
Interventi
A me pare: 1. che quella che è stata bollata come "profezia" di Moresco si rivela perfettamente azzeccata; 2. il discorso dell'ottundimento provocato dalla macchina editoriale mi pare perfettamente incarnato nella domanda "Che libri dobbiamo scrivere?".
Io Giulio ci mediterei un po' su, e rivedrei certe prese di posizione passate, o bisogna aspettare che la situazione peggiori ancora?
Pubblicato da: a. b. - 05.02.07 12:30
Andrea, quali "prese di posizione passate" dovrei rivedere?
Ti invito a citarmi le parole (le "prese di posizione" sono parole) nelle quali tali "prese di posizione" consistono.
Ti faccio notare che se non si nomina l'oggetto del discorso, non si può discorrere.
Pubblicato da: giuliomozzi - 05.02.07 12:55
Qualcuno ha visto l'ultima puntata de "Le invasioni barbariche" con la Bignardi? Si parlava di libri e della fatica di pubblicare, con una carrellata di interviste a direttori editoriali ed editor di alcune case editrici, anche di grido. Che cosa ne pensate, visto che mi sembra in tono con questo articolo de Il Giornale? Certo che la Bignardi poteva citare l'esperienza di Vibrisse libri! Perché non l'ha fatto?
Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 05.02.07 13:00
Quelle famose parole sulla "profezia" per esempio... tanto per far capire che non di profeta si trattava, ma di un osservatore delle cose. Sarebbe utile, perché a me pare - e credo anche di avere ragione - le cose sono rimaste ferme laggiù.
So che la storia non si fa con i "se", ma lo stesso, allo scopo di interpretare questo momento, mi viene da immaginare se invece di quell'articolo famoso e ripreso più volte, avessi letto: Questo signore ci ha ragione: proviamo a muoverci insieme.
Guarda, anche io allora mi sbagliai, era difficile capire, però adesso direi: è impossibile non capire.
Pubblicato da: a. b. - 05.02.07 13:23
Siete un po' criptici… dove trovo le espansioni di questi pensieri?
Pubblicato da: Paolo S - 05.02.07 14:13
Andrea, le "famose parole" sulla "profezia" credo di poterle confermare una per una.
Esse, peraltro, non credo vogliano dire ciò che tu hai deciso che dicano.
Per Paolo S: Andrea si riferisce a questo testo di Antonio Moresco:
http://www.nazioneindiana.com/2005/04/09/la-restaurazione/
E a questa mia risposta:
http://www.nazioneindiana.com/2005/04/14/preterizione/
Mi sembra ridicolo dover essere io a dire di che cosa parla qualcun altro. Ma così va il mondo: c'è chi parla per allusioni e come se si fosse in privato (in una conventicola o in un salotto, diciamo), e c'è chi cerca di dire parole che dicano esattamente ciò che vogliono dire e siano comprensibili anche ai non iniziati (e viene per questo accusato di fare giochi di parole). Questa, naturalmente, è un'allusione.
Pubblicato da: giuliomozzi - 05.02.07 16:37
"Esse, peraltro, non credo vogliano dire ciò che tu hai deciso che dicano."
Ok Giulio, io in buona fede ci ho provato per l'ennesima volta, perché ti stimo e mi scoccia che te ne vai per una strada tutta tua (quella frase che rivolgi a me dovresti tenerla presente anche per te, quando leggevi il testo che hai definito profezia).
Davvero ingenuamente pensavo che i tempi fossero arrivati per vedervi camminare insieme, ma siccome penso che abbiano ragione gli altri, i "profeti", mi aspettavo una tua svolta. Non è così. Va bene, pace.
@ Paolo S
quelli di Giulio sono due link di base di una lunga discussione. Di sicuro non ci si riesce a fare un'idea. Entrambi sono da vedere con uno sguardo "ex post", soprattutto vedere quanto è stato realizzato dai primi, in modo da afferrare il carattere non solo critico ma anche operativo che aveva "La restaurazione" (ovviamente non mi riferisco al semplice testo che Giulio a mio parere toppando di brutto ha preso per libro sacro, mi riferisco a tutto quello che si è fatto dalle parti di quelle parole).
Pubblicato da: a.b. - 05.02.07 18:08
Già, ma non ho pensato che non puoi sapere cosa hanno fatto. Uhm.
- Hanno continuato a scrivere libri, non soltanto di "fiction" ma anche saggistica.
- La Benedetti su L'Espresso da anni fa un lavoro di recensione impeccabile.
- Hanno creato un sito www.ilprimoamore.com con ottimi articoli, non solo di letteratura, ma intersecando la letteratura con altri piani. Ti consiglio le sezioni "Il dolore animale" e "Emergenza di specie". Credo di poter dire che è il migliore in rete per questo tipo di lavoro letterario ed extraletterario.
-lavorano con il teatro di ricerca, in particolare Moresco ha continuato a collaborare con teatro Aperto e poi col Teatro delle Albe.
- gli interventi per radio o sui giornali sono sempre tenuti su un alto livello di critica della cultura, su vari fronti: spingere avanti la ricerca su quello che si può tentare con la scrittura, ma anche riannodarsi alla tradizione, ad autori che qualche pagliaccio della critica sostiene non siano più attuali; critica della struttura di potere che sta dietro l'offerta culturale che arriva a noi lettori.
- Stanno per pubblicare una rivista cartacea con materiale in gran parte diverso da quello in rete e una attenzione particolare alla parte iconografica dato che c'è dentro anche il fotografo Giovannetti.
Ecco questi punti buttati giù in fretta danno un'idea di non trovarci di fronte a profeti invasati. Sul sito che ho indicato trovi un po' di cose e i nomi delle persone a cui mi riferisco.
ciao
Pubblicato da: a.b. - 05.02.07 18:27
articolo interessante, grazie.
lo accompagnerei al veloce ma bel saggio "questo è il suo primo romanzo" di alberto rollo, era sul tirature 2006, che ragionava in soldoni sulla figura/marchio dell'esordiente, mostrando che negli ultimi anni il romanzo d'esordio sia diventato quasi un genere, portatore di un valore di 'novità' che evidentemente intriga il pubblico. rollo mostrava che -almeno nella media e piccola editoria- l'accusa di pubblicare sempre i soliti noti e di non investire negli inediti, è perlomeno da rivedere; che la figura un po' romantica dello scrittore che vive facendo lo scrittore è sostituita da gente che fa cose che hanno attinenza molto parziale con la letteratura e ogni tanto pubblica *anche* dei libri; e che l'investimento sugli esordienti in quanto tali ha un side-effect simile a quello che ha la verginità: dal secondo romanzo non fai più parte del genere 'esordiente' e paradossalmente finisci nel mucchione tanti scrittori che hanno materiali dignitosi ma non tanto da spingere un editore ad investire su di loro.
f.
Pubblicato da: fabrizio venerandi - 06.02.07 09:26
Grazie a tutti per le dritte… il problema è tipicamente, geneticamente italiano, e ha a che fare con l'ideologia tanto quanto con la letteratura. Ma cetamente non ho capacità o competenze per risolvere questo garbuglio!
Pubblicato da: Paolo S - 06.02.07 10:23
Secondo me è incredibile (nel senso che non si può credere) che fra i 2000 manoscritti che riceve Einaudi non ci sia niente di pubblicabile, nemmeno uno. Lo stesso discorso per gli oltre 400 di Rizzoli. Se con questi numeri non pubblicano nessuno dei manoscritti che ricevono che cosa li leggono a fare? Sperano forse di trovare il nuovo Moccia o magari Piperno? Vista così sembra tutto una grande contraddizione. Per chi se ne intende dell'ambiente editoriale: non è che i grandi editori tengono in piendi un servizio del genere a scopo pubblicitario? Nel senso di attirare interesse da quel pubblico che scrive? (per favore lasciamo da parte il discorso ormai liso, anche se in parte condivisibile, che in Italia mille scrivono e uno legge).
Pubblicato da: Paolo - 06.02.07 13:42
Paolo, credo che funzioni così, dato che i costi per far leggere i dattiloscritti a lettori professionisti è molto alto (a causa del numero di dattiloscritti) la grande casa editrice preferisce:
1. rubare ai cataloghi delle piccole case editrici che fanno davvero scouting;
2. pubblicare chi è presentato da qualcuno conosciuto o che fa parte di canali "autorizzati" dalla casa editrice. In questo modo una major si assicura una "rete" che non costa nulla, ma riesce bene o male a selezionare, pescare qualche nuovo autore. E' una rete grossolana e facilmente conformista, ma integrata con le scorribande di cui al punto 1. la cosa viene un po' mitigata.
Questo finché ci saranno dei coglioni appassionati che lavorano per la gloria in una piccola casa editrice.
Pubblicato da: a. b. - 06.02.07 14:46
La cosa funziona come dice Andrea.
Einaudi paga (a un lettore esterno) la lettura di un dattiloscritto (con redazione di scheda analitica) 25 euro. Arrivano a 50 se il lettore è illustre (dichiarazione di Paola Gallo proprio nel corso di Esor-dire). Duemila dattiloscritti a 25 euro l'uno fanno 50.000 euro l'anno.
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.02.07 15:25
Infatti, credo che a.b. abbia ragione e, alla luce di questo, Einaudi con i 50000 Euro che spende a far leggere poche pagine di schifezze illegibili di ogni manoscitto, non solo acquisterebbe i diritti di un best seller "sicuro" dall'estero, ma circa 15 - 20 o più libri di esordienti già pubblicati da un piccolo editore, che si è preso il rischio, ma che non può essere necessariamente distribuito ovunque. Piccolo editore che, di fronte a pochi, sporchi soldi, da incassare subito o quasi, cede i diritti del pupillo, perché per tirare avanti bisogna fare anche questo.
Pensandoci, quindi, a maggior ragione, non mi spiego le risorse spese a far leggere manoscritti dai grandi editori. Meglio come fa Feltrinelli che dice: "Non si accettano manoscritti non richiesti", che può suonare antipatico, ma molto più coerente. Non è così?
Pubblicato da: Paolo - 06.02.07 15:34
15-20 esordienti mi pare troppo. Comunque in genere i grandi editori comperano il secondo libro; del primo fanno eventualmente l'edizione economica, successivamente. Il piccolo editore non cede i diritti dell'autore: difficilmente un piccolo editore fa contratti per più di un libro per volta.
Voglio dire che, in genere, il passaggio dell'autore a un editore maggiore non porta alcun vantaggio economico diretto all'editore minore. Esempio: quanti hanno comperato "Le cose sono le cose", libro d'esordio di Paolo Nori e primo del "ciclo" proseguito con "Bassotuba non c'è", eccetera? Non tanti, credo. Lo pubblicò, e tuttora lo pubblica, Fernandel.
Che poi in Mondadori o in Rizzoli abbiano 50 mila euro da spendere per far leggere o almeno guardare i dattiloscritti, non mi sembra cosa difficile da credere. Ne hanno tanti.
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.02.07 17:23
"Il piccolo editore non cede i diritti dell'autore" anche perché il grande editore offre una cifra ridicola per il libro d'esordio, e allora tanto vale continuare a stamparlo.
Oppure lo cede in cambio di un altro libro dello stesso autore che il grande editore concede al piccolo rinunciando all'opzione.
Pubblicato da: a. b. - 06.02.07 18:34
«Un libro deve essere scritto col cuore, nascere da una urgenza narrativa» spiega Michele Rossi (Rizzoli).
stupidate del genere mi fanno sempre un pò paura perchè non capisco cosa vogliono dire.
urgenza narrativa.
urgenza.
in questi ultimi tempi è tutta questione di urgenze, quella letteraria poi sembra fondamentale altrimenti non puoi scrivere qualcosa di buono.
urgenza narrativa.
ca**o, se questo rossi legge nella maniera in cui parla, è chiaro che non possa trovare manoscritti da pubblicare.
urgenza narrativa. cristo, ci penserò anche di notte.
Pubblicato da: merisi - 06.02.07 21:22
Guarda Merisi, qualche mese fa uno dei nostri migliori narratori, Gianni Pacinotti che pubblica col nome d'arte Gipi, ha scritto un bellissimo pezzo "tecnico" sul suo blog Bacidallaprivincia. Quel pezzo descrive la realizzazione di una sua storia.
Comincia così: "Prima di tutto c'è la necessità."
Pubblicato da: a. b. - 07.02.07 09:23
ecco, a.b., che gipi ne abbia sentito la necessità mi suona molto meglio. aggiungo però che conosco parecchi autori che mi hanno confessato di scrivere quando sentono la voglia di farlo, solo per il piacere di scrivere e senza patire nessuna urgenza.
urgenza letteraria mi sa tanto di chiamata del signore alle armi.
io, urgenza, lo uso solo in determinati casi della vita.
grazie per la segnalazione del pezzo, lo leggerò.
Pubblicato da: merisi - 07.02.07 09:57
Beh, a tutti i pre-esordienti (nel senso quelli che scrivono e non hanno ancora pubblicato) possiamo dire: "non ci resta che scrivere"!
Io personalmente non parlerei di urgenza, quanto di necessità, che è quello stato d'animo che fa dire a se stessi "adesso racconto una storia" (perché ho la necessità di raccontarla). Aggiungo che questa necessità è unica per tutte le forme di espressione, nel senso che avendo una storia da raccontare, se sono pittore la dipingo, se sono scrittore la scrivo.
L'ultima riga potrà sembrare banale ma la scrivo lo stesso "una cosa è scrivere, altro è pubblicare, altro ancora è avere successo" . E molto probabilmente sono tre cose che rispondono a necessità diverse.
Pubblicato da: prassimete - 07.02.07 13:36
sono d'accordo, prassimete.
sull'ultima riga direi che scrivere risponde a una necessità, pubblicare e avere successo dovrebbero essere conseguenze.
Pubblicato da: merisi - 07.02.07 13:43
ohi Merisi, il fatto che abbia successo una cosa pubblicata che è stata scritta perché l'autore ha avuto la necessità di scriverla mi sembra un'idea un filo ingenua.
Può capitare (e in questi ultimi mesi è capitato a Gomorra di Saviano per esempio), ma è molto più facile che abbia successo una cosa pubblicata per avere successo. Per esempio: secondo te Dan Brown sente la necessità di scrivere per capitoli brevissimi e con personaggi precotti?
Pubblicato da: Paolo S - 07.02.07 17:16
@paolo s.
sul fatto che abbia successo una cosa pubblicata per fare successo
oppure che abbia successo una cosa pubblicata perchè scritta da un autore che ne sentiva la necessità, in tutta onestà, non saprei scegliere quale delle due sia la più ingenua.
su dan brown non ho risposte pronte, non l'ho letto. dovresti chiedere a faletti, credo.
Pubblicato da: merisi - 07.02.07 17:56
(e infatti tu usavi il condizionale: dovrebbe) La prima illusione è quella dell'imprenditor-editore, la seconda quella dell'autore. Che si avverino è improbabile per entrambe. Se sia più ingenuo chi ci crede guidato da forze interne o chi ci crede guidato da calcoli e/o marketing, non so scegliere neppure io.
In un mercato meno strutturato e molto consapevole (es. il "giro dei i fumettari") voto per l'autore.
Nello spazio che forse fu della letteratura e ora è di D'Orrico… mah!
Pubblicato da: Paolo S - 08.02.07 09:54
paolo,
mi voglio sbilanciare solo perchè sono ampiamente di parte: nello spazio di d'orrico sto per gli autori autoprodotti e per gli autori che pubblicano in piccole case editrici che si sfiancano a cercarli (alla fine quasi degli autoprodotti anche loro), quelli che la critica istituzionale non degna di attenzione perchè non pervenuti o non esistenti.
sto con gli autori ancora da scoprire.
Pubblicato da: merisi - 08.02.07 13:59
Leggo adesso queste riflessioni,pensieri elucubrazioni sullo scrivere. Qualche tempo fa ho gettato(nel mio blog) qualche mia personale idea sull'argomento, ve la riporto:
la scrittura deve misurarsi con chi la produce. dev'essere un lavoro che metta alla prova,occorre che nasca dalla necessità.
La necessità che lo scrivere ci serve, ci dà nutrimento, che rappresenti una forma di soppravvivenza per il nostro corpo e la nostra mente, senza il quale ci sentiremo soffocati. Ma lo scrivere, penso, dobbiamo sentirlo nostro, senza malizie o intenti ambiziosi, mossi dall'idea di offrire a chi legge prima di ogni altra cosa l'onestà.
si deve scrivere perchè sentiamo che la storia che vogliamo raccontare ci brucia dentro, ci sfida non consentendoci di pensare ad altro, rovina la nostra socialità, ci rende bruschi e indifferenti al resto. la storia vuole crescere, avere dei punti fissi, la nostra mente si ostina,si impegna nel dare contorni chiari a qualcosa di nebuloso che si muove dentro di lei.
Pubblicato da: massi - 09.02.07 17:47
sì, è bello così, massi.
Pubblicato da: merisi - 09.02.07 18:35
@merisi
leggo una punta d'ironia...?
Pubblicato da: massi - 10.02.07 14:24
@merisi
Grazie della visita...
Pubblicato da: massi - 10.02.07 14:28




