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22.01.07

"Scrittore offresi, editore cercasi. Ma non si trovano"

di Silvio Bernelli

[Questo articolo di Silvio Bernelli è apparso nel quotidiano L'Unità il 20 gennaio 2007 ed è una cronaca della prima giornata di Esor-dire. gm] [un altro articolo relativo alla stessa manifestazione]

Il Circolo dei Lettori di Torino ha aperto i battenti nell’ottobre scorso. Obiettivo: diventare un irrinunciabile punto d’incontro tra scrittori e appassionati di letteratura. L’inizio in effetti fu memorabile, ma non per le ragioni che i patrocinatori del neonato circolo – Regione Piemonte in primis - speravano. L’evento d’inaugurazione fu affidato a una micidiale serie di letture ad alta voce di passi scelti di libri fatta da vari VIP torinesi, la cui monotonia avrebbe ucciso la pazienza di un bufalo. Il momento più esilarante della giornata fu lo show di un signore gentile e azzimato che declamò al microfono una poesia dal tono ottocentesco, scritta di suo pugno. Per di più, alzatosi di scatto verso il microfono che forse aveva bramato da una vita, era rimasto con i pantaloni pizzicati nei calzini color panna. Gli orli penzolavano a mezzo stinco nella tipica situazione acqua-in-casa.

Confesso che anche oggi, appena varcata la soglia del sontuoso Palazzo Graneri della Roccia, il fantasma del lettore che recita la sua volenterosa opera con caviglie e mocassini in bella vista – involontaria icona del frequentatore medio del Circolo dei Lettori – sembra occhieggiare dietro ogni angolo. Basta però l’immagine che mi ritrovo davanti per fare tabula rasa di ogni ricordo.

Al grande tavolo del salone centrale siedono schierati i rappresentanti di molti editori italiani, quasi una replica dell’Ultima cena di Leonardo. Sono qui per fare il punto sulla situazione degli esordienti in letteratura. Si intitola infatti Esor-dire il convegno organizzato dalla Scuola Holden di Torino e dal Circolo dei Lettori il 18 e 19 gennaio, in concomitanza con le manifestazioni culturali legate alle Universiadi, di scena nel capoluogo piemontese proprio in questi giorni.

Foltissimo il pubblico. Quasi un centinaio di persone, per la stragrande maggioranza giovani. La smania di pubblicare ciascuno il proprio manoscritto s’indovina dalla concentrazione assoluta con cui ascoltano chi, per mestiere, i loro lavori dovrebbe pubblicare. Dico dovrebbe perché, dato per scontato il talento, fin dalle prime battute della discussione salta fuori il problema della linea editoriale, sintetizzato da Marco Vicentini di Meridiano Zero. “Un esordiente deve rendersi conto che se vuole presentare il suo manoscritto a un editore, questo manoscritto deve essere congeniale al tipo di libri che quell’editore pubblica. Non pubblicherei il nuovo Ulisse di James Joyce, sempre che ce ne fosse uno, perché sarebbe fuori dalla nostra linea editoriale."

Inutile sottoporre un horror a una casa editrice che pubblica solo storie d’amore, insomma, ma in realtà il concetto di linea editoriale è ormai sinonimo di strategia di marketing. Lo spiega bene lo scrittore Giulio Mozzi, presente all’incontro nella duplice veste di consulente editoriale Sironi e di editore digitale in proprio con la neonata Vibrisselibri: “Le case editrici cercano spesso qualcosa che sia nei loro canoni, testi che abbiano delle caratteristiche di “prodotto" simili a quelle dei libri che già vendono. Gli esordienti sembrano ben consci di ciò. E così, ogni successo editoriale si tira dietro uno stuolo di imitatori. Ho ricevuto almeno sette libri firmati Alessia B. o Brigitta D., un paio persino scritti da uomini, che volevano imitare Melissa P. dei Cento colpi di spazzola...". Ancora più esplicito dello scrittore padovano è Michele Rossi di Rizzoli. “Non dobbiamo scandalizzarci che il libro venga trattato come un prodotto, soprattutto dalle case editrice “generaliste" come la nostra. Il fatturato è fondamentale. Detto questo, noi in Rizzoli abbiamo una persona che di mestiere legge esclusivamente i testi che ci vengono sottoposti dagli esordienti. Quest’anno ne abbiamo vagliati 428, anche se non ne abbiamo pubblicato neanche uno. Non abbiamo trovato l’autore, la voce, che stavamo cercando."

Anche un grande editore come Rizzoli, che per forza di cose è obbligato a tenere d’occhio cifre e conti, riconosce dunque l’importanza dell’esistenza dell’esordiente come attore principale del lavoro editoriale. Lo afferma a chiare lettere anche Giulio Milani di Transeuropa: “I giovani scrittori sono la forza rigeneratrice di una casa editrice, dovrebbero essere rispettati per questo. Di più, l’editore dovrebbe tenere in conto il contributo che l’esordiente dà alla linea editoriale." Sulla stessa linea Rosaria Carpinelli di Fandango Libri, che riporta la discussione sull’obiettivo ultimo dell’editore: “È fondamentale per un editore trovare il nuovo autore con una nuova storia, e non importa se questo nasce in tv o sul web, come è successo con Pulsatilla e la sua Ballata delle prugne secche."

Il web è secondo molti dei partecipanti al convegno qualcosa di più di una palestra dove uno scrittore in erba può esercitarsi. Chi scrive un blog infatti è già diventato un autore con un pubblico, per quanto piccolo. Pare insomma che per esordire ora non sia necessario pubblicare il primo libro in carta e ossa. Ne è un buon esempio il vendutissimo e apprezzato Saviano di Gomorra, già autore, già firma sulle pagine dell’Espresso prima che per i tipi di Mondadori [questa è una svista di Bernelli: Saviano ha cominciato a scrivere per l'Espresso solo dopo la pubblicazione di Gomorra. gm].

Per quanto riguarda il tipo di scrittura, le case editrici chiedono agli esordienti una lingua fresca e soprattutto, idee. Alessandra Sabatini, Coniglio Editore: “Cerchiamo una scrittura che si avvicina alla realtà, meglio ancora se attraverso un soggetto geniale." Sembra questa maggior apertura al nuovo che verrà la posizione degli editori più piccoli, impossibilitati a gareggiare con le grandi case editrici per acquistare costosi best seller stranieri e quindi costretti giocoforza a costruirsi una squadra di autori da zero. Lo conferma Gianluca Barbera, titolare dell’omonima e giovanissima casa editrice, che riporta il dibattito al punto di partenza. “Se c’è il talento, automaticamente anche la linea editoriale diventa meno rigida. Il nuovo Joyce, se ci fosse, lo pubblicherei. E se non avessi la collana dove metterlo, gliene ne creerei una apposta."

Conclusa la discussione, mi allontano attraversando i saloni del Circolo dei Lettori. Consegnato ormai alla storia il fantasma del poeta con i pantaloni pizzicati nei calzini, ne sbuca fuori un altro. Giovane, volenteroso e con un manoscritto sottobraccio. Sarà il nuovo Joyce?

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 22.01.07 10:31

Interventi

Quindi?

Pubblicato da: Angelo De Lorenzi - 22.01.07 11:24

E sia.

Pubblicato da: Roberto Tossani - 22.01.07 12:17

già

Pubblicato da: remo bassini - 22.01.07 12:58

Non capisco il paragone con l’Ulisse. Mica fu l’opera prima di Joyce!

Pubblicato da: Paolo S - 22.01.07 16:26

A me la descrizione che fa del signore gentile con i pantaloni incastrati nei calzini non appare affatto esilarante da come l'ha fatta, semmai evocativa. Peccato che lo consegni alla storia. Avrebbe potuto ricavarci qualcosa di buono;-)

Pubblicato da: alice - 22.01.07 17:54

Che voce stanno cercando gli editori?

Pubblicato da: Ilaria L. Silvuni - 23.01.07 08:09

Eh, ogni editore sta cercando la voce che pare a lui. Per ragioni di gusto, o di mercato, o d'altra specie.
La cosa terribile è che arrivano 'sti ragazzi e ti dicono: "Ma che cosa dovrei scrivere, per pubblicare?".
Come se, di scrivere quello che pare a loro, affrontando il rischio di non essere pubblicati, non ne avessero voglia.

Pubblicato da: giuliomozzi - 23.01.07 10:13

Se 'sti ragazzi fanno un discorso siffatto, vuol dire che non hanno mai immaginato un lettore modello (uso la terminologia di Umberto Eco) a cui desiderano rivolgersi, né han concepito un contenuto da trasmettere al lettore modello di cui sopra. Non esistendo in primis il contenuto, è difficile immaginare come possa venir fuori, dai loro sforzi, un testo che non sia l'imitazione di testi concepiti da altri (e qui si viene al discorso per cui "ogni successo editoriale si tira dietro uno stuolo di imitatori"). Se si vuole uscire da questa impasse, un discorso ampiamente fattibile - e comprensibile a chiunque senza fraintendimenti né giramenti di testa (credo) - è: perché non concepire il proprio lettore modello, e il contenuto da porgere, prima di mettersi a scrivere? Tra l'altro, leggendo "Sei passeggiate nei boschi narrativi" ci si rende conto di come l'immaginazione del lettore aiuti in maniera molto concreta a concepire la forma e l'organizzazione del testo (il contenuto, quello ciascuno deve concepirlo da sé).

Pubblicato da: davide l. malesi - 23.01.07 11:50

Caro Giulio,
grazie per avermi risposto.

Il fatto che i "giovani scrittori" non siano in grado di proporre qualcosa di indipendente dalle scelte editoriali e dal desiderio di entrare nelle classifice dei libri più venduti è decisamente preoccupante. Lo dico da giornalista che "si occupa" di critica letteraria. Lo dico da aspirante scrittrice. Lo dico da giovane amante della lettura e della scrittura. SONO UN PO' PREOCCUPATA. La domanda - se vogliamo parlare di MERCATO - si può (e si deve) creare: uno scrittore dovrebbe stimolare il lettore (prima di preoccuparsi di "eccitare" un editore). I mezzi per scrivere e scrivere bene (sono mille i corsi, i manuali e i libri da leggere per imparare il mestiere) esistono. Quello che manca è un po' di coraggio (non parlo di mancanza di pudore o di volgarità). Mancano idee nuove (spesso ci si aggrappa a idee altrui già raccontate), forti (spesso si usa il sesso e lo scandalo così, tanto per...)e portanti (spesso si utilizza il puro virtuosismo per reggere la narrazione). La letteratura si fa ancora? C'è in giro (o nei cassetti dei vari editor) della buona letteratura? Ho letto giovani autori e nel mare magnum delle proposte pubblicate qualcuno emerge con forza e determinazione. Con interessanti novità. Marco Mancassola, Alcìde Pierantozzi sono solo 2 nomi. In loro hanno creduto realtà editoriali di medie dimensioni. Con i loro libri si può iniziare a raccontare qualcosa di interessante. E le grandi case editrici? Cosa stanno facendo?
A parte la vena polemica (sottile sottile) del mio intervento vorrei lasciare un piccolo messaggio: giovani scrittori, provate a mettervi in discussione con la pagina e la penna.
Grazie
Ilaria

Pubblicato da: Ilaria L. Silvuni - 24.01.07 11:38

Caro Giulio, tu forse no, ma io sono sconvolto: alla Rizzoli hanno UNA persona che in un anno ha "vagliato" 428 (quattrocentoventotto!) testi di scrittori esordienti e ... naturalmente non ne hanno pubblicano nemmeno uno. Ma per forza! Quel disgraziato ne ha (avrebbe?) letto - no, "vagliato", come si fa con il crivello grosso da biada - quasi uno e mezzo al giorno (300/400 pagine o più), domeniche e festività comprese. Senza mai fermarsi. Come un automa. Certamente su argomenti e con stili diversissimi. Per quanta esperienza possa avere non avrà capito nulla! Per non saper né ...(questo sì, per forza!) né scrivere li ha bocciati tutti e si è guadagnato la pagnotta e la riconoscenza del suo padrone. E dico "padrone" ragion veduta, perchè uno così è uno schiavista da "Capanna dello Zio Tom". Tanto varrebbe affidare l'incarico ad un robot con l'ordine di estinare subito tutto!
E poi, magari anni dopo che il povero esordiente è morto (Tomasi di Lampedusa per tutti), uno che finalmente il libro lo legge veramente tutto e non si limita a sfogliarlo saltando a canguro cinquata pagine al colpo si accorge che è un capolavoro. Oppure (vedi Moccia), dopo che a sue spese il poveraccio si è stampato il libro e viene il successo, gli editori si buttano a pesce per fare l'"affare".
Capisco - e ne abbiamo parlato altre volte - che l'editoria è un'impresa, con le sue regole e le sue esigenze economiche, ma ci sono dei limiti di decenza anche alla voracità. Tu sei del mestiere e ufficialmente dovrani negare e contrastare tutto quello che ho scritto, ma - guardami negli occhi! - sai che ho ragione.
E salta fuori questa Ilaria che vorrebbe l'editore "eccitato" dal libro! Si eccitano solo per i soldi, credi a me. E dice: "giovani scrittori, provate a mettervi in discussione con la pagina e la penna". Ma se poi nessuno li legge, che si mettono in discussione a fare! Magari se scrivono le barzellette di Totti o le storielle per sfottere Berlusconi, allora sì che si eccitano. E poi non è detto che tutti gli esordienti debbano essere "giovani": la storia delle letteratura è piena di scrittori che hanno avuto successo e sono comparsi quando "giovani" non erano più.
Ciao.
za'

Pubblicato da: za' - 24.01.07 22:47

Za', tu non hai idea di che cosa arriva nelle case editrici. Se vuoi fare un salto in Sironi ti faccio vedere. Ci sono cose che fanno impressione.

Precisazione: il successo del libro di Moccia (che faccio fatica a considerare "un poveraccio", peraltro) è venuto *dopo* l'operazione congiunta Cattleya/Feltrinelli, e non *prima*. Nessuno si è "buttato a pesce" sul successo. Cattleya e Feltrinelli hanno lavorato sodo. (Per sapere questo non occorre essere nell'editoria o nel cinema: basta leggere il giornale).

Tu sai perché il "Gattopardo" stentò tanto a trovare un editore?

Pubblicato da: giuliomozzi - 27.01.07 16:23

Caro Giulio, dopo lunga attesa finalmente è tornata la possibilità di intervento ed eccoti la mia risposta.
Per capirci occorre, tuttavia, ricordare anzitutto che Giuseppe Tomasi di Lampedusa era un nobile siciliano assai distante dall’ambiente letterario italiano finchè non partecipò al Congresso letterario di San Pellegrino del 1954, al seguito del cugino poeta Luigi Piccolo. In quell’occasione conobbe Montale, Bellonci e Bassani. Nei due anni successivi scrisse "Il Gattopardo" e nel 1957 morì per un cancro polmonare. Ed eccoci al punto.
Il romanzo fu rifiutato da vari editori ed, in particolare, da Elio Vittorini per l'Einaudi, sia perchè l'Autore era - letterariamente - uno sconosciuto, sia perchè la rappresentazione della Sicilia del 1860, nella fase di trapasso fra il dominio borbonico e il Regno d’Italia, filtrata dallo sguardo disincantato di un nobile intimamente convinto che, per la salvaguardia della sua classe, "bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga com’è", non poteva non far ribrezzo ad un ceto intellettuale, come quello italiano, fortemente influenzato da una visione politicamente "impegnata" della letteratura.
In parole povere: Tomasi di Lampedusa non era comunista e tanto bastò a Vittorini per bocciarlo.
Solo dopo la morte, nel 1958, Giorgio Bassani decise di pubblicare il romanzo nella collana da lui diretta per la casa editrice Feltrinelli. E ciò conferì all'Autore, e al libro, quarti di nobiltà comunista sufficienti per la pubblicazione. Il "caso" letterario volle poi che il romanzo fosse anche un capolavoro, che divenne e rimane grande per conto suo.
Soddisfatto?

Pubblicato da: za' - 30.01.07 02:02

e ti pareva che non venisse fuori il piagnisteo sui poveri morselli e tomasi, vittime dei comunisti cattivi...
e ti pareva che non venisse fuori il livore verso gli editori assetati di denaro (nessuna persona di buon senso al mondo si metterebbe a fare l'editore per soldi) e che non dedicano agli esordienti tutte le energie che pensano di meritare (faccio presente che un lettore full-time costa a una casa editrice a dir poco trentamila euro all'anno). so di dire cose che suonano triviali alle auliche orecchiette dell'esordiente medio, tuttavia io, che di lavoro faccio l'editore, alla fine del mese vorrei poter pagare affitto e bollette come chiunque altro. e posso assicurare che, pur dedicandoci esclusivamente alla narrativa spagnola, abbiamo la redazione intasata di manoscritti che spesso renderebbero la lettura un passatempo indigesto anche a un giacomo leopardi...questo per ribadire quanto detto da Marco Vicentini di Meridiano Zero: “Un esordiente deve rendersi conto che se vuole presentare il suo manoscritto a un editore, questo manoscritto deve essere congeniale al tipo di libri che quell’editore pubblica." questo è il vero tema: forse se gli esordienti fossero un po' più perspicui, ogni casa editrice avrebbe più tempo da dedicare agli esordienti che davvero le possono interessare.
incidentalmente, non considero la parola marketing una parolaccia e mi spingo a dire che linea editoriale non è ormai sinonimo di strategia di marketing, ma lo è sempre stato, lo è intrinsecamente, almeno se si conosce il significato della parola marketing e non ci si limita a considerarla ideologicamente come un tabù o un'idra che costringe dei bambini di 8 anni a cucire i palloni della nike...

Pubblicato da: fabio - 31.01.07 11:31

Fabio, nessuno ti obbliga a fare l'editore, esistono interessanti lavori nel settore dell'agricoltura ... che non obbligano a rompersi le scatole leggendo i testi degli esordienti, che di solito in quei testi hanno messo tutto se stessi. Meglio le barzellette di Totti, magari in spagnolo!
Quanto alla "congenialità", se intendi comunisti con comunisti hai ragione: si pubblicano solo tra loro; come i gay, solo tra loro.
za'

Pubblicato da: za' - 31.01.07 11:43

Za', sono soddisfattissimo.
Il "Gattopardo" fu dunque rifiutato da Vittorini non perché non l'avesse letto o perché non l'avesse capito, ma proprio perché l'aveva letto e l'aveva capito benissimo (nel tuo precedente intervento facevi intendere che Vittorini lo avesse appena "sfogliato").

Ah, dimenticavo. Quella tua battuta: "Tu sei del mestiere e ufficialmente dovrai negare e contrastare tutto quello che ho scritto, ma - guardami negli occhi! - sai che ho ragione" suona un po' ridicola da parte di una persona che nasconde la sua identità. Ti guarderei volentieri negli occhi, caro Za', ma tu non vuoi.

Pubblicato da: giuliomozzi - 31.01.07 11:51

Caro Giulio, sono molto contento che tu sia "soddisfattissimo"!
Lo "sfogliato", però, non si riferiva a Vittorini, ma ai "lettori" (e naturalmente va sottolineato "esclusi i presenti"!) che al giorno d'oggi (per trentamila eurucci, dice Fabio) scartabellano gli inediti (una sola persona per 428 testi in un anno!). Non me li vorrai paragonare ad un personaggio della statura di Vittorini. Anche se, nel caso di Tomasi di Lampedusa, ha preso un colossale abbaglio, tradito dall'ideologia. Non so se poi Einaudi gli abbia fatto pagare il toppone, perchè - alla faccia della fede progressista - sui soldi da bravo torinese ci stava attento, eccome. Tu ne sai qualcosa?
Altra statura, comunque, come quella del poeta Giorgio Caproni, che "leggeva" per Rizzoli, di cui sono appena stati scoperti novanta fogli con pareri editoriali di straordinario interesse.
Perchè non pubblichi qualcuno dei tuoi? E, magari, giusto per un confronto, quelli di "lettori" professionisti a pagamento (di certe Agenzie più o meno Grandi!).
Quanto a svelare la mia identità, già una volta ti ho spiegato i motivi per cui non è possibile.
Ho apprezzato, peraltro, il fatto che non hai negato su tutta la linea, limitandoti a portare a giustificazione generale il caos in Casa Editrice, che "fa impressione". Ti credo e so anche che per alcuni testi ti sei speso molto, pure esponendoti in modo abbastanza rischioso. Bravo! Ma credimi - senza guardarci negli occhi, a questo punto - ci sono tanti che sulla pelle degli esordienti speculano in modo vergognoso, comprese le maggiori Case Editrici. Stammi bene.
za'

Pubblicato da: za' - 31.01.07 20:05

Za', tu parli di Vittorini che non vuole il libro e poi dici: finalmente qualcuno lo legge davvero. Non si può che capire, da quello che scrivi, quello che ho capito io.
Einaudi stava così attento ai soldi da mandare periodicamente in crisi la casa editrice (fino a perderla), benché tendesse a non pagare autori e collaboratori (Calvino se ne andò per questo, tanto per dire). E stava così attento ai soldi da rifiutare (fondamentalmente per ragioni ideologiche) l'edizione Colli-Montinari di Nietszche (quella che poi fece Adelphi, e che è edizione di riferimento a livello mondiale); da decidere di punto in bianco che l'editoria scientifica non era interessante, e se Boringhieri (allora suo collaboratori) proprio ci teneva, andasse a farsela per conto suo; eccetera.
Quanto al paragone con la statura di Vittorini: Za', stiamo parlando di una persona che non sappiamo chi sia. Potrebbe essere un deficiente, o un genio. Ma non lo sappiamo: quindi non possiamo fare paragoni.
(Vedi, io tendo a comportarmi come se non sapessi le cose che non so).
Non ho portato a giustificazione il "caos in casa editrice". Se vuoi capire così, fa' pure. Ti ho detto: tu non hai idea di che cosa arriva in casa editrice. Ora aggiungo: la maggior parte dei testi che arrivano sono di una bruttezza assoluta. Fanno schifo. E bastano, ebbene sì, bastano pochi minuti per accorgersene.
Se "ci sono tanti che sulla pelle degli esordienti speculano in modo vergognoso", per piacere: dimmi chi sono costoro, e cita qualche caso esemplare.

Pubblicato da: giuliomozzi - 01.02.07 09:57