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23.01.07
Le premesse non sono note (articolo troppo sbrigativo)
di giuliomozzi
[in dialogo con l'articolo di Gabriele Pedullà Le premesse sono note apparso in Alias e in Nazione indiana]
Non sono d'accordo con la frase ("Le premesse sono note") che apre l'articolo di Gabriele Pedullà pubblicato sabato scorso in Alias, supplemento del quotidiano il manifesto, e subito ripreso in Nazione indiana (nonché linkato da me qui sotto). Non sono d'accordo perché, secondo me, le premesse non sono per niente note. Le informazioni che Pedullà fornisce nell'articolo (e che costituiscono, appunto, le "premesse") sono, per quel che ne so, corrette; e sono informazioni, in effetti, ampiamente note, che Pedullà riassume egregiamente. Sostenendo che "le premesse non sono note" non intendo dire che Pedullà abbia fatta cattiva informazione, né intendo dire che le sue "premesse" non sono vere. E non voglio neanche fare un esercizio di benaltrismo.
Fattostà che, secondo me, credere che "le premesse siano note" è altamente ingannevole. Provo a dire perché.
Negli ultimi due anni sono stati fatti (anche da me, e per vostro sollazzo ne elenco alcuni nelle note) molti discorsi su quello che Pedullà chiama il "sistema delle lettere" (e che si potrebbe chiamare "spazio letterario", "campo letterario" eccetera, a seconda della disciplina o della scuola di pensiero: ma che si tratti sempre e comunque di un discorso sul "complesso", mi pare chiaro). Pressoché tutti questi discorsi, secondo me, sono difettati. O sono discorsi parziali, nel senso che prendono in considerazione solo un pezzo del "sistema delle lettere", considerandolo però come un "pezzo autonomo" (e quindi non parlando delle "lettere" come di un "sistema", in realtà). Oppure sono tentativi di fare un discorso generale sul "sistema delle lettere", ma tendono a realizzarsi come discorsi generici, o scarsamente informati (magari informatissimi su alcune questioni, e disinformati su altre), o sbrigativamente ideologici.
Ad esempio. Io lavoro nell'editoria di ricerca e potrei intrattenervi per ore e ore sui problemi di distribuzione e di promozione che sono la croce dell'editoria di ricerca [1]. Sono anche (o almeno sono stato) un cosiddetto scrittore, che in quanto tale legge ciò che viene scritto dai critici, e potrei intrattenervi per altre ore e ore sui discorsi attorno all'esistenza o inesistenza della narrativa italiana (o sull'esistenza o inesistenza di una crisi della narrativa italiana) [2]. Potrei addirttura inoltrarmi nella discussione su che cosa devono (o dovrebbero) fare gli scrittori e su che cosa devono (o dovrebbero) fare i critici [3]. Ma tutti questi discorsi, il più delle volte, per quanto possa stimare (eticamente, scientificamente ecc.) chi li fa, mi appaiono come discorsi parziali, o peggio: come discorsi la cui parzialità non genera che sconfitta [4].
Altro esempio. La famosa discussione sul testo di Antonio Moresco La Restaurazione, pubblicato in Nazione indiana, fu una discussione su pressoché tutto - fuorché sul "sistema delle lettere". Eppure, come mi pare sia evidente, l'oggetto del discorso doveva essere nient'altro che quello. (Si potrebbe dire che la discussione fu un bell'esempio di "sistema delle lettere in azione"; ma questo è un altro discorso). Il problema era che l'intervento di Moresco [5], il cui scopo doveva essere, in teoria, quello di avviare una discussione pubblica, in realtà la chiudeva: perché proponeva una interpretazione generale (condensata nella parola "restaurazione", appunto) senza alcuna argomentazione (con molta e splendida retorica, con grande mozione degli affetti: ma questo, almeno a me, non basta) e con furibondo manicheismo (tant'è che poi Nazione indiana si spaccò). Da quella discussione, dalle ulteriori discussioni che seguirono, eccetera, non mi risulta che siano venute fuori descrizioni del "sistema delle lettere" utili allo scopo di [a] conoscere il sistema, [b] intervenirvi.
Non è vero che "le premesse sono note". In un'intervista concessa a Marco D'Eramo (la leggevo qualche giorno fa, non ce l'ho qui sottomano), Pierre Bourdieu [7] se ne uscì con una frase che suona più o meno: "Il problema del discorso sugli intellettuali è che è monopolio degli intellettuali". La battuta è buona, e formulerei la mia domanda in questo modo: "Di chi è monopolio oggi il discorso sul sistema delle lettere?". Un'altra formulazione potrebbe essere: "A chi è stato sottratto il discorso sul sistema delle lettere?".
Proviamo a vedere che cosa significa un'espressione "sistema delle lettere". Chi c'è dentro questo sistema? Ci sono gli scrittori e i lettori (va bene), ci sono gli editori e i critici letterari e i giornalisti di cultura (va bene), ci sono le aziende di distribuzione e di vendita al dettaglio e di vendita per corrispondenza (va bene), ci sono i rotocalchi e le televisioni e le radio e le pubblicazioni in rete (va bene), ci sono le aziende tipografiche e le agenzie di pubblicità e gli organizzatori di eventi e le amministrazioni centrali e locali (va bene), ci sono le università e le varie istituzioni culturali locali nazionali sovranazionali (va bene), e chi altro c'è? Aspetto aggiunte alla lista.
Ora, quali sono i soggetti che, quando parlano, riescono a dare l'illusione di parlare "a nome di", o "riguardo a" tutto il "sistema delle lettere"? La risposta è, secondo me: gli editori industriali. Il critico può parlare (Gabriele Pedullà ha appena parlato), ma il suo punto di vista è "il punto di vista del critico", naturalmente, e bastano poche mosse retoriche per inchiodare il critico alla sua incompetenza a parlare del "sistema" (caro critico, ma tu lo sai quanto costa la carta? lo sai come funziona il mass-market? ecc.). Lo scrittore può parlare, ma è peggio che andar di notte: ben che vada lo scrittore è un idealista, un narcisista, un esibizionista, se è italiano ovviamente "guarda solo il suo ombelico", e nessuno meno di lui è titolato a parlare del "sistema delle lettere" in generale. Il giornalista di cultura, be', lui sì ha una visione un pochettino più generale, glielo si può concedere: ma un giornalista è un giornalista, tutto ciò che dice è superficiale, improvvisato, parla oggi di "sistema delle lettere" e domani di quanto sia bello farsi l'hit parade personale nell'iPod. Gli accademici sono accademici e polverosi, lontani dalla vita reale; gli organizzatori di eventi sono interessati solo a riempire le sale e a buscare i finanziamenti degli enti pubblici; e via, via, via: ogni soggetto che pensi di prendere la parola, oggi, sul "sistema delle lettere", è facilmente respinto nell'insignificanza. Tranne l'editore industriale.
Il punto è che se l'editore industriale ha il monopolio dei discorsi sul "sistema delle lettere" (non nel senso che solo lui li fa, ma nel senso che quelli fatti da tutti gli altri sono irrilevanti o vengono facilmente cacciati nell'irrilevanza), questo avviene perché è vero che solo l'editore industriale ha una visione panoramica del "sistema delle lettere", e quindi solo l'editore industriale conosce e agisce in base alle sue conoscenze in maniera strategica.
Io non mi arrischierei a dire che "le premesse sono note". Abbiamo informazioni, certo. Non siamo nati ieri. Riusciamo a intravedere (che lo chiamiamo o no "Restaurazione") il processo in atto. Ma secondo me gli "intellettuali" del "sistema delle lettere" (cioè gli "scrittori" e i "critici") non possono continuare a fare discorsi sul "sistema delle lettere" nell'illusione di averne il monopolio (dei discorsi) o almeno di dominarli. Io sono qui da anni che mi rigiro nel magico mondo del "sistema delle lettere", e alla fin fine ho un enorme bisogno di sapere che cosa è questo "sistema", come funziona, come vi agiscono gli attori che ci stanno dentro, eccetera. (Tra parentesi: ho fin qui usata l'espressione che ha usata Gabriele Pedullà: io preferirei parlare di "campo letterario" [8]).
Faccio un esempio apparentemente sciocco (dico che è apparentemente sciocco perché più volte mi sono sentito dire che è un esempio sciocco; ma secondo me non lo è). Ci sono ragazzi che mi domandano, ingenuamente: "Come si diventa scrittori?". Ecco: se solo prendessimo questa domanda come una seria domanda di sociologia della cultura, già cominceremmo a conoscere meglio il campo letterario...
[tornerò sull'argomento]
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[1] L'ho fatto ad esempio in tre articoli sulla questione della distribuzione (Come funziona la distribuzione, Il diritto di resa, Come è fatto il prezzo di un libro) e in un appunto su Quando un libro si venderà? (tutti articoli ai quali sono seguite interessantissime discussioni).
[2] Anche questo l'ho fatto. Se volete dilettarvi con la questione, potete partire dall'articolo La letteratura non esiste; non esiste quindi la narrativa italiana; non esistendo, la narrativa italiana non può essere in crisi; dunque, la narrativa ialiana non è in crisi e da lì risalire a tutti i passaggi della discussione.
[3] E pure questo l'ho fatto: vedi l'articolo Che cosa chiedo alla critica letteraria e, magari, anche l'interessante risposta di Giacomo Sartori: Che cosa chiedo ai critici dei critici.
[4] Credo che quanto ho raccolto, giusto un anno fa, nel libro Best Off 2006 (pubblicato da minimum fax), esemplifichi bene una situazione di stallo del discorso.
[5] Che ovviamente non parlava solo per sé, ma era ragionevolmente convinto di parlare a nome del gruppo.
[6] Presi allora posizione con un articolo (sempre in Nazione indiana) intitolato Preterizione.
[7] Sociologo francese. Il suo libro importante, per il discorso che qui si fa, è La distinzione (pubblicato in italia da il Mulino). L'intervista di cui parlo è nel libro Campo del potere e campo intellettuale (manifestolibri).
[8] Pierre Bourdieu, Le regole dell'arte. Genesi e struttura del campo letterario, Il Saggiatore.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 23.01.07 11:38
Interventi
Sono contento che sei approdato a Bourdieu, e davvero interessato quel che potrà prodursi dall'incrocio con la tua esperienza.
Pubblicato da: elio-c - 23.01.07 18:24
Forse il punto è che quello che chiami "campo letterario" ha perso il suo tradizionale perimetro distinguibile, perchè oggi il media letterario è contenuto da (e a sua volta contiene) altri media che non sono letterari. La pressione che hanno sulle classifiche di vendita titoli legati a personaggi o eventi televisivi nel contenuto o nella promozione che ricevono (ma attenzione: anche l'impossibilità per il romanzo di non riferirsi al luogo dell'in-esperienza televisiva, vedi gli ultimi Siti e Genna) determina uno slabbramento del perimetro usuale, dove autori, pubblico editori e critica avevano la possibilità di parlare con piena voce in capitolo.
E' vero che Dan Brown è un romanziere di successo come altri, ma non è il circuito letterario, bensì quello televisivo-cinematografico unito alla distribuzione commerciale dei megastore (diversa da quella puramente editoriale) che ne fa un long oltre che un best-seller. Chiederemo ai frequentatori di "Porta a porta" o dell'Esselunga che cos'è un buon libro? No, certo. Ma bisognerà pure accettare che anch'essi leggono.
Prima, non leggevano affatto.
Poi si può fare un altro passettino.
E chiedersi perchè la letteratura che arriva all'Esselunga è così scadente e reazionaria.
E si arriverebbe forse a dire che chi muove da un'ispirazione autentica (e non dalla semplice volontà di confezionare un prodotto di successo), cioè, diciamo lo scrittore di qualità, in Italia sceglie di essere più autore che narratore, aborre la "popolarità" del romanzo e prova a trascenderlo a tutti i costi, oppure si arrende agli srereotipi del genere e si mette in fila per il paradiso delle vendite. Così il romanzo "popolare" si chiama Moccia, Melissa P. e Dan Brown.
Fatte le debite eccezioni: penso a Biondillo, Avoledo, Saviano. Autori e libri diversissimi, dove però io trovo una volontà comunicativa, unita a una forte carica umana, che li rende universali. Questi, sono felice che arrivino all'Esselunga.
Pubblicato da: Valter Binaghi - 23.01.07 18:30
chi è l'editore industriale? e come si diventa falegnami? ciao.
Pubblicato da: andrea branco - 23.01.07 19:17
Interessante a condivisibile l'articolo di Pedullà (rispetto a me e per me comunque sempre in ritardo di più di un lustro...), interessanti le riflessioni di Mozzi.
Ma a questo punto lo stesso giuliomozzi spesso ha detto: d'accordo, ma le proposte e le soluzioni per cambiare?
Io le ho ripetute troppe volte in questi anni, in forma violenta e articolata, privatamente e pubblicamente, ma le ripeto brevemente e senza approfondire ancora una volta:
1. Basta mettere mano ai libri. Se un editore vuole pubblicare un libro inviatogli bene, se bisogna invece passare alla trasformazione di quel libro attraverso l'editing di una o più persone gli scrittori hanno il dovere di rinunciare a pubblicare quel testo travisato. Un libro si può scrivere all'infinito, lo stesso autore lo può scrivere e riscrivere all'infinito, per questo la scrittura prevede un principio inderogabile di autodeterminazione del testo attraverso l'autore, altrimenti che senso avrebbe scrivere se non si riesce a sospendere il tempo per permettere a tutti di vivere quel preciso tempo narrato? Spero di essermi fatto capire, perché questa non è la sede per le spiegazioni troppo lunghe.
2. Basta inviare ai critici e ai giornalisti in poltrona (e ora anche ai blog e ai proot) le copie gratuite dei libri. Che escano a fare due passi e una bella ricerca in libreria. Così invece che 25 recensioni di Faletti o di Gomorra magari ne avremo solo 15 più altre 10 di cose altrettanto interessanti e sconosciute, frutto di percorsi di lettura messi a disposizione di tutti.
3. Basta autori in vetrina. Tutti a casa a fare la fame e a vivere un po' più quotidiano e meno salotti e salottini pseudointellettuali.
4. Basta editori che ti fanno un favore, a te che non sei nessuno e devi ringraziare il cielo se loro così brillanti vogliono fare di te uno scrittore. Non c'è problema, che se li scrivano da soli i libri no? Tanto hanno già cominciato a farlo anche gli editor e gli agenti letterari...lasciamoli il tempo di fare da soli. Sarà divertente. Quindi, o l'editore crede nello scrittore per almeno dieci anni e qualche libro o che rinunci subito. Non è necessario per nessuno fare librettini tanto per fare.
5. Basta favori e opinioni di scambio, tipo io editor pubblico te che recensisci me che esco con un libro da un altro editore che ha qualcuno che recensisce la tua fidanzata che hai trovato ad un corso di scrittura fatto dal cugino di tua zia che è l'agente di tizio che ha lavorato come scrittore per la televisione con il fidanzato di caio che ha amato tanto quel libro scritto da un critico-scrittore che per primo aveva letto un testo di quell'attore che ora è diventato giallista....
E chi dice che questo non è reale mente e procura più danni di chi mette in opera tali atteggiamenti.
6. Basta guardare quello che fanno tutti gli iperattivi che girano intorno al mondo dei libri. Guardiamo tutti quelli, e non sono pochi, che NON FANNO NULLA.
E qui mi fermo, mi scuso per i refusi e chi vuole approfondire le mie tesi se le cerchi. Vedrà che in giro le trova.
Pubblicato da: simone battig - 23.01.07 20:01
7. Basta liste.
Pubblicato da: Anonimo Ri-saputo - 23.01.07 20:15
Intervengo solo sulla parte che riguarda Nazione Indiana, dato che mi pare inutile discutere sul senso di un articolo non terminato.
Trovo che il pezzo "La restaurazione" e la discussione che ne è seguita siano due oggetti da tenere distinti.
La discussione nel colonnino fu esangue e per lo più si diede ragione a Moresco. La discussione oltre il colonnino non riuscì a riguardare il pezzo di Moresco, tuttavia riuscì a far parlare chi per lavoro/indole deve parlare di qualcosa comunque, cioè fu il passatempo dell'intellettuale "bavarde".
Il pezzo "la restaurazione" dal punto di vista della funzione era tale e quale al pezzo mozziano "Classici e puttanate": era il "la" a un discorso che doveva precedere la fase operativa. Un pezzo per mobilitare, per condividere una visione di allarme, un urlo se vogliamo. Non credo che Moresco scrivendolo intendesse che quelle dovevano essere le definitive parole sulla questione, e che da lì si dovesse partire come da un versetto di libro sacro (la mia interpretazione è confermata dal libro-intervista di Parente). Questo lo si può pensare soltanto con la testa piena di pregiudizi.
In più, dietro al testo La restaurazione c'era uno studio accurato che è sempre stato citato all'interno di quel movimento di idee che nasceva in Nazione Indiana: "Editoria senza editori" di André Schiffrin. Impossibile dunque dire che i protagonisti di quel movimento non si muovessero in base a una solida conoscenza del "sistema delle lettere". Attenzione: la conoscenza stava a monte, non doveva essere prodotta, casomai doveva essere portata a conoscenza del lettore comune.
Date queste premesse: un testo che autorevolmente descriveva la situazione e un bel discorso di mobilitazione, un'anima ingenua si aspetterebbe chissà quali grandi cose. Invece ci fu immediatamente una levata di scudi contro. Perché si chiederà un'anima ingenua? Bella domanda... credo fosse un problema di orticelli calpestati.
A questo punto che fare? Se si vuole fare davvero ci si unisce tra quelli che restano e si fa quel che si può: un ottimo blog e, come leggo sull'ultimo fernandel, una rivista (imminente) ambiziosa. Questo oltre a quello che già si faceva: le recensioni, gli interventi, i testi pubblicati, tutto lavoro tenuto sempre su un alto livello critico, che costituisce un contributo a mio modesto parere notevole. E se a modesto parere di un semplice lettore da lì è arrivato qualcosa di buono, a maggior ragione un intellettuale dovrebbe accorgersene.
Pubblicato da: a.b. - 23.01.07 21:28
Il testo citato di Andrè Schffrin EDITORIA SENZA EDITORI è del 2000 (mentre l'articolo di Moresco se non erro è del 2004) ed è lo stesso testo da cui presi spunto io nel 2000 per scrivere un articolo intitolato UN GIORNO IDEALE PER I PESCEBANANA LETTORI che analizzava alcune amenità ben note riferendosi alla situazione editoriale italiana. Avendo fatto a titolo di esempio alcuni nomi qualcuno lesse quel testo e qualche rivista si rifiutò di pubblicarlo. Poi venne il wild web, la fintà libertà di opinione e discussione, le analisi di Moresco etc e ora, dopo sette anni articoli vari di varie persone su vari giornali ricalcano e avvalorano, ampliandole, le idee di quell'articolo del 2000.
Non essendo minimamente cambiata la situazione, anzi direi che è peggiorata, mi auguro almeno che chi scrive ancora Basta liste o non vuole accettare che le soluzioni ci sono (se le si vuole ammettere e non far finta di niente per difendere posizioni di privilegio) tra sette anni concorderà con le mie posizioni e le mie proposte.
Ma si saranno sprecati altri sette anni.
Pubblicato da: simone battig - 24.01.07 11:04
Se "Basta mettere mano ai libri" sembra a qualcuno una soluzione, allora vuol dire che quel qualcuno suggerisce (e pratica egli stesso, suppongo) massimalismi al limite del tragico. Approfitto della circostanza per segnalare un ottimo articolo sull'editing, che evidenzia proprio il problema opposto (vale a dire, una sorta di "declino dell'editing"). C'è un passaggio in particolare che trovo illuminante:
"That's why editors matter, not as butchers and barbers, but because what's wrong with a book can be something the author has repressed all knowledge of, something glaringly obvious which, the moment an editor or other reader identifies it, you think yes, of course, Eureka, and then you go back and fix it. Editing might be a bloody trade. But knives aren't the exclusive property of butchers. Surgeons use them too."
L'articolo è qui
http://books.guardian.co.uk/departments/generalfiction/story/0,6000,1543308,00.html
Pubblicato da: davide l. malesi - 24.01.07 11:20
@malesi
La cura del testo da pubblicare è dovere dello scrittore, che deve assumersi la responsabilità di consegnare all'editore un testo FINITO, che sente di difendere e che a suo avviso ha le qualità per portarlo alla luce e chiedere di pubblicarlo.
L'editing di cui parli può riguardare altri campi della scrittura, non ciò che mira a diventare letteratura. La letteratura è divenire, non fermarsi ad incrociare compatibilità ambientali e comunicative, altrimenti si verificherà un sempre maggiore appiattimento. Come infatti ora accade.
Se un libro è il prodotto dell'incrociarsi di varie opinioni e scritture perché il nome sul libro deve essere il tuo? Perché vuoi pubblicare un libro a tuo nome? Non ha senso, e non ha senso tanto più per chi è al primo libro, dove o il potere di difendere il testo è totale o non esiste proprio, viste le pressioni della maggior parte degli editori.
Non capisco cosa voglia dire massimalismo tragico, ma se scrivere libri è così poco importante e quasi non si può più usare la parola scrittore perché troppo romantica, se nessuno riconosce la figura dello scrittore ma tutti si rivendono per lavorare una presunta abilità di SAPER SCRIVERE, perché tutti vogliono pubblicare libri?
Se uno non crede in quello che ha scritto e non è disposto a difendere anche le virgole la risposta è che vuole pubblicare un libro solo per vanità, e questo è il massimalismo tragico che spaventa me. Se a te piace, buon per te.
Pubblicato da: simone battig - 24.01.07 12:00
caro battig, se le cose vanno male è proprio (non solo, certo. ma anche) perchè non c'è abbastanza editing.
Pubblicato da: Editor senza qualità - 24.01.07 12:13
Senti, Simone, ma non possiamo dire semplicemente (semplicemente?! ahahahahahah) che scrivere è bello, e che lo si farebbe anche nelle peggiori condizioni?
Non possiamo dire che scrivere è un lavoro di merda, più o meno come fare il poliziotto o lavorare al cantiere?
Però nessuno t'ha chiesto di scrivere. L'hai scelto tu. E se hai scelto di non vendere un milione di copie non puoi seguitare a vomitare la tua acrimonia per il mondo. Hai fatto i tuoi conti e hai preso una decisione. Sei un uomo, Simone. Questo fa un uomo, prende le sue decisioni. Se però te la prendi con altri, se ti lamenti, allora significa che tu non hai preso le tue decisioni. Erano decisioni finte. Ti sei fatto incastrare. Se le tue fossero decisioni vere, perché dovresti lamentarti? Di che cosa? Sapevi a cosa andavi incontro. Se non sai a cosa vai incontro, se non lo sapevi, se non lo immaginavi, allora hai preso decisioni finte. Sei stato, in definitiva, un povero fesso. Forse un fesso perché pensavi di poter cambiare lo stato delle cose, ritenendoti dotato di un talento non comune. Forse un fesso idealista. Forse un fesso presuntuoso e basta. Ma se ti lamenti, se vai avanti con questo cazzo di piagnisteo tutte le volte che puoi, in tutti gli spazi che hai, allora, be', vaffanculo, sei soltanto un fesso.
Credi di essere l'unico? Io nemmeno sono sposato, e non ho figli. E non ho una famiglia ricca, come l'hai tu. Però scrivo, e se c'è qualcuno che crede in me, io lo ringrazio una, cento, mille volte, fosse anche l'ultimo editore di questo cazzo di pianeta merdoso. Perché mi dà la possibilità di scrivere senza dovermi nascondere, cosa che ho fatto per anni e anni. E questo non è poco. E' molto. E' tutto ciò di cui ho bisogno. Sì, magari un giorno, mi ritroverò mezzo suonato dall'alcol, o con un qualche forellino in un braccio, perché mi farò questa semplice domanda: "Perché?". Ma se dovesse succedere, Simone, vorrà dire che sarà lì che sarò davvero un fallito. Non perché non ce l'avro fatta a diventare uno scrittore di successo oppure uno scrittore degno di portare questo nome, e non perché mi sarò sputtanato tutta l'esistenza per scrivere delle stronzate con le quali mezzi fessi piagnucolosi come te si puliranno il culo sputandoci sopra in nome dell'estetica, del leccaculismo o di chissà quale altra cagata giustificatoria, no, ma perché sarò io che non avrò più la forza di riconoscermi nelle mie scelte.
Ne sonosco troppi di 'puri di cuore' che volevano cambiare il mondo, e volevano essere santi e buoni, ma poiché nessuno gli ha mai detto 'bravo', si sono incazzati e hanno giurato vendetta al mondo e all'umanità diventando l'esatto opposto di quel che volevano essere. Finti santi. Soltanto dei presuntuosi arroganti che alla prima difficoltà, mostrano la loro vera natura di perfidi stronzi egocentrici.
Ma vaffanculo. Scrivi, se sei capace, e non rompere più le palle.
Pubblicato da: Anonimo Ri-saputo - 24.01.07 12:24
Anonimo Ri-saputo, ha ragione.
Pubblicato da: Rocky Balboa - 24.01.07 12:35
Andrea, la "funzione" di quel testo scritto da Antonio Moresco era proprio la stessa del mio testo su "classici e puttanate". Tant'è che quel testo lì (in origine, una email circolata nella lista di discussione di vibrisselibri) io non l'ho pubblicato (l'ha fatto Lucio Angelini), ritenendo che non servisse pressoché a nulla.
Per il resto, mi confermi che dietro quel testo c'era una bibliografia consistente in un unico libro?
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.01.07 12:50
Battig, a me (come persona reale, che vive nel mondo) interessa così tanto pubblicare un libro a mio nome che Davide L. Malesi è uno pseudonimo, e che quasi nessuna delle persone che partecipa della mia vita reale è informata del fatto che scrivo narrativa. Il 99% dei miei colleghi non lo sa. I miei conoscenti e amici non lo sanno, salvo i più intimi. Non lo sanno neanche i miei parenti. Lo sa la mia compagna, lo sa il mio capufficio (ch'è uno dei miei "lettori modello", e quindi deve sapere), lo sanno un paio di amici. Fine.
Ciò detto, la vanità non mi manca (così come non credo manchi a nessuno, o quasi). Ma io credo che qualsiasi libro sia il prodotto dell'incrociarsi di diverse opinioni, e di diverse scritture. Nessuno è un'isola, e nessuno nasce come tabula rasa. Ciascuno si sceglie i suoi padri nobili: io, se non avessi letto Sterne o Swift (per dirne giusto un paio) dubito che avrei mai scritto un libro in vita mia. Quanto al "diventare letteratura", no, per carità. E' un discorso di cui non mi frega niente. Per me, un romanzo è una macchina per produrre interpretazioni: se scrivo romanzi, sono uno che fabbrica macchine per produrre interpretazioni. Che poi queste macchine siano letteratura o ingegneria, mi frega fino a un certo punto.
Pubblicato da: davide l. malesi - 24.01.07 13:11
(ovvero, mi frega poco o, pi probabilmente, nulla)
Pubblicato da: davide l. malesi - 24.01.07 13:13
Giulio, Moresco ha pubblicato un bellissimo testo per motivare le persone e questo mi sembra naturale. Tu hai fatto un discorso allo stesso modo per motivare le persone, se lo hai fatto lo avrai ritenuto utile no? o fai le cose a vanvera?
Il testo di Schiffrin è FONDAMENTALE (tra l'altro nel frattempo ne è uscito un secondo) e vedo che NON compare nella tua bibliografia. Concludo dicendo che mi sono sentito di dire la mia avendo seguito da vicino tutta la vicenda e trovando una "fiaba", un "mito" - non privo di una certa scorrettezza - il modo in cui tu la riassumi qui. Comunque quello che volevo dire sta tutto nel mio intervento precedente. Se è arrivato bene, altrimenti pace.
Pubblicato da: a. b. - 24.01.07 14:15
Vedo che qui c'è il solito modo di insultare in maniera anonima. Appunto, le cose non cambiano mai. Ormai direi che siamo alla patologia pura, basta leggere Anonimo Ri-saputo che riesce pure ad inventarsi che io verrei da una famiglia ricca...ah..ahh.ahh..non sa nemmeno quello che dice...poverino...che pena ragazzi. Questa, si vede, è la qualità dell'aria.
Me ne torno da mia moglie e mio figlio, lui ha cinque anni e ragiona di più. Adios.
Ah..ringrazio il padrone di casa, anche se l'ospitalità non è delle migliori viste le frequentazioni anonime e la mancanza di idee. A forza di sparate come quella di anonimo risaputo chi frequenterà più questi posti virtuali? mah...
Pubblicato da: simone battig - 24.01.07 14:28
a.b., schiffrin sarà fondamentale (insomma, potremmo discuterne. ma facciamo che lo sia), ma i testi che cita qui la persona che si firma "giuliomozzi" lo sono ancora di più. per verificarlo ti consiglio di leggerli, se non l'hai già fatto.
se l'hai fatto e ritieni comunque i libri di schiffrin più FONDAMENTALI (come scrivi tu) di quelli bourdieu (le regole dell'arte in particolare), be' sarei curioso di sapere in base a quali criteri.
con simpatia e stima, saluti.
Pubblicato da: Editor senza qualità - 24.01.07 14:35
Ciao Giulio,
completamente OT, ma per dirti che ricercendo l'articolo su Michele Serra del 13 Gennaio per vedere se qualcuno aveva risposto ad un mio commento, non l'ho più trovato ( il commento).
Ce n'erano altri, ma non il mio, che avevo visto all'epoca e giorni dopo la pubblicazione.
Non che mi interessi la faccenda nello specifico, ma forse c'è qualche malfunzionamento.
Ciao
Paolo
Pubblicato da: vella - 24.01.07 15:09
Andrea, credi davvero che nel libro di Schiffrin sia scritto tutto ciò che serve sapere?
Io no.
E so distinguere una conversazione privata da un testo pubblico.
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.01.07 15:22
Vella: sì, c'è qualche malfunzionamento. Durerà ancora per un po' di giorni: ci sono pagine che scompaiono per qualche minuto o qualche ora, e poi ricompaiono (ma nulla si perde).
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.01.07 15:24
non capisco perchè si sia incarognita questa discussione e sia stato trattato male simone battig che non ha espresso, secondo me, opinioni peregrine.
Oggi si fa troppo uso di editing per riuscire non tanto a migliore la qualità letteraria del testo, ma per renderlo più commerciale. Nascono così, spesso, scrittori di un solo libro e di una sola stagione.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 24.01.07 15:27
Non vorrei sembrar pedante, ma tra il dire che "oggi si fa troppo uso di editing per riuscire non tanto a migliore la qualità letteraria del testo, ma per renderlo più commerciale" e l'imperativo "Basta mettere mano ai libri", mi sembra che vi sia differenza. E poi: "commerciale" mi sembra qui sia inteso come (adopero la definizione del De Mauro) "che ha come solo scopo il guadagno e quindi non viene considerato artisticamente". Siamo sicuri che vi siano dei metodi per rendere "commerciale" un testo attraverso l'editing? E ancora: posto che vi siano metodi per rendere "commerciale" un testo attraverso l'editing, vien spontaneo domandarsi: quali parametri definiscono un editing che ha lo scopo di rendere "commerciale" un testo? Dopodiché: siamo certi che sia così semplice fare editing per "rendere un testo più commerciale", al punto che tale pratica si sia diffusa presso una intera categoria professionale, ovvero che gli editor l'abbiano eletta a sistema? (Il che giustificherebbe, mi pare, l'affermazione: "oggi si fa troppo uso di editing per riuscire non tanto a migliore la qualità letteraria del testo, ma per renderlo più commerciale").
Pubblicato da: davide l. malesi - 24.01.07 16:00
Bartolomeo: anch'io ho qualcosa da dire in proposito: è vero che uno scrittore non dovrebbe piegarsi alla manipolazione dei suoi inediti, ma è anche vero che, se non si piega, l'editore può anche pubblicare qualcun altro, più arrendevole, magari di qualità molto inferiore allo scrittore che non si piega. Quest'ultimo dovrebbe sviluppare capacità argomentative tali da convincere i suoi editor che le sue scelte sono giuste. Forse i grandi argomentatori hanno più possibilità di diventare grandi scrittori.
Pubblicato da: Cano - 24.01.07 16:01
Simone, giusto per curiosità, tu non fai leggere i tuoi testi a qualche amico o collega prima di inviarli? O il dubbio che il tuo testo non sia perfetto nel momento in cui esce dalla tua tastiera non ti sfiora nemmeno?
Pubblicato da: Pensieri Oziosi - 24.01.07 16:06
Il testo di Schiffrin era la base necessaria e sufficiente per muoversi. Che poi si potessero arricchire i dati mi pare ovvio. Resta che quelle persone non si erano mosse per nulla come tu fai credere. Tant'è che se permetti stanno realizzando parecchie cose.
Io scrivo cose che cercano di stare nel buon senso, tu mi rispondi portando tutto su un piano sofistico. Puoi arrampicarti su tutti gli specchi che vuoi, il testo di Moresco rimane ottimo e perfettamente funzionale. Se tu e quelli della nuova NI avete la testa piena di pregiudizi non è colpa mia. Però la ricostruzione che fai qui della cosa, questa fiaba, è davvero scorrettissima.
Pubblicato da: a. b. - 24.01.07 16:11
Cano, ma non pensi che i consigli degli editor possano essere -e la maggior parte delle volte sono - assolutamente sensati ed efficacemente tesi al miglioramento del libro?
Possibile che tutti gli autori si credano i depositari della Verità e così Perfetti da non dover accettare consigli? Infatti non è così, grazie al cielo. Così sono i ragazzini.
Pubblicato da: Editor senza qualità - 24.01.07 16:19
Editor senza qualità: no, non credo alla favola degli Editor Cattivi. Però, gli editor non sono infallibili: possono proporre anche modifiche inutili, o addirittura peggiorative del testo. Lì, l'autore dovrebbe cercare di convincerli, di portarli dalla sua parte.
Pubblicato da: Cano - 24.01.07 16:32
Andrea, il testo di Schiffrin non era (e non è) una base sufficiente per muoversi.
Questa è la mia opinione. Sto facendo un discorso sofistico?
Fa' un elenco dei pregiudizi che mi attribuisci, così posso controllare se ce li ho davvero.
Pubblicato da: giuliomozzi - 24.01.07 16:51
è ovvio, Cano. Ma se ne discute no? un po' ce ne metto io, un po' ce ne metti tu, un po' ce ne mettono le altre persone a cui fai leggere le cose. Tutto qua, solo che l'idea dell'artista romantico come unico depositario della Verità e del Destino della sua scrittura mi sembra ancora molto diffusa (come testimoniato dalle veementi parole di Battig) e viralmente dannosa.
Pubblicato da: Editor senza qualità - 24.01.07 17:32
@ malesi e Cano
La posizione espressa da simone battig dovrebbe essere, secondo me, la via maestra di un autore. Un autore dovrebbe sentire l'opera come sua, soltanto sua. Per arrivare a questo deve sottoporsi ad una disciplina piuttosto severa. La prima riguarda la lettura. Non si può essere bravi autori se non si è prima di tutto bravi lettori. Un lungo periodo dedicato alla lettura dovrebbe anticipare quello dedicato alla scrittura. Quando si comincia a scrivere, inoltre, non si deve per nessun motivo, smettere di leggere altri autori.
Una volta scritto il testo, inoltre, è buona regola quella di non avere la fretta di considerarlo un'opera compiuta. Ci si deve poter mettere di fronte ad un proprio testo allo stesso modo in cui ci si pone di fronte ad un testo altrui. Con la stessa capacità e lucidità critica.
Arrivati a questo punto, la lettura da parte di un editor potrebbe aiutare a scoprire mancanze che, essendo comunque noi gli autori del testo, ci potrebbero essere sfuggite. Ma dovrebbe trattarsi di aggiustamenti minori e limitati.
Oggi invece mi pare che ci sia la tendenza a tirare giù il testo, pensando che poi sarà affidato ad un editor, che aggiusterà le cose.
Ecco, io non sarei fiero di un'opera che fosse stata largamente elaborata da un editor. Non sarebbe un'opera mia, ma un'opera anonima e senza l'anima dell'autore.
Quindi, non rifiuto aprioristicamente l'intervento di un editor, ma esso deve essere limitato giacché l'opera è stata rivista e perfezionata dall'autore.
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 24.01.07 17:42
No Giulio, non faccio niente: l'ho già fatto nel mio primo post. Non mi faccio trascinare nel tuo solito giochetto di sezionare parole, produrre elenchi infiniti, tagliare arbitrariamente i discorsi, spostare di soppiatto il significato delle parole.
Sono convinto che esista il buon senso e che in quello che hai scritto su NI non ce ne sia traccia. Come non c'era traccia di buon senso nella reazione di NI2.0 alle parole di Scarpa su Gomorra. Come dicevo, ho scritto quello che dovevo, così almeno i passanti hanno una possibilità in più di non bersi la favola.
Fatto questo la cosa non mi interessa più. Non penso nemmeno che interessi gli interessati che da quello che ho letto su Fernandel hanno ben altro da fare. Del resto le premesse del loro movimento dovevano essere solide se stanno facendo così bene. Ti lascio in compagnia dei tanti anonimi con mail falsa che infestano questo blog.
Pubblicato da: a.b. - 24.01.07 17:49
Scusate, ma voi non trovate, nei libri che leggete, un sacco di cose che un editor avrebbe dovuto mettere a posto? Io ne trovo spesso. Ho anzi l'impressione che molti editori, per risparmiare, facciano a meno degli editor.
Quanto all'autorialità, al sentire un libro come proprio, al "limae labor et mora", forse abbiamo dimenticato che Baricco (proprio lui!) ha scoperto come lo stile di Carver, che ci sembrò così suo, è invece il prodotto di tagli micidiali operati dal suo editor. E che dire dell'intervento "cesareo" di Ezra Pound su "Terra desolata" di Eliot ? Ecc. ecc.
Pubblicato da: riccardo ferrazzi - 24.01.07 18:01
ummm. io ripeto la domanda: chi è l'editore industriale? voglio dire, sarà pure una persona, o un gruppo di persone, ecco. quando si parla di critici, scrittori, di quelli che fanno discorsi irrilevanti intorno al sistema delle lettere, viene subito in mente qualche nome, qualche cognome. almeno, qualcuno mi viene in mente. però quando mi si dice "l'editore industriale", ecco, mi scompaiono nomi e cognomi. no che non ci siano persone, solo che mi sembrano diventare altro. forse una mia tara, non riesco a individualizzarli. così, ecco, ho riformulato la domanda precedente. e dato che ci sono: come si fa a diventare falegnami? nello stesso modo in cui si diventa scrittori? ora ho finito davvero. se ho disturbato, sorry. ciao a tutti, belli e brutti;-)
Pubblicato da: andrea branco - 24.01.07 18:38
[commento "tecnico" per forzare la rigenerazione della pagina]
Pubblicato da: Pensieri Oziosi - 25.01.07 10:26
Andrea, tu mi dici: "Hai dei pregiudizi". Io ti dico: "Dì quali sono questi pregiudizi". Tu dici: "No, non te li dico".
Chi è che fa giochi di parole? Chi chiede di nominare ciò di cui si parla o chi si rifiuta di farlo?
Pubblicato da: giuliomozzi - 30.01.07 11:55
Bartolomeo, tu scrivi: "Oggi invece mi pare che ci sia la tendenza a tirare giù il testo, pensando che poi sarà affidato ad un editor, che aggiusterà le cose". Questa "tendenza" di cui parli sarà avvalorata, suppongo, da un certo numero di libri attualmente in commercio di cui conosci la genesi, e dei quali dunque sai che l'autore ha "tirato giù il testo" per poi affidarlo a un editor e farglielo "sistemare". Di quali - e quanti - libri tu stai parlando? Quale base statistica hai adoprato per identificare questa "tendenza"? Dove posso trovare dati tali da avvalorarla? E questi dati, come posso verificarli? Esiste l'opportunità di un riscontro?
Pubblicato da: davide l. malesi - 30.01.07 14:07
@malesi
Se, come dichiari, ti frega poco di molte cose che riguardano i libri allora perché metterti a scrivere o voler leggere racconti davanti ad editori? Forse perché credi veramente che un romanzo sia una macchina per produrre interpretazioni...io invece mi riconosco nelle parole di Joao Gilberto Noll "Ogni forma d'arte, compresa la letteratura, non è altro che la negazione di se stessa, delle possibilità esistenti". Ecco, Davide l. Malesi, tu forse sei giovane e pensi di produrre interpretazioni scrivendo romanzi, ma quello che fai è l'esatto contrario: quando scrivi pratichi cesure, tagli del flusso delle storie, elimini possibilità e quindi anche interpretazioni: sono molte di più le interpretazioni che sopprimi che non quelle che riesci a produrre, altrimenti non potresti scrivere nessuna storia comunicabile. Non ti sembra?
@Anonimo-Risaputo alias Rocky Balboa
Certo bisogna essere parecchio malati, frustrati, insicuri e vigliacchi per essere anonimi con due nomi diversi e darsi anche ragione nel post seguente. Attento a non inventarti troppe cose sulla mia famiglia, mio padre ha cominciato a lavorare da dipendente a 18 anni e forse andrà in pensione tra dieci...bada a quello che dici e se hai qualcosa da dire dillo a me (e vedi che corrisponda alla verità), che con quelli come te mi pulisco i denti, e non tirare in ballo chi non c'entra nulla. Sono stato abbastanza chiaro? E impara a scrivere il tuo nome prima di scrivere.
@Bartolomeo
Per me certe amenità sono spiegabili solo quando le persone sono in malafede, frustrate e, in fondo, piccole piccole, incapaci anche di difendere persino la loro dignità.
Grazie per aver ribadito la tua analisi sull'editing, che mi sembra l’unica degna possibilità di movimento. Poi chi vuole continuare a vendere fumo (gli stessi editor, copy vari, sceneggiatori, etc etc) continui pure.
@Pensieri Oziosi
No, non faccio leggere a nessuno i miei testi. Pensavo fosse evidente che il punto non è se il mio testo sia perfetto o meno, adesso vuoi dirmi che esistono testi perfetti? Perfetti per chi? Sotto quale punto di vista e in che momento? Negli autori che più amo ci sono pagine e pagine che posso considerare imperfette o che addirittura giudico scritte male. E allora? La perfezione non c’entra nulla con la letteratura.
@Editor senza qualità
E chi dovrebbe essere il depositario della scrittura se non colui che scrive? Il processo che tu e altri indicate nello scambio di idee tra “gente di libri” è gia insito nella formazione di chi scrive, che è anche un lettore e vive nel mondo. Non credo ci sia niente di romantico o dannoso nel voler confrontare ciò che si è scritto solo con i lettori che lo leggeranno in un libro finito e non, preventivamente, con chiunque abbia qualcosa da dire al riguardo, prima di offrirlo ai lettori. Ci sono già così tanti limiti nella scrittura che non mi pare il caso di aggiungere anche la creazione di modelli ideali di lettori Frankenstein supposti sulla base dell’unione di pezzi di modi di scrivere e leggere di varie persone affiancate allo scrittore. Scrivere pensando preventivamente ad un lettore a cui rivolgersi vuol dire escludere ancora altre possibilità, vuol dire stare nel proprio tempo, mentre uno dei motivi per cui io scrivo, ad esempio, è proprio non avere un tempo. O perlomeno riuscire a sospenderlo.
@riccardo ferrazzi
E infatti Carver è come se avesse scritto sempre lo stesso racconto per tutta la vita, senza mai un cambio di tono o di idee. Non un gran merito per uno scrittore. Per il resto parli di poesia e su questo punto, mi spiace, non posso risponderti in questa sede.
Risposte dovute, in special modo per quanto riguarda il comportamento degli anonimi.
Non interverrò più qui né altrove. Dopo dodici anni di osservazioni credo che il quadro sia chiaro: ognuno può cambiare le cose, se vuole.
Pubblicato da: simone battig - 31.01.07 14:07
Battig, no, per carità. Io quest'idea alta, nobile, della letteratura, veramente non la sopporto. Mi sembra futile (anzi, dannosa), oltreché criptica. Tu mi chiedi perché scrivo, eccetera eccetera. Visto che mi citi Joa Gilberto Noll (che, ammetto la mia ignoranza, non so chi sia) mi consentirai di risponderti a mia volta con una citazione di Ray Bradbury: "Noi scrittori, fondamentalmente, non siamo molto diversi dai bardi dei tempi omerici, che giravano per il mondo e, trovato un accampamento di uomini in armi, dicevano: - Se mi riempite la coppa di vino e mi offrite un piatto di carne, vi racconterò una storia su una vergine e un toro che sono sicuro vi stupirà...".
Ecco, per me è veramente tutto qui.
Pubblicato da: davide l. malesi - 31.01.07 14:15
(che poi i romanzi siano macchine per produrre interpretazioni, è cosa di cui son davvero convinto: dir che, scrivendo "pratico cesure, taglio del flusso delle storie, elimino possibilità", è un argomento davvero arzigogolato: è come dire che il tale che fabbrica una macchina per pelar le patate, nel fabbricarla, non v'inserisce i meccanismi che avrebbero consentito a quella macchina di asfaltare strade, catramar scafi, o avvitare bulloni. Io sono per la biodiversità, non mi faccio tutte 'ste seghe mentali: se scrivendo fabbrico una macchina che contiene storie e produce un numero limitato di interpretazioni, ci saranno altri scrittori, voglio ben sperare, che scriveranno ciascuno le proprie storie, in base al proprio gusto e alle proprie inclinazioni personali. Ci sarà dunque la mia macchina, che conterrà certe storie e non altre; ma ci saranno anche altre macchine. L'industria dei fabbricanti di storie è, ai nostri tempi, ben attiva e funzionante, mi pare.)
Pubblicato da: davide l. malesi - 31.01.07 14:24
Giulio, tu fai il loico medioevale come al solito, ti conosco e non ho intenzione di scendere su quel terreno. Nel primo post ti ho spiegato come sono andate le cose ed è così difficile sia non vedere quello che ho visto io, sia vederla come la vedi tu (nel senso che la tua ricostruzione è tendenziosa, oltretutto non hai bisogno di ragionare col senno di allora - anche io allora mi sbagliai - il senno è quello di oggi e se permetti il lavoro del Primo amore è molto molto più importante del blog generalista, con poca presa sulla realtà e autopromozionale Vibrisse) che la differenza tra le due visioni mi pare GENERATA DA UN PREGIUDIZIO, e lo dico perché preferisco pensare che tu abbia un pregiudizio piuttosto che della malafede, che sicuramente altri hanno.
Comunque ti ripeto, penso che a quelli del Primo amore di subire l'ennesimo attacchino in rete non possa fregare di meno. Continuano nel loro progetto e fanno un lavoro eccellente. Io penserei al vostro di lavoro piuttosto che fare le fantapulci a Moresco.
Pubblicato da: a. b. - 01.02.07 16:24
A proposito quando la smetterete su Vibrisse di pubblicare la rassegna stampa accompagnata magari da toni autoelogiativi dei libri sironi e vibriselibri? Non pensate che basti una breve segnalazione, c'è davvero bisogno di sciorinare tutto ciò che viene detto su ogni libro che ha origine qui?
Pubblicato da: a. b. - 01.02.07 16:28
Simone, un'opera d'arte è perfetta quando è compiuta e non può più essere migliorata dall'autore. Naturalmente, il giudizio se l'opera è perfetta spetta all'autore stesso.
Il problema è che raramente l'autore è un giudice imparziale del proprio lavoro, ed è per questo che la maggior parte di chi svolge lavori intelletualmente creativi usa le impressioni altrui per calibrare il proprio giudizio.
A quanto leggo, per te non è così. Nel momento in cui tu licenzi i tuoi scritti dal computer, tu li consideri perfetti. Evidentemente ti senti molto sicuro di te stesso.
Pubblicato da: Pensieri Oziosi - 01.02.07 16:35
Andrea, non ho intenzione di smettere di pubblicare in vibrisse la rassegna stampa sui libri Sironi e vibrisselibri.
Non mi risulta di aver attaccato "quelli del Primo amore".
Se poi trovi il tempo di descrivere il mio pregiudizio, ovvero di nominare ciò cui finora hai alluso: grazie.
Pubblicato da: giuliomozzi - 01.02.07 17:25
...sono ubriaco e completamente estraneo a tutti e a tutto ciò che ho letto in questa irrisolvibile diatriba. Scrivo per portare due esempi, uno personale e uno di G.G. Marquez che ho trovato proprio ieri nella postfazione de Il Generale nel suo labirinto; spero aiutino il discorso. Il mio personale riguarda un mio scritto, fatto leggere ad un'amica di provata esperienza, sceneggiatrice regista, che ha fatto le pulci allo scritto trovando alcune incongruenze che mi passavano sotto gli occhi venti, trenta volte al giorno ma continuavo a non vedere per stanchezza, perché la mia mente, anche nella rilettura, era proiettata sì nello stesso scritto ma altrove, in un paragrafo che magari dovevo ancora scrivere o in alcuni particolari della storia che nel mio cervello continuavano a vagare fino a mettersi a punto nella scrittura degli stessi. La mia amica ha fatto l’editing dello scritto, la pre-editor prima che questo andasse in mano all’editor della casa editrice che eventualmente avrebbe vagliato la valenza dello stesso. Mi sono incazzato come una iena e a momenti litigo dopo trent’anni di amicizia e collaborazione. Dopo averne preso atto e riconosciuto che quanto aveva trovato era vero, ho capito il necessario lavoro di un editor che non stravolge il testo ma aiuta quando l’abitudine soverchia la rilettura, anche con tutte le buone intenzioni.
Di Marquez invito ad andare a leggersi quanto ho indicato su, e qui dico che anche lui (accettate la parafrasi) “aveva fatto compiere il viaggio di nozze a Parigi ad una vedova del/col suo sposo; del Generale Bolivar che aveva pranzato con un altro Generale in una data e giorno nella quale uno era in una città e l’altro in un’altra a centinaia di chilometri di distanza; e infine di un altro Generale che aveva vinto un’importante battaglia ancor prima della sua nascita” (!) Tutto questo che lui definisce qualcosa ‘come e più che orrori bestiali’, trovato grazie all’aiuto ‘caritatevole’ di un editor.
Tutto ciò può essere divertente, ma spesso non lo è affatto. Credo che un consiglio, un aiuto, una conferma, un parere magari discorde, serva sempre. Certo se uno ha centinaia di schede con su tutto quello che possa servire per lo schema di uno scritto, con date, nomi, calendario temporale dove si muovono personaggi e… insomma, il racconto/romanzo/scritto scarnificato in questa –folle- radiografia, allora il gioco è fatto, ma questo rasenta un po’ la paranoia e forse è sintomo di un disturbo comportamentale. Va beh lo schema, va beh gli appunti, ma –perlomeno a me succede così- io ho in mente tutto quello che dovrò dire e scrivere dall’inizio alla fine, e se non avessi la libertà di scrivere strafalcioni per poi rivederli con calma, sarebbe stressante scrivere, non il piacere qual è, e un aiuto da qualcuno che non ha la pretesa di voler riscrivere quello da me scritto, è parte integrante della mia scrittura e della mia lettura. Credo che coloro che non sono in grado di accettare questo, non sono in grado di accettare una critica e –ahimé- quelle arrivano, che ci piaccia o no.
P.S.: ma com’è che quell’anonimo ha quel livore? Essendo piuttosto volubile e incazzoso, pensavo di aver toccato l’apice fra me e me, però a quel livello non ci sono mai arrivato: caspiterina!
Pubblicato da: a.b.c. - 01.02.07 18:51
Giulio tu tratti quelle persone come dei fondamentalisti islamici col cinturone esplosivo pronto. Lo hai fatto anche con Sergio, quando avevi tagliato arbitrariamente un suo pezzo e ci avevi costruito su una tua teoria a mio parere offensiva per la persona che prendevi di mira. E ancora, quando ci fu quella recensione ad personam contro Moresco scritta da chi non lo conosceva nemmeno, ricordo benissimo che a te quelle parole offensive verso la vita dell'autore andavano bene, era in torto Evangelisti che faceva notare che quella non era una recensione. Probabilmente c'è in te un certo principio di sfavore che va tranquillamente a scapito della ragionevolezza. Ma non è una cosa che mi stupisce, il mondo della letteratura è dal punto di vista della ragionevolezza molto molto più indietro di quello della gente semplice, e così spesso la civiltà che dovrebbe essere prodotta qui, viene invece consumata, e uno ha bisogno di una boccata d'aria fuori per ritrovare correttezza, capacità di capire, rispetto della persona ecc.
Pubblicato da: a.b. - 01.02.07 20:47
Andrea, io dico che il pregiudizio che tu dici che io ho, non ce l'ho.
(Ah: quando scrivi: "...quando ci fu quella recensione ad personam contro Moresco scritta da chi non lo conosceva nemmeno", intendi dire che non si possono recensire se non i libri delle persone che si conoscono?).
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.02.07 14:02
"intendi dire che non si possono..." Questo è un esempio del (relativamente, perché sono almeno due anni, ma comunque una volta non era così) nuovo corso di vibrisse, dove l'argomentazione è tutta sradoicata dalla realtà e tenuta su un piano logico facendola quando fa comodo precipitare nel non senso, ritorcendola, vanificandola.
E' evidente il senso del mio discorso (che ovviamente conosci benissimo): una persona ha "recensito" - dandogli il nome "recensione di libro" - la vita di una persona lanciando accuse e oltretutto, a rendere completamente in malafede l'operazione, quella vita non la conosce nemmeno. Tu ti sei schierato senza dubbio dalla parte dell'accusatrice: ti viene spontaneo. Fa stare bene una schizzata a Moresco, per di più nel nome della libertà di espressione (dà molto più gusto!). Tu sei lo stesso che dice: Io il pregiudizio non ce l'ho.
Ho visto che segnali il libro della Benedetti in hompage (questo è il blog generalista: un libro serio e poco dopo una recensione orrenda di Bartezzaghi a un libercolo...). Forse serve per ripetersi (perché lo ripeti evidentemente a te stesso) con più convinzione: Io il pregiudizio non ce l'ho!
Pubblicato da: a.b. - 02.02.07 16:09




