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22.01.07
L'artista creatore e il pubblico nel 1954 [1]
di Saul Bellow
[Questo scritto di Saul Bellow apparve in Italia nel 1954, nel numero 9 della rivista Prospetti, all'interno di un "symposium" dedicato appunto al tema: L'artista creatore e il suo pubblico. Nel "symposium", che accoppiava artisti statunitensi e artisti italiani, intervennero i narratori Saul Bellow e Corrado Alvaro; i poeti Robinson Jeffers e Salvatore Quasimodo; i pittori Robert Motherwell e Felice Casorati; i compositori Roger Sessions e Luigi Dallapiccola. gm] [tutti gli articoli della serie "L'artista creatore e il pubblico nel 1954"]
Eckermann ricorda un detto di Goethe: lo scrittore non dovrebbe prender la penna se non si propone che le sue parole abbiano almeno un milione di lettori. Nessuno, all'infuori degli autori più fatui, troverebbe da ridire su questa asserzione. Naturalmente, un romanziere ha bisogno di esser letto. Soltanto, se egli on è uno scrittore popolare, non è soddisfatto di prendere il suo milione di lettori così come li trova. Non vuol subire il loro influsso, ma piuttosto vuol dir loro ciò che dovrebbero essere. E ha bisogno che essi prendano per certo ciò che prendono per certo lui e i suoi personaggi immaginari. Quando un personaggio è ferito, il lettore deve rattristarsi. Quando un personaggio fa una promessa, il lettore deve esser conscio dei principi che sottintendono l'impegno. Quando Lord Jim si butta in acqua, il lettore deve capire che l'onore è stato perduto. Mancandogli il senso dell'onore, egli non può intendere la drammaticità del momento.
L'intenzione dello scrittore, perciò, è di mantenere nel lettore il senso dell'importanza di ogni azione. Lo scrittore non può avere la sicurezza che dal suo milione di lettori le cose saranno vedute com'egli le vede. Egli tenta perciò di distinguere un determinato insieme di lettori. Accertato che cos'è ciò che tutti gli uomini dovrebbero esser atti a capire e approvare, egli crea una particolare specie di umanità, una varietà di essa nutrita di speranze e di realtà che cambiano secondo il suo grado di ottimismo.
Nietzsche dichiarava in Umano, troppo umano che gli artisti regolarmente esageravano il valore della personalità. Naturalmente l'esagerazione è una necessità drammatica, come pure la semplificazione. Se un eroe non ha importanza, il suo destino non ha importanza. se una singola vita è di poco conto, le morti non sono tali da ispirare una speciale riverenza. In difesa dell'elemento drammatico, perciò, lo scrittore ha frequentemente insistito nell'attribuire un definito valore alla realtà. Sotto questo rispetto gli scrittori sono conservatori: essi hanno sempre bisogno di vecchi consensi e di comprensione. Il vostro furfante non può ricattare il vostro eroe se il vostro eroe non ha una reputazione da difendere. La vostra eroina non può aspettarsi che qualcuno muoia in difesa della sua castità se nessuno apprezza la castità.
Occasionalmente un romanziere è capace di trarre dalla sua immaginazione e di rendere stabile un tutto organizzato, un sistema. Balzac, per esempio, si erige nel bel mezzo della Società: una potente intelligenza, capace di interpretare ogni cosa. La sua ingenuità è inesauribile. Egli non è mai a corto di teorie fisiologiche, psicologiche, politiche, storiche, estetiche, e spiega ogni evento con sicurezza. Per scrivere romanzi Balzac domina, o pretende di dominare, tutto il campo dell'esperienza. Questa pretesa o questo sforzo è ciò che gli dà fiducia. In Thomas Mann noi vediamo questo metodo enciclopedico portato all'estremo limite. Per convalidare i fatti, per farveli vedere come egli li vede, lo scrittore diviene, o si prova a divenire, un esperto in una ventina di campi - biologia e psicologia, filosofia e musica, archeologia e storia - e ciò in modo che noi posiamo sentire com'egli sente a ogni data evocazione.
Noi non possiamo continuare a edificare in ogni romanzo tali sistemi totali, affinché tutti possano sapere che cosa, per esempio, prova una donna quando suo marito l'abbandona, ciò che un uomo sente sul suo letto di morte. Noi dobbiamo lasciar correre le cose avendo fede nella unità psichica dell'umanità. Ma naturalmente al gente - i lettori - non sempre ammetteranno per vero ciò che noi ammettiamo, come Walt Whitman ci invita a confidare.
La maggior parte delle cose che tutti gli uomini dovrebbero esser capaci di comprendere sono del tutto semplici; ed è sorprendente quanta deformità di percezione si avverte nel corso della redazione di un libro. Si impara in primo luogo quanto sia arduo condurre la gente a fare attenzione agli altri nella loro piena complessità. Una possibile ragione di questo è che siamo in tanti, una tale moltitudine, che è difficile, se non impossibile, dare a ognuno la sua debita parte di attenzione. Se domandate di più siete considerati presuntuosi e vani. Perciò la maggior parte degli uomini nel presentare se stessi al mondo determinano pochi semplici attributi e creano una superficie facile a caratterizzare e a intendere. Sotto, nell'intimo, si affermano la loro reale, complessa esistenza, i loro affari privati. Il codice che protegge questa intimità è potente ed elaborato. Alcune emozioni sono in via di perdere la loro forma esterna e perché non sono descritte si atrofizzano. Con loro si atrofizza un corrispondente senso della realtà. Lotta nascosta, attività che si cela, vaste e talvolta impressionanti costruzioni di una particolare fantasia, dissimile da ciò che era una volta. Io non dico che questo non sia in se stesso affascinante, ma ovviamente è diverso. Se oggi giorno tagliate Shylock, egli forse non sembrerà sanguinare come altri sanguinano.
Ciò che realmente tento di dire è che la gente non sembra rispondere come una volta ai vari volti della realtà. Innumerevoli cose intervengono a offuscare o modificare le reazioni. Gli insulti non vengono fatti o patiti come erano dai Bruti o dai Cassi di Shakespeare o dai personaggi di Mérimée; le ingiustizie non sono prontamente riconosciute; i dolori richiedono il loro tempo per farsi sentire; ugualmente i piaceri. Non vi è la stessa immediatezza di risposta. L'analisi e il calcolo si intromettono. Spesso siamo consci che nella personalità moderna vi è un sistema che dispone della maggior parte delle situazioni. Questo sistema sa quel che è appropriato in qualunque determinato caso. Per esempio: un amico cade ammalato; i nostri sentimenti possono o non possono essere scossi da
questo evento; ma il sistema sa quel che dovrebbe essere fatto, e, socialmente, noi ci comportiamo come se fossimo afflitti per il sofferente. Siamo giunti a considerare il funzionamento di questo sistema come normalità. Se viene suggerito che la normalità è qualcosa di diverso, il sistema mostra inquietudine. Il sistema ama le astrazioni, naturalmente, e non si concilia con l'immaginazione; esso preferisce la preparazione all'impulso; dentro la mente del milione di lettori di Goethe esso si oppone a nuove forme di realtà. Questo è solo per dire che poiché da noi si richiede tanto, e poiché i nostri sentimenti sarebbero sopraffatti se dovessero essere da subito coinvolti in tutte le rapide e complicate operazioni a cui assistiamo anche nel più ordinario dei giorni, quel sistema è indispensabile. Soltanto esso ha usurpato un posto troppo ampio.
Al di là di questo sistema (o piuttosto di questi sistemi, dato che nel vostro milione di lettori ci sarà un gran numero di costruzioni simili), lo scrittore deve trovare ferme intuizioni di quali cose sono vere e di quali sono importanti. Il suo compito si svolge sulla base di queste intuizioni, che hanno il potere di far identificare i motivi della sofferenza o i motivi della felicità, ad onta di ogni deformazione e di ogni accecamento.
[traduzione di Nello Baccetti]
[l'articolo di Salvatore Quasimodo] [tutti gli articoli di questa serie]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 22.01.07 15:42
Interventi
Grazie per aver postato questo scritto di Bellow: l'ho trovato molto illuminante.
Pubblicato da: Mary - 22.01.07 18:43




