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23.01.07
Dopo Carosello – L’artista creatore e la vecchia usanza della faticaccia
di Roland Topor
[qui una breve biografia di Topor tratta dalla presentazione di una vecchia mostra. mm]
Manifesto della Scuola Autogena
Il mio ABC: ABCD ecc.
Se mi rivolgo a me stesso basta l’ABCD. L’ecc. è per gli altri. Se annoto su un pezzetto di carta le idee per un romanzo, mi capisco. L’intenzione di per sè è fissata. Per fare in modo che ne risulti un romanzo basta solamente scriverlo, basta solamente elaborarlo. Quindi, se un giorno avrò bisogno di soldi mi applicherò. Per il momento mi basta l’idea. Ma un’idea è difficile da vendere. Quello che comprano i clienti è il lavoro.
Cosa raccontano i vecchi ciarloni ai giovani ciarloni che chiedono loro consiglio? “Un per cento genio, novantanove per cento lavoro". Dunque dato che io detesto il lavoro, affermo che si fa molta più arte in otto ore di sonno che non in sedici ore di attività produttiva.
Produzione, superproduzione, consumo, disoccupazione... puah a che scopo lavorare?
Per ottenere la forma, per raggiungere la perfezione, per ottenere un superprodotto finito, pulito, immacolato con un rapporto ottimale qualità-prezzo che risponde alle esigenze di una clientela, che si può imporre sul mercato adattandosi alla media degli amatori d’arte contemporanei ecc. E’ sicuramente sconcertante questo gergo, ma è chiaro: qui non si tratta d’arte. La forma di comunicazione preferita dalla forma “artistica" è il denaro, non l’arte. Il lavoro della forma diventa un bene culturale decadente, vale a dire sprovvisto di ogni energia creativa, come se si vendesse la Coca Cola in una bottiglia riccamente decorata ma aperta. Coca Cola o Champagne o acqua tonica, a seconda delle preferenze. Ma non è questo il problema. No, il vero dramma è la banalità, la depressione, la noia.
Basta con la vecchia usanza della faticaccia!
In poche parole, a mio parere, c’è molta più energia creativa, più poesia, più arte in una bozza che non in un’opera redatta, realizzata in considerazione della sua utilizzazione commerciale, vale a dire tradotta a vantaggio degli altri.
Da un lato un linguaggio codificato, messaggi segreti che invio a me stesso col passare del tempo, schizzi su pezzetti di carta, tovaglioli, numeri di telefono che stanno in equilibrio su progetti per lavori di teatro, film, monumenti, affreschi; un poema epico riassunto in poche parole scritte con abbreviazioni ed errori di ortografia su carta macchiata d’unto.
Dall’altra una elaborazione faticosa, un ammasso di documentazioni, informazioni, giorni e notti trascorsi per dare forma e ingrassare un tema che si poteva far stare su un pezzetto di busta. Facciate di edifici coperte di dipinti la cui essenza trova facilmente spazio nelle dimensioni di un francobollo.
Al lavoro si aggiunge la mancanza di spazio. Bisogna far valere ciò che si vende agli altri. Libri grossi, volumi pesanti, album che pesano chili, film di cinque ore, gigantismo, megalomania, romanzi senza fine, Tours de la Défense.
Sicuramente l’arte non si arricchisce attraverso le trascrizioni, al contrario l’artista sì.
In primo luogo conquista una posizione sociale, anche se non sempre invidiabile. In ogni caso è il “to know how" (sapere come) che viene apprezzato dal pubblico, non l’intenzione. Lo stile, ah già, lo stile! Che lavoro!
Dopo tutto la semplice idea aveva già preso in me forma, stile. Non c’è niente su questa terra che non passi attraverso un’incarnazione. Certamente era insignificante, modesta, disegnata male, con errori di grammatica e di ortografia: con proporzioni sbagliate, era illeggibile, ma era pronta. In ogni caso a me bastava. Non era arte destinata alla vendita. Non era arte legata al lavoro. Era creazione, il lampo di genio del momento, e il lavoro per dopo. A parte il fatto che l’iniziativa non è sempre questione di testa. A volte è la mano che dà l’inizio alla danza. E gli scarabocchi con i quali riempio, soprapensiero, la pagina della rubrica telefonica, sono assai più significativi, più stimolanti, più intensi dei dieci decimi del famoso un per cento che l’arte ottiene attraverso l’elaborazione.
Titoli, notizie, scarabocchi,
numeri di telefono, imbrattati e umidi,
fogli spiegazzati, tovaglie decorate di macchie, mani
sporche, dita macchiate e espressioni retoriche,
impronte di sporcizia sul collo, ai piedi,
liste di cose che devono essere comperate,
agende, registri, progetti di lavoro,
bigini,
fazzoletti annodati, trucchi per ricordare, trucchi per
addormentarsi, per passare il tempo, per distrarsi,
notizie in libri, quaderni, brani sottolineati, sogni,
carte d’identità, locali schizzati per il trasloco, foto di
famiglia, istantanee con la Polaroid, foto per tessere,
lettere, deleghe, moduli di assicurazione sociale,
pianta stradale disegnata in fretta e furia
da un passante frettoloso, francobolli diritti, capovolti, incollati a lato,
firme (punteggiate, sottolineate, sciupate),
dischi segnati, rotti,
foto sfigurate di illustrazioni,
disegni di un frustrato sui vetri appannati
Pubblicato da Mauro Mongarli, il giorno e l'ora: 23.01.07 08:33
Interventi
... Sembra confermare punto per punto la famosa distinzione di Munari fra artista e designer!
E comunque, al di fuori del circuito delle arti visive (committenza, esposizioni, expertise...), temo siano concetti poco esportabili. Purtroppo?
Pubblicato da: Paolo S - 23.01.07 09:57
Paolo, da munariano di ferro quale sono, ti dirò che cerco sempre di partire da questo "Manifesto della Scuola Autogena", come Topor l'ha chiamato (aggiungerò il nome nel testo appena possibile, mi scuso per la svista) proprio per rispondere a chi mi chiede se la pubblicità è arte, o se l'arte ormai è pubblicità. Questo mi porta verso il tuo timore sulla poca esportabilità di tali concetti. Ti dirò che li vedo molto più ostici per persone DENTRO gli ambienti artistici e pubblicitari che al di fuori di essi. E' lì che c'è una pagnotta da difendere a riccio, dove non è chiaro, per pigrizia, malafede e molti altri motivi, che distinguere in modo sereno tra lavoro e intuizione artistica può solo portare a definire meglio la dignità di entrambi.
Pubblicato da: Mauro Mongarli - 23.01.07 10:28
Ti dirò che, da rodariano di ferro e dunque amante dell’errore creativo quale sono, nel momento in cui mi sono trovato a fare il correttore di bozze, ho trovato salvifica questa distinzione tra intuizione e elaborazione! La sapessero passare i professori a scuola…
Pubblicato da: Paolo S - 23.01.07 12:28




